direttore Lino Jannuzzi

Anno IV - supplemento al n. 115/24                                                      22.6.2001

1. Fiducia: Rutelli marca le distanze dagli ultrà - 2. www.governo.it: Berlusconi chi? - 3. Giunta delle elezioni di Montecitorio, se il buon giorno… - 4. Prima dell’inizio dell’anno scolastico il voto sul federalismo? - 5. Della Vedova versus Pannella - 6. Per Zaccaria la Rai deve fare opposizione in quanto servizio pubblico - 7. Rai, aria di tempesta e di accordi sotterranei e trasversali - 8. Santoro, un pretesto per accelerare la crisi del Cda? - 9. Viminale: lo stop di Scajola al riordino - 10. Scajola taglia 80 servizi di scorta (su tremila) - 11. Vertici militari e della sicurezza: l’ora delle pagelle - 12. G8: poliziotti pronti alla protesta

1. Fiducia: Rutelli marca le distanze dagli ultrà. La conclusione del dibattito parlamentare sulla fiducia ha fatto emergere anche nelle aule parlamentari, e in particolare in quella di Montecitorio, la diversità di accenti tra i leader dell’opposizione. In particolare, la distanza che aumenta tra le impostazioni di Francesco Rutelli e quelle dei leader meno disposti a riconoscere la legittimità della vittoria della Cdl e la necessità di creare le condizioni di un confronto civile e non pregiudiziale tra centrodestra e centrosinistra. Le parole e i toni usati da Rutelli sono apparsi in netto contrasto con quelli dei Violante (che si è reso persino protagonista di una sceneggiata per una breve assenza del presidente del Consiglio dai banchi del governo), dei Diliberto, dei Visco o dello stesso Pierluigi Castagnetti. Rutelli, lo sconfitto del 13 maggio, sembra essere, tra gli esponenti più autorevoli dell’Ulivo, forse il solo (con l’eccezione di Piero Fassino) disposto a prendere atto di cosa significhi, anche in prospettiva, il cambiamento di stagione determinato dal voto popolare. E quali insegnamenti trarne. Sul Colle, sono soddisfatti. Berlusconi forse penserà che la telefonata fatta allo sconfitto dopo il voto non è stata inutile. Tra i Ds, sono invece in molti a guardare a Rutelli con sempre maggiore insofferenza.

Fiducia (due). Il federalismo del Cs sarà riformato. Silvio Berlusconi ha confermato, nella replica al dibattito sulla fiducia alla Camera, che la Cdl comunque riformerà la riforma federalista "parziale e solitaria" lasciata in eredità dal centrosinistra. Anche se il tema del referendum non è stato toccato in modo esplicito - e diventerà argomento di confronto nella Cdl e nel governo da lunedì - sembra di capire che sarà comunque evitata la tentazione di forzare le norme che impongono la celebrazione della prova referendaria in autunno. Starebbe dunque prendendo quota l’impostazione di quanti suggeriscono di trovare il modo di depotenziare la consultazione, senza sospenderla o rinviarla, anticipando le linee sulle quali la maggioranza comunque determinerà, subito dopo il voto, cambiamenti sostanziali dell’ordinamento. All’insegna del trasferimento di poteri dello Stato alle regioni e dell’evoluzione presidenzialista del sistema costituzionale.

2. www.governo.it: Berlusconi chi? Cosa è successo al sito internet della presidenza del Consiglio dei ministri? Se la regola base di ogni sito che si rispetti è quella di essere aggiornato in tempi rapidi, se non rapidissimi, allora c’è da preoccuparsi. Eccome. All’indirizzo www.governo.it lo sventurato navigatore che voglia sapere tutte le novità sul nuovo governo rimarrà amaramente deluso. A ben otto giorni dal giuramento di Silvio Berlusconi nelle mani del presidente della Repubblica, l’home page dedicata al presidente del Consiglio è praticamente deserta. Ma seguiamo il percorso punto per punto. Il link "biografia del presidente" si esaurisce con il luogo e la data di nascita del Cavaliere (Milano, 29 settembre 1936) e con l’incarico ricoperto: "presidente del Consiglio dei ministri". Il link successivo, "collaboratori", è vuoto. Idem per la voce "dichiarazione programmatica". Sotto il titolo "attività internazionale" dovrebbe esserci un dossier piuttosto nutrito, visti i recenti incontri di Berlusconi a Bruxelles e a Göteborg, ma di quel dossier c’è solo il titolo: "dossier", appunto. Veniamo al capitolo "agenda": è fermo al giorno del giuramento, l’11 giugno. Quanto a "interventi e interviste", zero assoluto. Lo stesso per "foto" e "audiovisivi": neanche l’ombra di un’immagine di Berlusconi. In compenso, spiccano ben 97 file raffiguranti il predecessore, Giuliano Amato, in tutte le pose e con tutti i capi di governo del mondo. Interpellato, l’ufficio internet di palazzo Chigi rivela il motivo di tanto ritardo: "Finché non sarà nominato il segretario generale che a sua volta nominerà il nuovo responsabile del sito (che non è più Stefano Menichini, come invece indica la scheda del web) nessuno si prende la responsabilità di inserire dati e foto", spiega un funzionario, che aggiunge: "La prassi di aggiornamento di solito è più spedita ma, sa com’è, per gli ultimi tre governi è stato facile perché erano tutti di centrosinistra e la gente era più o meno sempre la stessa, ma adesso qui è cambiato tutto!".

3. Giunta delle elezioni di Montecitorio, se il buon giorno… Si è svolta all’insegna del bon ton la prima riunione della Giunta per le elezioni di Montecitorio. La maggioranza, dopo aver eletto il popolare Antonello Soro alla presidenza - rispettando le consuetudini che assegnano a un esponente dell’opposizione la guida delle commissioni di garanzia - ha accettato di modificare l’ordine del giorno. E ha consentito la convalida di un gruppo di deputati dell’opposizione - risultati eletti dopo l’esercizio delle diverse opzioni - che rischiavano di non poter partecipare al dibattito sulla fiducia. La speranza della Cdl (che in Giunta conta su 17 membri su 30) è che il buon clima dell’inizio non si guasti quando dovrà essere affrontata, e risolta, la questione dei 14 seggi fantasma che FI non ha potuto coprire per mancanza di candidature sufficienti nelle liste proporzionali. Una questione complessa, come lo sono quelle legate ai ricorsi di Lega e Italia dei valori, che sostengono di avere superato la soglia di sbarramento del quattro per cento, e le denunce di quanti ritengono che Francesco Rutelli debba essere considerato ineleggibile, perché non ha rispettato la legge che gli imponeva di dimettersi da sindaco di Roma sei mesi prima della scadenza della legislatura.

4. Prima dell’inizio dell’anno scolastico il voto sul federalismo? In attesa dello "spintone" sul federalismo annunciato da Umberto Bossi, sembra ormai acquisita la decisione del governo di non predisporre alcun provvedimento legislativo per bloccare l’iter del referendum confermativo sulla riforma del centrosinistra. Una decisione obbligata, che tuttavia prelude, appunto, se non allo "spintone", a un’iniziativa tesa a neutralizzarne la portata e a non compromettere la possibilità di dare vita a un reale processo di riforma federalista dell’ordinamento e di devolution dei poteri dallo Stato alle regioni. È questo, sul fronte delle riforme istituzionali, il primo appuntamento per la Cdl e per il governo di Silvio Berlusconi. Che per quanto abbia tenuto un tono soft nel discorso di apertura del dibattito sulla fiducia, non ha certo fatto passi indietro rispetto agli obiettivi previsti dal programma elettorale, neppure sul terreno istituzionale: federalismo e presidenzialismo restano i cardini del progetto di ammodernamento dell’ordinamento. A questo punto, per il governo si tratta di decidere quando fissare la data della consultazione referendaria. I comizi possono essere convocati tra i 50 e i 70 giorni dalla data di pubblicazione del decreto sulla Gazzetta ufficiale. Il limite non valicabile è la metà di ottobre. Non è escluso che, per evitare disagi al mondo della scuola, il referendum possa essere indetto prima dell’avvio del nuovo anno scolastico, all’inizio di settembre. Subito dopo, quale sia l’esito della consultazione (resta peraltro in piedi l’ipotesi che in contemporanea possano svolgersi referendum consultivi promossi dalle regioni sul tema della devolution), la Cdl darà comunque il via a un processo di riforma e integrazione della riforma federalista del centrosinistra secondo le linee prospettate agli elettori.

5. Della Vedova versus Pannella. "Avremmo dovuto cercare un’alleanza con la Casa delle libertà, senza rinunciare a far valere le posizioni che ci differenziano". Benedetto Della Vedova, eurodeputato della Lista Bonino, ha scelto la tribuna di Radioradicale per introdurre, nel confronto aperto da Marco Pannella sull’insuccesso elettorale e sulle prospettive del partito, una riflessione critica che farà discutere. Della Vedova è andato oltre. Pannella pochi giorni fa aveva criticato duramente Giulio Tremonti e Antonio Marzano, mettendo in discussione la connotazione di economisti attenti alle ragioni del mercato e all’esigenza di liberalizzare il sistema. Della Vedova dissente. Pur ammettendo che i dubbi sono leciti, si è infatti dichiarato convinto che esiste la possibilità, grazie alla presenza nel governo di Tremonti e Marzano, di una politica economica che abbia un’impronta liberale. Il Comitato radicale convocato per il 12 luglio a Roma sarà l’occasione per verificare se le posizioni di Della Vedova siano tali da suscitare un dibattito che corregga il giudizio di Pannella e ne metta in discussione scelte e strategia.

6. Per Zaccaria la Rai deve fare opposizione in quanto servizio pubblico. "Siccome oggi c’è un governo di centrodestra, la Rai, che fa servizio pubblico, deve stare all’opposizione". Così si è espresso ieri in una riunione informale Roberto Zaccaria, presidente dell’azienda televisiva di Stato. Una battuta che spiega quanto sia tesa la situazione e aperta a ogni possibile sviluppo. Il consiglio d’amministrazione sta cercando di venire a capo di un problema all’apparenza insolubile. I due consiglieri di sinistra (Stefano Balassone e Vittorio Emiliani) e il presidente stanno cercando di imporre una striscia di informazioni quotidiana in seconda serata, su Raidue, condotta da Michele Santoro e Piero Chiambretti. E di farne la questione pregiudiziale del consiglio, da affrontare prima di procedere alle nomine delle cariche vacanti nella Rete uno e al vertice del Tg3. Contro questa ipotesi si sono pronunciati i manager aziendali, il direttore generale Claudio Cappon, e i due consiglieri - Alberto Contri e Giampiero Gamaleri - espressione dello schieramento politico che nella passata legislatura era in minoranza in Parlamento. Un braccio di ferro senza esito potrebbe portare alla crisi e alle dimissioni del Cda.

7. Rai, aria di tempesta e di accordi sotterranei e trasversali. Forza Italia puntava e punta ad affrontare non prima della conclusione del G8, e comunque non a tamburo battente, la crisi della Rai, ma non è detto che il partito di maggioranza possa veder soddisfatta questa aspettativa. I tempi potrebbero subire un’accelerazione improvvisa per quanto sgradita a via del Plebiscito. La trama è complessa e lo scontro in queste ore ruota intorno all’ipotesi di mandare in onda una striscia di informazione su Raidue, condotta da Michele Santoro con Piero Chiambretti a fargli da spalla. La maggioranza del Cda Rai - in particolare il consigliere Stefano Balassone, ma anche Vittorio Emiliani - sostiene con grande convinzione la proposta, con l’evidente obiettivo di creare un format omogeneo alle impostazioni dell’opposizione di sinistra all’interno del cosiddetto servizio pubblico. Un format che - dal punto di vista aziendale - sarebbe in diretta concorrenza con Porta a Porta, a sua volta già in concorrenza, almeno per quanto riguarda l’offerta di quella fascia oraria, con il Costanzo show. È dunque evidente il significato non aziendale ma politico della proposta. La logica aziendale imporrebbe infatti di tutelare la trasmissione di Bruno Vespa e di collocare eventualmente la striscia di Santoro e Chiambretti in un’altra fascia oraria. Proprio a questa logica, del resto, si è richiamato con vigore il direttore generale Claudio Cappon, che ha rivendicato i poteri e le competenze della direzione generale rispetto allo stesso Cda, in materia di palinsesti e dintorni. E Cappon ha tutta l’intenzione di stoppare Balassone con un argomento anche economico: la striscia costerebbe una decina di miliardi e non sarebbe facile reperire questa somma in un bilancio in condizioni non certo brillanti come è quello della Rai in questo momento. Cappon quindi contro Balassone. Lo stallo potrebbe essere definitivo.

8. Santoro, un pretesto per accelerare la crisi del Cda? Ma qui entra in ballo un secondo risvolto. Qualcuno ai vertici della Rai ha un sospetto: Balassone (già sottoposto a forti pressioni da parte di ambienti diessini) e Vittorio Emiliani porrebbero con forza la vicenda Santoro-Chiambretti (con tale forza da farne una questione pregiudiziale rispetto alle stesse nomine che dovrebbero essere varate per coprire le poltrone vacanti: direzione di Raiuno e direzione del Tg3) per creare il casus belli e accelerare la crisi del Cda. Balassone e Emiliani potrebbero cioè decidere di dare le dimissioni dal Consiglio e quindi mettere lo stesso Roberto Zaccaria (da sempre molto "attaccato" al ruolo presidenziale) di fronte a una situazione senza via di uscita. Balassone ed Emiliani potrebbero, in questa operazione, trovare una sponda anche in qualche settore del centrodestra. Alla fin fine, si sussurra a viale Mazzini, mentre Forza Italia ha un forte interesse a rinviare all’autunno la definizione delle vicende della Rai, a quando cioè sarà stato incardinato l’iter del provvedimento legislativo per disciplinare il conflitto di interessi, Alleanza nazionale potrebbe subire la tentazione di un blitz immediato, per giocare la partita in parallelo con i Ds, l’altro partito fortemente radicato nell’azienda.

9. Viminale: lo stop di Scajola al riordino. Molte delle ultime iniziative dei ministri del centrosinistra, soprattutto quelle concepite per mettere il nuovo governo davanti al fatto compiuto, saranno bloccate. Anche al ministero dell’Interno. Enzo Bianco ha lasciato una pesante eredità nascosta nelle pieghe del Dpr n. 208, vale a dire il "Regolamento per il riordino della struttura organizzativa delle articolazioni centrali e periferiche dell’amministrazione della Polizia di Stato". E Claudio Scajola, il neoministro, ha intenzione di sospendere tutto. Il regolamento emesso il 22 marzo scorso ha avuto una vita molto movimentata: è passato al vaglio della Corte dei conti con mille difficoltà e grazie alle pressioni forti e continue sia del dipartimento della polizia di Stato sia del ministro Bianco. Il 5 giugno scorso, a tempo di record, è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale. Due giorni dopo è stata varata la circolare a firma del capo della polizia per passare alla fase operativa. Se ne occupa in prima persona il direttore generale delle specialità, Alessandro Pansa, che vorrebbe entro il 5 settembre dare attuazione al Dpr. Ma il ministro dell’Interno non intende abdicare e farsi imporre, di fatto e in piena estate, una ristrutturazione radicale degli uffici e delle competenze, sia territoriali sia normative. Sa bene, Scajola, che la ristrutturazione organizzativa nasconde in realtà i piani di alcune cordate, molto potenti al ministero dell’Interno dopo l’avvento del centrosinistra e impegnate a consolidare il loro ruolo. Il tentativo di Bianco sembra quindi essere stato sventato e il neoministro dell’Interno è pronto a rivedere gli orientamenti fin qui emersi e pronti a essere eseguiti dalla burocrazia ministeriale, riaprendo il tavolo sia in sede tecnica sia in sede sindacale. I sindacati, Sap e Siulp in testa, sono stati fino a oggi i critici maggiori dei programmi ministeriali. Ma anche la Corte dei conti non è stata a guardare, tanto che recentemente ha bocciato la nuova organizzazione delle direzioni centrali del dipartimento che prevedeva la moltiplicazione delle segreterie personali e l’aumento degli addetti per spese e ruoli definiti troppo onerosi.

Le sorprese di un computer… Prima di mettere mano a una nuova organizzazione, anche territoriale, del ministero dell’Interno, si dovranno approfondire i ruoli che le varie specialità del dipartimento della polizia di Stato dovranno svolgere. Finora sindacati, funzionari e amministrazione non hanno quasi mai concordato su nulla. E si litiga da tempo perfino sul futuro della polizia della strada, che oggi ha meno addetti rispetto a trent’anni fa, nonostante le strade siano aumentate e i veicoli circolanti si siano decuplicati. Anche sulle nuove specialità non c’è un progetto unitario e condiviso. La nuova polizia delle comunicazioni fa troppe cose e finisce con essere soltanto un grande fabbricatore di fascicoli. Ce ne sono a migliaia inviati ai garanti della privacy e delle comunicazioni, con effetti quasi nulli, perché questi ultimi non sono in grado di evadere in tempi ragionevoli tante pratiche. Perfino la lotta alla pedofilia via internet non si sa come gestirla: la polizia delle comunicazioni ha aperto migliaia di fascicoli, spinta dall’opinione pubblica e dalle prese di posizione di alcuni battaglieri sacerdoti, che hanno accusato il passato governo di scarsa attenzione al problema. Dai vari centri della polizia delle comunicazioni, ubicati nei capoluoghi regionali, partono per Roma ogni giorno centinaia di segnalazioni che non sempre riescono a ottenere la giusta valutazione. Come è accaduto recentemente quando, nel corso di una operazione di polizia per scoprire chi minacciava attraverso il computer un parlamentare, i poliziotti hanno appurato che proprio da quel computer erano stati fatti diversi collegamenti con un sito pedofilo.

10. Scajola taglia 80 servizi di scorta (su tremila). Il nuovo ministro dell’Interno Claudio Scajola vuole affrontare i tanti problemi della sicurezza e dell’ordine pubblico con metodi e iniziative diversi da quelli che altri ministri e soprattutto l’ultimo, Enzo Bianco, hanno utilizzato. Intanto parlerà pochissimo, non rilascerà interviste e si sta organizzando per evitare quelle fughe di notizie e quelle gaffe che hanno caratterizzato le gestioni Iervolino e Bianco. Dopo aver deciso che bloccherà il Dpr 208 (vedi il VeLino di ieri) e di voler rivedere la riorganizzazione sul territorio della polizia, ha affrontato l’uso indiscriminato delle auto delle polizia. Il nostro Paese vanta il record mondiale del numero di personalità scortate. Un universo inestricabile di favoritismo e a volte di vera e propria illegalità. Il neoministro in pochi giorni ha già fatto sopprimere 80 scorte, ma ne rimangono ancora circa tremila. Ma non sarà facile abolirle perché la maggioranza ufficialmente non esiste. Infatti il dato statistico redatto dal servizio scorte del Viminale indica cifre di gran lunga inferiori, non più di trecento personalità scortate in tutto il Paese (sempre tante rispetto ad altre nazioni). Scajola ha già chiesto di essere aggiornato sui dati e sulle personalità che godono della protezione delle forze dell’ordine, ma finora ha ottenuto soltanto dati ufficiali e quindi molto parziali. In Italia, il ministro dell’Interno non è nelle condizioni di sapere quante auto delle forze di polizia e quanti uomini vengono utilizzati nei servizi di vigilanza di uomini politici e magistrati (nella maggior parte dei casi), perché esiste un’ampia discrezionalità.

I poliziotti adibiti a scorte sono un po’ più di tremila, sparsi nella penisola, secondo gli uffici del Dipartimento della polizia di Stato. Invece, secondo i dati dei sindacati maggiori, Siulp e Sap, le scorte assorbirebbero quasi il dieci per cento degli oltre centomila poliziotti, ai quali bisogna aggiungere un migliaio dei carabinieri, cinquecento della Guardia di finanza e duecento della polizia penitenziaria. Un piccolo esercito, che sfugge a un razionale controllo del ministero dell’Interno. Perfino sulle auto-blu al ministro non giungono dati reali. Infatti nelle statistiche interne del Viminale non si fa alcun cenno agli automezzi che ogni giorno lasciano i servizi attivi delle questure per essere utilizzati da questa o quella personalità. E così almeno 2500 persone ogni giorno vengono trasportate a spese dello Stato e senza che la decisione sia passata al vaglio dei responsabili politici del ministero dell’Interno. A Roma esistono tre autoparchi, due gestiti direttamente dal Viminale e uno dalla questura. Ma in realtà ogni giorno anche i distretti di polizia, nonché le caserme dei carabinieri e delle fiamme gialle, forniscono auto per decine di scorte o tutele. Il neoministro ritiene che siano maturi i tempi per rivedere la concessione di uno dei benefit più ambiti e vuole fare un censimento globale su tutte le auto e su tutti gli uomini delle forze di polizia impegnati in questo settore. Nel frattempo, l’ex ministro dell’Interno Enzo Bianco continua a volare da e per Catania, utilizzando gli aerei privati dei servizi segreti: glielo consente una norma che prevede l’uso di questi velivoli per un anno al ministro uscente. Ma c’è da ricordare che né Giorgio Napolitano né Rosa Russo Jervolino si erano mai avvalsi di questa costosa facoltà.

11. Vertici militari e della sicurezza: l’ora delle pagelle. Gli avvicendamenti ai vertici dei servizi di sicurezza e delle forze di polizia, dei carabinieri e della polizia di Stato soprattutto, non avverranno in tempi brevissimi. C’è da superare il vertice del G8 a Genova e nessun ministro dell’Interno, come nessun governo se la sentirebbe di cambiare il capo della polizia o dei carabinieri in un momento così delicato. Non foss’altro perché a quel punto si assumerebbe doppie responsabilità politiche su quel che potrà accadere nella città ligure a fine luglio. Nessuna fretta quindi, anche se il progetto esiste e il piano di ricambio è già partito. G8 a parte, il governo non può che agire con la massima prudenza e stando molto attento agli umori del Quirinale. Nessuna legge scritta, ma è prassi ormai consolidata che, così come si fa con l’elenco dei ministri, il presidente del consiglio sulle candidature ai vertici delle forze armate presenti la lista al capo dello Stato. È lui a dire l’ultima parola. Anche se Carlo Azeglio Ciampi in questo settore non ha l’esperienza dei predecessori (sia Oscar Luigi Scalfaro sia Francesco Cossiga infatti erano stati ministri dell’Interno) ha dimostrato di non voler abdicare al ruolo che la consuetudine gli assegna. Si fida molto dei tre maggiori consiglieri, quello degli affari militari, l’ammiraglio Sergio Biraghi, quello per gli affari interni, il prefetto Alberto Ruffo, nonché dell’ex direttore della Dia, il generale dei carabinieri Giuseppe Tavormina. Ma ancor di più si fida di uno dei principali collaboratori e amico di vecchia data, Andrea Manzella. Fu lui che, con il generale Roberto Jucci, formulò a Romano Prodi il primo progetto di riforma dei nostri servizi segreti. Un progetto condiviso dal neo-ministro dell’Interno Claudio Scajola e da un grande esperto qual è Cossiga, ma osteggiato da settori di Forza Italia che vorrebbero un servizio segreto unico, quasi un vero e proprio ministero della sicurezza, da affiancare a quello dell’Interno e della Difesa. Dati per scontati i cambi ai vertici di Sisde e Sismi entro l’estate, ci vorrà più tempo per l’arma dei carabinieri, per il Viminale e per alcune specialità delle forze armate.

Il nuovo capo di stato maggiore dell’esercito, Gianfranco Ottogalli, è troppo fresco di nomina per poter essere sostituito. Non dovrebbe avere problemi con il ministro della Difesa Antonio Martino. Ottogalli, infatti, all’atto dell’insediamento due settimane fa, ha detto che terrà l’esercito fuori dalle polemiche politiche, differenziandosi nei fatti dal predecessore, Francesco Cervone, giudicato troppo vicino alla sinistra. Nell’Aviazione, il comandante Andrea Fornasiero farà le valigie entro un anno. Anche la Marina subirà profondi rinnovi. Negli ultimi anni è stata la specialità dell’esercito maggiormente gratificata: l’ammiraglio Guido Venturoni è andato a presiedere il comitato militare delle forze Nato a Bruxelles. L’ammiraglio Battelli, ex capo di gabinetto del ministro della Difesa Beniamino Andreatta, ha resistito alla direzione del Sismi. Il consigliere militare del Quirinale è l’ammiraglio Sergio Biraghi. Il suo collega Gianpaolo Di Paola è stato promosso alla segretaria generale dello stato maggiore, un ufficio dal quale si controllano gli armamenti e i rapporti con le multinazionali italiane e straniere che si occupano di forniture militari, anche elettroniche e spaziali. Per la quarta arma, quella dei Carabinieri, il cambio al vertice pone molti problemi. Il fatto che l’attuale comandante, il generale Sergio Siracusa, abbia ottenuto ben due proroghe dal governo ha creato una strozzatura, una specie di imbuto dove si affollano molti generali. In lista d’attesa ce ne sono almeno quattro: Giuseppe Orofino, Carlo Ciacci, Guido Bellini e Roberto Speciale. Quest’ultimo sembra avere qualche chance in più degli altri tre. Ma il Cavaliere su questa nomina agirà con la massima cautela e ascolterà prima di decidere alcuni alti ufficiali dell’arma verso i quali nutre una grande fiducia e che nelle ultime settimane ha visto con frequenza.

12. G8: poliziotti pronti alla protesta. I poliziotti sono pronti a fare una contromanifestazione prima del G8 se non avranno le garanzie chieste al capo della polizia e al ministero fin dal 6 febbraio scorso. Anche il presidente del Consiglio è stato informato al ritorno da Göteborg dei forti malumori espressi da questori e sindacati di polizia sulla gestione delle manifestazioni di piazza. Le proteste delle forze di polizia subirono una forte accelerazione all’indomani degli incidenti che scoppiarono a Napoli nel gennaio scorso. Il questore e i reparti mobili furono accusati dai Verdi e da Rifondazione comunista di aver usato i manganelli e di aver ripetutamente caricato i manifestanti antiglobalizzazione, provenienti per lo più dai centri sociali vicini alla sinistra. Il ministro dell’Interno Enzo Bianco, nel tentativo di mantenere un buon rapporto con Fausto Bertinotti con il quale Francesco Rutelli stava cercando di chiudere un accordo elettorale per le elezioni del 13 maggio, chiese e ottenne il pronto intervento del capo della polizia. Nonostante le rimostranze dei sindacati di polizia e il rapporto del questore di Napoli Nicola Izzo, Gianni De Gennaro fu costretto a inviare a tutti i questori una circostanziata circolare sul comportamento delle forze dell’ordine nelle manifestazioni.

La circolare riservata, nr. 555.O.P./ 305/ 2001/ R, intima agli agenti di usare lacrimogeni e manganelli soltanto in casi di esplicita e circostanziata autorizzazione del responsabile dell’ordine pubblico, il quale comunque deve attendere disposizioni dall’alto: "Qualora nel corso delle manifestazioni e degli eventi sportivi dovessero verificarsi o rendersi necessari interventi dissuasivi con l’uso di sfollagente o di artifici lacrimogeni, fermo restando il consueto flusso informativo con il centro operativo della segreteria di questo dipartimento, le SS.LL, appena le condizioni operative lo consentiranno, avranno cura di far aggiornare, per gli aspetti di reciproco interesse, il funzionario della Direzione centrale di prevenzione e dell’Ufficio ordine pubblico". Ordini che secondo molti questori e sindacalisti non tengono assolutamente conto delle reale condizione in cui si svolgono certe manifestazioni di piazza. Ma a parte l’aspetto squisitamente burocratico, la circolare da mesi è contestata nella sua legittimità e ne viene chiesta la revoca. L’accusa è che la circolare ha un significato quasi esclusivamente politico e ha creato la sfiducia nei reparti che non si sentono tutelati né dal ministero né dal governo, anche perché si è perfino verificato il caso che alcuni parlamentari di sinistra si siano rivolti alla magistratura ordinaria per perseguire i poliziotti in servizio di ordine pubblico. D’altro canto il centrosinistra, dopo aver svuotato le Digos ai tempi della gestione del ministro Giorgio Napolitano, ha reso i reparti mobili, specializzati per gli interventi a tutela dell’ordine pubblico, poco professionali, poco addestrati e mal pagati. Ai poliziotti addetti non si riconoscono più da tempo gli straordinari a forfait che erano un piccolo incentivo economico per uno dei servizi in polizia più disagevoli. Perfino sul piano delle dotazioni in questi ultimi anni i governi hanno risparmiato.

"Cavaliere, così non va". In una lunga memoria fatta pervenire direttamente al premier da alcuni esponenti dei poliziotti, si sostiene infatti che le forze dell’ordine sono le uniche a non essere mai state dotate degli idranti, che hanno effetti positivi per mantenere l’ordine e non creano danni alle cose e alle persone; i poliziotti in Italia non hanno neppure le semplici cavigliere per la difesa passiva. Al contrario, e in violazione delle leggi esistenti, ai questori il Viminale ha dato disposizione di non contrastare l’uso di caschi e bastoni da parte dei manifestanti i quali possono perfino presentarsi in piazza muniti di camere d’aria che rendono inutile l’uso dei manganelli. Negli ultimi scontri avvenuti a Napoli e a Roma, i poliziotti costretti a farsi medicare sono stati molti di più dei manifestanti, al contrario di quanto accade in tutti i paesi dell’Ue dove di solito i poliziotti feriti sono pochissimi. Un clima da anni ‘60, sostengono alcuni sindacati di polizia, lo stesso clima di quando era quasi lecito pestare i poliziotti. Ma questa volta il governo è stato informato che i poliziotti non sono disposti a subire. Il documento preoccupa il Cavaliere, che ne conosceva il contenuto fin dalla partenza, la scorsa settimana, per Bruxelles, tanto che ha autorizzato il ministro dell’Interno a portare in Liguria anche più dei 18 mila uomini previsti fino a oggi dal capo della polizia e dal questore di Genova, Francesco Colucci, che sarà operativamente il responsabile della sicurezza del G8.