
Anno III - supplemento al n. 60/12
30.3.2001
SOMMARIO
1.
Restano 17 i collegi “marginalissimi” - 2. Elezioni:
troppi indecisi? “È assolutamente usuale” - 3. Rutelli corre a
Roma, ma nel collegio dove l’Ulivo è più forte - 4. Berlusconi a colloquio
da Ciampi, che ha apprezzato i toni pacati - 5. Rutelli in collisione
con Ciampi - 6. Toni bassi. Emiliani accusa Ciampi, Violante imita Luttazzi…
- 7. Rientrata la crisi tra Psi e Cdl, l’alleanza non si tocca - 8.
D’Antoni frana anche al nord, Andreotti furioso - 9. Veronesi conferma,
potrebbe entrare nella squadra di Berlusconi - 10. Esordio con gaffe
della nuova Unità. C’è già chi pensa al dopo - 11.
Corte costituzionale, la prossima legislatura si cambia - 12.
Avanti popolo, alla Consulta… - 13. Bloomberg (che non ricorrerà al blind
trust) in testa a New York - 14. Donatella Dini: i guai nei due mondi
1. Restano 17 i collegi “marginalissimi”.
Il centrodestra continua a godere,
nelle intenzioni di voto, ottima salute. A confermarlo sono i dati di tutti
gli istituti. Ultimi in ordine di tempo, quelli della Cirm: secondo l’istituto
diretto da Nicola Piepoli, l’Ulivo più Rifondazione è fermo al 44 per cento;
il centrodestra, come coalizione, raggiunge quota 51. “Vi è, da tempo, una sostanziale
vischiosità dell’elettorato”, conferma lo stesso direttore della Cirm, Piepoli.
E quella della Cirm non è certamente la rilevazione più favorevole alla Cdl.
Anche le stime di Datamedia, fatte sulla base degli ultimi quattro sondaggi
(realizzati tra il 26 febbraio e il 19 marzo) parlano chiaro: non vi è alcun
incremento di collegi in pericolo per la coalizione di Silvio Berlusconi. I
collegi “marginalissimi” (ovvero quelli dove la differenza fra le due coalizioni
è intorno all’uno per cento) erano 17 sette giorni fa, e restano 17 fino ad
oggi (dieci al Senato, sette alla Camera). Il contrario di quanto ha scritto
oggi il quotidiano Libero che, riportando il ragionamento di Renato Manneheimer,
parla di 50 collegi “marginalissimi”. “Libero ha un ottimo direttore
- commenta Luigi Crespi, patron di Datamedia, interpellato dal VeLino
- ma qualche volta in redazione prendono lucciole per lanterne. Come si può
parlare di calo quando una coalizione passa da un picco eccezionale del 58 per
cento al 55 per cento di sette giorni dopo? L’analisi che ho letto questa mattina
su Libero - continua - è frutto di un ragionamento sbagliato e forzato”.
I numeri: nella rilevazione del 19 marzo, la penultima di Datamedia, il centrodestra
raggiunse il 57 per cento delle intenzioni di voto nel proporzionale e il 54
per cento nell’uninominale. Ma si trattava, chiaramente, dell’effetto boomerang
innescato dalle trasmissioni di Luttazzi e Santoro. Il 26 marzo, tre giorni
fa, il sondaggio Datamedia rilevò, per la Casa delle libertà, un 55,2 per cento
sul proporzionale e un 53 per cento sull’uninominale. Nelle tre settimane precedenti
lo show anti-Berlusconi di Santoro e Luttazzi, il centrodestra aveva oscillato
fra 51,9 per cento e il 52 per cento, nel voto di lista, e tra il 51 e il 52
nel voto di collegio. Dunque: dopo il picco eccezionale del 19 marzo, la percentuale
del centrodestra si è consolidata sopra la media delle settimane precedenti.
Queste percentuali sono ancora più significative se vengono raffrontate con
quelle del centrosinistra: il solo Ulivo (senza Rifondazione) che oscillava
fra il 33 per cento e il 35,7 per cento nelle settimane che hanno preceduto
l’aggressione della rai al Cavaliere, ora si colloca intorno al 30 per cento
(30 secco il 19 marzo, 31,8 il 26 marzo). Ulivo più Rifondazione (ma c'è qualcuno
che è disposto a scommettere sulla piena confluenza degli elettori di Rifondazione
con il centrosinistra?), che nelle settimane pre-Luttazzi oscillava fra il 38,4
e il 40,7 per cento, ora si colloca intorno al 35 per cento (34,1 tre giorni
dopo lo show; 36,8 lo scorso 26 marzo). Conclusione di Crespi: “È chiaro?”.
2.
Elezioni:
troppi indecisi? “È assolutamente usuale”.
Il 31,5 per cento degli italiani è tuttora indeciso, non sa che pesci prendere
per le prossime elezioni politiche. A dirlo è l’ultima rilevazione Datamedia
(ma tutti i sondaggisti sono concordi in questo senso). Non sono troppi questi
elettori indecisi? “Assolutamente no”, rispondono a Datamedia. Quando la data
delle elezioni è ancora lontana, spiegano gli esperti dell’istituto di Luigi
Crespi al VeLino, la percentuale degli indecisi si colloca normalmente
intorno al 20-25 per cento. E difatti questa era la media nelle rilevazioni
di Datamedia fino allo scorso settembre. Avvicinandosi il giorno del voto, gli
indecisi tendono ad aumentare. Sembra un paradosso ma non è così. È invece un
andamento del tutto normale: quando cominciano a entrare in campo i candidati
premier e i programmi, l’elettore in un primo tempo si trova spaesato di fronte
all’aumento dell’offerta politica (“Più prodotti ci sono al supermercato, più
il consumatore ci mette tempo per scegliere”). E difatti da settembre le rilevazioni
Datamedia hanno segnalato un’area di indecisione del 30 per cento circa; che
poi è salita e si è stabilizzata a quota 31 per cento dal mese di gennaio. Gli
indecisi, questa è la previsione dei sondaggisti di Crespi, diminuiranno solo
in prossimità delle elezioni: fra poche settimane avranno finalmente deciso
o comunque renderanno esplicito il loro orientamento. Naturalmente non tutti
gli indecisi appartengono alla stessa “specie”: ci sono quelli che tentennano
su chi votare all’uninominale (sono coloro che aspettano di conoscere volto
e nome dei candidati prima di scegliere); ci sono poi gli indecisi nel voto di lista; e,
infine, gli astensionisti cronici, coloro che non votano da anni. Inoltre, tolti
gli astensionisti cronici, la percentuale degli indecisi che sono orientati
per uno o per l’altro schieramento politico varia sensibilmente: 65 per cento
nel centrosinistra e 35 per cento
nel centrodestra. Attenzione, però: questo non vuol dire che i sondaggi siano
inattendibili: gli istituti di ricerca hanno i loro modellini per trattare i
dati “grezzi” delle rilevazioni, per valutare il peso degli indecisi e quindi
per ricavare i numeri “ufficiali” delle rilevazioni. Per esempio, storicamente
il dato reale della Margherita (o meglio il dato dei partiti centristi che ora
sono riuniti sotto questa formula) è sottorappresentato nelle rilevazioni “grezze”
e quindi viene “corretto”, in positivo, sulla base delle analisi storiche. Una
prassi “assolutamente usuale”, concludono i responsabili di Datamedia.
3.
Rutelli corre a Roma, ma nel collegio dove l’Ulivo è più forte. Francesco
Rutelli ha infine ceduto alle pressioni dei vertici dell’Ulivo e ha scelto di
candidarsi anche in un collegio uninominale di Roma, la città di cui è stato
sindaco per sette anni. Ma ha posto la condizione di scendere in campo nel collegio
che, almeno sulla carta, presenta meno rischi: il numero sei. Anche se viene
definito di “fascia tre”, quel collegio, che era stato assegnato a un esponente
verde, è il più sicuro o il meno insicuro. Sulla base dei dati delle ultime
regionali, il centrosinistra in quel collegio è infatti in vantaggio di sei-sette
punti percentuali sulla Cdl. La decisione di Rutelli – che ha creato non pochi
malumori in quanti, anche nell’Ulivo, ritenevano avrebbe dovuto candidarsi o
nel collegio più prestigioso (Roma centro), o in quello più debole (Roma Trieste)
- ha provocato reazioni negative a catena. Anche perché al tavolo della trattativa
Rutelli ha spuntato altri collegi sicuri per i suoi fedelissimi, compresa la
moglie di Franco Bassanini, Linda Lanzillotta, che dovrebbe planare nel collegio
di Rende in Calabria, un feudo dello Sdi. Le reazioni dei Verdi e dei minori
del centrosinistra sono state molto dure. Rutelli si è comportato come un capitano
che mentre la nave affonda pensa a mettersi in salvo prima dell’equipaggio.
Come lui, del resto, si sono comportati tutti gli altri ufficiali in seconda,
che si sono procurati o collegi blindati o il paracadute, come ha fatto Massimo
D’Alema, del seggio garantito dalla presenza nelle liste proporzionali. O addirittura,
come ha fatto Armando Cossutta, un seggio per la figlia Maura. Il risultato
è stata devastante. Sono sulle furie i Verdi, che vogliono un risarcimento.
Minacciano fuoco e fiamme i diniani, i più penalizzati. Minaccia anche Clemente
Mastella, alle prese con la rivolta dei molti dell’Udeur che sono stati esclusi
dalle candidature. E minacciano, a livello locale, i troppi esclusi perché scavalcati
da candidature imposte dall’alto.
Mastella:
“Così non ci sto”. Dopo l’ennesimo round improduttivo sulle candidature,
si è sfogato: “Non vogliono capire che l’Udeur non partecipa al tavolo tecnico
fin da venerdì, se non per cortesia. Vogliono farmi arroccare in Campania dove
poi Antonio Bassolino e Ciriaco De Mita cercheranno di strozzarmi, come hanno
fatto a Napoli. Quanto alla Margherita, finora non c’è stata una trattativa
tra tutta la Margherita e i Ds ma tra il Ppi e Walter Veltroni. Per questo ritengo
che la Margherita, sino a quando non ci ritroviamo per ragionare su tutte le
candidature, non esiste”.
4.
Berlusconi a colloquio da Ciampi, che ha apprezzato i toni pacati. Ha creato
fastidio anche al Quirinale la cosiddetta “intervista” di Enzo Biagi a Indro
Montanelli, che si è risolta in un nuovo attacco al leader dell’opposizione.
E dopo le accuse di Montanelli, la “satira”, questa volta molto meno divertente,
di Sabina Guzzanti. Infine la censura imposta al team dell’Ottavo nano da Roberto
Zaccaria e Carlo Freccero, che hanno impedito a Corrado Guzzanti di rifare la
caricatura di Francesco Rutelli (che non aveva gradito l’imitazione fatta la
volta scorsa). Carlo Azeglio Ciampi ha invece apprezzato, e molto, la reazione
pacata di Silvio Berlusconi all’intemerata montanelliana: “Gli auguro lunga
vita - ha detto il Cavaliere questa
mattina a Radio anch’io - così potrà ricredersi”. Questa sera, nell’incontro
al Quirinale, Ciampi gliene darà atto. Quindi affronterà con lui temi già discussi
ieri con Rutelli, rinnovando l’invito a concentrare il confronto sui temi concreti
e a non cadere nelle trappole di chi sta palesemente puntando sulla rissa per
cercare di invertire la tendenza dell’elettorato. Ciampi è molto allarmato per
l’andamento della campagna. Lo preoccupa l’insistenza con la quale viene accreditata
all’estero l’immagine di un’Italia alla deriva in caso di vittoria della Cdl.
Non ha gradito che addirittura venga ipotizzata la fine della pace sociale se
Berlusconi andrà al governo. Una seconda gaffe di Rutelli, dopo quella di Berlino,
quando ha sostenuto che Bossi sarebbe addirittura peggio di Haider. Una seconda
gaffe alla quale non ha certo rimediato quando, dopo l’incontro di ieri con
Ciampi, ha dichiarato all’Ansa di non aver toccato l’argomento con lui
perché si tratta di una polemica interna al confronto elettorale. Rutelli mostra
di non aver capito quale sia, in questo momento, l’auspicio della massima autorità
della Repubblica: toni pacati, confronto sui programmi, tutela dell’immagine
del paese all’estero. Nel colloquio con Berlusconi, Ciampi tornerà su questi
temi e anche sulla crisi che ha investito il consiglio di amministrazione della
Rai. Il presidente vuole capire se la Cdl ritenga opportuna o no la sostituzione
dei membri del Cda che si sono dimessi o se, come sembra, preferisca il congelamento
dello statu quo fino a quando non si saranno svolte le elezioni. Formalmente,
spetta a Luciano Violante e Nicola Mancino sostituirli. E i due presidenti di
Camera e Senato hanno già fatto sapere che valuteranno la situazione soltanto
dopo la riunione del Cda di domani, che prenderà atto delle dimissioni. Ma Ciampi
vuole evitare che sia gettata altra benzina sul fuoco. Prima di fare qualsiasi
passo vuole acquisire il parere del leader dell’opposizione. Poi, magari informalmente,
batterà un colpo.
5.
Rutelli in collisione con Ciampi. In visita a Berlino, l’aspirante premier
del centrosinistra ha detto testualmente che “Bossi è peggio di Haider”, confermando
ancora una volta di non avere alcuna intenzione di rispettare l’appello alla
moderazione dei toni rivolto agli schieramenti da Carlo Azeglio Ciampi. La sortita
dell’aspirante ha provocato l’imbarazzo di Joshka Fischer e lo sconcerto del
Quirinale, che si considera in qualche modo delegittimato dal comportamento
irresponsabile dell’aspirante. L’attacco di Rutelli è ancora più grave, agli
occhi di Ciampi, perché mira a infangare all’estero lo schieramento che quasi
certamente vincerà le prossime elezioni. Cercando di creare le premesse di una
conflittualità tra il futuro governo di Silvio Berlusconi e i partner europei.
Il Quirinale si propone invece, e con esso i più avvertiti tra i dirigenti dell’Ulivo,
l’obiettivo opposto. Ma Rutelli, e quanti insieme a lui stanno cercando
di segnare con risse e provocazioni continue la campagna elettorale, mirano
a impedire che questo obiettivo sia conseguito. Soprattutto - questa è ormai
in modo sin troppo evidente la finalità ultima - vogliono che Ciampi non giochi
alcun ruolo per impedire che il conflitto elettorale sia portato sul terreno
che hanno scelto. Non tollerano che il presidente si stia rifiutando di giocare
una partita alla Scalfaro. Così, alzando oltre il limite del pensabile il livello
della provocazione, stanno cercando di mettergli la mordacchia: dimostrandogli
che ogni suo appello alla moderazione è inutile, tanto vale dunque che rinunci
a farne altri.
6. Toni bassi. Emiliani accusa Ciampi, Violante imita Luttazzi… Due sortite impreviste hanno turbato questa mattina il Quirinale. Della prima si è reso protagonista Vittorio Emiliani, consigliere della Rai in quota Ds. Emiliani, come ha riportato questa mattina la Stampa di Torino, si è detto convinto che la bufera che si è abbattuta sull’azienda non sia stata determinata dall’uso che ne hanno fatto giornalisti, conduttori, direttori di rete, Daniele Luttazzi e Roberto Zaccaria - come invece pensano tutte le persone che hanno conservato spirito critico e onestà di giudizio - bensì dalla coppia quirinalizia: “Ciampi si è indignato per il caso Luttazzi, la signora Franca se l’è presa con Zaccaria. Evidentemente a loro non piace questa Rai, ma la Rai ha molti pubblici, non può fare trasmissioni per anziani…”. Un’affermazione che non ha smentito, salvo intervenire nel tardissimo pomeriggio dopo le prime reazione sdegnate per confinarle nello sfondo di “un gossip nel quale”, sostiene, “non mi sono mai riconosciuto”. Ma senza smentire il giornalista che le ha riportate tra virgolette. Della seconda si è reso invece protagonista Luciano Violante. Che sta recitando due parti in commedia. Prima il presidente della Camera ha ribadito l’opportunità di raccogliere l’appello di Ciampi ad abbassare i toni. Subito dopo si è invece allineato alla vulgata ulivista del momento, facendo il verso a Daniele Luttazzi e a Michele Santoro per dichiarare, riferendosi a Berlusconi pur senza citarlo: “Circolano proposte sul futuro del Paese che sembrano frutto di una visione aziendale dell’impegno di governo di un grande Paese come è l’Italia. Un’azienda ha un padrone, ha dipendenti, ha clienti. Un grande Paese, invece, non ha né padroni, né clienti, né dipendenti”. Oltre a Ciampi, la sortita di Violante ha turbato anche quanti si attendevano che, considerato il ruolo istituzionale che ricopre, almeno lui avrebbe evitato di scivolare sul terreno di una propaganda volgare che mira a far finire in rissa il confronto elettorale. Ma di Violante, ormai è chiaro, ce ne sono due. Questa volta è successo che sono andati in scena quasi in contemporanea. Le conseguenze di questa doppia gaffe ulivista non sono allo stato prevedibili. Il Quirinale ovviamente non si farà coinvolgere in una polemica che ha anche il tratto della volgarità. Ma è diventato più complesso, a questo punto, mettere la pezza che era stata immaginata - con il semplice ritiro delle dimissioni dal consiglio di amministrazione di Alberto Contri e Giampiero Gamaleri - al vertice della Rai. Un vertice travolto dalla gestione dissennata e faziosa del suo presidente e dei direttori, conduttori, giornalisti e comici che hanno seguito l’ordine impartito dallo stato maggiore dell’Ulivo di scatenare l’offensiva contro il leader dell’opposizione.
7.
Rientrata la crisi tra Psi e Cdl, l’alleanza non si tocca. Fax intasati
questa mattina alla redazione dell’Avanti: alle 11 ne erano già arrivati
quasi mille. Di questi, meno di un centinaio per esprimere dissenso dall’annuncio,
strillato a tutta pagina, che “l’alleanza tra Nuovo Psi e Casa delle libertà
non si tocca”. Il giovane editore del quotidiano socialista, Nello Lavitola,
si è mostrato stupito ma fino a un certo punto per l’imprevista affluenza di
messaggi dalla periferia del partito e per l’altissima percentuale di quelli
che ribadiscono la necessità di confermare l’alleanza con Silvio Berlusconi.
È la stessa linea sostenuta da Gianni De Michelis, che ha avuto sinora la meglio
su quella di Claudio Martelli, Giulio Di Donato, Giusy La Ganga, Paris Dell’Unto
e Salvo Andò, che hanno cercato senza successo di rimettere in discussione quanto
era stato deciso dal congresso nazionale, chiedendo di ridiscutere l’alleanza.
Con De Michelis si è schierata la stragrande maggioranza del gruppo dirigente
del nuovo partito, gli eletti alle ultime elezioni regionali e i molti giovani
che in questi anni hanno tenuto aperte le sezioni in periferia. Anche i socialisti
di Grosseto si sono fatti vivi in queste ore, per annunciare che non sarebbero
stati disposti a sostenere l’autocandidatura di Claudio Martelli nella loro
città. Autocandidatura che, come noto, è all’origine della crisi dei rapporti
interni al nuovo Psi.
Qualcuno,
con una punta di malizia, ha fatto osservare che la sfida lanciata da Martelli
ad Amato era viziata in partenza: l’ex delfino di Bettino Craxi, infatti, aveva
annunciato l’intenzione di scendere in campo non nel collegio senatoriale dove
si presenterà il premier, che vede la Cdl in svantaggio, ma in quello cittadino,
che il centrodestra aveva già vinto nel 1996 e che è stato assegnato, proprio
perché è un collegio sicuro, al coordinatore toscano di Forza Italia, Roberto
Tortoli. In queste ore sono riprese le trattative con Forza Italia per individuare
i collegi dove saranno candidati gli esponenti del Psi. Venerdì prossimo, l’ultima
parola la dirà il consiglio nazionale.
8.
D’Antoni frana anche al nord, Andreotti furioso. Allarme rosso in
Democrazia europea. L’ha fatto scattare Giulio Andreotti, dopo essersi reso
conto che avevano scarso fondamento le informazioni, fatte circolare dagli uomini
di Sergio D’Antoni, sulla consistenza delle adesioni ottenute. E non soltanto
al sud, dove in molti hanno preferito ritrarsi, ma anche al nord, dove le aspettative
si stanno scontrando con una realtà molto poco promettente. Al senatore a vita
era stato fatto credere che, grazie all’accordo con l’Ape, sarebbe stato possibile
erodere consensi alla Lega. E che anche uomini delle istituzioni avrebbero aderito.
Era stata persino citata, tra i sindaci
pronti al salto, Giustina Destro, sindaco di Padova. Una bufala, che
la Destro ha smentito con una punta di indignazione: fino all’ultimo era stato
fatto credere ad Andreotti che avrebbe sicuramente abbandonato la Cdl. Ma è
soprattutto la scarsa incidenza elettorale dell’Ape ad allarmare il patron di
De. Gli avevano addirittura dato per certo che Vito Gnutti, presidente dell’Ape
e titolare di una piccola fabbrica che produce calci per i fucili, avrebbe ottenuto
il sostegno degli industriali bresciani, e persino l’incoraggiamento di Luigi
Lucchini. Fanfaluche. Come quelle che attribuivano a De una grande capacità
di attrazione per gli elettori di origine democristiana e per gli aderenti alla
Cisl. Non bastassero i sondaggi, è stata la verifica sul campo, e la serie di
no accumulati alle proposte di candidatura, a smentire che il nord fosse pronto
a farsi colonizzare dal nuovo movimento e dai molti ex che lo guidano. Combinati
con quelli che arrivano dal sud - non meno inquietanti, considerate le molte
defezioni - sono questi i segnali che con l’allarme rosso hanno fatto scattare
la decisione di Andreotti di mettere alle strette D’Antoni: costringendolo a
candidarsi per il Campidoglio, a Roma. La città nella quale il senatore a vita
spera di centrare un risultato onorevole e di salvare la faccia.
9. Veronesi conferma, potrebbe entrare nella squadra di Berlusconi. Umberto Veronesi - il ministro più amato in base a tutti i sondaggi, compresi (almeno sino a oggi), quelli che manda in video Michele Santoro - è pronto a restare al ministero della Sanità, anche se sarà Silvio Berlusconi il vincitore delle elezioni. La notizia era nell’aria da tempo, e il leader della Cdl aveva sempre fatto capire di puntare proprio sull’illustre oncologo per un incarico tanto delicato, nonostante le riserve di An (che il solito Maurizio Gasparri ribadisce anche oggi). La dichiarazione di Veronesi, rilasciata nell’ambito di un’intervista a Panorama, conferma che quello di Berlusconi non era un wishfull thinking. Veronesi d’altra parte si dichiara in sintonia con quanto già realizzato dalla Cdl, in materia di sanità, in Veneto e in Lombardia. Si capisce pertanto perché, nell’intervista al settimanale della Mondadori, Veronesi dichiari di non sapere ancora a chi darà il voto. D’altra parte non sarà facile per lui darlo alla coalizione guidata da Francesco Rutelli, dal momento che l’aspirante premier si è riservato di demolire il modello sanitario adottato da Roberto Formigoni. Lo stesso che invece il ministro della Sanità del governo Amato non trova disdicevole lodare.
10. Esordio con gaffe della nuova Unità. C’è già chi pensa al dopo. Il titolo d’apertura ha ghiacciato i più accorti tra i lettori e i dirigenti del vecchio Pci che hanno conservato spirito critico e senso della realtà. Se davvero Silvio Berlusconi potesse comprarsi l’Italia con 100 miliardi, come strilla il quotidiano diretto da Furio Colombo e Antonio Padellaro, la conseguenza da trarre sarebbe una e una soltanto: dopo sette anni di governo ulivista, il patrimonio nazionale varrebbe meno di una media azienda di Taiwan. Ma i nuovi direttori si riferivano, evidentemente, al costo stimato della campagna elettorale della Cdl. Berlusconi ha così avuto buon gioco a replicare che quei denari corrispondono a quanto lo Stato, in base alla legge sul finanziamento pubblico, verserà alla coalizione di centrodestra dopo le elezioni (ma in difetto: a disposizione dei partiti, quest’anno, ci saranno 259 miliardi, da ripartire in base ai consensi ottenuti e alla consistenza dei gruppi parlamentari). La campagna elettorale alla Cdl non costerà pertanto nulla. Un infortunio che la dice lunga sulla condizione di scarsa lucidità che caratterizza in questo momento i responsabili, a tutti i livelli, dell’Ulivo. D’altra parte, pochi sono disposti a scommettere che l’Unità - reimpostata sulla base di una linea che riflette gli stilemi del veltronismo e della satira alla Luttazzi - riuscirà a sopravvivere alla debacle elettorale annunciata. Proprio per questa ragione, c’è già chi punta sul fallimento del tentativo e si prepara a fondare sulle ceneri dell’Unità un nuovo quotidiano. Al progetto - passando per il lancio di un nuovo periodico - sta lavorando Giancarlo Bosetti, direttore di Reset, con un gruppo di intellettuali milanesi frequentato anche da Michele Salvati, parlamentare uscente di formazione liberal. Non c’è alcuna conferma che nell’iniziativa possa essere coinvolta la fondazione Italianieuropei e che dietro le quinte si muovano, a sostegno di Bosetti, anche Giuliano Amato e Massimo D’Alema. Anzi, gli uomini più vicini al presidente Ds respingono con sdegno le illazioni circolate al riguardo. Ma è chiaro che i progetti, quello politico dei due leader e quello editoriale di Bosetti, riflettono l’esigenza comune di liberare la sinistra da schemi obsoleti per farla crescere in una dimensione finalmente europea e moderna.
11.
Corte costituzionale, la prossima legislatura si cambia.
La composizione della suprema Corte così com’è non va. E non soltanto a giudizio
del Cavaliere. La trasformazione “federale” dello Stato (quella approvata con
soli quattro voti di maggioranza alla Camera nell’ultima lettura e ora sottoposta
al giudizio popolare diretto) impone un cambiamento anche nella composizione
della Corte costituzionale, integrandone i membri con nuovi giudici di nomina
regionale o comunque provenienti dal mondo delle autonomie. Già questa mattina,
sul Corriere della Sera, il responsabile giustizia di Forza Italia, Marcello
Pera, ne aveva parlato. Oggi Renato Schifani, capogruppo azzurro in Affari costituzionali
al Senato, lo ha ripetuto: “Il testo della Bicamerale - ha spiegato al VeLino
- aveva trovato un buon punto di compromesso sul ruolo delle regioni nella composizione
della Corte”. Riforma della Corte costituzionale, nuova riforma federalista
e istituzione di una Camera delle regioni: questi saranno i punti fondamentali
della proposta del centrodestra sulla forma di Stato per le prossime elezioni
politiche. Ma non solo del centrodestra.
Anche il centrosinistra è favorevole
alla modificazione della composizione della Corte, con la nomina appunto di
giudici costituzionali designati dal sistema delle autonomie come ha affermato
l’esperto di riforme istituzionali dei Ds, Antonio Soda, in un intervista a
Radioradicale (“Camera delle autonomie e modificazione della composizione
della Corte insieme con il semipresidenzialismo, o comunque una forma di premierato
forte, sono i cardini della nostra proposta di riforma costituzionale del centrosinistra”).
Quindi, se le intenzioni saranno confermate e specialmente se i programmi elettorali
non saranno rinnegati, il centrosinistra, nel nuovo parlamento, convergerà sulla
proposta della Casa delle libertà per la riforma della Consulta.
12.
Avanti popolo, alla Consulta… Una presidenza forte e capace di garantire
che la Consulta nei prossimi anni diventi un controllore ancora più attento
di tutti gli atti che le regioni - ormai a grande maggioranza del Polo - e il
governo che verrà (di centrodestra, come gli stessi Ds presuppongono) promuoveranno
soprattutto in tema di federalismo, famiglia, droga e aborto. Non è un mistero
per alcuno che su questo binario si muovono da tempo i diesse, organizzando
in ogni dettaglio le iniziative che possano portare alla presidenza della Corte,
nel novembre del prossimo anno, Luciano Violante o Wladimiro Zagrebelsky. E
non è necessario scomodare Silvio Berlusconi per sostenere che in fatto di corti,
tribunali e procure la sinistra se ne intenda molto. Con il contributo essenziale
di Magistratura democratica, la corrente più a sinistra dei giudici italiani,
e grazie alle strategie disegnate da Violante, prima fedele esecutore di Achille
Occhetto, poi di Massimo D’Alema, la sinistra dalla fine degli anni ’80 è riuscita
a collocare nei posti più importanti degli uffici giudiziari italiani i magistrati
che ha ritenuto di dover premiare per affidabilità. Si trattasse della procura
della Repubblica di Palermo o di Milano o Roma, attraverso un controllo strettissimo
esercitato sul Consiglio superiore
della magistratura, il Pci e i Ds, dopo, hanno creato le basi per realizzare
nel paese il potere di alcuni procuratori. Una minoranza, ma attiva e senza
tanti fronzoli.
La Corte costituzionale era rimasta quasi al riparo, visto che era il Parlamento a eleggerne buona parte dei membri, e il Pci era sempre in minoranza. La svolta la realizzò Oscar Luigi Scalfaro. Giunto inaspettatamente al Quirinale, sull’onda dell’emozione provocata dalle stragi di Cosa nostra che tolse di mezzo Giulio Andreotti e Arnaldo Forlani, Scalfaro in quegli anni era al centro di sospetti e veleni per i finanziamenti ricevuti in occasione delle sue innumerevoli campagne elettorali e per i fondi riservati dei servizi segreti. In rapida successione nominò giudici costituzionali soltanto uomini impostigli dalla sinistra. Il primo fu Gustavo Zagrebelsky, il 9 settembre del 1995. L’altro Guido Neppi Modona, di Torino come il primo, il 4 novembre del 1996. Premiò anche Piero Alberto Capotosti, democristiano da sempre e vicino al Ppi: lo trasferì direttamente dal Csm, dove era vicepresidente, alla Corte costituzionale il 4 novembre del 1996. Lo sponsorizzò pure Nicola Mancino, con Leopoldo Elia in seconda battuta. Ma il capolavoro fu la nomina, fatta sempre da Scalfaro, di Fernanda Contri. Nonostante la sua conosciuta impossibilità a essere nominata perché non aveva i requisiti previsti dalla Costituzione, Giuliano Amato e Gaetano Gifuni le aprirono ugualmente la strada. E con grande sorpresa, il 4 novembre del 1996, saldando il sì di uno spezzone dei socialisti, quello di Amato, e il via libera, seppur condizionato, dei diesse, Scalfaro da quel momento diventava l’arbitro assoluto della Corte costituzionale. Questa operazione (la nomina presidenziale di quattro giudici tutti orientati a sinistra) gli valse il definitivo rispetto, oltre che di D’Alema e Violante, anche dei magistrati di sinistra, paghi ormai di aver raggiunto il cuore del sistema del nostro Paese. Se ai quattro di nomina scalfariana si aggiungono Valerio Onida, Franco Bile e Giovanni Maria Flick, la maggioranza è assicurata per almeno i prossimi quattro anni. Cesare Ruperto, l’attuale presidente, serve a garantire lo status quo in attesa dell’ultima spallata. Un processo quasi irreversibile, costruito da tempo e che servirà a controbilanciare una eventuale sconfitta elettorale della sinistra.
13. Bloomberg (che non ricorrerà al blind trust) in testa a New York. Il candidato per la nomination repubblicana per le elezioni di novembre a New York, Michael Bloomberg, si sta facendo strada nelle primarie del partito ed è di fatto, seppure non ufficialmente, l’uomo che tenterà di raccogliere l’eredità politica di Rudy Giuliani. Il sindaco della Grande mela lascerà il 31 dicembre e non si può ricandidare per motivi di salute. Bloomberg, magnate dei media, fondatore e proprietario dell’omonimo gruppo specializzato nell’informazione economica, si muove già come se avesse conquistato la nomination. Lo agevola molto il fatto che i candidati alla nomination per i democratici - Fernando Ferrer, Mark Green, Alan Hevesi e Peter Vallone, il favorito - stanno di fatto già facendo campagna contro di lui, migliorandone la visibilità e l’appeal. Non che Bloomberg abbia bisogno di ciò: può vantare un ottimo rapporto con la famiglia Bush e i leader repubblicani più influenti. Del resto, come ha annunciato egli stesso, la sua campagna sarà molto ben finanziata e giocata su un’immagine e argomenti cari ai newyorchesi: il “self made man”, l’uomo di successo, che entra in politica per “fare”, come outsider e allo stesso tempo come alternativa alle vecchie facce della politica. Sembra di vedere all’opera Silvio Berlusconi, e certamente Bloomberg ha tratto ispirazione dal Cavaliere. Alcune settimane fa il magnate americano era venuto a Roma e dopo aver incontrato sia Berlusconi sia Veltroni si era dichiarato più vicino al primo che al secondo. Aggiungendo tra l’altro che il problema del conflitto d’interessi a suo giudizio non esiste e che per quanto lo riguarda non ricorrerà mai a un blind trust. Tra tutti, l’avversario più temibile per Bloomberg è il giovane e combattivo presidente del Consiglio comunale, il democratico Peter Vallone, politico in ascesa stimato dallo stesso Giuliano e apertamente sostenuto dall’ex sindaco Ed Koch.
14. Donatella Dini: i guai nei due mondi. Sono tre le procure che scavano nel passato di Donatella Pasquali Zingone Dini. E in Nicaragua e Costa Rica i contrasti fra la consorte del ministro degli Esteri e la figlia Zingonia Zingone (da una parte) con i soci di alcune aziende agricole (dall’altra) si riaprono: in palio alcuni milioni di dollari.
A Milano. Il sostituto procuratore della Repubblica Luigi Orsi è già a buon punto nella ricostruzione degli affari di Antonio D’Adamo, in carcere con l’accusa di bancarotta fraudolenta. Uno dei tre filoni più interessanti in cui si divide l’inchiesta giudiziaria è quella della vendita, nel 1988, della Riunione immobiliare (una società di Donatella Pasquali) a D’Adamo. Vendita organizzata dallo studio del commercialista Enrico Minoli con il pagamento alla moglie di Dini di 36 miliardi, all’estero, attraverso alcune società svizzere controllate da D’Adamo. La signora Donatella è già stata sentita dalla procura di Milano come teste a conoscenza dei fatti, perché non è indagata. Minoli, invece, è stato arrestato giovedì scorso per concorso in bancarotta fraudolenta.
A Roma. Il sostituto procuratore Federico De Siervo, ricevuti gli atti per competenza dalla procura di Lucca (che ha già indagato la signora Dini per evasione fiscale e valutaria), ha ulteriormente esteso le indagini con altre perquisizioni negli uffici dell’immobiliare Sidema spa, controllata, è l’accusa, dalla signora attraverso alcune società anonime costituite nei paradisi fiscali di Cipro e delle Isole Cayman. La Sidema è proprietaria a Castelnuovo di Porto di un immobile di tremila metri quadrati e di duecento ettari, sui quali gravano ipoteche e debiti per una ventina di miliardi ottenuti con un mutuo dall’Italfondiario, quando era controllato dalla Banca d’Italia. La Sidema è in rosso da anni per un passivo che avrebbe raggiunto quasi 50 miliardi. Al centro delle attenzioni della procura romana non ci sono soltanto gli affari della Sidema ma anche quelli di alcune finanziarie - Atlantis, Costellation e Innovation - utilizzate dalla signora in Italia.
A
Lucca rimane ancorata l’inchiesta giudiziaria più delicata. Presunte mazzette
ottenute in cambio di un finanziamento da 30 miliardi alla On Power Battery
di Firenze, disposto da un ex parlamentare Maurizio Menegon. Il procuratore
capo Giuseppe Quattrocchi (lo stesso che ha indagato per un anno la signora
per la Sidema e che ha inviato gli atti per competenza ai colleghi di Roma)
non vuole fare precipitare i tempi delle conclusioni da offrire al Gip. Teme,
infatti, che in piena campagna elettorale, e proprio in Toscana, ogni decisione
o atto nuovo sulle vicende giudiziarie della Dini possano influire, in un modo
o nell’altro, nel dibattito politico. Questa inchiesta per corruzione ha già
provocato un arresto nel maggio dello scorso anno, quello di una nota immobiliarista
milanese. (NOTA: Durante il mese di ottobre 2005 da uno studio legale di Milano
è pervenuta a Virusilgiornaleonline la richiesta di pubblicare la seguente
precisazione che volentieri pubblichiamo: "La persona oggetto del procedimento
è stata assolta con formula piena con sentenza del 26.11.2004"-).
Quattrocchi ha quasi tutti gli elementi per poter inviare le carte al giudice
per le indagini preliminari di Lucca. Mancano soltanto il parere grafico dei
periti, chiesto per accertare chi scrisse un “fogliettino” dove erano appuntate
alcune cifre. Inoltre, è in corso un’altra perizia, di natura amministrativa
e contabile, sulle procedure utilizzate dall’Ipi (Istituto per la promozionale
industriale), diretto da Menegon (che è anche console onorario a Venezia della
repubblica di Lesotho), nella concessione dei finanziamenti. Agli atti anche
numerose intercettazioni telefoniche che il Gico della Guardia di Finanza ha
fatto su alcuni telefoni utilizzati dalla Dini.
In Centroamerica non mancano altri problemi. Il gruppo Zeta ha ridotto notevolmente le iniziative e i dipendenti non superano oggi le duemila persone. Le attività si sono concentrate nel campo dei supermercati: Zeta ha creato la catena dei Mega Super, in Costa Rica ne ha otto. Sono i figli della signora a essere sempre più attivi. Cesare Zingone controlla il 30 per cento del patrimonio e si occupa di supermercati. Sua sorella, Zingonia, con un altro 30 per cento, gestisce le aziende alimentari e agricole, concentrate ormai quasi soltanto in Costa Rica, dopo aver dovuto cedere a ex soci le risaie del Nicaragua. Proprio in Nicaragua rimangono aperte alcune questioni e il tribunale di Managua sarà chiamato nei prossimi giorni a pronunciarsi sulle richieste di crediti per miliardi presentate da vecchi soci.