
direttore Lino Jannuzzi
Anno IV - supplemento al n. 85/18 11.5.2001
SOMMARIO
1. Ciampi, elezione diretta del premier e impegno contro i ribaltoni - 2. Ciampi guarda al dopo elezioni citando Moro - 3. Elezione a rischio anche per Veltroni e Amato - 4. Napoli e Roma, ballottaggi quasi certi. D’Alema in ripresa - 5. I diesse, l’architetto e il covo del Sisde, che non c’è - 6. Il coraggio di punire i falsi pentiti - 7. Ma Caselli è sempre Caselli
1. Ciampi, elezione diretta del premier e impegno contro i ribaltoni. Entrambi i candidati premier hanno detto sì al patto antiribaltone che era stato proposto, prima che si iniziasse la campagna elettorale, da Peppino Calderisi e Marco Taradash. Silvio Berlusconi e Francesco Rutelli si sono contrapposti su tutto meno che su un punto: entrambi hanno dichiarato che se la maggioranza scelta dagli elettori verrà meno, non ci sarà alcun ribaltone ma il ritorno alle urne per ridare la parola ai cittadini elettori. La posizione di Berlusconi su questo punto è sempre stata chiara. Quella di Rutelli lo è diventata in questo scorcio finale della campagna. Calderisi e Taradash commentano: "Non si tratta più di un’indicazione propagandistica, vuota e demagogica, ma di una precisa assunzione di responsabilità di fronte agli elettori. Di essa può ora prendere positivamente atto il presidente della Repubblica che, incontrandoci il 21 marzo scorso, aveva manifestato tutto il suo apprezzamento per la finalità della nostra iniziativa, cioè quella stabilità politica e di governo che costituisce uno degli obiettivi fondamentali per i quali Ciampi si è sempre battuto". In effetti, Ciampi non ha mai segnalato, come pure è stato sollecitato a fare, una sofferenza istituzionale rispetto alle sostanziali innovazioni introdotte con la riforma non formale ma sostanziale della prassi prevista dalla Costituzione. La prima innovazione ha riguardato la decisione di entrambi gli schieramenti di inserire il nome del candidato premier nel logo che compare sulla scheda. Non si tratta, formalmente, dell’elezione diretta del premier, ma, dopo il 13 maggio, il presidente della Repubblica, potrà affidare l’incarico di formare il governo soltanto a Rutelli o a Berlusconi. La Costituzione prevede che la scelta tocchi al capo dello Stato. Ma Ciampi, non sollevando riserve sulla prassi seguita per la prima volta dalle forze politiche, ratificherà una scelta, per quanto riguarda il futuro inquilino di Palazzo Chigi, decisa dagli elettori. Il capo dello Stato ha dunque di fatto accettato quella che è una menomazione dei suoi poteri, condividendo la responsabilità di una svolta istituzionale che precede la riforma formale della Costituzione. Se prima del 13 maggio, come tutto lascia prevedere, Ciampi non solleverà obiezioni neppure sulla cosiddetta "convenzione antiribaltone" - accettata da entrambi i candidati premier - ci troveremo di fronte a una seconda riforma sostanziale, che limiterà i poteri di scioglimento delle Camere che la Costituzione affida al capo dello Stato. La "convenzione", di fatto, trasferisce questo potere al presidente del Consiglio: entrata in crisi la maggioranza, l’impraticabilità di eventuali ribaltoni comporterebbe, come conseguenza, la fine della legislatura. E nuove elezioni.
2. Ciampi guarda al dopo elezioni citando Moro. Il Quirinale guarda al dopo elezioni con meno apprensione di quanta ne nutrano osservatori italiani e stranieri. Che una campagna elettorale assuma toni aspri, non è così anormale. Tanto meno in Italia, abituata da sempre a scontri accesi sin dal 1948. Nel Paese e in Parlamento. Il Quirinale ha però avvertito da tempo che il successo annunciato di Silvio Berlusconi segna la discontinuità con il passato. A differenza di quanto sostengono gli ulivisti più accesi, gli analisti non ritengono che la Cdl sia così fragile come viene dipinta o che Umberto Bossi si prepari a colpi di teatro che rimescolino tutte le carte. Se Berlusconi vincerà le elezioni, il governo, è la convinzione degli analisti, durerà a lungo. E se la maggioranza della Cdl sarà, come si prevede, autosufficiente e ragionevolmente ampia come prevedono i sondaggi, il progetto di rivedere le regole e l’ordinamento assumerà contorni tali da rendere concreta la prospettiva di riscrivere anche la prima parte della Costituzione, sia pure in tempi non così ravvicinati, probabilmente nella fase inoltrata della legislatura. L’auspicio di Ciampi è che si crei, nel futuro Parlamento, un clima il più possibile depurato dai veleni di queste settimane, per portare a compimento - in un quadro di stabilità di governo e senza mettere in discussione lo schema bipolare e il maggioritario - il processo di revisione sostanziale della prassi costituzionale (vedi il VeLino di ieri) realizzato in questi ultimi mesi. Ciampi si è soltanto limitato a chiedere ai due candidati, che si sottopongono a una sorta di elezione popolare diretta, di non definire nel dettaglio le rispettive squadre ministeriali. La Costituzione assegna a lui il compito di nominarli, sia pure su proposta del presidente del Consiglio. E la possibilità di esprimere un consiglio e qualche valutazione, almeno per quanto riguarda la scelta dei ministeri "politici" (Esteri, Inerno, Difesa), Ciampi vuole tutelarla. Ma l’incarico lo darà a Berlusconi o a Rutelli sulla base di una esplicita indicazione di voto popolare. È il varco attraverso il quale passeranno tutti gli altri grandi cambiamenti della carta costituzionale. Ciampi non ha mai manifestato l’intenzione di ostacolare questo processo. Non ha mai speso una parola per evocare tabù sull’intoccabilità della Carta. Ma sa che questo processo richiede una disponibilità al confronto dei due schieramenti.
Ma non pensa a un governo di unità nazionale. Forse non a caso, guardando al "dopo", Ciampi ha richiamato - in una testimonianza scritta in occasione del 23° anniversario dell’assassinio - la figura di Aldo Moro, di cui ha esaltato la mancanza di faziosità e la capacità di avere "una visione alta dell’identità e dell’avvenire del Paese". Un richiamo che suona come un appello a entrambe le coalizioni. Lo ha scritto due mesi fa, dopo essersi letto il discorso che Aldo Moro fece ai gruppi parlamentari Dc prima della nascita del governo di solidarietà nazionale. Lo ha colpito la tensione di Moro, la sua mancanza di faziosità. Ma rifacendosi a quel passaggio della vicenda politica del leader assassinato, non ha certo voluto prospettare come attuale un "governo con tutti dentro". Ciampi resta un convinto sostenitore del maggioritario e ritiene che chi vincerà le elezioni dovrà essere messo nella condizione di governare rispettando gli impegni assunti con l’elettorato. Ma più il sistema si bipolarizza, più è necessaria la disponibilità dei due schieramenti a legittimare i reciproci ruoli. Il richiamo di Ciampi a Moro va letto così.
3. Elezione a rischio anche per Veltroni e Amato. Massimo D’Alema è nervoso e tutti hanno capito perché: i sondaggi più benevoli gli concedono un testa a testa con Alfredo Mantovano; altri, quelli che cita lo sfidante, lo danno sotto di quattro punti. Ma è nervoso anche Walter Veltroni: il vantaggio che aveva su Antonio Tajani, almeno dieci punti, si è quasi azzerato. Lo spettro del ballottaggio è sempre più vicino. E Veltroni sa che un secondo turno farebbe convergere su Tajani i voti di molti terzopolisti, soprattutto quelli degli elettori di Democrazia europea. Lo stesso Giuliano Amato non dorme sonni tranquilli. Anche nel suo caso i sondaggi non sono così positivi. Al punto che i collaboratori del premier stanno letteralmente spiando le mosse dell’avversario, per capire le ragioni di un radicamento nel territorio e di un consenso del candidato della Cdl che risulta superiore a ogni più ottimistica previsione. Così Amato, come del resto D’Alema a Gallipoli, si sta sottoponendo a un defatigante porta a porta nei vari paesi (l’ultimo, a Pitigliano), spingendosi a fare improvvise incursioni nei poderi maremmani che costellano il collegio. Per Amato la sconfitta, a differenza di D’Alema e Veltroni, avrebbe conseguenze meno negative: il particolare sistema elettorale per il Senato prevede il recupero dei migliori perdenti nei collegi uninominali, e sicuramente, se dovesse essere battuto, Amato si troverebbe in questa condizione. Tuttavia, il colpo alla sua immagine sarebbe così duro come quello che subirebbero in caso di sconfitta D’Alema e Veltroni.
4. Napoli e Roma, ballottaggi quasi certi. D’Alema in ripresa. Dal collegio di Gallipoli rimbalzano notizie meno negative per la sorte di Massimo D’Alema. I suoi uomini assicurano che contro Alfredo Mantovano ce la farà, e conserverà, pertanto, il seggio in Parlamento. Dalla capitale e da Napoli rimbalzano invece notizie meno positive per i due candidati sindaci ulivisti, Walter Veltroni e Rosa Russo Jervolino. Il segretario Ds è in difficoltà. Lo ha ammesso lui stesso, augurandosi di vincere la sfida con Antonio Tajani al secondo turno. Evidentemente, nonostante la frenetica campagna elettorale, gli appelli di centinaia di attori, registi, uomini di cultura e professori universitari che hanno invaso le pagine dei quotidiani locali, Francesco Rutelli non gli ha lasciato una grande eredità. Veltroni era convinto di vincere in prima battuta. Ma il consenso, a quanto rivela lui stesso, non c’è. E il ballottaggio, quando entreranno in gioco i voti di Democrazia europea, quelli dei radicali e delle liste che non si sono apparentate al primo turno, rischia di diventare per Veltroni una sfida impossibile da superare. Una situazione analoga, stando alle lamentele dei collaboratori più stretti di Antonio Bassolino, si sta verificando a Napoli. Anche la Jervolino è lontana dall’obiettivo di un’elezione al primo turno. Il suo avversario, Antonio Martusciello, si è rivelato molto più pericoloso di quanto l’Ulivo locale avesse messo nel conto. Il ballottaggio, anche a Napoli, è ormai quasi certo. Non è cambiato infine il quadro nel quale si muove Giuliano Amato, candidato nel collegio senatoriale di Grosseto. Qualche crepa a favore del candidato del centrodestra (favorito tra gli elettori della città) continua a aprirsi anche nella parte del collegio senatoriale che si estende in Maremma lambendo i confini di Piombino.
5. I diesse, l’architetto e il covo del Sisde, che non c’è. "Ma quale ipotesi choc, qui siamo di fronte al nulla, a qualcosa che non esiste, meno di una bufala. È da stamane che rigiro e rileggo le pagine dei giornali e non riesco a comprendere come certe ricostruzioni fantasiose possano esser credute dai giornali e dai giornalisti". Enrico Cassia, l’architetto che nel 1978 abitava in via Caetani 32, a due passi da dove le Brigate rosse lasciarono l’auto con il corpo di Aldo Moro, non sa spiegarsi come sia nata la notizia di una sua presunta vicinanza ai servizi segreti che, secondo il parlamentare diessino Valter Bielli, avrebbero utilizzato, addirittura, la sua abitazione nel sequestro del leader democristiano. "Avevo ottenuto quella casa dal demanio pubblico, ma nell’84 me l’hanno tolta. Una vera ‘predazione’, hanno fatto di tutto per buttarmi fuori da quell’appartamento. Oggi vengo a sapere che avrei avuto addirittura un qualche ruolo in tutto l’affaire Moro. Io che ho sempre fatto e faccio l’architetto: mi stanno causando un danno senza pari". Ma insomma lei ci abitava in quella casa?
"Certo l’ho avuta prima del ’78 con una regolare domanda. Ma faceva gola. Serviva a qualcuno che con un vero e proprio sopruso me la fece togliere. Sicuramente qualcuno che all’interno del Sisde voleva per sé o per qualche familiare quell’abitazione in pieno centro storico". E la residenza, perché non la cambiò allo stato civile? "Provvidi a notificare una nuova residenza dopo qualche tempo. Non lo ricordo esattamente, ma posso tranquillamente dimostrarlo: ebbi problemi nel trovare un’altra casa e fino a quando non fui sicuro di poter mantenere l’alloggio per qualche tempo, non notificai il cambio di residenza all’ufficio anagrafe. Tutto qui, una cosa che capita a milioni di italiani quando vengono buttati fuori di casa e non ne trovano un’altra subito". Le dichiarazioni di Cassia sembrano ridimensionare del tutto lo scoop di Valter Bielli, che in una relazione-esposto inviata al procuratore della Repubblica di Roma Salvatore Vecchione sostiene che il Sisde fin dai tempi del sequestro di Moro aveva già una sede in via Caetani. Rilanciando le tesi che il Pci, prima, e alcuni settori dei diesse, recentemente, hanno avanzato sulle deviazioni di buona parte dei nostri servizi segreti e sulla loro responsabilità nel sequestro dell’ex presidente della Dc. Bielli, componente della Commissione stragi, con l’appoggio del capogruppo diessino alla Camera, Fabio Mussi, lo scorso anno attaccò pesantemente il lavoro svolto dalla commissione sulle stragi. Presentò per questo, con altri sette commissari diessini, una controrelazione su "Stragi e terrorismo in Italia dal dopoguerra al 1974". Il primo a finire sul banco degli imputati fu il presidente della commissione Giovanni Pellegrino, diesse pure lui. Per Pellegrino il documento rappresentò una vera sconfessione del suo operato, ma non gli fece cambiare idea. Il presidente è rimasto sempre molto critico sulle ricostruzioni fatte dai diessini, tanto che nella bozza della relazione finale, mai approvata e rimasta in cantiere, ha ribaltato del tutto le indicazioni di Bielli e compagni, accusando di ingenuità quanti credono che le Brigate rosse al tempo di Moro furono eterodirette. E poi, francamente, come si fa ancora oggi a credere che un qualsiasi servizio segreto rapisca l’uomo politico più importante del Paese e lo custodisca, per settimane, in un covo personalmente attrezzato e pagato?
6. Il coraggio di punire i falsi pentiti. Bruno Contrada dopo dieci anni ha riavuto il suo onore, ma lo Stato di diritto in Sicilia (e in Italia), nonostante la sua assoluzione e quella di Giulio Andreotti e di Corrado Carnevale e di Francesco Musotto e di un’altra mezza dozzina di politici e di giudici e di poliziotti e l’assoluzione ormai prossima di Calogero Mannino, non è stato ancora ripristinato. Perché lo sia - scrive Lino Jannuzzi sul numero di Panorama domani in edicola - occorrono almeno due cose: che il sistema detto del "pentitismo" sia abolito o quanto meno, per il tempo determinato in cui dovesse essere ritenuto ancora necessario e utile, sia drasticamente ridimensionato e sia sottoposto a regole più severe e controllate, e che si ponga fine veramente alla stagione dei processi associativi che, come aveva ammonito Giovanni Falcone, sarebbe dovuta irrimediabilmente tramontare con l’avvento del processo accusatorio e che invece ha continuato a impazzare soprattutto a Palermo, durante la gestione di Giancarlo Caselli, anche se è uscita duramente sconfitta dagli esiti dei processi politici. Le ultime sentenze della Cassazione, quelle sul voto di scambio, sul concorso esterno, sulla convergenza del molteplice, sul processo Lima, e la riforma della legge sui pentiti spingono nella direzione giusta, ma non bastano. Ci sono ancora resistenze che vanno superate e contraddizioni che vanno sanate: ci sono le persistenti scorrerie siciliane di Caselli, che continua a volare da Bruxelles a Palermo per propagandare i suoi scritti contro i giudici e per riunire i suoi ex sostituti, ancora arroccati dopo nove anni in procura a fare la fronda al nuovo procuratore e ad alimentare, nonostante le archiviazioni, le campagne diffamatorie contro il capo dell’opposizione, che sarà presto il nuovo capo del governo, e ci sono i "pentiti" sconfessati dalle sentenze di assoluzione che continuano a imperversare saltando da un processo all’altro.
Intanto Contrada è stato assolto con formula piena, ma i "pentiti" che hanno mentito, che l’hanno calunniato, che gli hanno fatto infliggere quasi tre anni di carcere, che l’hanno fatto condannare a dieci anni, che non sono stati creduti dai giudici della corte d’appello, che ne facciamo? Che cosa si aspetta per incriminarli di calunnia e processarli, e togliergli il contratto di protezione e lo stipendio, e riportarli in carcere a scontare i loro misfatti? Tanto più che trattandosi quasi sempre degli stessi personaggi, questa della sentenza di assoluzione di Contrada per loro è solo l’ultima sconfessione e sono stati già e ripetutamente sconfessati, e sono stati definiti "non attendibili" e "non credibili" e "depistatori" e "falsi affabulatori" anche dalle sentenze di assoluzione di Musotto, di Andreotti, di Carnevale. Perché non li arrestano? Perché permettono che la procura continui a esibirli negli altri processi a spargere calunnie e veleni contro altri imputati, come Marcello Dell’Utri, perché la stampa dei mozzaorecchi possa impadronirsene e strumentalizzarli anche in campagna elettorale? Tra i "pentiti" non creduti e sconfessati dalla sentenza Contrada ci sono i tre "grandi" presenti e già sconfessati in tutti i processi, Tommaso Buscetta, Gaspare Mutolo e Francesco Marino Mannoia. Buscetta nel frattempo è morto, non senza aver dettato un testamento che è la peggiore condanna possibile dell’amministrazione della giustizia di Caselli e compagni ("che differenza da Giovanni Falcone, una storia è finita, è tempo di cambiare le leggi e gli uomini"). Mutolo, nonostante le pubbliche e autorevoli denunce, continua a incontrarsi e a riunirsi con gli altri pentiti per concordare con loro le accuse. Mannoia, di cui la procura nel processo di primo grado a Contrada aveva nascosto due verbali di interrogatori che erano favorevoli all’imputato, alla fine si è comportato persino meglio dei magistrati che lo gestivano: tutto quello che vi ho raccontato contro Contrada, ha dichiarato, non è farina del mio sacco, l’ho sentito dire in giro e non ne rispondo, anzi mi auguro che voi vogliate restituire l’onore a quest’uomo. Che ai giudici l’abbia dovuto dire un mafioso, un trafficante di stupefacenti, un assassino, mentre il pm contemporaneamente invocava per Contrada la conferma della condanna, che un mafioso e sia pure "pentito" si sia, abbia dimostrato di avere più senso e rispetto della giustizia di tutta la procura di Palermo, la dice lunga sui disastri di questi anni.
Ma c’è un’altra conseguenza e ben più importante da tirare dall’esito del processo a Contrada, che si aggiunge alla conclusione dei processi ad Andreotti e a Carnevale: è saltato anche per questa via il teorema dell’antimafia sulle stragi del ’92. L’arresto di Contrada avviene alla vigilia di Natale di quell’anno di sangue e l’operazione contro di lui è strettamente collegata alle stragi di maggio e di luglio che costarono la vita a Falcone e a Borsellino ed è l’anello di congiunzione tra quelle stragi e il processo ad Andreotti, di cui il processo Contrada era la prova generale. I famosi "mandanti occulti", che i depistatori hanno invano cercato ridicolmente dalle parti di Arcore, sono ancora nascosti tra coloro che con le stragi hanno preparato e reso possibile il processo ad Andreotti. Anche l’assoluzione di Contrada aiuterà a cercarli e a scovarli.
7. Ma Caselli è sempre Caselli. Ce n’è per tutti. Un Gian Carlo Caselli scatenato così non si era mai letto. Sarà per il tanto tempo a disposizione di cui ora ancor più di prima gode, grazie anche al fatto che l’Eurojust (dove in tutta fretta è andato a rifugiarsi con un stipendio di alcune decine di milioni) non decolla e non ha ancora ottenuto dalla Commissione europea neppure i locali degli uffici. Sarà che non deve fare più i conti con gli odiatissimi sindacalisti autonomi della polizia penitenziaria. Fatto sta che ora l’ex procuratore capo di Palermo può dedicarsi ai preziosi articoli sulla Repubblica e alle interviste ai giornali amici. E dalle pagine del quotidiano del gruppo De Benedetti-Caracciolo lancia proclami contro tutti. La Cassazione, in prima fila, è ritornata come ai bei tempi a essere il bersaglio preferito per aver sentenziato la scorsa settimana che il teorema Buscetta non ha validità erga omnes. Trincerandosi dietro Giovanni Falcone, Caselli si chiede ancora una volta se fra qualche tempo i suoi critici non pretenderanno da lui le scuse "per tutto quello che ho fatto".
Ma Falcone non fu mai sconfessato… Il pericolo in realtà non c’è, perché i suoi colleghi (giudici di tribunale e, sempre più spesso, anche procuratori) con le loro sentenze di assoluzione di fatto lo hanno sostituito da tempo nel chiedere quelle scuse di cui tanto parla. Per il momento, Caselli incassa: ha un ottimo stipendio garantitogli dall’attuale governo, buone consulenze giornalistiche e gode sempre di uffici e scorte pagate dallo Stato. Ma da qualche tempo qualcosa lo preoccupa e non lo fa sentire tranquillo: teme concretamente che possa essere chiamato da qualche collega a rispondere di certe iniziative giudiziarie. Magari da quegli stessi magistrati che per anni sono stati al centro di indagini e sospetti del procuratore della Repubblica più famoso d’Italia. Caselli si sente accerchiato, ma non abbandona il progetto di creare una direzione nazionale contro il terrorismo, sul modello di quella Antimafia guidata da Pierluigi Vigna. Se riuscisse a convincere il Csm della bontà di questa idea, si riaprirebbero in Italia le porte per un incarico di prestigio, e in magistratura. Un incarico che ritiene alla sua portata perché l’organo di autogoverno dei magistrati è ancora governato dalla sinistra. Caselli, andando a dirigere le indagini nazionali sul terrorismo, ricomincerebbe proprio da dove era partito. Un ruolo che gli procurò fama e onori, anche se in ragione di gran lunga inferiore a quelli di Luciano Violante, più svelto a presentarsi come il vero artefice della sconfitta di una delle colonne delle Brigate rosse a Torino. Tutti piani destinati a fallire se la Cdl vincesse le elezioni, ma fino all’ultimo Caselli è intenzionato a provarci e a continuare la sua battaglia. Tanto che sulle pagine della Repubblica, come se nulla fosse accaduto e senza neppure fare un cenno alla sentenza che ha assolto Bruno Contrada, ha ribadito che "i Lima, i Salvo e gli Andreotti garantivano all’associazione mafiosa benessere e solidità". Per l’euromagistrato il processo Andreotti, evidentemente, continua.