Caro Virus,
Propongo, dopo la mia recente
esperienza professionale,
un Forum sulla libertà di stampa
Meno
opinioni pù inchieste
di Romano Bracalini vice direttore
del TG3
Caro Virus,
Dice
Joseph De Maistre: Ogni popolo ha il governo che si merita, e per estensione
anche la stampa che si merita.
E' così? Propongo agli amici di Virus un Forum sullo
stato della stampa in Italia: se è libera, se non lo è, e perchè.
Dite la vostra, come mi è capitato di dire la
mia. Ho qualche idea in proposito. Il nostro giornalismo non ha tradizioni di
indipendenza e di autonomia, non è il cane da guardia del potere, come in
America, ma l'opposto. I lettori lo sanno e in effetti non si fidano. Abbiamo il
primato dei telefonini in Europa (che è sempre una bella soddisfazione) e delle
importazioni di champagne, ma i giornali italiani non si vendono e perdono
copie. Ci sarà una ragione!
I giornali devono distribuirli gratis alle
metropolitane.
Il giapponese Asahi Shimbun vende in uno
solo giorno 8 milioni di copie: quanto tutti i
giornali italiani messi insieme.
Nell'Ottocento i grandi giornali erano organi dei potentati
politici: Crispi, Giolitti, Salandra e poi Mussolini se ne servivano per
farsi propaganda e lottare contro l'avversario politico. E' cambiato qualcosa?
Ha ragione il pubblico a considerare i giornalisti fiancheggiatori del potere,
complici dei politici? I torinesi chiamano la Stampa 'la busjarda' perfino con
affetto.
Se può consolare, a
Roma Il Messaggero lo chiamano 'er bucìia'. Si da per
scontato che i giornali mentono.
Uno dei difetti del
giornalismo italiano è quello di prediligere il commento alla notizia. Si
leggono raffinati editoriali di professori che non si muovono da casa, ma poche
inchieste che costano fatica perchè dietro le notizie bisogna scarpinare. Sono i
difetti del giornalismo colto e ideologico d'antica scuola umanistica, specchio
delle antiche divisioni.
Nessun paese in Europa ha un
così alto numero di organi di partito, che altrove nessuno leggerebbe; a
anche i giornali cosiddetti indipendenti obbediscono a logiche di potere.
Giornali che alla verità oggettiva, che scaturisce dai fatti, preferiscono
quella di valore, che è un prodotto della fede e dell'ideologia. Abbiamo avuto
il fascismo e il dopoguerra segnato dall'egemonia comunista: notoriamente non
sono rinomate scuole di libertà.
Non esistono in Italia
editori puri, editori di giornali. Ma fabbricanti di auto, di computer,
palazzinari che pubblicano giornali per prestigio e per nobilitare il blasone di
famiglia. E i giornalisti abbracciano la causa di chi li paga e chi li paga ha
scopi che non si identificano con gli interessi dei lettori, i quali chiedono
solo di essere informati correttamente. Ma chi pensa ai
lettori? Chiamereste i giornalisti italiani,
come in America, rappresentanti
dell'opinione pubblica?
Del resto come può esserci
una compiuta libertà di stampa in un paese dove la libertà è sempre stato
un concetto precario? Difficile derogare dalle tradizioni e dalle abitudini
consolidate. Quando c'è mai stata una stampa libera in Italia?
Negli anni Cinquanta la
stampa indipendente stava con l'America, la stampa di sinistra e di partito con l'URSS.
Per la verità non c'era posto. In URSS, con senso dell'humor, avevano
chiamato l'organo del partito Pravda, Verità, l'unica verità stava nel titolo,
il resto era turpe propaganda.
Anche nella Russia postsovietica il concetto
di libertà di stampa è precario. I giornali hanno il bavaglio come al tempo del
regime comunista. Non basta passare da Breznev a Putin per restaurare ciò che in
Russia non è mai esistito dagli zar al Politburo e oltre. Del resto Putin da dove viene?
Anche l'Italia è un paese a libertà
limitata. Nel 1946 tra i costituenti anche democratici c'era chi si
opponeva a una libertà di stampa illimitata. Libertà sì, ma con giudizio. Cosa
che sarebbe apparsa incredibile negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, ma per gli
italianizzi immaturi la libertà poteva diventare arbitrio, licenza. Non c'era
più Provolone, ma c'erano il PCI e il Vaticano, campioni del dogma. In Italia si
fa continuamente l'apologia della libertà di stampa. E' un brutto segno.
Si parla di libertà laddove manca.
Del resto
il desiderio di bacchettare la stampa quando non serve determinati scopi ce
l'anno un po' tutti: anzitutto i politici che intimidiscono i giornalisti con
querele miliardarie. Non si fanno più nemmeno querele
penali, ma querele civili per passare direttamente alla
cassa. E' un vizio congenito nel nostro paese. Dell'stituto della querela
si è discusso a lungo,anche all'interno della categoria, ma non si è mai venuti
a capo di nulla. La FNSI nell'autunno scorso censurò
il Manifesto e Libero, in
occasione del dibattito alla Camera sull'intervento militare in Afghanistan,
l'uno perchè aveva criticato il Parlamento, che aveva votato a favore, l'altro
perchè aveva sbattuto in prima pagina i pacifisti che si opponevano alla guerra.
Era l'organo del sindacato di
categoria a censurare la stampa.
La libertà non è mai abbastanza. Ma a un regime di libertà
deve corrispondere un alto senso di responsabilità personale del giornalista. E'
chiaro che più informazione non significa più libertà. Non è la quantità ma la
qualità a fare buona informazione.
Il primo emendamento
della costituzione americana fa divieto al Congresso di varare leggi
intese a limitare la libertà di stampa.
La libertà di stampa è il primo
fondamento della democrazia americana. Ma il giornalismo americano non corre
rischi di querele come in Italia perchè ha un codice di autoregolamentazione e
di disciplina al quale tutti si attengono rigorosamente.
La storia del giornalismo italiano è spesso storia di
meretricio. Se c'è un problema di libertà di stampa è innanzi tutto colpa
dei giornalisti che permettono che ci sia. La prima condizione per affrontare
correttamente il problema della libertà di stampa è innanzi tutti essere più
liberi noi stessi. Ma lo siamo liberi? Lo siamo abbastanza?
Scrivici, se ti
va di aderire alla proposta, siamo qua c/o Virus -
Romano Bracalini. Virus.ilgiornale@iol.it
Egregio Dottor Emilio Fede,
me ne frego del "volemose
bbene" del Presidente
Cordialmente, Pierluigi de
Piccoli
Al Direttore Dott. Emilio
Fede.
Egregio Dottore,
guardo sempre il
Suo giornale, mi piace il Suo modo di proporsi ai telespettatori.
Lei, tra tanti "tartufi" riesce sempre ad essere se stesso.
Le ho perdonato "Vermicino", unica macchia alla Sua indubbia
professionalità.
Ho seguito la cronaca della visita del
Presidente Berlusconi a Tripoli ed ho avuto un moto di stizza.
La Sua cronaca è stato un roboante inno ad un gravissimo
errore.
Scrivo a titolo del tutto personale e Lei può benissimo non
condividere le mie idee, ma vedere un uomo a cui ho dato il mio voto, la mia
stima e la mia fiducia stringere la mano e parlare di collaborazione con un
beduino analfabeta che sino a ieri sputava insulti contro gli Italiani mi ha
profondamente offeso.
Quel "caporale di giornata" che comanda una massa
scomposta di beduini è divenuto improvvisamente un nostro patner economico di
primaria importanza. Abbiamo 'dimenticato' i missili su Lampedusa, gli espropri
ai nostri emigrati, la chiusura delle nostre Chiese, le continue richieste di
"danni di guerra".
Porco mondo, ma le strade, gli ospedali le scuole, le case, la cultura che
abbiamo postato in quel paese non valgono proprio nulla?
Davanti al dio petrolio il nostro Presidente si cala le
braghe, anzi fa di più, riporta (???) la Venere di Cirene a coloro che non sanno
distinguere un fagiolo da un sasso.
Purtroppo non è finita, sempre il nostro
Presidente ha promesso la costruzione di altre strade e di altri ospedali.
Caro Direttore "non ci sto".
Me
ne frego del petrolio (ne importiamo solo 1/4 del nostro consumo), me
ne frego del "volemose bbene" del nostro Presidente, è ora che il Cavaliere
tiri fuori gli "attributi" e la smetta di dare un colpo al cerchio e uno alla
botte.
Personalmente ho votato per una svolta epica della nostra politica
e mi aspettavo altri comportamenti diversi dal "pendolarismo" di democristiana
memoria, pare mi sia sbagliato.
Ci rivedremo alle urne, se le cose continueranno
così.
Cordialmente, Pierluigi de Piccoli.