Sono
certa, e perciò pragmaticamente comprensiva della realtà, del fatto che per
qualsiasi giornalista il passaggio da opinionista e notista politico al ruolo di
direttore è un evento che, necessariamente, ne scuote l'abituale assetto
politico e
sistema di lavoro perchè, scrivere e insieme
dirigere un organo di informazione, è una avventura tanto affascinante ed
esaltante quanto un terreno minato ad alto rischio di errori, trabocchetti
politici, sociali, redazionali & cdierrerali su
cui la vigilanza deve essere continua, quindi, il passaggio di ruolo è
stressante e logorante. D'altronde, certi direttori, seppure storici, in anni di
direzione avranno scritto si e no 4 o 5 volte,
forse con il principio assai snob che distingueva la mia nonna irlandese tutta
d'un pezzo: "Sui
giornali si va quando si nasce e quando si muore. Stop". Ciò
premesso, il 5 ottobre 03, ho provato l'antico piacere,
ed interesse politico, nel leggere il fondo del
Direttore del Corsera Stefano Folli dal titolo 'Raffarin all'italiana'. Vi ho riletto,
infatti,
"il Punto di Stefano Folli" che confesso mi
mancava, e come me, a tanti politici, anzi.... Altro che il Punto (o la Nota se
preferite, ma è il Punto risuscitato) di Massimo Franco, a cui pur riconosco una
grande penna ma, unita, ad una costante acidezza sinistrorso-ideologizzante che non aumenta certo prestigio
politico e personale di Franco che aveva, invece, il Punto di
Folli.
Se oggi, 5 ottobre
03, dovessi eleggere Mister articolo di Fondo sui fatti del Vertice Europeo
all'Eur di Roma, eleggerei il Direttore di Libero
Vittorio Feltri il cui Fondo, 'La
rivoluzione a scrocco', costituisce un esemplare
capitolo di come, ne' da destra ne' da sinistra, ma con onestà e alta deontologia professionale vanno descritti e
giudicati i fatti, senza pietà e commistioni ruffianesche, ne' per la destra ne' per la
sinistra, e dando al lettore sia l'informazione reale sui fatti sia facendosi
portatore del giudizio generale dei lettori. A meno che, ahimè, non ci si chiami
Furio Colombo o, doppio ahimè, Antonio Padellaro che, con i
loro pastoni per le galline trinariciute, mi hanno
tolto il piacere, antico e fedele, di leggere l'Unità
di Macaluso, di Petruccioli, di Gambescia. Per carità, resta l'affetto amicale per Furio & Antonio di cui, del primo, ricordo i ritardi
trafelati-altolocati con cui arrivava alle cene di
potere dei salotti romani, cene con i soliti instancabili 7 o 8 ministri,
Presidenti del Consiglio di turno, grandi Commis di Stato e imprenditori alla De
Benedetti o alla Romiti, scusandosi col fatto, invero assai distante dal
trinariciuto lettore-militonto, che, l'Avvocato, lo aveva "trattenuto amabilmente in amabili ed alati conversari e, sfuggire all'Avvocato, si sa, è davvero impossibile
perciò scusatemi, scusatemi molto". Per
Antonio, invece, provo indulgenza. Fatta la puttanata maxima di passare da
vicedirettore dell'Espresso a vicedirettore dell'Unità, (perdendo la benefica a-trinariciuta vigilanza di Gian Paolo Pansa), siccome
Antoniuccio tiene famiglia, immagino che sia stata una pura squisita contingenza
di decisivo aumento di stipendio.
Concludo con l'invocazione di lettrice
fedele sì, ma allarmata, del Corsera: farci pervenire quanto prima una di quelle
messe
a punto, saggiamente e liberalmente
riequilibratrici, di Piero Ostellino, sui fatti dell'Eur. Giuliana D'Olcese