Anno III - supplemento al n. 55/11                                                   23.3.2001

 

SOMMARIO

 

1. Effetto Satyricon: Forza Italia supera il 35 per cento, Di Pietro il 5 - 2. Satyricon : Cirm e Calò confermano Datamedia - 3. Presenza politici in tv: quell’Osservatorio targato Rai - 4. Sergio D’Antoni cerca l’accordo con la Cdl, Andreotti resiste - 5. Amato torna in pista a Grosseto, Occhetto nuovamente senza collegio - 6. L’Ulivo rompe con Prc, Ingrao fa sapere: “Voterò per Bertinotti” - 7. Con Bassanini tutti direttori generali a 33 anni - 8. Frattini: “I prefetti facciano gli ambasciatori” - 9. Commissione stragi: niente relazione, solo qualche indicazione - 10. Un nuovo genere, la satira giudiziaria      

 

1. Effetto Satyricon: Forza Italia supera il 35 per cento, Di Pietro il 5. Satyricon e Il Raggio Verde spargono fango sul leader dell’opposizione, descrivendo Silvio Berlusconi come possibile referente della mafia? Bene, allora lo votiamo in massa, rispondono gli italiani. Gli elettori hanno avuto pochi dubbi, dopo le trasmissioni di Luttazzi e Santoro: ci hanno ragionato nel fine settimana e poi hanno deciso. Questo è quanto emerge in modo netto dall’ultima rilevazione di Datamedia del 19 marzo. La Casa delle libertà nel complesso passa dal 53 per cento del 12 marzo al 57,8 per cento di oggi, il miglior risultato per la coalizione di centrodestra nelle rilevazioni Datamedia del 2001. Forza Italia raggiunge il 35,5 per cento (aveva il 30 la scorsa settimana). Passiamo all’altro fronte: Ulivo più Rifondazione passano in sette giorni dal 38,4 al 34,1 per cento. Analizzando le intenzioni di voto, partito per partito, è possibile cogliere altre conseguenze del terremoto provocato dal tandem Luttazzi-Santoro. I Ds perdono ancora consensi rispetto al già basso dato della scorsa settimana: sette giorni fa avevano il 19 per cento, oggi hanno il 18,5 per cento, la Margherita passa dall’11,2 per cento all’8,5 (perdendo quindi il 2,7 per cento, un quarto dei consensi precedenti) mentre esplode l’Italia dei valori, che passa dal tre per cento di una settimana fa (quindi sotto il quorum del quattro) al cinque per cento di oggi. La differenza appare evidente: una settimana fa, prima delle trasmissioni anti-Berlusconi, Antonio Di Pietro era a rischio quorum; ora ha superato di scatto la barriera del quattro per cento (più due per cento, appunto, quasi un raddoppio), grazie a Luttazzi e Santoro. Che questa interpretazione sia corretta lo conferma un secondo dato: le altre forze “terzopoliste” si sono indebolite. Vediamo le percentuali: la Lista Bonino passa dal 2,6 per cento di sette giorni fa (il dato più alto dall’inizio del 2001 nelle rilevazioni Datamedia) all’1,8 odierno (meno 0,6 per cento); la Fiamma tricolore precipita allo 0,2 (era allo 0,5); Democrazia europea si ferma allo 0,8 (contro l’1,5). Che gli italiani abbiano fatto effettivamente la loro scelta è confermato anche i dati riguardanti gli indecisi e coloro che si rifiutano di rispondere. Gli indecisi erano il 32 per cento sette giorni fa, oggi sono il 30,5 per cento. Coloro non rispondono erano il 5,2 per cento una settimana fa, oggi sono scesi al 2,5. Da una prima analisi appare probabile che la quota di indecisi uscita dall’incertezza si sia indirizzata, grazie alle trasmissioni di Luttazzi e Santoro, la maggior parte verso Forza Italia, e una parte minoritaria verso il movimento dell’ex piemme. Fin qui le intenzioni di voto accertate per la quota proporzionale. La musica non cambia, in base al sondaggio, anche per la quota maggioritaria. Il centrodestra raggiunge il 54 per cento (aveva il 52 sette giorni fa), il centrosinistra più Rifondazione  raggiunge il 39 per cento (contro il 42 per cento), Di Pietro si colloca al 3,5 per cento (contro il 2,5 per cento). Zaccaria, Luttazzi e Santoro hanno lavorato per il Re di Prussia. 

 

2. Satyricon : Cirm e Calò confermano Datamedia. L’istituto milanese di Luigi Crespi è stato chiaro: Satyricon e Il Raggio Verde, all’ultimo dei conti, hanno favorito Silvio Berlusconi, Forza Italia ha guadagnato in sette giorni più del cinque per cento nelle intenzioni di voto degli italiani. Datamedia però non è assolutamente solitaria in questa valutazione. Nicola Piepoli, patron della Cirm, ricorre a una  parafrasi dell’Antico Testamento per spiegare al VeLino il proprio pensiero: “A chi più ha, più sarà dato; a chi meno ha, sarà tolto pure quello....”. Secondo Cirm cambiano soltanto le dimensioni di questa tendenza positiva per il Cavaliere. Datamedia infatti parla di un incremento dell’intera Casa delle libertà del 4,7 per cento, nella quota proporzionale, e del due per cento in quella uninominale correlata a una perdita del centrosinistra del 5,3 per cento sul proporzionale e del tre per cento secco sull’uninomimale. Cirm invece indica un rafforzamento del centrodestra di un punto, e un indebolimento uguale del centrosinistra ricorrendo al modello delle “medie mobili”. Spiega Piepoli: “L’incremento del centrodestra di questa settimana potrebbe anche dipendere da altri fattori, ma possiamo affermare con sicurezza che la Cdl non è stata danneggiata da Daniele Luttazzi e da Michele Santoro...”. Questa valutazione del patron della Cirm è confermata anche da un altro osservatore, specialista di sondaggi anche se non propriamente indipendente, Giorgio Calò, direttore della Directa e candidato alle elezioni per l’Italia dei Valori. Dice Calò: “Certamente queste trasmissioni non hanno danneggiato il Cavaliere; se mai ho l’impressione che, a conti fatti, Antonio Di Pietro - che mi dicono stia tra il cinque e il sette per cento a livello nazionale - abbia sottratto voti ai Ds”. Anche quest’ultimo dato conferma i flussi individuati da Datamedia: l’ultima rilevazione dell’istituto di Crespi segnala un aumento dell’Italia dei valori del due per cento nel proporzionale, e una perdita dei Ds dello 0,5 per cento.   

 

3. Presenza politici in tv: quell’Osservatorio targato Rai. Che i numeri dell’Osservatorio di Pavia non fornissero un quadro obiettivo sulla presenza dei politici in tv si era già capito dalla conferenza stampa di ieri. I giornalisti non sono riusciti ad avere alcun chiarimento sui criteri adottati per stabilire il primato di Silvio Berlusconi, negli ultimi due mesi, quanto a presenze sulla tv di Stato. Criteri che appaiono almeno singolari; e non solo perché, in relazione ai telegiornali, gli esperti hanno fatto una somma di tutto quanto trasmettono in Rai dalle 18 alle 21, senza distinguere fra testate e senza fare confronti omogenei; non solo perché alla fine, e a microfoni spenti, è emerso che sono stati conteggiati (nel computo totale delle trasmissioni) senza alcuna distinzione spazi favorevoli e spazi denigratori, e così, per paradosso, proprio i 27 minuti di Satyricon in cui venivano lanciate accuse infamanti su Berlusconi sono stati addebitati al leader della Cdl come tempo a suo vantaggio; ma soprattutto perché, come rivela il numero di Mf domani in edicola, l’Osservatorio di Pavia, che dovrebbe essere il garante imparziale della par condicio, è strettamente controllato dalla Rai, che dalla sua fondazione contribuisce a più della metà del fatturato. Mf mostra, con tanto di tabella, che negli ultimi anni da viale Mazzini sono arrivate commesse in grado di coprire gran parte del fatturato della Cares di Pavia, cioè la cooperativa che gestisce la raccolta dati dell’Osservatorio. “In media dai contratti con la Rai - scrive il quotidiano - è arrivato il 75 per cento del fatturato complessivo, e questo per legge significa avere il controllo della società”. Solo nel 1999 ha fatto capolino anche un altro committente, la Omnitel, ma con una commessa di dieci volte inferiore a quella della Rai. I primi a rendersi conto della situazione, continua Mf, sono stati gli stessi amministratori della cooperativa Cares che hanno preso atto di come il destino della loro attività fosse “strettamente legato all’esito dei rapporti con il principale committente della Rai”. Insomma, l’Osservatorio di Pavia è sostanzialmente una struttura decentrata della Rai. Quanto basta per sollevare un ragionevole dubbio sulla imparzialità dei dati sbandierati ieri da Roberto Zaccaria & Co e sui criteri adottati dagli studiosi per assemblarli.

 

4. Sergio D’Antoni cerca l’accordo con la Cdl, Andreotti resiste. L’ex segretario della Cisl vorrebbe salvare il salvabile e raggiungere qualche accordo con la Cdl, in Sicilia e Campania, per avere la garanzia di una sia pur minima rappresentanza parlamentare. Il senatore a vita insiste: dobbiamo presentarci ovunque, da soli, senza nessun accordo, con la nostra bandiera. Il risultato di questa impasse ha già determinato alcune clamorose dissociazioni. In Calabria ha abbandonato Democrazia europea Carmelo Puija, l’ex parlamentare andreottiano, che veniva accreditato di un consistente pacchetto di voti: ha preferito chiedere ospitalità al Cdu di Rocco Buttiglione. In Sicilia ha rinunciato a candidarsi Fausto Spagna. In Campania ha annunciato che non scenderà in campo Domenico Zinzi. A Roma ancora non è ancora stato trovato un candidato disposto a correre per il Campidoglio: Andreotti preme perché sia lo stesso D’Antoni ad assumersi l’onere. Ma D’Antoni comincia ad avere molti dubbi. Da buon sindacalista, sa fare i conti. La notizia che Fausto Bertinotti non farà l’accordo di desistenza al Senato con l’Ulivo ha accentuato il suo pessimismo. Come conseguenza della rottura è ormai chiaro che l’Ulivo presenterà ovunque liste civetta e altrettanto farà la Cdl, azzerando o quasi la possibilità per i terzopolisti di catturare qualche seggio nel proporzionale. Tra l’altro, D’Antoni è sempre stato consapevole, nonostante le dichiarazioni di segno opposto, che i sondaggi sono realistici quando segnalano l’estrema difficoltà per De di superare la soglia del quattro per cento, la condizione per poter concorrere alla ripartizione dei seggi assegnati con il criterio proporzionale. Ma con la presenza delle liste civetta, ammesso che quella soglia venisse superata, i seggi a disposizione si conterebbero sulle dita di una mano. Anche la prospettiva di ottenere qualche risultato al Senato, grazie al diverso meccanismo elettorale, verrebbe compromessa dalla rottura tra Ulivo e Rifondazione. Se Bertinotti, come ha annunciato, si presenterà in tutti i collegi, ridurrà la possibilità per tutti gli altri gruppi minori, De compresa, di competere per ottenere i resti migliori ai fini della ripartizione proporzionale del 25 per cento dei seggi disponibili. Così, D’Antoni, nonostante le resistenze di Andreotti, ha affidato agli ambasciatori della Cdl un messaggio, con il quale annuncia la disponibilità a trattare. I tempi sono molto stretti. I margini anche. Ma il dialogo è ripreso.

 

5. Amato torna in pista a Grosseto, Occhetto nuovamente senza collegio. Sono due le chiavi di lettura per interpretare il clamoroso voltafaccia di Giuliano Amato, che ha infine deciso di candidarsi nel collegio senatoriale di Grosseto. La prima è fornita dal segretario regionale diessino, Fabio Fragai, veltroniano in buoni rapporti con Massimo D’Alema. Sarebbe stato lui a convincere il premier a tornare sui suoi passi. Con non poche difficoltà. Lunedì sera, infatti, Amato aveva opposto un secco no all’appello. Quel no è diventato un sì quanto Fragai ha spiegato ad Amato che se non si fosse candidato l’Ulivo si sarebbe trovato in difficoltà anche nel collegio cittadino per la Camera: il candidato esterno, espressione della cosiddetta società civile, aveva posto la condizione che a “trainarlo” fosse proprio Amato. In caso contrario, avrebbe rinunciato. La seconda chiave di lettura richiama l’attenzione invece sulla fortissima pressione esercitata da Walter Veltroni e Francesco Rutelli su Amato perché rinunciasse all’Aventino. Anticipandogli che la sconfitta dell’Ulivo sarebbe stata imputata anche, se non soprattutto, al suo disimpegno. Anche D’Alema, del resto, era stato costretto a dichiarare solidarietà all’aspirante e a presentarsi al suo fianco a Bologna, nei giorni scorsi. Entrambi sono stati costretti a salire sul carro. Con una vittima rimasta sul campo: Achille Occhetto. Il collegio senatoriale di Grosseto, dopo il rifiuto di Amato, era stato assegnato a lui. Adesso che non è più disponibile, non è detto che sarà facile trovarne un altro. Anche quello umbro di Perugia nel quale, qualche tempo fa, avrebbe potuto planare l’ex segretario, risulta occupato: al posto di Vincenzo Visco, se traslocherà in Emilia, dovrebbe andare Gavino Angius.

 

6. L’Ulivo rompe con Prc, Ingrao fa sapere: “Voterò per Bertinotti”. Fausto Bertinotti ha considerato alla stregua di una dichiarazione di guerra la proposta di accordo con Rifondazione illustrata questa mattina dall’aspirante al termine del vertice dell’Ulivo. Rutelli ha dichiarato di essere pronto a offrire la desistenza in dieci collegi senatoriali, a due condizioni: che Rifondazione rinunci a presentarsi in tutti gli altri collegi e confermi la decisione di comportarsi allo stesso modo per la Camera, limitando la partecipazione alla sola quota proporzionale. Ma non ha fornito alcuna garanzia che l’Ulivo, come già fece nel 1996, rinuncerà a presentare liste civetta. Più che un’offerta d’accordo, dunque, una proposta che è sembrata confezionata proprio allo scopo di provocare la reazione negativa di Rifondazione. Che infatti c’è stata. È evidente a questo punto che l’Ulivo, fatti e rifatti i conti con l’aiuto delle simulazioni del computer, ha concluso che l’accordo con Rifondazione non sarebbe stato determinante per modificare gli equilibri al Sento, mentre la rinuncia a presentare liste civetta alla Camera - condizione sine qua non posta da Bertinotti per concludere un accordo  di desistenza - avrebbe determinato conseguenze più negative che positive nel computo dei seggi conquistabili. È probabile a questo punto che l’Ulivo indirizzi le proprie attenzioni verso Antonio Di Pietro e i radicali. Con il leader dell’Italia dei valori l’accordo sulla carta appare impossibile. Ma non viene esclusa, dalle gole profonde, qualche desistenza mascherata (sempre al Senato). E qualche desistenza Rutelli la cercherà anche con i radicali, alla ricerca di espedienti per garantirsi una rappresentanza parlamentare. A differenza di Di Pietro - che ha qualche chance per partecipare alla ripartizione dei seggi assegnati alla Camera con la proporzionale - i radicali sono molto lontani dalla soglia del quattro per cento necessaria perché scatti questa opportunità. Proprio su di loro si stanno così indirizzando le attenzioni dell’aspirante, che grazie a Marco Pannella, del resto, riuscì a battere Gianfranco Fini nel 1993, quando affrontò la prima sfida per il Campidoglio. Intanto Pietro Ingrao fa sapere che è infondata la voce fatta circolare e raccolta oggi da un quotidiano che avrebbe firmato un appello a Bertinotti perché sigli comunque un’intesa con l’Ulivo, e non soltanto di non belligeranza. Fonti di Rifondazione fanno sapere: “Ingrao non solo ha smentito, ma ha assicurato che ha la ferma intenzione di votare per noi”.

 

7. Con Bassanini tutti direttori generali a 33 anni. Todos caballeros, tutti direttori generali, di preferenza con gli anni di Cristo: giovani, rampanti, meglio se donne, i collaboratori del ministro della Funzione Pubblica, Franco Bassanini, si apprestano a fare il balzo al vertice della carriera amministrativa. In aggiunta alle duecento e passa promozioni alle alte cariche della Pubblica amministrazione, sue e dei ministri suoi colleghi, Bassanini ha in via di perfezionamento cinque nuovi decreti. Angela Razzino, giovane (33 anni) vice-capo di gabinetto del ministro, sarà direttore generale dell’Ipsema, l’ente previdenziale dei marittimi. Silvia Pàparo, funzionario della sua segreteria, nonché moglie di Domenico Carieri, sindacalista Cgil, diventa direttore generale alla presidenza del consiglio. Silvana Riccio passa alla Pubblica istruzione, col grado sempre di direttore generale e con la delega, centrale per quel ministero, ai rapporti fra centro e periferia. Riccio ha ora il grado di vice-prefetto, che è molto lontano dalla direzione generale, ma questo non ne impedisce il balzo. Né lo impedisce la sua precedente esperienza al fianco di Bassanini, in qualità di delegata alle relazioni sindacali, dalla quale fu rimossa per l’eccessiva propensione verso i sindacati invece che per la funzione arbitrale. Alberto Stancanelli, capo della segretaria di Bassanini alla Funzione pubblica, giovane (33 anni) quando fu promosso a suo tempo direttore generale, avrà l’importante Direzione del personale della Pubblica amministrazione nello stesso ministero. Infine Alessandra Gasparri, segretaria particolare di Bassanini, diventa direttore generale della Formazione, sempre alla Funzione pubblica.

 

Bomba politica. Il ministro utilizza per questi incarichi il decreto legislativo 29, al quale deve buona parte della sua fama di riformatore dello Stato. Il decreto consente l’immissione nello Stato di manager esterni, per accrescere l’efficienza della macchina amministrativa mediante il confronto con mentalità e esperienze diverse. Ma è anche, come Bassanini non si stanca di vantarsi tra i Ds, il suo partito, e nell’Ulivo, un “ordigno politico micidiale” – anche se contro le premesse di obiettività, imparzialità e separazione dell’amministrazione dalla politica a cui in teoria il decreto 29 è ispirato. Sotto l’apparenza di contrastare il sistema delle spoglie all’americana, per cui chi vince le elezioni nomina alti dirigenti di sua fiducia, Bassanini si vanta di aver dato al governo uscente la possibilità di riempire tutte le caselle possibili per il tempo di “almeno una legislatura”. Il decreto 29 consente infatti incarichi dirigenziali di tipo privatistico per cinque-sette anni. Per cui si avrà l’effetto opposto a quello dichiarato dal ministro, di rompere l’immobilismo della Pubblica amministrazione. Si avrà cioè che i segretari generali e i capi dipartimento dei ministeri resteranno amovibili su decisione del ministro in carica, mentre i direttori generali nominati in questo scorcio di legislatura dal governo Amato e dallo stesso Bassanini sono inamovibili per il tempo del contratto.

 

Demotivazione. Anche il rinnovo generazionale e l’intercambialità tra i ministeri, che dovrebbero fortemente moltiplicare la produttività della Pubblica amministrazione, in realtà la appesantiscono. Una sostanziosa esperienza è già maturata in proposito. Per questi aspetti la strada è stata infatti aperta un anno fa da Sergio Mattarella, vice-presidente del consiglio nel governo di Massimo D’Alema. La giovane (33 anni) Elisabetta Midena, funzionaria di ottavo livello, praticamente il gradino iniziale, impiegata nella segretaria del vice-presidente, fu nominata direttore generale per le Relazioni Internazionali alla Pubblica Istruzione. Quel ministero è diventato all’improvviso, come ama ripetere il ministro Tullio De Mauro, “una scatola vuota”. C’è ora agitazione profonda, nella Pubblica amministrazione, per le nomine in arrivo e in generale per i balzi immotivati di carriera di giovani e giovanissimi, di gente senza titoli e senza esperienze, per l’occupazione dei posti in qualsiasi ministero si apra un’opportunità o se ne possa creare uno, e in generale per la disinvolta occupazione politica.

 

La moltiplicazione degli oneri. I dirigenti generali restano senza incarico, senza prospettive e, se cinquantenni, in pratica pre-pensionati. Tante esperienze, si può dire, vengono messe da parte inutilizzate. Mentre gli oneri per lo Stato si accrescono e non si riducono. È ovvio infatti prevedere che l’occupazione dei posti messa in opera dal governo col decreto 29 sarà ribaltata dal probabile governo di centro-destra con l’accantonamento dei dirigenti neo-promossi, a maggior ragione se inesperti, e con l’utilizzo di altri dirigenti - sicuramente c’è una qualche procedura che lo consente. La bomba politica di Bassanini, insomma, colpisce lo Stato, con più inefficienza e più costi.

 

8. Frattini: “I prefetti facciano gli ambasciatori”. Luigi Einaudi li voleva abolire, Franco Frattini li vuole trasformare in “ambasciatori dello Stato sul territorio”. Si tratta dei prefetti, l’architrave dello Stato fin dall’unità d’Italia. Attualmente i prefetti sono forse i più importanti funzionari dello Stato italiano e rappresentano l’amministrazione centrale in ogni provincia. Dipendono strutturalmente e funzionalmente dal ministero dell’Interno che, anche grazie a loro, è sempre stato il dicastero da cui si controlla l’Italia. Non per nulla il Viminale, durante la prima Repubblica, è sempre stato di pertinenza della Democrazia cristiana. Ora però l’abolizione della figura dei commissari del governo, abolizione prevista dalla riforma costituzionale del cosiddetto federalismo, pone una vera sfida ai prefetti. Qui intervengono i progetti di Frattini: secondo l’esponente di Forza Italia, i prefetti strutturalmente dovranno rimanere alle dipendenze del ministero dell’Interno, ma funzionalmente dovranno dipendere, per quello che riguarda le loro funzioni presso gli enti locali, direttamente dalla presidenza del Consiglio. “Se le prefetture - spiega al VeLino lo stesso Frattini - diventeranno l’ufficio territoriale dello Stato, allora appare conseguente che i prefetti, funzionalmente, non dipendano più dal solo ministro dell’Interno, ma dal capo del governo”. Ma questa sarebbe una vera rivoluzione. Coerentemente con questi cambiamenti, Frattini vuole anche passare le competenze del Viminale in materia di enti locali al ministero delle Regioni, rinominandolo ministero delle Autonomie. “Sarebbe perfettamente coerente - conclude Frattini - con una coalizione come la nostra fortemente impegnata sul fronte federalista”.    

 

9. Commissione stragi: niente relazione, solo qualche indicazione. Il senatore Giovanni Pellegrino tenterà domani di chiudere la sua difficile presidenza della commissione Stragi e anche la sua carriera parlamentare (ha detto che non si ripresenterà) proponendo a deputati e senatori,  nell’ultima seduta di questa legislatura, una sintesi delle relazioni che egli stesso ha predisposto su almeno tre delle grandi questioni: da Gladio alla strategia della tensione, fino all’uccisione di Aldo Moro. Temi sui quali la commissione non ha mai raggiunto un accordo. Tanto che la stessa maggioranza di governo ha contestato alcune delle conclusioni alle quali, con molta prudenza, è giunto in questi anni Pellegrino. In questa situazione di grande difficoltà il presidente della commissione cerca almeno di licenziare un testo molto sintetico, da inviare ai presidenti delle Camere, nel quale si riassumano per grandi linee le iniziative e le inchieste svolte nel quinquennio. Di seguito, Il VeLino pubblica alcune delle considerazioni che Pellegrino cercherà di trasmettere al Parlamento. 

 

Sciascia aveva ragione. “… La Commissione non può esimersi da osservare come opportuno apparirebbe un mutamento di metodo nella indagine giudiziaria, nella quale dovrebbero assumere rilievo non soltanto, come prevalentemente fino ad ora è stato, gli aspetti esecutivi dell’agguato, del sequestro e quindi della soppressione dell’ostaggio, ma (secondo l’originaria intuizione di Sciascia) l’affaire Moro nella sua interezza. Opportuna appare in altri termini una indagine che si estenda anche agli ambiti delle decisioni politiche e delle conseguenti attività degli apparati e, quanto a queste ultime, le riconsideri nel complessivo scenario nazionale. Vero è infatti che l’inchiesta parlamentare ha posto in luce come a una comprensione complessiva dell’affaire abbia nociuto la sua parcellizzazione tra procure diverse, essendo in particolare risultato che: A) la magistratura milanese esulando dalla sua competenza l’indagine su Moro, sottovalutò l’importanza del rinvenimento della documentazione in via Monte Nevoso e pertanto non informò l’autorità giudiziaria romana delle reali modalità con cui il covo di via Monte Nevoso era stato individuato; informazioni che, se fornite, avrebbero consentito, come alla commissione è stato possibile, alla autorità giudiziaria romana di accertare il luogo di provenienza delle carte e di valutarne l’importanza nella dinamica del sequestro e nelle individuazione di coloro che parteciparono alla decisione finale di sopprimere l’ostaggio. B) La magistratura fiorentina, anch’essa non competente a indagare sul sequestro e sull’omicidio Moro, sottovalutò l’importanza che nella ricostruzione di tali eventi delittuosi avevano i puntuali accertamenti effettuati sul Comitato rivoluzionario toscano, sulla composizione di questo, sui covi nella sua disponibilità. Altrettanto opportuno appare che le indagini ulteriori si appuntino su una vasta area di contiguità alle Br, la cui esistenza, in ambito romano e non soltanto romano, è risultata dalle audizioni di Gennaro Maccari, di Franco Piperno, e dello stesso onorevole Signorile, che ha rivelato come le domande scritte sottoposte al prigioniero furono il frutto di una elaborazione collettiva, cui concorsero intelligenze e culture certamente esterne al vertice brigatista per come fino ad ora ricostruito.

 

L’individuata area di contiguità risulta tuttora protetta dal silenzio dei brigatisti, dichiaratamente motivato con la volontà di non fare emergere responsabilità individuali sino ad ora rimaste inaccertate; ma anche, rivelarlo è dovuto, da reticenze istituzionali. Dai documenti acquisiti, infatti, chiaramente risulta come tale area di contiguità sia stata ampiamente penetrata e percorsa dal generale Dalla Chiesa, utilizzando gli eccezionali poteri che dal settembre del ’78 gli erano stati conferiti. Ma dei contenuti di tale attività informativa e indagativi, in cui lo stesso generale Dalla Chiesa pose l’origine degli eccezionali risultati conseguiti, nulla alla Commissione è stato riferito, né dalla autorità politica (in particolare dall’ex ministro dell’interno Rognoni), né dai più stretti collaboratori di Dalla Chiesa (da ultimo dal colonnello Bonaventura), benché appaia davvero difficile ritenere che di tale attività non permanga una memoria istituzionale, probabilmente affidata anche ai riscontri documentali, che alla Commissione non sono stati forniti”.

 

Un bilancio fallimentare. “Tali ultime considerazioni conducono a una valutazione conclusiva. Per ciò che concerne la seconda metà degli anni ’70 è mancato alla Commissione il supporto di indagini giudiziarie che abbiano avuto l’ampiezza, la profondità e lo spessore che hanno caratterizzato, con riferimento alla prima metà dello stesso decennio, le indagini dei giudici istruttori Salvini, Lombardi e Mastelloni; indagini che, indipendentemente dagli esiti giudiziari cui potranno condurre, hanno consentito una complessiva ricostruzione del quadro storico del periodo, che le recenti dichiarazioni dell’onorevole Taviani rese nell’indagine bresciana (che da quelle deriva) concorrono a completare. Sul periodo successivo vi è soltanto il lavoro estremamente approfondito, ma ancora solitario, del giudice Priore lavoro che contiene spunti ricostruttivi del quadro interno ed internazionale, che indubbiamente potrebbero costruire la base per una ricostruzione più completa dello scenario in cui maturarono il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro e due anni più tardi l’evento di Ustica e la strage bolognese. I limiti propri di una inchiesta parlamentare e la prossima scadenza della legislatura hanno impedito su tutto ciò alla commissione approfondimenti, che pure sarebbero stati e restano opportuni”.

 

10. Un nuovo genere, la satira giudiziaria. “Con tutto il rispetto per la televisione di Stato - scrive Lino Jannuzzi per il numero di Panorama domani in edicola - la vera trasmissione comica, l’originaria e l’originale, è quella allestita sul tragico scenario delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, e sette anni prima di Satyricon, da quei sagaci pubblici ministeri che sono andati a cercare i mandanti dell’assassinio di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino ad Arcore. È a loro che si sono ispirati i guitti della Rai che non solo sono arrivati sette anni dopo, ma hanno scelto di riprendere lo spettacolo proprio mentre a Caltanissetta e a Palermo sbaraccavano e riponevano gli attrezzi in magazzino. A meno che non sia stato proprio per questo che l’hanno fatto e proprio in questo momento, per mettere alla berlina non i presunti (e ormai nemmeno più presunti) “mandanti occulti” delle stragi, come è sembrato ai meno informati, ma gli ineffabili segugi che li hanno (invano) braccati per sette anni. E in verità questi della Rai dovrebbero essere querelati non da Silvio Berlusconi e da Marcello Dell’Utri, come è stato annunciato, ma piuttosto dai pm, a partire da  Ilda Boccassini e a finire a Luca Tescaroli, che sono i veri autori della pièce. È il 18 febbraio del 1994 quando la signora Boccassini, distaccata da Milano a Caltanissetta per indagare sulla strage di Capaci, interroga Salvatore Cancemi, il primo mafioso componente della Cupola di Cosa nostra che si è pentito e l’unico mafioso, fino ad oggi, che si è pentito prima di essere arrestato (bussò all’alba alla porta della caserma dei carabinieri). L’interrogatorio della Boccassini meriterebbe di essere adottato come testo obbligatorio nelle facoltà di giurisprudenza, esempio da manuale di come si crea quella che Leonardo Sciascia chiamava l’“osmosi” tra l’inquirente e il “collaboratore di giustizia”: Cancemi, che per sette mesi non ha raccontato niente, nemmeno della sua personale partecipazione alle stragi (“il mio pentimento, dirà, è come una vite arrugginita che si svita lentamente e a fatica”), viene convinto, passo dopo passo, domanda dopo domanda, a “rivelare” che la Fininvest pagava alla mafia il “pizzo” per le sue antenne in Sicilia, che quel pizzo non era propriamente un pizzo perché il pentito ha “intuito” che è qualcosa di più, un vero e proprio finanziamento alla mafia, che questo “finanziamento” viene versato dalla Fininvest anche appena prima e appena dopo la strage di Capaci, e colpo grosso finale, che Totò Riina ha incontrato, prima di decidere l’assassinio di Falcone, delle “persone importanti” che non sono di Cosa nostra. È la prima pietra di quella che diventerà nel tempo l’inchiesta per strage a carico di Berlusconi e compagni. Passano un paio d’anni, la Boccassini torna a Milano (passando per la procura di Palermo), per due anni la vite di Cancemi torna a incepparsi, il pentito non dice più niente, finché un giorno (siamo nel 1996) si ricorda improvvisamente (la vite ricomincia a svitarsi) di aver sentito Riina vantarsi pubblicamente di avere “nte manu” (nelle mani) Berlusconi e Dell’Utri. Saremmo quasi pronti per il passo decisivo, ma la vite del pentimento di Cancemi impiega altri tre anni per fare l’ultimo giro: la data fissata per la storica udienza in cui Cancemi deve fare l’ultima rivelazione è perfetta, dovrebbe essere quella del 10 giugno del 1999, tre giorni prima della domenica in cui si voterà per le elezioni europee, ma un improvviso nuovo inceppamento, questa volta non di Cancemi ma di un membro del tribunale che è indisposto, costringe a spostarla di una settimana. È una catastrofe: quando il 17 giugno Cancemi, ormai completamente svitato, fa il suo ingresso in aula e annuncia che dalla sua primitiva “intuizione” del ’94 è arrivato alla “deduzione logica” che quelle “persone importanti” incontrate da Riina non possono che essere Berlusconi e Dell’Utri, il Cavaliere ha già vinto le elezioni e ha personalmente raccolto più di tre milioni di voti di preferenza. L’unico risultato è che s’incazza pure il presidente della commissione parlamentare antimafia, il socialista Ottaviano Del Turco, e chiede conto al governo delle ragioni per cui proprio alla vigilia di quella udienza hanno rinnovato il contratto di collaborazione a un pentito così sputtanato (Cancemi nel frattempo è stato dichiarato “inattendibile” nelle sentenze di quattro tribunali ed è stato persino condannato all’ergastolo, unico caso tra i pentiti). A questo punto persino i guitti della Rai, che sono dei dilettanti, ci avrebbero rinunciato. Ma non così i professionisti dell’antimafia, anzi è proprio ora che iscrivono formalmente Berlusconi e Dell’Utri nel registro degli indagati (finora, e sono passati cinque anni, hanno indagato al coperto degli “atti relativi”). E arrivano le nuove leve: la signora Anna Palma, pm nel processo per la strage di via D’Amelio, che dichiara in requisitoria che ormai “sono sufficientemente provati” (proprio così: “sufficientemente”) i contatti di Berlusconi e Dell’Utri con Riina, e l’ultimo arrivato, il “giudice ragazzino” calato in Sicilia da nord (anche lui) che gestisce l’accusa nel processo d’appello per la strage di Capaci e afferma, sempre in requisitoria, che “per individuare le ulteriori responsabilità di chi, dall’esterno di Cosa nostra, ha avuto interessi convergenti occorrerà indagare per individuare chi in quell’epoca era in rapporto di reciproco scambio di interesse politico, economico e finanziario...”. Tescaroli li ha già individuati: sono sempre quei due figuri indicati da Cancemi. Come hanno fatto ad aspettare sette anni prima di archiviare simili stronzate? A Caltanissetta hanno dovuto aspettare che se ne andassero, dopo la Boccassini, anche questi, la Palma a Palermo e Tescaroli a Roma, e hanno buttato tutto nel cesso. Ed è là che le hanno trovate i mangiatori di merda di Satyricon”.