
direttore Lino Jannuzzi
Anno IV - supplemento al n. 110/23 15.6.2001
1. Bossi incontra Ciampi e capisce che il referendum è inevitabile 2. Berlusconi ai sindacati: cerco l’intesa. Ciampi applaude 3. Ciampi, Berlusconi e la transizione costituzionale 4. Rai: Zaccaria si aggrappa alla triade istituzionale 5. Pisanu: "La scelta che mi riguarda decisa subito dopo il voto" 6. Magistrati fuori ruolo: i nervi scoperti di Violante 7. Rifondazione fa gruppo alla Camera, stoppato Cossutta 8. Livia Turco e l’"impazzimento" della Quercia 9. Caianiello: Berlusconi non è in conflitto per ‘toghe sporche’ 10. Deludente il nuovo governo? Pasquino e Romano dissentono
1. Bossi incontra Ciampi e capisce che il referendum è inevitabile. Umberto Bossi ha preso atto che è costituzionalmente impossibile evitare il referendum sulla riforma federalista votata dall’Ulivo alla fine della legislatura con soli quattro voti di maggioranza. È verosimile, anche se mancano conferme ufficiali, che Ciampi - nel colloquio di un’ora e venti minuti che ha avuto questa mattina con il ministro della devolution - abbia fatto presente che non c’è alcuna possibilità di un suo intervento per bloccare l’iter della consultazione. Un’ipotesi suffragata da quanto ha ribadito questa mattina Antonio Maccanico, che conserva con Ciampi un ottimo rapporto. L’ex ministro del governo Amato ha chiarito con solidi argomenti che non c’è alcuna possibilità di sospendere la consultazione. E su questa stessa linea si era espresso, con il VeLino, Antonio Baldassarre. Con qualche disinvoltura, alcuni leghisti avevano invece pensato che potesse essere applicata anche a un referendum costituzionale la normativa che rinvia di un anno un referendum qualora nello stesso anno si tengano elezioni politiche. Ma il referendum costituzionale deve essere celebrato in tempi certi, proprio perché interviene su una materia già deliberata dal Parlamento che non può essere tenuta in sospeso oltre i termini previsti dalla legge. E il presidente della Repubblica non ha alcun potere di intervento su questa materia. Il governo ha dunque tempo 60 giorni per fissare la data della consultazione, che si terrà tra i 50 e i 70 giorni successivi alla pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale del decreto che indice i comizi. Verosimilmente, si voterà tra metà settembre e metà ottobre. La Cdl, a questo punto, deve decidere in che modo affrontare questa scadenza. È fondata l’ipotesi che non sceglierà la linea dello scontro. Ma saranno confermate, non soltanto da Bossi, tutte le riserve sul testo votato dal centrosinistra. Quasi certamente sarà dunque annunciata l’intenzione di ripresentare, quale sia l’esito del referendum, gli emendamenti che furono bocciati nel corso del dibattito parlamentare. In questo modo, l’eventuale vittoria del sì sarà depotenziata. Gioca a favore del centrosinistra infatti la norma che curiosamente non prevede la necessità del quorum per garantire validità al risultato.
2. Berlusconi ai sindacati: cerco l’intesa. Ciampi applaude. Con il debutto internazionale di Silvio Berlusconi a Bruxelles, ha fatto notizia oggi il messaggio che il premier ha inviato al congresso della Cisl. Ha colpito, in particolare, il riferimento da lui fatto al "valore ineludibile della coesione sociale" e l’impegnativa affermazione che il dialogo sociale è "elemento centrale della costituzione materiale del nostro Paese". Carlo Azeglio Ciampi, che è stato lo strenuo sostenitore della necessità della concertazione, avrà avuto un motivo in più per compiacersi: la sintonia istituzionale, anche su questo terreno, tra presidente e premier, appare sempre più solida. Anche Roberto Maroni, nella prima intervista rilasciata come ministro del Welfare e del Lavoro, si era mosso nella sostanza sulla stessa lunghezza d’onda. Con la sottolineatura che comunque spetta al potere politico, alla fine del confronto, prendere le decisioni. Ciò che conta è però l’approccio e la volontà di non cercare con il sindacato uno scontro pregiudiziale. Anzi, sul modello spagnolo della Moncloa, la conclamata volontà di perseguire l’intesa. Cisl e Uil hanno reagito positivamente alle parole del leader della Cdl. La Cgil è più guardinga. Guglielmo Epifani, segretario generale aggiunto della Cgil, osserva: "Un invito al dialogo è sempre benvenuto, ma non bastano le pur importanti indicazioni di metodo: lo sviluppo del dialogo dipenderà in gran parte dalle scelte concrete che il governo farà. Nel programma elettorale della Cdl vi erano molti punti su cui non concordavamo, valuteremo il discorso programmatico del presidente e poi il Dpef".
3. Ciampi, Berlusconi e la transizione costituzionale. Il giudizio sul nuovo governo Berlusconi divide la sinistra e raccoglie consensi negli esponenti del blocco sociale di riferimento della Cdl. Forse non poteva essere diversamente. Ma i giudizi frettolosi espressi da alcuni leader dell’Ulivo hanno colpito negativamente anche intellettuali e analisti che fanno riferimento all’opposizione. La fretta con la quale dirigenti di spicco dei Ds e della Margherita hanno liquidato il nuovo esecutivo definendolo di basso profilo in realtà evidenzia un ulteriore segnale delle difficoltà in cui versa il centrosinistra dopo una sconfitta di cui, evidentemente, non è ancora stata colta la portata. Hanno infastidito il Colle, invece, alcune osservazioni critiche al comportamento istituzionale del presidente del Consiglio, per il riferimento che ha fatto - ricevuto l’incarico - al collegamento tra la nomina e il responso delle urne. Anche Carlo Azeglio Ciampi, infatti, prima di Berlusconi, era stato esplicito nel collegare l’incarico all’indicazione del voto. Aveva detto testualmente: "La Repubblica italiana progredisce nella piena normalità democratica, nell’alternanza determinata dal voto popolare". Nessuno sgarbo, dunque. Anzi. Tra Ciampi e Berlusconi, nella fase che ha preceduto la formazione del governo, non ci sono stati screzi. Anche la questione legata all’ipotesi, poi rientrata, di affidare a Roberto Maroni il ministero della Giustizia è stata infine risolta senza provocare lacerazioni. Ed è risultata infondata, considerato che quel ministero sarà guidato da Roberto Castelli, anche la voce che attribuiva al Colle l’intenzione di sollevare un veto contro la nomina di un leghista alla Giustizia. Il veto non c’era, la preoccupazione - legata all’inchiesta del pm Guido Papalia - che fosse sconveniente la nomina di Maroni, sì. Tutto si è risolto, e tutti, anche Umberto Bossi, hanno accettato il punto di vista del presidente. Anche la decisione di Berlusconi di portare a 14 il numero dei ministri con portafoglio, per sanare le aporie della legge Bassanini, non ha incontrato l’ostilità presidenziale. Se non fosse stato così, il Cavaliere non avrebbe potuto annunciare questa modifica prima ancora della riunione del consiglio dei ministri che provvederà a ripristinare i ministeri della Sanità e delle Comunicazioni. Infine, l’abbraccio tra Berlusconi e Gaetano Gifuni: il segnale che una lunga guerra anche con quello che fu il principale collaboratore di Oscar Luigi Scalfaro - almeno per quanto riguarda le intenzioni del leader di Forza Italia - è finita. I due presidenti stanno affrontando in piena sintonia questo nuovo capitolo della transizione costituzionale. Una sintonia che entrambi cercheranno di tutelare.
4. Rai: Zaccaria si aggrappa alla triade istituzionale. Le notizie filtrate dal Colle sull’intenzione della triade istituzionale (Carlo Azeglio Ciampi, Pierferdinando Casini e Marcello Pera) di favorire la creazione di un dialogo in Parlamento che renda possibile, con un corretto confronto tra gli schieramenti contrapposti, anche la ripresa del dialogo sulle riforme, ha rianimato la componente di sinistra del vertice di viale Mazzini e in particolare il presidente della Rai, Roberto Zaccaria. Il quale è convinto che stia maturando, su impulso della triade, una riforma delle procedure di nomina del consiglio di amministrazione, per portarne la composizione a nove membri: quattro designati da Camera e Senato, due dalle regioni, uno dal Cnel, uno dai rettori delle università, uno dal consiglio consultivo degli utenti. Una riforma i cui tempi di attuazione coinciderebbero con la scadenza fisiologica del mandato dell’attuale Cda, che decadrà all’inizio del prossimo anno. Quella che veniva considerata sino a ieri la priorità, ovvero la parziale privatizzazione della Rai (un impegno peraltro bipartisan, almeno stando agli impegni presi di fronte agli elettori), all’improvviso diventerebbe secondaria rispetto alla ridefinizione dei criteri di nomina del Cda, allo scopo di consentire la sopravvivenza degli attuali amministratori e del loro presidente. Le convinzioni di Zaccaria si sono trasformate in boatos. Ma né la presidenza della Camera né quella del Senato e neppure il Quirinale le hanno confermate. È comunque certo che la triade abbia qualche preoccupazione sulle procedure che porteranno all’insediamento del nuovo consiglio di amministrazione, anche se non ci sono ancora elementi sufficienti per concludere che il Cda resterà in carica, come si augura Zaccaria, sino al prossimo anno. È anche certo il giudizio negativo confermato ieri da Ciampi rispetto all’ipotesi, prospettata da esponenti del centrosinistra, che il potere di nomina del Cda passi dalle presidenze dei due rami del Parlamento al Quirinale. Ciampi non ne vuole nemmeno sentire parlare. Quanto alle decisioni che saranno prese sulla sorte di Zaccaria, più che un’eventuale riforma dei criteri di nomina del Cda, peseranno valutazioni di opportunità che dovrebbero essere definite non prima della conclusione del vertice G8 di Genova. Per la successione, il candidato più accreditato è sempre il presidente emerito della Corte costituzionale Antonio Baldassarre.
5. Pisanu: "La scelta che mi riguarda decisa subito dopo il voto". Non era sicuro che la scelta sarebbe alla fine caduta proprio su di lui, ma Beppe Pisanu fu il primo al quale il premier chiese la disponibilità a ricoprire l’incarico di ministro per l’attuazione del programma di governo. Lo ha rivelato lo stesso Pisanu, per contestare la lettura di quanti hanno intravisto nel nuovo ministero una via d’uscita individuata all’ultimo momento per far quadrare i conti tra i leader di Forza Italia che aspiravano a entrare nella compagine governativa. Si tratta, ha spiegato lo stesso Pisanu, di un incarico strategico, che ha una doppia valenza: politica e istituzionale. Politica: di fatto Pisanu rappresenterà nel consiglio di gabinetto, di cui è stato chiamato a far parte, la delegazione ministeriale di Forza Italia. Istituzionale: Pisanu dovrà garantire il raccordo tra i singoli ministeri e il premier per monitorare l’attuazione del programma di governo e segnalare problemi e difficoltà che dovessero insorgere, per porvi rimedio.
6. Magistrati fuori ruolo: i nervi scoperti di Violante. Il Berlusconi due non ha fatto a tempo ad approvare il primo decreto legge che immediatamente Luciano Violante ha dismesso i panni del leader preoccupato di garantire un confronto alto e civile e ha innescato un processo alle intenzioni, privo di fondamento. Oggetto delle polemiche dell’ex presidente della Camera e nuovo capogruppo dei deputati diessini, (riprese oggi sia dall’Ulivo in una apposita conferenza stampa sia dai magistrati di sinistra, in sede di Consiglio superiore della magistratura), la norma del primo decreto legge berlusconiano che regola i collocamenti fuori ruolo dei dipendenti pubblici, magistrati compresi, presso uffici e staff di ministri, viceministri e sottosegretari "anche in deroga alle norme e ai criteri che disciplinano i rispettivi ordinamenti". Apriti cielo: "Con questo decreto - ha detto un Violante con i nervi inspiegabilmente scoperti - l’esecutivo può avvalersi di collaborazioni di dipendenti pubblici, compresi i magistrati, senza passare per il consenso degli organi di autogoverno della magistratura, come per esempio il Consiglio superiore della magistratura". Un attacco in piena regola, condito da accuse di incostituzionalità. Dice infatti l’ex presidente della Camera: "Tutto questo è contro la Costituzione".
Ma l’ex presidente della Camera ha preso un granchio…Così Franco Frattini, ministro della Funzione pubblica, spiega gli esatti termini della vicenda: "L’equivoco nasce da una strumentalizzazione del tutto pretestuosa, anche se si può capire che l’opposizione cominci a fare da subito il suo dovere... Noi abbiamo semplicemente riprodotto una norma in vigore nell’ordinamento. Si tratta di una norma di una legge del 2000 (la legge 340 del 2000, la cosiddetta Amato-Bassanini, ndr) voluta dal presidente Amato e dal ministro Bassanini nella quale si diceva che per esigenze di un ufficio di collaborazione, esattamente come recita il nostro decreto legge, i magistrati ordinari o amministrativi sono collocati fuori ruolo. Anzi, per essere precisi, nella legge Amato-Bassanini, si diceva che i magistrati erano collocati obbligatoriamente fuori ruolo, ma noi l’avverbio lo abbiamo tolto. Quindi, se qualcuno ha interferito, ha violato o quant’altro, questo qualcuno è in primo luogo il governo della sinistra. Non mi pare però che né i magistrati né gli esponenti dell’Ulivo allora ebbero un solo fiato di preoccupazione al riguardo". La norma incriminata per direttissima da Violante era dunque già prevista nel nostro ordinamento grazie alla legge Amato-Bassanini addirittura in una forma più cogente verso i magistrati. Per eliminare ogni dubbio, comunque, Frattini e il collega di via Arenula, Roberto Castelli, hanno confermato di essere pronti a modificare il decreto legge in sede di conversione per eliminare espressioni che possano insinuare dubbi rispetto alla reale volontà dell’esecutivo, che resta ovviamente rispettosa dei principi costituzionali. Anche di quelli che prevedono - e non potrebbe essere altrimenti e nessuno nel governo ha mai pensato di mettere in discussione questo principio - che spetti al Csm autorizzare l’aspettativa o la messa fuori ruolo dei magistrati chiamati dal governo a ricoprire incarichi. Le polemiche di magistrati ed esponenti del centrosinistra hanno un preciso scopo politico.
Vietti: "Non è il decreto l’obiettivo di questa polemica". Michele Vietti, neo-sottosegretario alla Giustizia, spiega così la polemica che si è accesa: "Il documento presentato da Magistratura democratica e Verdi al Csm mira a creare un inutile allarmismo per incriminare il rapporto fra Governo e magistrati che fin dai primi passi è stato improntato al dialogo e alla collaborazione". Insomma la Cdl, con il programma di Marcello Pera, fatto proprio dal nuovo Guardasigilli Roberto Castelli, punta ad aprire importanti canali di dialogo fra governo di centrodestra e magistrati. L’ala oltranzista della magistratura e i settori politici a essa collegati hanno voluto colpire questo inizio di dialogo strumentalizzando una lettura a dir poco disinvolta del decreto governativo. Il presidente emerito della Corte costituzionale Vincenzo Caianiello intanto avverte: "Per un collocamento fuori ruolo concorrono tre volontà, quella di chi chiede il collocamento, quella di chi lo concede e quella dell’interessato. Sia chiaro però: il Consiglio superiore della magistratura non può respingere richieste di collocamento senza valide argomentazioni. Eventuali dinieghi devono essere argomentati con riferimenti specifici a ragioni plausibili".
7. Rifondazione fa gruppo alla Camera, stoppato Cossutta. Come il VeLino aveva anticipato ieri, su proposta di Pierferdinando Casini la conferenza dei capigruppo ha autorizzato all’unanimità la costituzione di un gruppo autonomo di Rifondazione comunista alla Camera dei deputati. La deroga al regolamento, che prevede un numero minimo di 20 deputati per poter dar vita a un gruppo (Rifondazione ne ha soltanto undici), è stata decisa sulla base di criteri che hanno scatenato l’ira dei Cossutta, padre e figlia, che stavano già arruolando deputati di altri gruppi allo scopo di ottenere dall’ufficio di presidenza una analoga autorizzazione. Si era già fatto avanti, come è noto, Saverio Vertone. Casini ha chiarito: "Gli elementi che caratterizzano la situazione di Rifondazione comunista non possono riproporsi in questa legislatura per altre aggregazioni politiche e pertanto non potranno comunque verificarsi in seguito le condizioni per analoghe decisioni". Gli elementi ai quali fa riferimento il presidente dell’Assemblea di Montecitorio sono sostanzialmente tre: Rifondazione ha fatto la sua richiesta all’inizio della legislatura, è una forza politica stabilmente costituita e ha partecipato alle ultime elezioni distintamente dalle principali coalizioni superando la soglia di sbarramento del quattro per cento. È dunque comprensibile la soddisfazione dei dirigenti di Rifondazione, e in particolare di Mario Giordano, capogruppo in pectore. Che ha dato atto a Casini della sua correttezza e ha commentato: "Da adesso in poi tutta la sinistra alternativa avrà un sicuro punto di riferimento a livello istituzionale. La nostra battaglia di opposizione sarà ancora più netta e radicale".
8. Livia Turco e l’ "impazzimento" della Quercia. Gustoso pranzo tra l’ex ministro diessino Livia Turco e un rappresentante della Compagnia delle opere. Al ristorante "La Taverna Antonina", a pochi metri da Montecitorio (primo tavolo a destra entrando), la Turco ha parlato con l’interlocutore di vari argomenti. Del passaggio di consegne con Roberto Maroni, della situazione interna dei Democratici di sinistra, della triste condizione logistica di un ex ministro. E di altro ancora. Dunque, il passaggio di consegne: "A volte, capisci subito quando certi incontri non servono a nulla. Maroni è arrivato lì con l’aria di uno chiamato a dirigere una bocciofila. Interesse zero per tutte le cose che gli ho detto, quasi nemmeno alzava la testa per ascoltarmi". La Turco si informa ripetutamente con l’interlocutore sui nuovi sottosegretari del ministero. Poi è inevitabile, su precisa sollecitazione, un accenno alla intricata situazione dei Democratici di sinistra. L’ex ministro ammette: "Ormai siamo davvero arrivati all’impazzimento generale, peggio di così non si può fare".
L’interlocutore le chiede: "E l’ipotesi Cofferati?". La risposta è eloquente: "Non so se arriverà Cofferati, ma in ogni caso dovrà fare i conti con noi". Dove per "noi" è evidente il riferimento all’area dalemiana, fortemente contraria al segretario generale della Cgil. Soprattutto, dice la Turco, "Cofferati porterebbe un’ulteriore lacerazione nel partito". Durante l’incontro il telefonino della fu ministro squilla ripetutamente. La Turco si scusa, dalle sue parole si intuisce la struggente nostalgia per i tempi che furono e l’irritante scomodità del presente: "Non è che io ci tenga più di tanto, ma certo che trovarsi all’improvviso senza ufficio, senza telefoni, senza staff, senza filtro, è davvero dura". L’interlocutore spiega che la Compagnia delle opere intende dialogare con tutti, e più volte la Turco si chiede ad alta voce: "Ma io che ero ministro e che ora sono all’opposizione che cosa devo fare? Come mi devo comportare?". Pochi minuti dopo si arriva al motivo reale del pranzo di lavoro: un invito al meeting di Comunione e Liberazione per un incontro pubblico cui parteciperà anche Maroni. L’accordo con la Turco è facilmente raggiunto, per il 20 agosto. Ma la fu ministro rivela qualche angoscia: "Mi raccomando, non tendetemi trappole, trattatemi bene".
9. Caianiello: Berlusconi non è in conflitto per ‘toghe sporche’. "Silvio Berlusconi, non è in una situazione di conflitto di interessi anche se, come presidente del Consiglio è parte civile nel processo in cui è imputato". Vincenzo Caianiello, presidente emerito della Corte costituzionale è molto chiaro in merito alla delicata questione che si è venuta a creare circa il processo milanese delle cosiddette "Toghe sporche". Berlusconi si trova infatti nella duplice veste di imputato (insieme a Cesare Previti per presunti pagamenti ai giudici Renato Squillante e Filippo Verde perché intervenissero a suo favore nella sentenza Iri-Sme) e di parte civile, in quanto la presidenza del Consiglio, quando a Palazzo Chigi sedeva Massimo D’Alema e poi sotto il governo di Giuliano Amato, si è costituita in quel processo per difendere gli interessi dello Stato. Il conflitto è però, secondo Caianiello, del tutto astratto. E spiega perché: "È l’avvocatura dello Stato ad aver ricevuto dai precedenti governi l’incarico di costituirsi parte civile. Da quel momento l’Avvocatura ha piena autonomia sulla condotta processuale da tenere. Il suo rapporto con la presidenza del Consiglio è lo stesso che intercorre fra l’avvocato e il cliente: quest’ultimo non può imporre una particolare strategia processuale al primo. E infatti, giustamente, anche l’avvocatura distrettuale di Milano ha detto che non ci potrà essere nessuna interferenza da parte del capo del Governo. Se poi la presidenza del Consiglio dovesse decidere la revoca dell’incarico della parte civile - continua Caianiello - è ovvio che tale decisione non potrebbe essere presa da Berlusconi ma da altro esponente del governo. E anche in questo caso non si avrebbe nessun conflitto di interessi da parte del presidente del Consiglio". Il presidente emerito della Corte costituzionale non vede quindi alcuna anomalia nella situazione di "imputato-parte civile" di Berlusconi. Piuttosto, evidenzia un altro aspetto della vicenda che appare alquanto insolito: "Mi pare che sia la prima volta che in un processo che vede imputati dei magistrati, la presidenza del Consiglio si sia costituita parte civile…". La stessa osservazione che fece Gaetano Pecorella, avvocato di Berlusconi, all’apertura del processo.
10. Deludente il nuovo governo? Pasquino e Romano dissentono. Il nuovo governo di Silvio Berlusconi? Gli esponenti dell’Ulivo, Piero Fassino in testa, lo giudicano "deludente". Ecco cosa ne pensano invece due autorevoli opinionisti, intervistati dall’emittente radicale. Gianfranco Pasquino, politologo: "Vedo che la stampa di sinistra e i politici dell’Ulivo danno un giudizio drasticamente negativo sul nuovo governo di Berlusconi. Io credo, invece, che questo sia migliore del precedente esecutivo del Cavaliere e penso anche che sia equilibrato. Infatti è composto da politici, tecnici e da alcune persone di grande valore come Giulio Tremonti, Renato Ruggiero e Letizia Moratti. Il governo, ovviamente, è espressione del convento berlusconiano, che però è diventato più ampio e competente nel tempo. Insomma è una squadra accettabile: il resto dovrà comunque essere valutato sul campo. Non faccio il berlusconiano, però sono dell’idea che sia utile aspettare un po’ di tempo per valutare l’operato dei ministri e del governo. Il mio timore è che il presidente del Consiglio voglia fare tutto e quindi cerchi di interferire sull’azione dei ministri, ma pensare che Tremonti non sappia governare la politica estera, che Letizia Moratti non sia un manager in grado di fare finalmente funzionare l’istruzione credo che sia, in via di principio, un errore clamoroso". Sergio Romano, politologo, editorialista del Corriere della Sera: "Io credo che gli esponenti del centrosinistra non abbiano fatto bene a criticare così il nuovo governo. Mi rendo conto che le opposizioni hanno l’obbligo, per così dire, di attenersi allo spartito e di recitare secondo copione. Ma non mi sembra che sia corretto farsi beffe di un governo che non è poi, per il modo in cui è stato composto, troppo diverso da quello che i governi del centrosinistra hanno fatto negli ultimi anni. Mi sembra buffa questa gente che vede sempre la pagliuzza negli occhi degli altri e non si accorge della trave che è nel proprio. La sinistra si metta a fare l’opposizione. E stia anche attenta a dire, come invece sta facendo, che si preoccuperà di controllare che il centrodestra mantenga le promesse. Farebbe bene a proporre invece un programma alternativo. Qualche volta ho l’impressione che questi toni alti, queste reazioni forti del centrosinistra, servano a mascherare una crisi della coalizione. Una crisi ormai visibile e anche imbarazzante per tutti, perché a nessuno piace che una parte importante del Paese rischi di essere mal rappresentata o sottorappresentata politicamente. Il centrosinistra alza i toni per far dimenticare alla gente che i problemi di casa propria sono gravi".