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direttore Lino Jannuzzi
Anno
IV - supplemento
al n. 74/14
20.4.2001 SOMMARIO 1. L’occhio americano sulla
vittoria annunciata di Berlusconi -
2. Agnelli: con Rutelli,
la sconfitta per l’Ulivo sarà tinta di ridicolo - 3. Datamedia:
l’Ulivo conquista lo zerovirgola, più seggi alla Cdl - 4. Cdl:
maggioranza netta di seggi alla Camera e al Senato - 5. Un boomerang
per l’aspirante la lista del governo virtuale - 6. Scompaiono i
radicali in Forza Italia? - 7. Arlacchi, rimpatriata a Palermo.
Paga l’Onu - 8. Mosche assassine a Baghdad
1.
L’occhio americano sulla vittoria annunciata di Berlusconi.
Cresce
l’aspettativa negli Stati Uniti per l’esito delle elezioni in Italia.
E cresce la sensazione che la Cdl abbia la vittoria in tasca. I principali
think tank stanno elaborando gli scenari attorno ai quali, con ogni probabilità,
ruoterà la politica italiana dopo il voto. il VeLino pubblica
di seguito l’analisi elaborata dal Ciis (Center for strategic and international
studies). Il Ciis è stato fondato da Henry Kissinger e conta, tra i collaboratori,
personalità molto influenti come James Schlesinger, ex segretario all’Energia
e alla Difesa ed ex direttore della Cia, e come Zbignew Brzezinski, ex
consigliere per la sicurezza nazionale. La
maturazione del centrodestra in Italia.
La data delle elezioni
italiane è ora fissata per il 13 maggio. Le linee generali sono state
tracciate: l’ex sindaco di Roma Francesco Rutelli rappresenterà la coalizione
di centrosinistra attualmente al governo contro la sfidante coalizione
di centrodestra guidata dall’ex primo ministro Silvio Berlusconi. Sondaggi
recenti collocano Berlusconi 13 punti percentuali davanti a Rutelli, ma
il divario continua a fluttuare. Dal momento delle sua prima e unica volta
al governo nel 1994, Berlusconi ha sviluppato una piattaforma fiscale
più mirata, alleandosi con economisti conservatori come Giulio Tremonti,
un avvocato fiscalista indicato come colui che ricoprirà l’incarico di
prossimo ministro del Tesoro con Berlusconi. Dovendo fronteggiare uno
dei maggiori carichi fiscali in Europa, l’obiettivo di Tremonti
è di abbassare le tasse di più del dieci per cento sia per le persone
sia per le aziende, riducendo le relative entrate governative dal 43 al
33 per cento del Pil. Per contrastare l’effetto di questi tagli, Tremonti
ha proposto nuove leggi per creare nuovi posti di lavoro per i lavoratori
più giovani nel settore tecnologico e per migliorare le infrastrutture
nel meridione d’Italia. Rutelli offre molti degli stessi benefici alla
popolazione italiana. In una delle ultime sedute del Parlamento prima
dello scioglimento, la sua coalizione di centrosinistra ha approvato una
legge che garantisce maggiori poteri alle regioni in settori come la sanità,
la scuola e le tasse. Tra la coalizione di centrodestra di Berlusconi
e quella di centrosinistra di Rutelli la convergenza sulle questioni chiave
della politica nazionale è così alta che le elezioni sono state definite
come una battaglia di personalità, piuttosto che una battaglia di partiti
(Euro-focus, 5 gennaio, 2001). Tuttavia, dubbi sulle priorità di politica
estera di alcuni dei partner di Berlusconi continuano a dare corpo alla
percezioni dell’Ue delle prospettive di una tale coalizione di futuro
governo. Il brash Umberto Bossi, leader della Lega Nord, è stato fortemente
criticato per il suo atteggiamento anti-immigrati, anti-minoranze e anti-omosessuali.
Il ministro degli Esteri del Belgio Louis Michel, la cui nazione rileverà
la presidenza di turno Ue a luglio, ha recentemente affermato che, in
caso di vittoria di Berlusconi, l’Italia potrebbe meritare lo stesso trattamento
dell’Austria nel 1999, quando la coalizione vincente includeva il partito
di destra di Jorg Haider. L’incognita
del titolare della Farnesina.
Sorprendentemente Gianfranco Fini, leader di Alleanza nazionale (nonostante
si sia formato - notano gli analisti del Ciis - nel Movimento sociale)
e principale partner di coalizione di Berlusconi, non ha attratto lo stesso
grado di animosità in Europa. Preoccupazioni straniere sull’ingresso del
partito al governo furono espresse nel 2000 dal cancelliere tedesco Gerhard
Schroder, e il governo italiano fu rapido allora a rassicurare gli altri
che tutti i partiti politici italiani erano, di fatto, democratici. Fini
potrebbe ora diventare vicepresidente del Consiglio dei ministri, mentre
a Bossi sarà più o meno data una più bassa posizione di governo, una mossa
che dovrebbe aiutare a rassicurare sull’unità del nuovo governo di Berlusconi.
Individuare un ministro degli Esteri si è rivelato più difficile. Mario
Monti, il commissario europeo per la concorrenza, ha declinato l’offerta,
menzionando un “obbligo morale” a completare il proprio mandato alla Commissione,
e una convincente alternativa deve ancora emergere. Il
fisco e l’Europa.
In realtà, i problemi con l’Ue sembrano essere più nell’arena economica
che in quella politica. La Bce e la Commissione hanno espresso preoccupazioni
sulle promesse di tagli fiscali sia di Berlusconi sia di Rutelli in campagna
elettorale. Secondo il Patto di stabilità, i paesi Ue devono eliminare
ogni deficit di bilancio e creare surplus di fondi durante il periodo
di espansione, uno scenario improbabile dati gli attuali livelli di spesa
dell’Italia. Anche se il deficit è sceso significativamente dal 1996,
i dati del 2000 sembrano ancora suggerire un relativamente alto tasso
dell’1,5 per cento del Pil, nonostante una crescita annuale del 2,9 per
cento. Ogni interruzione con i precedenti risultati economici potrebbe
provocare una diminuzione della coesione della politica economica nell’eurozona,
in cui l’economia italiana conta per il 18 per cento del Pil totale. Per
Berlusconi, un crescente peso internazionale.
Nonostante la miriade di problemi e accuse che circondano Berlusconi,
egli è ancora considerato il favorito per la vittoria alle elezioni di
maggio. Gli italiani lo ammirano come un imprenditore determinato che
si è fatto da sé e che ha ottenuto un impressionante successo nel mondo
dell’economia e della politica. In aggiunta, Berlusconi si è sforzato
molto di dimostrare il suo impegno per mantenere il tradizionale ruolo
di leader dell’Italia nella Ue. Lo scorso novembre, ha sostenuto Giuliano
Amato nel ruolo di rappresentante dell’Italia al summit Ue di Nizza e,
a un recente incontro con il primo ministro sloveno Janez Drnovsek, Berlusconi
ha confermato il sostegno per l’allargamento della Ue. Inoltre, all’incontro
annuale dei 40 partiti membri del Partito popolare europeo (Ppe) lo scorso
gennaio, Berlusconi è stato riconosciuto come uno dei leader del crescente
movimento di centrodestra in Europa. Forse più importante di tutto è la
netta crescita e maturità delle credenziali politiche di Berlusconi in
particolare e di Forza Italia in generale. Dal 1994, il partito si è trasformato
in una organizzazione politica di tutto rispetto con convinzioni ben definite.
Mentre nel passato le decisioni venivano formulate in termini vaghi e
spesso contraddittori da pochi politici relativamente inesperti, l’alleanza
di centrodestra di oggi ha avuto più di cinque anni per analizzare i trionfi
e i fallimenti della coalizione di centrosinistra ed è riuscita a stringere
alleanze con altri leader nazionali in Europa. 2.
Agnelli: con Rutelli, la sconfitta per l’Ulivo sarà tinta di ridicolo.
“Con Amato sarebbero andati incontro a una sconfitta onorevole, visto
che anche Winston Churchill e Charles De Gaulle hanno perso nella loro
vita le elezioni. Con Rutelli, invece, la loro sconfitta si tinge di ridicolo”.
Gianni Agnelli, che proprio oggi ha ricevuto la medaglia d’oro del Senato
per i suoi ottant’anni, affida a Panorama questo giudizio sull’andamento
delle elezioni e sulla scelta fatta dal centrosinistra di affidare la
leadership all’ex sindaco di Roma. È un giudizio destinato a fare rumore.
In Italia e all’estero. La stampa internazionale più accorta ha già registrato
l’apertura di credito dell’establishment alla Cdl. In particolare, l’atteggiamento
di Agnelli era stato anticipato dall’Economist della settimana
scorsa (vedi VeLino numero 65 del 6 aprile scorso). Gli stessi
rapporti dei principali think tank americani (vedi VeLino numero
71 del 17 aprile scorso) stanno facendo prevalere giudizi rassicuranti
sul futuro del paese se vincerà - come tutti danno ormai per scontato
- la coalizione guidata da Silvio Berlusconi. Quanto alla stampa internazionale,
l’ostilità si è attenuata. Lo conferma, anche se può apparire un paradosso,
il violento articolo contro Berlusconi di William Pfaff pubblicato oggi
dall’Herald Tribune, che l’autorevole quotidiano ha confinato nell’area
destinata non agli editoriali ma alle opinioni, quasi a prendere le distanze.
Le agenzie di stampa italiane non se ne sono accorte. E nemmeno l’aspirante,
che lo ha subito cavalcato per innescare l’ennesima polemica sul conflitto
di interessi. A conferma della povertà di idee e di proposte programmatiche
capaci di aggregare il consenso della maggioranza degli elettori. Anche
i sondaggi dell’Ulivo annunciano la sconfitta.
La conferma viene del resto da tutti i sondaggi, che segnalano settimana
dopo settimana un distacco che resta incolmabile tra le due coalizioni.
Anche i sondaggisti del centrosinistra, come ha accertato il VeLino,
considerano ormai persa la partita. L’ultimissima rilevazione, segnala
un distacco di dieci punti, a vantaggio del centrodestra nel proporzionale,
e di cinque punti e mezzo nell’uninominale. Un distacco meno netto di
quello segnalato da Datamedia, ma tale, a meno di trenta giorni dal voto,
da portare gli esperti a considerarlo non rimontabile. C’è convergenza
anche nel valutare molto significativa la rimonta di Fausto Bertinotti:
l’ultimo sondaggio realizzato per il centrosinistra lo dà al 7,5 per cento,
Datamedia lo accredita dell’otto. È il dato più negativo per Rutelli,
per gli effetti devastanti che avrebbe - se confermato anche in una percentuale
ridotta attorno al cinque per cento - nelle votazioni per il Senato, alle
quali Rifondazione partecipa con propri candidati in tutti i collegi:
alla disfatta annunciata alla Camera, si aggiungerebbe una sconfitta netta
anche alla Camera alta. 3.
Datamedia: l’Ulivo conquista lo zerovirgola, più seggi alla Cdl.
Resta del nove per cento il vantaggio della Cdl nella sfida con il centrosinistra
per la conquista dei collegi uninominali alla Camera. Rispetto alla precedente
rilevazione di Datamedia, lo spostamento percentuale è quasi impercettibile:
meno 0,9 per cento. La Cdl conserva il 50 per cento, l’Ulivo il 41. Il
quattro per cento dichiara l’intenzione di orientarsi sui candidati nei
collegi uninominali della lista Bonino, il tre per cento (meno 0,9) per
quelli dell’Italia dei valori, l’uno per Democrazia europea di Sergio
D’Antoni, lo 0,7 per i candidati di Pino Rauti. Il quadro dei rapporti
di forza dunque non cambia. Cambia invece, e di molto, se si analizzano
i dati relativi alle intenzioni di voto per i singoli partiti: rilevazione
che serve a valutare sia le conseguenze sulla ripartizione dei seggi proporzionali
alla Camera, sia l’assegnazione dei collegi al Senato. La Cdl perde lo
0,6 per cento, e si attesta al 52,7. Il centrosinistra guadagna lo 0,7
per cento, e “sale” al 31,7. Dunque, il delta rimane superiore ai dieci
punti percentuali. Biancofiore
e Lega sopra il quattro, il Girasole al due.
Vanno però valutate le variazioni intervenute nei rapporti di forza tra
i diversi partner delle due coalizioni e la crescita di Rifondazione.
Variazioni che potrebbero determinare significativi smottamenti per quanto
riguarda i seggi che saranno assegnati. Nella Cdl, Datamedia segnala una
leggera flessione di Forza Italia (dal 30,2 al 29 per cento) e di Alleanza
nazionale (dal 13,5 al 12,5 per cento) a vantaggio del Biancofiore (passa
dal quattro al cinque per cento) e della Lega (sale al cinque dal quattro
per cento). Se questo trend sarà confermato, Biancofiore e Lega, che erano
border line rispetto alla soglia di sbarramento del quattro per cento,
dovrebbero superarla. Conseguenza: conquisteranno, per la loro quota,
numerosi seggi alla Camera che rischiavano di andare dispersi e che ai
fini del risultato finale valgono molto di più del punto percentuale in
meno (passato a Lega e Biancofiore) di Forza Italia e di Alleanza nazionale.
Situazione rovesciata per il centrosinistra. Il miglioramento, sia pure
marginale, dei Ds (che passano dal 18,2 al 19 per cento) e della Margherita
(che sale al dieci dall’8,8 della precedente rilevazione), penalizza il
Girasole, che perde un punto secco (passa dal tre al due per cento) e
si allontanano sensibilmente dalla soglia di sbarramento. Anche il Pdci,
la quarta lista della coalizione, è lontanissima dal risultato. Nel centrosinistra
si sta dunque determinando una situazione negativa: i partiti maggiori
crescono a scapito delle formazioni minori che vedono sempre più lontano
l’obiettivo del quattro per cento. Risultato: più voti per Ds e Margherita,
meno seggi per la coalizione. Boom
di Bertinotti (sale all’otto per cento).
Ma il dato peggiore, per il centrosinistra, è quello relativo al boom
di consensi di Rifondazione comunista. Per Datamedia Fausto Bertinotti
è ormai all’otto per cento. Una percentuale che sarà ininfluente nella
competizione per la Camera, alla quale Rifondazione non partecipa. E in
ogni caso, anche se tutti questi voti confluissero sui candidati del centrosinistra,
non basterebbero a modificare il rapporto di forza tra le due coalizioni.
Ma un consenso così ampio avrà un peso molto rilevante per l’assegnazione
dei seggi al Senato. La consapevolezza di avere una base così significativa
spingerà Bertinotti a raccogliere tutti i consensi di cui dispone attorno
ai propri candidati per la camera alta. Il particolare meccanismo elettorale
previsto stabilisce infatti che il 25 per cento dei seggi sia ripartito,
regione per regione, tra i candidati perdenti nei collegi che hanno ottenuto
il miglior risultato. Bertinotti cercherà dunque di non disperdere alcun
voto, indirizzandolo sui candidati del centrosinistra. Per la coalizione
di Rutelli si tratta di un handicap ulteriore. Anche per questa ragione,
ammesso che il rischio sia mai stato reale, si allontana definitivamente
l’ipotesi di un risultato al Senato che si configuri come un sostanziale
pareggio tra le due coalizioni. 4.
Cdl: maggioranza netta di seggi alla Camera e al Senato.
135 seggi in più alla Camera per la Cdl, 65 seggi in più, sempre per la
Cdl, al Senato. È questa
l’ultimissima stima di Datamedia sulla composizione del nuovo parlamento
sulla base delle rilevazioni più recenti sulle intenzioni di voto degli
italiani. In particolare, l’istituto diretto da Luigi Crespi attribuisce
376 deputati alla Cdl; 241 al centrosinistra; 13 ai terzopolisti. Quanto
a Palazzo Madama, la stima prevede 175 senatori per la Cdl; 110 per il
centrosinistra; 30 per i terzopolisti. 5.
Un boomerang per l’aspirante la lista del governo virtuale.
Francesco Rutelli ha dedicato parte della giornata a far sbollire l’ira
dei molti ministri del governo Amato che potrebbero non entrare nella
lista virtuale che sarà presentata alla convention del 21 aprile. Il più
infuriato di tutti era Lamberto Dini, il cui posto alla Farnesina, secondo
l’aspirante, dovrebbe essere assegnato a Massimo D’Alema. Ma anche Vincenzo
Visco è apparso molto risentito di fronte all’ipotesi che potrebbe essere
Giuliano Amato a occupare, nella lista virtuale, il ruolo di super ministro
dell’economia. Ottaviano Del Turco l’ha presa meglio: anche lui in dirittura
d’uscita, sa bene che, con l’aria che tira, è preferibile concentrarsi
nella battaglia per conquistare il collegio abruzzese che gli è stata
assegnato. Molto seccato è invece Enzo Bianco, che rischia la decapitazione
come i colleghi Visco, Dini e Del Turco. E come Willer Bordon, al quale
Rutelli non riuscirà mai a perdonare l’offensiva contro Radio vaticana
proprio alla vigilia di Pasqua. Sotto la ghigliottina dovrebbe finire
anche il ministro della Pubblica istruzione, Tullio De Mauro. Si salverà
Livia Turco, ministro della Solidarietà sociale: su di lei, i Ds non transigono,
anche se potrebbe spuntare una poltrona virtuale di maggiore peso. In
odore di riconferma: Giovanna Melandri, Franco Bassanini, Pier Luigi Bersani,
Cesare Salvi, Sergio Mattarella, Agazio Loiero. Nell’Ulivo sono in molti
a chiedersi se valga la pena insistere su questa strada. Lanfranco Turci,
diessino pragmatico e liberal, non nasconde lo stupore. Achille Occhetto
lo definisce un “metodo da imbecilli”. Dissente Gerardo Bianco. Anche
perché, scrivendo nella lista dei cattivi i ministri più politici, è come
se Rutelli giustificasse le critiche mosse dalla Cdl alle scelte del
centrosinistra sui temi chiave della politica estera, delle scelte
fiscali, della tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza interna,
della scuola e persino dell’ambiente. Rutelli forse ci ripenserà. 6.
Scompaiono i radicali in Forza Italia?
La mancanza nelle liste della Cdl di Marco Taradash e Peppino Calderisi
ha portato Avvenire a concludere: “La componente radicale perde
i suoi punti di riferimento. Rimane a fari spenti. Praticamente scompare.
Berlusconi ha fatto i suoi calcoli e con lui gli analisti azzurri”. È
proprio così? Scorrendo con maggiore attenzione le liste, si scopre che
è vero il contrario. La cosiddetta componente radicale è ben rappresentata,
e con personalità che hanno fatto la storia del Pr. Accanto a Lino Jannuzzi,
primo direttore di Radioradicale
e già candidato radicale indipendente nelle liste del Psi per il Senato
nel 1968, sono candidati
con la Cdl anche Massimo Teodori, radicato nella storia del Pr sin dai
tempi di Mario Pannunzio e Ernesto Rossi, e Paolo Vigevano, già amministratore
unico del Pr e di Radioradicale e ai vertice del partito con Marco Pannella,
Emma Bonino e Sergio Stanzani per quasi vent’anni. Si potrebbe soltanto
aggiungere che la componente laica della Cdl è rafforzata, rispetto al
passato, dalla presenza della pattuglia guidata da Giorgio la Malfa e
dai socialisti di Bobo Craxi. Quanto ai professori liberal, Marcello Pera
è in pole per il ministero di Giustizia, Lucio Colletti è stato ripresentato
(nel proporzionale, come la volta precedente) e le uscite di Giorgio Rebuffa
e Piero Melograni sono state compensate dall’ingresso di Marcello Pacini,
direttore della Fondazione Agnelli, e di Mario Baldassarri. 7. Arlacchi, rimpatriata a Palermo. Paga l’Onu. Pino Arlacchi, responsabile per le Nazione Unite dell’ufficio per il controllo degli stupefacenti e la prevenzione del crimine (Odccp), sarà domani a Palermo per esaminare con il procuratore della Repubblica di Palermo Piero Grasso gli sviluppi della Convenzione della Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale, firmata a Palermo il 18 dicembre scorso. Una “missione” ufficiale, e pertanto finanziata. In realtà, la Convenzione non ha nulla a che vedere con le competenze del procuratore di Palermo. La sua approvazione o meno, infatti, è una decisione esclusivamente politica che ricade sulle responsabilità del ministro della Giustizia Piero Fassino e del parlamento, che deve ratificare o no. Quello fra Arlacchi e Grasso appare invece solo un incontro fra vecchi amici, una rimpatriata si direbbe. È anche un’occasione per Arlacchi per partecipare alla presentazione del libro “L’eredità scomoda”, scritto da altri amici di lunga data: Giancarlo Caselli e Antonino Ingroia. Con Caselli, che ha annunciato anche l’arrivo da Bruxelles, il direttore dell’ Odccp ha una antica frequentazione. Almeno dai primi anni ‘90 quando, diventato consulente superpagato dei ministri dell’Interno Vincenzo Scotti e Nicola Mancino, costruiva la Dia divenuta poi la polizia giudiziaria preferita dalla procura di Palermo. Sulla Convenzione i fulmini di Conso. Della Convenzione di Palermo e del risultato politico di quella iniziativa, Arlacchi dovrebbe discutere, invece che con Grasso, con il Consiglio scientifico della conferenza presieduto dall’ex presidente della Corte costituzionale Giovanni Conso. Nella relazione finale che Conso ha inviato al presidente del Consiglio e ai due rami del parlamento sull’intero svolgimento della conferenza di Palermo, interamente finanziata dal nostro Paese per una spesa complessiva di quasi cento miliardi, le critiche alle velleità di Arlacchi e alla sua organizzazione non sono mancate. Sulla convenzione, fatta passare come l’evento dell’anno e per la quale lo stesso Arlacchi si muove ufficialmente da Vienna per parlarne con Grasso, l’ex presidente della Consulta spegne gli entusiasmi. “Le ipotesi prospettabili - scrive Conso - sono, al momento, molteplici e ancora da definire. Anche in considerazione dell’ormai ineludibile conclusione della legislatura, è parsa, pertanto, prematura qualsiasi indicazione avente pretesa di concretezza, essendo, del resto, compito precipuo del ministro della Giustizia approfondire, d’intesa con il ministro degli Affari esteri, le relative prospettazioni”. Insomma Grasso non c’entra nulla. Quanto poi all’efficienza di Arlacchi, nella relazione finale le critiche si sprecano. “Fino a tutto il mese di novembre si sono dovute definire con l’Onu di Vienna questioni concernenti il programma generale e quelle particolari, il personale, le attrezzature, i servizi, le ripartizioni di competenza, la problematica derivante dal regime di temporanea extraterritorialità delle aere e strutture ospitanti la Conferenza e i simposi, le procedure, la sicurezza, la lista dei 170 esperti e personalità ospiti del nostro Governo. Durante quasi tutto il periodo si sono determinati così, difficoltà, ritardi e taluni costi imprevisti, dovuti a carenze metodologiche Onu che si sono espresse in: indicazioni contrastanti provenienti da funzionari diversi sulle stesse materie; richieste aggiuntive oltre i termini temporali e finanziari preventivamente concordati; ripensamenti tardivi e decisioni contraddittorie sulla stessa materia da parte dello stesso funzionario per essa competente; informazioni a volte sbagliate con conseguente vanificazione di parte anche sostanziale dell’attività già svolta”. Rischia di essere questa l’impietosa conclusione di una Convenzione che Arlacchi ha cercato di sfruttare per un personale rilancio politico in previsione del prossimo rientro in Italia per la scadenza del mandato Onu. Guarda caso, oggi processo-bis per Andreotti a Palermo. La visita di Pino Arlacchi finisce con il creare polemiche che potrebbero avere qualche ripercussione all’estero. A Giulio Andreotti non è piaciuto che a 24 ore dall’inizio del processo d’appello, a Palermo l’antimafia militante, politica e giudiziaria, si desse appuntamento per dibattere un libro che ha già suscitato, fra i magistrati soprattutto, imbarazzo e critiche. Ma la cosa più sconcertante è il fatto che il direttore di una delle agenzie più importanti dell’Onu si schieri in una vicenda tutta interna e per la quale un tribunale italiano ha pronunciato una sentenza di assoluzione, dimenticando il ruolo ufficiale che ricopre all’interno di un organismo che fa dell’imparzialità la propria bandiera. Milio
e Dell’Alba: “Chi paga?”.
Sulla vicenda sono intervenuti anche l’europarlamentare Gianfranco Dell’Alba
e il senatore Pietro Milio, entrambi della lista Bonino. I due esponenti
radicali si chiedono cosa sia venuto a fare Arlacchi a Palermo. “Dopo
i ben noti successi conseguiti nella lotta al narcotraffico e ai produttori
di oppio talebani, Arlacchi ha deciso di dare
anche un contributo alla letteratura antimafia presenziando domani,
a Palermo, alla presentazione dell’ultima e recente fatica letterario-processuale
firmata dal dottor Caselli e dal dottor Ingroia. Il libro, che contiene
pesanti critiche ai giudici che hanno assolto il senatore Giulio Andreotti
- secondo Dell’Alba e Milio - per mera coincidenza, che non sarebbe sfuggita
a Luigi Pirandello, sarà presentato con la partecipazione di Caselli,
proprio all’indomani del processo di appello a carico del sette volte
presidente del Consiglio ed alla vigilia dell’inizio di quello a carico
del presidente Carnevale e pochi giorni prima della sentenza d’appello
per Bruno Contrada, prevista per il 4 maggio”. I due esponenti radicali
chiedono di sapere “a carico di quale dipartimento, ministero, o ufficio
italiano, europeo o altro, verranno poste le spese relative ai trasferimenti
blindati e ai confortevoli soggiorni di tali soggetti per garantire la
loro incolumità. Tenuto conto che la manifestazione annunciata non riveste
carattere istituzionale essendo tale libro regolarmente posto in vendita
nelle librerie al congruo prezzo imposto ed essendo per legge riservati i diritti d’autore. Vorremmo, comunque,
essere certi che tale liturgia non sarà un aiuto alla giurisdizione!”. 8.
Mosche assassine a Baghdad.
Una specie sconosciuta di mosca, pericolosissima per la popolazione, ha
invaso Baghdad e sta mietendo molte vittime. Lo ha detto il ministro dell’Agricoltura
iracheno al nostro ambasciatore Antonio Badini, direttore generale della
Farnesina per il Mediterraneo e il Medio Oriente. Badini si è recato a
Baghdad la settimana scorsa e ha avuto una serie di importanti colloqui
politici e diplomatici. Il ministro dell’Agricoltura gli ha illustrato
l’attuale situazione del settore, davvero disperante: acque quasi ovunque
inquinate, acquedotti che non si possono riparare (i tubi per le condutture
non superano i controlli per un eccesso di burocrazia), ricerche e laboratori
inesistenti. “Avevamo informato l’Onu che stavamo studiando e producendo
in laboratorio un vaccino contro la minaccia di afta epizootica”, ha detto
a Badini il ministro iracheno; “purtroppo ce l’hanno bombardato. Non posso
escludere che l’attuale diffusione dell’afta in Europa sia una conseguenza
di quell’inutile bombardamento”. Quanto alle mosche assassine, il racconto
del ministro dell’Agricoltura sembra copiato da un libro di fantascienza:
“Si tratta di un insetto assolutamente sconosciuto, con caratteristiche
mai viste o studiate in precedenza. Attacca l’uomo, riesce a infettare
il sangue e produce immediate, gravissime conseguenze. Finora, l’unico
rimedio che si può adottare è l’amputazione di un dito, di una mano se
l’infezione provocata da questo tipo di mosca è riscontrata immediatamente.
Altrimenti, non c’è più nulla da fare. L’aspetto più preoccupante è che,
in genere, questi fenomeni sono ripercorribili in qualche maniera, si
riesce insomma a ricostruire e a individuare la provenienza e le cause
che hanno trasformato insetti quasi innocui in killer tremendi. Nel nostro
caso, non ci sono tracce all’infuori del fatto che questa mosca assassina
sembra essere nata proprio qui, in città”.
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