
direttore Lino Jannuzzi
Anno IV - supplemento al n. 124/25 6.7.2001
1. Per il falso in bilancio tempi strettissimi - 2. Ulivo diviso anche sulla politica estera bipartisan - 3. Berlusconi prepara il taglio di tutti i "consulenti" - 4. Sì di Bossi al referendum, da giovedì il confronto sulla devolution - 5. Rutelli: il leader senza spazi e uffici alla Camera - 6. Violante boccia la Consulta allargata alle regioni - 7. Metalmeccanici: il fai da te di Maroni per avere il contratto - 8. Rai Way, polemiche sui tempi della vendita - 9. Cassazione: Verde telefona a Marvulli, "ritirati"
1. Per il falso in bilancio tempi strettissimi. Planerà nell’aula di Montecitorio il 27 luglio il progetto di riforma del diritto societario (compresa la revisione del falso in bilancio) che sarà licenziato entro quella data dalle commissioni Finanze e Giustizia della Camera, dove sta per iniziare il confronto. La procedura d’urgenza per esaminare la materia è stata sollecitata dall’Ulivo e la Cdl non ha sollevato obiezioni. Tappe forzate dunque. Allo stato, i disegni di legge depositati sono due: uno è stato presentato dai Ds; l’altro, che riprende alla lettera quello discusso ma non approvato nella scorsa legislatura, è stato trasmesso al Parlamento dal governo. La discussione nelle due commissioni sarà sicuramente accesa e già questa mattina i due presidenti - Gaetano Pecorella (Giustizia) e Giorgio La Malfa (Finanze), che hanno avuto un colloquio con il premier - hanno fatto una valutazione congiunta dell’iter del provvedimento. I tempi sono strettissimi e non è azzardato prevedere un percorso comunque accidentato, dal momento che attorno a questa materia ruotano interessi anche politici di segno opposto. Tutti d’accordo nell’esigenza di ridefinire e depenalizzare il reato di falso in bilancio in alcune circostanze - in particolare nei casi in cui l’eventuale falso non abbia danneggiato nessuno e tanto meno gli azionisti - ma è evidente che la sinistra cercherà di evitare che la revisione possa alleggerire la pressione della magistratura su Silvio Berlusconi.
2. Ulivo diviso anche sulla politica estera bipartisan (non solo sull’economia). Dopo essersi diviso sul decreto relativo ai contratti a termine, con la Margherita decisa a sostenere la linea del governo e gli altri partner della coalizione nettamente contrari, l’Ulivo si è diviso anche sull’opportunità di sostenere una linea bipartisan sul primo grande appuntamento di politica internazionale, il G8 di Genova. Sul primo punto la polemica è soltanto agli inizi. E investe anche i Ds. Non tutti sono infatti d’accordo con quanti, come Pietro Folena, sono appiattiti sulla linea del "signor no", Sergio Cofferati, che si è trovato isolato per le sue scelte anacronistiche anche rispetto a Cisl e Uil. Il liberal Enrico Morando, per esempio, sostiene che l’opposizione anziché arroccarsi su una linea di chiusura pregiudiziale, debba individuare proposte emendative sulle quali avviare il confronto con il governo e con la maggioranza. Sul secondo punto, la politica internazionale, la differenziazione è più evidente e trasversale. Quasi la metà dei parlamentari dell’Ulivo presenti alla seduta di stamane di Montecitorio (42 Ds, 21 della Margherita, sei del Pdci, cinque dello Sdi e sei dei Verdi) non si sono astenuti sulla mozione della maggioranza, rifiutando di aderire all’intesa che prevedeva l’astensione parallela dei deputati della maggioranza sulla mozione dell’opposizione. È stato il segnale di un malessere diffuso e di un disorientamento che nasce, probabilmente, dalla mancanza di una leadership che non sia soltanto di facciata e dai problemi - ancora irrisolti - che si agitano soprattutto all’interno dei Ds e dei popolari, i due partiti maggiori della coalizione.
Ma Berlusconi riceve Rutelli. È un quadro che contribuisce a tenere al riparo il governo, impegnato a realizzare le promesse dei primi cento giorni (giovedì sarà la volta del disegno di legge sulla devolution) e ad ampliare i margini di manovra della Cdl. E quelli dello stesso Silvio Berlusconi. Anche se un quadro troppo dissestato potrebbe alla fine impedire quel confronto sereno che è negli auspici del premier. Soprattutto in vista dell’appuntamento molto delicato che riguarda le scelte relative alla disciplina del conflitto di interessi. Servirebbe un’opposizione unita e forte, con una leadership altrettanto forte e riconosciuta come tale da tutti i partner del centrosinistra, in grado di confrontarsi senza pregiudizi e guardando alla prospettiva. Qualche segnale in questa direzione Francesco Rutelli lo ha lanciato. E Berlusconi ne ha preso atto. Per quanto riguarda il presidente del Consiglio, Rutelli è il capo dell’opposizione. E in questa veste lo ha ricevuto nel pomeriggio. Per parlare di tutto. Quasi certamente, anche del conflitto di interessi e di come risolverlo.
3. Berlusconi prepara il taglio di tutti i "consulenti". Per ora si tratta soltanto di una raccomandazione informale, ma la direttiva è partita: il numero dei consulenti, a palazzo Chigi e nei ministeri, dovrà essere drasticamente ridotto, se non azzerato. I governi dell’Ulivo hanno lasciato in eredità, oltre al buco nei conti pubblici, anche un esercito di collaboratori esterni all’amministrazione (già di per sé pletorica: soltanto palazzo Chigi ha più di quattromila dipendenti), poco produttivi e costosi. La raccomandazione di Silvio Berlusconi ai colleghi di governo è di non seguire l’esempio dei predecessori. Non è escluso che dopo la raccomandazione informale, segua una direttiva scritta. All’insegna di un rigore che il premier auspica sia garantito nella gestione della cosa pubblica e nel rispetto degli impegni presi con l’elettorato. Compresi i tempi di attuazione del programma. L’auspicio è che tutti, soprattutto i membri del governo, si adeguino ed evitino esternazioni fuori luogo e fuori tema. In questa fase Berlusconi è concentrato sui provvedimenti dei primi cento giorni che riguardano, oltre alla normativa già elaborata sul rilancio dell’economia, l’emersione del sommerso, il nuovo diritto societario, l’avvio del processo di devoluzione. Argomento del quale, come noto, dovrebbe occuparsi il Consiglio dei ministri di giovedì prossimo. Berlusconi e i leader della coalizione preferirebbero che tutti si concentrassero sugli argomenti all’ordine del giorno, evitando esternazioni fuori tempo e fuori luogo. Per non alimentare - magari involontariamente - l’ormai logoro teatrino della politica vecchia maniera. Tra l’altro, non ci sono elezioni alle porte.
4. Sì di Bossi al referendum, da giovedì il confronto sulla devolution. Era ormai scontato da tempo, ma adesso è una notizia ufficiale: la Lega non si oppone alla celebrazione del referendum sul federalismo entro la metà di ottobre. Come prescrive la legge. Al tempo stesso, come il VeLino aveva più volte anticipato, Umberto Bossi si prepara a chiedere agli alleati la definizione di un progetto comune sulla devolution da presentare in Parlamento, per poterlo mettere in discussione in tempi strettissimi e neutralizzare gli effetti del referendum, quale sia l’esito del voto. Comunque, non ha futuro la riforma che fu votata dal centrosinistra con soli quattro voti di maggioranza nella passata legislatura. Anche se dovesse essere confermata dall’esito referendario. Proprio per questo Bossi insiste perché la proposta di "riforma della riforma" sia annunciata prima del ricorso alle urne. Un’impostazione metodologica sulla quale non sarà difficile trovare il consenso degli alleati e delle stesse regioni, comprese quelle amministrate dal centrosinistra che non hanno mai nascosto di considerare parziale e da completare la "riformetta" del centrosinistra. Come aveva anticipato Giancarlo Pagliarini (vedi il VeLino n.120 del 28 giugno) sarà ininfluente, dunque, la prevalenza nel voto del sì, del no o delle astensioni. Tuttavia, la strada non è ancora in discesa. Il consiglio dei ministri affronterà la questione giovedì prossimo. Bossi si prepara a presentare un progetto radicale, che preveda la devoluzione di poteri reali alle regioni in materia di sicurezza locale, sanità, scuola. Sarà l’inizio di un confronto serrato. Bossi sino a questo momento si è mosso con garbo istituzionale e con prudenza, rispettando gli impegni presi con Silvio Berlusconi e confermati anche nel rapporto cordiale che il leader della Lega intrattiene con il capo dello Stato. Ma sulla devolution, farà pochi sconti. È in gioco l’identità del movimento che ha fondato. E la possibilità di ricostruire il rapporto con quelle frange di elettori che hanno disertato l’appuntamento elettorale il 13 maggio (o scelto di votare per sigle diverse). Un obiettivo che potrebbe essere in conflitto con quello di chi, come per esempio An, ha problemi analoghi di affermare l’identità del partito.
5. Rutelli: il leader senza spazi e uffici alla Camera. Francesco Rutelli trova molti ostacoli ad affermare la propria leadership nel centrosinistra e la sconfitta elettorale non lo ha facilitato di certo. La crisi interna ai diesse, che partito di maggioranza relativa nell’Ulivo, e quella dagli sbocchi ancora misteriosi della Margherita, gli portano ulteriori problemi. E logorano la capacità dell’ex sindaco di Roma di ottenere, anche per i prossimi anni e per le future elezioni politiche, la guida del centrosinistra per porsi come alternativa a Silvio Berlusconi. I segnali sono tutti negativi. E ieri pomeriggio il premier e il presidente della Camera gli hanno creato, anche se forse involontariamente, ulteriori inconvenienti. Il fatto che Berlusconi non si sia limitato a incontrare solo Rutelli, ma abbia allargato ad altri esponenti dell’opposizione l’inconsueto giro di consultazioni alla vigilia di una attività frenetica delle Camere (che dopo anni saranno chiamate a lavorare quasi fino a ridosso di Ferragosto), produce veleni, malumori e anche qualche piccola rivincita nel variegato mosaico dei partitini dell’Ulivo. Il governo e la maggioranza, con gli incontri di ieri e di oggi (Berlusconi ha ricevuto Luciano Violante e Pierluigi Castagnetti), hanno ridimensionato in un sol colpo le velleità di Rutelli che vorrebbe essere l’unico interlocutore del Cavaliere come leader dell’opposizione. Berlusconi ha preso atto che da parte del centrosinistra non c’è ancora stata l’indicazione di un portavoce o di un leader riconosciuto. Non solo, ha fornito una scialuppa a quanti, all’interno della Margherita soprattutto, pensano che il disegno rutelliano di fondere popolari e udierrini in un partito unico non sia possibile almeno nel breve periodo. Dalle iniziative di Berlusconi di questi due ultimi giorni escono, infatti, rafforzati enormemente Gerardo Bianco, Nicola Mancino e Clemente Mastella, assai poco propensi ad abdicare in favore della Margherita.
Ieri pomeriggio un’altra doccia fredda per Rutelli. La giunta per il regolamento ha preso tempo, e ancora molto ne prenderà, sulla richiesta, fatta in sede di dichiarazione di voto da Rutelli, di concedere spazi autonomi al leader della coalizione di centrosinistra. In quella sede tre settimane fa l’ex sindaco di Roma reclamò a gran voce uno spazio parlamentare per i capi degli schieramenti, che fosse distinto da quello dei partiti. Rutelli avrebbe chiesto, anche se informalmente, un ufficio a Montecitorio per il capo dell’opposizione. Il presidente della Camera Pierferdinando Casini non ha potuto far altro che prendere atto delle norme che regolano la vita di Montecitorio e anche del fatto che i gruppi parlamentari che si sono costituiti non hanno indicato Rutelli come loro guida: "L’individuazione del capo dello schieramento d’opposizione non potrebbe che dipendere dall’indicazione resa dai presidenti dei gruppi interessati. In questa ipotesi, tale indicazione dovrebbe emergere formalmente, all’inizio della legislatura o in un momento successivo, e dovrebbe essere passibile di modifiche in qualunque momento, posto che non è ipotizzabile, allo stato delle norme regolamentari e delle prerogative riconosciute ai gruppi, la figura di un rappresentante permanente dell’opposizione". Unica via d’uscita per Rutelli sarebbe soltanto quella di valutare "la possibilità di consentire ai gruppi, nei dibattiti di maggiore rilevanza, di esprimere congiuntamente una posizione unitaria. Si potrebbe prevedere di assegnare a questo fine, volta per volta e sulla base di un accordo assunto presso la conferenza dei presidenti di gruppo, un’unica quota di tempo nella quale si sommino quelle che spetterebbero distintamente a ciascun gruppo". Una ipotesi da valutarsi di volta in volta per i singoli casi.
La tesi espressa da Casini è stata condivisa dai rappresentanti della maggioranza, ma anche da quelli dell’opposizione e con maggior vigore proprio dai diessini. Non è un mistero che già per il dibattito sulla fiducia si opposero a lasciare soltanto a Rutelli il compito di esprimere l’opposizione al nuovo governo e non gli concessero alcuna delega. E anche ieri nel corso dei lavori della giunta, Renzo Innocenti, ds, non ha lasciato grandi margini a Rutelli. Il diessino ha infatti condiviso le dichiarazioni di Casini, soprattutto quella parte in cui il presidente della Camera sottolinea che in casi eccezionali e di volta in volta i presidenti dei gruppi parlamentari possano decidere cosa fare. Per Innocenti tutto deve restare nell’ambito delle eccezioni: "Le conseguenti iniziative dovrebbero portare all’individuazione degli snodi di maggiore rilevanza politica, nei quali - all’interno del sistema fondato sull’esistente disciplina dei gruppi parlamentari, il cui ruolo costituzionale ne risulterebbe meglio precisato - potessero esplicarsi le diverse forme di rappresentanza ora prefigurate". Rutelli dovrà attendere.
6. Violante boccia la Consulta allargata alle regioni. "Ma sarebbero membri di serie B!". Luciano Violante boccia senza mezzi termini la proposta rilanciata da Umberto Bossi, e prevista dalle intese tra i partiti della Cdl, di riformare la struttura della Corte costituzionale - aumentando il numero dei giudici - per consentire anche alle regioni di avere propri rappresentanti nel collegio. La sortita di Violante conferma la distanza che permane in tema di federalismo tra le impostazioni della maggioranza e quelle del centrosinistra. Ma il progetto di riforma della Consulta è ormai certo. E potrebbe persino precedere, con la presentazione di un disegno ad hoc di revisione costituzionale, la proposta compiuta di riforma federalista che il consiglio dei ministri - se sarà accolta la richiesta di Bossi - comincerà a discutere nella riunione di giovedì prossimo. Questa proposta, come noto, sarà annunciata prima del referendum federalista e messa in calendario subito dopo con l’obiettivo di rivedere la riforma imposta dal centrosinistra nello scorcio finale della legislatura con soli quattro voti di scarto.
Ma il progetto è in discussione da anni. Di allargare la Corte anche ai rappresentanti delle regioni si parla da decenni, sin dai tempi della prima commissione bicamerale presieduta da Aldo Bozzi. Nessuno, prima di Violante, aveva mai usato rispetto a questa ipotesi parole sprezzanti. Era stato individuato anche il possibile meccanismo per costituire il collegio incaricato di procedere all’elezione dei membri riservati alle regioni: tre delegati per ogni regione, scelti in modo tale da garantire la partecipazione delle minoranze. Un’ipotesi di cui si è parlato anche durante l’ultima bicamerale, quella presieduta da Massimo D’Alema. Anche in quella sede, era maturata un’intesa molto larga sull’opportunità di aprire la Consulta a rappresentanti delle istituzioni regionali.
7. Metalmeccanici: il fai da te di Maroni per avere il contratto. Dodicimila dipendenti al ministero del Lavoro, 114 in quello delle Politiche sociali. È questa la situazione che ha trovato Roberto Maroni, titolare del nuovo dicastero del Welfare che accorpa le competenze dei due ministeri di Lavoro e Politiche sociali senza che sia stata modificata e integrata l’architettura delle strutture e delle energie interne. Con macroscopici scompensi: in entrambi i ministeri ci sono sei direzioni generali, nonostante la grande diversità della dimensione degli organici. È uno dei risultati di una riforma a metà, quella di Franco Bassanini. Curiosamente, l’efficienza è inversamente proporzionale al numero di dipendenti: funziona meglio il ministero delle Politiche sociali. Questa almeno, sulla base delle prime esperienze, è la sensazione di Maroni. Ieri sera, dopo aver ricevuto da Guidalberto Guidi la notizia della firma dell’accordo per il contratto dei metalmeccanici, Maroni ha dovuto richiamare Guidi, e farselo trasmettere via fax. Operazione realizzata in pochi minuti e gestita personalmente dal ministro. Nonostante i dodicimila dipendenti.
8. Rai Way, polemiche sui tempi della vendita. La decisione della procura della Repubblica di Roma di aprire un fascicolo sulla vendita del 49 per cento di Ray Way alla Crown Castle international corporation di Houston, riapre le polemiche. E nonostante il presidente della Rai Roberto Zaccaria continui a distribuire sorrisi e faccia spallucce a chi lo critica per aver deciso di vendere una società del gruppo Rai - strategica e ben più remunerativa di quanto non lo sia stata fino a oggi - il direttore generale Claudio Cappon si mostra più prudente e ammette che forse il cda della Rai avrebbe potuto attendere qualche altra settimana prima di disfarsi del 51 per cento. E comunque senza la fretta dimostrata alla vigilia delle elezioni politiche del 13 maggio. Un semplice rinvio avrebbe alleggerito la tensione e avrebbe favorito il dialogo, fattosi subito difficile, con il nuovo ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri. Ma la prudenza di Cappon, che pure difende la convenienza della nuova alleanza, non è patrimonio di tutto il vertice di viale Mazzini, che anzi sembra proprio deciso a tenere ben stretto l’elmetto che indossa da mesi. Rai Way andava venduta e così è stato, quasi una corsa contro il tempo. La Ccr srl, che per conto della Crown Castle ha materialmente concluso l’operazione, si è costituita infatti in società a responsabilità limitata appena il 24 aprile scorso, presso il notaio Giovanni De Marchi di Cinisello Balsamo, con un capitale versato di 51.655 mila euro (cento miliardi di lire). Socio unico Crown Castle Europe, con sede nello stato americano del Delaware, mentre la Ccr in Italia è domiciliata presso lo studio legale Bonelli di Milano. L’iscrizione alla Camera di commercio di Milano porta il numero di repertorio 1649311 e risulta attualmente inattiva. Il 25 aprile, il presidente della Ccr George Edward Reese, vicepresidente della Crown Castle, ha firmato con la Rai il contratto che lega le due società. Due giorni dopo, tre dalla costituzione della Ccr, Reese è stato nominato presidente dall’assemblea dei soci di Rai Way.
9. Cassazione: Verde telefona a Marvulli, "ritirati". È serrata la lotta per la nomina del nuovo primo presidente della Cassazione. Il centrosinistra compatto tifa per Francesco Favara, attualmente procuratore generale della Cassazione, così come parte del Csm. Anche il vicepresidente del Consiglio superiore Giovanni Verde non fa mistero di preferirlo agli altri candidati e soprattutto a Nicola Marvulli, procuratore generale di Genova, che gode invece dei favori della quinta commissione, quella per gli incarichi direttivi, del Csm. Verde, sabato scorso, ha chiesto al magistrato di Genova di rendere più facile la decisione del plenum a favore di Favara, ritirando la candidatura a primo presidente. Marvulli per tutta risposta ha anticipato che invierà ulteriore documentazione sulla propria carriera per dimostrare che possiede per quell’incarico tutti i requisiti previsti dalla legge. Il magistrato che più di tutti avrebbe potuto concorrere per quel posto, e aveva presentato domanda, era Corrado Carnevale: la condanna, giovedì scorso, della sezione speciale del tribunale d’appello di Palermo lo ha tagliato definitivamente fuori. Nonostante la inconsueta sortita di Verde, Marvulli rimane in lizza e può contare su buona parte della magistratura non schierata politicamente e sui moderati del Csm. E secondo alcuni magistrati, l’iniziativa di Verde farebbe parte di un più ampio disegno volto a promuovere procuratore generale presso la Cassazione Mario Delli Priscoli, attuale presidente di sezione, fortemente sponsorizzato dalla sinistra. Per questo serve rendere libero per Favara l’unico posto per il quale il magistrato lascerebbe l’incarico attualmente ricoperto.