Anno IV - supplemento al n. 100/21                                                1.6.2001

SOMMARIO 1. Incarico tra l’8 e il 9, subito la squadra senza consultazioni - 2. Maroni? Sarà un buon ministro... - 3. Ottimo esordio con consensi bipartisan per Pera al Senato - 4. Ballottaggi, guardiamo i numeri - 5. Spunta Barbera per la Corte costituzionale - 6. Ma chi era davvero Giovanni Senzani? - 7. Una certa antimafia smemorata.

1. Incarico tra l’8 e il 9, subito la squadra senza consultazioni. Silvio Berlusconi riceverà l’incarico da Carlo Azeglio Ciampi tra l’8 e il 9 giugno, un paio di giorni dopo la conclusione dell’iter che porterà alla formazione dei gruppi parlamentari di tutti i partiti e alla nomina degli organismi direttivi. Berlusconi ha confermato (vedi il VeLino n. 94 del 23 maggio) che, ricevuto l’incarico, non procederà alle tradizionali consultazioni ma presenterà al capo dello Stato la lista dei ministri per procedere in tempi rapidissimi al giuramento. Le consultazioni, limitate alle forze sociali e ai gruppi di opposizione, saranno svolte da Berlusconi dopo il giuramento e prima del dibattito parlamentare sulla fiducia, che si terrà dopo i vertici di Bruxelles (13 giugno) e di Goteborg (15-16 giugno). Si tratta di una innovazione nella prassi che mira al duplice obiettivo di sottolineare il mandato popolare ricevuto dal leader della Cdl e di evitare inutili perdite di tempo. Per mettere a punto in tutti i dettagli la squadra, ci sono ancora sette giorni. Le caselle prive di un nome sono sempre meno, ma restano calde quelle del Viminale e della Difesa. Per il Viminale la scelta cadrà sicuramente su un esponente di Forza Italia. Per la Difesa, si tratta di capire se la rinuncia di Domenico Fisichella è definitiva oppure no. Berlusconi ha comunque confermato che tra 18 mesi la squadra di governo sarà sottoposta a una verifica, per procedere a eventuali aggiustamenti se qualche ministro non sarà riuscito a centrare gli obiettivi.

2. Maroni? Sarà un buon ministro... "Vien da difenderlo Bobo Maroni, come abbiamo difeso dalle grinfie di Umberto Eco l’ottimo Mike Buongiorno, la cui medietà, anche se non aristotelica, non può essere confusa con mediocrità". Così Tiziana Maiolo, voce fuori dal coro, dalle pagine di Libero corre in soccorso del (futuro?) Guardasigilli del governo Berlusconi che in queste ultime ore è stato oggetto di una vera e propria campagna denigratoria: "Le tv l’hanno mostrato mentre suona con la sua jazz-band e giuristi e pseudogiuristi storcono il naso perché non è paragonabile al famoso Bartolo da Sassofferrato, detto ‘lucerna juris’. A Maroni non manca "né la linea politica né la competenza", scrive Maiolo e il fatto che sia un avvocato e non un giurista, come del resto molti suo predecessori, è un bene perché "così si evita la stucchevole querelle corporativa tra avvocati e magistrati". E soprattutto "ha le idee chiare sulle riforme da fare" (separazione delle carriere tra magistrati, elezione diretta dei pubblici accusatori, discrezionalità dell’azione penale, privatizzazione della giustizia civile per tutti). "Forse - continua Maiolo - sarà carente di quella capacità di tessitura di rapporti con le corporazioni e le correnti sindacali di avvocatura e magistratura in cui si era impegnato Pera negli ultimi tempi. Ma sicuramente, anche per carattere, ha elasticità sufficiente per impararlo". Piantiamola quindi, conclude Maiolo, con i "nasini arricciati dei soliti radical-chic delle terrazze romane che non si sono scandalizzati quando il Guardasigilli comunista Diliberto è andato a rovistare in cantina per trovare la presunta scrivania di Togliatti. Maroni, per come lo conosciamo, se ne infischierà della scrivania ma cercherà, con i piedi ben piantati per terra, di lavorare. Potrà essere un buon ministro anche con la sua medietà. Aristotelica o non aristotelica".

Quella di Maiolo non è una voce isolata nella Cdl. Lo stesso Maroni confida di non avere ormai dubbi sulla propria destinazione. Quanti arricciano il naso, e non sono pochi, cercando di tenere aperta una partita che appare invece ormai chiusa, insinuano persino che l’investitura di Maroni sia stata propiziata da qualche consigliere scalfariano di Carlo Azeglio Ciampi, per tenere - tramite l’esponente leghista - sotto scacco il Cavaliere. Sono gli stessi che per precludere a Maroni l’eventuale nomina al Viminale o alla presidenza della Camera, diffondevano voci su un veto (mai espresso) del Quirinale sull’esponente della Lega. La verità è che sulla giustizia le posizioni della Lega, e di Maroni, sono se possibile più radicali di quelle di FI. E Berlusconi si troverà magari nella condizione di dover moderare il Guardasigilli. Che tuttavia, già immerso nel ruolo, consegna al VeLino un messaggio istituzionalmente ineccepibile: "Comunque, mi atterrò alle decisioni del Parlamento". Le riforme, del resto, matureranno nelle aule di Camera e Senato sulla base del programma sottoposto al giudizio degli elettori e a Maroni spetterà il compito di applicarle. Per la gestione ordinaria, il nuovo Guardasigilli potrà avvalersi dell’imponente istruttoria impostata dal team di Marcello Pera, che sino a due giorni fa aveva elaborato con gli organigrammi anche le linee da seguire nella gestione del ministero. Senza alcun obbligo di seguirle alla lettera. O di realizzare lo stesso organigramma. Particolarmente soddisfatto di come si è conclusa la vicenda, si mostra Filippo Maria Mancuso, dopo un colloquio in Transatlantico con Umberto Bossi: "Una cosa è certa: a via Arenula, non ci sarà Francesco Saverio Borrelli".

3. Ottimo esordio con consensi bipartisan per Pera al Senato. Marcello Pera è già stato eletto presidente del Senato in un clima disteso e raccogliendo apprezzamenti anche dall’opposizione per il discorso di insediamento che ha pronunciato. Domani sarà eletto Pier Ferdinando Casini a Montecitorio. Subito dopo saranno eletti i presidenti dei diversi gruppi parlamentari e Carlo Azeglio Ciampi potrà procedere alle consultazioni di rito che precederanno l’affidamento dell’incarico a Silvio Berlusconi. L’iter della formazione del governo e del giuramento dovrà essere completato entro il 13 giugno, per consentire al nuovo capo del governo di partecipare ai vertici internazionali in programma. Il clima nella maggioranza in queste ore non è turbato nemmeno dalla reazione irata di Domenico Fisichella alla bocciatura dell’ipotesi che lo voleva candidato sicuro per la presidenza del Senato. Fisichella si è sentito giocato da Gianfranco Fini, che ha sostenuto in realtà le ambizioni di Pier Ferdinando Casini: una scelta cha ha reso ineluttabile quella parallela di un esponente di FI al Senato. E ha fatto sapere che non accetterà poltrone ministeriali. Non è escluso che il politologo di An torni sui propri passi. Ma una reazione così dura ha inciso sull’umore di Fini, convinto fino a ieri sera di aver centrato obiettivi importanti. Oggi si trova invece a fare i conti non solo con la reazione di Fisichella, ma anche con qualche dubbio sull’efficacia della strategia rispetto ai risultati conseguiti. La promozione di Casini, in effetti, spiana la strada all’ipotesi che il leader di An, come voleva, sia vicepremier unico. Ma proprio oggi Umberto Bossi ha confermato che entrerà a far parte del Consiglio di gabinetto, con una delega per le riforme. Il rapporto di Bossi con Berlusconi, ormai, è consolidato. E Bossi non è certo disposto a riconoscere altre leadership oltre a quella dello stesso Berlusconi. Lo stesso Casini, che con l’elezione a presidente della Camera otterrà un ruolo e una visibilità straordinari rispetto al consenso di cui gode il Biancofiore, ha rapporti eccellenti con il Cavaliere e il suo peso è destinato a crescere. Un peso che Fini, avendo dovuto rinunciare alla presidenza del Senato, farà fatica a compensare. Infine, tutti i mugugni provocati dallo spostamento di Roberto Maroni alla Giustizia (ammesso che Bossi non ci ripensi e decida di rinunciare a un ministero che potrebbe portare alla Lega soprattutto problemi), non potranno certo essere messi sul conto del leader della Cdl.

4. Ballottaggi, guardiamo i numeri. Secondo le prime elaborazioni degli uffici elettorali di Forza Italia, nelle maggiori città - Roma, Torino, Napoli - il centrodestra non ha subito salassi rispetto al voto del 13 maggio. Se si comparano i dati dei ballottaggi con quelli dei collegi uninominali per la Camera (il dato meno disomogeneo, per tipo di voto), il candidato del centrodestra a Napoli e a Torino ottiene più voti della somma dei suffragi raccolti dai candidati della Casa delle libertà nei collegi della Camera lo scorso 13 maggio. E questo nonostante le netta diminuzione dell’affluenza alle urne in tutte e tre le città. Solamente a Roma, il candidato della Cdl registra una pur lieve diminuzione. Probabilmente, Antonio Tajani ha sofferto qualche tensione all’interno della stessa coalizione. Ma vediamo i numeri.

A Napoli guadagnano tutti, nonostante gli astenuti. Rosa Russo Iervolino e Antonio Martusciello guadagnano suffragi rispetto sia al voto di lista sia a quello di collegio alla Camera dello scorso 13 maggio. E questo nonostante la netta diminuzione dei votanti, passati nel capoluogo campano, dal 72 per cento del primo turno al 63,2 del secondo turno. Il 13 maggio, i candidati del centrodestra alla Camera, complessivamente, conquistarono 203 mila 706 voti; le liste del centrodestra in totale registrarono 231 mila 380 voti. Martusciello, 15 giorni dopo, ha preso 247 mila 564 voti. L’incremento è incontestabile. Come è ovviamente altrettanto incontestabile l’aumento della Iervolino (che conquista 278 mila voti di fronte ai 227 mila 920 dei candidati ulivisti alla Camera, sostenuti da Rifondazione comunista).

A Torino guadagna solamente Rosso. Nel capoluogo torinese l’unico a rimontare è stato il candidato del centrodestra, Roberto Rosso. In modo però insufficiente per acciuffare il candidato del centrosinistra. Ecco i dati: Rosso ha conquistato 255 mila 444 voti contro i 247 mila 933 raccolti dai candidati alla Camera lo scorso 13 maggio. Il candidato vincente, Sergio Chiamparino, invece, non ha ripreso i voti dei candidati del centrosinistra: ha infatti ottenuto 285 mila 997 voti contro i 295 mila 496 presi dai candidati alla Camera del proprio schieramento. È interessante notare come entrambi i candidati hanno perso voti rispetto alle rispettive liste alla Camera per la quota proporzionale. Dunque Rosso ha recuperato rispetto al voto di collegio della Camera nonostante il fortissimo calo dei votanti, passati dall’82,7 per cento del 13 maggio al 71,6 per cento di ieri, Chiamparino non ha convinto tutti i propri elettori.

Roma, Tajani perde tredicimila elettori. Solamente a Roma, dunque, il candidato della Casa delle libertà ha perso qualche punto: per la precisione, Tajani ha conquistato 799 mila 363 voti mentre i candidati alla Camera avevano preso complessivamente 813 mila 512 voti (e le liste dei partiti del centrodestra avevano ottenuto 839 mila 88 voti). Il segretario diessino invece ha conquistato 871 mila 930 voti conquistando quindi nuovi suffragi rispetto al 13 maggio, quando i candidati del centrosinistra avevano ottenuto 861 mila 512 voti. Dove Walter Veltroni ha preso i diecimila voti in più? In casa diepietrista e in casa radicale.

5. Spunta Barbera per la Corte costituzionale. Uno dei primi appuntamenti delle nuove Camere, apprende il VeLino, sarà la riunione congiunta per procedere all’elezione dei due membri vacanti della Corte costituzionale. La Cdl, come si ricorderà, aveva sostenuto nella scorsa legislatura Filippo Maria Mancuso, sul cui nome non era però stata trovata la necessaria convergenza (imposta dal particolare sistema di votazione) con il centrosinistra. Il centrosinistra del resto non aveva individuato un suo candidato da affiancare a quello della Cdl sul quale chiedere un voto bipartisan. Stando ai boatos di questi giorni, il candidato da affiancare a quello della Cdl sarebbe stato individuato in Augusto Barbera, un costituzionalista molto apprezzato anche negli ambienti del centrodestra. L’altra candidatura, quella di Luciano Violante, è caduta per autoesclusione: l’ex presidente della Camera ha infatti deciso di fare il capogruppo Ds. Il clima privo di asprezze che ha segnato l’inizio della legislatura, con la dichiarata volontà dei due nuovi presidenti di Camera e Senato di favorire un confronto sereno tra maggioranza e opposizione, potrebbe aiutare a sbloccare l’impasse. Mancuso si dice convinto che i due nuovi giudici costituzionali saranno votati dal Parlamento prima della pausa estiva.

6. Ma chi era davvero Giovanni Senzani? Sono passati 23 anni dal rapimento Moro, delle Brigate rosse si comincia a parlare nei libri di storia, ma il ruolo di questo capo terrorista è ancora tutto da chiarire. Al punto che Giovanni Pellegrino, presidente della commissione d’inchiesta sulle stragi, e Vincenzo Manca, vicepresidente, sono intenzionati a riaccendere il "caso Senzani". Per questo, hanno inviato alla procura della Repubblica di Roma un esposto di 35 pagine in cui accusano senza mezzi termini l’ex brigatista di avere avuto un "coinvolgimento pieno e determinante" anche nel sequestro e nell’uccisione di Aldo Moro. La denuncia potrebbe anche ritorcersi contro di loro, ove Senzani si ritenesse vittima di una calunnia. Fatto sta che i due parlamentari sono convinti che ci siano troppi elementi che non tornano in questa storia, che potrebbe avvicinare gli investigatori al "grande inquisitore". Pellegrino e Manca ricordano di essersi recati al Quirinale e di aver chiesto a Oscar Luigi Scalfaro il senso di una sua frase con cui invitava gli investigatori a "indagare in direzione delle intelligenze che scelsero e guidarono il sequestro Moro". Cosa voleva significare il capo dello Stato, già ministro dell’Interno?

Scalfaro fu cordiale, ma non fece nessun nome: lasciò tuttavia chiaramente intendere che a suo parere bisognava approfondire e chiarire il ruolo svolto da Giovanni Senzani. Era il 9 maggio 1998, ventennale dell’uccisione di Moro e Senzani, a quel tempo, era stato riconosciuto e condannato all’ergastolo per avere gestito e praticamente diretto le Br dopo il sequestro Moro. Erano state sue le azioni relative ai sequestri D’Urso e Cirillo. Era stato lui a concordare con due giornalisti dell’Espresso una intervista alle Br che fece molto scalpore (e provocò addirittura l’arresto dei due valorosi colleghi). Una volta individuato e arrestato, rimase sempre fra gli irriducibili.

A marzo e giugno del 2000, la commissione presieduta da Pellegrino ascoltò due magistrati fiorentini, Tindari Baglioni e Gabriele Chelazzi, i quali sostennero che per loro Senzani era brigatista già dal secondo semestre del 1977, prima insomma del rapimento Moro. Strana convinzione, questa dei due magistrati, perché tutti - pentiti compresi - spergiuravano che Senzani era stato inserito nell’organizzazione terroristica dopo il sequestro. Ma i sospetti crebbero quando qualcuno rivelò a Pellegrino che Senzani era un prezioso consulente del ministero dell’Interno. Pellegrino pensò di aver capito male, la consulenza conosciuta era quella con il ministero della Giustizia. E invece giunsero altri indizi: Senzani, proprio all’epoca del sequestro Moro, avrebbe fornito una sorta di consulenza a qualcuno che lavorava al Viminale. Costui, a sua volta, lo teneva al corrente di tutti i progressi investigativi relativi alla Toscana. Cominciò così a prendere corpo il sospetto che, durante il rapimento dello statista democristiano, un brigatista fosse tenuto al corrente delle indagini svolte contro i terroristi stessi.

Quando fu poi sgominata la colonna toscana delle Br, un funzionario della Digos che aveva dimestichezza con Senzani, riconobbe nel brigatista Giovanni Ciucci la persona che aveva visto spesso recarsi nell’abitazione fiorentina di Senzani stesso, in Borgo Ognissanti. Quegli incontri risalivano a un’epoca per così dire "insospettabile", quando cioè Senzani faceva il consulente delle istituzioni. A Pellegrino e Manca, insomma, venne fatto balenare il sospetto che si fosse voluta accreditare una post-datazione per quanto riguarda l’attività brigatista di Senzani. Se lui fosse stato brigatista - pur se irregolare - all’epoca del sequestro Moro, probabilmente avrebbe partecipato alle riunioni di quel comitato che si riuniva proprio a Firenze e che decideva di volta in volta le strategia per i 55 giorni del sequestro. D’altra parte è sempre stata giudicata abbastanza anomala e troppo rapida la carriera di Senzani all’interno delle Br: per assumerne la direzione strategica bruciò le tappe oppure gli valse anche il periodo in cui era riuscito nel doppio gioco di brigatista da un lato e consulente del Viminale dall’altro? Sul punto, Pellegrino e Manca ci tengono tuttavia a precisare che, dopo tanti anni di indagini, "nulla è emerso sulla ipotesi".

7. Una certa antimafia smemorata. "Mi insozzano, poi spareranno". Ancora una settimana prima di essere ucciso Giovanni Falcone si lamentava con un amico magistrato: "Mi stanno delegittimando. È il primo passo. Cosa Nostra fa sempre così: prima insozza la vittima e poi la fa fuori. Questa volta mi ammazzano davvero". Si sono sentite molte retoriche e strumentali celebrazioni in occasione dell’anniversario dell’eccidio di Capaci (23 maggio 1992) - scrive Lino Jannuzzi per il numero di Panorama domani in edicola - ma nessuno ha ricordato ciò che Falcone negli ultimi tempi soffriva e temeva, ciò che Leonardo Sciascia chiamava "il dito": c’è chi punta il dito contro l’obiettivo e la mafia lo colpisce (e quelle sue parole furono trascritte, a cadavere ancora caldo il giorno dopo la strage, sul Corriere della Sera da Maria Antonietta Calabrò). C’è una ragione per cui in questi giorni e in tutti questi anni si cerca di dimenticare e di far dimenticare chi ha puntato il dito contro Falcone e lo spiega impietosamente nelle sue memorie (pubblicate postume e scomparse dalla circolazione) il senatore comunista Gerardo Chiaromonte, che fu prima di Luciano Violante presidente della commissione parlamentare Antimafia: "Dopo la strage di Capaci tutti si proclamarono ammiratori di Giovanni Falcone. Quante menzogne ascoltai in quei giorni! Non giriamoci intorno: l’accusa principale che, da parte di molti suoi colleghi e anche da parte di gruppi politici era stata rivolta a Falcone era quella di avere di fatto abbandonato la lotta alla mafia e di essere diventato, più o meno, uno strumento del potere politico (e la mia angoscia deriva dal fatto che non potevo escludere personalità e parlamentari del Pds ). Falcone era assai cauto sul problema dei rapporti tra mafia e politica: certo non li negava, ma vedeva il rapporto esistente come capovolto rispetto al passato e metteva in dubbio l’esistenza di un "terzo livello". Le sue dichiarazioni su questo punto provocarono l’ira funesta di Leoluca Orlando, dei suoi seguaci, e purtroppo anche di quegli esponenti del Pds che in modo schematico parlavano e sparlavano di cose di mafia. Questa polemica da sinistra scoppiò con virulenza in varie occasioni: quando Leoluca Orlando accusò i magistrati palermitani di tenere "le prove nei cassetti" e di non cacciarle fuori per non turbare i notabili politici; quando Falcone firmò la sentenza di rinvio a giudizio per alcuni "omicidi eccellenti" e Pino Arlacchi scrisse che quella requisitoria era "un documento giudiziario scadente sotto ogni aspetto, fuorviante, un grosso errore"; quando Falcone interrogò il "pentito" Pellegriti, che aveva fatto il nome di Salvo Lima, e lo denunciò per calunnia e si disse poi che Falcone avrebbe comunicato per telefono ad Andreotti questa sua decisione. Si scatenò un putiferio e Falcone divenne, da amico del Pci, amico di Andreotti. E poi da Andreotti a Martelli, quando Falcone accettò l’invito di lavorare al ministero della Giustizia, e all’affermazione che Falcone agiva al servizio di Martelli per attentare all’autonomia della magistratura, una campagna che ancor oggi suscita in me sdegno. Da questa campagna non fu estraneo il Pds, o suoi importanti esponenti, e anche alcuni dirigenti siciliani. E questo mi dispiacque moltissimo. Anche alla Camera dei deputati, mentre si discuteva sulla procura nazionale antimafia, un esponente del gruppo degli indipendenti di sinistra presentò un emendamento ad hoc per escludere Falcone da questa carica e il gruppo del Pds votò a favore di tale emendamento. Un autorevole membro del Csm, eletto dal Parlamento su proposta del Pds, scrisse un articolo sull’Unità in cui si affermava che, certo, Falcone era il più adatto a ricoprire quell’incarico, ma che il Csm non poteva nominarlo perché amico e consigliere del potere politico, che voleva colpire l’autonomia della magistratura. Non ho alcuna esitazione a dire che si trattò di una assurdità e ingiustizia"

E dalle memorie del professore Mario Patrono, membro di quello stesso Csm: "È dopo il caso del ‘pentito’ Giuseppe Pellegriti che il clima intorno a Giovanni Falcone cambia quasi all’improvviso. Partono contro di lui una serie di attacchi provenienti dal ‘fronte antimafia’, guidato dalla Rete di Leoluca Orlando con il sostegno del Pci. Leoluca Orlando e Alfredo Galasso portano fin dentro il Palazzo dei Marescialli, sede del Csm, con un ‘esposto’ le loro accuse contro Falcone e Falcone conosce l’umiliazione di doversi difendere dinanzi ai suoi colleghi, che lo sottopongono a un vero e proprio terzo grado. Grida che ‘non si può investire della cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità, è l’anticamera del khomeinismo’". E accusa Orlando di volere fare politica con gli strumenti giudiziaria: "Per ottenere questo risultato lui e i suoi amici sono disposti a tutto. Questo è cinismo politico. Mi fa paura". Ma l’accerchiamento di Falcone non è opera solo dei politici. Incredibilmente i suoi più cari amici, i magistrati a cui è stato più vicino, non hanno esitazioni a sottoscrivere pubblicamente contro di lui. Il 28 ottobre 1991, 60 magistrati firmano una lettera contro la "sua" Superprocura, definendola "uno strumento inadeguato, pericoloso, controproducente". Le prime firme sotto il documento sono quelle di Antonino Caponnetto, di Giancarlo Caselli e di Elena Paciotti". Che dire di più? Una sola cosa: nove anni dopo la strage, i Ds e la Rete, mentre celebrano Falcone, candidano insieme Leoluca Orlando alla presidenza della Regione Sicilia e Caponnetto, Caselli e la Paciotti appoggiano la candidatura.