direttore Lino Jannuzzi

Anno IV - supplemento al n. 134/27                                                           20.7.2001

1. Referendum: su data e procedure accordo tra Ciampi, Bossi e Fini - 2. E i Radicali con Capezzone si fanno partito - 3. Margherita: Marini, a sorpresa, apre a D’Antoni e Mastella - 4. Dopo il G8 il nuovo segretario generale di Palazzo Chigi - 5. I due D’Alema - 6. Per il G8 Cossiga "molto deluso" da D’Alema e dai diesse "infantili" - 7. G8 e Viminale, manuali e tolleranza - 8. Seggi fantasma: un boomerang per il Cs l’audizione di Sciuto - 9. Sistemi criminali e trucchi giudiziari - 10. Cassazione: per Marvulli "luce Verde" - 11. Perché Castelli ancora non riceve le Camere penali?

1. Referendum: su data e procedure accordo tra Ciampi, Bossi e Fini Umberto Bossi è tornato questa mattina sul Colle accompagnato da Gianfranco Fini per riprendere con Carlo Azeglio Ciampi il filo del discorso che avevano già avviato lo scorso 14 giugno. In quell’occasione, il presidente della Repubblica aveva incontrato il ministro della Devolution nel quadro dei colloqui di cortesia che aveva avviato con tutti i membri del governo. Già quel giorno, tuttavia, erano stati affrontati i problemi legati allo svolgimento del referendum sul federalismo. E Bossi aveva riconosciuto l’impraticabilità di qualsiasi tentativo di evitare la consultazione. Oggi il confronto con Ciampi ha assunto un carattere più istituzionale, come conferma la stessa presenza di Fini nella qualità di vicepremier. Tema del colloquio chiesto dal governo: data del referendum e procedure e tempi di presentazione del progetto di riforma federalista della Cdl. Per quanto si è saputo, Ciampi avrebbe condiviso la scelta della data sulla quale si sta orientando il governo: 30 settembre o 7 ottobre. In questo modo, rientrati tutti gli italiani - anche quelli più fortunati - dalle ferie, sarebbe possibile garantire lo svolgimento di una adeguata campagna elettorale. Quanto alle procedure, Ciampi ha spiegato che proverebbe una certa sofferenza se il governo presentasse il suo progetto al Parlamento prima della celebrazione del referendum. A parte le controversie che stanno appassionando i costituzionalisti sulla correttezza di una simile procedura, è dirimente, rispetto al punto di vista del Colle, una questione che lo riguarda direttamente: ogni disegno di legge di iniziativa governativa deve essere autorizzato dal Quirinale. Un atto dovuto, ma in questa circostanza assumerebbe un significato particolare, dal momento che il disegno di legge conterrebbe un progetto alternativo a quello già approvato dal Parlamento e sottoposto al giudizio degli elettori. Ciampi non vuole essere trascinato in una disputa tra i due poli sulla correttezza di questa procedura. Tra l’altro, l’auspicio del Colle - non è certo un mistero - è che una volta celebrato il referendum si crei un clima tale da consentire convergenze bipartisan sulle riforme, anche su quella federalista. E per poterlo favorire, Ciampi deve assolutamente restare al di sopra delle parti. Se la Cdl ritiene utile non solo presentare all’opinione pubblica, ma depositare in Parlamento la "riforma della riforma" prima del referendum, può seguire una diversa procedura, affidando ai capigruppo l’iniziativa. In questo caso, il Quirinale sarebbe al riparo da qualsiasi rilievo. Ma a quanto si è appreso anche il governo, ormai, si starebbe orientando per la soluzione istituzionalmente più corretta, ovvero depositare il disegno di legge di riforma dopo la celebrazione del referendum e l’ufficializzazione dei risultati.

Il ddl sarà presentato dopo il referendum. È la conferma che Umberto Bossi ha scelto una linea ferma sui contenuti ma istituzionalmente adeguata all’importanza della posta. Ciampi ha molto apprezzato la moderazione del leader della Lega, e dopo il colloquio è apparso disteso e soddisfatto a quanti si sono recati a fargli visita. Tra questi, il ministro per le pari opportunità Stefania Prestigiacomo, ricevuta nel tardo pomeriggio. È dunque ormai acquisito che soltanto dopo la celebrazione del referendum sarà possibile avviare in Parlamento le procedure per riformare la Costituzione all’insegna della devolution. Una settimana in più o una settimana in meno non fanno certo differenza. Tra l’altro, quando il progetto avrà preso forma, ci sarà il tempo, prima del referendum d’autunno e prima di inviarlo alle Camere, per perfezionarlo dopo aver consultato anche i presidenti delle regioni. L’importante, per Bossi, è che gli alleati mantengano fermi gli impegni presi in campagna elettorale. Nessuno, d’altra parte, sembra intenzionato a metterli in discussione nelle linee portanti.

2. E i Radicali con Capezzone si fanno partito Mentre il Partito radicale transnazionale si è dato una direzione politica straordinaria, alla quale segretario e tesoriere "hanno rimesso le proprie responsabilità" (una direzione composta dagli europarlamentari della Lista Bonino, dai rappresentanti dei soggetti autonomi, Sergio D’Elia per Nessuno tocchi Caino, Sergio Stanzani per Non c’è pace senza Gisutizia, Paolo Chiarelli per Radioradicale, e dai rappresentanti delle sedi estere), i radicali italiani si sono costituiti in vero e proprio "movimento politico". E hanno eletto con scrutinio palese - la richiesta di votare con scrutinio segreto è stata respinta - il ventottenne Daniele Capezzone alla segreteria. Un "movimento", anzi un partito a tutti gli effetti, con tanto di congresso annuale, riunione trimestrale del comitato di coordinamento, commissione permanente per arrivare al congresso e campagna di iscrizioni. La mozione approvata dal "comitato di coordinamento lungo un mese" e conclusosi ieri all’Ergife, fissa un obbiettivo di mille iscritti per la fine di settembre, ma lo stesso Pannella ha parlato a Radioradicale di un obiettivo finale di diecimila iscritti. Iscritti (e questo è il punto chiave) anche con la "doppia tessera", ovvero militanti di altre formazioni politiche che aderiscono personalmente al progetto e al movimento radicale almeno per un anno. La questione, per quanto non sia stata centrale nel dibattito, tuttavia aiuta a capire quali siano stati i termini del confronto. L’opzione della "doppia tessera" è stata presentata come alternativa a quella di quanti, come Benedetto Della Vedova - che è stato sconfitto - chiedevano invece che i radicali in quanto tali, ovvero conservando la propria identità, decidessero con quale dei due schieramenti confrontarsi ed eventualmente convergere. Della Vedova, come noto, sollecitava un confronto preferenziale con la Cdl. Con la "doppia tessera" viene invece privilegiato il classico schema radicale di un trasversalismo che esclude scelte di campo e ribadisce un giudizio critico su entrambi i poli dello schieramento politico. All’insegna del jingle: "Siamo liberali, liberisti, libertari". Il jingle che il nuovo segretario ha declamato, riproponendo tutto l’inventario degli slogan pannelliani, dall’inizio alla fine dell’intervento di investitura.

3. Margherita: Marini, a sorpresa, apre a D’Antoni e Mastella La fretta con la quale Francesco Rutelli lo scorso fine settimana si è fatto eleggere leader della Margherita procura già i primi strappi e i primi problemi. Inaspettatamente per Rutelli, Sergio D’Antoni ha stretto un patto, rifiutato questa primavera prima delle elezioni politiche, con Franco Marini. I due ex segretari della Cisl si sono promessi nuovo amore e hanno convenuto di rilanciare la presenza dei cattolici nella politica italiana. Quasi una alleanza politica, che nulla ha a che fare con il movimento nato la scorsa settimana. Un vero strappo da Rutelli, quello di Marini, anche se ancora pochi ci credono, conoscendo quanto sia difficile seguirne le scelte politiche. Fatto sta che il leader della Margherita non l’ha presa bene e teme che il 26, giorno in cui riunirà i 125 delegati del nuovo parlamentino, non riesca a far passare l’elezione di un comitato politico ristretto che dovrebbe collaborare con lui nei prossimi mesi per unificare i quattro partiti fondatori. Per farlo avrebbe bisogno dell’assenso di tutti, compresi i leader dei quattro partiti visto che, nella fretta di votare, domenica scorsa Rutelli ha dimenticato di indicare perfino i compiti che avrà l’assemblea costituente. Di certo, sostengono alcuni popolari e udierrini, in nessun documento c’è scritto che Rutelli possa nominare o far nominare un comitato ristretto per la gestione politica della Margherita. Sarebbe di fatto un organismo che scavalca le decisioni dei partiti, dei loro leader e la loro autonomia.

Anche per Clemente Mastella l’iniziativa di Marini e D’Antoni rappresenta una grande opportunità. Il segretario del partito del Campanile da tempo, e quasi da solo, cerca di bloccare Rutelli, continuando a sostenere che il suo partito non confluirà, fino a fondersi, con la Margherita. Mastella aveva fatto appello a D’Antoni affinché non sprecasse i voti conquistati il 13 maggio scorso alleandosi con i centristi del centrosinistra che, pur volendo restare nella Margherita, vogliono sopravvivere come entità politiche autonome. Anche Gerardo Bianco vede con favore il dialogo fra Marini e D’Antoni, incoraggiato dalle proteste che ogni giorno il segretario Pierluigi Castagnetti riceve da molti comitati provinciali del Ppi, contrari alla liquidazione del partito.

4. Dopo il G8 il nuovo segretario generale di Palazzo Chigi Subito dopo la conclusione del G8, il dossier relativo alla nomina del nuovo segretario generale di Palazzo Chigi sarà sul tavolo di Silvio Berlusconi. Ha ripreso quota, nelle ultime ore, la candidatura di Antonio Catricalà, attuale segretario dell’Authority delle comunicazioni. Restano tuttavia in pista anche gli altri tre candidati i cui nomi sono stati portati all’attenzione del premier: Andrea Monorchio, Mauro Masi e Umberto Vattani.

5. I due D’Alema Il primo ha benedetto la decisione dei reggenti Ds di partecipare alla manifestazione dei contestatori del G8, seminando il panico nella vecchia guardia che ha sempre guardato con sospetto ai movimentisti. E gettando nello sconcerto quanti, come Francesco Cossiga, ne avevano accompagnato le mosse di aspirante uomo delle istituzioni. Il secondo, intervistato da Panorama, ritorna politicamente corretto e ammonisce: "Quanto al congresso Ds, spero che mantenga lo sguardo sul mondo e che la sinistra italiana non si chiuda in un triste provincialismo. Non vorrei che mentre ci si pone il problema di governare i grandi processi di modernizzazione, la sinistra italiana pensasse che la sua identità stia nell’ostacolarli". Le oscillazioni di D’Alema sono la conferma dello stato confusionale in cui versa il gruppo dirigente Ds alla vigilia del confronto che dovrebbe portare, con il congresso di novembre, alla scelta di un nuovo segretario e di una nuova linea politica. Proprio per questo, a nome di un nutrito gruppo di segretari regionali, Mauro Zani, potente leader dei diessini emiliani-romagnoli, aveva suggerito di azzerare tutto e ricominciare da capo, facendo slittare all’anno prossimo le assise, da tenere sulla base di tesi e non di mozioni contrapposte. Ma questa ipotesi è stata bocciata proprio da D’Alema. Che sembra intenzionato ad accelerare i tempi, a stringersi attorno all’unico candidato sinora sceso in pista, Piero Fassino, a sfidare quanti lo contestano (sinistra e veltroniani dissidenti) e a riprendere di fatto la leadership del partito. Questa ambizione forse spiega le oscillazioni sul G8. D’Alema vuole riproporsi in questa fase come il leader capace di dialogare con tutti. E spiega anche una qualche concessione di troppo (per un "uomo delle istituzioni") alle critiche demagogiche alle proposte sinora avanzate dal governo, apprezzate invece dai poteri che contano, dalle istituzioni internazionali, da capi di governo anche della sinistra, come Tony Blair, e sulle quali neppure la Cgil ha potuto, almeno sino a questo momento, spingere la critica sino al punto da proclamare la rottura del dialogo avviato con Silvio Berlusconi nel quadro della concertazione. Ancora più sconcertante, il gossip che accredita un D’Alema impegnato a coltivare rapporti con gli irriducibili della magistratura militante, nella speranza che riprenda l’aggressione giudiziaria contro il leader della Cdl. Sognando una rapida spallata che riazzeri la situazione politica. Tornando dalla Cina, D’Alema ha portato una riproduzione dell’Arte della guerra scritta da Sun Tzu nel quarto secolo su bacchette di bambù. E l’ha affissa nel suo ufficio alla Fondazione Italianieuropei. Ma sembra ispirarsi, in questa fase, più che a Sun Tzu, al Mao che evocava la confusione come foriera di grandi opportunità. (mar)

6. Per il G8 Cossiga "molto deluso" da D’Alema e dai diesse "infantili" Non è la fine di un feeling politico, ma certamente un’incrinatura. Francesco Cossiga, ex presidente della Repubblica e sempre attento al rapporto con l’attuale presidente dei diesse Massimo D’Alema, critica apertamente l’atteggiamento della Quercia, reputato "infantile" e si dice "molto deluso" da D’Alema. "Devo dire con molta sincerità - dichiara Cossiga al VeLino - che non pensavo che questi diesse, in cui riponevo e ripongo speranze democratiche, potessero cadere in una deriva di tipo estremistico di tipo forse più sentimentale che ideologico. La loro decisione di sfilare in corteo a Genova contro la globalizzazione è una scivolata verso posizioni non compatibili con quelle delle altre socialdemocrazie europee". Cossiga, dopo aver precisato che "Il G8 è figlio di un equilibrio che deriva dalla pace, a esso partecipano importanti esponenti della sinistra internazionale, compreso il presidente della Russia post-comunista", sottolinea tuttavia: "Non è detto che questo modo di governare la globalizzazione sia un bene, può spingere, come ha ricordato Giovanni Paolo II, a un miglioramento così come a un peggioramento delle condizioni dell’umanità. È un problema complesso". Il problema dei diesse comunque resta: "È stato organizzato a Genova per una scelta passata attraverso il governo guidato dagli stessi post-comunisti, mi pare adesso infantile scendere in piazza contro una cosa che essi stessi hanno organizzato". Il riferimento a D’Alema è evidente: "La sua presenza a Genova sarebbe stata comunque un errore. Un D’Alema contestatore contesterebbe sostanzialmente se stesso. Comunque in questa circostanza mi ha davvero deluso"

7. G8 e Viminale, manuali e tolleranza "Coloro che manifestano non sono tuoi nemici, stanno esprimendo le loro idee e dunque anche in occasione di manifestazioni violente non sei tu, come singolo, il loro obiettivo…Il tuo lavoro deve garantire il regolare svolgimento delle riunioni del vertice, delle manifestazioni e della vita dei cittadini. Dunque non assumere atteggiamenti provocatori, né iniziative autonome…mai farsi coinvolgere emotivamente, ma agire con tolleranza anche di fronte alle provocazioni". Possono apparire anche utili questi suggerimenti forniti alle forze di polizia in una specie di vademecum. In realtà sono il tentativo di condizionare le migliaia di agenti, carabinieri e finanzieri che dovranno fronteggiare le manifestazioni organizzate dagli antiglobalisti. Già a Napoli, Rifondazione comunista, i Verdi e i capi dei centri sociali annunciarono che avrebbero fatto di tutto perché alle future manifestazioni non si ripetessero gli incidenti accaduti nella città partenopea, quando il questore Nicola Izzo fu costretto alle maniere forti per bloccare piazza Plebiscito e altre vie adiacenti che i manifestanti volevano invadere. Izzo fu accusato, oltre che dai politici anche dai vertici del Viminale, di essere stato troppo duro e da allora l’ufficio delle relazioni esterne del capo della polizia si è messo al lavoro per interpretare le richieste dei centri sociali e della sinistra, dei Verdi e di Rifondazione soprattutto. Quella dei manuali è una vecchia specialità del capo delle relazioni esterne del Viminale, Roberto Sgalla. È amico di vecchia data di Luciano Violante che lo voleva candidare con il Pds per un seggio di deputato, già nel ’94. È stato lui l’artefice del piccolo breviario, esposto ai responsabili delle Digos e dei reparti mobili, sul trattamento da riservare ai contestatori durante le manifestazioni contro il G8. Appunti e consigli per meglio preparare i poliziotti alle provocazioni di quanti scenderanno in piazza. Una situazione che ricorda l’autunno caldo del governo Berlusconi, quando anche il Siulp, il sindacato di polizia di cui Sgalla era segretario nazionale, aderì alle grandi manifestazioni di piazza. Molti di quei contestatori Sgalla potrebbe ritrovarli a Genova e con loro anche Vittorio Agnoletto, presidente della Lila (Lega per la lotta all’Aids) e portavoce degli antiglobalizzatori. Fu con la Lila, infatti, che il Siulp coprodusse un trattato su "Aids e poliziotti", pubblicato in centomila copie sulla rivista del sindacato, che lo finanziò insieme alla provincia di Roma.

8. Seggi fantasma: un boomerang per il Cs l’audizione di Sciuto Si è risolta in un boomerang per il centrosinistra l’audizione, l’altro pomeriggio alla Giunta per le elezioni di Montecitorio, del presidente dell’Ufficio centrale della Cassazione, Carmelo Sciuto. Nonostante l’inconsueta decisione del presidente, il margheritino Antonello Soro, di tenere la riunione a porte chiuse, dal resoconto reso noto oggi risulta evidente che Sciuto non ha fornito alcun appiglio al centrosinistra per utilizzare, come precedente al quale fare riferimento, la decisione presa dall’Ufficio centrale in sede di proclamazione degli eletti. Allora, come si ricorderà, furono proclamati eletti alcuni deputati dell’Ulivo presentatisi nelle liste proporzionali per riempire il vuoto determinato dall’impossibilità, per Forza Italia, di coprire con propri candidati tutti i seggi che in base ai calcoli elettorali le erano stati assegnati. Quella decisione fu presa applicando alla lettera l’articolo 11 del regolamento attuativo del mattarellum. Come noto, restano da assegnare altri 11 seggi. E Forza Italia - contestando la legittimità dell’articolo del regolamento che ha consentito il primo "scippo" - chiede che vengano distribuiti tenendo conto della volontà degli elettori. Il centrosinistra ritiene invece che quella decisione costituisca un precedente al quale la Giunta, cui spetta proporre all’aula un orientamento, dovrebbe riferirsi. Ma Sciuto, nel corso dell’audizione, è stato esplicito nel negare qualsiasi automatismo, spiegando che l’Ufficio da lui presieduto aveva agito come organo amministrativo cui la legge non consente di giudicare su ricorsi e reclami o di disattendere un regolamento. Su questo punto Sciuto è stato netto: "Soltanto la giunta delle elezioni e l’Assemblea, in ragione della loro collocazione costituzionale, possono conoscere l’eventuale illegittimità della disposizione di cui all’articolo 11 del regolamento". Una posizione che Sciuto ha tenuto ferma nel corso dell’audizione durata poco più di venti minuti, nonostante il tentativo degli esponenti dell’Ulivo di acquisire una dichiarazione di sostegno alla loro tesi. "Il contenuto della pronuncia dell’Ufficio da me presieduto", ha reagito Sciuto, "corrisponde ai compiti dell’organo nella fase in cui la pronuncia è intervenuta". La parola insomma è alla Giunta. Che dovrà deliberare in piena autonomia e senza potersi riferire ad alcun precedente.

9. Sistemi criminali e trucchi giudiziari È solo un’archiviazione di facciata, quella dell’inchiesta giudiziaria su "sistemi criminali". Un atto dovuto, annunciato e pubblicizzato dalla procura di Palermo. La richiesta, consegnata tre settimane fa al Gip, non è stata ancora esaminata; tuttavia, qualunque decisione prenderà il giudice, influirà ben poco sulla strategia che i sostituti di Piero Grasso stanno seguendo in questa vicenda. I sette magistrati della procura indagavano su "sistemi criminali" dal mese di novembre del 1992, data in cui Tommaso Buscetta fu ascoltato dalla commissione Antimafia. Lo "interrogò" Luciano Violante (allora presidente della commissione Antimafia). Un interrogatorio condotto interamente da Violante (le domande gliele aveva preparate proprio Grasso, all’epoca distaccato alla Dna), il quale non consentì ad altri parlamentari di intervenire.

Nonostante la richiesta di archiviazione i sette piemme di Palermo, capeggiati da Antonino Ingroia continuano a indagare. Da una parte hanno chiesto al Gip l’archiviazione per le 14 persone ufficialmente indagate (Licio Gelli, i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, Nitto Santapaola, Pino Mandalari, Salvatore Riina, Stefano Delle Chiaie, Stefano Menicacci, Filippo Battaglia, Rosario Cattafi, Giovanni Di Stefano, Paolo Romeo, Eugenio Galea e Aldo Ercolano); dall’altro hanno riversato il contenuto delle centinaia di faldoni che compongono "sistemi criminali" in due inchieste ancora aperte. Quella sui mandanti occulti dell’omicidio di Salvo Lima e quella relativa al famoso "papello", cioè a un presunto tavolo di trattative intorno al quale sedevano uomini politici e vertici di Cosa nostra per trovare una soluzione al carcere duro e alla troppa severità che gli investigatori stavano applicando nella lotta alla mafia. La scelta di Ingroia e degli altri piemme è dettata da una precisa strategia giudiziaria. Se, infatti, fosse rimasta in vita l’inchiesta "sistemi criminali" la procura di Palermo avrebbe perso ogni possibilità di continuare le indagini, e non per la scadenza dei tempi tecnici, ma perché, conducendo alle stragi e agli attentati, l’inchiesta sarebbe inevitabilmente finita, per competenza, nelle mani della procura di Caltanissetta.

Riversando invece i faldoni di "sistemi criminali" nelle inchieste su Lima e sul "papello", Ingroia, che dei piemme palermitani è fra i più attenti a queste cose, ha realizzato lo scopo che si prefiggeva: continuare a indagare su mafia e politica utilizzando le carte fin qui raccolte senza che nessun Gip potrà togliergli l’inchiesta di mano, almeno fino a quando non l’avrà conclusa. Rimane insomma tutto in piedi, con le relazioni della commissione Antimafia a far da canovaccio a tutta l’indagine.

Mafia, massoneria, P2, servizi segreti deviati, Gladio e Forza Italia, Ordine di Malta, Francesco Cossiga, Giulio Andreotti, Silvio Berlusconi, tutti insieme, anche se archiviati, coinvolti a vario titolo con i 14 capeggiati da Gelli. Chi sembra maggiormente soddisfatto delle decisioni dei magistrati palermitani è Vito Ciancimino. Ancora una volta l’ex sindaco di Palermo non sarà chiamato, a breve, in un’aula di tribunale per spiegare chi mise in opera il "teatro" per uccidere Giovanni Falcone e chi era "l’architetto" che attraverso l’omicidio di Lima bloccò l’elezione di Giulio Andreotti alla presidenza della Repubblica.

Per ascoltare Ciancimino rimane un’ultima occasione, forse, quella della prossima commissione Antimafia. Anche se dalle norme approvate in commissione Affari costituzionali, l’eventualità da parte di deputati e dei senatori di "esaminare" Ciancimino rimane tutta nelle mani del capo della procura di Palermo, Piero Grasso. Nella legge istitutiva, infatti, passata finora soltanto in commissione, il relatore di maggioranza, l’azzurro Francesco Nitto Palma, ex magistrato, a sorpresa ha bocciato un emendamento presentato da Filippo Mancuso, anche lui di Forza Italia, con il quale l’ex Guardasigilli voleva svincolare l’acquisizione di documenti e la convocazione di testi dalle necessità "istruttorie" superiori ai sei mesi. Per bloccare le richieste dell’Antimafia è sufficiente che un’autorità giudiziaria, la procura di Palermo appunto, stabilisca che l’audizione di quel teste violerebbe indagini in corso e il segreto istruttorio. Insomma con la bocciatura dell’emendamento Mancuso rimane in vigore il sistema con il quale una procura può non consegnare alcun documento richiesto dall’Antimafia per anni. E tutto si trascinerebbe per anni, visto che con Buscetta Violante non ebbe di questi scrupoli, nonostante il diniego della procura palermitana. Lo scontro in commissione Affari costituzionali ha lasciato qualche strascico polemico e ha evidenziato che all’interno della maggioranza non c’è pieno accordo sul testo varato in commissione, che ora dovrà passare al voto dell’aula e poi al Senato, e fa sempre più strada la candidatura dell’ex ministro Mancuso alla presidenza dell’Antimafia. (vum)

10. Cassazione: per Marvulli "luce Verde" Il plenum del Csm ha eletto primo presidente della Cassazione Nicola Marvulli, procuratore generale presso la corte d’appello di Genova. Il Consiglio ha ratificato la decisione presa a maggioranza dalla commissione per gli incarichi direttivi e, seppure con 16 voti su 30 votanti (dieci contrari e quattro astenuti), ha chiuso una delle vicende più contrastate degli ultimi anni e che ha spaccato l’organo di autogoverno dei magistrati. Esce sconfitto Giovanni Verde: il vicepresidente del Csm non è riuscito a far valere il candidato sul quale puntava, Francesco Favara, attuale procuratore generale presso la suprema corte. Ma la colpa più grave di Verde è stata quella di aver esposto il presidente Carlo Azeglio Ciampi a una situazione non facile, visto che il dibattito di stamane sulla nomina di Marvulli ha avuto toni così aspri da evidenziare ancora una volta che il Csm è fortemente diviso. E lo è su tutto, anche su una nomina importante qual è quella del primo presidente della Cassazione, che partecipa di diritto ai lavori del plenum.

Il capo dello Stato ha parlato di "sofferenza nella scelta" da parte dei consiglieri, ma avrebbe gradito un clima più sereno. Quello che Verde non è riuscito a garantire, nonostante i tentativi di far recedere dalla candidatura Marvulli e far passare la nomina di Favara con il voto di tutti. L’iniziativa avrebbe potuto avere successo se il vicepresidente del Csm fosse riuscito a convincere i consiglieri di Unità per la costituzione che, eleggendo Favara primo presidente, Marvulli sarebbe andato a ricoprire l’incarico di procuratore generale rimasto vacante. Ma Verde non ha mai potuto garantire veramente lo "scambio" per via dell’opposizione espressa dai consiglieri di Magistratura democratica e dei Verdi su Marvulli procuratore generale. Secondo la magistratura di sinistra, infatti, Marvulli è troppo vicino alle posizioni della maggioranza di governo per assegnargli un incarico dal quale si esercita l’azione disciplinare sui magistrati.

La sconfitta subita dal vicepresidente del Csm (che fra l’altro non ha ottenuto dal Ppi la candidatura a giudice della Corte costituzionale) non renderà facile la gestione del Csm in questi ultimi dieci mesi che restano prima del rinnovo dell’organismo. Ma di certo la vicenda della nomina del primo presidente della Cassazione è servita a Verde per far comprendere che l’opposizione più dura è venuta proprio dalla sinistra, settore che lui stesso ha sempre assecondato negli ultimi anni, finendo con l’apparire come un vero e proprio avversario politico agli occhi del centrodestra. Verde deve averlo capito, tanto che proprio oggi non ha perso l’occasione di annunciare che intende collaborare con il nuovo governo e con il nuovo ministro della Giustizia. Un segnale di apertura che a Magistratura democratica non è proprio piaciuto.

11. Perché Castelli ancora non riceve le Camere penali? Dal segretario generale delle Camere penali Domenico Battista riceviamo e volentieri pubblichiamo la seguente nota. "Sono già passati oltre due mesi dall’inizio della XIV legislatura e dobbiamo annotare, con crescente preoccupazione, l’assenza di iniziative politiche del governo in tema di giustizia. Abbiamo detto e ripetuto, prima, durante e dopo la campagna elettorale che la "questione giustizia" può trovare soluzione soltanto mediante l’abbandono delle politiche emergenziali e delle scelte settoriali, in una visione organica e complessiva dei problemi da affrontare; abbiamo individuato come linee portanti la necessità di una revisione sistematica del codice di rito alla luce dei nuovi principi costituzionali del giusto processo, l’esigenza di una revisione del diritto penale sostanziale, l’improcrastinabilità delle riforme ordinamentali. Allo stato il Ministro Castelli si è limitato a generiche prese di posizione e a un incontro con i magistrati sul tema della "efficienza", dimenticando che un obiettivo di tanta importanza può essere raggiunto soltanto avendo presente anche i suggerimenti e le indicazioni che possono arrivare dall’altra componente essenziale del settore giustizia, quale è certamente quella forense. Le Camere penali hanno chiesto al ministro Castelli un incontro urgente per affrontare, con spirito costruttivo, tutti questi problemi, dichiarandosi pronte a prestare, come hanno sempre fatto, la loro collaborazione tecnica sia in sede ministeriale che politica: tale incontro, così come l’intervento del Ministro in sede parlamentare, è per il momento slittato, ma non deve essere ulteriormente differito. La giustizia non può ulteriormente attendere: occorre tempestivamente mettersi al lavoro per un serio programma di legislatura; diversamente si tornerà a inseguire il quotidiano, senza mai giungere a una effettiva soluzione".