direttore Lino Jannuzzi

 

Anno IV - supplemento al n. 77/16                                              27.4.2001

 

 

SOMMARIO

 

1. Sondaggi in libertà, ma il divario tra Cdl e Ulivo resta netto - 2. Ciampi garante della correttezza della Rai (e del bipolarismo)? - 3. Ultimissime dalle due cabine di regia dell’Ulivo - 4. Sull’immunità di Berlusconi l’Ue non si fa raggirare - 5. Amato ammette: possibile in autunno il referendum sul federalismo - 6. La vedova D’Antona non teme le Br, ma Bossi e Formigoni - 7. Quando Vigna tentò di far dissociare i mafiosi - 8. Il brigatista Senzani, il Viminale e quel palazzo Orsini…

 

 

1. Sondaggi in libertà, ma il divario tra Cdl e Ulivo resta netto. Scatta domani il divieto di pubblicare sondaggi elettorali sugli organi di informazione acquistabili nelle edicole e di diffonderli attraverso le emittenti radiotelevisive. Sarà per questo che ne sono stati resi noti, proprio oggi, alcuni che segnalano difficoltà per la Cdl in un contesto di dati che appaiono contraddittori. In tutti, comunque, la Cdl è in vantaggio. Un vantaggio nettissimo nel voto di lista (mediamente, dieci punti), che si riduce da meno di un punto a sei a quattro, a seconda degli istituti, nel voto uninominale. In serata è atteso anche il sondaggio, l’ultimo che sarà reso pubblico, di Datamedia. Sondaggi usati come armi elettorali. Solamente il 27 per cento degli italiani, secondo Abacus, ci crederebbe. Leggendo i dati di Unicab, pubblicati oggi dall’Unità e quelli Eurisko-L'Espresso, si fa fatica a non essere d'accordo. Per esempio, è plausibile che, come afferma Unicab, il delta fra centrodestra e centrosinistra, nell'uninominale sia microscopico (lo 0,1 per cento) e poi aumenti a dismisura, fino al dieci per cento, nel proporzionale. “Ma le pare possibile?”, domanda retoricamente un sondaggista tra i più illustri che fornisce dati anche all’Ulivo. Un dieci per cento di differenza fra intenzioni per il voto di lista e per il voto di collegio significa quasi quattro milioni di elettori che si spostano, l’intero elettorato di Alleanza nazionale. “Le pare credibile che l’intero elettorato di An, ad esempio, sul proporzionale vota Cdl, sull’uninominale vota i candidati dell’Ulivo? Questo sondaggio non sta né in cielo né in terra”. Anche la rilevazione Eurisko si presta a qualche considerazione: secondo il sondaggio pubblicato dall’Espresso diminuirebbe la distanza fra centrodestra e centrosinistra nel voto per le coalizioni (passando dai nove punti del 13 aprile ai quattro del 23 aprile, sempre a favore della Casa delle libertà), mentre aumenterebbe la differenza a favore di Silvio Berlusconi, nel confronto fra i leader, contro Francesco Rutelli (passando dal 4,8 di dieci giorni or sono al 12,6 del 23 aprile). Possibile? In questo caso, la spiegazione, forse, sta nel tipo di domande fatte nella rilevazione: per indicare gli altri schieramenti, oltre Ulivo e Cdl, infatti, i ricercatori Eurisko parlano di estrema destra, estrema sinistra, centro, non di formazioni politiche riconoscibili. Per esempio, dove viene collocata l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro: nell’estrema destra, nel centro o nel centrosinistra? Mistero. 

 

Nuovo no al “faccia a faccia”. La verità è che la distanza tra le due coalizioni, e tra i due candidati premier, appare tale, a tutti gli istituti demoscopici attendibili, da non consentire l’ipotesi di una rimonta eventualmente favorita da candidature sbagliate a livello locale o da qualche scivolone improvviso o da un fuoco di sbarramento televisivo ancora più efficace di quello organizzato dai Luttazzi, dai Biagi e dai Santoro. Magari concentrato durante un faccia a faccia tra i due candidati premier da Michele Santoro… Anche perché questo confronto non ci sarà. Silvio Berlusconi non ha alcun interesse a prestare il fianco ad accuse gratuite che mirano a intaccarne forza e immagine sfruttando l’impatto del mezzo televisivo e delle manipolazioni dei Santoro e di quanti in Rai, come il conduttore di Raggio verde, si sono messi al servizio non degli utenti, come sarebbe dovere dei dipendente dell’azienda televisiva di Stato, ma degli interessi della coalizione ulivista. Berlusconi è invece interessato a far conoscere nei dettagli il suo programma di governo. Sulla necessità di rendere possibile questa campagna di informazione si concentrerà, nei prossimi giorni, l’offensiva della Cdl. A cosa dovrebbero servire, durante la campagna elettorale, le trasmissioni televisive sottratte ai vincoli rigidi della par condicio se non a dare la possibilità almeno ai due candidati premier di spiegare i loro programmi di governo agli elettori?

 

2. Ciampi garante della correttezza della Rai (e del bipolarismo)? Non è escluso che il problema di garantire l’imparzialità delle reti televisive nell’ultimo scorcio della campagna elettorale venga portato all’attenzione dei vertici istituzionali. Era stato Carlo Azeglio Ciampi a chiedere alle due coalizioni di illustrare con toni pacati i rispettivi programmi, evitando inutili polemiche e toni troppo aspri. Questa possibilità è venuta in gran parte meno, sulle reti della Rai, per la decisione di alcuni conduttori e del  presidente dell’azienda di diventare protagonisti della campagna elettorale esasperandone i toni con trasmissioni provocatorie finalizzate a demonizzare l’immagine del leader di una delle due parti in campo. Una manovra che non è sfuggita all’attenzione del Colle. Che tra l’altro fa trapelare un certo fastidio per il chiacchiericcio alimentato da quanti attribuiscono alla presidenza della Repubblica una tentazione: inserirsi nel dopo elezioni per condizionare gli sviluppi del quadro politico. Magari organizzando ribaltoni e ribaltini o aprendo le porte del Quirinale, come ai tempi di Oscar Luigi Scalfaro, a pattuglie di possibili transfughi da uno schieramento all’altro per ispirarne le mosse e i complotti. La linea istituzionale seguita da Ciampi, e confermata in ogni occasione, è di segno opposto. Dal Colle il presidente ha seguito senza contrastarlo il processo di modifica sostanziale dell’ordinamento. Avrebbe potuto esprimere dissenso per la decisione di entrambi gli schieramenti di inserire nel logo delle coalizioni il nome del candidato premier, un modo surrettizio di affidare ai cittadini una scelta che la Costituzione assegna al capo dello Stato. Avrebbe potuto, inoltre, accogliere l’appello di quanti avrebbero voluto che il Quirinale si pronunciasse contro l’espediente delle liste civetta, cui hanno fatto ricorso Cdl e Ulivo. Non lo ha fatto: evidentemente, Ciampi non si è risentito per la “menomazione” delle sue prerogative. E neppure per l’accentuazione del carattere maggioritario della competizione grazie all’eliminazione, di fatto, dello scorporo. Così, il Quirinale ha accompagnato in silenzio una trasformazione che rafforza il bipolarismo e sancisce un rapporto diretto tra governo e cittadini, ai quali è affidato il compito di “scegliere” il leader. E ai quali si dovrà tornare se il presidente e la maggioranza da loro scelti dovessero entrare in crisi. I “ribaltonisti” e i “nostalgici” dovranno farsene una ragione.

 

3. Ultimissime dalle due cabine di regia dell’Ulivo. Quella che fa capo a Romano Prodi, si augura che la sconfitta (ipotesi che viene considerata a Bruxelles assai probabile) sia di misura. In questo caso, resterebbe in piedi la prospettiva del partito democratico, di cui Francesco Rutelli potrebbe mantenere la leadership sino a quando Prodi, esaurito il mandato a Bruxelles, tornato in Italia guiderebbe l’offensiva per la rivincita. Nella cabina di regia di Giuliano Amato e Massimo D’Alema, invece, l’auspicio è che l’alternativa alla vittoria sia una sconfitta netta. Solo a questa condizione, infatti, i due leader potrebbero dare il via alla costruzione della sinistra socialdemocratica che era e resta la loro prospettiva strategica. Una prospettiva che potrà essere aperta soltanto se sarà chiusa la parentesi dell’Ulivo.

 

4. Sull’immunità di Berlusconi l’Ue non si fa raggirare. È fallita la manovra elettorale per mettere in imbarazzo Silvio Berlusconi al Consiglio d’Europa. C’era stata la richiesta, sostenuta dal centrosinistra, di togliergli l’immunità in seguito alle vicende giudiziarie legate alle indagini spagnole su Telecinco. Nella seduta del 25 aprile, la Commissione regolamento dell’assemblea ha affidato all’onorevole Kaarina Dromberg il compito di preparare per giugno una relazione su questo problema. C’è da considerare che se Berlusconi vincerà le elezioni e diventerà presidente del Consiglio, ci saranno le sue dimissioni da parlamentare europeo e, quindi, tutta la vicenda non avrà più senso. Tuttavia, la signora Dromberg è intenzionata a preparare un rapporto che possa servire come base per affrontare in futuro tutte le domande di revoca dell’immunità che potrebbero pervenire all’Assemblea parlamentare. “Non possiamo pensare di preparare una raccomandazione ad personam - ha dichiarato al VeLino - visto che questo sinedrio europeo è il guardiano dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali nel nostro continente. Inoltre, le vicende di Telecinco sono note da qualche anno ed è pertanto molto curioso che la richiesta di revocare l’immunità sia arrivata a poche settimane dalle elezioni politiche italiane”.

 

5. Amato ammette: possibile in autunno il referendum sul federalismo. Il referendum sulla riforma federalista si terrà in autunno. Come il VeLino aveva anticipato, questa decisione, presa stamane dal governo, è diventata obbligata alla luce della considerazione che deve essere garantito il diritto di tutti i potenziali promotori di referendum di raccogliere le firme necessarie per avanzare richieste referendarie alla Corte di cassazione. Sinora, ne sono state avanzate, e accolte, due: quelle dei senatori di centrodestra e centrosinistra. Da settimane è in corso la raccolta delle firme per una terza richiesta referendaria di iniziativa popolare. E resta la possibilità che ne avanzino una quarta anche cinque consigli regionali. Giuliano Amato ha fatto propria la tesi di quanti hanno sostenuto, a partire dai presidenti emeriti della Corte costituzionale Vincenzo Caianiello e Antonio Baldassarre, che il referendum non può essere convocato sino a quando non si sia esaurita la finestra dei tre mesi entro la quale possono essere avanzate dai vari soggetti istituzionali le richieste referendarie. La finestra scade il 12 giugno. Il governo potrà convocare i comizi soltanto dopo che la Cassazione avrà esaurito tutte le procedure per convalidare le richieste e non prima di settanta giorni. Insomma, si potrà votare soltanto in autunno.

 

6. La vedova D’Antona non teme le Br, ma Bossi e Formigoni. Olga D’Antona non ha paura dei volantini terroristici e nemmeno delle scritte delle Br sulla tomba del marito. La candidata dell’Ulivo teme “molto di più quelle frange della politica che tentano di dividere il Paese”. Lo ha dichiarato lei stessa al Corriere della Sera di oggi, nel corso di una breve intervista. Chiarendo di riferirsi alla Lega di Bossi (anche se “non lo voglio nemmeno nominare”) ma anche “al capo dell’istituzione regionale lombarda (Roberto Formigoni, ndr) che si mette contro le istituzioni dello Stato”. Affermazioni che hanno suscitato qualche stupore, anche se Roberto Maroni  con il VeLino sdrammatizza: “Poveretta, dopo che le hanno ammazzato il marito, può dire quello che vuole…”. Maroni aggiunge: “Chi dovrebbe misurare meglio le affermazioni è il presidente della Camera, Luciano Violante. Ha detto che se vinciamo noi della Cdl, potranno far valere i loro diritti soltanto i cittadini che abbiano un buon conto in banca! Dovrebbe avere più rispetto, oltre che della verità, del ruolo istituzionale che ancora ricopre. Anche lui comunque ha una giustificazione: è ormai preda di un incontrollato nervosismo determinato dall’avvicinarsi della sconfitta annunciata”.

 

7. Quando Vigna tentò di far dissociare i mafiosi. Tra febbraio e marzo dello scorso anno il procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna varcò il portone di Rebibbia per incontrare  Pietro Aglieri, accusato dell’omicidio di Salvo Lima e di aver partecipato anche alle strage di Capaci e di via D’Amelio. Il magistrato aveva con sé una proposta che riteneva seria e utile, della quale aveva più volte discusso con l’ex ministro della Giustizia Oliviero Diliberto. Applicare anche ai mafiosi la normativa sulla dissociazione che tanto successo aveva ottenuto per sconfiggere le Brigate Rosse. Il procuratore della Dna aveva cercato quell’incontro ritenendo di possedere qualche titolo in più rispetto ad altri magistrati perché, nonostante le richieste pervenute alla procura fiorentina (da lui guidata prima di essere nominato alla Dna) da quella diretta da Giancarlo Caselli (all’epoca ancora a Palermo), Vigna non aveva accusato Aglieri per le bombe di Firenze. Nel colloquio investigativo a Rebibbia, il procuratore nazionale  per rompere il ghiaccio partì proprio da questo dato, ricordando all’uomo di Cosa nostra che non aveva mai creduto alla sua responsabilità  nelle stragi. Proprio per questo Aglieri, secondo Vigna, avrebbe dovuto collaborare e la sua posizione sarebbe stata chiarita del tutto. Se proprio non se la sentiva di pentirsi, il procuratore  gli prospettò la possibilità di dissociarsi. Era forse la prima volta che un magistrato di primo piano qual è il procuratore nazionale della Dna, faceva riferimento alla normativa contro il terrorismo da applicarsi anche ai boss.

 

Aglieri apprezzò molto quella visita e ancor di più che Vigna non credesse alla sua partecipazione alle stragi, ma non lasciò ampi spiragli sul problema della dissociazione. Anzi rigettò l’invito, ritenendo l’ipotesi in fin dei conti simile alla collaborazione. Ma non mandò a mani vuote Vigna: “Potrei accettare di fare una dichiarazione di resa”, sostenne, “riconoscendo incondizionatamente che avete vinto. Ma dovete anche ammettere che alcuni di noi non c’entrano con certe accuse, perché li avete messi nel mucchio in una situazione di emergenza”. Su questa base Aglieri rilanciava la palla a Vigna. Quasi una piattaforma di discussione che però, se accettata dallo Stato, avrebbe consentito a quanti si fossero dichiarati “vinti” due benefici: l’applicazione anche a loro della legge Gozzini e la cessazione del 41 bis o carcere duro. Nelle settimane successive Vigna ebbe colloqui investigativi con Piddu Madonia, Giuseppe Farinella e Salvatore Buscemi. Tutti sulla stessa linea di Aglieri, tutti disponibili ad “arrendersi”, ma per il momento nulla di più. Non era un grande inizio, ma il procuratore aveva intenzione di proseguire e allargare il sondaggio ad altri presunti boss. Ma il giro di opinioni si era fatto troppo intenso per poter rimanere riservato.

 

Fino a quando una talpa non fece saltare tutto, raccontando ad alcuni giornalisti l’iniziativa di Vigna e lo stato della “trattativa”. A bloccare definitivamente le iniziative del procuratore intervenne la crisi del governo guidato da Massimo D’Alema. L’ex premier sconfitto alle regionali si dimise; Diliberto lasciò la poltrona di Guardasigilli a Piero Fassino, fortemente caldeggiato da Giancarlo Caselli e dai “giudici torinesi”. Dal nuovo ministro della Giustizia arrivò lo stop definitivo, quello che  costrinse Vigna a chiudere ogni ipotesi di lavoro sulla dissociazione. Da quel momento il procuratore chiuse con i colloqui investigativi su questo tema, anche se ha continuato a visitare i boss in carcere, prevalentemente a Rebibbia. Con una preferenza: quelli che hanno subito condanne molto pesanti in almeno due gradi di giustizia, ritenendoli i più interessati ad aprire un dialogo con lo Stato. Ma i risultati fino a oggi sono stati molto scarsi: perfino Salvatore Biondino, uno del commando che uccise Giovanni Falcone, incontrato nelle settimane scorse da Vigna, ha respinto le avances. D’altro canto i magistrati non gli possono offrire molto, visto che sul suo ruolo altri pentiti hanno già parlato ripetutamente. Ma sono tutti colloqui rigorosamente investigativi, di dissociazione non se ne parla più. Anche se ogni volta che Vigna incontra in carcere qualche uomo d’onore, la talpa della Dna lancia l’allarme: non si sa mai.

 

Su Bernardo Provenzano rimangono le illazioni del ministro dell’Interno e del presidente della Camera. Non passa giorno senza che i due esponenti dell’Ulivo, Enzo Bianco e Luciano Violante, entrambi candidati in Sicilia, non rivelino che la caccia al superlatitante è a buon punto e che la sua cattura è cosa di pochi giorni. Se non lo si è potuto arrestare fino a oggi è semmai colpa dei carabinieri che non collaborerebbero adeguatamente con la Dia e con la procura di Palermo. Dopo lo strano arresto di Giuseppe Palazzolo, avvenuto qualche settimana fa in provincia di Caltanissetta (strano perché, secondo il suo avvocato, Palazzolo aveva bussato alla caserma dei carabinieri alle 5 di mattina per costituirsi, ma fu pregato di ritornare alle 7. Pochi minuti prima delle 7 fu però arrestato in strada, a due passi dalla caserma, con il pigiama e lo spazzolino dei denti in un sacchetto di plastica). Il ministro dell’Interno e il presidente della Camera hanno scandito le ore del prossimo arresto del presunto capo di Cosa nostra. Ma ancora non è successo nulla e la Dia è al centro delle pressanti richieste da parte del governo di fare presto. In realtà Provenzano non si sa dove sia e a sentire suo figlio, Angelo, non avrebbe intenzione di consegnarsi allo Stato. Ma le vie del Signore (e le scadenze elettorali) possono fare miracoli.

 

8. Il brigatista Senzani, il Viminale e quel palazzo Orsini…Su mandato della procura della Repubblica di Monza due carabinieri si sono presentati alla redazione del Giornale e hanno chiesto di identificare il giornalista Francesco D’Amato. Prassi che in genere viene seguita quando c’è in piedi un’inchiesta e si vuole esser certi dell’autore di un articolo. D’Amato è opinionista del Giornale, scrive normalmente di politica interna e l’unico articolo che potrebbe avere suscitato la curiosità della magistratura è quello in cui, in occasione dell’anniversario della strage di via Mario Fani e del rapimento dell’onorevole Aldo Moro, il giornalista aveva ricordato un colloquio avuto con l’ex sottosegretario all’Interno Nicola Lettieri. Il quale gli aveva confidato, a riprova di quanto la struttura dello Stato facesse acqua in quel periodo, che il Viminale proprio nel ’78 si avvaleva della consulenza di Giovanni Senzani, già interno alle Brigate rosse. Si è sempre saputo che Senzani, criminologo, era un esperto spesso consultato e a volte a contratto con il ministero della Giustizia. Ma che fosse stato un consulente dell’Interno, questa era davvero una novità. Anche perché Francesco Cossiga avrebbe dovuto sapere qualcosa in più su questo argomento (nel maggio del ’95 proporrà una amnistia per tutti i terroristi, “compreso Senzani”). E Lettieri, a un cronista dell’Ansa che gli aveva chiesto qualche ulteriore particolare su Senzani al Viminale, ha risposto: “Non confermo e non smentisco…è passato tanto tempo”. Questo ruolo di Senzani sembra destinato a riaprire uno scenario inquietante e mai chiarito. Il brigatista divideva un appartamento con un uomo dei servizi segreti. Quegli stessi servizi che continuano a intrecciarsi con le vicende brigatiste.

 
Il palazzo con gli orsi all’ingresso. Un altro dei tanti episodi mai risolti riguarda palazzo Orsini, l’edificio con un ampio passo carrabile, dove si sospettò che Moro potesse essere stato nascosto nelle ore immediatamente precedenti l’uccisione. Nel 1978 il commercialista Giovanni Colmo era presidente del collegio sindacale dell’immobiliare Savellia (amministratore un pensionato-prestanome), la società proprietaria del palazzo, che si trova a poche decine di metri da via Caetani, dove verrà fatta ritrovare la Renault rossa con il cadavere dello statista. Agli atti del processo spuntarono numerose tracce, appunti, riferimenti documentali (che i brigatisti non seppero spiegare) che portavano proprio a quell’indirizzo. Ebbene Giovanni Colmo divenne successivamente segretario (e suo figlio Andrea amministratore unico) della immobiliare Palestrina III, una società del Sisde che risulterà coinvolta nello scandalo dei fondi riservati. Si tratta di quel gruppo di società di copertura che risultarono proprietarie di 24 appartamenti in via Gradoli 96, dove c’era il covo di Barbara Balzarani e Mario Moretti, il regista del caso Moro. Quanti anni dovranno ancora passare perché si chiariscano queste vicende?

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