ANTONIO RUSSO
Ho conosciuto Antonio Russo come un giovane laureato che si interessava alle questioni dell' Unione Europea. Venne a Radio Radicale e mi mostrò alcuni testi giuridici che andava pubblicando in una piccola rivista di cui era coeditore. Questioni di diritto costituzionale comparato lo appassionavano, e mostrava notevole competenza. Mi disse subito però che voleva collaborare con la radio per mettere a frutto le sue esperienze di cooperatore internazionale in varie parti del mondo, dove era già stato. Con un sorriso ricordo che mi disse:" Sono l'unico cooperatore, forse, che non è legato né ai cattolici né alla sinistra. Posso interessare giusto voi, che del resto, dove lo trovate un altro così?" L'estate partì per l'Africa, non ricordo con quale ONG. Ci telefonava dalla regione dei Grandi Laghi, descriveva il bagno di sangue fra le etnie locali. Erano corrispondenze non solo belle ma molto precise. Emma Bonino mi disse che le furono utili, molti ascoltatori le apprezzarono.
Tornato dall'Africa, andò a seguire un Convegno di scienziati siberiani. Riportò interviste esclusive su una realtà assai poco conosciuta. Dai suoi viaggi riportò anche una cicatrice. In un vicolo di Novosibjrska fu aggredito e derubato della videocamera. Non ne fece un dramma. Diventò anzi una specie di segno di cui andava orgoglioso, la testimonianza che faceva il suo lavoro in modo diverso da tutti gli altri inviati in giro per il mondo. A Sarajevo raccontò per la radio i giorni della "pace di Dayton", il dramma della guerra di Bosnia, i crimini serbi. Faceva questo mestiere in modo insolito rispetto agli standard della categoria. Forse anche per questo non aveva rapporti esattamente cordiali con gli altri inviati. "Quelli con il culo al caldo", come li chiamava lui. Da Pristina sparì un giorno della fine del Marzo 1999, per infilarsi in un treno di profughi, cacciati dai Serbi. La sua fuga da un appartamento fu tanto precipitosa da farci pensare al peggio. L'Ambasciatore italiano a Belgrado Sessa -con rimproveri paterni ci rassicurò per 48 ore sulla sua sorte. Sembrava dirci: pure lui, però, in quali guai si va a cacciare.
Antonio riapparve a Skopje il 1° Aprile del 2000, e ci raccontò in diretta il suo avventuroso viaggio, parte in treno e parte a piedi, mescolato tra i profughi in fuga dai rastrellamenti, circondato da un misto di ostilità -era un occidentale con tanto di codino in mezzo a centinaia di kosovari albanesi, e poteva creare problemi alla frontiera- e di solidarietà, uno con cui condividere la sorte. La Cecenia era solo l'ennesima guerra dimenticata -questa volta in mezzo al Caucaso- che aveva scelto di raccontare. L'aveva scelta e ce l'aveva proposta da due anni, e festeggiamo per telefono con lui il 1° Gennaio del 2000, noi in studio e lui a raccontarci il capodanno gelido del Caucaso.