
Anno III - supplemento al n. 50/10 16.3.2001
1. A Satyricon ci vada Caselli a difendersi... - 2. La Cdl mette in mora la Rai, non parteciper nessuna trasmissione - 3. Zaccaria nel mirino di Franca Ciampi - 4. Nuovo schiaffo di Amato a Rutelli: “La Cdl ha un capo, il Cs no” - 5. Amato sulla scia di Cossiga si propone come garante - 6. Basta ipotizzare inciuci - 7. “Pareggio al Senato? pura disinformazione” - 8. Nuovi sondaggi: resta incolmabile la distanza tra Cdl e Ulivo - 9. Federalismo: via al referendum, incerta la data - 10. Allarme alla Casa Bianca per il G8: Genova insicura per Bush! - 11. Md perde per strada la rivoluzione - 12. Anm: Vela sbatte la porta e se ne va
1. A Satyricon ci vada Caselli a difendersi...
Alle volte ci sono reazioni che fanno più confusione e danno del caso che le ha provocate. Quale è il caso in questione? Un giovane giornalista che si dice discepolo di Indro Montanelli (un’infamia, è come dargli del cattivo maestro) va nel programma satirico di Luttazzi (che è sia llievo di Freccero che di Letterman) e legge e commenta un proprio libro dal titolo L’odore dei soldi (non bisognerebbe mai far sentire l’odore dei soldi ai poveracci). Questo libro è solo la (brutta) copia di altri libri pubblicati sei o sette anni or sono dalla casa editrice Kaos (Berlusconi l’intoccabile, L’onore di Dell’Utri, eccetera...) che a loro volta sono la (brutta) copia dei “documenti” raccolti in sette anni dalla inchiesta intentata contro Silvio Berlusconi dalla procura di Palermo (titolo del dossier: “Oceano”), imperante Giancarlo Caselli. Il libro, come i libri che l’hanno preceduto nel tempo, e i “documenti” raccolti dalla procura e così puntualmente raccolti dagli autori, contiene delle accuse atroci: che Berlusconi ha costruito il suo impero con i soldi delle mafia e che per conservarlo dopo il crollo della prima Repubblica ha ordinato la strage di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino. Tutti, tranne i sinistri, che hanno il pelo sullo stomaco, sono inorriditi. E il povero Luttazzi, convinto di aver ascoltato e di avere fatto ascoltare delle rivelazioni dell’ultima ora, più irrigidito di tutti, ha esclamato alla fine: “E non capita niente? Ma in che paese viviamo?”. Ebbene, nonostante le vibrate proteste dei soliti poco informati, non si pusere con lui solidali e girare le sue angosciate domande a chi di dovere: perchè a procura di Palermo, che indaga sul riciclaggio, e le procure di Caltanissetta e di Firenze, che indagano sulle stragi, pur avendo raccolto da anni questi “documenti” dalla viva voce di decine e decine di pentiti, non hanno proceduto finora a incriminare Silvio Berlusconi? Delle due l’una: o si tratta di spazzatura (l’inchiesta, i documenti, i libri, il libro), che non è stata sufficiente in sette anni nemmeno a reggere una richiesta di rinvio a giudizio; oppure - scrive Lino Jannuzzi al Foglio - le procure in questione (e Caselli in primo luogo) sono suscettibili di essere incriminati per omissione di doveri d’ufficio e per favoreggiamento. Il direttore di Raidue ha invitato Berlusconi e Dell’Utri a replicare alle accuse. Ha sbagliato. Deve invece invitare, nello studio del suo Luttazzi, Caselli e gli altri procuratori della Repubblica. E lo faccia in fretta, prima che il prossimo ministro di Giustizia non li metta sotto inchiesta.
2. La Cdl mette in mora la Rai, non parteciperà a nessuna trasmissione.
Il
presidente della Rai, Roberto Zaccaria, è a un passo dalle dimissioni.
Carlo Freccero, direttore di Rai due, potrebbe seguirlo a ruota. Quanto a Daniele
Luttazzi, l’ex consigliere comunale democristiano che ha messo la trasmissione
Satyricon al servizio della propaganda spazzatura del nuovo Ulivo, al massimo
salterà l’ultima puntata del programma, in calendario per la settimana prossima.
Non essendo un interno, non rischia il licenziamento: potrà trovare spazio su
altre emittenti. Trema anche Michele Santoro, una delle pedine-chiave della
strategia impostata in questi mesi dall’Ulivo per trasmettere, usando la Rai,
veleni contro l’opposizione e il suo leader e promuovere l’immagine dell’aspirante
premier. Certo non a caso, proprio Santoro ha annunciato che domani sera tornerà
sulla spazzatura mandata in onda da Luttazzi. Con Antonio Di Pietro ospite d’onore.
Quel Di Pietro che, sarà stata una coincidenza, proprio ieri aveva lasciato
trasparire la possibilità di una desistenza con l’Ulivo. Una compagnia di giro
che questa volta l’ha fatta grossa e non riuscirà a cavarsela. La Cdl ha reagito
annunciando che nessun esponente dell’opposizione parteciperà da adesso in poi
a trasmissioni della Rai sino a quando la commissione parlamentare di Vigilanza
non avrà fissato regole certe e garanzie per tutti. L’azzardo di ieri sera si
sta così trasformando in un boomerang per l’Ulivo. La Rai sarà di fatto commissariata.
La par condicio dovrà ssere rispettata. L’Ulivo non avrà la sponda mediatica
su cui contava per avere un vantaggio sulla Cdl. Massimo D’Alema e Giuliano
Amato hanno un motivo in più marcare le distanze dai dilettanti allo sbaraglio
alla guida dell’Ulivo che si sono rallegrati per la performance di Luttazzi
e dei suoi ospiti. D’Alema lo ha fatto affidandosi alla reprimenda della Velina
rossa. Amato ha allargato le braccia e ha rivolto gli occhi al cielo…
3. Zaccaria nel mirino di Franca Ciampi. Dalla lontana Argentina, è giunta anche l’eco di una sfuriata di Carlo Azeglio Ciampi. Il presidente aveva sollecitato un confronto all’insegna del reciproco rispetto e si è sentito tradito. La moglie Franca, proprio ieri, si era confidata con un inviato di Panorama: “Aspettiamo le elezioni con ansia, attenzione e speranza. Il popolo italiano non è nè sciocco, nè superficiale. Non abbiamo gli occhi bendati. Speriamo che le elezioni diano buoni frutti. Come dice mio marito, l’importante è che certe diatribe non siano involgarite”. Franca Ciampi non aveva visto, mentre pronunciava queste parole, la trasmissione di Luttazzi. Ma nel corso della conversazione, certo non a caso, aveva messo la Rai nel mirino. Soprattutto il suo presidente: “Zaccaria è un…”.
4. Nuovo schiaffo di Amato a Rutelli: “La Cdl ha un capo, il Cs no”.
Per
l’ultimo schiaffo a Francesco Rutelli, Giuliano Amato ha scelto la tribuna del
Financial Times, il quotidiano economico-finanziario che si è distinto,
nelle ultime settimane, per i ripetuti attacchi al leader della Cdl. Quasi a
voler raddrizzare la barra dell’autorevole organo di stampa, tra i più uiti
nei mercati internazionali di tutto il mondo, Amato in rapida successione ha
sostenuto: 1) il centrodestra, che dà un’immagine di coesione, ha un capo;
il centrosinistra, che trasmette un’immagine di frammentazione, non ce
l’ha; 2) in Italia c’è voglia di libertà di cambiamento: è quanto la destra
offre; 3) quanti temono in Europa che la promessa di riduzione della pressione
fiscale avanzata da Berlusconi possa collidere con il patto di stabilità sappiano
che le eventuali divergenze dalla “retta via” saranno comunque limitate e dunque
tollerabili. L’aspirante si è infuriato. Qualche agenzia, nel tardo pomeriggio,
sperando di calmarne l’ira, ha persino rilanciato la sintesi dell’intervista
con un inciso per sottolineare che nel testo del Financial Times Amato
definisce “boss” Berlusconi. Ma chiunque abbia dimestichezza con la lingua inglese
sa che la traduzione appropriata, considerato il contesto nel quale il termine
è stato usato, è esattamente “capo” o “leader”. La risposta di Francesco Rutelli
- che il premier nell’intervista ha, allo stesso tempo, snobbato e delegittimato
in quanto ha demolito i jingle antiberlusconiani della sua propaganda - è stata
trasversale e velenosa. Citando
il sondaggio di un quotidiano secondo il quale sarebbe Romano Prodi il premier
di centrosinistra più udito, ha sibilato: “E mi pare giusto”. Amato dunque insiste
nella corsa controtendenza, confermando l’obiettivo di voler costruire, dopo
le elezioni, la sinistra europea e riformare il centrosinistra. Dando per scontata
la sconfitta della coalizione di governo. Sta fiutando il vento, adeguandosi,
anche la stampa internazionale. Tutte le principali testate danno per scontata
la vittoria di Berlusconi. E in Europa è sempre più lata la posizione di quanti,
come il vicepremier belga Louis Michel, straparlano di sanzioni se la Cdl vincerà
le elezioni. Persino il capogruppo comunista all’Europarlamento, Francis Wurtz,
si è dissociato: “Non siamo un’autorità superiore, una sorta di tribunale internazionale
che possa imporre sanzioni…”.
5. Amato sulla scia di Cossiga si propone come garante.
Giuliano Amato si prepara a svolgere rispetto alla Cdl il ruolo che Francesco Cossiga si assegnò rispetto al centrosinistra quando Massimo D’Alema sostituì Romano Prodi alla presidenza del Consiglio. Cossiga fu il garante del primo premier post comunista presso gli ambienti occidentali alla vigilia della guerra del Kosovo. Amato si propone di esserlo della Cdl rispetto a un’Europa governata in prevalenza dalla sinistra socialista e socialdemocratica alla vigilia di una revisione delle politiche economiche e fiscali che certamente, se Silvio Berlusconi vincerà le elezioni, ci sarà nel nostro paese. Sarebbe questa la giusta chiave di lettura per cogliere nel suo significato strategico e di prospettiva l’intervista rilasciata dal premier uscente al Financial Times. Le stoccate al centrosinistra e all’aspirante - sulle quali soprattutto si è accesa la polemica - appaiono persino secondarie rispetto a questo ruolo che si è ritagliato Giuliano Amato per i prossimi anni. Un ruolo che tiene conto anche dei cambiamenti che si annunciano sulla scena internazionale dopo la vittoria di George W. Bush. Frequentatore assiduo dei più importanti salotti internazionali, membro di Aspen e Trilateral, il premier uscente è consapevole che la nuova amministrazione guarda con favore alla vittoria annunciata della Cdl. E sa bene che per l’Italia ci saranno nuove opportunità e sarà ristabilito un asse forte con Washington.
Amato vuole restare all’interno del gioco, anche se non assumerà incarichi di governo.
Un
gioco che è già cominciato.
6. Basta ipotizzare inciuci. Quanti si divertono a disegnare scenari per il dopo elezioni, prevedendo situazioni che costringano i due poli a raggiungere un compromesso di governo - illusione che accomuna commentatori e forze minori post democristiane del centrosinistra - vengono considerati nella Cdl, e in particolare dallo stato maggiore di Forza Italia, decisamente lontani dalla realtà. I sondaggi sono univoci nell’escludere l’esistenza di questo rischio che, a giudizio di quanti continuano a ritenere fragile in prospettiva l’accordo tra FI e Lega, sarebbe addirittura quasi un auspicio di Berlusconi. E' vero esattamente il contrario. Proprio l’esperienza passata ha determinato nel Cavaliere una convinzione molto forte: qualsiasi cedimento a logiche consociative, pregiudicherebbe sia la possibilità di convincere gli elettori ancora incerti della necessità di operare, con il voto, una netta scelta di campo a favore del cambiamento radicale che il governo della Cdl si propone di innestare in tutti i comparti chiave dell’economia e dell’amministrazione; sia la possibilità per Berlusconi, vinte le elezioni, di stabilire un corretto confronto con l’opposizione per affrontare su basi di chiarezza la partita del cambiamento delle regole del gioco e predisporre i necessari cambiamenti della Costituzione. Proprio per questa ragione la campagna sarà molto dura e senza sconti soprattutto nei confronti di quelle forze che hanno svolto, e svolgono - rispetto a entrambi i poli e a scapito di una dialettica politica trasparente - una politica all’insegna del ricatto e della disponibilità a fare continui salti della quaglia. Per costoro, non c’è alcun interesse. E nessuna concessione alle viste.
7. “Pareggio al Senato? E' pura disinformazione”.
Chi
spera in un pareggio al Senato per mettersi in pista come “pontiere” o per dare
vita a un “governo del presidente”,
può mettersi l’anima in pace. Di pareggio proprio non si vede l’ombra. I sondaggi
in mano al vertice di Forza Italia - la cosiddetta “media mobile” delle previsioni
dei seggi (una media formulata sulla base delle rilevazioni Datamedia, dei sondaggi
di altri istituti nonchè dei dati reali delle elezioni europee
e regionali) - evidenzia un netto vantaggio per la Cdl anche a Palazzo Madama:
33 seggi. “Quanto viene diffuso sui media
- dice al VeLino il coordinatore nazionale di Forza Italia, Claudio
Scajola - era disinformazione. In realtà vi sono forze politiche alla disperazione
che straparlano di pareggio a Palazzo Madama per esorcizzare la disfatta e l’esaurimento
in vista del ruolo improprio che grazie ai ribaltoni hanno potuto esercitare.
Il 13 maggio si volterà pagina”. Luigi Crespi, il patron di Datamedia, conferma:
“Noi facciamo il calcolo dei seggi una volta al mese e non lo abbiamo ancora
fatto per il mese di febbraio. Per fare questi calcoli ci basiamo sui dati delle
rilevazioni di un intero mese e su quella base formuliamo le nostre ipotesi”.
L’ultimo calcolo di Datamedia, risalente al mese di gennaio, prevedeva un vantaggio
della Cdl di 27 seggi per i soli collegi uninominali al Senato. Scajola parla
di un vantaggio di 33 seggi…“Nell’ultimo mese non mi pare proprio - conferma
Crespi - che ci siano state rimonte del centrosinistra”. L’ultima rilevazione
di Datamedia (5 marzo) indica, per la proporzionale, un rapporto, fra Cdl e
centrosinistra (alleato con Rifondazione) di 53 a 40, e un rapporto di 53 a
43 per l’uninominale. Un mese fa, il 5 febbraio, il rapporto era praticamente
identico: 53,1 a 38,7 nella quota proporzionale, e 52,7 a 41,7 in quella uninominale.
Il dipietrista Calò concorda: “Allo stato, doppia sconfitta del Cs”.
“Da
tecnico vi dico che per il centrosinistra, a meno di miracoli, non c’è proprio
nulla da fare alla Camera, ma neppure al Senato”. A parlare così è Giorgio Calò
direttore della Directa e persona molto vicina ad Antonio Di Pietro (è candidato
per l’Italia dei Valori). Quindi piuttosto lontano dalle posizioni della Cdl.
“E' l’accordo con la Lega - continua Calò che ha chiuso gli spazi al centrosinistra,
in assenza di qualsiasi spinta propulsiva della coalizione di Francesco Rutelli.
L’intesa con Bossi quest’anno è molto più forte te che quella del 1994. L’analisi
è fin troppo semplice: An e Lega non sono più concorrenti nelle regioni del
Nord e quindi... Poi questi leader dell’Ulivo si stanno sbranando, come volete
che in queste condizioni possano pensare di recuperare?”. Dunque, anche a giudizio
di Calò non c’è alcuna ipotesi di pareggio al Senato. D’altra parte, è chiaro
chi stia alimentando questa ipotesi. Alcune formazioni minori, per esempio Democrazia
europea di Sergio D’Antoni (ma anche l’Udeur di Mastella), stanno cercando di
accreditarsi come forze indispensabili per vincere nei collegi “marginali”,
per aumentare il proprio potere di contrattazione verso i poli. Tutto questo
gran parlare di pareggio al Senato non fa che dare un po’ di ossigeno a queste
formazioni, piuttosto mal messe in termini di rilevazioni e di “voti di paglia”
(il partitino di D’Antoni, per esempio, è stimato allo 0,8 per cento...).
8.
Nuovi sondaggi: resta incolmabile la distanza tra Cdl e Ulivo. Datamedia
stima in più 14 punti il distacco tra Cdl e Ulivo (compresa Rifondazione).
Per la Swg il distacco è invece sei punti nelle intenzioni di voto degli
italiani. I due sondaggi sono stati diffusi oggi. Il primo, quello di Datamedia,
sarà pubblicato sul numero di domani di Panorama e registra, rispetto
alla rilevazione precedente, un incremento per An, passata dal 12,3 al 14 per
cento e per il Ccd-Cdu, attestati al 3,6. FI flette, ma resta al 30 per cento.
La Lega Nord si mantiene al 4,1, sopra la quota di sbarramento. Un punto e rotti
per il nuovo Psi, lo 0,2 per le altre formazioni. Nell’Ulivo sale la Margherita:
dal 10 all’11,2. Scendono verdi e Sdi: dal 4 al 2,5. Stabili, al 19, i Ds. Cala
Rifondazione: dal 6,5 al 5,4. Tra i terzopolisti, buon risultato per la lista
Bonino, che guadagna mezzo punto (dal 2 passa al 2,6), mentre di Pietro resta
fermo al 3. La rilevazione della Swg segnala invece il 2 per cento di Democrazia
europea, conferma il 3 per cento di Di Pietro e attribuisce l’uno alla Fiamma
di Pino Rauti.
9. Federalismo: via al referendum, incerta la data.
E ora toccherà ai cittadini approvare o respingere la riformetta federalista varata dal centrosinistra in Parlamento con un margine risicatissimo di voti (quattro voti in più rispetto al quorum alla Camera). Centrodestra prima e centrosinistra poi si sono presentati questa mattina, 13 marzo, alla cancelleria della Cassazione, con le firme dei parlamentari richieste dall’articolo 138 della Costituzione. A questo punto si è messo in moto il meccanismo previsto dalla legge: entro 30 giorni dalla presentazione della richiesta di referendum, l’ufficio centrale della Cassazione dovrà dichiararne l’illegittimità o la legittimità. Nel primo caso ovviamente la questione si chiude; nel secondo, la palla passa al presidente della Repubblica che, entro 60 giorni dall’ordinanza di legittimità della Cassazione, deve indire la consultazione con suo decreto su deliberazione del Consiglio dei ministri. Attenzione: il decreto del capo dello Stato deve indire il referendum in una domenica compresa fra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo al giorno di emanazione del decreto stesso. Facciamo qualche calcolo: se hanno ragione Augusto Barbera e il presidente emerito della Corte costituzionale Ettore Gallo (ovvero se ogni soggetto che ne ha diritto - anche cinquecentomila cittadini o cinque consigli regionali - può chiedere il referendum fino all’ultimo giorno utile, entro i tre mesi previsti dalla Costituzione), la consultazione slitterebbe a settembre o, più probabilmente, a ottobre. Se, al contrario, ha ragione un altro presidente emerito della Consulta, Antonio Baldassarre (convinto che, una volta presentata la richiesta in Cassazione, non ha più ore la finestra dei tre mesi), allora i tempi si fanno più serrati. Per votare, per ipotesi, il 13 maggio, facendo quindi coincidere elezioni politiche e referendum costituzionale, sarebbe indispensabile una vera e propria corsa contro il tempo da parte di tre organi costituzionali: l’ufficio centrale del referendum presso la Cassazione dovrebbe, in poche ore, dichiarare la legittimità delle richieste; quindi il capo dello Stato, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, dovrebbe firmare il decreto per indire il referendum. Il tutto, ordinanza della Cassazione, riunione del Consiglio dei ministri e decreto del presidente della Repubblica, dovrebbe avvenire in dieci giorni da oggi.
Infatti
per convocare il referendum insieme alle elezioni politiche il decreto del capo
dello Stato deve essere emanato entro il 24 marzo.
10. Allarme alla Casa Bianca per il G8: Genova insicura per Bush!
A
quanto apprende il VeLino, negli ultimi giorni c’è stato uno scambio
di fax tra il ministero dell’Interno, la Farnesina e i servizi addetti alla
sicurezza del presidente George W. Bush. Oggetto: la convinzione della Casa
Bianca, dopo i sopralluoghi compiuti, che il vertice del G8 a Genova, del
luglio prossimo, costituirà dal punto di vista della sicurezza - un rischio
che sarebbe stato meglio evitare, scegliendo una sede più idonea. I servizi
americani hanno già chiesto la garanzia che alcuni edifici, almeno quelli contigui
alle zone dove è prevista la presenza di Bush, vengano completamente sgombrati,
e che siano individuate possibili vie di fuga nel caso di attentati. Comunque
- hanno fatto sapere gli americani - Bush rimarrà nel capoluogo ligure il meno
possibile.
11. Md perde per strada la rivoluzione.
“Vi ho lasciati come coloro che stavano disegnando una bella villa, con tanto di terrazza, giardino e piscina; dopo tre mesi, vi ritrovo nello stesso angusto appartamentino di periferia, preoccupati soltanto di quello che è rimasto nel frigorifero”. Con questa metafora, ieri, Marcello Pera, responsabile giustizia di Forza Italia, ha aperto l’intervento di fronte alla platea di Magistratura democratica, impegnata a discutere di giustizia e riforme. “Md - spiega il senatore azzurro al VeLino commentando le conclusioni del convegno - si è ritirata con perdite. Non vi è alcun disgelo fra loro e noi. Semplicemente li avevo lasciati, tre mesi or sono, con una impostazione ideologico-politica e ora sono approdati a una impostazione programmatico-organizzativa. Ieri hanno parlato di organizzazione degli uffici, di efficienza e di produttività Ormai parlano il linguaggio di Forza Italia: noi, come è noto, ai principi di autonomia e indipendenza, uniamo anche quello di efficienza. Se questa è la New Age della magistratura di sinistra, mi domando perchè mai, solo pochi giorni or sono, l’Associazione nazionale magistrati abbia rifiutato un aumento di stipendio per i propri aderenti che volevamo fosse ancorato a criteri di produttività.
La verità che Md parla il linguaggio di FI, ma non ha individuato gli strumenti operativi per perseguire quegli obbiettivi di efficienza. O meglio - continua Pera - l’unico strumento che hanno trovato, la concertazione fra uffici giudiziari, Consiglio superiore e ministero, non è accettabile: ognuno deve rimanere con le proprie responsabilità del ministro per primo”. All’accusa mossa dal presidente di Md, Livio Pepino, di pensare a una magistratura “piramidale e gerarchica”, Pera così risponde: “Io ho soltanto preso per buone le loro parole, citandole letteralmente. Sono loro che hanno parlato di controllo di gestione, di servizio giustizia e di, cito sempre alla lettera, di valutazione rigorosa di professionalità quindi...”.
Il
fatto è che Magistratura democratica sta cambiando pelle: i nuovi dirigenti
della corrente di sinistra della magistratura infatti usano un linguaggio diverso.
I “vecchi” ideologi della corrente sono stati sconfitti nel recente congresso
e ora anche Md sta subendo una mutazione genetica. “Per esempio - conclude Pera
- ieri non c’era Salvatore Senese, uno dei fondatori storici di Md...”.
12. Anm: Vela sbatte la porta e se ne va.
Il primo presidente della Cassazione, Andrea Vela, ha stracciato la tessera dell’Associazione nazionale dei magistrati, si è dimesso e ha aperto un caso senza precedenti. Il fatto di alcuni giorni fa e non è ancora trapelato perchè il presidente dell’Anm Giuseppe Gennaro ha intimato a tutti il massimo silenzio. A nulla è servita una lettera riparatoria di Gennaro che ha tentato di tutto per convincere il primo magistrato d’Italia a ritornare sulle sue posizioni, chiedendogli anche un incontro urgente. Ma da Vela una sola risposta: “I dirigenti dell’Anm sono andati oltre ogni misura e non voglio avere nulla più a che fare con loro”. La decisione di Vela è stata in seguito a un vero e proprio processo sommario che la giunta dell’Anm ha istruito, il 14 febbraio scorso, contro i giudici della quinta sezione penale della Cassazione. Sono stati accusati di aver ritardato troppo (sette mesi) a emettere la sentenza sulla richiesta di ricusazione del giudice milanese Gabriella Manfrin, presentata da alcuni imputati nel processo All Iberian, fra i quali Silvio Berlusconi. Nel documento della giunta non si entra mai nel merito della sentenza. In realtà per Vela e anche per altri magistrati, l’Anm è voluta intervenire in una materia che non le compete, violando ogni regola, andando oltre perfino alle prerogative del Csm. Ha criticato ipocritamente i tempi di una sentenza, in un paese dove giacciono milioni di cause, soltanto per tenere buoni alcuni settori della magistratura milanese che, con il procuratore capo Gerardo D’Ambrosio in testa, avevano tuonato contro la decisione della quinta sezione favorevole a Berlusconi. E l’Anm ha fatto tutto ciò camuffando il proprio intervento, nascondendosi addirittura dietro un presunto garantismo verso Berlusconi e gli altri imputati. Dimenticando che la Corte di appello di Milano ha voluto procedere ugualmente nel processo All Iberian, nonostante le richieste contrarie della difesa, mandando avanti udienze dietro udienze, pur in presenza della ricusazione e della possibilità che la Cassazione la accogliesse. Anche le modalità del “processo”, intentato dall’Anm al presidente della sezione che ha dato ragione a Berlusconi, viene aspramente criticata da Vela, che ha parlato di “inammissibile interferenza” di alcuni magistrati e dell’Associazione sul lavoro della Cassazione.
L’iniziativa di Gennaro viene considerata come un vero e proprio attacco a quei magistrati che con alcune sentenze hanno cominciato ad annullare molti processi in cui figurano imputati Berlusconi e altri politici. Il documento (mezza paginetta approvata da sei dei nove membri di cui si compone la giunta) è apparso ancora più a Vela, come ad altri magistrati della Cassazione, anche perchè la giunta non ha voluto sentire prima di decidere nè l'autore o gli autori della sentenza, nè come prassi - i rappresentanti degli “ermellini” in Cassazione, associati alla Anm. La reazione del primo presidente ha colto di sorpresa Gennaro. Il quale ha compreso di essersi cacciato in un mare di guai. Questa volta, infatti, l’accusa di ingerenza non gli arriva dal Cavaliere o dal sostituto procuratore alla Dda di Catania Nicola ino, che con le sue rivelazione all’Antimafia ha creato i presupposti perchè contro Gennaro fosse aperto un fascicolo alla procura della Repubblica di Messina. Oggi è il magistrato più orevole del sistema giudiziario italiano ad accusarlo di essere andato oltre le sue funzioni.
Ecco il testo del documento, votato da sei componenti della giunta dell’Anm, che ha scatenato l’ira di Vela.
“L’articolo 111 della Costituzione impone che i processi abbiano una ragionevole durata. Ciò è interesse degli imputati ma anche della collettività. Più volte l’Anm ha segnalato che nessuna attenzione è stata in passato prestata dal Legislatore per la tutela di questo fondamentale valore. L’Anm ha affermato che i magistrati, qualunque sia la loro funzione, hanno il dovere di concludere i processi in tempi ragionevoli, per impedire inutili sofferenze aggiuntive agli imputati oppure che i processi si prescrivano. Ciò innanzitutto per quei magistrati che non esercitano più le funzioni. L’Anm rileva che la Corte di Cassazione ha impiegato oltre sette mesi per decidere sull’istanza di ricusazione presentata da alcuni imputati nel processo All Iberian, benchè la Corte di appello avesse deciso nei cinque giorni prescritti. Ciò ha comportato un inutile dispendio di energie (ben 15 udienze istruttorie tenute dal tribunale di Milano) e la perdita di tempo prezioso perchè gli imputati vedano riconosciuto il loro diritto ad una decisione nel merito e la collettività conoscere se le imputazioni siano o meno fondate”.
12. Ma Caselli ha capito perchè ha perso?
Una sola cosa si capisce dal libro intervista che Gian Carlo Caselli con il supporto del suo sostituto Antonio Ingroia ha dato alle stampe (L’eredità comoda. Da Falcone ad Andreotti sette anni a Palermo, Feltrinelli, 220 pagine, 28 mila lire) ed è questa: che l’ex procuratore di Palermo non ha ancora capito, dopo due anni, perchè ha perso il processo della sua vita, che tale è stato, e rimane, per lui il processo all’ex presidente del Consiglio, anche se lo rinnega (“Non penso che l’impegno di una vita possa essere affidato solo ad una inchiesta giudiziaria”). Caselli - scrive Lino Jannuzzi sul numero di Panorama domani in edicola - se la prende con tutto e con tutti: ce l’ha con i commenti e le “pseudoricostruzioni giornalistiche” (e cio' con gli scritti del Foglio, del Giornale e di Panorama, che poi sarebbero i miei articoli raccolti nel libro Il processo del secolo, e magari mi fa un complimento); e con “le campagne di tipo maccartista… di una pubblicistica illiberale e incivile” e “gli attacchi pi粡vi e sistematici” sferrati contro i magistrati da “una certa cavalleria”, che sarebbe quella di Silvio Berlusconi; e con la moglie di Berlusconi che erano gli azionisti del Foglio; e con Vittorio Sgarbi che nella sua rubrica televisiva quotidiana gli dell’“assassino” quando con quattro sostituti il procuratore vola da Palermo a Cagliari per “interrogare” il giudice Lombardini e questi si suicida; e con il “livore” e il “pregiudizio ostile” di Emanuele Macaluso, di cui dice che non ha mai letto i libri perchè lìon c’era proprio niente da imparare” (ma si capisce che cos'è e parla proprio perchè li ha letti e una cosa vi ha trovato che più di tutte non gli è piaciuta, l’accusa di aver rovesciato la strategia giudiziaria antimafiosa di Giovanni Falcone, mentre ne rivendica la memoria e la continuità se ne fa scudo contro le critiche, nonchè di aver favorito, proprio lui, la resurrezione politica di Andreotti); e con l’ex presidente della commissione Antimafia Ottaviano Del Turco, reo di essere col suo garantismo tra i “detrattori dei pentiti” (Del Turco lamentò pubblicamente che si permettesse a un pentito, Salvatore Cancemi, di accusare “per deduzione logica” Berlusconi di essere il mandante delle stragi e che contemporaneamente si rinnovasse allo stesso pentito il contratto di collaborazione); e con il tribunale che ha assolto il suo imputato perchè e ha “metabolizzato gli atteggiamenti” (e ciononostante i giudici leggendo le carte processuali che narrano di Andreotti e della sua avventura politica e mafiosa l’hanno assorbita e fatta propria fino ad andreottizzarsi e a “ibridarsi” anche loro, per la proprietà transitiva, con la mafia); e con i politici e con la commissione Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema che nomina Marco Boato relatore per i problemi della Giustizia e Boato e il senatore Marcello Pera diventano garanti per il contributo dello Stato al Foglio; e infine con lo Stato stesso che si è distratto” e ha “abbassato la guardia” nella lotta alla mafia. Ma davvero Andreotti è stato assolto in virtù degli articoli del Foglio e del Giornale e di Panorama e delle invettive di Sgarbi e delle critiche di Macaluso e di Del Turco e del garantismo di Boato e di Pera e della defaillance psicologica dei giudici affascinati e plagiati del senatore a vita? O non fu piuttosto Caselli a sbagliare nel voler istruire a tutti i costi a Palermo, e ricorrendo al ridicolo espediente procedurale che si processava non l’uomo di Stato e di governo ma soltanto il capo corrente, un processo che, se mai, toccava al Tribunale dei ministri?
E a esagerare nella gestione disinvolta e spregiudicata dei pentiti, ben 27, dal redivivo Tommaso Buscetta al fedifrago Balduccio Di Maggio? E nella pretesa insieme puerile e provocatoria di intendere e di far intendere ai giudici che i rapporti fra la mafia e la politica consistessero e fossero consistiti per Andreotti nel baciare Totò Riina, nell’andare a caccia di lepri con Stefano Bontade e al bar degli alberghi con Nitto Santapaola e al cinema con Michele Greco e dal barbiere con Frank Coppola, e nel ricevere a piazza Montecitorio Gaetano Badalamenti promettendogli “un monumento in ogni piazza d’Italia”?
E nel giustificare le scorribande omicide in Sicilia di Di Maggio, sulla cui testimonianza Caselli ha puntato tutto o quasi tutto, come esempio della “utilizzazione dinamica del pentito”? Che cosa ha contribuito a screditare maggiormente i pentiti? Mentre il processo ad Andreotti si dipanava faticosamente in un tempo interminabile (“èdurato troppo” dice oggi Caselli “e nel frattempo l’atmosfera è cambiata”), e prima degli articoli e delle critiche di una esigua minoranza di giornalisti e di osservatori (la grande stampa non faceva che osannare e pubblicare le veline della procura) ci fu un monito autorevole e insospettabile, che veniva dalle Americhe. Venne da Buscetta che, ormai preda
Rutelli sull’aborto: “Il Papa taccia, le sue parole sono odiose…”.
Era il 22 marzo 1981, era il tempo della campagna referendaria radicale sulla legge 184. Lo Zelig ulivista, oggi aspirante premier, così commentava un intervento di Wojtyla sulla legge che regola l’interruzione della gravidanza: “Siamo ormai abituati ad ascoltare e ad assistere alle violazioni unilaterali e continue del Concordato, da parte del Papa e da parte dei vescovi e di una miriade di organismi clericali, i quali, se espressione della Chiesa, dovrebbero stare zitti a proposito delle questioni della politica interna del nostro paese. A meno che non si decidano a troncare questo cordone ombelicale tutto d’oro che lega il Vaticano allo Stato italiano che si chiama Concordato. Costoro violano il Concordato, per quanto riguarda le ingerenze che Mussolini non voleva nella vita del nostro paese, mentre i governanti italiani lo rispettano rigorosamente per ciࣨe riguarda le elargizioni, le beneficenze, i regali, i veri e propri ladrocini che lo Stato della Chiesa opera costantemente in Italia. La parte finale infine della dichiarazione di Papa Woitjla mi ha letteralmente sbigottito, (“Affinchè la vita vinca contro la morte”). A me pare che le affermazioni di Giovanni Paolo II sono affermazioni stancamente declamatorie, ormai insopportabilmente declamatorie.
Ma diventano odiose nel momento in cui fa riferimento alla vita contro la morte e nel momento in cui, questo uomo del magistero dell’amore, che invece tace rispetto alle catastrofi del mondo contemporaneo e non opera in nessuna misura (ormai la diplomazia vaticana è uno degli organi del cinismo internazionale) contro la corsa agli armamenti. Noi chiediamo a questo Papa se non ritiene che ci siano delle priorità noi rispettiamo la posizione della Chiesa sull’aborto, ma ci chiediamo che cosa fa di concreto questo Papa contro lo sterminio per fame nel mondo. Andammo, lo scorso anno, a piazza San Pietro, a chiedere a questo Papa, scatenato nella campagna sull’aborto di lì a poco, di muoversi per assumere iniziative concrete contro lo sterminio per fame. E invece continua questa prassi, che sarebbe banale e ripetitiva, se non atroce, del silenzio su queste questioni, o tutt’al più la declamazioni e della non-azione. ‘Affinchè la vita vinca contro l’aborto' si riferisce all’aborto!
Niente di meno! E non nei confronti dei fenomeni terribili, di cui il Papa è spettatore o complice quando non opera”.