La
Sinistra ostaggio dei suoi stessi giornali
di Renzo
Foa
Quanto pesa il titolo di un
giornale nel "grande scontro" in atto in Italia?
Molto, certamente molto, soprattutto
se si tratta di una di quelle tre o quattro testate che fanno opinione e che
segnalano un'appartenenza. Così succede che se Silvio
Berlusconi è presidente del Consiglio; se il presidente del Consiglio
dice - testualmente - che "non esistono collusioni, ambiguità, contiguità tra il
terrorismo e il sindacato" e aggiunge subito dopo che
"la maggioranza andrà avanti
per la sua strada perché non esistono scorciatoie per vie giudiziarie, per colpi di piazza o colpi
di pistola" (Avvenire
del 27 marzo); se la Repubblica titola a tutta prima pagina: "Resisterò a piazza e pistole" (segnalando nell'occhiello:
Cofferati: "Un accostamento
inaccettabile e inquietante". l'Ulivo insorge:
"Il governo ha perso la testa"); se succede tutto
questo, un lettore di Repubblica (il 27 marzo ne sono state tirate 900.798
copie) che crede al proprio giornale non può non convincersi che chi sta a
Palazzo Chigi mette sullo stesso piano l'assassinio di Marco Biagi e la
manifestazione romana del 23 marzo.
Ecco un esempio di
quanto possa pesare un titolo. Si tratta per di più del secondo
quotidiano italiano.
Fosse stata l'Unità - su cui è esplosa
tra i ds la polemica - ci sarebbe stata una scusante: quella di essere un
organo di informazione dichiaratamente di parte, che
tutti possiamo considerare autorizzato a forzare un titolo o un resoconto nel
nome
di un
orientamento politico o ideologico. Nel caso di Repubblica, invece, scusanti di questo genere non
valgono.
Il bello (o il brutto) è che quel titolo ha condizionato e non poco
la politica: una parte d'Italia si è convinta che Berlusconi avesse messo sullo
stesso piano sindacalismo e terrorismo (mentre invece aveva detto l'opposto) e
l'altra parte ha passato ore a smentire. Il bello (o il brutto) è che se il
governo polemizzasse apertamente con questo stile dell'informazione si
griderebbe allo scandalo (lo farebbe prima fra tutti Le Monde, che è diventato
il tempio del politically correct), al tentativo di imbavagliare la stampa. Il
bello (o il brutto) è che poi sono gli stessi giornali che alimentano il fuoco,
a lamentarsi che il linguaggio della politica
è ormai giunto a un livello insostenibile. Il
bello (o il brutto) è che il sistema dell'informazione - non si tratta per
carità solo di Repubblica - svolge sempre più un ruolo di supplenza. In questa
stagione lo fa con "la sinistra ufficiale" considerata evidentemente troppo
debole.
Ecco allora un'altra
domanda: perché la politica non si sottrae a questo gioco, prima di
cadere totalmente prigioniera di fughe polemiche, alimentate da un potere
"irresponsabile" per definizione - quello dell'informazione, che va dagli
editori ai poligrafici, passando per i titolisti - visto che non riponde a
nessuno (o meglio che risponde solo a un'abilità complessiva di stare sul
mercato). La risposta è semplice. La politica non ha la forza di sottrarsi né ai titoli dei giornali
né ai salotti tv.
E' ancora troppo debole, dopo un decennio di
scosse sismiche. Resta però la domanda: perché non prova a cominciare a
farlo?