direttore Lino Jannuzzi

 

Anno IV - supplemento al n. 70/14                                              13.4.2001

 

SOMMARIO

 

1. L’Ulivo prende atto che la rimonta non c’è e confida negli indecisi - 2. Sondaggi amari per Rutelli, il divario resta - 3. Crespi: al Senato 175 seggi sicuri per la Cdl, 110 per il Cs - 4. Costituente:  gli esponenti della Cdl disertano - 5. La gaffe di Bianco (e Fassino) sul referendum, l’ironia di Caianiello - 6. Prende corpo la squadra di governo di Berlusconi - 7. Elettorato Ds: crepe annunciate nelle regioni rosse - 8. Il voto di Stefania Craxi a Luca Coscioni - 9. Terrorismo: si teme la convergenza con quello islamico - 10. Lite Orlando-Giammanco: la Cassazione dà torto al sindaco - 11. Dell’Utri: nel’90, per giudici e poliziotti c’era il “vuoto probatorio”      

 

1. L’Ulivo prende atto che la rimonta non c’è e confida negli indecisi. I leader dell’Ulivo hanno smesso di parlare di grande rimonta in atto. Gli aggiustamenti degli ultimi tempi, in effetti, segnalano la conferma delle tendenze di fondo: la Cdl mantiene, punto più punto meno, le posizioni, il centrosinistra non riesce a recuperare lo svantaggio. Così, non avendo ottenuto conforto dai dati reali delle indagini demoscopiche, Francesco Rutelli, Massimo D’Alema e Walter Veltroni, hanno deciso di ripiegare su un diverso filone: è aumentato il bacino degli indecisi - è il nuovo jingle - perché alcuni elettori orientati a votare per la Cdl hanno assunto una posizione di attesa. Sono tre, hanno detto questa mattina, i sondaggi che segnalano questa tendenza. Quali non si sa, mentre si sa, al contrario, che in base alle rivelazioni degli istituti che rendono pubblici i dati, risulta una tendenza opposta: l’area dell’indecisione si restringe. Risulta anche che tra gli indecisi è più alto il numero di quanti sono orientati verso il centrodestra. La condizione di sofferenza in cui si trova la coalizione di centrosinistra è stata al centro di riflessioni molto preoccupate. Che hanno investito anche la condotta dell’aspirante. In pubblico, Rutelli riceve soltanto lodi. In realtà, anche questa mattina alla riunione del coordinamento, non sono mancati i rilievi critici soprattutto per la tendenza di Rutelli a parlare del suo avversario in termini che definire non rigorosi sarebbe poco. Il suggerimento che gli è stato dato è di puntare di più sulla continuità con quanto i governi di centrosinistra hanno fatto, e di partire da lì per configurare nuovi obiettivi. È stato questo il significato di un messaggio affidato a Giuliano Amato da Romano Prodi. Un messaggio che è suonato come un garbato richiamo. Il secondo suggerimento riguarda la superficialità con la quale Rutelli sta contestando i programmi di Berlusconi, attribuendogli intenzioni suffragate da cifre che non hanno alcun riscontro con i dati sui quali il leader della Cdl basa la sua proposta programmatica. Viceversa, non si spiegherebbe il favore che Berlusconi sta riscuotendo negli incontri con tutte le organizzazioni imprenditoriali e di categoria, che hanno apprezzato la concretezza (e la realizzabilità) dei programmi che illustra. Rutelli dovrà correggere il tiro. E dovrà cercare di convincere l’establishment a orientarsi diversamente: ormai è chiaro che la riserva nei confronti di Silvio Berlusconi è caduta. Per la Cdl un handicap in meno. Per Rutelli, un ostacolo in più.

 

2. Sondaggi amari per Rutelli, il divario resta. Tutte le rilevazioni di queste ore confermano che la Casa delle libertà è nettamente in testa sia nel maggioritario sia nel proporzionale. Con un distacco giudicato da tutti incolmabile, nonostante la Cdl abbia perduto - per Datamedia - un punto circa e l’Ulivo ne abbia guadagnato uno e mezzo. Gli istituti demoscopici divergono, in parte, solamente sull’ampiezza del delta che separa l’Ulivo dal centrodestra: Datamedia lo dà più ampio, l’istituto che cura le rilevazioni per il vertice dell’Ulivo, più contenuto. Ma la distanza appare, anche in base a questa rilevazione, non colmabile. Secondo il sondaggio in mano al Cavaliere da ieri (quello Datamedia, per l’appunto), la Cdl ha un vantaggio del 9,9 per cento nell’uninominale (il centrodestra è al 50,2, il centrosinistra, Rifondazione compresa, al 40,3 per cento), e del 15,3 nell’uninominale (la Cdl è a quota 53,3 per cento, l’Ulivo al 31 per cento, Rifondazione al 7 per cento). Secondo il sondaggio nella mani di Rutelli, invece, il centrodestra ha un vantaggio di 5,5 punti nell’uninominale e dell’11 per cento nel proporzionale. Cambiano i valori, non la tendenza.

 

Gli istituti convergono anche sui trend dei singoli partiti. Entrambi i sondaggi (quello Datamedia e quello “ulivista”) convergono anche su alcuni trend. Rifondazione comunista, per esempio, è a quota sette per cento per entrambi. Con Datamedia che richiama l’attenzione su un dato: il partito di Fausto Bertinotti sta costantemente aumentando le intenzioni di voto  settimana dopo settimana. Quella passata era al sei per cento, 15 giorni fa al cinque, tre settimane or sono al 4,1. Convergono anche le rilevazioni relative alle terze forze: secondo Datamedia, la Lista Bonino è a quota tre per cento (con una perdita dell’uno per cento rispetto al picco di una settimana fa), l’Italia dei Valori risale al 3,5 per cento rispetto al 3 per cento di sette giorni fa. Secondo l’istituto vicino all’Ulivo, la Bonino sta al 2,8 per cento, Antonio Di Pietro al 3,8.

 

Il sondaggio Datamedia, punto per punto. Secondo l’istituto presieduto da Luigi Crespi, le singole formazioni del centrodestra sono sostanzialmente stabili. Forza Italia sta al 30,2 per cento delle intenzioni di voto (una settimana fa aveva il 31 per cento (il sondaggio nella mani dell’Ulivo, lo stima al 28,5). An per Datamedia è scesa al 13,5 per cento, mentre il sondaggio dell’Ulivo l’accredita del 15. La Lega è quotata al 4,3 per Datamedia e poco sotto il quorum per la rilevazioni nelle mani di Rutelli. Il Biancofiore, Cdu-Ccd, sta al quattro per cento per entrambi gli istituti. Nel campo opposto, il centrosinistra, vengono dati in ripresa i Ds (18,2 per cento delle intenzioni di voto contro il 16,5 di una settimana fa), in leggera flessione la Margherita (ha l’8,8 rispetto al precedente nove per cento), e l’impervio sentiero del Girasole che arranca con un debole tre per cento sotto lo sbarramento del quattro (una settimana fa aveva il 2,8). È in ripresa  l’Italia dei Valori (al 3,5, mezzo punto percentuale in più), mentre flettono la Lista Bonino (dal quattro al tre per cento) e Democrazia europea (dall’uno allo 0,6). La Fiamma tricolore passa dallo 0,5 allo 0,6 per cento.

 

3. Crespi: al Senato 175 seggi sicuri per la Cdl, 110 per il Cs. Non c’è speranza per la coalizione di Rutelli, neppure al Senato. Questo è il responso di Luigi Crespi, in base alle proiezioni di Datamedia. Ieri, per qualche ora, il centrosinistra si era illuso, supponendo, in base a notizie inesatte, che l’istituto presieduto da Crespi prevedesse la conquista, da parte della Casa delle libertà, di appena 148 seggi a palazzo Madama, quindi al di sotto della maggioranza assoluta del Senato. Ma l’illusione del centrosinistra è durata pochissimo. Crespi, nella convention di ieri dei candidati della Cdl, aveva parlato di 148 seggi del Senato sicuri per la coalizione di Silvio Berlusconi, di 121 seggi sicuri per l’Ulivo e di 46 seggi non attribuiti. Ben difficilmente si potevano collocare tutti i seggi non attribuiti dalla parte del centrosinistra e anche in base a quella proiezione la maggioranza di seggi al Senato, per la Cdl, era scontata. Ma quella proiezione era fondata sull’ipotesi che fra Ulivo e Rifondazione comunista sarebbe stato raggiunto anche al Senato, in alcuni collegi marginali, un accordo di desistenza. Accordo che però non c’è stato: i candidati di Rifondazione sono stati presentati in tutti i collegi senatoriali. Datamedia, sulla base di questo dato ormai acquisito, ha rifatto le sue proiezioni. Risultato: al Senato, il centrodestra dovrebbe conquistare 175 seggi, il centrosinistra 110 seggi, gli altri 30. Alla Camera la Cdl dovrebbe avere 376 seggi, il centrosinistra 241, gli altri 13.  

 

4. Costituente:  gli esponenti della Cdl disertano. Si è risolta in un flop la conferenza stampa che avrebbe dovuto lanciare il progetto di una Assemblea costituente speciale. Con l’eccezione di Gennaro Malgieri, presente come direttore del Secolo d’Italia, nessuno degli esponenti della Cdl che aveva sottoscritto il documento di adesione all’iniziativa si è presentato all’appuntamento. All’hotel Nazionale di Roma, dove l’iniziativa è stata illustrata, c’erano soltanto Mario Segni, Achille Occhetto, Enrico Boselli, Arturo Parisi e Rino Pisicchio. Ha prevalso, evidentemente, la convinzione che si tratti di un’iniziativa quantomeno intempestiva e persino inopportuna. Almeno dal punto di vista della Cdl, che non ricaverebbe alcun vantaggio, a differenza dei delusi dell’Ulivo, se contribuisse a sostenere un’iniziativa che mira a sminuire l’importanza dell’appuntamento elettorale e ad accreditare l’idea che, quale sarà l’esito del voto, comunque il governo non potrà realizzare il programma annunciato agli elettori e il nuovo parlamento non potrà realizzare le riforme istituzionali. Tra l’altro, gli esponenti dell’Ulivo presenti alla conferenza stampa di questa mattina hanno sostenuto che l’eventuale Assemblea costituente speciale non dovrebbe toccare la prima parte della Costituzione. Come noto, dal punto di vista della Cdl, l’assemblea avrebbe un senso soltanto se le forze politiche convenissero sull’esigenza di mettere mano proprio alla parte della Costituzione, la prima, dove vengono enunciati i valori sui quali si fonda la Repubblica. Si è dissociato anche il presidente emerito della Corte costituzionale Vincenzo Caianiello. Questa mattina si è recato all’hotel Nazionale con il solo obiettivo di consegnare a Segni una lettera nella quale spiega perché non aderisce: “Avrei voluto esserci, ma quella Costituente speciale proprio non si può fare…”.

 

5. La gaffe di Bianco (e Fassino) sul referendum, l’ironia di Caianiello. La polemica intorno al referendum lombardo sulla devolution in qualche modo si chiuderà. Sarà difficile però archiviare la pagina nera scritta dagli esponenti del governo e della maggioranza che si sono cimentati sul tema. Soprattutto, non sarà agevole allontanare l’ombra provocata dalle dichiarazioni discordanti del ministro dell’Interno (spalleggiato dall’aspirante vicepremier Piero Fassino) e del presidente del Consiglio, portatori di tesi opposte sulla possibilità di indire per il 13 maggio anche il referendum sulla legge federalista di revisione costituzionale. Il presidente emerito della Corte costituzionale, Vincenzo Caianiello, si è spinto ad augurare al Paese di non trovarsi alle prese con una dichiarazione di guerra di San Marino: “Non sapremmo chi e come dovrebbe rispondere”. I punti fermi, comunque vada a finire questa polemica, sono tre: 1) la regione Lombardia ha convocato il referendum consultivo per il 13 maggio in base a una decisione che la Consulta ha giudicato legittima; 2) il governo non può impedire che il referendum si svolga se Roberto Formigoni confermerà l’intenzione di indirlo comunque; 3) il governo non può abbinare all’eventuale referendum sulla devolution quello costituzionale sul referendum perché - come ha spiegato Amato e non ha ancora capito il suo ministro dell’Interno e nemmeno il ministro della Giustizia che vorrebbe fare il vicepremier - deve prima terminare il periodo di tre mesi entro il quale anche cinque consigli regionali e cinquecentomila cittadini possono portare in Cassazione la richiesta di un referendum oltre alle due già presentate, e accolte, da senatori della Cdl e del centrosinistra. Quello che può fare il governo è non concedere a Formigoni l’uso dei seggi nei quali i cittadini voteranno per il rinnovo dei due rami del parlamento e delle amministrazioni locali, obbligando Formigoni ad allestirne altri e a spese della regione Lombardia. Non è chiaro invece se la legge regionale consenta a Formigoni di far slittare magari di due settimane la consultazione, per farla coincidere con i ballottaggi per l’elezione dei sindaci. E se questo eventuale slittamento potrebbe assorbire le perplessità di quanti, anche all’interno della Cdl, preferirebbero evitare uno scontro su una questione - la data del voto sulla devolution lombarda - che considerano non così decisiva alla vigilia dell’inizio ufficiale della campagna elettorale.

 

6. Prende corpo la squadra di governo di Berlusconi. Il leader della Cdl ha confermato che renderà noti nelle prossime settimane i nomi di almeno dieci ministri, due in meno di quelli previsti dalla riforma di Franco Bassanini. Non ha dunque cambiato idea, nonostante Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini gli abbiano chiesto di rinunciare al proposito di anticipare la squadra di governo prima del voto del 13 maggio. Dopo quelli di Giulio Tremonti, che sarà il superministro dell’economia, e di Marcello Pera, ministro della Giustizia in pectore, Berlusconi ha fatto i nomi di “mister I”, Lucio Stanca, e quello del ministro che avrà la delega per la realizzazione delle grandi infrastrutture, l’ingegner Pietro Lunardi. Nei giorni scorsi aveva anticipato che anche Antonio Marzano avrà un posto nel governo. E dalle indiscrezioni non smentite sembra ormai abbastanza certo che Alberto Brambilla, consigliere di amministrazione dell’Inps, è in pole, sostenuto da Umberto Bossi, per il ministero del Lavoro e della famiglia. Per il ministero della Pubblica istruzione, nessuno sinora ha messo in dubbio che sarà appannaggio di Rocco Buttiglione. Restano ancora scoperti, tra i ministeri politici, quelli della Difesa e dell’Interno. Soprattutto, ed è la scelta più delicata, non ha ancora un nome il futuro titolare della Farnesina. Ma Silvio Berlusconi ne ha tracciato in modo inequivocabile l’identikit: una personalità bipartisan, che abbia rango istituzionale e una solida tradizione atlantica alle spalle, e che sia soprattutto in grado di garantire la continuità della politica estera del paese. L’identikit sembra escludere dal novero dei possibili candidati i nomi circolati negli ultimi tempi, soprattutto quelli di ex ambasciatori, per quanto prestigiosi, e restringe di molto la rosa dei papabili. L’identikit segnala inoltre l’importanza decisiva che Berlusconi attribuisce alla scelta del nuovo inquilino della Farnesina. Che dovrà garantire al tempo stesso l’immagine della coalizione in Europa e contribuire al tentativo che sarà fatto dal nuovo governo di recuperare il peso internazionale che l’Italia ha perduto negli ultimi anni. 

 

7. Elettorato Ds: crepe annunciate nelle regioni rosse. L’ex sindaco diessino di Pisa questa mattina si è sfogato alla buvette del ristorante veloce di Montecitorio, annunciando che lui, ma anche molti suoi compagni, si recheranno ai seggi il 13 aprile per mettere nell’urna una scheda bianca. I diesse locali sono inviperiti con la direzione del partito per la candidatura di Ermete Realacci, leader storico di Legambiente, paracadutato nel collegio uninominale per la Camera. Il malumore nella base diessina per come sono state decise le candidature è diffuso e si sta estendendo a macchia d’olio. Sondaggi riservatissimi segnalerebbero il rischio di smottamenti persino in Emilia Romagna. I dirigenti locali non a caso avevano cercato di fare muro contro i candidati di altre forze dell’Ulivo paracadutati nei collegi considerati blindati. Le conseguenze potrebbero essere molto negative, nonostante Rifondazione, per le elezioni riguardanti la Camera, abbia rinunciato a presentare propri candidati sui quali avrebbe potuto convergere l’area del dissenso diessino.

 

8. Il voto di Stefania Craxi a Luca Coscioni. Stefania  Craxi sosterrà la campagna elettorale di Luca Coscioni. Lo ha annunciato con una lettera al Foglio, che la pubblica con questo titolo: “Voterò Coscioni per sostenere la speranza”.  Intervistata da Radioradicale, nei giorni scorsi, non era stata così esplicita e aveva ribadito l’intenzione di non fare scelte di campo nelle prossime elezioni, salvo sostenere la candidatura del fratello Bobo. Dall’interno del Pr, era stata segnalata una certa amarezza del leader per una presa di posizione considerata insoddisfacente. Pannella si è risentito con il VeLino che aveva registrato la notizia. Con la lettera al Foglio, Stefania ha precisato il proprio orientamento: voterà Coscioni. Se lo avesse detto in modo così esplicito anche a Radioradicale, il VeLino lo avrebbe registrato e Pannella forse non si sarebbe risentito. Tuttavia, raggiunta dal VeLino, Stefania Craxi aggiunge: “La mia battaglia di civiltà per Coscioni non significa che intendo in qualche modo sposare o apparentarmi con la lista Bonino”. Dice ancora: “Dai radicali mi divide innanzitutto la battaglia sulla legge elettorale. Loro vogliono il maggioritario, io il proporzionale, perché tutte le anime e tutte le culture siano rappresentate”. Infine, alla domanda se conferma il sostegno al fratello Bobo, Stefania risponde: “Al momento lui non me lo ha chiesto. Se lo farà, starò al suo fianco. Perché ritengo anche quella una battaglia di libertà”.

 

9. Terrorismo: si teme la convergenza con quello islamico. “Il Governo continua a sottovalutare il pericolo terrorismo”. Dopo la bomba alla sede dell’Istituto affari internazionali di Roma, l’opposizione lancia l’allarme. Con lo sguardo puntato su Genova, sede del prossimo vertice del G8, a elezioni politiche concluse e a nuovo governo insediato. I servizi segreti avevano da tempo segnalato il pericolo delle organizzazioni eversive dell’estrema sinistra e della loro attività di proselitismo. Gli stessi attentati terroristici, secondo i rapporti dei Servizi, sono interpretabili proprio come messaggi di propaganda del “nuovo partito armato”. Insomma una vera e propria “campagna elettorale” anche se sui generis. Lo ricorda lo stesso Stefano Silvestri, vicepresidente dell’Iai: “Questa bomba può essere l’iniziativa di qualche gruppo che in modo violento e intimidatorio intende conquistare la leadership del movimento antiglobalizzazione”. Il governo e la maggioranza di centrosinistra hanno fin qui sottovalutato il fenomeno, anche per evitare di mettere direttamente sotto accusa il mondo di alcuni centri sociali, contigui di Rifondazione comunista, sinistra antagonista ed eversione estremista. Un esempio concreto? Le manifestazioni contro il Social forum partenopeo erano state previste nelle relazioni dei Servizi al governo, eppure non era stata predisposta alcuna misura preventiva adeguata per evitare il peggio. Il peggio adesso potrebbe essere rappresentato dalla “convergenza oggettiva” fra eversione di estrema sinistra e terrorismo islamico. Non ci sono, allo stato, collegamenti strutturati fra questi due mondi, ma (e questo desta ovviamente ulteriore preoccupazione negli ambienti dell’opposizione di centrodestra) estremisti di sinistra ed estremisti islamici potrebbero convergere per colpire il nemico comune: la globalizzazione economica, gli Stati Uniti e l’Occidente. E per coordinare “oggettivamente” le loro azioni è sufficiente, per i terroristi delle diverse estrazioni, una attenta lettura di giornali e Internet. Il pericolo, ora, potrebbe essere costituito da una sorta di gioco delle parti fra terroristi integralisti e terroristi di estrema sinistra. Nelle ultime ore, si sta seguendo proprio questa pista investigativa. Con l’attenzione concentrata sull’appuntamento di Genova per il vertice del G8.

 

10. Lite Orlando-Giammanco: la Cassazione dà torto al sindaco. Leoluca Orlando va ritenuto colpevole di aver diffamato l’ex procuratore della Repubblica di Palermo Pietro Giammanco. Si è pronunciata in questi termini la terza sezione civile della Corte di cassazione, disponendo un nuovo giudizio sulla vicenda che ha visto a lungo contrapposti i due personaggi della Palermo negli anni ’90. I fatti: Orlando sostenne, durante un’audizione al Consiglio superiore della magistratura che stava indagando sui rapporti di amicizia e d’affari tra magistrati e uomini politici o imprenditori ritenuti vicini alla mafia, che Giammanco a Palermo era molto chiacchierato. In particolare “era notorio” che avesse antichi rapporti d’amicizia con gli onorevoli Mario D’Acquisto e Salvo Lima; che avesse una villa in campagna confinante con quella di D’Acquisto; che le due costruzioni fossero state eseguite dal costruttore Vassallo, già noto all’Antimafia. Giammanco ammise l’amicizia con D’Acquisto, ma negò vigorosamente le altre due circostanze, definendole del tutto false e diffamatorie. Il tribunale condannò Orlando a trenta milioni di risarcimento. I giudici d’appello, invece, ritennero che il sindaco di Palermo non avesse diffamato il procuratore. Innanzi tutto perché le sue dichiarazioni erano dirette a una ristretta cerchia di persone; poi, perché Orlando aveva riferito fatti “notori”, anche se (almeno in due circostanze) risultati non veri. La Cassazione ha ribaltato questa impostazione: “notorio”, secondo i giudici supremi, significa “comunemente noto” e non - come sostennero i giudici dell’appello - “non ancora accertato”. Quanto al luogo dell’avvenuta diffamazione (commissione referente del Csm, formata da magistrati che possono ben capire il significato di certe dichiarazioni), la Corte è stata lapidaria: “Ove la dichiarazione costituisca la risposta a una domanda, la prima va letta alla luce della seconda, per cui può verificarsi che la risposta, autonomamente considerata, può anche non essere oggettivamente offensiva e corrispondere alla verità; ma detta risposta, se inquadrata nell’ottica della domanda, può essere soggetta a un’espansione di significato proprio per effetto della domanda posta. Coloro che sono chiamati a deporre in inchieste politiche, quando pure non siano per legge equiparati ai testimoni giudiziari, se depongono il vero su ciò che viene loro domandato, non commettono ovviamente diffamazione, ancorché la deposizione implichi la menomazione dell’onore, del decoro o della reputazione altrui. Se depongono il falso possono commettere, invece, diffamazione”. E questo è proprio il caso del sindaco Orlando.

 

11. Dell’Utri: nel’90, per giudici e poliziotti c’era il “vuoto probatorio”. Un investigatore d’eccellenza, Antonio Manganelli, oggi vice capo della polizia, per anni indagò su Marcello Dell’Utri. Con i carabinieri passò in rassegna tutte le sue amicizie in Italia e all’estero: migliaia di intercettazioni telefoniche, viaggi in Venezuela, la spola tra Milano e Palermo. Ma nulla che potesse coinvolgere Dell’Utri nei traffici dell’ormai famosissimo Vittorio Mangano (deceduto da qualche mese), già da qualche tempo, stalliere ad Arcore nella villa del Cavaliere. La procura di Milano, come si può leggere nella sentenza del giudice istruttore Giorgio Della Lucia, che il VeLino pubblica per esteso di seguito, non contenta della prima indagine, quasi illegalmente, sostiene il giudice, ne aprì una seconda. Entrambe portarono alla stessa conclusione e alla fine degli anni Ottanta la procura fu costretta a chiedere l’archiviazione.  Il giudice istruttore andò oltre: emise il 24 maggio del ‘90 la sentenza, dichiarando di “non doversi procedere nei confronti di Marcello Dell’Utri in ordine al reato di cui in epigrafe (associazione per delinquere, ndr) perché il fatto non sussiste”. Erano passati più di otto anni dall’inizio delle indagini. E il famoso “cavallo” esisteva davvero. Nulla a che vedere con “i cavalli” di cui si parla nell’intervista del 1992, poi manipolata, al giudice Paolo Borsellino. La sentenza di Milano è importante perché più di ogni dibattito dimostra che già undici anni fa investigatori e inquirenti avevano ascoltato le intercettazioni telefoniche di Mangano e quella, una sola, in cui si parlava del “cavallo”, tra Mangano e Dell’Utri.  Quella sentenza oggi è stata depositata al tribunale di Palermo. Nonostante quanto abbiano sostenuto i due pm, Antonio ingroia e Domenico Gozzo - pubblica accusa nel processo a Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa - il documento integrale non era stato inserito fra le migliaia di carte. Ironia della sorte, Della Lucia è stato sospeso dalla magistratura per decisione del Csm, ma per vicende legate ad Antonio Rapisarda: Della Lucia avrebbe favorito il principale accusatore di Dell’Utri, nell’inchiesta giudiziaria sulla Cassa di Risparmio di Asti.

 

La sentenza del Giudice istruttore di Milano. “In sostanza la posizione processuale di Dell’Utri Marcello era sorta nel lontano 13.12.81, allorché la polizia giudiziaria nell’ambito di una vasta e complessa indagine su una organizzazione criminosa di presunto stampo mafioso che avrebbe fatto capo a Virgilio Antonio, Monti Luigi, Mangano Vittorio, Bono Giuseppe e altri aveva dato esecuzione a una serie di perquisizioni, tra cui quella a carico di Marcello Dell’Utri presso la sua abitazione, in forza di decreto di perquisizione firmato dal pubblico ministero di Milano il 2/12/1981. Con il decreto di perquisizione veniva inviata al perquisendo Dell’Utri Marcello, contestualmente allo stesso decreto, comunicazione giudiziaria per il reato di cui all’articolo 416 codice penale. Si era verificato infatti che nel corso di due intercettazioni telefoniche sull’utenza in uso (presso l’hotel Duca di York di Milano) a Mangano Vittorio - sospettato di appartenere e capeggiare l’organizzazione di stampo mafioso oggetto delle indagini - il Mangano Vittorio aveva chiamato l’utenza in uso a Dell’Utri Marcello. Il Dell’Utri Marcello non risultava fra le persone denunciate dalla questura di Milano - Criminalpol per la Lombardia con il rapporto giudiziario 0500/c.a.s./Criminalpol del 13/4/1981 avente per oggetto il crimine organizzato imperante a Milano e in Lombardia strettamente collegato sia con quello di altre regioni italiane e, in particolare, della Sicilia e della Calabria, sia con quello di oltreoceano denominato Cosa nostra. Tuttavia, a seguito della perquisizione compiuta a suo carico, il Dell’Utri aveva guadagnato una posizione processuale con la comunicazione giudiziaria ricevuta contestualmente al decreto di perquisizione nel 1981.

 

Tale posizione era rimasta pendente per sei anni, fin quando nel 1987 il giudice istruttore dottor Isnardi, finito di istruire il procedimento base, disponeva lo stralcio di residue posizioni, tra cui appunto quella di Dell’Utri Marcello, con formazione di autonomo fascicolo processuale. Nel formare tale fascicolo processuale esattamente si parlò di imputato e di imputazione a proposito di Dell’Utri. Infatti, pur essendosi questi presentato spontaneamente per rendere interrogatorio e fornire chiarimenti alla giustizia, vi fu tuttavia una contestazione in fatto del contenuto di quella conversazione telefonica con Mangano Vittorio che era stata a suo tempo intercettata e su cui si era radicata la posizione processuale di dell’Utri Marcello quale imputato: tant’è vero che il Dell’Utri era da considerarsi imputato in sede di formale istruzione, che lo stesso giudice istruttore Isnardi ebbe a qualificarlo tale nel provvedimento di stralcio del 21/10/87. Il presente procedimento, per quanto concerne Dell’Utri Marcello, non può concludersi quindi con un mero decreto di archiviazione come ha richiesto il pm, ma il rapporto processuale instauratosi non può essere definito che con sentenza. Nel merito. All’esito della formale istruzione va ritenuto che manchi la benché minima prova che Dell’Utri Marcello si sia associato a organizzazioni di stampo mafioso e comunque sia stato partecipe di associazioni per delinquere. Nessun elemento, neppure a livello di concreto indizio, è risultato a carico del Dell’Utri Marcello che possa costituire un qualsiasi barlume di supporto a un addebito così grave di associazione per delinquere di stampo mafioso o anche non di stampo mafioso. Infatti, non può assurgere a elemento di prova o di concreto indizio del fatto che il Dell’Utri si sia associato per delinquere a organizzazione criminosa di stampo mafioso o non, la semplice circostanza in se e per se: che Mangano Vittorio - personaggio inquisito e oggetto di indagini penali antimafia - conoscesse il Dell’Utri perché presentatogli dal loro comune amico o conoscente Cinà Gaetano; che entrambi, Mangano e Dell’Utri, siano nativi di Palermo; che dal contenuto e dal tenore di quell’unica conversazione telefonica intercettata il 14/2/1980, intercorsa tra i suddetti Mangano e Dell’Utri, il primo chieda al secondo di mediare e comunque intervenire per favorire la vendita di un suo cavallo, e comunque per la trattazione di affari che da nessuna parte risulta fossero di natura illecita.  Vero è che la responsabilità per partecipazione a una associazione per delinquere può essere affermata - secondo la giurisprudenza - anche se l’associato non abbia preso parte a nessuna delle imprese delittuose condotte a termine dall’associazione, ma è pur sempre necessario, per la sussistenza della responsabilità, che vi sia la prova dell’esistenza di un permanente vincolo associativo a fini criminosi.

 

Nel caso di specie si è ben lungi dal poter affermare che sussista, non solo la prova, ma anche soltanto un concreto indizio di una partecipazione di Dell’Utri Marcello a un vincolo criminoso di tal genere: una telefonata del 1980 fatta da Mangano Vittorio al Dell’Utri non può certo costituire un indizio di responsabilità di quest’ultimo. Vi è solo la prova, e il Dell’Utri non lo ha mai sottaciuto, che egli conosceva da tempo il mangano Vittorio senza che si possa da ciò legittimamente trarre alcun elemento di convincimento, in mancanza di altri elementi, che dietro tale conoscenza si celasse uno stabile vincolo associativo a fini criminosi. In un particolare clima di blitz e di indagini preliminari e globali, a vasto raggio, certamente poteva esservi giustificazione per una perquisizione nei confronti di Dell’Utri, nella speranza di acquisire qualche possibile elemento probatorio, nell’ottica di indagini antimafia che avevano polarizzato l’attenzione su di una organizzazione criminosa di stampo mafioso che avrebbe atto capo a noti personaggi come Bono Giuseppe, Mangano Vittorio e altri. Ma, in sede di formale istruzione e al vaglio più sereno del materiale raccolto, anche alla luce di chiarimenti forniti dallo stesso dell’Utri è doveroso oggi ritenere che si possa affermare - con ragionevole certezza - la completa estraneità del Dell’Utri stesso all’organizzazione inquisita e comunque ad una associazione per delinquere. Va poi osservato come nessun elemento di supporto a carico del Dell’Utri sia emerso dalle indagini di polizia giudiziaria delegate da questo giudice istruttore e dalle intercettazioni telefoniche disposte. Le intercettazioni telefoniche non hanno sortito alcun esito, ma hanno evidenziato una normale attività di lavoro e di affari del suddetto Marcello Dell’Utri. Dagli accertamenti svolti in Venezuela dagli ufficiali di polizia giudiziaria del centro anticrimine carabinieri presso la procura della Repubblica di Milano nulla è emerso come esplicitamente risulta dalla relazione numero 02392/18 del 16/3/1989 a scioglimento della riserva espressa nel rapporto pari numero del 2/3/1989 della stessa polizia giudiziaria: ‘Nulla figura agli atti della polizia venezuelana sul conto di Marcello Dell’Utri’. Al fine di vagliare a fondo la posizione di varie persone e in particolare anche di Dell’Utri Marcello questo giudice istruttore aveva infatti disposto l’invio in Venezuela di ufficiali di polizia giudiziaria del centro anticrimine carabinieri presso la procura della Repubblica di Milano per svolgere specifici accertamenti in loco  e prendere i dovuti contatti con la polizia venezuelana. In Venezuela era stato inviato personale altamente specializzato”.  Nella sentenza emessa il 24 maggio del 1990 il giudice istruttore Della Lucia fornisce l’elenco delle persone indagate e attentamente monitorate dai carabinieri ma nulla emerge a carico di Dell’Utri. E conclude: “Le indagini di polizia giudiziaria compiute in Venezuela hanno permesso di escludere una qualsiasi attività, collegamento e operatività di Dell’Utri Marcello in Venezuela…Il deserto probatorio che caratterizza la posizione processuale di Dell’Utri Marcello, se da un lato giustifica pienamente, nella sostanza, la richiesta del pubblico ministero di archiviazione di tale posizione (che solo per ragioni di natura processuale e penale va definita con sentenza) rende dall’altro inspiegabile come il pubblico ministero dottor Viola, nel momento in cui chiedeva l’archiviazione della posizione di Dell’Utri, avesse poi - pressoché contestualmente - riaperto in procura un novello fascicolo processuale in cui campeggiava ancora lo stesso Dell’Utri Marcello all’ombra dell’addebito di associazione per delinquere: e ciò sulla base e alla luce dei documenti stessi che il pm ebbe a chiedere in copia a questo giudice istruttore, traendoli quindi da questo stesso procedimento. In altre parole, dopo che il Dell’Utri Marcello era stato per oltre otto anni inquisito in sede di formale istruttoria, nel momento in cui si è visto chiedere dal pubblico ministero l’archiviazione della sua posizione, si è visto anche - in contestualità - mettere sotto indagine da aperte della procura della Repubblica in ordine alla stessa ipotesi di associazione per delinquere, in un nuovo fascicolo processuale aperto dallo stesso pm dottor Viola e sulla base di un materiale processuale già vagliato e considerato degno di archiviazione.

 

Tale circostanza, quanto meno singolare, rimane avvolta nel ministero e tale rimane anche il motivo per cui il pm abbia chiesto l’emissione di decreto di archiviazione nei confronti di Dell’Utri Marcello anziché l’emissione di sentenza di non doversi procedere, invitando il giudice istruttore a considerare il deposito degli atti avvenuto non ai sensi dell’articolo 369 codice di procedura penale. Certamente al pronunzia di una sentenza definitoria della posizione processuale del Dell’Utri avrebbe potuto precludere al pm dottor Viola la possibilità di aprire un nuovo fascicolo processuale in procura per lo stesso fatto e contro la stessa persona, a meno che non fossero emersi nuovi elementi probatori che avrebbero comunque, tutt’al più, consentito una richiesta di riapertura dell’istruttoria formale: mai la formazione di un nuovo fascicolo in procura. Tale preclusione non si sarebbe invece verificate a fronte di una semplice archiviazione della posizione processuale di Dell’Utri Marcello, essendo possibile, solo in tal caso - con il rispetto delle regole processuali - l’apertura indiretta presso la procura di una nuova indagine per lo stesso fatto (associazione per delinquere): sulla efferata banda Rapisarda-Dell’Utri con l’eventuale aggiunta scenografica e a effetto del già noto Ciancimino (Vito, ex sindaco di Palermo, ndr).

 

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