Anno III - supplemento al n. 40/8                                                       2.3.2001

 

SOMMARIO

 

1. Ettore Gallo: “Mi dispiace, ma Rutelli non è eleggibile”. - 2. Ciampi imperscrutabile, tra scioglimento e non scioglimento - 3. Amato come Craxi. Gaffe sul ministro belga - 4. Veronesi ministro bipartisan unisce gli italiani - 5. Il vantaggio della Cdl cresce alla Camera, problemi al Senato - 6. E a Formia il team di Rutelli finisce nella suite di Berlusconi - 7. Consulta: il Cs lancia Martinazzoli ma dice no a Mancuso - 8. La polizia a Ciampi: togliete la medaglia d’oro alla Cerminara - 9. Messa a punto di Pisanu sulla data del voto - 10. Dini: “Nun sacciu nenti a tuttu tunnu” - 11. Bianco e i Ds: partita politica all’ombra dell’Etna -         

 

 1. Ettore Gallo: “Mi dispiace, ma Rutelli non è eleggibile”.

Walter Veltroni, in un filo diretto a Radio Radicale, ha definito “figlia di una cultura preoccupante”, l’osservazione del leader della Casa delle libertà sulla condizione di “ineleggibilità di Francesco Rutelli. Bene, anche Ettore Gallo, presidente emerito della Corte costituzionale, vicino al centrosinistra, considera ineleggibile il candidato premier del centrosinistra: “Se ci atteniamo ad una interpretazione rigorosa della legge, Rutelli non è eleggibile, mi dispiace dirlo, ma è così.

Spiega Gallo al VeLino: “E' una questione di interpretazione delle norme. In condizioni normali, un sindaco deve dimettersi sei mesi prima della scadenza naturale della legislatura, se vuole presentarsi alle elezioni politiche. Se vi è lo scioglimento delle Camere, quindi un evento imprevisto e imprevedibile, allora il sindaco che si vuole candidare ha sette giorni di tempo per rassegnare le dimissioni. La ratio è evidente: la legge prevede un’eccezione per evitare che un evento imprevisto e imprevedibile, appunto lo scioglimento anticipato delle Camere, possa togliere una facoltࠍ precisa a un sindaco candidato”. Appunto: un evento imprevisto e imprevedibile, che in base alla ratio della legge si dovrebbe determinare prima dei mesi entro i quali scatta l’obbligo delle dimissioni. Quando Rutelli ha deciso di candidarsi il “semestre di rispetto” non era ancora scattato: era fuori discussione per lui l’obbligo di dimettersi dalla carica di sindaco. Scelta che ha fatto non il 9 novembre, come avrebbe dovuto, ma a gennaio, dopo la conclusione del Giubileo. La violazione della legge da parte dell’aspirante è evidente. “A me sembra - conclude il presidente Gallo - che secondo una stretta interpretazione giuridica, Rutelli non sia eleggibile. Me ne dispiace perchè sono vicino al centrosinistra, ma è così. Naturalmente il Parlamento, nella sua sovranità potrà anche trovare una diversa interpretazione...”.

 

Confermata la tesi di Caianiello. Gallo conferma dunque il giudizio ribadito proprio oggi sul Messaggero da Vincenzo Caianiello, che per primo, sin dallo scorso autunno, aveva messo in guardia Rutelli. Il presidente emerito ribadisce ancora una volta che non ci possono essere dubbi sull’ineleggibilità di Rutelli, che non si è dimesso sei mesi prima della scadenza della legislatura: “Il legislatore può cnsentire la deroga in caso di scioglimento anticipato, imprevedibile, a chi è stato preso alla sprovvista in un periodo precedente al semestre di rispetto e non a chi poteva e doveva dimettersi entro il termine dei centottanta giorni. La legge è chiara e non si può eludere”. 

 

2. Ciampi imperscrutabile, tra scioglimento e non scioglimento.

Carlo Azeglio Ciampi non ha cambiato idea. Scioglierà le Camere prima di partire per l’Argentina, chiederà ad Amato la conferma dell’impegno a convocare le elezioni per il 13 maggio. Questo orientamento potrebbe essere cambiato soltanto se ci fosse la garanzia assoluta di un impegno bipartisan per approvare la legge sul voto per gli italiani all’estero, con un impegno del governo a garantire l’espletamento in tempo utile di tutte le complesse procedure burocratiche per rendere effettivo l’esercizio di questo diritto. In questo caso, le Camere potrebbero essere sciolte al suo ritorno o non essere sciolte affatto. Dal 18 marzo, giorno del rientro dal viaggio, al 13 maggio, primo giorno utile per votare in base all’articolo 61 della Costituzione senza interrompere la legislatura, c’è un intervallo di 62 giorni. La legge ordinaria consente al governo di convocare i comizi tra i 70 i 45 giorni prima del giorno del voto. Amato potrebbe dunque indire le elezioni per il 13 maggio e Ciampi potrebbe evitare di firmare il decreto di scioglimento. In quel caso, Francesco Rutelli - che è comunque ineleggibile a giudizio della Cdl e dei costituzionalisti - non potrebbe neppure candidarsi. E con lui non potrebbero candidarsi le decine di sindaci del centrosinistra che si stanno già scaldando i muscoli. D’altra parte, se Ciampi firmasse un decreto per garantire a Rutelli - e a quanti si preparano a seguirne l’esempio - questa possibilità si esporrebbe a rilievi sostenuti con argomenti ormai acquisiti come ineccepibili. Anche per questa ragione il capo dello Stato ha fatto sapere che se proprio ci fosse la possibilità di chiudere la partita sul voto per gli italiani all’estero, Cdl, Cs e governo dovrebbero dimostrarlo nei prossimi giorni, e comunque dovrebbero cercare di farlo prima della sua partenza. Tecnicamente è possibile: basterebbe anticipare il varo della legge al Senato - dove è stata calendarizzata per l’8 marzo - e poi farla approvare con procedura d’urgenza alla Camera subito dopo. Ma attorno a questa legge da sempre è in atto la commedia degli equivoci. Il centrosinistra non ha mai voluto approvarla, sapendo che la distribuzione dei seggi previsti, sei alla Camera e sei al Senato, premierebbe comunque la Cdl: nove seggi contro tre, secondo le previsioni più attendibili. Nelle prossime ore, una decisione dovrà essere presa. Ciampi, che i suoi interlocutori definiscono “imperscrutabile”, ha chiarissimi i confini oltre i quali non avventurarsi. Ha cercato di essere un presidente di garanzia per tutti, sopra le parti. Non vuole giocarsi un patrimonio accumulato anche con l’obiettivo di svolgere con altrettanta equità e al riparo dalle polemiche, il suo ruolo nei prossimi anni.

 

Gelo al Quirinale per la prova di forza sul federalismo. Gli entusiasmi senili di alcuni anziani consiglieri del presidente - che dopo il voto sul federalismo hanno intravisto addirittura, in questo senso si è lasciato andare persino Antonio Maccanico, la possibilità di portare avanti a oltranza la legislatura - non hanno dunque modificato l’orientamento del Quirinale.

Come conferma la messa a punto di Andrea Manzella, uno dei più ascoltati “consulenti esterni”:

“Non ho suggerito al presidente di sciogliere le Camere dopo il viaggio in Argentina”. Tutti al Quirinale avvertono la delicatezza del momento. Nessuno ha apprezzato la motivazione con la quale l’aspirante ha spinto il centrosinistra alla prova di forza sul federalismo, determinando il crollo di un tabù che  prima di ieri sera era sempre stato tutelato: la Costituzione non si cambia a colpi di maggioranza. Un precedente che peserà e non potrebbe essere altrimenti, nella prossima legislatura, nonostante i più avvertiti tra i leader del centrosinistra stiano cercando di smorzare gli eccessi degli ultrà che hanno guidato un’offensiva che si è risolta in una vittoria di Pirro. Ma la rottura c’è stata. Ciampi lo sa. Sta cercando di evitare, per quello che gli è possibile, che venga gettata altra benzina sul fuoco. Magari con una nuova forzatura sul conflitto di interessi. Chi lo frequenta, ne segnala la preoccupazione crescente.

 

3. Amato come Craxi. Gaffe sul ministro belga.

Non finisce di stupire il presidente del Consiglio, sempre più di parte al servizio di una maggioranza in fase preagonica. Si è persino rifiutato di censurare le deliranti affermazioni del ministro degli Esteri e vicepremier belga, Louis Michel, che aveva evocato la possibilità di sanzioni per l’Italia in caso di vittoria della Cdl alle elezioni, accusando Umberto Bossi di fascismo. Amato è ricorso a un arzigogolo, sostenendo che Michel si era espresso non in quanto rappresentante del governo belga, ma come esponente di partito. Una distinzione di lana caprina, che conferma come Amato da tempo abbia perso lo smalto del dottor sottile, che era la sua cifra di un tempo. Lo ha sottolineato Marco Taradash, definendo soprattutto grave che Amato “non si renda conto della gravità del fatto e che non sappia nemmeno accennare una risposta nel merito delle accuse…”. Glielo ha ricordato Giorgio La Malfa, definendo inaccettabile la sua dichiarazione. E ricordando il precedente di Bettino Craxi, al quale capitò di indirizzare ai magistrati una lettera polemica in quanto cittadino quando invece sedeva a Palazzo Chigi come presidente del Consiglio: un ruolo istituzionale che non consente sdoppiamenti di personalità. D’altra parte, ha provveduto il portavoce di Michel a fare chiarezza. A chi gli ha chiesto, proprio oggi, a quale titolo Michel avesse espresso il suo giudizio, ha risposto seccato: “Louis Michel è vicepremier del Belgio… Anche se per valutare in maniera obiettiva l’accaduto, si debba fare la differenza tra l’uomo e il politico”. La polemica è destinata a crescere in Italia e in Europa. Francesco Cossiga ha annunciato che porterà la questione in Parlamento. Il senatore a vita ha presentato un’interpellanza per sollecitare il governo a “tutelare la libertà di scelta democratica dei cittadini italiani e a difendere la dignità internazionale del nostro Paese”. Da Bruxelles, Hans Gert Poettering, capogruppo del Ppe all’Europarlamento, ha messo in riga Michel definendo “assurde e inaccettabili” le sue parole e esortandolo a occuparsi invece “della ratifica in Belgio del trattato di Nizza, che si prevede sarà molto lunga”.

 

4. Veronesi ministro bipartisan unisce gli italiani.

Non è affatto tramontata l’ipotesi che Umberto Veronesi resti al governo come ministro della Sanità anche in un governo della Cdl. Silvio Berlusconi non ha mai nascosto stima e simpatia per l’illustre oncologo. Tantomeno, di sperare in una sua partecipazione all’avventura di governo che si prepara a intraprendere. Veronesi da parte sua non lo ha mai escluso. Confermando indirettamente questa propensione con la decisione di non candidarsi nelle liste dell’Ulivo. Contro di lui, dall’interno della Cdl, c’è stato il pronunciamento di Maurizio Gasparri, infine cavalcata dallo stesso Gianfranco Fini.

Ma a fare giustizia delle loro obiezioni è intervenuto un nuovo sondaggio che si aggiunge a quelli che segnalano Veronesi come il ministro che gode del più alto indice di popolarità di fiducia. Il nuovo sondaggio - effettuato da www. Staibene.it nell’ambito della partnership con il Cnr-Ims - registra un vastissimo consenso all’ipotesi di una conferma di Veronesi: il 73 per cento degli intervistati. Il 62,6 per cento conferma questo giudizio anche se a proporre la conferma fosse Berlusconi. Un dato che conforta il leader della Cdl, convinto che le riserve di An, di fronte a una così vasta indicazione popolare, potranno essere superate.

 

5. Il vantaggio della Cdl cresce alla Camera, problemi al Senato.

Il trend elettorale non cambia. Dai primi riscontri del sondaggio settimanale di Datamedia risulta confermata una distanza tra le due coalizioni (comprendendo nel centrosinistra anche Rifondazione) di circa dodici punti: 53 per la Cdl, 41 per il centrosinistra. Qualche correzione ha subito il trend dei terzopolisti: Antonio Di Pietro è in buona salute (al 3,5 per cento), mentre - nonostante lo straordinario successo dell’esibizione di Marco Pannella da Daniele Luttazzi, confermato dalle e-mail inviate ai siti radicali - la lista Bonino scende all’1,7 per cento. Il trend registrato da Datamedia si riflette in positivo, per la Cdl, anche nell’attribuzione dei collegi uninominali. Alla Camera ne guadagna 15, in base a un sondaggio che Datamedia ha realizzato con l’istituto Hdc per Panorama, portando il vantaggio complessivo a 374, contro i 235 che in base al sondaggio si aggiudicherebbe il centrosinistra. Una differenza dunque di 139 seggi. Meno netto il vantaggio al Senato: 153 contro 127, con una decina di collegi in bilico per una manciata di voti.

 

Il rebus degli indecisi.  Diessini e centrosinistra rivolgono le residue speranze di questa campagna elettorale nelle scelte elettorali dei cosiddetti “indecisi”. Si tratta di una speranza ben riposta? Gli uomini immagine dell’Ulivo ritengono di sì, lo hanno confermato giusto ieri in una conferenza stampa, condotta tra gli altri da Mauro Terlizzi, dell’agenzia Light che cura la strategia di comunicazione del partito di Walter Veltroni. Luigi Crespi, presidente di Datamedia, non è d’accordo. E spiega al VeLino perchè “Il 65 per cento degli italiani ha già deciso per chi votare”, afferma. “Del restante 35 per cento, almeno il 20 non andrà comunque a votare. Sono i cosiddetti disillusi dalla politica: i veri indecisi sono dunque, al massimo, il quindici per cento dell’elettorato”. E' in questa fascia ridotta di elettori che il centrosinistra spera di trovare i consensi necessari a ridurre la dimensione della sconfitta annunciata. “Ma si tratta - affonda il bisturi Crespi - di una speranza vana: la maggioranza di quel 15 per cento sceglierà una opzione di contestazione del sistema politico”. Lo ha già fatto del resto almeno due volte: nel 1996, alle elezioni politiche, votando Lega Nord (che infatti arrivò al 10 per cento dei suffragi) e nel 1999, alle elezioni europee, votando Lista Bonino. Solamente una minoranza di quel 15 per cento sceglierà all’ultimo momento lo schieramento e il partito all’interno per così dire del sistema bipolare, ovvero o centrodestra o centrosinistra. “Ma stavolta non sarà influente. Questa quota di elettorato non deciderà chi vince - continua Crespi - ma l’entità della vittoria del centrodestra”. Nel 1996 il voto alla Lega troncò le gambe al Polo... Perchè un voto geograficamente concentrato. Se quel milione e mezzo di elettori fossero stati dispersi sul territorio non ci sarebbe stata alcuna conseguenza tragica. Oggi la situazione è ben diversa”. Dunque, secondo Crespi, la strategia del centrosinistra non è destinata al successo. “E lo sanno benissimo tutti”.

 

6. E a Formia il team di Rutelli finisce nella suite di Berlusconi. Alla fine, si sono accomodati proprio nella suite Silvio Berlusconi. La pi㯭oda dell’albergo di Formia di proprietà della moglie di Gianfranco Conte, parlamentare locale di Forza Italia, eletto nel collegio undici della circoscrizione Lazio due e in odore di riconferma, è stata una vera sorpresa, non propriamente gradita,  per i membri del comitato Rutelli che precedono l’arrivo del treno affrescato con le immagini e gli slogan dell’aspirante, scoprire che avevano scelto, come quartiere di tappa, proprio l’albergo di due azzurri doc. Si sono messi ugualmente al lavoro sovrastati dai poster del futuro capo del governo per preparare l’irruzione sulla scena dell’aspirante. Che raggiunge il treno in macchina, sale nel vagone, si offre alle telecamere per lo spot quotidiano, fa una puntata a Latina e ritorna in macchina per raggiungere un’altra destinazione. Il viaggio in treno attraverso l’Italia Rutelli lo sta facendo così.

 

7. Consulta: il Cs lancia Martinazzoli ma dice no a Mancuso.

Si annuncia l’ennesima fumata nera per l’elezione dei due nuovi giudici costituzionali, fissata per la serata di oggi. Il centrosinistra ha trovato l’accordo sul suo candidato, che è come aveva anticipato il VeLino - Mino Martinazzoli. La Cdl insiste su Filippo Maria Mancuso, “candidato unico”, come hanno ribadito tutti i capigruppo della coalizione. La possibilità di una convergenza - necessaria per garantire a entrambi i candidati i tre quinti del quorum previsto - è preclusa dalla decisione del centrosinistra di negare il voto a Mancuso. E' così Caduta anche la disponibilità della Cdl a votare per Martinazzoli. Tutto, da stasera (l’inizio delle operazioni voto Previsto per le 19), tornerà al punto di partenza e rinviato, salvo improbabili colpi di scena, alla prossima legislatura. 8. La polizia a Ciampi: togliete la medaglia d’oro alla Cerminara. Il sindacato di polizia chiede a Carlo Azeglio Ciampi di riprendersi la medaglia d’oro che Oscar Luigi Scalfaro aveva donato, quando era presidente della Repubblica, a Rosetta Cerminara, eroina calabrese che consegnò alla giustizia gli assassini del sovrintendente di polizia di Lametia Terme Salvatore Aversa e della moglie Lucia, uccisi il 4 gennaio del 1992. Le persone che Rosetta accusò del delitto - l’ex fidanzato Renato Molinaro e un suo amico, Giuseppe Rizzardi, che furono condannati in primo grado (Molinaro, all’ergastolo e l’altro a 25 anni di reclusione) - sono infatti stati assolti dalla corte d’assise d’appello il 12 maggio del 1995 e il prossimo 5 aprile si aprirà il processo al vero assassino, un mafioso pugliese della sacra corona unita.  

 

8. La polizia a Ciampi: togliete la medaglia d’oro alla Cerminara. Il sindacato di polizia chiede a Carlo Azeglio Ciampi di riprendersi la medaglia d’oro che Oscar Luigi Scalfaro aveva donato, quando era presidente della Repubblica, a Rosetta Cerminara, eroina calabrese che consegnò la giustizia gli assassini del sovrintendente di polizia di Lametia Terme Salvatore Aversa e della moglie Lucia, uccisi il 4 gennaio del 1992. Le persone che Rosetta accusò del delitto - l’ex fidanzato Renato Molinaro e un suo amico, Giuseppe Rizzardi, che furono condannati in primo grado (Molinaro, all’ergastolo e l’altro a 25 anni di reclusione) - sono infatti stati assolti dalla corte d’assise d’appello il 12 maggio del 1995 e il prossimo 5 aprile si aprirà il processo al vero assassino, un mafioso pugliese della sacra corona unita.  

 

“Splendido esempio di grande coraggio e elette virtù civiche”. Per il suo contributo alla giustizia Rosetta fu assunta come impiegata civile dal ministero dell’ Interno, un suo fratello disoccupato diventò tenente di polizia e, l’attività commerciale della famiglia fu salvata dal fallimento grazie ai tre miliardi e mezzo offertigli dallo Stato. Non solo: Rosetta divenne un eroina. Fu Luciano Violante, allora presidente della commissione antimafia, a ergerla a simbolo della lotta alla mafia e a perorare la sua causa presso i ministri dell’Interno dell’epoca, Vincenzo Scotti prima e Nicola Mancino poi. Su proposta dei ministri, infatti, il presidente Scalfaro, le appuntò al petto la medaglia d’oro al valor civile, accompagnandola con la seguente motivazione: “Medaglia d’oro al valore civile - Cerminara Rosetta - Data del conferimento: 31/3/1994, motivo del conferimento: “Testimone involontaria dell’efferato omicidio del Sovrintendente Capo della Polizia di Stato Salvatore Aversa e della consorte, mossa dalle ragioni della verità della giustizia, rompeva il secolare muro di omertà nell’ambiente lametino e, pur consapevole dei gravissimi rischi per la propria incolumità collaborava con l’Autorità giudiziaria, permettendo l’arresto degli assassini e la loro severa condanna. Splendido esempio di grande coraggio e di elette virtù civiche. Lamezia Terme (Cz), 4 gennaio 1992.”

 

La richiesta di revoca deve essere presentata dal ministro dell’Interno al presidente della Repubblica Ciampi attraverso la presidenza del Consiglio. Ma i tempi si annunciano lunghi: sia il Governo sia la presidenza della Repubblica potrebbero rinviare la questione fino a quando non ci sarà per la Cerminara - che gode ancora del programma di protezione e vive sotto altra identità in un luogo segretissimo - un sentenza definitiva di condanna per calunnia. 

     

 9. Messa a punto di Pisanu sulla data del voto. “E' una grande sciocchezza…”. Beppe Pisanu stronca senza mezzi termini l’ultimissima diffusa sulla data delle elezioni. Boatos di Montecitorio hanno accreditato la possibilità che i comizi, a differenza di quanto aveva anticipato Giuliano Amato allo stesso Silvio Berlusconi, possano essere convocati non per il 13 ma per il 6 maggio. Ovvero, tre giorni prima della scadenza della legislatura. La motivazione di questo ipotetico anticipo, sempre in base ai boatos, sarebbe determinata dal timore che Berlusconi abbia accettato il 13 maggio perchè il 13 maggio del 2006, giorno di scadenza della prossima legislatura, scadrebbe anche il mandato di Carlo Azeglio Ciampi. In questo caso, secondo i boatos, sarebbe il prossimo Parlamento a eleggere il nuovo inquilino del Colle. “La verità insiste Pisanu - è che vogliono anticipare il voto al 6 maggio perchè pensano in questo modo di riuscire a mascherare il problema dell’ineleggibilità di Rutelli. Che è e resta ineleggibile comunque, che si voti il 6 o il 13 o che si voti prima, visto che non si è dimesso da sindaco quando avrebbe dovuto in base a una legge che non consente equivoci”. Pisanu invoca anche argomenti costituzionali per sostenere il suo ragionamento. E cita, per delegittimare ogni ulteriore polemica pretestuosa su questo fronte, l’articolo 85 della Costituzione, che stabilisce al terzo comma: “Se le Camere sono sciolte, o manca meno di tre mesi alla loro cessazione, l’elezione ha luogo entro quindici giorni dalla riunione delle Camere nuove.

Nel frattempo, sono prorogati i poteri del Presidente in carica”.

 

10. Dini: “Nun sacciu nenti a tuttu tunnu”. “Non so nulla a 360 gradi”.

Volumi di inchieste giudiziarie in Sicilia contengono ripetutamente questa frase, una vera formula preferita dagli indagati per reati di mafia. Rappresentava meglio di tutto il principio dell’omertà. E nell’Aula della Camera oggi in molti, e non soltanto fra i parlamentari ex avvocati o ex magistrati, hanno pensato quanto fosse stato inutile chiedere al ministro degli Esteri Lamberto Dini di riferire sull’affaire Telekom Serbia. Il responsabile della nostra politica estera ha difeso strenuamente la bontà dell’affare fra la Telecom Italia e Slobodan Milosevic. Una difesa appassionata, unilaterale. Non avrebbe potuto fare diversamente: dall’altra parte dell’Adriatico Milosevic non controlla più il suo Paese ed è alla prese con una richiesta di arresto da parte dei giudici della Corte internazionale dell’Aia, che lo vuole processare per crimini di guerra. Una eventualità che non lascia tranquille molte cancellerie europee che, come quella italiana, non hanno, fino a oggi, particolarmente premuto affinchè l’azione giudiziaria contro Milosevic vada avanti.

 

L’ex presidente serbo per difendersi potrà giocare molte carte, anche quelle degli affari conclusi con molte imprese straniere e con quelle italiane in particolare. Dini non replica a nessuna delle accuse fino a oggi rivoltegli dalla stampa e dalla politica, anzi lascia intendere che se qualcuno cerca di rimettere in gioco quell’accordo lo fa perchè ha suggeritori interessati. Sul banco dell’accusa la solita Cia. Quanto al ruolo della Farnesina, Dini ha ribadito che di telecomunicazioni il suo ministero non si è mai occupato, nessuno lo ha mai informato di nulla, niente comunque che potesse fargli sospettare che Telecom Italia e Milosevic trattavano in gran segreto. A poco è valso ricordargli - lo ha fatto il capo gruppo di An Gustavo Selva - che Piero Fassino fra il 1996 ed il 1997 saltava da una riunione all’altra in tutti i Balcani, a Belgrado come a Bucarest, per siglare accordi di collaborazione con i vari governi proprio nel campo della telefonia, locale e internazionale. Missioni condotte in stretto rapporto con Enrico Micheli, con Dini e con Augusto Fantozzi, titolare del Commercio con l’estero. Un contesto che i magistrati della procura di Torino stanno ricostruendo e con una certa facilità visto che di molte visite dei nostri esponenti di governo nei Balcani esistono perfino dettagliate note di agenzie di stampa, nazionali e internazionali. Erano gli anni in cui il sottosegretario Micheli dichiarava trionfante che mai il nostro Paese aveva avuto un presidente come Romano Prodi, sempre in giro per il mondo a procurare affari alle imprese italiane. E Dini, insieme a Fassino, sosteneva che le nostre ambasciate dovevano diventare il luogo di opportunitàconomica per il sistema Italia nel mondo. Eppure il ministro degli Esteri oggi non ha esitato a smentire tutto. La Farnesina non si è mai occupata di affari e meno che meno di telefonia, in Serbia o in Romania o altrove.

 

Pisanu: undici domande, nessuna risposta. Il dibattito seguito alle scarne informazioni fornite al Parlamento dal ministro Dini ha comunque rimesso sul tappeto i molti punti interrogativi sollevati dai giornalisti di Repubblica. Giuseppe Pisanu, presidente dei parlamentari di FI, li ha sintetizzati in undici punti. Ha chiesto al governo: “Per quali ragioni una operazione di così grande portata economica e di così vaste implicazioni politiche è stata affidata a una società di diritto olandese, controllata dalla Stet International Spa, a sua volta controllata dalla Stet Società finanziaria, all’epoca controllata dal Tesoro e, successivamente, fusa con Telecom? Insomma, si è affidata a una società di infimo ordine un’operazione straordinaria e di eccezionale importanza. Chi furono i percettori finali dei versamenti effettuati dalla Stet sui conti della Paribas Banque di Francoforte e della Bercley’s Bank di Londra? A quale cifra ammontavano esattamente, e a quale titolo furono realmente disposti?

Quali attività svolse l’Ubs di Zurigo e in base a quali elementi, in veste di advisor, avrebbe stimato per circa 900 miliardi di lire il 29 per cento di Telekom Serbia?

Una partecipazione che valeva molto meno e che, infatti, fu successivamente iscritta a bilancio per soli 400 miliardi! E a quel momento non avevamo ancora bombardato con i nostri aerei gli impianti che avevamo comprato con i nostri soldi”.

 

“Qual'è l'ammontare esatto delle somme sborsate direttamente o indirettamente, a qualsiasi titolo, dalla Stet o da Telecom per l’acquisizione di Telekom Serbia e se le cifre stesse corrispondono a quelle iscritte a fronte nei bilanci della societàroganti che hanno pagato? Per quali ragioni l’amministratore delegato di Telecom Italia, Tomaso Tommasi di Vignano, firmatario del contratto dell’acquisto di Telecom, disattese il rapporto della società di  revisione Cooper e Laiband, che bocciò il primo bilancio della Telekom Serbia privatizzata perchè si  sovrastimarono gli utili e il capitale?. E' ragionevole considerare una normale commissione per una prestazione professionale la parcella di 960 mila marchi, circa un miliardo, riconosciuta al conte Gianni Vitali compagno di caccia di Milosevic?. Esistono davvero clausole segrete del contratto Telecom Italia-Telekom Serbia rientranti in un giro di tangenti europee ideato dal regime di Belgrado nel 1997? Se esistono, qual'è il loro contenuto? Per quali motivi i responsabili  di Stet e Telecom le hanno celate non solo agli organi societari, ma anche ai ministri e controllanti?. Qual'è il ruolo svolto da Dojcilo Maslovaric, intermediario dell’affare Telecom al tempo in cui era ambasciatore di Milosevic presso la Santa Sede?. E' vero che il governo di Belgrado pose il segreto di stato sul contratto di vendita? Per quali motivi lo fece? Quei motivi, comunque, avrebbero dovuto essere, per legge, notificati al governo italiano?. Corrisponde a verità quanto dichiarato a Il Messaggero dall’ex ambasciatore iugoslavo Maslovaric, secondo il quale la tangente di 32 miliardi sarebbe stata pagata dai serbi ai consulenti inglesi, mentre gli italiani avrebbero pagato l’Ubs in Svizzera? A chi si riferisce il presidente Milosevic quando afferma che il danaro della tangente fu destinato a ‘quei mafiosi italiani’?”.

 

I greci comprarono da Stet: non trattarono con Milosevic.

La legislatura e la vita di questo governo sono ormai segnate, quindi molto difficilmente dalla politica si avranno chiarimenti e trasparenza. E non soltanto i quesiti di Pisanu dovranno attendere altri governi e forse una vera commissione d’inchiesta. Il paese ha diritto di conoscere perchè il governo greco che non ha certo la Cia e che non una potenza, riuscì a schivare con prontezza la trappola Telekom Serbia. La Ote, infatti, l’azienda  greca di telecomunicazioni, non ottenne mai dal suo governo il nulla osta ad entrare direttamente nell’azionariato di Telekom Serbia e pagare Milosevic. Ote acquistò il 20 per cento dalle mani di Tomaso Tommasi di Vignano, unico interlocutore straniero del presidente serbo. L’amministratore di Stet operò contemporaneamente per l’acquisto del 49 per cento e la successiva vendita ai greci del 20 per cento, togliendo d’imbarazzo i soci greci che non avevano ottenuto il via libera dal loro governo. E non temono, i greci, proprio per questo alcuna conseguenza sui 32 miliardi di tangenti: se furono pagate se ne incaricarono gli italiani.

 

“Splendido esempio di grande coraggio e elette virtù civiche”.

Per il suo contributo alla giustizia Rosetta fu assunta come impiegata civile dal ministero dell’ Interno, un suo fratello disoccupato diventò tenente di polizia e, l’attività commerciale della famiglia fu salvata dal fallimento grazie ai tre miliardi e mezzo offertigli dallo Stato. Non solo: Rosetta divenne un eroina. Fu Luciano Violante, allora presidente della commissione antimafia, a ergerla a simbolo della lotta alla mafia e a perorare la sua causa presso i ministri dell’Interno dell’epoca, Vincenzo Scotti prima e Nicola Mancino poi. Su proposta dei ministri, infatti, il presidente Scalfaro, le appuntò al petto la medaglia d’oro al valor civile, accompagnandola con la seguente motivazione: “Medaglia d’oro al valore civile - Cerminara Rosetta - Data del conferimento: 31/3/1994, motivo del conferimento: “Testimone involontaria dell’efferato omicidio del Sovrintendente Capo della Polizia di Stato Salvatore Aversa e della consorte, mossa dalle ragioni della verità della giustizia, rompeva il secolare muro di omertà nell’ambiente lametino e, pur consapevole dei gravissimi rischi per la propria incolumità collaborava con l’Autorità giudiziaria, permettendo l’arresto degli assassini e la loro severa condanna. Splendido esempio di grande coraggio e di elette virtù. Lamezia Terme (Cz), 4 gennaio 1992.”

 

La richiesta di revoca deve essere presentata dal ministro dell’Interno al presidente della Repubblica Ciampi attraverso la presidenza del Consiglio. Ma i tempi si annunciano lunghi: sia il Governo sia la presidenza della Repubblica potrebbero rinviare la questione fino a quando non ci sarà per la Cerminara - che gode ancora del programma di protezione e vive sotto altra identità in un luogo segretissimo - un sentenza definitiva di condanna per calunnia. 

 

11. Bianco e i Ds: partita politica all’ombra dell’Etna.

L’arresto, avvenuto ieri, di uno dei primi imprenditori catanesi, Sebastiano Scuto, conferma la veridicità delle dichiarazioni sulle collusioni fra mafia affari e politica  rese  all’Antimafia dal sostituto procuratore della Repubblica di Catania Nicolòrino. E rinvigorisce le polemiche sulla città etnea. Sotto il vulcano si gioca una partita senza regole da quando Enzo Bianco ha preferito l’avventura del ministero dell’Interno alla ancor più co moda poltrona di sindaco.

Lo scontro in atto è tutto interno al centrosinistra e in palio c’è la sopravvivenza politica di Bianco da una parte, e dei diessini Anna Finocchiaro e Claudio Fava dall’altra. Senza mezzi termini la presidente della commissione Giustizia della Camera sostiene che il ministro dell’Interno si difende dalle accuse - che anche in commissione Antimafia gli sono piovute addosso - di irregolarità in molti atti amministrativi della sua gestione, scaricando su altri le responsabilità. Dal fronte popolare il segnale per i diessini venuto il 22 febbraio: alla Camera il sottosegretario alla Giustizia Rocco Maggi, del Ppi, rispondendo a una articolata interrogazione del deputato di An Benito Paolone, sulle poco chiare scelte urbanistiche e sugli appalti fatti da Bianco, ha difeso strenuamente il ministro. Al contempo, e con dovizia di particolari, Maggi ha informato il Parlamento che alla procura della Repubblica di Palermo da tempo sono in corso indagini, scaturite dalle confessioni dell’ imprenditore Mario Seminara, che coinvolgono esponenti di primo piano dei Ds: fra i quali il parlamentare Michele Cappella, e l’ex vice sindaco di Catania Paolo Beretta. Su Bianco, invece, Maggi ha sostenuto che la situazione denunciata da Paolone “non coinvolge in alcuna forma il ministro”. Per Fava, segretario regionale dei Ds, e per la Finocchiaro la risposta del sottosegretario alla Giustizia pparsa un atto di scorrettezza, visto che Paolone nell’interrogazione aveva citato circostanze e fatti, anche giudiziari, che riguardavano soprattutto il ministro. D’altro canto la presidente della commissione Giustizia ha tenuto a far sapere al ministro dell’Interno che personalmente si empre prodigata in sua difesa, ma allo stesso tempo gli ha voluto ricordare che gli atti della giunta hanno sempre, come prima firma, quella del sindaco. A buon intenditor poche parole. Lo scontro si sposta ora sulla scelta dei candidati e dei collegi per le politiche, ma i Ds non intendono fare sconti a Bianco e alla Margherita.