La libertà di essere partigiani e la sinistra talebanica

 

di Dino Cofrancesco

 
Ogni volta che mi accade di vedere, nei vari canali televisivi, o di ascoltare per radio (è spesso ospite a Prima pagina)
Valentino Parlato, mi pongo sempre la stessa domanda: Ma perché tanto rispetto, tanta ossequiosa deferenza, mostrano
tutti per questo incanutito avanzo di stagioni politiche e ideologiche per fortuna tramontate per sempre?
E' mai possibile che vengano prese per segni di una superiore intelligenza l'ironia gratuita e il finto sorriso au dessus de la
melée di un militante che, in vita sua, non ne ha azzeccata una?
Che ha criticato un regime totalitario moribondo - quello sovietico - in nome di un altro regime, ben più disumano e spietato
(a proposito: quando si apriranno i fascicoli dei gulag maoisti?)?
Che ha registrato la sconfitta del breznevismo e del gorbaciovismo, sempre con l'aria del <ve l'avevamo detto!>, quasi rimproverando al PCUS di non essere andati a lezione dal Manifesto?
Che, davanti alle secche smentite della storia, adotta, fino a divenirne la caricatura, la strategia dello storicista - su cui ironizza Popper - che ha comunque ragione giacché la sua visione complessa e articolata del divenire storico gli consente di giustificare tutto... a cose avvenute?
Che, se pur gli capita, messo alle strette, di riconoscere qualche errore passato, grazie alla sua funambolesca sofistica, ti dimostra che, tenuto conto dei diversi contesti spaziotemporali, chi in certi anni sbagliava si poneva dalla parte del progresso mentre chi diceva pane al pane - e vedeva lo stalinismo senza veli ideologici - era, oggettivamente, al servizio della reazione, degli americani, del clericofascismo etc.?>
E se da Parlato, vado con la mente ad altre figure leggendarie del Manifesto, egualmente (se non più) stimate e rispettabili -
ad es., Luigi Pintor, Rossana Rossanda -, lo sconcerto non fa che aumentare: Ma cosa ha fatto o scritto di così rilevante
Rossana Rossanda per essere considerata quasi una istituzione culturale nell'Italia del secondo dopoguerra?
E perché gli epigoni del gramsciazionismo non hanno alcun dubbio nell'accordarle una qualifica - di intellettuale militante -
che negherebbero, ad esempio, a un Marcello Veneziani? E come mai la dinastia Pintor seguita, ancor oggi, ad essere così nobilitata da quel Giaime, autore del Sangue d'Europa (scritto, peraltro, di cui nessuno parla più), al quale si potranno riconoscere tutti i meriti che si vorranno ma del quale sarà difficile negare l'assoluta, radicale, estraneità ai valori della società aperta - a quei valori che, bene o male, tutti dicono di avere a cuore: da Gianfranco Fini ad Armando Cossutta.
Se entriamo nei salotti bene del giornalismo italiano, e soprattutto nelle loro redazioni culturali, e tentiamo di gridare, all'indirizzo dei fondatori del
Manifesto, <il re è nudo!>, il meno che ci possa capitare è l'accusa di intemperanza e di mancanza di stile. L'onore delle armi, infatti, è scontato per il gruppo che osò criticare il centralismo democratico e il dogmatismo togliattiano.
Che poi l'abbia fatto in nome di ideologie ancora più lontane dall'Occidente è un'altra questione.
In Italia, le avanguardie non si toccano e purché si scaglino sassi nella piccionaia del potere sono tutte benvenute. In fondo,
è il nostro peccato d'origine: anche nel Risorgimento ci sono stati pazzi e visionari che continuiamo a onorare come padri della patria. L'essenziale è coronarli di allori, guardandosi bene dal leggere i loro scritti e dal ricostruire accuratamente le loro vicende biografiche.
Visto che così va il mondo, e che, quindi, non è il caso di scandalizzarsi più di tanto, apriamoci pure a sentimenti di tolleranza.
Ci si conceda, però, di auspicare, anche per il nostro paese, una political culture che sia radicalmente diversa da quella <portata avanti> ieri dalle Vestali della vecchia sinistra marxista e oggi (dal momento che non c'è limite al peggio) dai nuovi intellettuali della protesta divenuti organici al no global.
Purtroppo, però, del nuovo stile politico richiesto da un paese intenzionato a far parte integrante dell'Occidente liberale e democratico, in giro se ne vede poco. E specialmente sui grandi quotidiani. Quando non sono libere e compassate palestre di idee, in cui direttori-domatori cercano di tenere a freno redazioni collocate molto più a sinistra (o molto più a destra) rispetto alla linea politica della testata, i nostri giornali sembrano l'ufficio stampa e propaganda delle coalizioni politiche in conflitto -se non delle loro correnti interne. Pronti ad accogliere generosamente ogni voce che scarichi veleni sugli avversari, non vanno per il sottile in fatto di generalità ideologiche del critico: se uno
Julius Evola redivivo prendesse netta posizione contro Berlusconi, vedendo in lui l'incarnazione dell'estremo degrado consumistico della società di massa, diverrebbe una star di Repubblica e
di Micromega. Un critico di sinistra del riformismo postcomunista, per converso, potrebbe diventare un ospite fisso del 'Maurizio Costanzo Show'- anch'esso, a suo modo, un organo, spettacolare, d'informazione.
E' tenendo conto di questa realtà così poco esaltante, che non si può fare a meno di apprezzare (e di compiacersi per) la novità costituita dal
Foglio - a prescindere dal suo stesso formato e dall'inedita tecnica di informazione e di ripartizione tra notizie, brevissime, e analisi, poche ma sufficientemente lunghe ed esaurienti. Il quotidiano è di parte, talora rabbiosamente di parte ma lo è in maniera scoperta, senza presunzioni pedagogiche, senza le vesti paludate e censorie di chi amministra saggezza e insegna virtù. Per questo, nella posta al direttore, si possono leggere dichiarazioni come questa: <io al Foglio non chiedo di essere obiettivo, mi piace così com'è: arrogante, di parte fino all'esasperazione; per questo lo compro io che sono di estrema sinistra> E nondimeno la partigianeria - forse inevitabile in questo momento storico di transizione da un regime politico a un altro - non basterebbe certo da sola a giustificare la fedeltà del lettore estremista: non pochi fogli di destra sono faziosi eppure non gli verrebbe mai al voglia di comprarli.
Il fatto è che, nel
Foglio, la 'scelta di campo' non pretende di essere dettata dall'imperativo categorico o dallo Spirito del Mondo o della Storia: è difesa di interessi terreni contrapposti ad altri interessi altrettanto terreni ma (a torto o a ragione) ritenuti, in questa fase storica, non funzionali ai bisogni di una società civile in crescita come quella italiana. A leggere bene tra le sue pagine, non si trova mai una demonizzazione degli avversari - siano essi i giudici di Mani pulite o i postcomunisti - (secondo lo stile di Repubblica e del Giornale), ma quasi sempre la evidenziazione del loro lato umano, troppo umano: insomma, è come se si ricordasse a loro e agli altri che siamo tutti sul mercato della politica, siamo tutti venditori di merci - per dirla con Bernard Crick -
e che non è la qualità intrinseca delle merci a fare la differenza ma il rispetto delle procedure, che comporta, in primo luogo, la repressione di ogni tentazione doppiopesista. Ancora una volta, il re è nudo, a destra come a sinistra! In questo senso, il Foglio rappresenta un contributo non sottovalutabile alla laicizzazione e alla secolarizzazione del conflitto politico in atto nel nostro paese. E anche tale tratto spiega la ragione reale per cui è letto e seguito con indubbia simpatia da non pochi politici e intellettuali della sinistra - da Adriano Sofri, che vi collabora, a Luciano Pellicani, da Emanuele Macaluso a Franco Debenedetti (che, in una lettera del 15 novembre u.s., ha opportunamente ricordato, in polemica col pacifismo piagnone dei vecchi e nuovi antiglobalisti, quale midollo di leone avessero vecchi esponenti della sinistra come Altiero Spinelli!) - tutti ben lontani dal condividerne la posizione filogovernativa.
La stessa non equidistanza tra il
Polo e l'Ulivo, a ben riflettere, è non poco utile e istruttiva.
Di cerchiobottisti, infatti, ce ne sono già tanti in giro - ed è bene che ce ne siano, purché, autentici e non mascherati - quello che da noi manca, invece, è l'istituzionalizzazione, all'interno di ciascuna area, della figura del grillo parlante, da intendersi non nel senso del giacotalebismo (il gracidio delle rane insoddisfatte dei toni troppo bassi della polemica contro lo schieramento avverso) ma del richiamo responsabile ai punti di forza e alle ragioni degli altri e ai modelli polemici entro i quali deve essere sempre mantenuto il conflitto. Ed è appena il caso di rilevare che la critica dell'onesto e professionale consigliere del principe (sia di destra o di sinistra) può essere molto più efficace, nel correggere il tiro di certe strategie politiche, delle bordate polemiche faziose e largamente scontate degli avversari.
La messa in guardia di Giuliano Ferrara dall'ossessione anticomunista del Giornale è stata, al riguardo, non poco significativa, se non nei risultati, almeno, nella prefigurazione di codici più corretti.
Il Foglio rappresenta a destra, nel mondo dei quotidiani, ciò che rappresentano a sinistra Mondo Operaio o Corrispondenza socialista, nel mondo dei periodici: l'antitesi netta del modello Micromega (e dei bollettini affiliati, come Critica Liberale).
A differenza, però, dei suoi omologhi, esso non ha nulla di compassato, di serioso giacché non è mai disposto a rinunciare al gusto della provocazione, al piacere della demistificazione. Nel paese dei tromboni e dei monumenti viventi giacobini, più o meno miti, il quotidiano sembra aver eletto a suo nume ispiratore il compianto Lucio Colletti ,con la sua innata propensione a decapitare (idealmente, beninteso) le erme e i mostri sacri.
Esemplare, a questo riguardo, l'articolo "Medici a Telekabul" dedicato a Gino Strada la star chiacchierona diventata il corrispondente dal Terzo Mondo delle tute bianche.
Ma non meno esemplare è l'ironia con cui si registra la nuova scelta di campo degli Ingrao e delle
Rossande che, da critici della coesistenza pacifica (<sinonimo dello scontro tra Cina e Unione Sovietica>), riscoprono, contro la guerra afgana, Capitini e Gandhi. Per non parlare, poi, della dissacrazione dei luoghi retorici dell'ideologia italiana, da La vita è bella alla Stanza del figlio, quando il quotidiano si è chiamato fuori dal coro e, a differenza di quasi tutti gli organi di informazione, ha rivendicato il diritto a <non commuoversi>: e non già per appartenenza ad altra parrocchia, ma per insuperabile, radicata, insofferenza delle commozioni a comando, così tipiche del mondo di Enzo Biagi, del cardinal Tonini e dei nostalgici di Barbiana.
Il Foglio, si è detto, non è un 'giornale-tribuna politica', che persegua obiettivi di equidistanza.
E' schierato e, talora, s'impegna in dubbie difese di uomini e di consorterie, dimenticando che le assoluzioni dei Tribunali non tolgono la condanna da parte del comune senso morale. (Anche i costumi, come insegna la libera America, sono risorse politiche importanti !).E tuttavia, un giornale che accetta la pubblicità sia di Mondo Operaio sia di Ideazione, è un luogo ideale che, oggettivamente, permette ai diversi di darsi convegno, di mettere a confronto i loro argomenti, anche di insultarsi ma sempre in uno spazio desacralizzato in cui a nessuno è consentito di presentarsi come rappresentanti dei Valori alti e di riguardare gli interlocutori come rappresentanti degli interessi bassi.
Last but not least, al giornale di Ferrara va riconosciuto un ultimo merito: l'attenzione costante al nuovo, la ricerca intelligente dello scoop politico e culturale, dell'evento editoriale, anche quando non porta acqua al proprio mulino politico.
Quale quotidiano d'area governativa avrebbe dedicato quattro colonne a un'intervista di Stanton Burnett - nel 1998, coautore con Luca Mantovani di un volumone, The Italian Guillotine, sulla vicenda di Mani Pulite - in cui si ribadiscono le riserve contro una giustizia a senso unico ma si critica non meno pesantemente la legge sulle rogatorie e si afferma il diritto dei magistrati a esprimere le loro riserve al riguardo? Si può porre in dubbio il fatto che tale critica sia destinata a seminare, nell'animo di un elettore del Polo, un sospetto che nessuna ennesima esternazione moralistico-azionistica di Giorgio Bocca avrebbe potuto far nascere?
Certo, in campo editoriale, ogni spregiudicatezza si scontra con limiti oggettivi e soggettivi e
Il Foglio non fa eccezioni.
Poniamoci però una domanda dettata dal buon senso: se a sinistra ci fosse un periodico come Il Foglio, il dibattito politico, gli stili e i codici cui esso si attiene, sarebbero migliori o peggiori?
La risposta della sinistra talebanica non c'interessa, ma l'altra che ne pensa?