direttore Lino Jannuzzi

 

Anno IV - supplemento al n. 80/17                                                                 4.5.2001

 

 

SOMMARIO

 

1. Berlusconi guarda al 13 maggio con giustificato ottimismo - 2. L’Unità censura Ciampi, a sinistra spunta un nuovo quotidiano - 3. Una domanda all’Economist: perché Blair ha ricevuto Berlusconi? - 4. Luigi Spaventa non ha nulla da dire? - 5. Il Cavaliere andrà a Gallipoli per “punire” D’Alema - 6. Incubo ballottaggio per Veltroni - 7. Zaccaria, Violante e il “picconatore” - 8. Omicidio D’Antona: elezioni e aspiranti terroristi - 9. Contri: archiviata l’indagine, ora solo lei può chiudere il “caso” - 10. Gozzo, Rapisarda, Della Lucia e l’aereo di Buscetta - 11. Vigna, Riina e la dissociazione che non c’è        

 

1. Berlusconi guarda al 13 maggio con giustificato ottimismo. L’euforia di Francesco Rutelli ha contagiato anche Giuliano Amato, che sembra vivere una seconda giovinezza e saltella tra un comizio e l’altro e si spingerà persino a Gallipoli per dare una mano a Massimo D’Alema. Il presidente del Consiglio è convinto che il motore di Silvio Berlusconi si romperà all’ultimo giro, come quello di Mika Hakkinen. Ma i segni di questo cedimento non si avvertono. Silvio Berlusconi, che è stato effigiato come un leader in preda alla disperazione, questa mattina è apparso più che tranquillo. La soglia di sicurezza, quella che garantisce la vittoria della Cdl in entrambi i rami del parlamento, è acquisita e non è mai stata in discussione. Qualche flessione c’è stata, nelle scorse settimane. Ma la forbice tra il risultato, quello che più conta, tra voto uninominale e voto proporzionale si sta nuovamente riducendo. Come noto, la somma dei consensi dei singoli partiti della Cdl è sempre stata superiore, in tutte le rilevazioni dei mesi scorsi, a quella del voto per i candidati nei singoli collegi. L’impressione è che i due dati nelle urne tenderanno a avvicinarsi sensibilmente. Le ultime battute della campagna elettorale saranno finalizzate a ottenere che questo processo ormai avviato si rafforzi, per aumentare il margine di maggioranza in termini di seggi, alla Camera e al Senato. Paradossalmente, un contributo decisivo al raggiungimento di questo obiettivo lo sta dando la campagna di criminalizzazione orchestrata dai media europei vicini, per le ragioni più diverse, a gruppi della sinistra. L’intreccio politico-affaristico che l’ha innescata è sotto gli occhi e se fornisce qualche sostegno a chi è sempre stato convinto della fondatezza delle accuse rivolte negli anni a Berlusconi, ha determinato una reazione di fastidio nell’opinione pubblica moderata e negli ambienti, economici e istituzionali, più attenti agli interessi generali del Paese. Un fastidio di cui si è fatto portavoce il capo dello Stato, con la smentita alle illazioni del Nouvel Observateur (la cui corrispondente da Roma è la moglie dell’ex segretario della Cgil Bruno Trentin).

 

La spinta della nuova amministrazione Usa. Quello che più conta, però, è il punto di vista dei mercati e delle cancellerie e degli istituti che tengono sotto osservazione il sistema paese. In tutti questi ambienti la vittoria della Cdl è ormai considerata certa, come confermano i rapporti riservati delle diverse ambasciate e quelli degli istituti di monitoraggio più accreditati  C’è chi non si rallegra, soprattutto i governi socialdemocratici. C’è chi, invece, si compiace. E non soltanto il gruppo dirigente del Ppe o il leader spagnolo Josè Aznar. Anche Tony Blair ha colto l’importanza del cambiamento che si annuncia in Italia. Un cambiamento le cui linee portanti - anche rispetto alle politiche fiscali europee, che Berlusconi vorrebbe non omologate per consentire una sana competizione tra sistemi-paese nel rispetto dei vincoli del patto di stabilità - è sicuramente in sintonia con i modelli ai quali guarda Londra più che Berlino. Il vero asso nella manica di Berlusconi è comunque l’orientamento positivo nei suoi confronti della nuova amministrazione americana.  Non è certo un caso se la stampa Usa non si è allineata a quella controllata dalle lobbies legate alla sinistra europea e ai gruppi economici e finanziari che la sostengono. Washington vuole ricreare le condizioni di un rapporto limpido con un’Europa non velleitaria che sia un partner affidabile. La ricostruzione di questo rapporto passa, secondo la Casa Bianca, anche dalla vittoria di Berlusconi il 13 maggio.

 

2. L’Unità censura Ciampi, a sinistra spunta un nuovo quotidiano. Giancarlo Bosetti, direttore di Reset, ha confermato l’intenzione (vedi il VeLino del 28 marzo) di dare vita a un nuovo quotidiano della sinistra subito dopo le elezioni. L’annuncio conferma le voci insistenti sulla probabile conclusione, quando i fuochi della campagna elettorale si saranno spenti, dell’avventura dell’Unità. Il quotidiano fondato da Antonio Gramsci e ora diretto da Furio Colombo e Antonio Padellaro sta prestando il fianco a molte critiche, anche dall’interno della sinistra. Soprattutto non convince l’adagiarsi acritico della coppia al vertice del quotidiano alle tesi del giornalismo alla Santoro e della satira alla Luttazzi. Vengono anche sottolineate, come segno di discontinuità inaccettabile rispetto alle tradizioni della testata, alcune gaffe che sarebbero state impensabili ai bei tempi. Proprio questa mattina, l’Unità si è segnalata per essere l’unico organo di informazione che abbia censurato la reprimenda di Carlo Azeglio Ciampi contro quanti hanno insinuato che ci fosse, da parte del Quirinale, una pesante riserva verso Silvio Berlusconi. Questa insinuazione, seccamente smentita dal Quirinale, era contenuta in un editoriale del direttore del Nouvel Observateur, che aveva incontrato Ciampi nei giorni scorsi insieme alla corrispondente romana del settimanale, Marcelle Padovani. Una giornalista schierata da sempre con la sinistra italiana - come l’ex corrispondente dell’Economist Tana De Zelueta - nonché moglie dell’ex segretario comunista della Cgil Bruno Trentin.

 

Ma il quotidiano diessino è andato oltre. In un fondo del condirettore responsabile, Antonio Padellaro, è contenuta una battuta che suona come una censura contro la linea adottata dal Quirinale di equidistanza tra i due poli e di legittimazione, interna e internazionale, dei leader di entrambi gli schieramenti. “Non diciamo che Carlo Azeglio Ciampi davanti a un chiaro risultato elettorale - scrive Padellaro nel fondo di prima pagina - potrebbe non affidare l’incarico a Berlusconi. Ma che quella del presidente non sarà una decisione semplicissima è sotto gli occhi di tutti…”. Ciampi si è impegnato in questi mesi, in Italia e oltre i confini nazionali, a trasmettere un messaggio di segno opposto: chiunque vinca, per me sarà semplicissimo affidare il mandato, perché né Francesco Rutelli né Silvio Berlusconi rappresentano un pericolo per la democrazia o per l’Europa… Un concetto che Ciampi ha ribadito più volte, lanciando continui moniti a non esasperare i toni della campagna elettorale e a non farla scivolare su un terreno improprio. Quello appunto della delegittimazione di Berlusconi. Ovvero, il terreno sul quale, nonostante i moniti del Quirinale, la sinistra e l’Unità l’hanno infine spinta.

 

3. Una domanda all’Economist: perché Blair ha ricevuto Berlusconi? Se davvero l’opinione dei governi europei, e in particolare di quello inglese, fosse quella espressa dall’ultimo numero dell’Economist, ci si potrebbe chiedere per quale ragione, nelle scorse settimane, Tony Blair abbia ricevuto a Downing Street con tutti gli onori Silvio Berlusconi. Blair non aveva alcun obbligo istituzionale di farlo. Tantomeno ne aveva uno politico: Berlusconi è un leader del Ppe, che in Europa si contrappone ai socialdemocratici e al New Labour, il partito del premier inglese. Quell’incontro, in realtà, aveva già fatto giustizia della martellante campagna di delegittimazione del leader della Cdl. Come gli incontri che ha avuto con Jaques Chirac e Josè Aznar. L’Economist dunque esprime non il punto di vista di Londra, ma quello di molti suoi collaboratori da sempre coinvolti nella dialettica politica italiana. Anche direttamente. Un’autorevole editorialista del settimanale, Tana De Zulueta, rappresenta l’Ulivo alle elezioni. Stupisce, comunque, una caduta così verticale di stile, dopo che nelle scorse settimane anche l’Economist, come gran parte della stampa internazionale, aveva assunto un atteggiamento meno pregiudiziale rispetto alle ragioni della Cdl e del suo leader. La spazzatura che ha dato alle stampe, per usare l’espressione di Francesco Cossiga, riciclando teoremi giudiziari che non hanno mai avuto alcun riscontro, o riproponendo il tema del conflitto di interessi come se Berlusconi e la coalizione che rappresenta non fossero intenzionati a risolverlo, segnala una caduta verticale di stile e anche di credibilità del settimanale inglese.

 

Quanto al conflitto di interessi, il problema sarà sicuramente affrontato subito dopo le elezioni, se la Cdl le vincerà e Berlusconi diventerà capo del governo. Il Cavaliere ha sempre riconosciuto che il problema esiste e che deve essere risolto. La normativa che era stata approvata con il voto unanime della Camera - la più rigorosa tra quelle vigenti nei paesi occidentali -  rappresentava, sotto questo profilo, la dimostrazione di una volontà che non è mai stata messa in discussione. La separazione anche formale (quella sostanziale è avvenuta da tempo) dal ruolo di imprenditore, è fuori discussione. Non è però ancora stato deciso quale via sarà seguita, anche se le parole di Fedele Confalonieri al Ft di oggi fanno pensare che Berlusconi si stia orientando verso la prospettiva di una vendita che consenta però ai figli di non essere espropriati dal diritto che rivendicano di continuare a fare gli imprenditori nel mondo dei media e delle telecomunicazioni.

 

4. Luigi Spaventa non ha nulla da dire? Il presidente della Consob non ha aperto bocca, sino a questo momento, sull’offensiva lanciata dalle tribune mediatiche di cui dispone l’Ulivo, in Italia e oltre i confini nazionali, contro Mediaset. In particolare, Spaventa non ha fiatato neppure di fronte alle accuse di quanti sostengono che non sarebbero chiari né l’origine dei capitali che hanno consentito a Silvio Berlusconi di fondare l’impero, né la struttura societaria della Fininvest. Eppure, tutte le società di cui Fininvest detiene il controllo sono quotate in Borsa. La stessa Fininvest, prima della quotazione di queste società, era stata amministrata da un commissario scelto dalla procura di Milano. Se davvero all’origine di tutto, e ancora oggi, ci fossero capitali di illecita provenienza, o strutture sociali illegali e oscure, i primi a esserne danneggiati sarebbero gli azionisti che hanno investito in queste società. E sarebbe grave la responsabilità della Consob se non avesse fatto tutti gli accertamenti necessari prima di autorizzare la quotazione delle società berlusconiane in Borsa. Così come sarebbero altrettanto gravi le responsabilità di quanti hanno amministrato Fininvest nella fase del commissariamento. Il silenzio di Spaventa, dunque, non può che avere una sola spiegazione: la spazzatura riciclata in questi giorni, e anche dall’Economist, è materiale non utilizzabile se non a fini di volgare propaganda e diffamazione di un avversario politico.

 

5. Il Cavaliere andrà a Gallipoli per “punire” D’Alema. Il comportamento di Massimo D’Alema ha deluso Silvio Berlusconi. Il presidente Ds, sul quale il leader della Cdl aveva puntato sperando che potesse guidare nella prossima legislatura un’opposizione realmente socialdemocratica, ha risfoderato il vecchio linguaggio e i cavalli della propaganda post-comunista. Così Berlusconi ha superato le ultime perplessità e ha confermato la decisione, che era stata sofferta, di recarsi a Gallipoli per sostenere la campagna del rivale di D’Alema, l’esponente di An Alfredo Mantovano. La distanza tra i due è minima. E l’intervento di Berlusconi potrebbe risultare decisivo per la sconfitta dell’ex premier. Un esito negativo dello scontro di Gallipoli intaccherebbe il prestigio di D’Alema e sicuramente non lo aiuterebbe nel tentativo di riconquistare la leadership dei Ds e della sinistra. Un tentativo insidiato dallo stesso Francesco Rutelli, che proprio in quest’ultimo scorcio di campagna elettorale sta cercando di non farsi travolgere dalla sconfitta annunciata e di proporsi come il leader di un’opposizione costruita secondo ortodossi schemi ulivisti.

 

6. Incubo ballottaggio per Veltroni. Dopo la candidatura di Sergio D’Antoni, ad aumentare il nervosismo di Walter Veltroni ci si mettono anche i dati di un sondaggio commissionato da Repubblica alla Cir: il candidato dei Ds a sindaco di Roma è sempre in testa su Antonio Tajani, ma oscilla tra il 48 e il 52 per cento. E il centrodestra, che sostiene Tajani, è in netto vantaggio sull’Ulivo. Lo spettro di Veltroni è quello di andare al ballottaggio perché sa bene che se così fosse i voti di D’Antoni andrebbero a supportare il candidato della Casa delle libertà. Per questo il segretario dei Ds comincia a mandare segnali di corteggiamento ai potenziali elettori dantoniani: in questo senso va letta la sua dichiarazione che, se dovesse scegliere tra D’Antoni e Tajani, certamente opterebbe per il primo. Veltroni aveva reagito con grande sorpresa e nervosismo all’annunciò della candidatura di D’Antoni al Campidoglio: i maligni raccontano che quando telefonò al leader della Cisl per avere spiegazioni, D’Antoni si fece negare. E dire che Veltroni aveva faticato non poco per rassicurare ambienti di Oltretevere, promettendo, in caso di vittoria, che avrebbe valorizzato sempre più Roma come capitale della cristianità.  

7. Zaccaria, Violante e il “picconatore”
. Il presidente della Rai Roberto Zaccaria continua a mostrarsi sicuro di sé e non c’è giorno, dopo la cacciata di Pierluigi Celli, che con le sue dichiarazioni non occupi intere pagine di giornali. Mai un presidente della tivù pubblica era stato così potente, mai nessuno aveva goduto di una così stretta rete di protezione della sinistra italiana. Il merito di Zaccaria viene da lontano, quando con il Pci in disfacimento, con Bettino Craxi e Francesco Cossiga a martellare i comunisti continuamente, incontrò Luciano Violante. Il presidente della Rai era un giovane costituzionalista all’Università di Firenze, politicamente cattocomunista, che smaniava contro il “picconatore”. Fu proprio la scarsa simpatia per l’allora presidente della Repubblica a metterlo in sintonia con l’ex magistrato di Torino, ormai saldamente al comando di quella parte del Pci-Pds che su precisa indicazione del segretario Achille Occhetto da anni aveva stretto un patto di ferro con alcuni settori della magistratura di sinistra. Come a Violante anche a Zaccaria non andavano a genio l’uso dei media fatto dal presidente della Repubblica dell’epoca e i suoi continui interventi politici. Entrambi decisero di non stare con le mani ferme e a distanza di tre giorni concordarono un attacco senza precedenti contro un capo dello Stato nel nostro Paese. Fu l’inizio vero della battaglia contro la prima Repubblica e contro i partiti principali che avevano governato il Paese, la Dc e il Psi. Pochi mesi dopo, fra l’altro, l’Italia sarebbe stata attraversata da veri e propri tornado politici e giudiziari: Cossiga si dimetterà e a Milano la procura arresterà Mario Chiesa, il primo della lunga serie di Tangentopoli. Fu il 2 dicembre 1991 che 51 professori universitari e costituzionalisti scesero in campo. “Noi sottoscritti professori universitari di diritto costituzionale constatiamo che ai molti gravi problemi che travagliano la Repubblica (dal disavanzo pubblico alla criminalità organizzata, dalla inefficienza delle istituzioni e della pubblica amministrazione alla corruzione di amministratori e politici) si è sovrapposta, con gravi effetti distorsivi, fino a diventare il punto più acuto di una crisi generale dagli esiti imprevedibili e forse drammatici, una rilevante alterazione del ruolo del presidente della Repubblica”.

Un proclama al Paese, una previsione di fatti drammatici (sei mesi dopo l’appello furono uccisi Giovanni Falcone e Pietro Borsellino) veramente inquietanti. Fra le accuse rivolte a Cossiga quella dell’uso televisivo: “Non può utilizzare il servizio pubblico radiotelevisivo per diffondere opinioni di parte, con una intensità di presenza sconosciuta a qualsiasi altra esperienza di governo parlamentare”. Il proclama dei 51 si concludeva auspicando che “altri organi costituzionali pongano in essere le determinazioni idonee ad impedire che tali comportamenti si consolidino”. Una richiesta molto esplicita al parlamento perché intervenisse per mettere sotto stato d’accusa il presidente Cossiga. I costituzionalisti che sottoscrissero quel documento negli anni hanno fatto tutti grandi carriere, su proposta e nomina diessina quasi sempre. Oltre a Zaccaria, ripescato dalla riconoscenza di Violante, quell’elenco comprendeva Gustavo Zagrebelsky (promosso da Oscar Luigi Scalfaro alla Consulta), Valerio Onida (anche lui portato alla Consulta da Scalfaro), Massimo Villone (presidente della commissione Giustizia del Senato), Franco Bassanini (ministro della Funzione pubblica), Mario Dogliani (nominato alla Corte dei conti), Ugo Di Siervo (già con Stefano Rodotà all’Autority), Ernesto Bettinelli (sottosegtretario per i Verdi), Gianni Ferrara (deputato diesse), Alessandro Pace (avvocato della Rai), Andrea Manzella (senatore), Gaetano Silvestri (rettore dell’Università di Messina).

 Come da copione, all’appello dei costituzionalisti seguì la seconda fase prevista da Violante, divenuto nel 1991 il grande regista dell’offensiva contro Cossiga e vero leader del partito dei procuratori che di lì a pochi mesi avrebbero fatto a pezzi, fra Milano e Palermo, buona parte della classe politica non comunista. Il 5 dicembre del 1991 dodici parlamentari del Pds (sette senatori e cinque deputati) presentarono la denuncia contro Cossiga per “attentato alla Costituzione”.

 

8. Omicidio D’Antona: elezioni e aspiranti terroristi. Come puntualmente preannunciato sul VeLino del 24 aprile scorso (“Omicidio D’Antona: arresti in arrivo”), la procura della Repubblica di Roma ha fatto scattare l’operazione pre-elettorale che ha portato all’arresto di otto presunti terroristi. Al di là di tutti gli elementi ufficiali che sono stati forniti e che spunteranno in futuro per puntellare l’accusa, c’è subito da notare che a questi aspiranti fiancheggiatori delle Brigate rosse non è stato contestato nessun reato concreto. Siamo a una ipotesi investigativa che si sarebbe forse potuta sviluppare in futuro; ma che impellenti necessità elettorali hanno costretto ad accelerare. Gli stessi investigatori hanno definito “non operativo” il gruppo finito in carcere. Da sottolineare il commento giudiziariamente alquanto scorretto del TgUno delle 13,30, che ha individuato una “forte rassomiglianza” tra uno degli arrestati e l’identikit di colui che - forse - avrebbe fatto da una cabina la telefonata di rivendicazione del delitto D’Antona. Grida vendetta anche la notizia, fatta pervenire a tutte le redazioni, secondo la quale il ministro dell’Interno Enzo Bianco ha subito informato il Quirinale sugli esiti di questa brillante operazione antiterrorismo. Chissà se Bianco avrà pure parlato dei 290 brigatisti “veri”, espatriati o latitanti, comunque già individuati e tuttora in circolazione, che non siamo mai riusciti a sbattere in galera. O non abbiamo mai voluto farlo?

 

9. Contri: archiviata l’indagine, ora solo lei può chiudere il “caso”. Il Quirinale e la Corte costituzionale hanno appreso con imbarazzo la notizia dell’archiviazione da parte della procura di Roma dell’inchiesta su Fernanda Contri, il giudice che non poteva sedere né al Csm né alla Consulta perché al momento dell’elezione e della nomina non aveva i titoli richiesti dalla Costituzione. E la ragione è semplice. Basta leggere le motivazioni con cui il Gip Luciano Pugliese, nella sentenza di archiviazione, chiude il capitolo giudiziario sulla Contri, ma di fatto lascia aperto il “caso”. In sintesi il Gip di Roma scrive questo: i conti sui titoli della Contri effettivamente non tornano, ma il tribunale non può indagare sugli atti di elezione e di nomina del giudice compiuti dal parlamento e dalla Consulta, perché tali atti sono insindacabili. Insomma il caso non è chiuso, ma la giustizia si deve fermare qui. Il Gip Pugliese rispedisce quindi l’imbarazzante questione al mittente. Non senza sollevare gravi dubbi. Il 6 novembre scorso, respingendo una prima richiesta di archiviazione da parte del pm, il Gip aveva infatti contestato punto per punto le tesi portate in difesa della Contri da coloro che in questi mesi sono stati chiamati a rispondere. In particolare la tesi principale, sostenuta da Giuliano Amato in parlamento, e cioè che, in base alla legge che accorpa il periodo da procuratore legale con quello da avvocato, la Contri aveva maturato i 20 anni di esercizio dell’attività di avvocato richiesti dalla Costituzione per la nomina alla Corte costituzionale. Quella legge, ha sottolineato il Gip, è del ’97 e quindi successiva all’ingresso della Contri alla Consulta, avvenuta il 4 novembre del ’96 e pertanto “tale normativa non può ritenersi applicabile al momento dell’elezione e della nomina dell’avvocato Contri”. Sei mesi dopo, “nonostante le riscontrate incongruenze consiglino un ulteriore approfondimento delle indagini”, come scrive il Gip nella sentenza di archiviazione, la macchina giudiziaria si è dovuta fermare. La questione finisce qui. Il parlamento, il presidente della Repubblica, la Consulta non possono fare di più per cancellare le gravi ombre che gravano sulla legittimità di questo giudice  costituzionale. Nessuno può fare più niente per chiudere onorevolmente e dignitosamente il “caso Contri”. Nessuno, tranne lei stessa.  

 

10. Gozzo, Rapisarda, Della Lucia e l’aereo di Buscetta. Che il solito Filippo Rapisarda, noto come “delinquente abituale” e calunniatore di Marcello Dell’Utri, e tale magistrato di Bologna non conoscano le cose di Tommaso Buscetta, passi. Ma fa meraviglia che quella storia e quelle carte non le conosca il sostituto Domenico Gozzo, siciliano, a Palermo da molti anni e anche piemme al processo contro Dell’Utri. Se si va a rileggere quelle carte il dottor Gozzo apprenderà che l’aereo privato che portò alla fine degli anni ‘70 i familiari di Buscetta da Parigi a Palermo per far loro festeggiare, con il marito, il fratello e il papà, il Santo Natale nella villa dei cugini Salvo, fu affittato e pagato per l’appunto proprio dai padroni di casa. Anche senza fare la fatica di leggere le carte del maxiprocesso, Gozzo dovrebbe almeno sapere che Tommaso Buscetta, ripetutamente interrogato in proposito, ha dichiarato a verbale davanti ai piemme  e  ai giudici di “non aver mai sentito parlare in Cosa Nostra e fuori di Silvio Berlusconi e di Marcello Dell’Utri”. Resta da domandarsi se è solo in virtù di questa inspiegabile ignoranza che Gozzo non abbia ancora incriminato per calunnia Filippo Rapisarda.   

 

11. Vigna, Riina e la dissociazione che non c’è. La sensazione che Salvatore Riina potrebbe aprire un colloquio con lo Stato fa parte delle opinioni che la Dia si è fatta e che, seppur tra mille cautele, ha trasmesso ai vertici istituzionali. L’ultima relazione inviata ai due presidenti della Camere non contiene nulla che possa far fare alla lotta alla mafia alcun passo concreto. Niente sulle nuove famiglie, niente sui nuovi affari e sul riciclaggio del denaro ottenuto dal narcotraffico. Soltanto sensazioni. Intanto Riina, nella sezione di massima sicurezza del carcere di Ascoli Piceno, da qualche tempo si gode la fine dell’isolamento. Rimane soggetto al 41 bis, carcere duro, ma almeno gli è stata concessa, con l’accordo di tutti i magistrati, dal giudice di sorveglianza al responsabile del Dap, Paolo Mancuso, la compagnia di un altro detenuto. È un extracomunitario, che conosce poco la nostra lingua, ma con il quale l’ex capo di Cosa nostra, dopo sei anni, ha ripreso a parlare. Rimangono in vigore tutte le altre regole del 41 bis, anche se le sveglie notturne per le verifiche si sono fatte rare, come anche le odiate “perquisizioni personali”. Nessuno ha potuto incontrare Riina. Il procuratore nazionale antimafia, Pierluigi Vigna, non l’ha mai messo in agenda. Sono troppi i rischi che si venga a sapere, visto che ogni volta che ha incontrato un pezzo da novanta la talpa della Dna ha fatto trapelare la notizia, pregiudicando altri colloqui e le iniziative di dissociazione o di resa. Anzi, proprio Vigna, temendo nuove polemiche, nonché di essere scavalcato, ha inviato alle Direzioni distrettuali antimafia una circolare in cui regola con criteri rigorosi i colloqui investigativi in carcere. Soprattutto quelli richiesti da alcuni piemme di Caltanissetta e Palermo, che infatti hanno criticato la circolare. Così di dissociazione o resa di mafiosi alla Dna non se ne parla da mesi, tutto è bloccato fino all’arrivo del prossimo inquilino del ministero della Giustizia.