
Anno III - supplemento al n. 45/9 9.3.2001
SOMMARIO
1.
“Volevano arrestarmi, sono stato assolto”, Dell’Utri in Parlamento - 2. Dell’Utri
e la favoletta archiviata - 3. Collegi uninominali: Mannheimer ne assegna
alla Cdl più Crespi - 4. Il contropiede della Cdl schiaccia Rutelli su
Rifondazione - 5. Dini senza copertura. Impedito il voto sulla mozione della
Cdl - 6. Federalismo (uno). Chi può promuovere il referendum? - 7. Federalismo
(due). E' passato a Montecitorio grazie alle liste civetta - 8. Ettore Gallo
al VeLino: “Impossibile il referendum a maggio…”. - 9. Monito di Barbera: non
potete promuovere un referendum! - 10. Pera: “Con Ciampi c’è serendipity…”.
- 11. I carabinieri del Ros insistono su Marco Minniti - 12. Juve-Roma
il 6 maggio. Juventino in Campidoglio il 13? - 13. Juventini al Campidoglio
e ravvedimenti operosi - 14. Antimafia: per Lumia finiti i rapporti fra mafiosi
e politici
1.
“Volevano arrestarmi, sono stato assolto”, Dell’Utri in Parlamento.
L’onorevole Marcello Dell’Utri ha rischiato, due anni fa, di finire all’Ucciardone.
I magistrati di Palermo ne avevano chiesto l’arresto, accusandolo anche di traffico
internazionale di stupefacenti. I deputati respinsero la richiesta. Pochi giorni
fa, la magistratura ha archiviato quelle accuse. Ma se non ci fosse stato il
voto di Montecitorio a lui favorevole, Dell’Utri avrebbe trascorso questi due
anni in carcere. Il VeLino pubblica qui di seguito la sua dichiarazione
fatta oggi in aula e, in coda al notiziario, la rubrica di Lino Jannuzzi, Tazebao,
che compare settimanalmente su Panorama e che 蠳tata
appunto dedicata a questa vicenda.
“Signor presidente, onorevoli colleghi, il 13 aprile del 1999 questa Camera decise di respingere la domanda di autorizzazione a procedere all’arresto nei miei confronti avanzata dalla procura della Repubblica di Palermo. Oggi, a quasi due anni di distanza, quella vicenda si è sovvertita grazie a un decreto di archiviazione per l'accusa più infamante che riguardava il traffico internazionale di stupefacenti. Sento ora il dovere, onorevoli colleghi, di informarne il Parlamento, dando atto dell'opera di giustizia compiuta in quell'occasione sia pure in un difficile, perdurante clima di contrapposizione politica e personale che tante sofferenze ha procurato a me, ai miei familiari, ai miei amici. Vorrei che questa vicenda servisse da monito e da esperienza a tutti noi e a quanti, anche in buona fede, hanno creduto di poter puntare sul discredito politico e sull'annientamento morale dell'avversario. Trovo significativo e augurale che questo evento di giustizia coincida con la conclusione della legislatura nella quale queste strategie inique si sono manifestate. Speriamo che nelle prossime legislature il nostro Parlamento rifiuti questi scadimenti partigiani della lotta politica e che principi costituzionali, come quello della presunzione di innocenza, non rischino di essere trasformati, nè per chi gode della prerogativa parlamentare nè per il comune cittadino, in presunzioni di colpevolezza.
Vi ringrazio”.
2. Dell’Utri e la favoletta archiviata. Undici voti. Per undici voti Marcello Dell’Utri non si è fatto due anni di carcere. Gratis. Esattamente due anni or sono il giudice per le indagini preliminari di Palermo Gioacchino Scaduto chiese alla Camera dei deputati l’autorizzazione all’arresto di Dell’Utri per i presunti reati di tentata estorsione e di concorso in calunnia, con l’aggiunta di “un assai allarmante quadro di rapporti” inteso a finanziare un traffico intercontinentale di stupefacenti. Il 13 aprile del 1999 la Camera votò respinse la richiesta di arresto per soli undici voti (su 589 votanti). Se anche questi undici deputati avessero votato diversamente, Dell’Utri sarebbe stato trasferito quel giorno stesso da Montecitorio al carcere dell’Ucciardone.
Ci
sarebbe rimasto due anni, finchè la settimana scorsa la porta della sua cella
si sarebbe spalancata e la guardia gli avrebbe consegnato l’atto di archiviazione
firmato dallo stesso giudice che lo voleva arrestare. Scaduto, visti gli atti
del procedimento a carico di Dell’Utri, ha “ritenuto che gli elementi raccolti
non possono ritenersi idonei a sostenere utilmente l’accusa”: ci siamo sbagliati,
prego onorevole può uscire e tornare a Montecitorio... Come è potuto succedere?
Come può succedere di finire in galera senza che ci siano gli “elementi idonei”?
Come si fa a restarci per due anni mentre i pm li cercavano e non li trovavano?
Non è ifficile. Basta che per la presunta tentata estorsione, che sarebbe avvenuta
nove anni prima che la presunta vittima si decidesse a denunziarla, non ci si
accorga in tempo (e si continui a non accorgersene per due anni) che c’è un
difetto di competenza (i pm di Palermo erano incompetenti a chiedere l’arresto
di Dell’Utri e il gip era incompetente a concederlo), e che per il presunto
concorso in calunnia i pm e il gip si dimentichino di trasmettere alla Camera
dei deputati, alla quale hanno richiesto incompetentemente l’autorizzazione
all’arresto, un documento fondamentale, l’interrogatorio del pentito con cui
Dell’Utri avrebbe concorso nella calunnia e che dimostra che sono lui e Dell’Utri
che, lungi dal calunniare, sono stati calunniati dagli altri pentiti e che il
documento resti nascosto nei cassetti della procura per due anni.
Quanto al presunto traffico di stupefacenti che secondo l’accusa sarebbe
stato “commesso in Palermo, Milano ed in Caracas”, basta che si presenti alla
procura di Palermo un falso pentito, che è anche un falso mafioso, e che racconti
ai pm e al gip di Palermo, che gli credono e a loro volta lo raccontano alla
Camera dei deputati che quasi ci crede, questa storiella: mi chiamo Vincenzo
La Piana, non sono mai stato ammesso in Cosa nostra, ma sono ugualmente rispettato
nell’ambiente perchè sono nipote di un vero boss, Gerlando Alberti detto ‘u
paccarò ho commesso svariati delitti ma mi sono pentito perchè il figlio voleva
sposare la figlia di un mafioso e mia madre mi è venuta in sogno implorandomi
di impedirglielo, e intanto io sto organizzando l’acquisto di una partita di
cento chili di cocaina dalla Colombia (e non da Caracas, che la capitale del
Venezuela, come hanno scritto i pm), assieme al genero di Vittorio Mangano,
lo stalliere di Arcore, che sta in galera ed è molto malato (trauma cranico,
scapola fratturata, lesioni alla colonna vertebrale, diabete, epatite, ictus,
infarto, parestesia, sedia a rotelle) ma continua lavorare negli stupefacenti,
purtroppo Cosa nostra versa in quel periodo in difficoltà conomiche per mancanza
di liquidità non può darci il finanziamento promesso, servono almeno un miliardo
e 250 milioni, e Mangano ci dice che ce li darà il suo amico Marcello Dell’Utri,
che si sta anche adoperando per farlo trasferire dal carcere di Pianosa in infermeria,
Dell’Utri non li ha pronti in contanti, ma se li può, far prestare dagli amici,
magari da Silvio Berlusconi, che mentre Dell’Utri finanzia il traffico di cocaina
governa l’Italia da Palazzo Chigi, e ci vediamo con Dell’Utri a pranzo a Milano
e ci assicura che Mangano uscirà (“vola la quaglia”) e poi ci incontriamo in
un capannone alla periferia e Dell’Utri ci dà l’okey, purtroppo arrestano il
nostro uomo in Columbia... E come li volevano trovare gli elementi “idonei”
a puntellare una simile storiella? E in galera gli è morto pure Mangano (che
secondo la procura di Palermo “si inventava” le malattie). Ma non è per
questo che si sono decisi ad archiviare, e comunque a Palermo sono abituati
ad archiviare “allo stato degli atti” e a riaprire all’infinito. Scaduto non
ha archiviato perchè sono scaduti, e ampiamente, tutti i termini consentiti. E'
che a Palermo sono cambiati il procuratore capo (il nuovo meno fanatico di Caselli)
e il procuratore generale (il nuovo
meno corrivo di Rovello e avrebbe potuto avocare il procedimento), e a Milano
stanno per assolvere i “complici” denunciati da La Piana, e La Piana rischia,
lui il processo per calunnia, e si teme che possa trascinarsi dietro coloro
che lo hanno “consigliato” di accusare Dell’Utri e Berlusconi. E c’è alle porte,
dopo le elezioni, un nuovo governo e un nuovo ministro della Giustizia, e si
potrà finalmente fare a Palermo quella ispezione su dieci anni di abusi che
non riuscì Filippo Mancuso. E all’Ucciardone c’è quella cella che, per soli
undici voti, è rimasta vuota per due anni.
3. Collegi uninominali: Mannheimer ne assegna alla Cdl più di Crespi.
I
sondaggi concordano: nei collegi uninominali, la Cdl è in vantaggio di sei-otto
punti sul centrosinistra (compresa Rifondazione comunista). Gli indici di Datamedia
e Ispo ormai convergono. La Casa delle libertà aggiunge il 51 per cento per
entrambi gli istituti di ricerche; mentre il centrosinistra (più Rondazione)
è fermo al 43 per cento, per Datamedia; e al 45 in base ai calcoli dell’istituto
di Renato Mannheimer. Piena sintonia anche sul fronte dei seggi. Datamedia indica
una differenza fra i due schieramenti alla Camera, per quanto riguarda i collegi
uninominali (ai quali si dovranno poi aggiungere quelli relativi alla quota
proporzionale), di 93 seggi; Mannheimer stima in “un centinaio” i collegi a
favore del centrodestra. Un altro elemento comune, infine, emerge sempre di
piùle rilevazioni degli istituti di ricerca: il centrosinistra sta perdendo
i tradizionali insediamenti sociali come i lavoratori dipendenti e gli anziani:
“La realtà è che le divisioni di classe non hanno più importanza decisiva nelle
scelte di voto - spiega Mannheimer - quindi non può meravigliare che il centrosinistra
perda consenso nelle sue fasce tradizionali. Peraltro questo trend parte da
un fenomeno: entrambi gli schieramenti ormai prendono voti in tutte le aree
sociali, si allargano a tutte le categorie. Per quanto riguarda il centrosinistra
- conclude il professore - sembra che rimanga una sola categoria dove continua
a raccogliere la maggioranza dei consensi, quella degli studenti”.
4. Il contropiede della Cdl schiaccia Rutelli su Rifondazione. Il centrosinistra non 蠮ella condizione di accogliere la proposta della Cdl, lanciata oggi dopo un vertice dei leader, di sottoscrivere un pacchetto di no: alle liste civetta, agli accordi di desistenza e ai ribaltoni. L’appello di Carlo Azeglio Ciampi 蠣os젍 destinato a cadere nel vuoto. Per Francesco Rutelli si apre una fase molto delicata. Il mancato accordo per neutralizzare la possibilitࠤi presentare liste civetta - da una parte e dall’altra, mentre nel 1996 le presentò soltanto l’Ulivo - renderà molto pi㯭plesso l’accordo di non belligeranza con Rifondazione. Il centrosinistra non pununciare a questa intesa: senza Bertinotti, più la sconfitta dovrebbe dare per scontata una disfatta.
I sondaggi di tutti gli istituti accreditano l’Ulivo, senza l’apporto di Rifondazione, poco sopra il 33 per cento. La probabile presenza di liste civetta (che riducono i seggi disponibili alla Camera per le liste che puntano, come Rifondazione, al recupero proporzionale) costringerà Bertinotti a pretendere molto di più in termini di desistenza, e in forma meno mascherata, dall’Ulivo.
Con
un vantaggio per gli elettori, che non potranno essere aggirati. E uno svantaggio
per i centristi della coalizione rutelliana, che si troveranno in difficoltà
sul versante degli elettori cosiddetti moderati. Una difficoltà destinata ad
accentuarsi per la seconda mossa decisa dal vertice della Cdl, che ha deciso
di lanciare l’offensiva contro la riformetta federalista impugnando l’arma del
referendum.
5. Dini senza copertura. Impedito il voto sulla mozione della Cdl.
La
maggioranza ha negato alla Camera il voto che la Cdl aveva chiesto sulle due
mozioni presentate nei giorni scorsi: la prima sull’affaire TeleKom Serbia,
la seconda sui criterio che dovrebbe seguire il governo nel procedere a nomine
pubbliche nell’intervallo che ci separa dalle elezioni. Le due questioni restano
così aperte, con Lamberto Dini - destinato a una graticola che ogni giorno
che passa si arroventa sempre di
più privo di una rete di protezione: quale sarebbe stato un voto contrario della
maggioranza alla mozione dell’opposizione che lo chiama pesantemente in causa.
E con il governo che sarà sottoposto a un fuoco di sbarramento della Cdl se
dovesse insistere, come sembra voler fare, nella politica dell’arraffa arraffa
di poltrone, seggiole e strapuntini in tutti i comparti dell’amministrazione.
Nomine che saranno considerate illegittime - in mancanza di un indirizzo espresso
dal Parlamento rispetto alla questione sollevata - e che sarà facile dunque
per la Cdl rimettere in discussione se risulteranno inaffidabili o non funzionali
ai propri programmi di governo.
6. Federalismo (uno). Chi può promuovere il referendum?
Si
annuncia una disputa al calor bianco anche sui meccanismi che dovrebbero dare
il via al referendum sul federalismo. I due poli si contendono, per cominciare,
il diritto di promuoverlo. La Cdl ritiene che spetti alle minoranze fare il
passo presso la Cassazione, il centrosinistra insiste nel giudicare legittimo
un passo analogo di chi, dopo avere ottenuto una vittoria in Parlamento, voglia
sottoporlo al giudizio confermativo dei cittadini. La letteratura sull’argomento
fa prevalere, a giudizio di Augusto Barbera, un’interpretazione dell’articolo
138 della Costituzione favorevole alla tesi della minoranza. “Se la maggioranza
sottopone a referendum una sua riforma, ci troveremmo di fronte - argomenta
il costituzionalista diessino -
a un plebiscito, non a un referendum”. I leader del centrosinistra non hanno
invece dubbi e ritengono legittimo promuovere un referendum “confermativo”.
La Cdl preferisce definirlo “abrogativo”. La controversia si estende anche ai
tempi di indizione dell’eventuale referendum. Questa mattina hanno battibeccato
sull’argomento Peppino Calderisi e Bobo Maroni. Il primo si dichiara convinto
(vedi VeLino del 5 marzo, n.41) che la Cassazione possa deliberare sull’ammissibilità
del referendum soltanto dopo tre mesi dalla data di pubblicazione della legge
sulla Gazzetta ufficiale. Tutti i soggetti istituzionali che hanno diritto
a promuovere il referendum (un quinto dei membri di una Camera, cinque consigli
regionali o cinquecentomila elettori) devono essere messi nella condizione di
poterlo fare, nell’arco di tempo previsto dalla legge. Maroni si dichiara convinto,
al contrario, che sia sufficiente alla Corte, per deliberare l’ammissibilità
di innescare le procedure che porterebbero al voto, verificare l’ammissibilità
della richiesta di chi l’avanza per primo. Se ha ragione Calderisi, non si potrebbe
votare prima dell’estate inoltrata e, presumibilmente, considerate le consuetudini,
in ottobre. Se ha ragione Maroni, invece, non sarebbe esclusa la possibilità
di abbinare il referendum abrogativo-confermativo alle elezioni politiche se
si terranno non prima del 13 maggio.
7. Federalismo (due). E' passato a Montecitorio grazie alle liste civetta.
La
riformetta federalista è stata approvata alla Camera grazie ai deputati eletti
dal centrosinistra con il ricorso alle liste civetta. Lo rivela sul Sole
24 ore Pasquale Scaramozzino, sulla base di una analisi rigorosa dei dati
delle ultime elezioni politiche. Sono cinque i deputati in più che il centro
sinistra riuscì a scippare grazie allo scorporo scaricato sulle liste civetta.
A Montecitorio i voti per la riformetta sono stati 316. Senza quei cinque deputati
il centrosinistra non avrebbe dunque raggiunto il quorum di 312, si sarebbe
fermato a quota 311.
8. Ettore Gallo al VeLino: “Impossibile il referendum a maggio…”.
“E' evidente che la finestra di tre mesi nella quale è possibile chiedere di sottoporre a referendum popolare una legge di revisione costituzionale da parte dei soggetti indicati in Costituzione (cinque consigli regionali, 500 mila firme di cittadini, un quinto dei parlamentari), deve comunque restare aperta: uno qualsiasi dei soggetti indicati può ifatti presentare richiesta anche nell’ultimo giorno utile...”. Ettore Gallo, presidente emerito della Corte costituzionale, sposa la tesi già sostenuta da Vicenzo Caianiello e nega legittimità quella di quanti, al contrario, ritengono che la procedura per innescare la convocazione del referendum sul federalismo scatterà nel momento in cui anche uno solo dei soggetti che ne hanno diritto avrà presentato la richiesta in Cassazione. La tesi di Gallo, se fosse considerata valida, chiuderebbe ogni possibilità di far coincidere il referendum con le elezioni politiche. Se ne parlerebbe a estate inoltrata o, presumibilmente, in autunno. Gallo si esprime anche sulla questione se sia o meno legittimo, da parte della maggioranza che ha approvato la riforma, attivare la richiesta di referendum:
“A che serve la conferma di una legge costituzionale mediante referendum se uno è d'accordo?
E' evidente che la ratio della norma costituzionale non è quella del referendum confermativo”.
9. Monito di Barbera: non potete promuovere un referendum!
Anche
Augusto Barbera, costituzionalista diessino, assiste con stupore e indignazione
al balletto del centrosinistra attorno al federalismo. E' fuori discussione,
a suo avviso, la legittimità in base all’articolo 138 della Carta, di una votazione
a maggioranza di una legge di revisione costituzionale. Ma la possibilità di
promuovere un referendum “deve essere esclusivo appannaggio di chi si oppone
alla riforma”. Barbera è molto polemico con la maggioranza che si accinge a
fare ricorso a questo strumento: “La Costituzione non prevede il referendum
confermativo ma soltanto quello oppositivo. Su questo c’è unanimità nei testi
costituzionali. Un referendum confermativo tradirebbe lo spirito della Costituzione.
Che riconosce il diritto della maggioranza di approvare le riforme in cui crede,
anche senza il quorum dei due terzi ma, qualora manchi il quorum, riconosce
alle minoranze il diritto di fare ricorso al referendum. Ed è chiaro il
perchè se è la maggioranza che si appella al popolo su una legge da lei votata
si innescherebbe un circuito di tipo plebiscitario”.
In ogni caso, prima di ottobre non si potrebbe convocare. Una gaffe dopo l’altra, insomma, da parte del centrosinistra. Anche rispetto ai tempi ipotizzati per indire l’eventuale referendum. L’aspirante, e con lui il gruppo dirigente dell’Ulivo, avrebbe voluto abbinarlo alle elezioni politiche. Questa possibilità non c’è. Peppino Calderisi ha diffuso una nota per chiarire - ammesso che la pubblicazione della legge sia approvata dal Senato in via definitiva l’8 e che entro il 10 marzo sia pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale - le scadenze successive. Ovvero:
1) dovrà essere consentito per tre mesi, sino al 10 giugno, a tutti i soggetti che ne hanno diritto di promuovere l’eventuale referendum. Questa possibilità va riconosciuta anche ai fini di consentire a quanti si oppongono alla riformetta di sostenere le loro ragioni nell’eventuale campagna elettorale. A maggior ragione considerate le regole imposte dalla par condicio e i titoli (l’essere comitato promotore di un referendum) per ottenere l’accesso alle tribune televisive.
2) Presentate le richieste entro il 10 giugno, da quella data l’ufficio centrale del referendum presso la corte di Cassazione avrà trenta giorni di tempo esaminare le firme delle richieste di referendum e altri venti giorni (saremmo al 30 luglio) per consentire ai promotori di sanare eventuali irregolarità contestate.
3) Da quel momento, il presidente della Repubblica, su delibera del Consiglio dei ministri, avrà 60 giorni per emanare il decreto che indice il referendum. Dopo il decreto, il governo potrà fissare la data del voto in un lasso di tempo che va dai 50 ai 70 giorni.
Conclusione:
il referendum non potrebbe comunque svolgersi prima di agosto e, più rionevolmente,
se ne parlerebbe a ottobre.
10. Pera: “Con Ciampi c’è serendipity…”.
L’intervento
di ieri del capo dello Stato al Consiglio superiore della magistratura è
piaciuto moltissimo al responsabile giustizia di Forza Italia Marcello Pera.
“E' un caso da manuale di serendipity, cio' è la scoperta parallela e indipendente
della stessa idea da parte di persone diverse. Forza Italia e il presidente
sono in perfetta sintonia sui temi della giustizia. Si potrebbe dire - continua
Pera - che Ciampi ha delineato, ieri, il programma per la giustizia di Forza
Italia. Il capo dello Stato ha parlato di una disciplina più onerosa a proposito
del passaggio dei magistrati a funzioni superiori, e noi siamo perfettamente
d’accordo; il presidente ha detto che ogni promozione deve essere il risultato
di una seria e approfondita valutazione delle qualità morali, professionali,
culturali del magistrato e non configurarsi mai come atto dovuto, e noi siamo
perfettamente d’accordo. Il capo dello Stato ha inoltre sollecitato il Csm a
elaborare il progetto di una nuova struttura degli uffici giudiziari fondata
su principi e metodi manageriali’ e noi, nel programma di FI, proponiamo in
proposito l’introduzione della figura del manager del tribunale”. Ciampi si
è dilungato su quell’articolo 227 del decreto legislativo sul giudice unico
- che di fatto stabilisce il criterio delle priorità della trattazione dei procedimenti
da parte degli uffici giudiziari (in base alla offensività sociale), ritenendolo
di particolare interesse - e “noi azzurri da tempo sosteniamo l’importanza di
questo principio di priorità nella trattazione dei casi giudiziari. Insomma
- conclude il responsabile giustizia di FI - Ciampi ha fatto propri,
pur noncitandola, i contenuti di una recentissima risoluzione del Consiglio
d’Europa in tema di giustizia, e noi siamo perfettamente d’accordo con il presidente
della Repubblica e con l’Europa”.
11. I carabinieri del Ros insistono su Marco Minniti, sottosegretario alla Difesa.
In un rapporto consegnato al procuratore aggiunto di Reggio Calabria Salvatore Boemi ritengono provata “l’esistenza di un rapporto tutt’altro che labile e disorganico tra il politico Minniti e l’imprenditore reggino arrestato per associazione mafiosa”. Quest’ultimo si chiama Giovanni Minniti, ma non ha rapporti di parentela con il sottosegretario. Perchè in una serie di conversazioni tra imprenditori legati alla ‘ndrangheta, spunta il sospetto che l’uomo politico abbia mentito anche davanti ai magistrati. Infatti - come rivela il settimanale Panorama domani in edicola - il 20 giugno scorso Minniti parlò a Boemi di “conoscenza occasionale e superficiale” a proposito dei rapporti con l’imprenditore omonimo, poi arrestato per associazione mafiosa. Già nel “rapporto De Donno” su mafia e appalti di qualche anno fa i carabinieri avevano avanzato sospetti. Ora, sulla lobby di Reggio Calabria, il Ros ha sferrato un a fondo che punta direttamente al mondo politico i cui costi “vengono soddisfatti attraverso l’impiego illegale di risorse economiche tratte da quelle destinate alla realizzazione di opere pubbliche”. Sospetti davvero pesanti, dal momento - sostengono i Ros - che “la stessa criminalità organizzata partecipa a tale spartizione”.
12. Juve-Roma il 6 maggio. Juventino in Campidoglio il 13?
Quella
che ieri sembrava una boutade e che il VeLino aveva puntualmente registrato,
pare che si stia rivelando come uno dei problemi che attanagliano i guru pubblicitari
di Walter Veltroni. Il candidato dell’Ulivo per la poltrona di sindaco di Roma
è notoriamente tifoso della Juventus, principale avversaria della Roma nella
corsa allo scudetto. Se il distacco si dovesse assottigliare e lo scontro diretto
annunciarsi decisivo, la partita del prossimo 6 maggio potrebbe avere - se vincessero
i bianconeri - nefaste influenze sul voto per il Campidoglio, verosimilmente
previsto per il 13 maggio. Quale tifoso giallorosso se la sentirebbe di dare
la propria preferenza a uno juventino? Non è questione da poco, al punto che
qualcuno sta pensando di correre in qualche modo ai ripari. Innanzi tutto facendo
passare sui media il concetto che non è giusto mischiare politica e pallone
(ma chi si dimentica di Dino Viola, presidente della Roma e senatore Dc, grazie
allo scudetto dell’82?). Poi, ricordando che Francesco Rutelli, laziale dichiarato,
ebbe molti consensi anche da parte giallorossa (ma Barbara Palombelli, la sua
moglie-dovunque, compensava tutto con la sua grande fede romanista). Infine,
sperando in un bel pareggio. Che accontenterebbe tutti.
13. Juventini al Campidoglio e ravvedimenti operosi.
Sui problemi connessi alla partita Juventus-Roma del 6 maggio e alla vicinanza con l’election day, rilanciati dal VeLino nei giorni scorsi come temi intorno ai quali si stanno scervellando i guru della comunicazione ulivista (Walter Veltroni è juventino: quanto rischia, per questo, la sua candidatura a sindaco di Roma?), ci sono alcuni sviluppi. Il primo riguarda l’anno in cui la Roma vinse l’ultimo scudetto: abbiamo scritto 1982 e in molti ci hanno fatto notare che l’anno era il 1983. A voler essere pignoli, il campionato fu quello del 1982-1983. Poi, sull’argomento è simpaticamente intervenuto anche l’ufficio stampa del ministero dell’Industria, con una segnalazione di cui diamo volentieri conto, anche per sdrammatizzare un po’ questa campagna elettorale che si preannuncia interminabile: “Quanto alle elezioni di Roma e alla fede juventina di Veltroni - fanno notare dall’Industria - anche Tajani è juventino. Come la mettiamo?” La risposta è semplice: sì, Tajani era juventino. Ma pare che si stia ravvedendo…
14. Antimafia: per Lumia finiti i rapporti fra mafiosi e politici.
Mafia
e politica non interagiscono più la relazione finale dei lavori della Commissione
antimafia approvata ieri a maggioranza ne ha sancito la fine. A sette anni di
distanza dalla relazione presentata da Luciano Violante nell’aprile del 1993
su “Mafia e politica”, il presidente dell’Antimafia, il diessino Giuseppe Lumia,
è riuscito nelle pochissime paginette (132 in tutto)
di cui si compone la relazione, fatta votare ieri in tutta fretta, a
non inserire neppure una volta l’abusato connubio mafia-politica sul quale decine
di magistrati e di parlamentari diessini hanno costruito le loro fortune politiche
e di carriera. “Mafia e politica”, relatore Violante, era piena di dettagliati
resoconti sul perverso mondo degli intrecci fra criminalità rganizzata e istituzioni
ed è stata utilizzata da decine di procuratori della Repubblica per avviare
o chiudere indagini giudiziarie che raggiunsero
il culmine con il processo contro Giulio Andreotti. Per Lumia l’attuale legislatura
può chiudersi, invece, con un messaggio tranquillizzante. In Sicilia, in Puglia,
in Calabria e in Campania non esiste più la piovra che occupa le istituzioni
pubbliche e che distribuisce appalti grazie
ai politici amici. Nelle sue poche paginette Lumia non fa alcun riferimento
alle inchieste che alcune procura, da Palermo a Catania, hanno avviato sui rapporti
fra la politica e le imprese di mafia e che hanno portato negli anni e nei mesi
scorsi perfino all’arresto di esponenti di governo, di partito e di imprenditori
il più delle volte legati ai diesse e alla Lega delle cooperative. Di ciò non
si fa alcun cenno: è come se nel quinquennio di questa legislatura procure e
tribunali di mezza Italia non avessero fatto nulla.
Anche le assoluzioni dall’accusa di mafiosità i politici, da Andreotti a Francesco Musotto, non hanno per Lumia alcun rilievo ai fini della conoscenza del fenomeno mafia e di quanto èccaduto dal 1996 ai giorni nostri. Agli archivi della Camera e del Senato viene consegnato dall’Antimafia lo studio di una realtà virtuale. Perfino nelle tabelle, di solito ricche, lo erano eccome quelle di Violante, il fenomeno mafioso viene statisticamente rappresentato come un incidente di percorso, qualcosa che pure c’è stata, ma tanti anni fa. Lumia è lo stesso presidente dell’Antimafia che alla fine dello scorso anno sconfessò Giuseppe Arlacchi, reo di aver affermato a Palermo nel corso del convegno Onu sulla criminalità nel mondo, che la mafia era ormai all’angolo. Il presidente dell’Antimafia è ndato oltre, ha negato che la mafia abbia oggi la capacità di interagire con chi comanda e con chi, parafrasando Violante, le permette di farla arricchire e sopravvivere. A un parlamentare che ieri gli faceva notare come la sua relazione non rappresentasse neppure la bozza di autodifesa che prevedibilmente scriveranno gli avvocati dei politici diessini coinvolti dal procuratore della Repubblica di Palermo Piero Grasso nelle inchieste su mafia e appalti nelle Madonie, Lumia ha candidamente risposto che il compito della sua breve gestione dell’Antimafia era proprio quello di portare a termine i lavori senza strappi e incidenti. E così secondo lui, è avvenuto. Proprio quello, d’altro canto, che gli serviva per avviare la campagna elettorale a Corleone, collegio nel quale è stato eletto nel 1996 e dove si ripresenterà.
Nel 1996 il Quirinale diede una formidabile spinta all’Ulivo e non poterci contare alle prossime politiche è già di per sè un grave danno, il segno di un fronte non più unito. C’è chi non si arrende. Nel 1993, per far capire a un timoroso Oscar Luigi Scalfaro da che parte stare, fu sufficiente diffondere qualche brano di alcune intercettazioni telefoniche fatte su ordine dei magistrati di Mani pulite. Al predecessore di Scalfaro, Francesco Cossiga, fu fatto di peggio: Luciano Violante con Achille Occhetto raccolsero perfino le firme per l’impeachment e se non lo mandarono a casa prima, cacciato dal Parlamento, lo si dovette al coraggio dell’ex presidente. Con Ciampi la strategia sembra finata. E alleato, involontario, sembra proprio Giuliano Amato che in molti vedono come il candidato al Colle della sinistra nel 2005. La difesa del ministero del Tesoro epoca Ciampi in tutto l’affare Telekom, fatta da Amato, ha lasciato fra i ciampiani pi㯮vinti una certa delusione. Si attendevano le barricate, ma un “non ci sto” convinto e forte del presidente del Consiglio non è ancora venuto. Addirittura, il premier ha mandato il ministro Lamberto Dini a difendersi alla Camera, da solo e senza neppure l’appoggio politico che occasioni del genere avrebbero imposto. Aumentando ancora di più sospetti dell’opposizione e della pubblica opinione. Serve alla maggioranza e al governo un presidente più attento alle ragioni della sinistra e ai timori per una campagna elettorale difficile e tutta in salita. Un presidente che faccia sentire da che parte sta. Da quella parte che non perde occasione per ricordargli che proprio lui, dal 1996 al 2000, è sempre stato al Tesoro.