Riceviamo da Giornalisti in Trincea e pubblichiamo.
 
PREMESSA:
Oramai tutta l'Italia conosce tramite giornali e media il caso Barillà, sere fa ospite anche del Costanzo schow. Vorremmo che emergesse un altro caso, tra i tanti sepolti nell'oblio dell'anonimato finchè qualche protagonista non gode della "fortuna" di poter emergere dal buio in cui è relegatoAbbiamo ascoltato attentamente il Presidente Ciampi e, sul passaggio delle esortazioni indirizzate al potere politico, come agli elogi ed alle esortazioni indirizzate alla magistratura, auspichiamo e sollecitiamo a che, quanto prima, si metta in moto una attenta, obiettiva quanto funzionale riforma sulla Giustizia compresa la riforma, urgentissima, del sistema carcerario italiano.  
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GiustiziaMicrochip nell'orecchio di Dorigo? Un "caso" analogo al caso Barillà?
L'allucinante caso Dorigo, dettagli, sviluppi e la rara sensibilità della giudice di sorveglianza dott.ssa Manganaro

ABC Flash Agence europèenne de Presse Paris
 
Attualità. Paolo Dorigo venne condannato nel 1994 a 13 anni di carcere dalla Corte d'Assise di Udine, -qui di seguito vediamo comecondanna su cui la Commissione europea dei diritti dell'uomo e il Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa sono intervenuti ingiungendo all'Italia di «adottare le misure necessarie per porre fine a questo abuso accertato e rimediare per quanto possibile alle conseguenze gravi e persistenti per la vittima».
Ma i magistrati italiani investiti di quella condanna l'hanno, diciamo, totalmente "ignorata". Il governo italiano, chiamato a dare spiegazioni per tale inadempienza, si è impegnato a modificare entro l'ottobre '02 le norme di procedura italiane, adeguandole a quelle della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, con effetti retroattivi. Ma non ha rispettato l'impegno. Nel frattempo Dorigo veniva sottoposto a «pressioni» d'ogni genere perché «confessasse», ma rifiutò. Ed ecco a un certo punto apparire un singolare fenomeno... che ha reso necessario un esame clinico approfondito, per accertare se nel suo condotto uditivo sia stata introdotta una microchip, in grado di captare comunicazioni via radio… Ma vediamo la faccenda da vicino.
Nel 1993 vi fu un attentato alla base americana di Aviano (Pordenone) rivendicato da proclami firmati «Brigate rosse».
In seguito a questo attentato le autorità italiane, sollecitatissime dagli americani, avevano bisogno di trovare con urgenza un colpevole. Data la situazione particolare, si misero in moto non solo polizia e la locale procura della repubblica, ma anche i servizi segreti. E il colpevole fu "trovato" ricorrendo al metodo tristemente abituale in Italia di usare dei cosidetti "pentiti", pronti a dichiarare qualsiasi cosa o il suo contrario. Metodo del tutto anomalo, che fa sì che in molti casi si possa sopperire all'incapacità di taluni inquirenti di effettuare investigazioni serie. Oltre che di colpire, a 'incrocio', chi da' 'fastidio'. Fu con questo sistema che il veneziano Paolo Dorigo, all'epoca 33enne, fu incriminato, arrestato (23 ottobre 93) e condannato dalla Corte d'Assise di Udine a 13 anni di galera, sulla base esclusiva di quanto risultava dichiarato in istruttoria da quei "pentiti", e benché si fosse sempre dichiarato innocente. Senonché a un certo punto è intervenuta la Commissione europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo (con una decisione del 9 settembre 98, n. 33286/96) e in seguito, il Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa, (decisione del del 15 aprile '99) stabilendo che il Dorigo era stato condannato abusivamente essendogli stata impedita ogni possibilità di difesa salvaguardata dall'art. 6 (sull'equo processo) della Convenzione europea dei diritti dell'uomo.
Ciò in quanto gli si era impedito, fra l'altro, di esercitare una facoltà inalienabile: quella di «interrogare, o far interrogare dai suoi avvocati, in pubblica udienza, le persone che risultavano aver rilasciato, durante le indagini o l'istruzione, dichiarazioni a suo carico». Cioè quei pentiti. Le dichiarazioni di costoro dovevano dunque esser considerate nulle, poiché non sottoposte a contraddittorio. E invece la Corte d'Assise di Udine le aveva considerate senz'altro -illegittimamente- <testimonianze valide>, basandovi interamente la condanna. Visto che il Dorigo era stato condannato su testimonianze nulle, il Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa dispose che l'Italia si mettesse in regola "adottando le misure necessarie per porre fine a questo abuso accertato" e rimediare per quanto possibile "alle conseguenze gravi e persistenti per la vittima".
A questo punto l'Italia aveva l'obbligo di ottemperare a quella decisione della Corte europea: Si doveva riaprire il processo, dando al Dorigo la possibilità di interrogare in pubblica udienza quei "pentiti". E invece la la Corte d'assise di Udine non ottemperò a tale supremo obbligo. Sennonché dopo qualche tempo il Consiglio d'Europa chiese al governo italiano di comunicargli le misure prese per ottemperare alla decisione. Il governo italiano chiese a sua volta notizie in merito alla Corte d'assise di Udine ma questa «giustificò» la propria gravissima omissione affermando che le norme vigenti della procedura italiana impedivano la riapertura del processo. "Inesattezza" madornale, poiché in caso di conflitto fra una norma nazionale (in questo caso italiana) e le norme della Convenzione europea, sono queste ultime a prevalere, come confermato con estrema chiarezza fin dal '93 anche dalla Corte Costituzionale e dalla Corte di Cassazione (a sezioni unite) italiane.
Il rifiuto di quei magistrati di riaprire il processo al Dorigo, mettendolo nei giusti binari, non è stato dunque che un nuovo abuso ai danni di costui. A questo punto il governo italiano si è trovato in un grosso imbarazzo. Da un lato doveva render conto alla Corte europea di quella inadempienza, ma d'altro canto si sentiva del tutto impotente nei confronti di quei magistrati, a causa della cosiddetta autonomia della magistratura dal potere esecutivo politico.
Al governo non restava che un mezzo per cercare di mettere in regola con il diritto i magistrati a rimediare: sollecitare il Parlamento a modificare le norme procedurali italiane esistenti, mettendole ben chiaramente in linea con quelle della Convenzione europea e con le decisioni della Corte europea di Strasburgo. Nonché formulate in modo che possano applicarsi retroattivamente anche ai casi già decisi in precedenza da detta Corte. In tal modo i magistrati italiani, essendo comunque sottoposti alle leggi, non avrebbero potuto rifiutarsi di applicare norme chiaramente italiane. Contrariamente sarebbe caduta in nell'illegalità. E così il governo italiano, nel corso di una seduta del comitato dei ministri del Consiglio d'Europa avvenuta il 19 febbraio '02, assicurò il Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa di aver messo in cantiere il lavoro legislativo al fine dell'adeguamento. In particolare si impegnò a far approvare dal Parlamento italiano, in tempi brevi, 2 disegni di legge già pronti in tal senso (il C1447e il C1225). E quel Comitato dei ministri, manifestando molta pazienza, prese atto di questa assicurazione ma, sempre in quella seduta, diede all'Italia -con risoluzione n 30/02- un termine preciso entro il quale doveva adottare la nuova normativa: ottobre '02. A questo punto si profilava, per coloro che erano implicati nella condanna al Dorigo -inquirenti, servizi segreti e giudici- la prospettiva che le dichiarazioni di quei pentiti, sottoposte a pubblico contraddittorio, fossero smentite. Dichiarazioni per cui il Dorigo era stato tenuto in carcere per 11anni!! L'unico mezzo per eliminare questo pericolo, era ottenere una confessione dal Dorigo. In tal modo non si sarebbero più potuti sollevare dubbi sulla sua colpevolezza, e per loro non ci sarebbero stati più problemi... Ma il fatto era che il Dorigo rifiutava…
Ed ecco verificarsi una serie di fatti 'singolari'. Sballottato da un carcere all'altro, il Dorigo fu sottoposto a pressioni di ogni genere, tanto che dovette presentare varie denunce per violenze ed abusi: 1 dal carcere di Livorno (12 giugno '02 e il 5 agosto '02)
2 da quello di Biella (16 agosto '02) un'altra alla Procura generale di Trieste (5 settembre '02). Da notare che a Biella, la procura sta anche procedendo per altre ragioni contro 36 agenti di custodia accusati di maltrattamenti sui detenuti. Inoltre il Dorigo accusòimprovvisamente uno strano fenomeno: sentiva continuamente una voce, talora femminile talora maschile, che lo esortava  insistentemente a "pentirsi", a confessare. Fenomeno che si è cercato di spiegare come "allucinazioni uditive". Sennonché, sottoposto a una serie di visite psichiatriche, il Dorigo è risultato del tutto normale, a parte quelle singolari "allucinazioni uditive".
Nel '96 e '97 era stato sottoposto a 2 operazioni chirurgiche, l'una a Torino, l'altra al centro clinico del carcere milanese di Opera. Per cui prese corpo l'ipotesi che durante una di queste operazioni gli fosse stato introdotto nel condotto uditivo una microchip, attraverso cui gli si facevano pervenire via radio quelle esortazioni. Tanto più che il Dorigo affermava di captare anche comunicazioni radio della polizia. Per di più da una visita otorinolaringoiatrica, 19 agosto '02, gli risultò un'«acufene a sinistra con frequenza circa 1000 hz»! (La norma è di 400 hz). A questo punto, bisognava andare a fondo su tale circostanza, sicché l'avv. Vittorio Trupiano, suo nuovo difensore, ha formulato al giudice di sorveglianza del carcere di Spoleto, in cui il Dorigo si trova attualmente, una richiesta di esame di risonanza magnetica nucleare (RMN) per accertare la presenza o meno di corpi estranei nel condotto uditivo di Dorigo. Il giudice di sorveglianza, dott.ssa Grazia Manganaro ha disposto -anche sulla base di un rapporto del medico del carcere dott. Silvio Fiorani- che il Dorigo sia sottoposto a detto esame. Trattandosi di un accertamento decisivo e particolarmente delicato, date le gravissime responsabilità che potrebbe far venire alla luce se l'esistenza di questo "corpo estraneo" verrà confermata- la dott.ssa Manganaro ha autorizzato i difensori e gli esperti del Dorigo ad essere presenti durante gli accertamenti.
Va dato atto alla dott.ssa Manganaro di aver dimostrato, con ciò, una sensibilità raramente riscontrabile nei giudici di sorveglianza delle carceri italiane.
Gli accertamenti saranno effettuati, si prevede, nei prossimi giorni. Intanto l'Italia non ha ottemperato all'impegno di adeguare le norme procedurali della Penisola a quelle della Convenzione europea dei diritti dell'uomo entro l'ottobre '02. Per cui il Dorigo ha iniziato, dal 1° febbraio, uno sciopero della fame ad oltranza. Affare da seguire.
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