direttore Lino Jannuzzi

 

Anno IV - supplemento al n. 90/19                                                  18.5.2001

SOMMARIO

1. Vittoria netta, Ciampi tira un sospiro di sollievo - 2. Se anche Modigliani è pronto a collaborare… - 3. Colloquio Ciampi-Berlusconi: governo in carica entro il 13 giugno - 4. Caianiello: quei seggi di FI non possono andare all’opposizione - 5. Il caos del voto e chi lo ha provocato - 6. Ds (uno). La Margherita divide la Quercia. È già guerra - 7. Ds (due). L’allarme dei liberal. "Il partito è a rischio" - 8. Ds (tre). Cofferati contro la fretta di Veltroni, Mussi e Fassino - 9. Ballottaggio a Roma: vita o morte per Veltroni (e pure per Rutelli) - 10. Vertici della sicurezza nazionale: cosa cambierà

1. Vittoria netta, Ciampi tira un sospiro di sollievo. Questa mattina il più rilassato, dopo la notte degli exit-poll e delle discutibili analisi dedicate da politologi e opinionisti ai risultati virtuali, era sicuramente Carlo Azeglio Ciampi. La vittoria della Cdl è stata netta. I margini, sia alla Camera sia al Senato, sono tali da giustificare previsioni ottimistiche sui tempi di formazione del governo e sulla sua navigazione. L’opposizione, stando alle dichiarazione più mediate, ha dato atto della vittoria. Ciampi non avrà così alcun problema a dare l’incarico a Silvio Berlusconi e a nominare, su sua proposta, la squadra di governo. Per definirne tutti i componenti, ci sono un paio di settimane: l’incarico potrà essere affidato soltanto dopo il 30 maggio, quando saranno eletti i presidenti di Camera e Senato e formati i nuovi gruppi parlamentari. Il presidente aiuterà il capo del governo a fare scelte che siano al tempo stesso di alto profilo e funzionali alla realizzazione del programma. È dunque prevedibile che nei prossimi giorni i canali di comunicazione tra il capo dello Stato e il leader della Cdl saranno particolarmente caldi. In Ciampi, Berlusconi ha individuato da tempo il presidente garante di un corretto svolgimento della competizione bipolare. E Ciampi è consapevole che queste elezioni segnano un passaggio decisivo: è la prima volta, in effetti, che una maggioranza viene scelta dagli elettori sulla base di un programma e di un contratto vincolante per tutti i partner che la compongono. Una maggioranza autosufficiente anche sul piano dei numeri. Nel 1996 l’Ulivo vinse a metà. Romano Prodi si era impegnato, durante la campagna elettorale, a non governare con Rifondazione. Il suo governo nacque invece grazie ai voti determinanti di Fausto Bertinotti. La crisi che lo avrebbe travolto un paio d’anni dopo nasceva da quella contraddizione iniziale. Berlusconi con i partner ha stipulato un accordo che ha ricevuto l’avallo vincolante degli elettori e il consenso necessario per realizzarlo. È una svolta politica e istituzionale, che costituisce un deterrente formidabile rispetto a qualsiasi tentativo di rimetterlo in discussione: lo sbocco sarebbero consultazioni politiche anticipate. Anche su questo punto, con gli alleati, prima delle elezioni, il Cavaliere ha raggiunto un accordo che è stato reso pubblico. E Ciampi, che non ha sollevato obiezioni, ha accettato di fatto di esserne il garante, attirandosi non poche critiche da costituzionalisti legati a una lettura tradizionale della Carta.

Alle viste un incontro di Berlusconi con Bush. Berlusconi ha atteso la serata per commentare l’esito del voto, che ha premiato un’opposizione durata sette anni. Le polemiche, anche quelle più strumentali, sono alle spalle. Da adesso in poi, il leader della Cdl si concentrerà sulle cose da fare. Userà toni costruttivi e sereni. Governare, comunque, non sarà una passeggiata, considerata l’eredità lasciata dal centrosinistra. Alle viste, un incontro con George Bush. L’Ap-Biscom di Lucia Annunziata prevede che nelle prossime ore partirà dalla Casa Bianca un invito al vincitore delle elezioni perché si rechi a Washington per una prima presa di contatto. Altre fonti, che pure confermano la possibilità dell’incontro, lo collocano però più in là nel tempo, ai primi di giugno, quando Berlusconi avrà ricevuto l’incarico e Bush sarà in Europa per una serie di incontri. Non è un mistero che la Casa Bianca stia cercando di creare con il futuro governo italiano un rapporto preferenziale. E Berlusconi ha già fatto capire di essere animato da propositi analoghi. Ma c’è anche un problema più contingente che spinge l’amministrazione americana a cercare un contatto con il nuovo inquilino di Palazzo Chigi: l’organizzazione del G8 che dovrebbe tenersi a Genova il prossimo luglio. Quanto predisposto sinora, in termini di funzionalità e di sicurezza, considerata la località scelta, allarma gli americani al punto che stanno meditando di far dormire Bush in rada su una nave da guerra, forse una portaerei.

2. Se anche Modigliani è pronto a collaborare… La stampa internazionale ormai paragona Silvio Berlusconi a Ronald Reagan e a Charles De Gaulle. Carlo Azeglio Ciampi, a quattro giorni del responso delle urne, loda la "passione civile e la maturità con la quale gli italiani sono andati a votare". E si compiace, riassumendo un sentimento diffuso: "La nostra, vivaddio, è una democrazia salda…". Le intemerate dell’Economist, dei Bobbio, degli Scalfaro sono alle spalle. Il clima è cambiato. Più rapidamente di quanto fosse lecito immaginare. Persino Franco Modigliani, dagli Usa, annuncia la disponibilità a fornire la propria consulenza a Berlusconi, se sarà richiesta, per contribuire a riformare il sistema previdenziale. È successo addirittura, a parte i complimenti di Tony Blair, che il responsabile per la politica europea del Labour si sia rallegrato per il successo della Cdl. È felice George W. Bush. Lo è anche Jaques Chirac. Da tutto il mondo piovono telefonate e telegrammi di compiacimento. Un mutamento di clima che segnala la posizione di grande forza nella quale si trova in questo momento Berlusconi. Una posizione sulla quale potrà fare leva per comporre al meglio la squadra di governo ricorrendo - per vincere eventuali resistenze a scelte che ritenga funzionali all’esigenza di garantire una compagine governativa forte e autorevole - alle prerogative che gli riserva l’articolo 92 della Costituzione. Le richieste dei molti aspiranti sono sicuramente tutte legittime, e lo sono anche quelle di chi guarda con scarsa simpatia alla presenza di tecnici nel governo e magari pensa che siamo alla vigilia di una nuova grande abbuffata partitocratica. Berlusconi è nella condizione di decidere al meglio. Qualcuno, in questi giorni, gli ha ricordato che quando si ha il potere, bisogna esercitarlo, perché altrimenti il potere si vendica…

3. Colloquio Ciampi-Berlusconi: governo in carica entro il 13 giugno. Il nuovo governo nascerà in tempi molto brevi, prima del 13 giugno. Carlo Azeglio Ciampi darà l’incarico entro la prima settimana del prossimo mese, subito dopo l’elezione dei presidenti di Camera e Senato e la formazione dei gruppi parlamentari. Nei giorni successivi, nominerà la squadra di governo, alla quale Berlusconi sta lavorando, tenendo informato il Quirinale delle scelte che stanno maturando per l’attribuzione degli incarichi ministeriali, in particolare di quelle più delicate che riguardano Esteri, Interno e Difesa. L’obiettivo comune di Ciampi e Berlusconi è completare l’iter di formazione del governo, compreso il dibattito sulla fiducia (almeno in un ramo del Parlamento), in tempo utile per consentire al leader della Cdl di partecipare da capo del governo formalmente in carica al vertice della Nato di Bruxelles del 13 giugno - al quale prenderà parte anche George W. Bush - e a quelli del 15-16 giugno di Goteborg: il primo del Consiglio europeo, il secondo - presente Bush - dedicato ai rapporti tra Usa e Ue. I due presidenti ne hanno parlato a lungo in serata, nel primo colloquio faccia a faccia dopo la chiusura delle urne. Ciampi farà tutto quanto è in suo potere per mettere la coalizione che ha vinto nella condizione di rispettare gli impegni presi con l’elettorato. Al tempo stesso, pretenderà che siano rispettati i diritti della minoranza e solleciterà un confronto bipolare che tenga sempre conto dell’interesse generale. Salvaguardando, in particolare, gli impegni europei e la collocazione internazionale del Paese. È probabile che, nel corso del colloquio, Berlusconi abbia informato Ciampi di come intende impostare la questione del conflitto di interessi e quali siano i tempi e le modalità per risolvere il problema. È anche probabile che abbia portato alla sua attenzione l’anomalia che si è determinata al momento dell’attribuzione dei seggi e al rischio di una pesante penalizzazione della Cdl, se il regolamento attuativo della legge elettorale fosse applicato in modo burocratico e non tenendo conto della volontà espressa dagli elettori.

4. Caianiello: quei seggi di FI non possono andare all’opposizione. Vincenzo Caianiello, presidente emerito della Corte costituzionale, ha pochi dubbi sull’inapplicabilità dell’articolo 11 del regolamento di attuazione del Mattarellum che, se interpretato in modo burocratico, farebbe perdere a Forza Italia 13 seggi conquistati con il voto degli elettori, assegnandoli anche ai partiti dell’opposizione. La questione, come noto, è ormai all’esame della corte di Cassazione e delle corti d’Appello, investite della questione con un’istanza presentata da Claudio Scajola. Ma Caianiello, che ne ha viste tante e soprattutto guarda anche ai problemi del domani, introduce un nuovo elemento sul quale invita i magistrati a riflettere. Se non dovessero decidere per l’inapplicabilità di quell’articolo, ammonisce Caianiello, i guasti potrebbero moltiplicarsi. Che cosa accadrebbe infatti ove alcuni deputati del partito di maggioranza eletti nella quota proporzionale dessero le dimissioni dall’incarico parlamentare o comunque non potessero più esercitare il loro mandato? Qualora fosse applicata nella direzione contestata dall’istanza di Forza Italia la norma regolamentare dell’articolo 11, anche costoro dovrebbero essere sostituiti da candidati di partiti dell’opposizione. Sarebbe una specie di "ribaltone istituzionalizzato", decretato per regolamento di attuazione. "Ma come, proprio quando il Quirinale si esprime contro i ribaltoni politici - insorge Caianiello - dovremmo subire un ribaltone per via normativa? Ma vogliamo scherzare?". "È un paradosso - continua Caianiello - che deve essere risolto, in prima istanza, dalla Cassazione perché, grazie a Dio, ancora vige il principio, stabilito durante i governi della Destra storica, che i Tribunali non devono applicare le norme regolamentari giudicate illegittime". Il regolamento di attuazione, infatti, a giudizio di Caianiello, non può intervenire a normale fattispecie al di là della stessa legge ordinaria, come invece prevede l’applicazione acritica dell’articolo 11, di fatto modificando con una norma di carattere secondario la volontà del legislatore ordinario. Comunque, qualora la Cassazione non dia seguito a una decisione di inapplicabilità dell’articolo 11, allora la Camera dei deputati - è il parere dell’illustre costituzionalista - avrebbe "il dovere" di farlo, in sede di convalida degli eletti. A quel punto ci sarebbero, secondo l’ex presidente della Consulta, due strade. La prima: rispettare la volontà popolare espressa con il voto, applicando con un ragionamento la legge elettorale del Senato che prevede l’attribuzione di seggi eventualmente non coperti da candidati di un partito con esponenti della medesima coalizione che siano risultati i migliori perdenti nei collegi uninominali. La seconda: se questa soluzione fosse giudicata impraticabile, non resterebbe che lasciare "vuoti" i 13 scranni parlamentari per tutta la durata della legislatura. La Camera infatti può tranquillamente operare anche con meno di 630 membri. È già successo nella storia della Repubblica, sia pure in un altro ramo del parlamento, dopo le elezioni del 1953: il Senato operò con otto membri in meno dal numero stabilito dalla Costituzione, perché non era stato previsto in tempo l’adeguamento dei dati elettorali al censimento del 1951.

5. Il caos del voto e chi lo ha provocato. Per ristrutturare e riformare la Direzione generale dell’amministrazione civile del ministero dell’Interno, il governo ha puntato sul prefetto più giovane d’Italia, Mario Morcone. A lui Giuliano Amato ed Enzo Bianco hanno affidato la direzione di uno degli uffici più prestigiosi dell’amministrazione dell’Interno. Uno snodo da dove controllare i segretari comunali, i bilanci delle amministrazioni locali e da dove sovrintendere alle elezioni. Da Morcone dipende, infatti, la Direzione centrale per i servizi elettorali. Svolto il tirocinio nella segretaria particolare di Oscar Luigi Scalfaro, al tempo in cui l’ex capo della Stato era alla guida del ministero dell’Interno, Morcone ha bruciato rapidamente le tappe della carriera, tanto che a 47 anni, il 10 giugno del ‘99, Massimo D’Alema lo nominò prefetto e lo spedì ad Arezzo. Da alcuni mesi guida l’amministrazione civile ma i risultati finora sono stati molto modesti. Ha rinnovato comunque i vertici degli uffici più importanti: ai servizi elettorali ha imposto Mario Vaccaro, in sostituzione di Pierluigi Magliozzi, divenuto numero uno e consulente del ministro Franco Bassanini. Magliozzi e Morcone, con il vice di quest’ultimo Ciro Trotta, hanno gestito l’intera macchina elettorale. Sono loro che avevano tranquillizzato il ministro dell’Interno sulla capacità delle strutture esistenti a far fronte all’election day. D’altro canto erano stati insediati proprio per far funzionare la macchina elettorale anche con 30 mila seggi in meno, come aveva sentenziato la finanziaria del 1998. Entrambi hanno aiutato Bianco a superare i forti contrasti sorti fra il ministro e i prefetti. Questi ultimi, infatti, già dallo scorso anno avevano protestato con i vertici del ministero dell’Interno. Nel corso dello svolgimento delle operazioni elettorali per le regionali del 2000 in molti seggi si registrarono ritardi, con l’impossibilità di chiudere entro le 22 o al massimo entro le 22,30. In alcune decine di seggi di altrettante grandi città gli sforamenti dell’orario superarono addirittura l’ora e mezzo, con gravi ripercussioni sulla correttezza del voto e sull’ordine pubblico.

I prefetti avevano informato il ministro del pericolo di influenzare chi dopo l’ora ufficiale di chiusura dei seggi, vi si trovava ancora dentro. Questo perché gli exit-poll vengono diffusi alle 22 e con i cellulari tutti, anche dentro la cabina, sono nelle condizioni di conoscere come si è votato in quella città e perfino in quel seggio. L’allarme dei prefetti fu tale che almeno due volte il direttivo dell’Anfaci, il sindacato degli alti funzionari di Stato, chiese al ministro di potenziare nuovamente il numero dei seggi e le loro attrezzature. Ma gli appelli sono rimasti inascoltati, anche se il risparmio posto a base della motivazione del taglio dei seggi si è rivelato effimero: il maggior lavoro degli scrutatori e dei presidenti di seggio ha dovuto essere retribuito con il conseguente aumento delle spese. Ma Bianco non ha voluto saperne. Non ascoltò quei prefetti che gli fecero sapere che la proposta di Silvio Berlusconi di non accorpare le elezioni politiche con quelle amministrative era da prendere in seria considerazione. Furono inascoltati anche i sindacati della funzione pubblica che, spalleggiati da Sergio D’Antoni, diedero un parere negativo sull’accorpamento. Ma Bianco e Francesco Rutelli avevano già deciso e Morcone fu informato che le riserve espresse dai prefetti non potevano essere accolte dal governo perché la scelta di un’unica data era politica e pertanto la direzione dell’amministrazione civile doveva dar corso a tutte le iniziative per far svolgere il 13 maggio le elezioni, quelle politiche e quelle per il rinnovo delle amministrazioni locali. A rendere ancora più difficile l’organizzazione dei seggi elettorali c’è stata anche la scarsa collaborazione fra il ministro dell’Interno e quello della Difesa Sergio Mattarella. Senza alcun congruo preavviso, infatti, lo stato maggiore dell’esercito, quasi alla vigilia del voto, ha informato il Viminale che non avrebbe potuto fornire molti soldati per il controllo dei seggi.

E così in tutta fretta carabinieri, finanzieri e poliziotti hanno dovuto tappare i vuoti, lasciando scoperti altri servizi. Anche i più stretti collaboratori del capo della polizia avevano segnalato al ministro che il 13 maggio non sarebbe stata una giornata facile; lo hanno confermato ieri sera quando, dopo i primi incidenti avvenuti nei seggi, hanno comunicato che nell’organizzazione della macchina elettorale la polizia non c’entrava nulla e che comunque avevano avvisato il governo e il ministro su possibili problemi di ordine pubblico. Che Bianco prevedesse che la giornata di ieri non sarebbe filata liscia lo indica, infine, il comunicato stampa emesso venerdì dal ministero con il quale si invitavano i cittadini a recarsi ai seggi in tempo utile. Ma non è valso a nulla, perché le file si sono formate fin dalle prime ore del voto.

Ora Bianco cerca i responsabili, ma difficilmente ne troverà fuori dall’ufficio: chi doveva avvisarlo, infatti, lo aveva fatto e in tempo. Né tanto meno può prendersela con il sottosegretario Aniello Di Nardo, della Margherita come il ministro, che all’atto del suo insediamento aveva ricevuto la delega per i servizi dell’amministrazione civile. Difficile per Bianco fornire, a questo punto, al capo dello Stato - che gliela aveva richiesta - una spiegazione valida del caos che ha sconvolto i seggi nelle grandi città.

6. Ds (uno). La Margherita divide la Quercia. È già guerra. La tensione all’interno dei Ds continua a salire e si annuncia una resa dei conti dalle conseguenze imprevedibili. Se ieri Massimo D’Alema da Gallipoli aveva rilanciato il progetto del partito socialista e democratico europeo, liquidando l’ipotesi strategica ulivista da costruire attorno alla Margherita rutelliana, oggi Walter Veltroni replica: bisognerà valutare non solo gli ultimi mesi, ma anche gli ultimi anni della vita e delle scelte del partito. A dargli man forte è subito intervenuto Fabio Mussi, con una seconda dichiarazione di guerra indirizzata all’ex premier nella quale, senza giri di parole, rafforza e chiarisce il richiamo del segretario: per fare un bilancio, bisognerà esaminare gli ultimi cinque anni della gestione del partito. Anni nei quali D’Alema è stato, oltre che presidente del partito e del Consiglio, anche segretario. Veltroni e Mussi, con queste dure prese di posizione, hanno cercato di arginare la richiesta di un severo redde rationem affidato a un congresso straordinario, da convocare in autunno, dopo un serrato confronto sulle scelte disastrose che hanno portato alla sconfitta del 13 maggio. Un confronto che coinvolga tutte le strutture del partito e lo stesso sindacato di riferimento. Anche Piero Fassino sembra d’accordo con Veltroni e Mussi, e ha espresso la propria contrarietà a questa ipotesi. Fassino punta, del resto, a conquistare la segreteria senza mettere in discussione le scelte fatte, all’insegna della continuità con la linea seguita da Veltroni. Al quale è da sempre legato. Negli ambienti dalemiani, con una punta di veleno, si fa notare che nel 1994, dopo la prima vittoria di Silvio Berlusconi e la defenestrazione di Achille Occhetto, nella sfida che oppose D’Alema a Veltroni, Fassino si schierò con quest’ultimo, che risultò perdente.

L’equivoco di Rutelli. In ogni caso, nonostante le avvisaglie di uno scontro durissimo ci siano ormai tutte, sulle modalità della resa dei conti al Botteghino peseranno non poco anche gli esiti della competizione amministrativa a Roma. Una sconfitta di Veltroni darebbe ulteriore forza all’offensiva dalemiana, supportata da molte strutture locali del partito, a partire da quelle toscane ed emiliane, che guardano con fastidio alla Margherita, considerata una bolla destinata a sgonfiarsi. Con ancora meno simpatia, guardano alle velleità di Francesco Rutelli, che tarda a rendersi conto delle ragioni del consenso ottenuto dalla Margherita (anche a spese dei Ds). Un successo legato alla bipolarizzaione del confronto e alla conseguente sovraesposizione mediatica dello stesso candidato premier, non certo alla "voglia di Ulivo". Se ci fosse stata, il centrosinistra avrebbe vinto le elezioni. E Rutelli, anziché candidarsi a leader dell’opposizione, starebbe preparando la squadra per guidare il Paese dalla poltrona di palazzo Chigi.

7. Ds (due). L’allarme dei liberal. "Il partito è a rischio". L’area liberal della Quercia è fortemente preoccupata: i Ds rischiano seriamente di diventare un partito di governo in alcune realtà locali nelle regioni centrali, una specie di "Lega tosco-emiliana". Per evitare questo sbocco i Ds - a giudizio dei liberal - devono confrontarsi su linee e opzioni strategiche chiare. In un congresso straordinario. A una precisa condizione: il confronto dovrà essere senza paracadute, esplicito e trasparente. Lanfranco Turci, esponente dell’area, spiega: "La mediazione al centro, una prassi che abbiamo preso dalla tradizione del vecchio Pci, non funziona più. Non può reggere, sta uccidendo il partito. Dobbiamo chiarire all’opinione pubblica e, prima ancora, a noi stessi, la nostra linee e le nostre proposte". Insomma, secondo i liberal diessini non è proponibile, in alcuna forma, una qualche intesa fra i "delfini giovani", Massimo D’Alema e Walter Veltroni. Il confronto dovrà avvenire fra le diverse strategie. In modo chiaro. Se ciò non accadrà il prima possibile, dopo la campagna elettorale (elezioni comunali comprese ovviamente) il partito rischierà seriamente, a giudizio dei liberal, di diventare una forza politica regionale, con un’influenza limitata alla Toscana e all’Emilia. "Mi chiedo - si interroga Turci - se uomini come D’Alema e come Fassino potranno mai accettare uno sbocco di questo genere. Nei Ds ritengo che ci siano tuttora grandi energie politiche e intellettuali che non meritano di essere ristrette in una forza residuale".

8. Ds (tre). Cofferati contro la fretta di Veltroni, Mussi e Fassino. Il segretario della Cgil non condivide la fretta con la quale l’attuale vertice diessino vuole chiudere la partita del nuovo segretario del partito dopo la débacle elettorale. "Non servono consultazioni lampo - dicono al vertice della confederazione sindacale di sinistra - qui ci vuole un’adeguata discussione sulla situazione, il più democratica ed aperta possibile". La procedura più adatta, in un organismo democratico, per una discussione di tale portata, non può che essere il congresso straordinario del partito. Anche perché, sottolineano in Cgil, c’è una richiesta fortissima che viene dalla base diessina (sempre più forte verso il basso) di una precisa assunzione di responsabilità della sconfitta elettorale da parte dell’intero gruppo dirigente: "Non comprendiamo assolutamente la fretta del segretario, anche perché in questo modo, Veltroni rischia seriamente di complicare ancora di più una situazione già difficile". Insomma: se il candidato sindaco di Roma pensa, con la rapidità, di governare la tensione interna al partito e al mondo che lo circonda, potrebbe aver decisamente sbagliato i conti.

9. Ballottaggio a Roma: vita o morte per Veltroni (e pure per Rutelli). Non solo Walter Veltroni, anche Francesco Rutelli vive con grande preoccupazione l’attesa per il ballottaggio del 27 maggio, quando sarà assegnata la poltrona del Campidoglio. E ormai chiaro a tutti che una sconfitta - che non può essere esclusa e non lo è neppure dai Ds che hanno il polso dell’opinione pubblica - del segretario candidato sindaco costituirebbe un secondo durissimo e forse irrecuperabile colpo anche per l’ex candidato premier del centrosinistra. Certo non a caso, nei giorni scorsi, quando è stato investito del ruolo di speaker dell’opposizione, aveva messo le mani avanti: "Guiderò l’Ulivo e l’opposizione fino a nuovo ordine…". Una sconfitta a Roma, che sarebbe anche sua, potrebbe far entrare in una crisi irreversibile lo schema che vede Rutelli confermato nella leadership dell’Ulivo in tandem con un Piero Fassino lanciato alla conquista della segreteria Ds. Una vittoria della Cdl anche a Roma, al contrario, spianerebbe la strada al progetto alternativo che vede protagonisti Massimo D’Alema e Giuliano Amato: la creazione anche in Italia di un partito che si rifaccia alle tradizioni e agli schemi della socialdemocrazia europea. In ogni caso, il confronto su queste due opzioni strategiche è sempre più duro. Ed è cominciato il riposizionamento interno ai Ds. Con D’Alema si è schierato Valdo Spini. Che ha proposto un nuovo nome al partito: Sinistra, con sopra la sigla Pse. Spini è partito all’attacco anche del Girasole, invitando i socialisti dello Sdi ad abbandonare i Verdi al loro destino e a confluire nel nuovo partito che dovrebbe nascere sulle ceneri dei Ds.

10. Vertici della sicurezza nazionale: cosa cambierà. I cambi di maggioranza e quindi del governo nel nostro Paese hanno sempre determinato la sostituzione, almeno parziale, dei vertici delle forze armate, delle forze di polizia e dei servizi segreti. E molti governi, pur non essendo il frutto di maggioranze politiche diverse dalle precedenti, si sono riservati il diritto di rinnovare tutti o parte dei vertici istituzionali che garantiscono l’ordine e la sicurezza pubblica. Anche il prossimo governo che nelle intenzioni del probabile premier, Silvio Berlusconi, dovrebbe insediarsi nella prima settimana di giugno, troverà sul tavolo i fascicoli relativi ai nostri responsabili della sicurezza. Sergio Siracusa, il comandante generale dei carabinieri, ha già ottenuto dal governo D’Alema, prima e da quello di Giuliano Amato, dopo, ben due proroghe, l’ultima concessagli lo scorso mese scadrà nell’aprile del 2002. Il prossimo governo non sarà tenuto a mantenerlo in carica: infatti l’ultimo decreto di proroga non si riferisce al ruolo ma all’esercizio. Tradotto, significa che Siracusa andrà in pensione il prossimo anno, ma può essere sostituito nell’attuale incarico. Siracusa aspirerebbe a essere distaccato all’Onu, quale responsabile delle forze di polizia non militari in missione per conto delle Nazioni Unite, ma anche per il diminuito peso della nostra diplomazia sarà difficile che Amato possa riuscirci e altri incarichi prestigiosi non ce ne sono attualmente. Il centrosinistra e i diesse, in particolar modo, prima di lasciare il governo avrebbero voluto trovargli una buona sistemazione, grati perché Siracusa è riuscito tranquillizzare ufficiali e carabinieri sulla affidabilità del partito di D’Alema e per la gestione che da ex direttore del Sismi fece del dossier Mitrokhin, proprio nei giorni in cui i diessini entravano per la prima volta e ufficialmente in una maggioranza organica di governo.

Anche il direttore del Sismi, Gianfranco Battelli, si trova nella situazione di prorogatio: il suo mandato scadrà a fine anno. Come Siracusa ha ottenuto dal centrosinistra una grande protezione dagli attacchi politici che le opposizioni gli mossero quando i giornali inglesi rivelarono che il dossier Mitrokhin da anni si trovava in Italia. Battelli difese strenuamente il premier dell’epoca D’Alema, sostenendo che tutte le informazioni contenute nei fascicoli pervenuti dai servizi segreti inglesi, grazie a una ex spia sovietica, erano di scarso valore, tanto da non aver neppure informato il governo.

Al Sisde c’è da alcuni anni il prefetto Vittorio Stelo, da anni favorito nella corsa al vertice del Viminale. Doveva svolgere il ruolo di liquidatore in attesa che sia il Sisde sia il Sismi venissero riformati. Ma né Romani Prodi né D’Alema sono riusciti a mettere mano alla riforma e l’incarico a tempo si è trasformato in definitivo. Al Cesis, il comitato di coordinamento dei servizi segreti, da quasi un anno è stato nominato Fernando Masone, ex capo della polizia. Il suo vice è Nicolò Pollari, ex numero due delle fiamme gialle. Sia Masone sia Pollari hanno mantenuto un profilo istituzionale molto bipartizan, così come il capo della polizia Gianni De Gennaro, per la cui nomina concorsero anche il Polo e la Lega.

La Guardia di Finanza da meno di un mese ha un nuovo comandante il generale Alberto Zignani. Figlio di una valorosa medaglia d’oro al valore militare, la sua nomina è stata fortemente sponsorizzata dall’associazione partigiani d’Italia e dal ministro del Tesoro Vincenzo Visco. La sua candidatura non fu concordata con il Polo, l’incarico ne prevede la permanenza per "almeno due anni". Così come quello di Rolando Mosca Moschini, passato dalle fiamme gialle a capo di stato maggiore dell’esercito. Grande amico del banchiere Tomaso Padoa Schioppa e di Vincenzo Visco, Mosca Moschini è stato molto criticato dalle opposizioni per la gestione troppo filogovernativa dei finanzieri e per aver ratificato una riforma del corpo che penalizza il ruolo dei finanzieri a favore della burocrazia ministeriale.