Anno III - supplemento al n. 65/13                                                             6.4.2000

 

SOMMARIO

1. Datamedia insiste: non c’è rimonta del centrosinistra - 2. Il Financial Times alla Cdl: scegliete in fretta il ministro degli Esteri - 3. Tatò e Monti restano ai loro posti, ma non sono ostili a Berlusconi - 4. Piace a Washington la scelta di La Malfa di correre con la Cdl - 5. Schiaffo di Monti al Cs: “L’Italia in Europa non esiste. È umiliante” - 6. Berlusconi lancia la sfida: “L’Italia tornerà a contare nel mondo” - 7. D’Alema sfida senza rete Mantovano (e il gruppo dirigente Ds) - 8. L’ira di Veltroni - 9. Il Pdci? “Un’azienda. Ma piccola e a conduzione familiare” - 10. Mancuso rischia in un collegio e rinuncia, di fatto, alla Consulta - 11. Corte costituzionale, fuorigioco anche Pecorella - 12. Fuori Taradash e Calderisi ma scelto il loro logo per la lista civetta - 13. Rutelli: quattro ore di aereo, ma Prodi gli dedica venti minuti scarsi - 14. Milosevic: il procuratore Maddalena pronto a sentirlo su Telekom - 15. Milosevic: “Potrei parlare, ma solo se necessario” - 16. La “struttura parallela” della procura di Palermo - 17. “Caselli non è un buon procuratore”: Milio assolto     

1. Datamedia insiste: non c’è rimonta del centrosinistra. I numeri dell’istituto di Luigi Crespi parlano chiaro: il centrosinistra non sta recuperando il divario che lo separa dal centrodestra. Né nella quota proporzionale né in quella uninominale. Il delta fra i due Poli, sette giorni or sono, era del 19,3 sul voto di lista e del 13 su quello dei collegi; nell’ultima rilevazione, quella di ieri, è diventato del 19,9 nel proporzionale e del 12 nell’uninominale. Si tratta di variazioni minime, che però confermano un dato da tempo emergente in quasi tutti i sondaggi, ovvero quella che gli esperti definiscono la “vischiosità” delle scelte elettorali. Da mesi ormai le scelte degli italiani raccolte da Datamedia e dagli altri istituti non accertano mutamenti sostanziali dei trend, anche se ovviamente ci sono variazioni “al margine”. Stavolta, per esempio, entrambi i Poli flettono di qualche punto: la Casa delle libertà passa, nel proporzionale, dal 56,1 di una settimana fa al 55,2 di ieri e, nell’uninominale, dal 53 al 51; il centrosinistra (con Rifondazione) passa, nel voto di lista, dal 36,8 al 35,3 e, nel voto dei collegi, dal 40 secco al 39. Cattiva la performance della Margherita, che scende al nove per cento. Cede anche il Girasole, attestato al 2,8, rispetto al precedente tre. Aumenta invece l’area terzopolista, con l’eccezione di Antonio Di Pietro e di Sergio D’Antoni. Cresce in particolare la Lista Bonino, che fa un vero salto (passa dall’1,7 della precedente rilevazione al quattro di ieri), aumenta di poco la Fiamma tricolore (che passa dallo 0,2 allo 0,5 per cento), cala l’Italia dei Valori (che passa dal quattro per cento all’incerto tre). Rimane stabile la formazione di D’Antoni che aveva e che mantiene l’uno per cento delle intenzioni di voto.  

Il balzo dei radicali… Nell’ultima settimana, la Casa delle libertà ha perso lo 0,9 per cento, il centrosinistra il 2,5, mentre la Lista Bonino ha guadagnato il 2,3. Gli italiani hanno visto, da una parte, i due Poli impegnati nella trattativa defatigante e oscura delle candidature e delle liste, dall’altra i radicali con Luca Coscioni, capolista della Lista Bonino, presentati come il simbolo delle moderne battaglie civili. “Lo spettacolo non edificante di liste e candidati di questi giorni - spiega al VeLino Luigi Crespi, presidente di Datamedia - ha allontanato gli italiani, almeno un po’ di italiani, da entrambi i Poli. Ma non è detto che si tratti di una fuga definitiva. Bisognerà vedere se le cosiddette terze forze riusciranno a essere una opzione credibile per questi elettori. C’è poi da tenere conto del possibile effetto bipolarizzante che si avrà nel corso del finale di questa lunghissima campagna elettorale. Comunque questo sarà un dato da verificare nelle prossime settimane”. Per ora c’è da registrare il dato della Lista Bonino. “Certamente - continua Crespi - lo scontro fra i due poli impegnati nella vicenda delle liste e il simbolo Luca Coscioni, emblema del dolore di chi non può guarire per gli ostacoli di una legislazione antica, ha toccato le coscienze degli italiani. Il simbolo Coscioni insomma é stata una importante scoperta comunicativa dei radicali”. Anche se ovviamente la via della Lista Bonino è tutt’altro che in discesa. “La Lista Bonino è sempre materiale piuttosto complicato”, riconosce Crespi. Mentre la Lista Bonino ha il suo piccolo boom, Di Pietro perde invece un punto percentuale. “Di Pietro - spiega Crespi - ha goduto per qualche settimana della ricaduta delle ben note trasmissioni di Luttazzi e Santoro, ma ora questo effetto si è indebolito e i radicali, in questo frangente, sono stati di gran lunga più efficaci dell’ex pubblico ministero”. 

... e quello di Bertinotti a danno dei Ds. Leggendo le rilevazioni Datamedia degli ultimi due mesi, emerge un altro dato interessante: i Ds, dall’inizio di febbraio a oggi, sono passati, nelle intenzioni di voto, dal 22,6 per cento (era il 5 febbraio per la precisione), al 16,5 di ieri. Un secco meno 6,1 per cento. Contemporaneamente il partito di Fausto Bertinotti è passato dal quattro per cento del 5 febbraio al sei di ieri. “Qui la questione è ancora più semplice - spiega Crespi - perché i Ds non sono più percepiti come forza di sinistra, quindi perdono elettori e li perdono verso il partito di sinistra per definizione, Rifondazione comunista appunto. D’altra parte, che cosa sono i Ds? Il partito di Pietro Folena, quello di Walter Veltroni, o quello di Massimo D’Alema? Gli elettori non capiscono più nulla. L’offerta politica si confonde, l’identità si disperde. Da febbraio c’è stata una serie di episodi che ha fatto riflettere il popolo diessino: Veltroni candidato al Campidoglio, D’Alema presidente del partito, Folena che va sempre di più per conto suo e Achille Occhetto che non si presenta in quota Ds. Insomma, sono scoppiate, e tutte insieme, le contraddizioni di quel partito. Gli elettori non capiscono e l’abbandonano”. I numeri di Datamedia sono impressionanti. Come abbiamo detto, il 5 febbraio, le intenzioni di voto per i Ds erano al 22,6, quindici giorni dopo arrivavano al picco del 23 per cento. Da allora, un crollo inarrestabile: 21 per cento, il 26 febbraio; 19 per cento, il 12 marzo; 17 per cento, il 26 marzo; e ieri il 16,5 per cento.  

2. Il Financial Times alla Cdl: scegliete in fretta il ministro degli Esteri. Il Financial Times di oggi, in una corrispondenza da Roma di James Blitz, lega la necessità per la Cdl di individuare una candidatura forte per la Farnesina alle parole con le quali il commissario europeo Mario Monti ha denunciato la mancanza di peso sulla scena continentale dell’Italia. Una mancanza di peso che determina, in Europa, una condizione da Monti definita “umiliante”. Il Ft annota il giudizio di Monti (sostanzialmente avallandolo) per sostenere che Silvio Berlusconi deve, in primo luogo proprio per questa ragione, individuare una “forte” personalità per riequilibrare il ruolo dell’Italia in Europa. Ma la personalità scelta deve essere di peso, a giudizio del Ft, anche per compensare l’assenza di forti personalità della Cdl conosciute all’estero, a differenza del centrosinistra al quale sono stati associati, negli ultimi anni, i nomi di Romano Prodi,  Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi (prima dell’insediamento al Quirinale). Blitz segnala nella corrispondenza la difficoltà di individuare la personalità adatta a ricoprire questo ruolo, e riporta una dichiarazione di Renato Ruggiero - uno dei candidati in pectore - che annuncia l’intenzione di declinare l’eventuale offerta: “Non ho l’intenzione né il desiderio di occuparmi di politica”. Ruggiero ricopre attualmente l’incarico di vice-chairman del dipartimento internazionale della Schroder Salomon Smith Barney bank  di Londra. Blitz conclude registrando la consapevolezza della Cdl che la mancata indicazione del futuro ministro degli esteri costituisce un handicap e registra come indiscrezioni non confermate le notizie che circolano a proposito dell’identikit del possibile prescelto: un esponente di estrazione democristiana o un diplomatico di consumata esperienza.

3. Tatò e Monti restano ai loro posti, ma non sono ostili a Berlusconi. Non sarò io, ha chiarito Franco Tatò, il ministro immaginato da Silvio Berlusconi per mettere on line la pubblica amministrazione. In realtà, chiunque avesse letto con attenzione le affermazioni rese al proposito dal leader della Cdl, avrebbe avuto qualche difficoltà a cogliervi un qualsiasi riferimento all’attuale amministratore delegato dell’Enel. Eppure, questa mattina, la Repubblica ha sparato la ”notizia” addirittura in prima pagina. Quasi a sollecitare una smentita, che in effetti è venuta, persino sollecitata dal ministro dell’Industria Enrico Letta. L’intento è abbastanza chiaro: sollevare polveroni, dimostrare che la Cdl resta isolata nell’establishment. E coprire soprattutto i no che sta collezionando l’Ulivo. L’ultimo, quello del commissario europeo Mario Monti, contatto da Francesco Rutelli che gli aavrebbe  offerto una poltrona ministeriale, pensando di arruolarlo, ma senza successo, nella campagna di demonizzazione internazionale del Cavaliere. Così, proprio oggi, Monti è stato sollecitato a chiarire quello che era noto ormai da tempo, ovvero la sua indisponibilità a ricoprire il ruolo di ministro degli Esteri nell’esecutivo della Cdl. Monti ha sempre fatto sapere che considera essenziale rispettare l’impegno assunto in Europa, prima di prendere in considerazione qualsiasi altro incarico. È stato invitato a ribadirlo. Lo ha fatto ricordando che fu proprio Silvio Berlusconi a mandarlo in Europa e che ha comunque accolto con favore la disponibilità del leader della Cdl a nominarlo eventualmente ministro degli Esteri perché interpreta l’offerta - che non è in grado di accogliere perché dovrebbe rinunciare all’impegno assunto a Bruxelles - “come un segnale dell’impegno di un eventuale governo di centrodestra nella politica di integrazione europea”.

C’è un identikit per il nuovo ministro degli Esteri. La scelta del nuovo ministro degli Esteri del governo della Cdl resta dunque un problema aperto. Certamente, il più delicato perché il governo di Silvio Berlusconi dovrà conquistarsi la fiducia dei mercati e delle cancellerie sotto il fuoco delle batterie uliviste, che hanno già iniziato a scaricare bordate occupando i media internazionali e utilizzandoli per deformare le posizioni di politica internazionale della Cdl. Il nuovo inquilino della Farnesina dovrà pertanto essere - per il suo profilo, la sua storia e i rapporti internazionali coltivati negli anni – un interlocutore prestigioso e affidabile in grado di rassicurare i partner. Con un occhio, in particolare, alla nuova amministrazione americana che con  l’avvento dell’era di George W. Bush lascia trasparire l’eventualità di cambiamenti significativi nello scenario della politica internazionale. 

4. Piace a Washington la scelta di La Malfa di correre con la Cdl. Il dipartimento di Stato americano segue con molta attenzione l’evoluzione della politica italiana e gli sviluppi legati all’imminente confronto elettorale. Se ne è reso conto il sindaco di Milano Luigi Albertini, quando,  in visita nelle scorse settimane a Washington, si è sentito chiedere se erano fondate le notizie giunte anche oltreoceano  che il Pri di Giorgio La Malfa si stava  preparando a far parte della coalizione berlusconiana. La conferma, è stata apprezzata: storicamente, il Pri è sempre stato considerato un punto di riferimento in Italia per gli Stati Uniti. Come noto, saranno quattro i candidati repubblicani in corsa: quattro nei collegi uninominali - tre nel Nord: in Piemonte, Lombardia e Veneto; uno in Puglia - e uno, Giorgio La Malfa, nel proporzionale, sempre al Nord, numero due dopo Silvio Berlusconi.

5. Schiaffo di Monti al Cs: “L’Italia in Europa non esiste. È umiliante”. Il tentativo dei media dell’Ulivo di accreditare una rottura tra Mario Monti e Silvio Berlusconi, si è decisamente risolto in un nuovo boomerang. Il commissario europeo ha infatti ribadito, anche oggi nell’intervista al Corriere della Sera, di essere stato tentato dall’offerta del Cavaliere di ricoprire il ruolo di ministro degli Esteri nel suo governo, ma di aver ritenuto doveroso portare a termine il mandato di commissario europeo. Con una coda velenosa, indirizzata proprio al centrosinistra: “Il nostro Paese si è inserito in Europa, ma ancora non conta per quanto potrebbe e dovrebbe, soprattutto in vista delle grandi scelte istituzionali che ci aspettano”. E ancora: “Oggi troppo spesso, quando si discute delle grandi scelte dell’Unione, si sente parlare della posizione francese, tedesca, britannica, persino spagnola. Quasi mai di quella italiana. Una situazione che trovo umiliante”. Parole piene di amarezza, che suonano come una decisa smentita a quanti, nell’Ulivo, se la cantano e se la suonano accreditando una crescita del peso internazionale dell’Italia da quando il governo è gestito dai loro uomini. Monti sostiene l’esatto contrario. Di più: si sente umiliato per l’inesistente peso politico dell’Italia. Chiaro?

6. Berlusconi lancia la sfida: “L’Italia tornerà a contare nel mondo”. Silvio Berlusconi ha raccolto l’assist di Mario Monti e oggi, rompendo il silenzio che si era imposto nei giorni scorsi, ha rovesciato il luogo comune che pigramente viene riproposto dai media sulla necessità, per la Cdl, di salvaguardare l’immagine del Paese in Europa. Il problema semmai, ha ribadito, è rilanciare l’Italia, farla contare in Europa e nel mondo. Recuperando il gap denunciato da Monti (“la condizione dell’Italia è umiliante”) e ormai evidenziato anche sui principali quotidiani stranieri. Prima il Financial Times, che ieri scriveva come sia necessario un ministro degli Esteri autorevole proprio per riequilibrare il peso politico del Paese (evidentemente, anche per FT, l’Italia con i governi dell’Ulivo lo ha perduto). Oggi il Wall Street Journal, che stigmatizza il  trionfalismo del governo nel presentare il rapporto Ocse sull’Italia. Con il corrispondente da Roma, Yaroslav Trofimov (ex Bloomberg), che mostra un certo stupore per la disinvoltura con la quale Giuliano Amato lo ha cavalcato a fini propagandistici e con lo scopo di contestare le critiche di Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti sull’operato del centrosinistra. Sta cambiando la direzione del vento. E non solo sulla stampa internazionale. Berlusconi ha ormai fiutato che anche l’establishment domestico dà per scontata la vittoria della Cdl. E si prepara all’offensiva finale per raccogliere un consenso così ampio da garantirgli il sostegno parlamentare necessario per realizzare le missioni che si è assegnato. Con l’obiettivo di cambiare dalla radici l’assetto istituzionale, sociale, economico, burocratico del Paese. E annunciando che considera ormai acquisita una riforma sostanziale, ovvero l’elezione diretta del premier (il nome di entrambi i candidati alla presidenza del Consiglio sarà in effetti presente nei simboli di Cdl e Ulivo che gli elettori saranno chiamati a votare). Ne consegue che Berlusconi considera ormai scontato che il Quirinale non avallerà un eventuale ribaltone: se viene meno la maggioranza, si torna alle urne. Come in tutte le democrazie avanzate. Con Ciampi, su questo punto, una convergenza di principio già c’è.

La squadra di governo pronta prima del 13 maggio. Chiusa la complessa partita delle candidature, adesso il Cavaliere si dedicherà alla formazione della squadra di governo. Berlusconi ha respinto il suggerimento di chi gli chiedeva di rinviare la scelta dei ministri a dopo il 13 maggio, seguendo le logiche dei bei tempi antichi. Berlusconi non ha alcuna nostalgia delle pratiche della prima Repubblica. Non ha alcun timore di turbare equilibri che peraltro non sono più consolidati. E da tempo. Presenterà i ministri 15 giorni prima del voto. Alcuni li ha già scelti, compreso il mister “i” che avrà il compito di digitalizzare l’Italia. Non ne ha fatto il nome, ha smentito quelli fatti circolare. Non ha ancora scelto il ministro degli Esteri. È  la scelta più delicata. Quella che non può sbagliare.

7. D’Alema sfida senza rete Mantovano (e il gruppo dirigente Ds). Una sfida vera, nella lotta per la conquista dei collegi uninominali, ci sarà. L’ha raccolta Massimo D’Alema, che ha deciso di seguire l’esempio del candidato di An Alfredo Mantovano, che competerà con lui nel collegio pugliese di Gallipoli. Ieri Mantovano aveva deciso di rinunciare al paracadute del proporzionale, che gli avrebbe garantito comunque l’elezione, anche in caso di sconfitta nel maggioritario. Oggi D’Alema si è adeguato, con il rammarico di non averlo fatto da tempo, e magari ieri stesso, quando a suggerirgli questa mossa era stata la Velina rossa del suo grande amico e ispiratore Pasquale Laurito. I soliti bene informati hanno colto in questa decisione dell’ex premier un risvolto che riguarda la lotta per le candidature che sta ancora dominando la scena diessina. Anche in Puglia. Era infatti successo che al secondo posto, nella lista proporzionale guidata da D’Alema, era stata inserita una donna, Alba Sasso, esponente della corrente di sinistra, mentre il dalemiano Giuseppe Caldarola aveva spuntato la terza posizione. L’elezione di Caldarola sarebbe stata dunque a rischio. Ammesso che in Puglia i Ds riescano a ottenere i consensi necessari per ottenere due seggi nel proporzionale, Caldarola sarebbe passato soltanto in caso di vittoria di D’Alema nella sfida con Mantovano (vittoria tutt’altro che certa) e di una sua rinuncia al seggio che gli sarebbe stato assegnato nel proporzionale. Sicuramente invece sarebbe stata eletta la Sasso, ovvero l’esponente di una corrente interna ostile alla politica di D’Alema. Con la mossa di oggi i giochi sono stati riaperti. E D’Alema punta adesso ottenere per l’amico il primo posto nella lista. Così almeno assicura una dalemiana doc, Francesca Izzo, esclusa dalle liste e con il dente avvelenato. Questa mattina, con la mano tremante, ha consegnato alle agenzie la notizia della decisione dalemiana, commentando: “Un gesto da vero leader”. Ma precisando subito dopo che Caldarola dovrà “essere portato in testa alla lista proporzionale”.

e annuncia la resa  dei conti congressuali subito dopo il voto. Tuttavia, la lettura suggerita da quanti legano la decisione di D’Alema alla volontà di proteggere un amico, appare riduttiva. D’Alema è convinto di non avere alcun problema nella sfida con Mantovano: Caldarola, dunque, sarebbe stato eletto con molta probabilità. Il gesto di oggi assume il sapore di una sfida al gruppo dirigente e viene letto come l’annuncio della volontà di riconquistare sul campo la leadership del partito. La considerazione che D’Alema nutre per la sua persona ha toccato ormai livelli altissimi. Sempre oggi, a “Porta a porta”,  dopo essersi definito “uno degli uomini in cui si identifica la sinistra democratica del nostro Paese”, si è spinto a sostenere: “Mi rendo conto che c’è bisogno di me, lo vedo dalle piazze nelle quali si sta svolgendo la campagna elettorale”. Per concludere: “La mia persona non è irrilevante. E ci sarà”. Il crescendo di toni, la decisione di fare irruzione da leader nel confronto, conferma del resto che D’Alema sta giocando una partita che guarda soprattutto al dopo elezioni. Non a caso, sempre oggi, ha annunciato un congresso del partito all’indomani del voto “dove si designerà il nuovo assetto e anche una prospettiva strategica…”. Come dire, insomma, che questa prospettiva allo stato non c’è.

8. L’ira di Veltroni. Il crescendo dalemiano non ha lasciato indifferente Walter Veltroni, che si è sentito chiamato in causa. Il segretario, che non ha commentato le affermazioni di D’Alema sul congresso, si è limitato a ridimensionare il valore della sua decisione di correre senza rete a Gallipoli: “Si tratta di una scelta individuale, non ne farei una regola generale”. Ma ha poi affidato all’Ansa il compito di diffondere una nota - redatta dal responsabile del servizio politico con un taglio più ufficiale che ufficioso -  nella quale viene difesa la scelta di tutti gli altri leader di candidarsi anche nel proporzionale. La nota segnala la condizione di grande disagio che si è determinata nel partito: “Quello che in concreto spaventa via Nazionale è il termine giornalistico di ‘paracadute’, che rischia di svilire la presenza nelle liste proporzionali a una furba polizza di assicurazione per dirigenti timorosi della volontà degli elettori”. Una reazione durissima. Che fa capire quanto siano tesi i rapporti interni e quale sarà la dimensione dello scontro dopo le elezioni. D’Alema oggi ha detto chiaramente che comunque vada, anche se fosse sconfitto nel collegio di Gallipoli, tornerà al partito. Vuole ricondurre la leadership dei Ds sotto il proprio controllo e gestirla in prima persona. I Ds della roccaforte emiliana sono con lui (oggi Zani ha elevato un inno alla sua decisione). Pietro Folena, che si preparava a raccogliere l’eredità veltroniana, è avvisato. Piero Fassino, convinto che un simile scontro avrebbe potuto favorire la personale scalata alla segreteria, anche.

9. Il Pdci? “Un’azienda. Ma piccola e a conduzione familiare”. Per garantire un seggio anche alla figlia Maura, oltre che a se stesso, Armando Cossutta ha depennato il capogruppo uscente Tullio Grimaldi. Senza peraltro avvisarlo per tempo e facendolo trovare di fronte al fatto compiuto. Così Grimaldi, questa mattina, incontrandolo lo ha apostrofato: “Armando, Forza Italia sarà, come dite, un partito azienda. Ma almeno è una grande azienda. La tua invece è soltanto una piccola azienda. E a conduzione familiare”.

10. Mancuso rischia in un collegio e rinuncia, di fatto, alla Consulta. Tra un seggio sicuro garantito da una presenza nella lista proporzionale e la candidatura in un collegio uninominale, con il rischio di soccombere e comunque con il dovere di affrontare la sfida elettorale sul campo, Filippo Maria Mancuso ha scelto la seconda opzione. Con una conseguenza che non è difficile ipotizzare: se Mancuso sarà eletto, anche se formalmente l’ostacolo non sarebbe insuperabile, sfumerà probabilmente la sua candidatura alla Consulta. Se fosse nominato giudice costituzionale, Mancuso dovrebbe infatti dimettersi da deputato e le elezioni nel collegio di Palermo 1 - dove ha appreso che sarà candidato - dovrebbero essere ripetute. Mancuso ha dunque privilegiato il rischio della competizione politica nelle condizioni meno favorevoli e ha rinunciato, di fatto, alla candidatura alla Corte. Al VeLino ha spiegato: “Considero l’impegno che travaso nella politica la finalità e lo scopo prioritario della mia vita. È un impegno che per me viene prima di tutto”.

11. Corte costituzionale, fuorigioco anche Pecorella. Dopo quella di Filippo Maria Mancuso, che ha deciso di privilegiare l’impegno politico candidandosi in un collegio uninominale a Palermo, sta sfumando anche l’ipotesi di riserva coltivata dalla Cdl per la Corte costituzionale, quella legata al nome di Gaetano Pecorella. Il penalista milanese, come Mancuso, si candiderà infatti in un collegio uninominale. L’eventuale nomina a giudice costituzionale comporterebbe dimissioni immediate e la ripetizione del voto nel collegio. Viceversa, la candidatura nel proporzionale - dove per esempio si è candidato Alfredo Biondi - consente di sostituire il dimissionario con il primo dei non eletti, senza l’obbligo di dover riaprire la partita. Se Mancuso e Pecorella avessero deciso di continuare la corsa, avrebbero privilegiato la seconda opzione. Dunque, per la Corte si volta pagina.

12. Fuori Taradash e Calderisi ma scelto il loro logo per la lista civetta. Marco Taradash non ha voluto scontrarsi con Marco Boato - al quale lo hanno legato comuni battaglie per l’affermazione dei diritti civili - nel collegio uninominale di Rovereto. Peppino Calderisi ha rifiutato di competere in un collegio della Campania. Le altre soluzione prospettate si sono rivelate impraticabili per una serie di concause, soprattutto nelle Marche, dove i dirigenti locali hanno fatto barriera. Così, i due esponenti di Pololaico si sono ritrovati senza collegio e nella condizione di non poter partecipare alla campagna elettorale. Con una punta di rimpianto e di amarezza, compensata però dalla constatazione che la campagna elettorale in qualche misura sarà ugualmente condizionata anche da loro. E non soltanto per il tema che hanno sollevato, portandolo persino all’attenzione del Quirinale, dell’impegno contro i ribaltoni. Nasce infatti da un’idea dei due parlamentari uscenti il logo che la Cdl ha scelto per la lista civetta nazionale sulla quale sarà scaricato lo scorporo.

13. Rutelli: quattro ore di aereo, ma Prodi gli dedica venti minuti scarsi. Francesco Rutelli usa ormai come fosse un taxi l’aereo executive messogli a disposizione per la durata della campagna elettorale, esibendosi in sempre più frequenti sortite internazionali. Martedì 3 aprile, per esempio, l’aspirante si è sobbarcato quattro ore di volo per andare e tornare da Bruxelles, dove ha avuto un colloquio con Romano Prodi. È arrivato a palazzo Wic alle 13 meno sette minuti. Si è fatto annunciare, ha solcato i corridoi, ha preso l’ascensore, è stato accolto da un usciere, è stato fatto accomodare in anticamera e finalmente è entrato nella stanza del presidente. Ne è uscito alle 13,25. Quindi, in meno di venti minuti avrebbe discusso, come ha dichiarato al microfono dei Tg della Rai per lo spot quotidiano, “i problemi dell’Europa”. Dall’inizio della campagna elettorale, è la terza volta che Rutelli incontra Prodi. Panorama si chiede come a nessuno venga il dubbio che da parte dell’aspirante ci sia un uso politico e di parte delle istituzioni europee e del presidente che le rappresenta: “cadute di stile nient’affatto inevitabili”.

14. Milosevic: il procuratore Maddalena pronto a sentirlo su Telekom. L’arresto di Slobodan Milosevic viene seguito con molta attenzione dalla procura delle Repubblica di Torino, ma fino a quando non sarà ufficialmente noto il dispositivo delle accuse rivolte all’ex presidente dalla giustizia del suo Paese, il procuratore Marcello Maddalena non potrà presentare alcuna richiesta ai ministri italiani della Giustizia e degli Esteri. Una situazione abbastanza ingarbugliata. La procura torinese infatti ha aperto un fascicolo, ancora contro ignoti, per l’acquisto, nel 1997, del 29 per cento di Telekom Serbia da parte della nostra maggiore azienda di telefonia, al tempo in cui questa era ancora di totale proprietà del ministero del Tesoro. Si sospettano pagamenti di tangenti internazionali e transazioni poco chiare. L’azione dei magistrati di Torino è difficile anche perché ai vertici del ministero della Giustizia e degli Esteri nel nostro Paese siedono, in questo momento, due esponenti politici che l’opposizione a Milosevic (oggi al governo della Serbia) ha in qualche modo coinvolto. Sia Lamberto Dini sia Piero Fassino, infatti, secondo le ricostruzioni fatte dai quotidiani la Repubblica e Il Giornale e da alcuni settimanali italiani e stranieri - nonché dalle prime testimonianze raccolte dagli investigatori della Finanza incaricati dai magistrati - sapevano dell’affare di 1500 miliardi fra la Telecom Italia e quella serba. Una vendita che secondo il Dipartimento di Stato americano,  e  secondo l’opposizione serba, servì per far sopravvivere finanziariamente il regime di Milosevic. I giudici serbi hanno stilato un primo resoconto dei fondi statali di cui non ci sarebbe più traccia o che sarebbero finiti, in parte attraverso operazioni finanziarie internazionali, direttamente a Milosevic, prima che le autorità finanziarie di molti paesi non chiudessero i conti bancari, aperti fino a tutto il 1998, dall’ex dittatore. Secondo l’accusa, Milosevic avrebbe sottratto fondi statali per quasi 400 milioni di dollari, e la cifra potrebbe comprendere anche parte dei soldi ricevuti dalla privatizzazione Telekom. Gli uomini del presidente Vojislav Kostunica e del Dos, partito di maggioranza che appoggia in Parlamento il nuovo corso serbo, hanno più volte sostenuto che non tutti i soldi pagati dalla Telecom Italia sono andati a finire nelle casse dello stato. Pure il ministro della Giustizia Vladan Batic vuole vederci chiaro. E questo è uno degli aspetti che interessa più da vicino il procuratore Maddalena: vuole sapere se la Telecom italiana versò l’intero importo nelle casse del Tesoro della Repubblica jugoslava o pagò, su disposizione di Milosevic, qualche tranche, oltre alla pattuita transazione, direttamente all’ex dittatore o a società da questo indicate. Appena il mandato di cattura contro Milosevic, che in questa fase è accusato solo di corruzione, sarà reso pubblico nei minimi particolari, la procura torinese deciderà cosa fare. Ma dopo le elezioni politiche. Una cosa comunque è certa: il procuratore capo di Torino vorrebbe interrogare Milosevic e sa già che il governo serbo non avrà nulla da ridire. La richiesta italiana servirebbe infatti al primo ministro Zoran Zizic per dimostrare al procuratore internazionale Carla Del Ponte che in questo momento non è opportuno consegnare lo scomodo concittadino al tribunale dell’Aja. L’ex dittatore sarebbe un testimone fondamentale per chiarire le procedure di acquisto seguite dalla finanziaria Olandese della Telecom Italia. Un grande affaire dagli sviluppi imprevedibili e che potrebbe mettere a soqquadro alcuni governi europei. Non per niente Kostunica procede con prudenza e ha spinto sull’acceleratore dell’arresto di Milosevic non certo per le pressioni dei governi dei 15 paesi dell’Ue, (che non ci sono state e che anche in questo frangente si mostrano molto cauti), ma perché è arrivato il preciso ultimatum di George W Bush. Il presidente americano è poco propenso a fare sconti anche a quei governi che nel 1997, e fino al 1999, crearono più di un problema alla politica interventista nel Kosovo degli Usa. Se non ci saranno colpi di scena e se le autorità serbe, per non creare imbarazzi ad alcuni paesi europei, non dichiareranno prevalenti le ragioni per mandare Milosevic sotto processo all’Aja per crimini di guerra, anziché processarlo per corruzione, nei prossimi mesi Maddalena e la procura di Torino saranno dei veri protagonisti. 

15. Milosevic: “Potrei parlare, ma solo se necessario”. Slobodan Milosevic per il momento può tirare un sospiro di sollievo. Il presidente del suo Paese, Vojislav Kostunica, ha rassicurato il partito socialista, all’opposizione, e l’opinione pubblica nazionale, affermando che resterà a disposizione dei tribunali serbi. È un punto sul quale il governo jugoslavo non sembra aver tentennamenti. Il tribunale dell’Aja è ancora lontano e le accuse di genocidio e di crimini di guerra del procuratore Carla Del Ponte preoccupano meno sia Milosevic sia le autorità jugoslave. E così, nell’immediato, il vero nodo rimane quello della corruzione e degli affari che la dirigenza jugoslava ha realizzato poco prima che contro il paese si abbassassero le sbarre doganali di molti stati. Kostunica sa bene chi sono i personaggi che hanno fatto i migliori affari e sa bene anche con chi, all’estero, Milosevic li ha potuti realizzare. Gli archivi dei servizi segreti e della presidenza della Repubblica sono stati conservati e sono quasi intatti e i nuovi governanti sono nelle condizioni di ricostruire tutta la politica di relazioni diplomatiche e personali dei predecessori.

 

Anche il governo italiano è attento alle mosse del governo jugoslavo: si studiano gli avvenimenti delle ultime ore per comprendere fino a che punto la nuova dirigenza voglia fare chiarezza e rendere trasparenti i rapporti che le aziende italiane hanno incrociato con Belgrado. Aziende piccole e grandi che, nel periodo in cui agli Esteri svolse il ruolo di sottosegretario Piero Fassino, ottennero sostegno e incoraggiamento a penetrare nei mercati dei paesi balcanici. Lo stesso Fassino, con il prodiano d’antan Giancarlo Bressa, ha difeso nella maggioranza e nel governo l’allargamento della Fimest, la finanziaria pubblica originariamente creata in Friuli per aiutare le imprese locali nelle joint venture con l’est europeo. A tal punto che la finanziaria friulana è diventata per le aziende italiane l’interlocutrice preferita per gli investimenti nei Balcani. Dalla Fiat alla Lega delle cooperative, da Telecom Italia a Sirti, Fassino, che dopo aver fatto pratica agli Esteri fu promosso per un anno ministro del Commercio con l’estero, non ha mai lesinato i suoi buoni uffici, nel quadro della promozione internazionale, del sistema Italia.

Inchiesta Telekom. Maddalena: “Sentire l’ex dittatore ci sarà utile”. Le vicende politiche complicano l’inchiesta su Telekom Serbia aperta dal procuratore della Repubblica di Torino, Marcello Maddalena. Ma fino a un certo punto. Maddalena infatti va avanti: “Siamo impegnati a indagare sulla vicenda Telekom serba - dice al VeLino -  anche se con qualche ritardo causato da una leggera indisposizione dell’ aggiunto Bruno Tinti. Comunque procediamo. Abbiamo già ascoltato alcune persone, i tecnici e quanti materialmente vennero a contatto con l’intera vicenda. C’é ancora tanto da fare”. Il procuratore di Torino non aggiunge altro: il terreno su cui si muove è accidentato, ma conferma che “le vicende di Milosevic sono seguite attentamente, a 360 gradi, perché tutto è utile e può essere necessario a far luce sull’acquisto di una parte di Telekom. E quel che può dire l’ex dittatore è molto interessante per la procura. Certo - aggiunge Maddalena - dobbiamo ancora vedere cosa fare concretamente e se sia necessario andare a Belgrado per sentirlo. Tutto è possibile, non scartiamo alcuna ipotesi, purché sia necessaria al lavoro investigativo”. Insomma Milosevic e le indagini che nel frattempo faranno anche i magistrati serbi, influiranno molto sull’inchiesta giudiziaria (e come poteva essere diversamente) aperta dalla procura torinese sull’acquisto del 29 per cento di Telekom Serbia da parte di Telecom Italia nel 1997. Maddalena e Tinti hanno già una buona esperienza sulle grandi aziende italiane e sulle società controllate dai grandi gruppi imprenditoriali, anche all’estero. Sono loro che da anni si occupano della Fiat e di presunte tangenti che sarebbero transitate da società costituite all’estero. Il contesto oggi non appare tanto diverso, almeno secondo le ricostruzioni fatte da alcuni giornali, da quello che viene fuori dalla lettura che la procura sta facendo dei primi documenti sul caso Telekom. 

Al ministero degli Esteri, intanto, è in pieno svolgimento l’indagine interna ordinata da Lamberto Dini per scoprire chi ha fornito al capogruppo alla Camera di An, Gustavo Selva, documenti riservati sull’attività della nostra ambasciata a Belgrado. È l’ufficio ispettivo, che dipende direttamente dal ministro, a occuparsene. Dini chiede di accertare come sia stato possibile che parte della corrispondenza fra la nostra ambasciata e il ministero degli Esteri sia stata fotocopiata e fornita al parlamentare di An. Telegrammi, lettere e informazioni, pur non catalogati come segreti, erano, comunque, atti riservati e inaccessibili a molti uffici della Farnesina. Il ministro nutre più di un sospetto e teme che anche il Dipartimento di Stato americano sia in possesso delle copie della corrispondenza. Soprattutto di quella fra le autorità serbe (al tempo della presidenza Milosevic), la Telecom Italia, la nostra ambasciata a Belgrado e il ministero degli Esteri italiano. Documenti intercettati direttamente a Belgrado. 

16. La “struttura parallela” della procura di Palermo. Il 21 aprile del 1994 il procuratore della repubblica di Palermo Giancarlo Caselli inviava agli uffici della procura e a quelli della polizia giudiziaria una direttiva per la “valorizzazione anche dinamica del contributo dei collaboratori per indagini sul territorio e per la cattura dei latitanti”. Un atto riservato e che sarebbe dovuto rimanere tale se nel 1994 le intercettazioni telefoniche fra uno dei pentiti principi della procura palermitana e i suoi sodali di San Giuseppe Jato, non fossero finite sui alcuni quotidiani. L’8 marzo del 1995, alla commissione Antimafia, allora presieduta da Tiziana Parenti, il procuratore capo di Palermo Caselli inviava un documento in cui riassumeva la vicenda relativa alla polemiche suscitate dalla pubblicazione delle intercettazioni telefoniche effettuate dal Ros dei carabinieri. In 30 pagine la commissione antimafia, seppur non dettagliatamente, veniva informata che Di Maggio era stato infiltrato dal 1993. Nel documento a tal proposito si legge: “Il Di Maggio manifestava la sua piena disponibilità, anche perché convinto, da parte sua, che proprio il Brusca (Giovanni, successivamente arrestato e pentito) rappresentava il maggiore pericolo per la incolumità sua e dei suoi familiari. Dato, però, che il Di Maggio non poteva più tornare in Sicilia - se non per straordinarie e saltuarie attività finalizzate a singole esigenze processuali (sopralluoghi e confronti) - la concreta possibilità di acquisizione di notizie attuali sui movimenti del Brusca (o quanto meno, dei suoi familiari ed amici) restava legata ai contatti che il Di Maggio stesso poteva mantenere con persone di cui egli riteneva di potersi fidare per vecchi vincoli di amicizia; persone estranee a Cosa Nostra, ma comunque in grado di acquisire notizie, informazioni o anche semplici voci nella zone di San Giuseppe Jato”. 

“Di Maggio non frequenta Cosa nostra”. Non era vero. Appena due anni dopo dalla data di redazione di questo documento la procura arrestava nuovamente Di Maggio perché le persone che frequentava non erano affatto “estranee a Cosa Nostra”. Non solo, ma Di Maggio aveva riorganizzato la cosca che in poco tempo aveva ucciso tre uomini della famiglia rivale, i Brusca, aveva fatto alcuni attentati e aveva perfino ottenuto un appalto pubblico. A nulla erano valsi gli allarmi del Ros. Comunque l’infiltrazione del pentito Di Maggio fu ancora difesa dalla procura: “Tale procedura (di infiltrazione, ndr), per altro verso, era vieppiù resa necessaria dalle notorie difficoltà in cui le forze dell’ordine agiscono in zone ad altissima densità mafiosa, come appunto San Giuseppe Jato. Risultava, ancora, che Di Maggio comunicava queste notizie ai Carabinieri, ai quali si rivolgeva talvolta anche per le spese connesse a tale attività di informazione. I contatti con il Di Maggio venivano a tal fine mantenuti da ufficiali di polizia giudiziaria all’epoca in servizio presso il gruppo 2 con il saltuario intervento di ufficiali del Ros. I contatti telefonici proseguivano anche dopo la revoca della misura cautelare nei confronti del Di Maggio”. Sempre Caselli scriveva infine: ”E invero, di tutta evidenza l’importanza dell’apporto che i collaboratori di giustizia possono offrire per la cattura dei latitanti più pericolosi, e che ha trovato la migliore dimostrazione nella cattura, con il contributo decisivo proprio del Di Maggio, di Salvatore Riina. Come pure si è ricordato, la valorizzazione dinamica del contributo dei collaboranti per indagini sul territorio e per la cattura dei latitanti si è rivelata un utilissimo strumento di contrasto all’organizzazione criminale, secondo una linea operativa che questa procura della Repubblica ha da tempo concordato con i rappresentanti di tutti gli uffici di polizia giudiziaria, sottolineando l’opportunità di concretamente impiegare i vari collaboratori (s’intende con il loro consenso e con l’adozione di tutte le misure indispensabili a garantirne la più assoluta sicurezza) anche per l’acquisizione di elementi di investigazione ed indagine direttamente sul territorio dei singoli collaboranti”. Insomma, Caselli aveva creato una specie di “struttura parallela” composta dai collaboratori di giustizia, con Di Maggio soldato a tutti gli effetti.

E che dovesse essere considerato a tutti gli effetti “soldato dello Stato” lo aveva detto e ripetuto al presidente della Repubblica proprio la compagna di Balduccio, Elisabetta Scalici. La donna aveva annunciato da tempo che “se non ci aiutano, ci sentiremo liberi di raccontare tutto ciò che sappiamo e tutto quanto Balduccio ha fatto in pieno accordo con la procura che ha servito sempre fedelmente”. Anche Di Maggio, dopo il secondo arresto, tre anni fa, conversando con Angelo Siino aveva sostenuto: “La procura la tengo in mano”. Due giorni fa Di Maggio, chiamato a testimoniare in un processo dove è indagato con altri per associazione mafiosa, ai giudici ha confermato di aver “fatto sempre tutto quanto mi è stato chiesto dalla procura di Palermo, informandola di tutte le iniziative che avevo messo in atto per arrivare a Brusca”. Aggiungendo anche che aveva creato un contatto diretto fra gli investigatori e i tre principali esponenti della sua cosca: Nicolò Lazio, Michelangelo Camarda e Giuseppe Maniscalco (divenuti anche loro collaboratori di giustizia).   

17. “Caselli non è un buon procuratore”: Milio assolto. Non è reato sostenere in una intervista, come fece il senatore radicale Pietro Milio, che Giancarlo Caselli “non è un buon procuratore e non è mai in tribunale perché sempre impegnato in dibattiti e convegni”. Oggi il giudice dell’udienza preliminare Luisanna Figliolia ha accettato la richiesta della procura della Repubblica di Roma di archiviare il procedimento penale contro Milio per “non aver commesso il fatto”. Caselli qualche mese fa aveva querelato il senatore per diffamazione. Milio aveva rinunciato all’immunità parlamentare e aveva poi raccolto in un dossier l’elenco di tutte le manifestazioni, i dibattiti, le riunioni di partito e i convegni ai quali l’ex procuratore della Repubblica aveva partecipato dal 1993 al 1999. Oltre 450 appuntamenti in ogni parte del mondo