Carceri: Indulto, indultino, boh... l'Amnistia è una concessione?
No, è un diritto dei cittadini detenuti nelle carceri, italiane
di Stefano Surace da Parigi -
ABC Flash
Rceviamo da - ABC Agence europèenne de press Paris
abcflash@free.fr
L'amnistia non è una concessione,
è un preciso diritto dei cittadini detenuti nelle carceri italiane a causa delle
condizioni di vita, scandalosamente
anticostituzionali oltre che illegali. -afferma il celebre intellettuale,
giornalista, scrittore e filantropo italo-francese Stefano Surace-. Abbiamo
potuto porgli qualche domanda approfittando del fatto che è a Parigi.
La legge, quando prevede una condanna
alla reclusione - ci ha detto Surace - stabilisce che il condannato debba
essere separato per un certo tempo dalla società, in modo da preservare quest'ultima
dalla sua attività illegale, o criminosa, e da offrire al condannato condizioni
ambientali che lo aiutino a reinserirsi poi nella società come elemento valido
e non più negativo.
Nella realtà invece, quando un condannato entra in
carcere, vi trova condizioni ben più pesanti, talora atroci.
Diventa dunque suo diritto,
per un principio inderogabile di equità giuridica, la riduzione della durata
di una pena che, come viene applicata, è in realtà molto più pesante di quella
prevista dalle leggi e definita dalla Costituzione.
E il solo modo attuabile per ridurla (in attesa che
lo Stato rientri nella legalità modificando le condizioni ambientali nelle carceri,
non realizzabili in tempi brevi) è l'amnistia, che diventa dunque non una concessione
benevola ma un atto dovuto, tendente a rimediare in qualche modo al fatto che,
in realtà, si è sottoposto (del tutto illecitamente) il condannato a una pena
molto più pesante di quella prevista dal legislatore e dalla Costituzione della
Repubblica. Se una persona commette un reato deve pagarlo, ma non ben più pesantemente
di quanto la legge prevede. Non a caso il Papa ha affermato che, in queste condizioni,
certe reclusioni sono un rimedio peggiore del male, anche per la società.
"Amnistia? Forse sì. Certo, sì. Beh, veramente no... Però indulto sì...
Anzi no: indultino. Oppure... boh,"
si ciancia nella
politica italiana...
Ci ha provato il Papa, a chiedere l'amnistia in Italia.
"Ma che c'entra, lui? Vuole ingerirsi, nientemeno, negli affari interni della
repubblica italiana? Scandaloso" - dicono certuni. La situazione appare davvero
confusa, per cui abbiamo pensato di porre qualche domanda a Stefano Surace,
personaggio che deve conoscere l'argomento come pochi altri. Il celebre intellettuale
e filantropo italo-francese (giornalista, scrittore e maestro di Arti Marziali
di rinomanza mondiale) è a Parigi dopo aver assestato una memorabile lezione
a certa magistratura italiana da lui definita senzanza mezzi termini e peli
sulla lingua. Surace, quando viveva e operava in Italia (anni 70) ebbe ad effettuare
fra l'altro, come giornalista, un'inchiesta strepitosa sulle carceri italiane,
nel corso della quale entrò ben 18
volte in 9 galere grandi e piccole (San Vittore, Poggioreale, Monza, Firenze,
Arezzo, Legnano, Voghera, Cicciano, Desio) condividendo la vita dei detenuti,
ogni volta per qualche settimana. Ciò in un'epoca in cui, per un giornalista,
entrare in un istituto penitenziario italiano anche solo per una mezz'oretta,
non diciamo per farci un'inchiesta ma giusto per darvi un'occhiata e farci un
articolo, era pura utopia. Le carceri erano un mondo totalmente sottratto al
controllo del pubblico attraverso la stampa, e dove tutto poteva succedere,
e restare ignorato. Fu una di quelle inchieste "impossibili" di Surace che han
fatto la sua leggenda, anche se lui ne parla con un lieve sorriso, come di cose
del tutto normali.
Una ampia intervista a Stefano Surace sull'argomato
delle carceri e della giustizia in italia, si può richiedere
anche in versione italiana a abcflash@free.fr
Radicali, Indulto. No alle illusioni.
Appello ai detenuti: Non abbassate
la guardia
Ora è
il momento dello sciopero della fame.
Dichiarazione alla stampa di Daniele Capezzone,
Sergio D'elia, Rita Bernardini.
Occorre essere chiari: sulla
questione dell'indulto nessuno può permettersi di ingenerare illusioni. Al senato
il presidente Pera ci ha dato notizie
confortanti sul fatto che, quando i provvedimenti arriveranno alla Camera alta,
sarà loro assicurato un binario privilegiato. Alla Camera, però, disponiamo
solo della buona volontà del presidente Casini, ma nulla assicura che, dopo
l'avvio della discussione si giunga in modo sicuro ed in tempi certi ad un voto.
Rivolgiamo un appello ai detenuti: Non
è il momento di abbassare la guardia. Occorre
ora partecipare in massa al nostro sciopero della fame per aiutare e sostenere
i Presidenti delle Camere, e per evitare, in particolare, che, alla Camera,
le buone intenzioni del Presidente Casini siano assorbite dalle sabbie mobili
o siano vanificate dai veti incrociati e dai trabocchetti escogitati dall'una
o dall'altra forza politica.
Sepolcri imbiancati, fuori un altro
di Vincenzo Andraous
Ci risiamo,
un altro detenuto si è tolto la vita, "un altro rompiscatole
in meno". Per la cadenza tragica di questi accadimenti c'è
da dire che il problema del sovraffollamento
sta per essere risolto per vie del tutto naturali, per
autoesclusione.
Ciò che ne rende
dura la digestione è che l'ennesimo scomparso non era un delinquente
incallito né si sentiva eroe in una prigione, era un poveraccio extracomunitario
con pochi giorni da scontare. Qualcuno
si chieda come rendere le parole meno vuote e i fatti più consistenti.
Certo è che del carcere tutti sappiamo tutto, ma a pochi importa e vale anche
per chi in carcere muore, sopravvive e ci lavora, perché ognuno parla, agisce,
dimentica, per ideologia, per appartenenza e mira al proprio interesse, al rafforzamento
della casta, al male minore da scegliere. E così i morituri non fanno notizia
né suscitano pietà: quella è finita da un pezzo nelle carceri italiane. Esaurita
pietà e sensibilità, la prigione, così
deve essere: luogo di morte, in cui ipocritamente è richiesta speranza
e riabilitazione. Il carcere, la pena, la persona umana e gli operatori mai
sufficienti, il carcere e la sicurezza, e l'uscita
con i piedi in avanti. Un tempo si evadeva tra rivolte e omicidi, oggi
sofferenza e abbandono. In questa inumanità che allontana e divide, è pressante
una richiesta: Si tratta di stabilire una certezza, non solo quella della pena,
troppo usata come nascondimento di ben altre assenze politiche, occorre
delineare un'altra certezza, quella della vita, della dignità, della speranza.
E lo si può fare partendo da un interrogativo che può apparire anacronistico:
a chi il compito di educare? Educare perché e a che cosa e quando? Quando una persona
muore tragicamente e, peggio, in solitudine, non
ci sono soluzioni esaustive o convincenti per far sì che non si ripeta, ma si
chiami con il suo nome quella assenza che ha causato il danno: in
questo caso l'attenzione.
Si parla di rieducazione, di trattamento, di pena che recupera, di mezzi
e strumenti che mancano, occorre fare un passo indietro, e pensare che siamo
educatori e educandi, e educare alla vita può essere un imperativo anche in
galera: se riconosciamo il valore della dignità umana. Educare a rieducare non
è uno slogan, né una critica, è intendimento e capacità operativa, affinché
il costruire e ricostruire insieme non rimangano forme dialettiche rinsecchite
solo per giustificare il proprio compito, ma ritrovino valori, diritti e doveri
condivisi per una conquista di coscienza. Il carcere c'è in tutto il suo fisico-psicologico
e non se ne può fare a meno: ma di morti ammazzati per sofferenza, solitudine
e abbandono, sì. E' al detenuto che si chiede di fare autocritica, accettare
un tragitto di vita privo di libertà, per le proprie azioni sbagliate. Di fronte
all'impiccato di turno è salutare ribadire l'importanza dell'autorità perché
chiamata a svolgere una funzione delicata, ineliminabile non limitata al contener,e
nelle tante storie anonime e lacerate, quella di educare alla vita, senza falsi
moralismi, ma attraverso un rapporto con la società, perché è solo nell'incontro
con l'altro che c'è possibilità di uscire dal proprio sé. L'altro siamo noi,
nessuno escluso.
Vincenzo Andraous
tutor Comunità Casa del Giovane di Pavia.
Carceri & Sfilate di
Moda
Passata la Sfilata passata l'abbuffata.
L' "attenzione" dell'informazione
sull'indecente problema degli Istituti di Pena Italiani , - le Carceri,
-
subisce un istantaneo risveglio, quanto un subitaneo
down, allorchè il Santo Padre, terminata la "Sfilata" tra detenuti
o Autorità e Parlamento, si ritira nelle Sue stanze. Miracolo
della Moda?
Premier, indulto o quel che l'e'
Il Premier si esprima
su Indulto, "indultino", clemenza, o quel che l'e',
ma si esprima. E' il momento di farlo.
La Lega apre, i Ds non sanno che fare, proposta alternativa a Buemi e Pisapia.
Buon Natale.
Cordiali saluti, Giornalisti inTrincea - National@egroups
Carissimi Giornalisti inTrincea,
concordo
pienamente con la vostra richiesta sacrosanta al Presidente del Consiglio
di esprimersi sull'indulto. I termini della questione
sono ben noti, inoltre dopo l'intervento a camere riunite del Papa mi sembrerebbe
francamente riprovevole - per non dire altro! - continuare con quest'andazzo
da repubblica delle banane. Conosco
certi carcerati che, in confronto a certi liberi cittadini, ...!!! Vederli
marcire in gattabuia mi fa venire una rabbia ... anche a voi, vero? O no?