direttore Lino Jannuzzi

 

Anno IV - supplemento al n. 105/22                                                          8.6.2001

1. Berlusconi riporta Martino alla Difesa - 2. Commissioni di inchiesta: servono veramente? - 3. Galli Della Loggia: "La commissione Tangentopoli sarebbe un flop" - 4. Ma di quale "antimafia" l’Italia ha veramente bisogno? - 5. Margherita (uno): Bordon eletto, ma il Ppi si spacca - 6. Margherita (due): Mastella e l’Udeur che non c’è più - 7. La segreteria dei Ds il nuovo obiettivo di Violante - 8. Chi si nasconde dietro Ciampi? - 9. Quel pasticciaccio brutto di via Arenula - 10. Riforma Bassanini: meno ministeri più caos in Parlamento

1. Berlusconi riporta Martino alla Difesa. In attesa del colloquio con Carlo Azeglio Ciampi per l’affidamento dell’incarico (che si svolgerà tra sabato sera e domenica mattina), Silvio Berlusconi ha chiuso al novanta per cento la lista dei ministri. La casella più importante che era ancora in discussione, la Difesa, tornerà a essere occupata da Antonio Martino, che sin dall’inizio era stato destinato al ministero di via XX settembre. Gianfranco Fini - che rivendicava la poltrona per uno dei suoi - ha cercato di resistere, senza successo. Il ministero della Difesa, con quello degli Esteri (Renato Ruggiero non è mai stato in discussione), era considerato strategico dal leader della Cdl per i risvolti di politica internazionale legati alla presenza delle nostre forze armate in fondamentali missioni di pace e anche in vista del confronto per la creazione di una struttura militare europea. I quattro ministeri caldi, sui quali era concentrata anche l’attenzione del Quirinale, Interni, Esteri, Difesa e Giustizia, andranno dunque due a esponenti di Forza Italia (oltre a Martino alla Difesa, è confermata la scelta di Claudio Scajola per l’Interno), uno al "tecnico" Ruggiero, gli Esteri, e il quarto alla Lega: resta in pole, per la Giustizia, Roberto Castelli. Questa distribuzione dei ministeri chiave - quelli politici per eccellenza - riflette il quadro dei rapporti all’interno della maggioranza, e rafforza il rapporto con la Lega. Il ruolo politico di An sarà egualmente visibile, perché Fini, oltre a far parte con Umberto Bossi e Rocco Buttiglione del Consiglio di gabinetto, sarà l’unico vicepremier. Nella distribuzione dei dodici ministeri (che diventeranno quattordici, due in più rispetto alla nuova normativa, per sanare le aporie della legge Bassanini) An otterrà qualche incarico in più del previsto. Non è ancora chiaro quale sarà la collocazione dei due ex capigruppo di Forza Italia, Beppe Pisanu e Enrico La Loggia, mentre un incarico di rilievo (Scuola? Cultura?) dovrebbe comunque essere assegnato a Letizia Moratti. Carlo Giovanardi, del Biancofiore, scalpita perché gli sia assegnato il ministero per i rapporti con il Parlamento.

2. Commissioni di inchiesta: servono veramente? L’istituzione o meno di alcune commissioni bicamerali d’inchiesta sarà il primo terreno di scontro politico fra maggioranza e opposizione. Nella Cdl come nell’Ulivo, tuttavia, le intenzioni non sembrano, fino a oggi, essere del tutto convergenti. Sulla opportunità della istituzione della commissione d’inchiesta sul dossier Mitrokhin la maggioranza è abbastanza unita, ma non ha ancora deciso se proporne il varo. Approfondire il dossier che i servizi segreti inglesi consegnarono già nel 1995 al nostro governo, servirebbe a rendere noti i nomi "sbianchettati", ma anche a far comprendere perché Lamberto Dini, Romano Prodi e Massimo D’Alema non ne informarono il Parlamento e perché si guardarono bene dal dare istruzioni ai nostri servizi segreti di indagare sui nomi e sugli episodi denunciati dalla spia russa agli inglesi. Ciò per quanto riguarda l’aspetto più genericamente politico. Ma il dossier Mitrokhin e la sua gestione investe in pieno i vertici del Sismi e dei carabinieri. Il primo a conoscere l’esistenza di quegli oltre cinquecento nomi contenuti nel dossier fu infatti il generale Sergio Siracusa, allora a capo del Sismi e oggi, dopo ben due proroghe (grazie ai servizi resi al governo), comandante generale dell’Arma. Siracusa lasciò l’incartamento al successore, l’ammiraglio Gianfranco Battelli, che ha sempre sostenuto di non aver mostrato il dossier a D’Alema perché non lo riteneva di tanto rilievo. Siracusa e Battelli (anche lui in proroga nel ruolo ma non nell’incarico, proprio come il comandante dei carabinieri) sarebbero i primi a dover rispondere a una eventuale commissione d’inchiesta parlamentare. Ed è proprio quello che, soprattutto i diesse, non vogliono.

Mitrokhin e Tangentopoli: farebbero la fine della Stragi. Sulla commissione d’inchiesta su Tangentopoli la pattuglia dei socialisti che fa riferimento a Enrico Boselli, Antonio Di Pietro e Arturo Parisi sarebbero d’accordo. Un sì strumentale, quasi una sfida a Silvio Berlusconi. In realtà è l’occasione, per Boselli e per Francesco Rutelli con Di Pietro a fare da rincalzo, di riaprire il presunto coinvolgimento dello stesso D’Alema e di Armando Cossutta (oltre che di altri dirigenti dell’ex Pci) nella gestione dei rubli sovietici. Un altro processo politico a D’Alema (in aggiunta a quello su Mitrokhin) che danneggerebbe definitivamente la sua corsa per il vertice dei Ds e per la leadership dell’Ulivo. Alla commissione su Tangentopoli guarda con interesse anche Luciano Violante ormai convinto di poter aspirare a guidare i Ds non soltanto alla Camera ma anche nel Partito (dove comunque può contare ancora su pochi voti). Molti parlamentari di Forza Italia sono invece critici perché ritengono che una commissione su Tangentopoli rischierebbe di fare la fine della commissione Stragi: cioè un terreno di scontro nel quale sarà impossibile arrivare a una conclusione. Come quella su Mitrokhin, la commissione su Tangentopoli sarebbe inoltre utilizzata soltanto per la resa dei conti in alcuni partiti e non sarebbe di nessuna utilità ai fini della comprensione di quanto accadde. Meglio concentrarsi, sostiene questo gruppo di parlamentari di FI, sulla commissione Antimafia, le cui linee guida saranno profondamente rivedute e, tutt’al più, sulla commissione Telekom Serbia.

Telekom-Serbia, in tempi brevi, serve a fare chiarezza. Forza Italia e tutti i partiti della Cdl vogliono vederci chiaro sull’acquisto, nel 1997, da parte della nostra maggior azienda telefonica pubblica, la Telecom, di un congruo pacchetto azionario dell’azienda di stato telefonica serba. Il progetto è quello di una commissione con ampi poteri ma con tempi ristrettissimi, sei mesi al massimo, formata soltanto da venti parlamentari, dieci senatori e altrettanti deputati. L’unanimità della Cdl sull’istituzione di questa commissione fa presupporre che sarà la prima a essere approvata, magari anche senza il concorso delle opposizioni. Sia la Margherita, infatti, sia l’Ulivo (con Rifondazione d’accordo) sanno che su Telecom-Telekom si gioca la partita più difficile sull’immagine anche internazionale della maggioranza di governo uscente. Per questo, con Francesco Rutelli in testa, tenteranno di bloccare l’iniziativa della Cdl. Il leader della Margherita sa perfettamente che gli atti del governo presieduto da Romano Prodi sarebbero sottoposti dal Parlamento a un severissimo screening. Il procuratore della Repubblica di Torino Marcello Maddalena, e i suoi tre sostituti, più vanno avanti nell’inchiesta giudiziaria più si imbattono in manager pubblici e grandi boiardi, indagati o meno, pronti a rivelare che il governo sapeva che la Telecom stava acquistando da Slobodan Milosevic una rivelante partecipazione di Telekom-Serbia. Lo sapeva Enrico Micheli che volle, dopo appena qualche mese, il cambio al vertice di Stet-Telecom fra Ernesto Pascale, contrario all’acquisizione, e Tomaso Tommasi di Vignano, favorevole. Lo sapeva Piero Fassino che, vice di Lamberto Dini, gestiva di fatto tutta la politica estera e le relazioni con i paesi balcanici. Ne era a conoscenza Romano Prodi come è lo stesso Pascale a confermare alla procura di Torino. Per queste ragioni la Margherita e l’Ulivo alzeranno in Parlamento le barricate pur di contrastare l’iniziativa accennata ieri da Berlusconi, che ha comunque demandato la decisione ai gruppi parlamentari. Sarà la prova più difficile per Rutelli (che, nel tentativo di prendere tempo, lancia la proposta di una commissione sulla corruzione amministrativa, senza ascoltare i ministri del governo Amato molto preoccupati dell’iniziativa), ma soprattutto per Luciano Violante, il neo capogruppo dei Ds voluto in quella carica dai dalemiani anche in previsione di queste mosse da parte della Cdl. Il centrodestra dal canto suo non ha fretta, ma l’elezione di Elio Vito alla guida del gruppo di FI alla Camera, voluta fortemente dal Cavaliere, è il segnale più evidente che la nuova maggioranza di governo non starà ferma in Parlamento a subire gli attacchi dell’opposizione.

3. Galli Della Loggia: "La commissione Tangentopoli sarebbe un flop". "Tangentopoli non è un argomento da commissione parlamentare di inchiesta. Questo tipo di organismi deve accertare dei fatti specifici. Non deve avanzare ipotesi di ricostruzione interpretativa. Non è quello il compito di commissioni parlamentari, contrariamente forse a quello che pensa il presidente Pellegrino". Ernesto Galli Della Loggia, che a suo tempo espresse duri giudizi sull’attività della commissione Stragi presieduta da Giovanni Pellegrino, interviene oggi sull’ipotesi di istituire commissioni parlamentari per Tangentopoli, Mitrokhin e Telekom Serbia. E boccia le prime due. "Ho avuto parole dure sull’operato della commissione Stragi, o meglio sul suo mancato operato, nonostante i quindici-venti anni di attività - ricorda l’editorialista del Corriere della Sera -. Proprio per questo, la mia opinione su queste proposte di Berlusconi è negativa perché non sarebbero in grado, come non lo è stata la commissione Stragi, di arrivare a risultati significativi. Si tratterebbe, anche in questo caso, di organismi che si impegnerebbero a raccogliere una grande documentazione, a lavorare su brandelli di questa documentazione per polemiche politiche, di mese in mese diverse. Si impegnerebbero cioè a fare quello che in gergo si chiama un grande polverone, senza poi arrivare assolutamente a nulla. Il pessimo esempio che la sinistra ha dato, in questo come in molti altri casi, non deve essere seguito dal centrodestra". Ma c’è anche una ragione politica nella bocciatura di Galli Della Loggia: "Dal punto di vista più generale, non credo sia politicamente utile per la Casa delle libertà presentarsi alla ribalta del Paese con un atteggiamento così inevitabilmente carico di vis polemica, aggressiva e rivendicativa, così come queste proposte automaticamente comportano. Parliamoci chiaro: presentarsi all’inizio della nuova legislatura con proposte di questo tipo ha un preciso significato politico di scontro e di vendetta. Ci potrebbero anche essere buoni motivi per vendicarsi, ma la politica è quell’arte che sa mettere da parte anche la vendetta e che sa andare avanti. Voglio sperare che queste proposte siano soltanto un modo che Berlusconi ha adoperato per tenere buone le frange più attivistiche dei suoi".

Utile invece quella su Telekom-Serbia. "L’unica materia per cui ha senso creare una commissione parlamentare d’inchiesta - continua Galli Della Loggia - è l’affaire di Telekom-Serbia: perché si tratta di un argomento molto circoscritto nel tempo e nello spazio". Per quanto riguarda il dossier Mitrokhin, Galli Della Loggia suggerisce invece di stanziare "un numero pressoché insignificante di milioni per fotocopiare e portare in Italia tutti gli archivi della ex Unione sovietica che a qualsiasi titolo riguardino l’Italia. Inoltre lo Stato italiano dovrebbe fare la stessa cosa, fotocopie e archivi, per la documentazione sul Partito comunista italiano disponibile presso la fondazione Gramsci. Il ministro della Pubblica istruzione o quello della Cultura facciano un modestissimo sforzo finanziario per acquisire agli archivi pubblici dello Stato italiano queste documentazioni di grandissimo interesse per la storia politica del nostro paese".

Anche Misiani ha dubbi. Francesco Misiani, già magistrato, già sostituto procuratore della Repubblica a Roma, spiega a Radioradicale che cosa ne pensa della commissione di inchiesta su Tangentopoli "Io debbo premettere che non ho mai creduto alle commissioni parlamentari di inchiesta, neppure alla commissione Antimafia. I loro risultati sono stati scadenti. Quindi non può meravigliare nessuno se ho dubbi anche su una commissione di inchiesta per Tangentopoli. Sia chiaro: la mia critica non riguarda una sua pretesa contrapposizione alla magistratura. Ho invece perplessità sui risultati che verrebbero raggiunti da una commissione del genere, visti i precedenti storici".

4. Ma di quale "antimafia" l’Italia ha veramente bisogno? "Sicuramente la commissione Antimafia - dice al VeLino Enzo Fragalà, di An - presenta un forte valore simbolico e quindi è importante che sia ricostituita, però è indispensabile ripensarla. La nuova commissione Antimafia dovrà occuparsi seriamente dei legami mafia-appalti, dovrà occuparsi del ruolo delle cooperative rosse, del perché certe cooperative sono sbarcate in Sicilia da decenni senza subire alcun attentato, senza avere attacchi dalla mafia. Insomma la nuova commissione Antimafia - spiega l’esponente di An - dovrà svelare quello che fin qui è rimasto sepolto". Anche Filippo Mancuso, di FI, vicepresidente dell’ultima Antimafia, ritiene che la commissione debba essere ricostituita: "Purché - ammonisce - si faccia sul serio. Se l’Antimafia si limita a celebrare i processi e i metodi di certe procure siciliane allora essa è totalmente inutile. Diventa importante se, al contrario, vogliamo affrontare seriamente la questione della mafia, il problema della gestione dei cosiddetti pentiti e quella della regolarità di quei processi gestiti dalla procura palermitana e finiti sistematicamente in assoluzione. Una cosa seria va bene, una truffa no".

Che fare della Commissione stragi? Fragalà non ha dubbi: "Possiamo benissimo chiuderla". L’esponente di An spiega: "Le tre commissioni che la Cdl vuole istituire ci diranno infatti importanti verità su molte cose del nostro recente passato, comprese quelle sulle quali sinora non si è fatta alcuna luce".

5. Margherita (uno): Bordon eletto, ma il Ppi si spacca. "È la liquidazione del Partito popolare". Gerardo Bianco ex segretario del Ppi commenta in poche battute l’elezione di Willer Bordon, avvenuta questa mattina dopo tormentate trattative, a presidente del gruppo della Margherita al Senato. "Ho cercato di spiegare anche ad Arturo Parisi che la scelta del capogruppo al Senato non poteva essere peggiore: premiare un ex ministro che ritengo fra i maggiori responsabili della sconfitta elettorale è veramente troppo. E poi come possono i popolari farsi rappresentare in una delle due Camere da chi la pensa in maniera diametralmente opposta sulla bioetica, sul matrimonio, sul matrimonio fra omosessuali, eccetera?". Che la Margherita non nascesse in Parlamento con i migliori auspici e con una forte unità interna si poteva prevedere. Ma Nicola Mancino - che pure in questa fase si è tirato indietro, lasciando liberi di contestare la designazione di Bordon parecchi senatori popolari a lui vicini (capeggiati dal sottosegretario alle Comunicazioni Michele Lauria) - non immaginava che le sue preoccupazioni della vigilia fossero così largamente condivise. Quanto è accaduto in queste ultime ore servirà a far comprendere a Pierluigi Castagnetti che l’elettorato democristiano - che si riconosce ancora nel Ppi ma anche gli eletti in Parlamento - ritiene la scomparsa dei gruppi parlamentari autonomi un grave errore. Fino a oggi l’ex presidente del Senato non è stato ascoltato, e non è andato avanti nelle polemiche soltanto perché non ha voluto creare problemi al segretario del suo partito, ormai alla fine del mandato ("per esaurimento", sostiene), nella corsa alla nomina di capogruppo alla Camera. Ma da oggi inizia una fase nuova e si va verso la resa dei conti nel Partito popolare. Mancino è intenzionato, subito dopo la formazione del governo e la definizione delle cariche sia alla Camera sia al Senato, a bloccare la corrente formata da Castagnetti, Franco Marini, Antonello Soro e Rosy Biondi che credono ormai inevitabile la fine del Ppi. Mancino potrà contare su una decina di senatori e di altrettanti deputati che, pur restando fortemente ancorati al centrosinistra, credono che il partito, e la sua visibilità in Parlamento, sia ancora utile per non lasciare al Biancofiore e a Forza Italia, soprattutto, la delega di unici rappresentanti, nel nostro Paese, del Partito popolare europeo.

6. Margherita (due): Mastella e l’Udeur che non c’è più. Problemi anche nell’Udeur. Il fatto che Clemente Mastella andrà a fare il vice di Pier Ferdinando Casini sta aumentando i malumori che avevano già caratterizzato la vigilia elettorale e sollevando le critiche di quanti sostengono che ormai Mastella pensa soltanto a salvare se stesso. Il partito del Campanile è stato pesantemente ridimensionato ovunque, ma in particolar modo in quelle due regioni, Campania e Sicilia, dove prometteva di poter essere indispensabile alla vittoria dell’Ulivo. Francesco Rutelli non ha usato mezzi termini per criticare Salvatore Cardinale e Mastella che fino alla vigilia del 13 maggio lo avevano rassicurato sul buon esito elettorale al Sud. Ora il leader della Margherita non si lascia convincere più. Dal canto suo Mastella puntava, al Senato, sulla candidatura di Mancino, credendo così di poter giocare un ruolo nel gruppo alla Camera, ma Rutelli ormai ascolta soltanto Romano Prodi e il suo proconsole in Italia, Arturo Parisi. Le difficoltà di Mastella producono immediati effetti fra i deputati udierrini alla Camera. Sono tre (due di loro sottosegretari in carica) quelli che da giorni colgono ogni occasione per criticare la Margherita e l’iscrizione d’ufficio di tutto l’Udeur al gruppo di Rutelli e che accusano il leader di aver di fatto sciolto il partito. Tutti e tre seriamente tentati di mettersi in proprio.

7. La segreteria dei Ds il nuovo obiettivo di Violante. Dopo aver preso il posto di Fabio Mussi alla guida del gruppo Ds della Camera, Luciano Violante sta coltivando il sogno ambizioso di conquistare la leadership del partito. Nell’intervista rilasciata all’Unità oggi in edicola, l’ex presidente della Camera si smarca da tutti i protagonisti del confronto precongressuale, compreso Massimo D’Alema, che pure è stato il suo principale sponsor per l’incarico ricevuto in questi giorni. Con la freddezza che lo distingue, Violante ricopre l’ex premier di lodi ma censura il tentativo di trasformare l’appuntamento congressuale in un referendum su D’Alema e chiarisce, marcando le distanze: "Lo stimo, ho con lui rapporti fraterni, ma poi io sono me stesso". E aggiunge: "D’Alema ha fatto cose buone, ma anche scelte non condivisibili, come capita a ciascuno di noi…". Un graffio, di quelli che lasciano il segno, all’immagine del "migliore" che D’Alema si compiace di indossare quando si esibisce nelle assise di partito o si misura con gli avversari ("Sono più bravo di Berlusconi…"). Violante insomma ci prova, anche se allo stato, fanno presente quanti conoscono la situazione interna ai Ds, manca di consenso e di radici nella struttura del partito. Che resta in prevalenza orientata a sostenere la sfida lanciata da D’Alema, più che mai deciso a riprendere nelle sue mani le redini. Violante comunque fa mostra di sicurezza e di idee chiare anche sul ruolo che dovrà avere, rispetto all’Ulivo, il partito dei Ds: non sarà la testa, come aveva detto D’Alema, ma il motore dell’alleanza. Violante si dedicherà a costruire questo motore. Di entrare nella riserva della Repubblica come uomo delle istituzioni non ci pensa proprio. Anzi, per lui, e questo annuncio è forse un messaggio per Giuliano Amato, la riserva ormai non c’è più… Chi vuole esercitare un ruolo, deve schierarsi o di qua o di là. E sporcarsi le mani. Le rendite, manda a dire Violante, sono finite. Tranne che per lui?

8. Chi si nasconde dietro Ciampi? C’è qualcuno che si nasconde dietro il nome del presidente della Repubblica. E continua a raccontare a destra e a manca che Carlo Azeglio Ciampi avrebbe posto il veto su questo o quel nome (prima su Claudio Scajola all’Interno, poi su Roberto Maroni alla Giustizia) e pare che continui a pescare nel torbido anche a cose sostanzialmente fatte. Sembra che il manovratore occulto punti a far saltare ancora l’accordo con la Lega sul ministero della Giustizia. Non ci riuscirà, ma non sarebbe male che chi di dovere lo smascherasse (anche se per ipotesi il manovratore si annidasse nelle stesse retrovie del partito di maggioranza).

9. Quel pasticciaccio brutto di via Arenula. Il ministero della Giustizia, dopo la rinuncia di Roberto Maroni per consentire a Silvio Berlusconi di decidere con serenità, sarà comunque appannaggio della Lega. Così almeno sembra di capire dalle dichiarazioni di oggi e anche dalle indiscrezioni che filtrano dai partiti della maggioranza, dopo il gran rumore sollevato dalla notizia di presunti veti del Quirinale sulla nomina a Guardasigilli del braccio destro di Umberto Bossi. I candidati sono almeno due, anzi tre: Roberto Castelli, già capogruppo del Carroccio al Senato, Luciano Gasperini, senatore uscente e avvocato di grido, una fama di intransigente garantista, e lo stesso Roberto Maroni. Il suo nome è stato riproposto da Ignazio La Russa, di An, il quale si augura che "possa rinunciare alla rinuncia". Ma anche da Giancarlo Pagliarini, leghista storico e moderato: "Tutti noi siamo sotto accusa dei Papalia come Bobo Maroni per prese di posizione che sono politiche. Ma l’attacco si è concentrato su Maroni: perché? Sino a questo momento non ci sono state risposte serie a questo interrogativo. Dunque, se il veto vale solo per lui, c’è dell’altro. E se non viene fuori, non vedo perché Maroni dovrebbe rinunciare a un ministero per il quale, tra l’altro, ha sicuramente più competenze di altri". I leghisti assicurano comunque che Maroni al governo, che vada o non vada a via Arenula, ci sarà. Magari al ministero del Welfare. Per la Giustizia, tra Castelli e Gasperini - se la candidatura Maroni dovesse definitivamente tramontare - sarebbe favorito il secondo (anche se nega): proprio oggi, con una modifica del palinsesto, Radio Padania ha mandato in onda un filo diretto con lui protagonista a dissertare sui temi della riforma della giustizia. Temi ai quali Gasperini (che ha negato a Radioradicale di essere candidato a via Arenula, ma aggiungendo: se sarò ministro…) si è dedicato nella passata legislatura, in sintonia con il programma che è venuto via via elaborando l’ex responsabile Giustizia di Forza Italia, Marcello Pera, oggi presidente del Senato. Gasperini, in particolare, ha indicato, nell’intervista a Radioradicale, cosa farebbe se fosse ministro: "Farei quello che penso come avvocato che da quarant’anni difende nei tribunali: abolirei l’obbligo dell’azione penale, lascerei ai Pm tutta la responsabilità di agire penalmente e al Parlamento il compito di dettare i principi di politica criminale, perché è la politica che sa dove sono i gangli dolenti della nazioni. Alla politica il magistrato dovrà rispondere". Con una certa insistenza Gasperini ha inoltre sempre segnalato l’esigenza di ridurre la carcerazione preventiva e abrogare i reati d’opinione, "retaggio dell’epoca fascista" e di quel codice Rocco che, ha ribadito Umberto Bossi, "se il governo vuole i voti della Lega dovrà subito cancellare, come primo atto".

Ma c’è stato il veto del Quirinale su Maroni? È stato il tormentone di questi giorni e nessuno è in grado di dare una risposta certa. Ma le voci in questi giorni sono state insistenti e ambienti riconducibili al Quirinale le hanno in qualche misura accreditate. Ma il Quirinale non è soltanto Carlo Azeglio Ciampi. E gli ambienti che gravitano attorno al Quirinale non sono necessariamente riducibili ai consiglieri formalmente insediati sul Colle. Una cosa è certa: una lobby trasversale ha remato contro la candidatura di Maroni contribuendo a creare il clima che l’ha portato a tirarsi da parte. Una decisione presa da Maroni con l’obiettivo di non aumentare le difficoltà nelle quali Berlusconi si trova, in questa fase finale che precede l’affidamento dell’incarico e la scelta della lista dei ministri. Intanto Umberto Bossi si è dichiarato molto stupito dell’eventualità che il veto quirinalizio (per l’inchiesta del pm Guido Papalia contro Maroni per una serie di ipotetici reati di opinione), di cui ha conversato - sostiene - con Berlusconi, sia stato effettivamente sollevato. Se così non fosse, è la conclusione del leader leghista, considerata la pretestuosità dell’argomento, si tratterebbe di un veto alla presenza della Lega nel governo. Ma Bossi, e con lui quanti in Forza Italia hanno costruito l’alleanza con la Lega, definiscono impensabile che Ciampi possa prestarsi a replicare i comportamenti del predecessore, contribuendo a mettere in discussione equilibri politici liberamente decisi dagli elettori in libere elezioni. Anche Bossi, comunque, sta cercando di sminare il terreno.

Maroni, un pretesto? Non c’è dubbio, comunque, che il caso Maroni abbia fatto emergere le trame di quanti mirano a indebolire il nascente governo Berlusconi e a metterlo sotto tutela. Colpendo, in primo luogo, l’asse tra i leader di Lega e Forza Italia. Ne sono convinti molti esponenti azzurri, soprattutto quelli che hanno contribuito a cementarlo e non vorrebbero che un faticoso lavoro politico fosse compromesso.

10. Riforma Bassanini: meno ministeri più caos in Parlamento. Per via della famosa riforma Bassanini, fiore all’occhiello della gestione dell’Ulivo, il nuovo governo avrà solo dodici ministri con portafoglio. L’obbiettivo di Franco Bassanini, lodevole, era quello di rendere più snella, più efficiente, in una parola più europea, la pubblica amministrazione. Peccato però che, come sempre succede per le riforme non inserite adeguatamente nel sistema istituzionale, la situazione che si profila sarà ben lontana dal raggiungere questo obiettivo. La riforma dei ministeri, infatti, non è stata seguita da una adeguata riforma dei regolamenti parlamentari e nessuno nel centrosinistra ha previsto minimamente il caos che si genererà in quello che è il centro nevralgico di ogni democrazia parlamentare: il delicato rapporto fra i ministeri da una parte e Camera e Senato dall’altra. Come si sa, questo rapporto passa innanzitutto per le commissioni parlamentari permanenti. Prima della riforma, ogni dicastero aveva la sua commissione parlamentare di riferimento in ognuna delle due Camere. In tal modo era garantita la stabilità e la trasparenza fra l’azione dell’esecutivo in ogni ambito dell’amministrazione e il potere di controllo e di decisione da parte del Parlamento. All’inizio dell’attività di governo, ogni ministro presentava le sue dichiarazioni programmatiche nella commissione di riferimento della Camera e del Senato; i provvedimenti venivano discussi e deliberati in prima istanza in commissione. E lo stesso bilancio dello Stato veniva discusso e approvato (oltre che dalle commissioni Bilancio), tabella per tabella, dalla medesima commissione di riferimento. Così, per esempio, il ministro del Lavoro si presentava all’inizio dell’azione del governo alla commissione Lavoro e previdenza di Camera e Senato; la commissione passava all’esame i provvedimenti del ministro, che poi venivano sottoposti all’Aula. E la tabella del Lavoro nel bilancio statale era sempre di pertinenza delle commissioni Lavoro di Camera e Senato. Un sistema sì complesso (poiché aveva i difetti del "bicameralismo perfetto", dove ogni Camera ha gli stessi identici poteri) ma con la sua logica: ogni dicastero aveva le commissioni permanenti di riferimento alla Camera e al Senato in modo da rendere diretto il rapporto fra l’esecutivo e il Parlamento.

La riforma Bassanini sconvolgerà tutto questo e il rischio sarà l’ingovernabilità istituzionale. Tornando all’esempio del ministero del Lavoro, con la riforma Bassanini Lavoro, Sanità e Affari sociali, sono stati accorpati nel superministero del Welfare. Il superministro, una volta insediato, dovrà presentarsi per esporre i propri provvedimenti, che dovranno essere approvati non più in una, ma in ben cinque diverse commissioni sia al Senato sia alla Camera. Non solo: la stessa tabella del ministero del Welfare (nel bilancio statale) sarà sottoposta all’esame di cinque commissioni per Camera (oltre ovviamente le commissioni Bilancio). Salterà completamente il quadro di insieme per materia proprio di ogni commissione parlamentare e l’iter di ogni provvedimento del ministero del Lavoro sarà moltiplicato per cinque (un passaggio per ogni commissione invece di due, uno per Camera, com’era in precedenza).

Il ministro delle Attività produttive, per fare un altro esempio, avrà a che fare al Senato con la commissione Esteri (per le questioni che riguardano il Commercio con l’estero), con la commissione Lavori pubblici (per le Comunicazioni), con la commissione Industria, con la commissione Agricoltura (per i prodotti agroalimentari) e con la commissione Ambiente (per le cave e le miniere). La commissione del Senato sui Lavori pubblici se la dovrà vedere contemporaneamente anche con i ministeri delle Infrastrutture e dell’Ambiente e Territorio. Un vero e proprio caos che comprometterà seriamente la fluidità e la trasparenza del rapporto esecutivo-Parlamento. E tutto questo per aver approvato una riforma che riduce drasticamente il numero dei ministeri senza adeguare i regolamenti parlamentari sul numero, le competenze e la composizione delle commissioni permanenti di riferimento di ciascun dicastero.