| direttore Lino Jannuzzi Anno IV - supplemento al n. 94/20 25.5.2001 SOMMARIO 1. Berlusconi fissa le regole del gioco - 2. La squadra di governo sarà presentata appena affidato l’incarico - 3. Dal toto-ministri al toto-presidenti - 4. Da Ciampi nessun veto per Maroni - 5. Tutto congelato nei Ds in attesa del ballottaggio romano - 6. Ds (uno). l’Unità sotto il tiro dei liberal - 7. Ds (due). Barbera a favore di Amato, e contro Folena e Parisi - 8. Ds (tre). Intanto Cofferati aspetta - 9. Sanza: "Ormai sono un cane…" - 10. Pannella e la Bonino citano per danni il VeLino -11. Falcone: adulatori di oggi, critici di ieri - 12. Magistrati: Gennaro al bivio di Unicost
2. La squadra di governo sarà presentata appena affidato l’incarico. Pezzo dopo pezzo, la squadra di governo sta assumendo una precisa fisionomia. Le diverse caselle sono ormai quasi tutte occupate, ministri junior e sottosegretari compresi, ma sarebbe un azzardo anticiparne i titolari. Silvio Berlusconi deciderà all’ultimo minuto, prima di entrare nello studio della Vetrata dove Carlo Azeglio Ciampi gli affiderà l’incarico di formare il governo subito dopo l’insediamento dei presidenti di Camera e Senato e dei diversi gruppi parlamentari. Un fatto è certo, e Berlusconi la ha ribadito anche oggi: deciderà in piena autonomia, in base all’articolo 92 della Costituzione. È invece allo stato soltanto un’ipotesi che, subito dopo aver ricevuto l’incarico, Berlusconi presenti a Ciampi la lista dei ministri. La prassi sempre seguita prevede, dopo l’affidamento dell’incarico, che il presidente in pectore avvii una serie di consultazioni, coinvolgendo tutti i gruppi parlamentari, le associazioni professionali, i sindacati, la Confindustria e vari vertici istituzionali. Questo passaggio potrebbe essere saltato o drasticamente ridimensionato. E non soltanto perché incombono importanti scadenze internazionali alle quali il Colle ritiene opportuno che Berlusconi si presenti nella pienezza dei poteri. L’innovazione della prassi sarebbe un nuovo segno di discontinuità con il passato e farebbe risaltare il carattere innovativo di una presidenza che per la prima volta nella storia della Repubblica è stata decisa direttamente dai cittadini elettori. Quanto alle fibrillazioni degli alleati, è vero che ancora non si sono placate del tutto. Gianfranco Fini, Pierferdinando Casini e Umberto Bossi vorrebbero ottenere molto più di quanto una razionale impostazione della squadra di governo può concedere. Ma si tratta di fibrillazioni fisiologiche che non sembrano destinate a provocare lacerazioni non riassorbibili. Lo stesso Bossi ha smentito seccamente di aver sollevato un veto contro l’ipotesi che la Farnesina venga affidata a Renato Ruggiero. Il che peraltro ancora non significa che sarà sicuramente Ruggiero a ricoprire l’incarico, anche se resta proprio questa l’ipotesi più accreditata. 3. Dal toto-ministri al toto-presidenti. Al toto-ministri in queste ore si è sovrapposto il toto-incarichi istituzionali. Il gossip accredita una decisione ormai presa: Bobo Maroni alla Camera, Enrico La Loggia al Senato. Sino a ieri, veniva accreditata una decisione diversa: Beppe Pisanu a Montecitorio, Domenico Fisichella al Senato. La verità è che sarebbe azzardato accreditare come definita una scelta rispetto all’altra prima dell’incontro di fine settimana tra Silvio Berlusconi e Umberto Bossi. Sull’esito, il leader della Cdl si è dichiarato ottimista. Anche Bossi ha smentito l’intenzione di creare difficoltà. Vuole visibilità e garanzie. Berlusconi ha fatto capire che terrà conto di questa esigenza, ma non accetterà richieste che possano condizionare la libertà di scelta che rivendica per formare la squadra di governo. Su questo fronte, anche con Bossi, l’impostazione di Berlusconi resta ferma. L’articolo 92 della Costituzione gli attribuisce la più assoluta autonomia di scelta per quanto riguarda i ministri da sottoporre alla nomina del presidente della Repubblica, e intende avvalersene fino in fondo. È escluso in ogni caso che possa consentire a Bossi quello che ha negato agli altri alleati, ovvero una sorta di lottizzazione delle cariche ministeriali. Il Viminale, per la Lega, non c’è. Sulla richiesta che Bossi ha fatto in alternativa, la presidenza di Montecitorio, non ci sono invece, a quanto è dato capire, pregiudiziali. Anche Beppe Pisanu, che resta un autorevole candidato per l’incarico, quando fu affacciata per la prima volta questa ipotesi la definì "plausibile". Ma non è detto che un’ipotesi "plausibile" debba necessariamente diventare realtà. Perché lo diventi, deve rientrare in uno schema nel quale tutto si tenga: la massima funzionalità del governo rispetto all’obiettivo di centrare gli obiettivi programmatici; la massima aderenza dei gruppi parlamentari alla strategia necessaria per garantire al governo il supporto legislativo; una direzione dei lavori dei due rami del Parlamento che, tutelando i diritti delle opposizioni, garantisca anche quelli della maggioranza. E i poteri dei presidenti delle assemblee, sotto questo profilo, soprattutto quando i gruppi parlamentari non riescono a trovare un accordo sull’ordine del giorno dei lavori, non è certo secondario, come ha più volte dimostrato nell’esercizio della sua alta funzione Luciano Violante (e in qualche misura anche Nicola Mancino). Per quanto riguarda Montecitorio in particolare, c’è un problema in più: la necessità di svecchiare la struttura. Una struttura che risente di una conduzione monocolore che si trascina da gran tempo: Pietro Ingrao, Nilde Iotti, Luciano Violante hanno governato la Camera per 25 anni (con la breve parentesi della presidenza Pivetti), dal 1976 asino a oggi. Prima di decidere, i vertici della Cdl dovranno tenere conto anche di questo risvolto che non è certo secondario rispetto ai criteri in base ai quali, alla fine, la scelta sarà fatta. 4. Da Ciampi nessun veto per Maroni. il VeLino è in grado di rivelare che Carlo Azeglio Ciampi è alquanto infastidito dal chiacchiericcio che mira a accreditare un suo veto all’ipotesi che Roberto Maroni venga nominato presidente dell’assemblea di Montecitorio, anche perché il capo dello Stato non si occupa di questioni che esulano dai suoi compiti istituzionali. E la nomina del nuovo presidente dell’assemblea di Montecitorio compete esclusivamente ai nuovi membri della Camera eletti il 13 maggio. il VeLino è anche in grado di rivelare che Ciampi è altrettanto infastidito per le voci che gli attribuiscono un secondo veto, sempre riferito a Bobo Maroni, rispetto all’ipotesi che l’esponente della Lega venga nominato ministro dell’Interno. In questo caso, il Quirinale ha sicuramente voce in capitolo, in base alla Costituzione, visto che spetta al presidente della Repubblica nominare i ministri su proposta del presidente del Consiglio. Ma il suo punto di vista, Ciampi lo farà valere soltanto quando Silvio Berlusconi gli presenterà la lista dei membri del nuovo governo. Per ora, nessun veto e soltanto un auspicio: che il governo, nel suo complesso, abbia il più alto profilo possibile. 5. Tutto congelato nei Ds in attesa del ballottaggio romano. Incubo astensionismo per Valter Veltroni, preoccupato per la sfida con Antonio Tajani per il Campidoglio. Il segretario Ds teme che fette dell’elettorato di centrosinistra fortemente demotivato dopo la vittoria della Cdl alle politiche possano disertare le urne romane domenica 27 maggio, giorno del ballottaggio. La notizia è filtrata dal comitato elettorale del segretario Ds e viene fatta rimbalzare forse anche con l’obiettivo di chiamare a raccolta il popolo ulivista. Il risultato della sfida capitolina sarà decisivo rispetto alle scelte che matureranno nei Ds, alle prese con una crisi che non ha precedenti. A cominciare dalla nomina dei capigruppo prevista pochi giorni dopo il ballottaggio romano. Sarà proprio questo il primo importante appuntamento istituzionale nel quale si misureranno gli schieramenti in campo nella Quercia sconfitta il 13 maggio. Se Veltroni sarà battuto da Antonio Tajani sarebbe molto difficile far resuscitare il veltroniano Fabio Mussi e confermarlo nel ruolo di capogruppo a Montecitorio che ha ricoperto nella passata legislatura. Indiscrezioni circolate in questi giorni, del resto, lo danno in difficoltà e insidiato dalla candidatura "oggettiva" di Luciano Violante. Ma se dovesse cadere Mussi, per contrappeso cadrebbe anche Gavino Angius, capogruppo dalemiano al Senato, anche lui alla ricerca di una riconferma. La caduta di Mussi e Angius sarebbe il viatico di un redde rationem che nel confronto in vista del congresso straordinario potrebbe colpire i loro referenti, Veltroni e D’Alema. E soprattutto quest’ultimo, dal momento che comunque Veltroni, per quanto riguarda i futuri assetti di vertice del partito, che vinca o che perda a Roma, si considera per il momento fuori gioco. 6. Ds (uno). l’Unità sotto il tiro dei liberal. I liberal diessini attaccano duramente l’Unità dicendo che l’impostazione del quotidiano diretto dal tandem Colombo-Padellaro "è un impasto di radicalismo e di massimalismo". E si apprestano a preparare una mozione congressuale fortemente critica nei confronti dell’organo Ds. Ieri ne hanno discusso a fondo nel corso della riunione dedicata alla strategia politica futura. Ormai non solo Emanuele Macaluso, ma addirittura un’intera area del partito, manifesta un fortissimo disagio per la linea e l’impostazione del giornale fondato da Antonio Gramsci. Anche perché, mentre l’Unità parla e straparla, gli organismi dirigenti del partito si contraddistinguono per il loro silenzio assordante. Da un lato, il partito è muto; dall’altro l’unica linea politica che viene diffusa a piene mani è quella dell’Unità. "La situazione del giornale - attaccano i liberal - è la cartina di tornasole della situazione del partito e questo è inaccettabile, vista anche la distanza fra le nostre posizioni e quelle espresse dall’Unità". 7. Ds (due). Barbera a favore di Amato, e contro Folena e Parisi. Augusto Barbera, costituzionalista diessino, esponente del "movimento referendario", ha detto al VeLino di essere con decisione a favore dell’idea di Giuliano Amato di un gruppo parlamentare federato del centrosinistra. "Proponendo la costruzione delle due gambe della coalizione nella prospettiva del rafforzamento dell’Ulivo, Amato ha fatto un discorso in vista di un futuro partito unico - dice Barbera -, quindi proprio non capisco la freddezza di Folena (al quale ricordo sommessamente che un gruppo parlamentare federato sarebbe molto di più dei comitati per Rutelli) e l’ostilità di Parisi (al quale faccio osservare come le tentazioni egemoniche dei Ds sono state sconfitte dal recente risultato elettorale). La verità vera è che vengono fuori, da questo dibattito, tutti i problemi di identità dei diversi partiti. Margherita compresa". "Ma poi siamo sicuri che la Margherita regga come soggetto politico unitario?" si chiede Barbera. "Io spero proprio di sì, ma i segnali, per esempio dalle prossime elezioni regionali siciliane, non sono incoraggianti. In Sicilia si stanno preparando liste Democratici per la Margherita, Udeur per la Margherita, Dini per la Margherita. Insomma la Margherita ridotta a un ‘per’. Un po’ pochino. Secondo me bisogna rafforzare entrambe le gambe della coalizione e bisogna arrivare immediatamente a un gruppo parlamentare unico o federato, con un capogruppo per ogni Camera e con un coordinamento guidato da Rutelli. Una specie di governo ombra del centrosinistra. Per fare bene l’opposizione al governo del centrodestra". 8. Ds (tre). Intanto Cofferati aspetta. Il segretario della Cgil aspetta i risultati del ballottaggio del 27 maggio per decidere il proprio futuro politico. Aspetta di capire di quale entità sarà la sconfitta del centrosinistra. "È evidente - dicono al vertice dell’organizzazione sindacale - che se anche a Roma e a Napoli, per esempio, il centrodestra vincesse, la situazione del centrosinistra si incasinerebbe ulteriormente". E come si suol dire, quando il gioco si fa duro, allora i duri entrano in campo. I vertici della confederazione attendono in particolare i risultati di Napoli e di Roma perché sono quelli che, a loro avviso, risultano attualmente in bilico. 9. Sanza: "Ormai sono un cane…". Francesco Cossiga ha annunciato lo scioglimento dell’Upr e ha lanciato nuove frecciate al Cavaliere. Cosa ne pensano i "quattro gatti" che avevano dato vita con lui all’Unione per la Repubblica? Il VeLino questa mattina ne ha incontrato casualmente uno, Angelo Sanza. Il quale si è rifiutato di commentare le affermazioni del senatore a vita, ma ha voluto precisare: "Io ormai non sono più un gatto, ma un cane". Un cane? "Sì, un cane fedele!". Fedele a chi? "A Berlusconi". 10. Pannella e la Bonino citano per danni il VeLino. Il 18 dicembre scorso scrivevamo (in un articolo intitolato, al primo paragrafo, "Natale in casa Pannella, nell’attesa che qualcuno bussi alla porta" e al secondo paragrafo "La loro parola d’ordine è chiara: sopravvivenza"): "Abituati a colpi di teatro, Pannella e Bonino studieranno le prossime mosse con molta attenzione. Devono a tutti i costi ottenere una rappresentanza in Parlamento per poter accedere al finanziamento pubblico... La condotta di Pannella e Bonino alle trattative con i due poli che avvieranno sarà orientata a raggiungere l’intesa con quanti li aiuteranno a sopravvivere. Da parte loro aiuteranno a mettere in difficoltà l’avversario di chi li aiuterà a sopravvivere". Per queste frasi Pannella e l’ex commissaria Ue hanno citato presso il tribunale civile di Roma Lino Jannuzzi, Roberto Chiodi e l’editore del VeLino. Come è noto l’intesa non è stata raggiunta con nessuno dei due schieramenti politici principali e la Bonino non è riuscita a essere eletta a palazzo Madama. Per chi non ha fonti "privatissime" di finanziamento della politica evidentemente non vi è nulla di male nel mettere concretamente, nella propria agenda politica, la questione delle risorse finanziarie accanto ai principali argomenti della strategia politica. D’altra parte furono gli stessi radicali, nel 1996, a porre esplicitamente questo tema, nel "contratto" con Silvio Berlusconi, ricavandone insulti dai falsi moralisti di centrosinistra. Proprio a causa del mancato accordo (con il centrosinistra o con il centrodestra), la Lista Bonino è rimasta fuori dal nuovo Parlamento e quindi senza rimborso elettorale; e Radioradicale è ora alla ricerca di parlamentari che possano garantirgli le risorse come "organo di partito". È così assurdo supporre, per esempio, che la presenza di un senatore (come fu Pietro Milio nelle elezioni del 1996) era voluta, oltre che per il ruolo politico di Emma, anche per le conseguenze che questa elezione avrebbe comportato per le finanze del mondo radicale? E che quell’operazione sia stata tentata - ma senza successo - anche in occasione di questa tornata elettorale? Per Pannella e Bonino fare una simile ipotesi non solo è assurdo, ma è diffamatorio. Diffamatorio al punto da chiedere un risarcimento per danni. 11. Falcone: adulatori di oggi, critici di ieri. Nel nono anniversario della strage di Capaci in tutta Italia, a Palermo soprattutto, si sono rinnovate le cerimonie di commemorazione per Giovanni Falcone. Ma ahimè, ancora una volta, l’occasione è stata utilizzata dai "professionisti dell’antimafia" per far accendere su di loro le telecamere e l’attenzione dell’opinione pubblica. E quanto più forte fu l’opposizione che alcuni magistrati e politici misero in campo contro Falcone, per le sue idee e per le sue iniziative giudiziarie, tanto più oggi quegli stessi personaggi cercano di accreditarsi come i più legittimi eredi del magistrato ucciso a Capaci. il VeLino intende ricordare Giovanni Falcone pubblicando una serie di documenti che testimoniano, inoppugnabilmente, che nei suoi ultimi anni di vita, soprattutto tra il ’90 e il ’92, i Ds, i magistrati di Md e la stampa di sinistra attuarono una campagna di delegittimazione senza precedenti contro di lui. Qui di seguito pubblichiamo la lettera aperta inviata il 28 ottobre del 1991 da Antonio Caponnetto, Paolo Borselllino, Giancarlo Caselli e da altri 60 magistrati all’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti e al ministro della Giustizia Claudio Martelli per bloccare uno dei progetti più importanti al quale lavorava Falcone: la procura nazionale antimafia. La cosiddetta superprocura viene considerata "strumento inadeguato, pericoloso, controproducente". Falcone, qualche mese dopo, definì quella lettera un attacco premeditato. La superprocura? "Strumento inadeguato e pericoloso". "Siamo attualmente impegnati, o abbiamo operato per molti anni, come pubblici ministeri o giudici istruttori in indagini su fatti di criminalità organizzata (mafiosa, comune, politica, economica). È nostra ferma convinzione che per potenziare l’azione giudiziaria di contrasto nei confronti di tali gravissime forme di criminalità siano necessari interventi innovativi e coraggiosi, per troppi anni elusi, anche nel settore organizzativo-ordinamentale, oltre che nella normativa penale e processuale. Ci riferiamo, in particolare, all’assetto e alla distribuzione territoriale degli uffici di procura, alla specializzazione dei magistrati del pubblico ministero, agli strumenti di coordinamento delle indagini, agli indispensabili supporti organizzativi (a cominciare da banche dati aggiornate ed efficienti), alla organizzazione di una polizia giudiziaria effettiva e coordinata. Su questi aspetti non abbiamo mancato di offrire al dibattito istituzionale il nostro contributo di analisi e di proposte, ricco di articolazioni talora assai diverse. Di fronte alla presentazione dello schema di decreto legislativo concernente l’istituzione della Direzione nazionale antimafia (c.d. superprocura) ci accomuna, peraltro, la convinzione - dettata non da diffidenza e ostilità preconcetta, ma dall’esperienza di anni di indagine - che lo strumento proposto sia inadeguato, pericoloso, controproducente. Pur senza addentrarci nei dettagli tecnici, rileviamo che il collegamento del pubblico ministero con il ministro (perseguito in maniera evidente seppur non sempre esplicitata) e l’esasperata centralizzazione e gerarchizzazione dell’ufficio non sono - in base all’esperienza internazionale e alla storia giudiziaria del nostro Paese - fattori di maggior efficienza bensì causa di riduzione dell’iniziativa dei singoli e, perciò, di complessiva minor incisività delle indagini. Non solo, ma la creazione nei fatti di una "doppia magistratura", con disparità di competenze, di organizzazione, di metodi operativi, sarebbe fonte di inevitabili conflitti, incertezze e ulteriore marginalizzazione della giustizia ordinaria, mentre una risposta giuridica efficace alla criminalità esige il recupero di efficienza dell’intero apparato. Non c’è in questo nostro intervento alcuna volontà di gratuita polemica. C’è solo l’intenzione e la speranza di contribuire, sulla base dell’esperienza accumulata, a che le sacrosante attese del Paese abbiano risposte adeguate e non illusorie, obiettivo per il cui raggiungimento auspichiamo l’abbandono della via del decreto legislativo e l’immediata apertura di un dibattito parlamentare, anche in ordine alla coerenza tra misure organizzative proposte e impianto processuale complessivo". (Primo di una serie di documenti) 12. Magistrati: Gennaro al bivio di Unicost. L’incontro che Unicost, la corrente moderata e di maggioranza relativa dei magistrati italiani, terrà a Orvieto l’8 giugno prossimo servirà a rendere chiara la posizione del presidente dell’Anm, Giuseppe Gennaro. Sarà l’occasione per comprendere se Unicost conta ancora su di lui o se invece vuole aprire una nuova stagione nei rapporti fra l’esecutivo a guida Berlusconi e la magistratura. Buona parte della corrente conosce le difficoltà alle quali andrà incontro Gennaro per aver attaccato alla vigilia delle elezioni la stessa legittimità di una eventuale presidenza del consiglio affidata al Cavaliere. Ma non sarà l’argomento principale che i molti critici di Gennaro all’interno della corrente (che rappresenta quasi il 45 per cento dei magistrati italiani associati nell’Anm) useranno per contestare la sua gestione e la rappresentatività di delegato Unicost. Nonostante le promesse di Piero Fassino, fatte fin quasi alla vigilia del 13 maggio, il governo ha varato il decreto sulla istituzione delle sezioni stralcio presso i Tar. Un provvedimento sul quale la giunta dell’Anm era stata invitata dalla base di essere particolarmente avversa, perché inficiava stipendi e retribuzioni dei magistrati. Ma Gennaro non è riuscito a ottenere dal centrosinistra il blocco del decreto. Sulle modalità di accesso degli avvocati alla carriera di magistrato, poi, si è aperta la seconda frattura fra la giunta dell’Anm e gli associati. Anche qui Fassino, nel tentativo di recuperare il rapporto molto deteriorato con l’avvocatura italiana, non ha ratificato le proposte di Gennaro ed è quindi passata la norma sui concorsi riservati, osteggiata fino all’ultimo dalle correnti di sinistra e dallo stesso presidente dell’Anm. Sulla separazione delle carriere,
infine, si annuncia lo scontro più aspro. Gennaro si regge su una
maggioranza molto condizionata da Magistratura democratica. La corrente
più a sinistra dei magistrati non vuol sentire neppure parlare
di concorsi separati e di strutture giudiziarie diverse. Tutti gli atti
dei vari congressi di Md degli ultimi anni rifiutano alla radice ogni
ipotesi di modifica degli attuali assetti delle carriere dei magistrati
e, naturalmente, del Consiglio superiore della magistratura e di eventuali
modifiche dei criteri di elezione. Tutti e due temi che, invece, verranno
affrontati nel corso della prossima legislatura e sui quali la Cdl ha
preso precisi impegni di programma che vorrà vedere realizzati,
almeno in parte. In questa situazione, si chiedono molti esponenti di
Unicost, Gennaro potrà ancora rappresentare la corrente di maggioranza
e la stessa Anm? In tanti non nutrono molta fiducia e sostengono che non
sarà possibile. Gennaro infatti su questi temi e su questi ultimi
in particolare ha già scelto la linea di Md, quella appunto di
assoluta chiusura. Una posizione che non piace alla corrente moderata,
perché ormai a una qualche separazione fra giudici e piemme, sono
convinti tutti, bisognerà arrivarci e l’Anm non potrà continuare
a sostenere soltanto le posizione del no a oltranza. E si riscopre la
linea di Antonio Martone, leader di Unicost, presidente dell’Anm per due
anni, schierato a favore del dialogo e della creazione di un tavolo della
giustizia attorno al quale governo, avvocati e magistrati devono discutere
di tutto anche di un problema difficile e forse non molto popolare fra
i magistrati quale quello della separazione delle carriere. Martone da
tempo ha lasciato ogni incarico di responsabilità all’interno dell’Anm
ed è in corsa, in autunno, per la candidatura a giudice costituzionale
(c’è da sostituire Fernando Santosuosso, eletto dalla Cassazione,
il cui mandato scade il 19 novembre prossimo), ma le sue iniziative hanno
un largo seguito in Unicost e con queste a Orvieto dovrà confrontarsi
Gennaro se vorrà restare alla guida dell’Anm. L’altra strada è
quella che porta solo allo scontro, ma questa volta il partito dei procuratori
e i referenti nei diesse sembrano più preoccupati a difendere le
loro carriere piuttosto che ingaggiare un lungo e difficile braccio di
ferro con il nuovo ministro della giustizia. |
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