Il Gran Turco costretto a far l' amore spiato dalle vecchie e di gran fretta di Matilde la Pecca - terza puntata
Il sultano Mehmet II guadò il lago di sangue per recarsi a Santa Sofia - di Silvia Ronchey - la Stampa
Emma Bonino Campione 2003 per l ' integrazione  Redazione
Trieste novembre 1953 sassi contro i fucili di Renzo de' Vidovich

il modo in cui il Gran Turco era costretto a far l'amore
spiato dalla vecchia e di gran fretta
Relatione sul Serraglio del Gran Turco e adattamento ai nostri giorni
di Matilde la Pecca

Ciò da cui traggo alcuni brani, liberamente abbreviando, non è un libro in vendita. Me l'hanno messo nella posta, distribuito dal
Comune di Fiano Romano, quindi non so dove possiate trovarlo altrimenti, ma trovo che sia talmente istruttivo e divertente che
non vorrei lo perdeste. Si tratta della vera relatione della gran città di Costantinopoli di Alfonso Chierici Bolognese all'Illustrissimi
& Eccellentissimi Signori li Signori Duca e e Duchessa di Fiano, & C. Proprietario del volumetto è il Dr. Alessandro Mercuri e l'edizione è stata curata dal Prof. Sergio Anselmi. Il fratello di Gregorio XV don Orazio (1561-1640), senatore e generale della Chiesa, con 800.000 scudi in titoli del debito pubblico comprò dagli Sforza il ducato di Fiano e dai Farnese il principato di Zagarolo. Era marito di Lavinia Albergati, figlia di Fabio di Bologna scrittore di cose politiche in chiave cattolico-confessionale.
Un giovane poligrafo bolognese "figliano" di donna Lavinia dedicò loro questo "tributo del mio basso intelletto", forse aspirando al titolo di dottore. Allora, tra un ducato e l'altro, le cose andavano così: oggi non più, naturalmente. Non più?
Almeno parrebbe (giovando pensarlo per il bene della salute), ma sapendo anche che i "figliani" del terzo millennio hano altri modi
per omaggiare i potenti di turno e poi passare alla cassa. Nel Capitolo II si descrivono le regole che si usano in Costantinopoli nel
governo, nell'amministrar la giustizia, dei dazi, nel vivere, e la varietà e quantità di genti d'ogni nazione.
Il trattenimento di esso Gran Signore nel serraglio si è che la mattina si leva all'Alba a dire le 2 orationi, per mez'hora, poi scrive,
comincia a dar udienza a quelli del Divano (audienza pubblica), poi va a passeggiare per li Giardini, godendo le sue delitie di fiori,
fontane & animali, tenendo con lui li Nani e Buffoni per darsi spasso, poi torna a studiare, che arrivi l'hora di pranzo.
Doppo va a dire la sua oratione di mezo giorno, doppo la quale è solito d'andare a passar il tempo & a trastullarsi
nell'appartamento delle Donne, facendo prima intendere alla Governatrice, per un Eunuco di quei Neri, che esso Gran Signore vuol
venire nel loro appartamento, la qual Governatrice lo fa subito intendere a tutte le altre Donne, quali tutte in un subito a gara una
dell'altra s'acconciano, chi in un modo e chi in un altro, secondo che a loro pare di dover render, col suo conciero, più grata vista a
gli occhi del Gran Signore.
Accomodate che sono, si riducono tutte fuori dello loro Camere in un Andito longo, per il quale deve passar il Gran Signore,
stando tutte occupate, chi a suonare qualche strumento all'usanza Turchesca, chi in cuscire, chi in una cosa e chi nell'altra,
sino all'arrivo di esso Gran Signore. All'apparir del quale tutte si levano in piedi, stando una da un lato e l'altra dall'altro di detto
Andito, con egual distanza; sì che rendono con tal ordine gratissima vista al Gran Signore, quale viene incontrato prima dalla
Governatrice, la quale egli saluta con allegro viso, e cosìtenendosi di dietro essa Governatrice va passando per mezzo alla schiera
di dette Donne, al passar del quale vien salutato a 2, a 2, nel modo insegnatoli dalle loro Maestre, e così vagheggiando hor
l'una hor l'altra arriva a capo del Corritore, e torna più volte a passeggiare, fintanto che ne ha trovata una che più dell'altre li piaccia,
alla quale nel partirsi getta in seno un fazzoletto, che a tal effetto tiene in mano, & ella il riceve con ogni riverente affetto, e
aciandolo se lo pone in seno, segno che deve la notte seguente trovarsi a dormire col Gran Signore, quale subito si parte, e vien
accompagnato dalla sudetta Governatrice sino alla porta, e di qui torna alle sue Camere o fa altro, come più li piace, o va a leggere
ne Giardini, o sta passando il tempo con li Muti, o Buffoni, & all'hora torna a dire l'oratione nel veder delle stelle, e poi cena, fino
alle doi hore di notte, che è poi l'hora di dire l'ultima oratione, e non manca mai d'osservar quest'ordine ogni giorno.
Partitosi il Gran Signore dall'appartamento delle Donne, tutte corrono ad abbracciar e baciar quella alla quale ha gettato il
fazzoletto, e fra le altre le sue compagne non si satiano di honorarla & accarezzarla, stimandosi fortunatissime d'haver avuto lei
per compagna: sicure che non sono per ricever se non gratie e favori segnalatissimi. Intanto arriva la Governatrice, la quale fa grata
acoglienza alla sudetta Vergine quale messa in un appartamento di stanze dove sono bagni di diverse acque odorifere, e fattola
spogliare & entrar in detti bagni, doppo la fa vestire profumandola, con diversi odori, la fa porre all'ordine di tutto punto, nel modo
che sa esser grato al Gran Signore insegnandole in che modo si deve portar la notte stando in letto del Gran Signore, per darle
maggior sollazzo dandogli ad intendere la gloria, e in che grandezza è per venire, e fattole dar sontuosamente da cena, aspetta
l'hora di menarla alle stanze del Gran Signore, dove gionta fa spogliar detta Vergine, e poi che è colcata, manda un Eunuco a
darne avviso al G.S. il quale vi va subito. Nell'anticamera del detto Appartamento vi stanno a far la guardia dopo esser andato in letto il G.S. 3 vecchie a questo deputate, una delle quali sta dentro della portiera della medesima Camera, dove dorme il G.S., ma non fa alcun rumore, sì che par che non vi sia: l'altra fuori della porta, cioè nell'anticamera, e la terza alla porta della prima camera, e queste stanno stentate, senza fra strepito di toscire, ne' altro moto imaginabile, quali vi stanno 3 hore continue, e così vengono mutate, e in loro cambio ve ne vengono 3 altre, che vi stanno sino a giorno: e questo si fa, acciò se occorresse qualche cosa al Gran Signore, vi sia chi ne possa dar aviso alle Guardie delli Eunuchi, che sono di lì poco lontane.
Ora, notate, se prima è stato detto che il G.S. andava a letto dopo l'oratione delle 2, e all'Alba si alzava, è alquanto inverosimile
che le 3 vecchie usufruissero del cambio ogni 3 ore. Visto il disagio della loro posizione, avrebbero potuto avere il cambio ogni 2
ore, per coprir la nottata del Sultano, o non averlo affatto, visto il pochissimo tempo di cui egli disponeva complessivamente per il
suo riposo e accoppiamento. Quindi sospetto che in questo racconto vi sia qualche fregnaccia, e mi fa molta pena - se fosse vero
- il modo in cui il Gran Turco era costretto a far l'amore, spiato dalla vecchia e di gran fretta. Pensate che fastidio - povero Sultano -
doversi coricare con la prescelta avendo sempre impalata nella stanza una vecchia che, per quanto potesse stare ferma e di
spalle, era lì fissa e aveva le orecchie aperte (non poteva essere scelta sorda, visto che doveva stare bene attenta).
Ecco perchè il G.S. aveva bisogno di qualche giorno di libertà per andarsene con le chiavi nelle camere delle donne senza essere
visto - non solamente per via della gelosia dell'una nei confronti dell'altra, come diceva l'Alfonso, ma anche per togliersi di torno sia
la Governatrice che le 3 vecchie che s'impicciavano di tutto (oltre al non trascurabile risparmio sul costo di ognuno dei rapporti
ufficiali e trascritti, di cui si parla appresso) -. La mattina si leva il G.S. e torna alle sue camere. E la Donna medesimamente non
torna più fra le altre, ma le vengono date camere separate, e dall'hora in poi vien chiamata Sultana, e vien notata nel libro delle
provisionate di doi cariche di moneta l'anno, e le sono date 4 schiave bianche per Cameriere, e doi per la cucina, & un Eunuco,
e 3 mille zecchini in una borsa. (tutto questo per ciascuna accoppiata!)
Se per ventura il G.S. ha havuto tal sodisfattione dalla detta Sultana, che la torni a toccar la seconda volta, la mattina seguente
le sono accresciute 2 altre Cameriere & un altro Eunuco & altri 4 carichi di moneta d'entrata, con la borsa di 3 mille zecchini,
& è cominciata a tener Regina. Ma se torna la terza volta a conoscerla all'hora è sicuramente Regina, e le manda la Corona di
Gemme, le accresce fino a 16 Cameriere, & se li augmentano le stanze, & entrate, sino a 16 carichi di moneta, e si mette nella
sua anticamera il baldacchino del Gran Signore. Si dice appresso che dette Sultane, acciecate dall'amore & interesse di venir
grate, spendono gran somma di danari per trovar chi loro insegni, o faccia cosa d'incanti, per esser la più amata da esso G.S.
E così si spiega - altresì - il tempo che si è dato il Gran Turco innamorato per incontri non documentati, che altrimenti troppo gli
sarebbero costati! Ora vi saluto e alla prossima IV puntata. Matilde la Pecca.
Il sultano Mehmet II° guadò il lago di sangue per recarsi a
 Santa Sofia Cattedrale della Divina Sapienza
Con la caduta di Costantinopoli, 550 anni fa, si apriva il grande scontro di civiltà fra Islam e Occidente
di Silvia Ronchey la Stampa
 
IL 29 maggio di 550 anni fa nelle strade di Costantinopoli il sangue scorreva come l'acqua dopo un temporale e i cadaveri
galleggiavano verso il mare come meloni in un canale. Lo racconta nel suo diario Niccolò Barbaro, un testimone veneziano della
conquista turca, che ora i bizantinisti e gli ottomanisti di tutto il mondo ricordano con un nutrito programma di convegni.
Il giovane sultano Mehmet II, in sella a un cavallo bianco, guadò il lago di sangue e attraversò lo scenario spettrale della città in
rovina per recarsi a Santa Sofia, la cattedrale della Divina Sapienza costruita 900 anni prima da Giustiniano. I cittadini che a
centinaia si erano rifugiati sotto l'immensa cupola di Santa Sofia venivano sottoposti a inaudite violenze. Le dame dell'aristocrazia
erano trascinate a piedi nudi, legate tra loro con una fune al collo, riferisce Isidoro di Kiev, in harem di militari di infimo rango.
I ragazzi delle migliori famiglie venivano brutalizzati e sodomizzati, alcuni uccisi. Mehmet II aveva appena vent'anni, era un grande
lettore di classici persiani, greci, latini. Vedendo il massacro, racconta lo storico turco quattrocentesco Tursun Beg, rifletté sulla
caducità di ogni gloria terrena e pregò Allah. Ma quando scorse uno dei suoi soldati smantellare con l'ascia l'antico pavimento di
marmo della basilica, gli fermò il braccio: «Accontentati del denaro e dei prigionieri, gli edifici della Città lasciali a me».
Poi il sultano salì silenzioso, in mistica contemplazione, sulla cupola di Santa Sofia: «Accanto alle rovine dell'Aya Sofya, alle
costruzioni ridotte a giardini di pietra, neppure un vestibolo era rimasto in piedi». Dalla cima della cupola, scorgendo la città ridotta
a macerie e deserto, il Conquistatore, narra Tursun Beg, meditò che il destino di ogni impero è cadere in rovina.
Poi recitò i versi di un poeta persiano: «Il ragno fa da portinaio nel palazzo di Cosroe.
Il gufo suona la musica di guardia nella fortezza di Afrâsijâb». Le macerie degli altissimi edifici di Costantinopoli contemplate da
Mehmet il Conquistatore possono assumersi a simbolo visibile del primo grande scontro di civiltà fra Islam e Occidente, alla vigilia
dell'evo moderno. Da quel momento la guerra dei nuovi popoli nel nome di Allah acquistò una forza d'urto senza precedenti.
Se proviamo a figurarci che cosa abbia rappresentato, per il mondo di allora, la caduta di Costantinopoli del 1453, dobbiamo
pensare all'effetto prodotto dalla caduta delle Twin Towers e moltiplicarlo molte volte.
Bisanzio era stata la superpotenza del Medioevo. Per secoli, la sua egemonia militare, la sua forza economica, il suo prestigio
erano stati paragonabili solo a quelli degli Stati Uniti di oggi. «Il dollaro del Medioevo» viene chiamato dagli storici il solido aureo
bizantino. Nel 1453, il mondo assistette incredulo al crollo non solo di una città ma di una civiltà, di un primato e di un modo di
vita. Quella che Enea Silvio Piccolomini chiamò «la seconda morte di Omero e di Platone» avrebbe, profetizzò il Papa umanista,
cambiato la geografia politica del globo. Aveva ragione. Non solo il bacino del Mediterraneo, ma quello che Fernand Braudel ha
chiamato il Mediterraneo Maggiore, l'area d'irradiazione dell'impero romano e della sua più che millenaria ipòstasi bizantina,
dall'Asia Minore all'Egitto, dai Balcani alla Bosnia, furono islamizzati. Non solo. Lo furono da un Islam molto diverso da quello
conosciuto nei lunghi secoli di convivenza bizantina con gli arabi. Con la penetrazione dei turchi Osmanli erano entrate nel vecchio
mondo una considerazione più scarsa della vita umana e un'intolleranza prima sconosciuta al grande impero multietnico.
Le frontiere dell'Occidente furono percorse da un nuovo tipo di guerra, più feroce, la guerra etnica. Le popolazioni furono esposte
a violenze di un genere più atroce. Ancora oggi, nella presenza islamica al centro del Mediterraneo così come in pieno Adriatico,
nelle perenni collisioni delle faglie etniche da questa generate dopo l'affermazione degli Stati nazionali, l'Occidente continua a
scontare la nemesi della storia per avere perso la culla della sua stessa civiltà. «Noi l'impero bizantino l'abbiamo smembrato da
vivo, proprio come prescrivono i libri di cucina quando dicono: "Il coniglio deve essere spellato vivo"! Noi abbiamo pelato viva
Bisanzio», ha sintetizzato Braudel. Furono in effetti gli intricati conflitti commerciali e finanziari del protocapitalismo occidentale,
nonché i tragici errori di valutazione del papato di Roma, della repubblica di Venezia e delle altre potenze occidentali, a permettere
che Mehmet II conquistasse Costantinopoli. La straordinaria cultura bizantina si trasmise agli umanisti europei e diede vita a
quello che chiamiamo il Rinascimento: in realtà l'ultima della serie di rinascenze che avevano scandito il millennio di Bisanzio.
Ma l'ideologia politica e la tradizione ecclesiastica dell'impero che aveva riunito potere temporale e spirituale nella sola persona dell'imperatore si eclissarono dall'Europa dei Papi e passarono alla nascente Russia. Già dalla fine del 400 si creò una sorta di cortina di ferro oltre la quale insieme all'ortodossia si perse, per 5 secoli, la memoria dello Stato in cui dai tempi di Costantino si era perpetuata l'eredità dell'impero romano. È stato così che il modello della Seconda Roma sconfitta dai turchi ha continuato
a persistere nella Terza Roma di Mosca, impoverendosi e degradandosi nell'isolamento e nel distacco dalla cultura occidentale.
Chissà, magari Bisanzio non è veramente caduta nel XV secolo ma nel XX, quando, insieme al muro di Berlino, è crollato il
sistema che ne aveva raccolto l'eredità, quando la «fuga da Bisanzio» auspicata da Josif Brodskij si è infine realizzata.
Quel che è certo è che il fantasma vendicativo di una Bisanzio scheletrita e dissanguata dall'esilio totalitario si aggira ancora
sull'Europa e sui suoi conflitti. Ancora oggi le zone in ebollizione e incandescenza, le faglie di attrito e le soglie di crisi del nuovo
secolo appartengono, e non è un caso, al territorio su cui irradiò il suo dominio l'impero multinazionale bizantino, prolungato in
quello zarista e poi sovietico.
Ancora oggi, dai Balcani al Mar Nero, dal Kurdistan al Caucaso all'Asia Centrale, le ferite create dalla caduta di Costantinopoli restano aperte. Silvia Ronchey - la Stampa 27/5/2003
Premio "Campione 2003 per l'integrazione"
alla Leader Radicale Emma Bonino
 
Il direttore del quotidiano torinese La Stampa, Marcello Sorgi, ha consegnato il Premio "Campione 2003 per lIntegrazione"
ad Emma Bonino giovedì 27/11 a Milano, Palazzo Marino, alla presenza del Sindaco Albertini (FI) e dei direttori di alcuni fra
i principali quotidiani nazionali. Questa edizione del Premio, istituito e organizzato dall’osservatorio giornalistico Mediawatch,
è stato assegnato ad Emma Bonino per il suo impegno politico nel mondo arabo iniziato 3 mesi dopo gli attentati dell'11settembre
2001, quando si è trasferita al Cairo e iniziò a studiarne la lingua. Questo le consente di comunicare con la gente, leggere i giornali
locali, seguire la TV Al-Jazeera e di disporre di una serie di strumenti di conoscenza e di lettura di quanto accade nell'intera
regione mediorientale. Dal marzo 2003 cura dal Cairo la rassegna della stampa araba per Radio Radicale. Dal Cairo ha seguito
le vicende giudiziarie dell'intellettuale democratico egiziano, Saad Ibrahim, condannato nel luglio 2002 a 7 anni di reclusione per
aver "pregiudicato all'immagine dello Stato" e rilasciato in seguito all'annullamento della sentenza, nel dicembre 2002.
Nel dicembre 2001 lancia la campagna internazionale "StopFgm" contro le mutilazioni genitali femminili in cui è tutt'oggi
impegnata e realizza al Cairo, nel giugno 2003, una conferenza internazionale sulle linee guida per una efficace legislazione in
materia e ai cui lavori hanno preso parte, tra gli altri, l'Imam Tantawi, il rappresentante della Chiesa Copta e la First Lady, Suzanne
Mubarak. Ha condotto una campagna internazionale per la liberazione dell'avvocato libanese difensore dei diritti umani e dello stato
di diritto, Muhamad Mugraby, arrestato l'8 agosto scorso con l'accusa di "abuso della professione forense" dopo aver in varie
occasioni denunciato la corruzione del potere giudiziario e la dipendenza del regime libanese da un regime ancora più repressivo,
quello siriano. Il Dr. Mugraby è stato rilasciato dalle autorità libanesi dopo 22 giorni di carcere. Dal Cairo porta avanti la battaglia
che da tempo vede quotidianamente impegnate le energie del Partito Radicale Transnazionale, quella per la creazione di
un’Organizzazione Mondiale della e delle Democrazie. (Red.)
Trieste novembre 1953 sassi contro i fucili - I Ricordi di un protagonista
 di Renzo de Vidovich Segretario Generale della Giunta d'Intesa Studentesca del 1953.

L'interesse che ha suscitato la cronaca degli eventi del novembre ’53 a Trieste mi ha stupito. Molti mi hanno scritto per dirmi
grazie di avergli fatto conoscere una pagina di storia nazionale di cui raramente si parla (mai fuori dal Friuli Venezia Giulia).
Chi scrive non fa altro che riportare le testimonianze di chi ha vissuto in prima persona quei fatti, ecco un resoconto, tratto dal
numero 16 del giornale “Unione degli Istriani” ottobre/novembre 2003. Fra circa un anno si celebrerà il cinquantenario del ritorno
di Trieste all'Italia, penso sia opportuno partecipare, nella forma che ognuno riterrà opportuna, alle commemorazioni e alle
celebrazioni che verranno calendarizzate. Valerio Cignetti
Trieste novembre 1953 - I Ricordi di un protagonista. Gli ultimi 6Martiri del Risorgimentoo i primi morti per l'Europa?
Il clima che si respira a Trieste nel novembre del ’53 è pesante. Giungono notizie di riunioni di partigiani jugoslavi, armati di tutto
punto, nelle vicine cittadine istriane. La gente ha paura che si ripetano gli episodi di 8 anni prima, di quel maggio del ’45 con
migliaia di italiani finiti nelle Foibe istriane e a Trieste in quella di Basovizza. Siamo tutti convinti che, in caso di un'infiltrazione di
reparti partigiani jugoslavi, le truppe anglo-americane non siano in grado di proteggere la popolazione ed abbiamo ragione di
credere che i graniciari di Tito siano forniti di elenchi aggiornati di italiani da togliere di mezzo, sotto il naso delle truppe americane,
così come avevano fatto alla presenza di quelle neozelandesi. Solo un terzo della Polizia civile del GMA (Governo Militare Alleato)
è formato da buoni italiani e nessuno può pensare che questo corpo sia in grado di difendere la popolazione perché tenuto in un
avvilente stato di inferiorità. Basti dire che i poliziotti sono armati di fucile automatico ma dispongono solo di un caricatore con 5
proiettili. E un uomo con un solo caricatore notoriamente non spara. Si era verificato un episodio che dimostrava come la Polizia
civile non fosse in grado di difenderci da un'aggressione di partigiani provenienti dalla Jugoslavia. Due soldati americani alticci, a
bordo di una jeep, sconfinarono in Jugoslavia. I graniciari salirono sul retro della jeep e li costrinsero a tornare indietro.
L'autista non si fermò, però, al posto di blocco per cui i 2 soldati jugoslavi sconfinarono in territorio anglo-americano per quasi un
chilometro. Fu giocoforza che i 2 graniciari, armati di fucile, ritornarono indietro. Quando i poliziotti del posto di blocco videro i 2
soldati jugoslavi armati provenienti dalla città pensarono ad un'occupazione jugoslava di Trieste. La Polizia civile di frontiera si
dileguò ed il posto di confine rimase sguarnito fino a che non fu chiarito l'equivoco. Una conferma che i militari dai “cinque colpi”,
come li chiamavano ironicamente, non erano disposti a combattere. Era maturata in tutti noistudenti medi, la convinzione che si
dovesse risolvere il problema di Trieste con urgenza se non si voleva correre rischi mortali. Perciò il 4 novembre, quando la Polizia
civile strappa il Tricolore ad un gruppo di noi, reduci da Redipuglia, mentre entriamo in Piazza Ponterosso, riuniscono d'urgenza la
Giunta d'Intesa Studentesca al Circolo Studenti Medi allora in Via Trento 2 presieduto da Giorgio Cerniani (che comprendeva la
Giovane Italia di Fabio Lucchetti, il Circolo Studenti italiani di Renzo Piccini e il Movimento Amicizie Giovanili di Edo Treselli) che
delibera all'unanimità lo sciopero generale delle scuole e indice una manifestazione di protesta con adunata a Pazza Sant Antonio
Nuovo. Il capo dei goliardi nazionali, Francesco Paglia, è d'accordo. Nel frattempo alcuni amici, buoni italiani inquadrati nella
Polizia civile, ci avvisano che il GMA ha distribuito munizioni a volontà ai poliziotti con l'ordine di non risparmiarle per reprimere
ogni manifestazione italiana. In particolare è in assetto di guerra quello che diventerà il famigerato nucleo mobile dotato di elementi
d'acciaio. All'unanimità confermiamo sciopero e manifestazioni.
Il 5 novembre non è necessario inviare picchetti davanti alle scuole perché già alle 8 del mattino affluiscono davanti alla chiesa di
Sant Antonio Nuovo un gran numero di studenti che si erano disfatti di ogni impedimento e delle cartelle di scuola lasciate in bar,
caffè e negozi vari. Sulla piazza antistante la chiesa era stato aperto un cantiere e molti sassi erano lì in bella vista. Un ufficiale inglese, senza preavviso, ordina violente cariche di Polizia contro di noi. Dopo uno sbandamento reagiamo lanciando pietre contro
gli assalitori. Oggi pochi ricordano che la battaglia delle pietre contro i fucili iniziò quel giorno a Trieste, mezzo secolo prima
dell'Intifada che ancora insanguina la Terra Santa. L'ufficiale inglese ordina di sparare sugli studenti. Più tardi dirà “che fu dato
l'ordine di sparare in aria” ma nessuno di noi volava e sulle colonne del pronao della chiesa i segni dei colpi sparati ad altezza
d'uomo erano numerosi. Tentando di cancellare la storia qualcuno ha pensato bene di cancellare i fori dei proiettili sulle pietre!
Le esplosioni sono tante e di un'intensità che, per noi che non avevamo fatto la guerra, sembrano eccezionali. Molti i giovani a
terra, con ferite d'arma da fuoco o per colpi assestati con i calci dei fucili. I primi e più numerosi ad essere colpiti sono gli studenti
del gruppo dalmata che mi sta intorno. Pierino Addobbati, 13 anni, studente del Dante appartenente ad un'antica famiglia
irredentista dalmata, è il primo Caduto, Enrico de’ Schoenfeld, zaratino, viene raggiunto da 3 pallottole. Lo diamo per morto, invece
sopravvive a quella terribile avventura. Gli studenti vengono inseguiti fin dentro la chiesa ed il sangue delle ferite macchia perfino gli
altari. L'Arcivescovo di Trieste e Capodistria, Mons. Antonio Santin, dovrà riconsacrare la chiesa violata. Ci disperdiamo nelle vie
adiacenti: noi si continua a tirare sassi e loro a sparare. L'istriano Antonio Zavadil viene raggiunto da una fucilata in Galleria
Rossoni. Tutta Trieste accorre in appoggio a quella che inizialmente era solo una manifestazione studentesca e chiede a gran
voce per la città il ritorno alla Madrepatria. E' un’insurrezione corale dove donne e vecchi scendono in piazza con determinazione
e con grande spirito patriottico. Vengono isolati i fautori del TIT che si dissolvono come neve al sole. Eppure il Pc-TIT era il
secondo partito in Consiglio comunale e il Fronte dell'Indipendenza il terzo!
La gente si interroga con angoscia e smarrimento che significato abbia essere contro gli alleati anglo-americani e se non facciamo
il gioco dell'Unione Sovietica. Lanciano allora lo slogan “alleati degli anglo-americani si, servi no”. Sembra oggi un moto rozzo e
semplicistico ma urlato con determinazione da un’imponente folla di giovani costituisce una risposta a quanti tentano di insinuare
sospetti e alimentare paure in un tempo difficile e instabile. Il 6 novembre gli scontri continuano in diverse parti della città.
La Polizia civile spara a più riprese. Cadono il fiumano Nardino Manzi, Erminio Bassa, Saverio Montano e Francesco Paglia che
era il capo degli studenti universitari. Con la sua morte devo assumere a 19 anni l’intera responsabilità di una situazione esplosiva.
Chiediamo a gran voce che sia ritirato nelle caserme il nucleo degli “elmetti d’acciaio” della Polizia civile che era stato selezionato
tra gli sloveni del Carso e che si era distinto per aggressività e ferocia. Il GMA ordina il rientro nelle caserme di tutti i reparti della
Polizia civile in gran parte sull’orlo dell’ammutinamento. Alcuni poliziotti hanno annodato intorno al collo un Tricolore e sono dalla
nostra parte. Le truppe anglo-americane in assetto di guerra occupano i punti nevralgici. Il Vescovo Antonio Santin ed il Sindaco
Gianni Batoli, che rappresentano l’unità spirituale e politica cittadina, mi chiedono di ordinare perentoriamente, anche a loro nome,
la fine degli scontri, ma contemporaneamente, interrompono ogni rapporto con le autorità militari anglo-americane. Ai funerali delle
vittime, una Trieste solenne, dolente ma forte e responsabile accompagna i suoi figli fino all’ultima dimora. Una folla imponente e
composta che impressiona il mondo intero come ebbero a dirmi alcuni corrispondenti inviati dalla stampa italiana ed estera.
Sui rapporti tra i triestini ed i soldati inglesi ed americani, che non erano mai stati idilliaci ma erano improntati a correttezza e
disponibilità (8 anni prima avevano liberato Trieste dall'incubo delle Foibe slavo-comuniste) cala improvvisamente un gelo siberiano.
Troncato ogni rapporto tra le autorità che rappresentano gli organismi elettivi e gli enti pubblici e privati ed il Comando militare del
GMA, si crea una situazione insostenibile. La parola d'ordine che lanciamo ancora una volta attraverso gli studenti non lascia
dubbi sulla volontà di chiudere l'equivoca pagina del mai nato territorio libero di Trieste: se entro un anno l'Italia non ritorna a Trieste
il 4 novembre 1954 sarà ricordato come il giorno della rivolta italiana contro gli alleati anglo-americani. Il 26 ottobre 1954, pochi
giorni prima dello scadere dell'ultimatum, i governi alleati in fretta e furia stabiliscono che l'Italia, con il suo esercito e con le sue
leggi, ritorni nella città che tanto aveva lottato per l'unica Patria da sempre amata. Bene ha fatto, dunque, il Comune di Trieste a
far iniziare le celebrazioni del 26 ottobre 1954 per il ritorno di Trieste all’Italia con la sua commemorazione dei Caduti del 5 e 6
novembre 1953 per sottolineare che i Moti di quei giorni furono determinanti per indurre gli alleati a seppellire il progettato TIT e
reintegrare Trieste nello Stato Italiano, purtroppo privato dell'Istria, di Fiume e di Zara. Non sono stati certo i maneggi diplomatici o
gli artifici politici a decidere quella svolta storica, come cercano ancora oggi di far credere alcuni personaggi che non hanno vissuto
in prima persona gli avvenimenti storici di quel tempo ma li hanno solo appresi dalle carte scritte da quanti avevano interesse a
giustificare i loro errori.
Vero è che senza il sangue degli ultimi 6 Martiri del Risorgimento italiano (per i quali la Lega nazionale ha chiesto il conferimento
della Medaglia d'Oro al Valor Militare), senza il coraggio degli studenti e della gioventù nazionale triestina di allora, senza la ferma
volontà del popolo di Trieste, la Storia avrebbe assunto un'altra piega e la Città avrebbe compromesso, con l'incolumità dei suoi
cittadini, l'identità della sua cultura e l'antica vocazione nazionale, europea ed occidentale.
I nostri ragazzi si ribellano agli anglo-americani con lanci di pietre contro le fucilate di questi ultimi (ovvero la prima Intifada) e lo
slogan “alleati si, servi no”.
Renzo de Vidovich Segretario Generale della Giunta d'Intesa Studentesca del 1953.
Movimento Sociale Fiamma Tricolore - Coordinamento Regionale del Piemonte di Torino e-mail:
msft.piemonte@email.it