direttore Lino Jannuzzi
Anno IV - supplemento al n. 129/26 13.7.2001
1. Il "buco" in Parlamento e l’imbarazzo dell’opposizione - 2. Ciampi per un federalismo condiviso (in vista del presidenzialismo) - 3. Federalismo: Forza Italia con Bossi - 4. La crisi dei Ds e il ritorno di D’Alema - 5. Rai, tutte le trame del presidente - 6. Pecorella chiama Castelli - 7. Cambio al vertice dei radicali, Capezzone nuovo coordinatore? - 8. Commissioni d’inchiesta (uno). Il tiro al Fassino - 9. Commissioni d’inchiesta (due). Quale Antimafia? - 10. Milosevic: l’avvocato vuole che parli, tremano in tanti - 11. Quei "sistemi criminali" duri a morire...
1. Il "buco" in Parlamento e l’imbarazzo dell’opposizione. Giulio Tremonti ha fornito al Parlamento i dati obiettivi sui quali si basa la denuncia del "buco" dei conti pubblici. Dati ricavati dalle stime della ragioneria dello Stato e da quelle, meno ottimiste, di Bankitalia. L’opposizione ha reagito polemicamente, ma senza poter contestare, con analoghe pezze d’appoggio, la denuncia del governo e dando l’impressione di essere ancora allo sbando e incapace di individuare una linea per confrontarsi con un governo che, in presenza di un buco di grandi dimensioni, per la prima volta annuncia di non volerlo coprire ricorrendo alla "macelleria sociale". Ovvero a nuovi balzelli. Le debolezza dell’opposizione, in questa fase, è sicuramente determinata dallo stato confusionale nel quale versano i Ds, dilaniati da contrapposizioni senza precedenti in vista del lancio delle candidature per il congresso di novembre. Il "tutti contro tutti" che sta caratterizzando il confronto indebolisce l’unica candidatura sinora avanzata, quella di Piero Fassino; ma non aiuta a individuarne una alternativa sulla quale tentare di organizzare un confronto congressuale utile. Il riflesso di questa crisi nelle aule e nelle commissioni parlamentari è, almeno per il momento, sicuramente positivo per la maggioranza, che sta riuscendo a rispettare, seduta dopo seduta, gli obiettivi che si era prefissata, mentre l’opposizione - che non ha la forza per contrastare la maggioranza - non riesce a far emergere una linea comprensibile e messaggi chiari, ma soltanto invettive.
2. Ciampi per un federalismo condiviso (in vista del presidenzialismo). Carlo Azeglio Ciampi ha acceso il semaforo verde per l’avvio del processo di devoluzione. C’è chi lo ha capito e chi no. Sicuramente non l’ha capito l’Unità, che si è distinta per un titolo che rovescia l’impianto del ragionamento del presidente della Repubblica e titola: "Ciampi, devolution mai". Lo ha capito invece il manifesto, che annota, mettendo in relazione l’intervento di Ciampi a Trento alle impostazioni della Cdl sul federalismo: "Quando il presidente della Repubblica si leva in difesa dell’unità nazionale ma spezza una potente lancia a favore del principio di sussidiarietà, dimostra di essere tutto interno a questa strategia…". Unità nazionale e federalismo non sono in contraddizione. Lo ha detto Ciampi e lo ribadiscono, citando le sue parole e apprezzandole, anche i leghisti della prima ora rimasti al fianco di Umberto Bossi. Che ha trovato nelle parole del capo dello Stato la conferma di un feeling che continua. Sarebbe però azzardato accreditare una posizione di Ciampi appiattita su quella della maggioranza. Proprio il garbo e la prudenza che ha usato per intervenire sulla questione dimostra che il presidente si prepara a esercitare, ancora una volta, la moral suasion per convincere tutti - maggioranza, opposizione e istituzioni regionali - a fare ogni sforzo per giungere a una riforma il più possibile condivisa, subito dopo la celebrazione del referendum. Il sogno coltivato dal Quirinale è che sul terreno delle riforme istituzionali sia possibile la ripresa di un dialogo senza pregiudiziali fra i due schieramenti. Partendo dal federalismo e centrando, in una fase più avanzata della legislatura, anche l’altro grande problema irrisolto, ovvero la scelta di un modello presidenzialista. Una scelta che, nonostante le polemiche di questi giorni, è ancora tutta da definire. Almeno per quanto riguarda la Cdl. È l’unico problema, infatti, che il programma presentato agli elettori lascia irrisolto, demandandolo alle scelte che farà il Parlamento. Le opzioni sono due: elezione diretta del presidente della Repubblica o investitura popolare del premier. Per discuterne e decidere, c’è tempo: la legislatura, e dunque il mandato del presidente del Consiglio, si esaurirà nel 2006, nello stesso periodo in cui giungerà a compimento quello di Carlo Azeglio Ciampi. I nuovi meccanismi di elezione dell’uno o dell’altro dovranno essere definiti per quella scadenza. La riforma federalista oggettivamente viene prima.
3. Federalismo: Forza Italia con Bossi. Il tiro al bersaglio nel quale molti, dal centrosinistra (ma anche dal centrodestra), si stanno esercitando contro Umberto Bossi, ha infastidito Silvio Berlusconi. Non è certo un caso se in questi ultimi giorni sono scesi in campo, per difendere il progetto di devoluzione del ministro per le Riforme, Giulio Tremonti e Giuliano Urbani. Che non hanno certo parlato a titolo personale. Le linee fondamentali di quel progetto, hanno spiegato entrambi, non si toccano. E il progetto sarà assunto dal consiglio dei ministri nei tempi previsti, entro i primi cento giorni. È un segnale partito all’indirizzo soprattutto di quanti, in Alleanza nazionale, magari per mettere in difficoltà Gianfranco Fini, si sono divertiti a fare il verso ai colleghi del centrosinistra, impegnati (con qualche eccezione) a demonizzare la posizione della Lega. Che tuttavia riflette alla lettera quanto concordato dai partner della Cdl prima delle elezioni. Dunque, Francesco Storace dovrà farsene una ragione. Tuttavia, qualche preoccupazione resta. L’esigenza di visibilità degli esponenti dei singoli partiti è sicuramente legittima. Ma preoccupa la fibrillazione che sta caratterizzando forse oltre il limite il partito di Fini e l’intemperanza - l’auspicio è che sia soltanto verbale e finalizzata ad alimentare il teatrino della politica - di troppi suoi esponenti.
Anche la riforma del Cs prevede la devoluzione "a velocità variabile". Bossi ha incassato, con le invettive di chi persino grida come Fabio Mussi all’"allarme rosso", anche consensi. Autorevoli opinionisti - come Sergio Romano - condividono il progetto di federalismo a velocità variabile. Lo prevede, del resto, la stessa legge di riforma imposta dal centrosinistra che sarà sottoposta a referendum entro il 14 ottobre. L’"Osservatorio sulle riforme" di Peppino Calderisi e Marco Taradash segnala che il terzo comma del nuovo articolo 116 della Costituzione, riscritto dal centrosinistra recita: "Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117 e le materie indicate nel seconda comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all’organizzazione della giustizia di pace, n) e s), possono essere attribuite ad altre regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei principi di cui all’articolo 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di un’intesa tra lo Stato e la regione interessata". Dunque, in base alla riforma del centrosinistra, una regione potrebbe chiedere la competenza legislativa esclusiva, per esempio, sulla sanità e sull’istruzione, e il Parlamento a maggioranza concederla. È un’impostazione più tortuosa di quella prevista dal progetto della Cdl, ma sostanzialmente analoga: il federalismo a più velocità insomma era stato in qualche modo previsto anche dal centrosinistra. Il vero dissenso riguarda la devoluzione dei poteri in materia di sicurezza e di nuovo assetto della Corte costituzionale. Ma non sono dissensi tali - considerata anche la disponibilità di Bossi e della Cdl a discutere tempi e modalità di realizzazione degli obiettivi fissati dal progetto - a giustificare un dibattito tanto acceso.
Fassino apre uno spiraglio. Forse non a caso, distinguendosi dai suoi, Piero Fassino oggi è sembrato aprire uno spiraglio. Il candidato alla segreteria Ds, ha chiesto con tono fermo che il governo promuova il referendum confermativo della riforma del centrosinistra e ne fissi la data. Una richiesta destinata ovviamente a essere accolta, visto che è ormai acquisita la convinzione di tutti, anche di Bossi, che la scadenza va rispettata. Semmai, resta da decidere quando celebrare il referendum. Se, come sembra, si svolgerà attorno a ottobre, dovrà essere convocato non prima di settanta giorni e non oltre i cinquanta giorni dalla domenica in cui si svolgerà la consultazione. Insomma, per votare - come preferirebbe il centrosinistra - il 14 ottobre, i comizi dovrebbero essere convocati nei primi giorni di agosto. Ma Fassino ha aggiunto che una volta fatto il referendum, si potrà discutere "di ulteriori e altri trasferimenti alle regioni". Ammettendo, sia pure in modo non esplicito, che la riforma del centrosinistra è inadeguata e da riformare.
4. La crisi dei Ds e il ritorno di D’Alema. Il bollettino quotidiano oggi registra il ritorno sulla scena di Massimo D’Alema, l’ex premier attorno al quale ruota il dibattito precongressuale. Qualche fan si è spinto a ipotizzare che se la candidatura di Piero Fassino, da lui appoggiata, dovesse indebolirsi e declinare, D’Alema potrebbe decidere una mossa spiazzante: autocandidarsi.. Una mossa che appare peraltro problematica e che lo stesso D’Alema non vorrebbe essere costretto a fare. È certo invece che la frantumazione di gruppi e correnti, il moltiplicarsi di episodi sconcertanti di alleanze che si compongono e si scompongono nell’arco di pochi giorni se non di poche ore, potrebbero favorire una decisa incursione di D’Alema nel confronto che si è aperto in un modo così contraddittorio e confuso. Un’incursione che D’Alema sta preparando da tempo: non accetta di essere espulso dal grande gioco; e non vuole rinunciare a determinare in modo decisivo il futuro assetto del partito e la sua strategia politica.
5. Rai, tutte le trame del presidente. Roberto Zaccaria, il "cattocomunista allo stato gassoso" come viene chiamato in viale Mazzini, non demorde. Non solo annuncia urbi et orbi che non ha la minima intenzione di lasciare l’incarico prima della scadenza, ma si prepara a chiedere al cda di dare il via libera all’organigramma degli incarichi più importanti che risultano scoperti nella struttura aziendale. Zaccaria metterebbe Carlo Rossella a dirigere la Rete uno, chiedendo in cambio la direzione di Rai cinema per Franco Di Loreto (suo grande amico personale, nonché attuale segretario del consiglio di amministrazione). Si prepara inoltre a chiedere la nomina di Piero Badaloni (ex presidente della Regione Lazio per il centrosinistra e noto giornalista cattolico di sinistra, quindi della stessa obbedienza del presidente di viale Mazzini) alla direzione del TG3. "Un vero scambio da democristiani: Zaccaria punta soltanto a sistemare qualche amico", commentano ai piani alti di viale Mazzini. Insomma, Zaccaria resta avvinghiato alla poltrona, cerca di sistemare gli amici e prospetta concessioni a uomini considerati vicini alla Cdl. Risultato: l’azienda radiotelevisiva di Stato si indebolisce sempre di più. Di questo hanno preso piena coscienza anche gli esponenti politici del centrosinistra che infatti, a parte il leader del pasdaran Giuseppe Giulietti, si guardano bene dal difendere il vertice di viale Mazzini.
Lite continua con Cappon. Se ne è accorto lo stesso Michele Santoro. Ma qui si apre un altro capitolo della Zaccaria story più recente: il presidente della Rai, non contento della perdita di peso e di ascolto dell’azienda, continua a interferire con le competenze e gli orientamenti del direttore generale Claudio Cappon. Tanto che in Rai si parla di telefonate infuocate fra i due, dopo che Zaccaria ha cercato di convincere Michele Santoro (sempre più propenso invece a rompere con il cda e il presidente) ad accettare la soluzione escogitata dalla maggioranza del consiglio di amministrazione per la messa in onda di Sciuscià. Ne discuterà domani, per l’ennesima volta, il cda. Sarà toccato anche il problema aperto dalla decisione di Teo Teocoli di approdare a Mediaset.
6. Pecorella chiama Castelli. Il presidente della commissione Giustizia di Montecitorio, Gaetano Pecorella, questa mattina si chiedeva come mai il ministro della Giustizia Roberto Castelli stia incontrando tanti magistrati e non abbia ancora trovato il tempo di incontrare i membri della commissione parlamentare competente.
7. Cambio al vertice dei radicali, Capezzone nuovo coordinatore? Alla conclusione del seminario che ha preparato il comitato che si riunirà tra giovedì e domenica, è spuntata la candidatura di Daniele Capezzone per il ruolo di coordinatore del partito sinora ricoperto da Marco Cappato. Sarebbe invece tramontata la candidatura dell’europarlamentare Benedetto Della Vedova, che nelle scorse settimane aveva suggerito una drastica revisione della strategia radicale dopo il clamoroso insuccesso elettorale. Della Vedova aveva chiesto esplicitamente, e in polemica con le scelte di Marco Pannella, l’apertura di un confronto con la Cdl. La scelta di Capezzone, se confermata dal comitato, suonerebbe invece come una soluzione di continuità e, se possibile, di irrigidimento delle posizioni di assoluta chiusura verso il centrodestra (ma anche verso il centrosinistra) maturate negli ultimi anni dai radicali.
8. Commissioni d’inchiesta (uno). Il tiro al Fassino. Non è piaciuta ai vertici di Forza Italia e del governo, anzi ha provocato fastidio e insofferenza, la polemica che ha accompagnato i primi passi del confronto parlamentare per istituire la commissione sull’affaire Telekom-Serbja. Il suggerimento partito è che si tenga meglio presente, in futuro, l’esigenza di evitare polveroni e non cedere a tentazioni giustizialiste. L’aver dato l’impressione che nel mirino ci fosse il candidato alla segreteria Ds, Piero Fassino, o che qualcuno stia predisponendo chissà quali manovre per tenere sotto scacco vertici politici e istituzionali, ha il sapore di un già visto - sia pure a ruoli invertiti - politicamente inopportuno e da scongiurare. Sull’affaire va fatta chiarezza, senza partire da posizioni precostituite o con l’obiettivo di alimentare inutili polveroni.
9. Commissioni d’inchiesta (due). Quale Antimafia? La commissione Affari costituzionali della Camera sta decidendo se e in che modo dar vita a una nuova commissione bicamerale Antimafia. Sta raccogliendo consensi la proposta del senatore Lino Jannuzzi (che è all’attenzione dello stesso Silvio Berlusconi) di evitare l’errore commesso negli ultimi trent’anni di dar vita a un organismo pletorico e improduttivo. La proposta prevede di limitare la composizione della commissione a una ventina di membri, di fissare un orizzonte temporale per i lavori al massimo di dodici mesi e di indicare con precisione gli obiettivi che si vogliono raggiungere. Primo fra tutti, un’inchiesta rigorosa su come i pentiti sono stati gestiti e utilizzati negli ultimi dieci anni.
10. Milosevic: l’avvocato vuole che parli, tremano in tanti. La commissione parlamentare d’inchiesta su Telekom Serbja se sarà costituita non potrà incontrare Slobodan Milosevic (tranne che l’ex presidente jugoslavo non lo chieda autonomamente) per motivi legati al tipo di estradizione concessa dal governo della Serbia. Non per questo i senatori e i deputati che faranno parte della commissione non avranno elementi per comprendere se nell’affare ci furono pagamenti indebiti e chi li decise. A fornire le maggiori informazioni ci penserà infatti lo stesso Milosevic attraverso gli interrogatori ai quali sarà sottoposto da Carla Del Ponte, il procuratore internazionale, e dal suo legale di fiducia, l’avvocato Toma Fila. Proprio il principe degli avvocati dei Balcani è guardato con estrema preoccupazione in molte cancellerie europee, soprattutto in Gran Bretagna, Germania, Francia e Italia. Fila, infatti, per grandi linee ha già anticipato ai collaboratori e alla famiglia dell’ex presidente il tipo di difesa che metterà in campo: una difesa tutta politica. Proprio ciò che temono alcuni governi e alcuni ex, Bill Clinton e Tony Blair in prima persona, fino a Lamberto Dini. Milosevic, secondo il suo avvocato, dimostrerà così che in occidente contava su molti più amici di quanti non si creda e con molti governi collaborò fino all’ultimo. La credibilità di Milosevic era tale che francesi, tedeschi e soprattutto italiani stavano in fila per essere ricevuti e ritagliarsi uno spazio internazionale autonomo rispetto a Clinton. Ma Fila andrà anche oltre e visto che la Del Ponte ha già sostenuto di voler mantenere l’accusa e quindi gli interrogatori su un piano squisitamente tecnico, sarà lui a fare le domande più scomode al proprio assistito. Un lungo interrogatorio affinché Milosevic possa raccontare alla corte internazionale i suoi rapporti con gli esponenti politici italiani, con quelli di governo e con i rappresentanti delle imprese. E sulle garanzie ricevute da alcuni governi. Milosevic su questi argomenti si giocherà tutto: se sarà accorto, come gli ha suggerito l’avvocato, la pena per i crimini di guerra potrebbe essere minima e lui stesso potrà salvare chi ha la disponibilità dei suoi conti bancari all’estero (Belgio e Olanda) e sperare in un futuro da ex dittatore (come tanti ce ne sono in giro in Europa, a volte protetti dagli stessi governi). Le scarne, seppur significative anticipazioni fatte dal difensore di Milosevic inquietano alcuni esponenti del passato governo di centrosinistra e sarebbero alla base delle gravi preoccupazioni di Luciano Violante, che sa bene come i processi, anche lontani dall’Italia, possano trasformarsi in formidabili armi politiche.
11. Quei "sistemi criminali" duri a morire... Sono tanti i motivi per i quali la gestione dei pentiti mette in crisi la giustizia e l’opinione pubblica. Oggi a Palermo, nel corso del processo a Marcello Dell’Utri, è stato rappresentato un altro spaccato del pentitismo italiano. E per comprenderlo è necessario andare a ritroso. Tre settimane fa la procura della Repubblica di Palermo, con alcuni dei suoi magistrati più noti, ha chiesto al giudice per le indagini preliminari di quel tribunale di archiviare la mega-inchiesta giudiziaria su "sistemi criminali". Nata agli inizi degli anni ’90, era andata avanti fino a pochi giorni fa e raccoglieva in milioni di pagine i racconti e le ricostruzioni (a opera di magistrati, pentiti, investigatori e commissione Antimafia) sulla partecipazione di Cosa nostra alle vicende politiche italiane e sullo stretto rapporto fra boss mafiosi e nuovi partiti, Forza Italia in testa. Uno dei tanti pentiti di cui si è avvalsa la procura per incrementare l’inchiesta è stato Tullio Cannella. I sostituti procuratori Roberto Scarpinato e Antonino Ingroia, con l’approvazione del procuratore capo Piero Grasso, dopo quasi dieci anni hanno chiesto ai giudici di chiudere tutto, perché il pool di magistrati - sette, loro compresi, che si sono occupati dell’inchiesta - non è riuscito a venire a capo di alcuna circostanza provata, tale comunque da poter essere, con qualche successo, portata al vaglio di una corte.
Sempre Ingroia però, all’ennesima udienza del processo che vede imputato Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa, ha riproposto il pentito Cannella. Il quale ha ribadito di parlare per sentito dire (da Giacomo Vitale, cognato del boss Stefano Bontade) e di non aver mai affermato che il gruppo Fininvest prendeva soldi dalla mafia. Ha confermato l’interesse di Cosa nostra per Forza Italia, per la P2 e per il movimento politico Sicilia libera. Tutto ciò che aveva già sostenuto in altri processi e nei verbali che copiosi si trovano nei fascicoli di "sistemi criminali", proprio in quella inchiesta che per lo stesso Ingroia deve essere archiviata.