Trieste
novembre 1953 sassi contro i
fucili - I Ricordi di un protagonista
di Renzo de’ Vidovich Segretario
Generale della Giunta d'Intesa Studentesca del
1953.
L'interesse che ha suscitato la cronaca
degli eventi del novembre ’53 a Trieste mi ha stupito. Molti mi hanno scritto
per dirmi
grazie di avergli fatto conoscere
una pagina di storia nazionale di cui raramente si parla (mai fuori dal Friuli
Venezia Giulia).
Chi scrive non fa altro che riportare le
testimonianze di chi ha vissuto in prima persona quei fatti, ecco un resoconto,
tratto dal
numero 16 del giornale “Unione degli
Istriani” ottobre/novembre 2003. Fra circa un anno si celebrerà il
cinquantenario del ritorno
di Trieste all'Italia, penso sia
opportuno partecipare, nella forma che ognuno riterrà opportuna, alle
commemorazioni e alle
celebrazioni che verranno
calendarizzate. Valerio Cignetti
Trieste novembre 1953 - I Ricordi di un protagonista. Gli ultimi 6 “Martiri del
Risorgimento” o i primi morti per l'Europa?
Il clima che si
respira a Trieste nel novembre del ’53 è pesante.
Giungono notizie di riunioni di partigiani jugoslavi, armati di
tutto
punto, nelle vicine cittadine
istriane. La gente ha paura che si ripetano gli episodi di 8 anni prima, di quel
maggio del ’45 con
migliaia di italiani
finiti nelle Foibe istriane e a Trieste in quella di Basovizza. Siamo
tutti convinti che, in caso di un'infiltrazione di
reparti partigiani jugoslavi, le truppe
anglo-americane non siano in grado di proteggere la popolazione ed abbiamo
ragione di
credere che i graniciari di Tito siano
forniti di elenchi aggiornati di italiani da togliere di mezzo, sotto il naso
delle truppe americane,
così come avevano fatto alla presenza di
quelle neozelandesi. Solo un terzo della Polizia civile del GMA (Governo
Militare Alleato)
è formato da buoni italiani e nessuno
può pensare che questo corpo sia in grado di difendere la popolazione perché
tenuto in un
avvilente stato di inferiorità. Basti
dire che i poliziotti sono armati di fucile automatico ma dispongono solo di un
caricatore con 5
proiettili. E un uomo con un solo
caricatore notoriamente non spara. Si era verificato un episodio che dimostrava
come la Polizia
civile non fosse in grado di
difenderci da un'aggressione di partigiani provenienti dalla Jugoslavia. Due
soldati americani alticci, a
bordo di una jeep, sconfinarono in
Jugoslavia. I graniciari salirono sul retro della jeep e li costrinsero a
tornare indietro.
L'autista non si fermò, però, al posto di blocco per cui i 2 soldati jugoslavi
sconfinarono in territorio anglo-americano per quasi un
chilometro. Fu giocoforza che i 2
graniciari, armati di fucile, ritornarono indietro. Quando i poliziotti del
posto di blocco videro i 2
soldati jugoslavi armati provenienti
dalla città pensarono ad un'occupazione jugoslava di Trieste. La Polizia civile
di frontiera si
dileguò ed il posto di confine rimase
sguarnito fino a che non fu chiarito l'equivoco. Una conferma che i militari dai
“cinque colpi”,
come li chiamavano ironicamente, non
erano disposti a combattere. Era maturata in tutti noi, studenti medi, la
convinzione che si
dovesse risolvere il
problema di Trieste con urgenza se non si voleva correre rischi mortali.
Perciò il 4 novembre, quando la Polizia
civile strappa il Tricolore ad un gruppo
di noi, reduci da Redipuglia, mentre entriamo in Piazza Ponterosso, riuniscono
d'urgenza la
Giunta d'Intesa Studentesca al Circolo
Studenti Medi allora in Via Trento 2 presieduto da Giorgio Cerniani (che
comprendeva la
Giovane Italia di Fabio Lucchetti, il
Circolo Studenti italiani di Renzo Piccini e il Movimento Amicizie Giovanili di
Edo Treselli) che
delibera all'unanimità lo sciopero
generale delle scuole e indice una manifestazione di protesta con adunata a
Pazza Sant Antonio
Nuovo. Il capo dei
goliardi nazionali, Francesco Paglia, è d'accordo. Nel frattempo
alcuni amici, buoni italiani inquadrati nella
Polizia civile, ci avvisano che il GMA
ha distribuito munizioni a volontà ai poliziotti con l'ordine di non
risparmiarle per reprimere
ogni manifestazione italiana. In
particolare è in assetto di guerra quello che diventerà il famigerato nucleo
mobile dotato di elementi
d'acciaio. All'unanimità confermiamo
sciopero e manifestazioni.
Il 5 novembre non
è necessario inviare picchetti davanti alle scuole perché già alle 8 del
mattino affluiscono davanti alla chiesa di
Sant Antonio Nuovo
un gran numero di studenti che si erano disfatti di ogni impedimento e delle
cartelle di scuola lasciate in bar,
caffè e negozi
vari. Sulla piazza antistante la chiesa era stato aperto un
cantiere e molti sassi erano lì in bella vista. Un ufficiale inglese, senza preavviso, ordina violente cariche di Polizia contro di noi.
Dopo uno sbandamento reagiamo lanciando pietre contro
gli assalitori. Oggi
pochi ricordano che la battaglia delle pietre contro i fucili iniziò quel giorno
a Trieste, mezzo secolo prima
dell'Intifada che ancora insanguina la Terra Santa.
L'ufficiale inglese ordina di sparare sugli studenti. Più tardi dirà “che fu
dato
l'ordine di sparare in aria” ma nessuno
di noi volava e sulle colonne del pronao della chiesa i segni dei colpi sparati
ad altezza
d'uomo erano numerosi. Tentando di
cancellare la storia qualcuno ha pensato bene di cancellare i fori dei
proiettili sulle pietre!
Le esplosioni sono tante e di
un'intensità che, per noi che non avevamo fatto la guerra, sembrano eccezionali.
Molti i giovani a
terra, con ferite d'arma da fuoco o per
colpi assestati con i calci dei fucili. I primi e più numerosi ad essere colpiti
sono gli studenti
del gruppo dalmata che mi sta intorno.
Pierino Addobbati, 13 anni, studente del Dante appartenente ad un'antica
famiglia
irredentista dalmata, è il primo Caduto,
Enrico de’ Schoenfeld, zaratino, viene raggiunto da 3 pallottole. Lo diamo per
morto, invece
sopravvive a quella terribile avventura.
Gli studenti vengono inseguiti fin dentro la chiesa ed il sangue delle ferite
macchia perfino gli
altari. L'Arcivescovo di Trieste e
Capodistria, Mons. Antonio Santin, dovrà riconsacrare la chiesa violata. Ci disperdiamo nelle
vie
adiacenti: noi si continua a tirare
sassi e loro a sparare. L'istriano Antonio Zavadil viene raggiunto da una
fucilata in Galleria
Rossoni. Tutta Trieste accorre in
appoggio a quella che inizialmente era solo una manifestazione studentesca e
chiede a gran
voce per la città il ritorno alla
Madrepatria. E' un’insurrezione corale dove donne e vecchi scendono in piazza
con determinazione
e con grande spirito patriottico. Vengono isolati i fautori del TIT che si dissolvono come neve al
sole. Eppure il Pc-TIT era il
secondo partito in Consiglio comunale e
il Fronte dell'Indipendenza il terzo!
La gente si
interroga con angoscia e smarrimento che significato abbia essere contro gli
alleati anglo-americani e se non
facciamo
il gioco dell'Unione Sovietica. Lanciano allora lo slogan
“alleati degli anglo-americani si, servi no”. Sembra oggi un moto rozzo
e
semplicistico ma urlato con
determinazione da un’imponente folla di giovani costituisce una risposta a
quanti tentano di insinuare
sospetti e alimentare paure in un tempo
difficile e instabile. Il 6 novembre gli scontri continuano in diverse parti
della città.
La Polizia civile
spara a più riprese. Cadono il fiumano Nardino Manzi,
Erminio Bassa, Saverio Montano e Francesco Paglia che
era il capo degli
studenti universitari. Con la sua morte devo assumere a 19 anni l’intera
responsabilità di una situazione esplosiva.
Chiediamo a gran voce che sia ritirato
nelle caserme il nucleo degli “elmetti d’acciaio” della Polizia civile che era
stato selezionato
tra gli sloveni del Carso e che si era
distinto per aggressività e ferocia. Il GMA ordina il rientro nelle caserme di
tutti i reparti della
Polizia civile in gran parte sull’orlo
dell’ammutinamento. Alcuni poliziotti hanno annodato intorno al collo un
Tricolore e sono dalla
nostra parte. Le truppe anglo-americane
in assetto di guerra occupano i punti nevralgici. Il Vescovo Antonio Santin ed
il Sindaco
Gianni Batoli, che rappresentano l’unità
spirituale e politica cittadina, mi chiedono di ordinare perentoriamente, anche
a loro nome,
la fine degli scontri, ma
contemporaneamente, interrompono ogni rapporto con le autorità militari
anglo-americane. Ai funerali delle
vittime, una Trieste solenne, dolente ma forte e responsabile accompagna i suoi
figli fino all’ultima dimora. Una folla imponente e
composta che impressiona il mondo intero
come ebbero a dirmi alcuni corrispondenti inviati dalla stampa italiana ed
estera.
Sui rapporti tra i
triestini ed i soldati inglesi ed americani, che non
erano mai stati idilliaci ma erano improntati a correttezza
e
disponibilità
(8 anni prima avevano liberato Trieste dall'incubo delle Foibe slavo-comuniste)
cala improvvisamente un gelo siberiano.
Troncato ogni rapporto tra le autorità
che rappresentano gli organismi elettivi e gli enti pubblici e privati ed il
Comando militare del
GMA, si crea una
situazione insostenibile. La parola d'ordine che lanciamo ancora una volta
attraverso gli studenti non lascia
dubbi sulla volontà di chiudere
l'equivoca pagina del mai nato territorio libero di Trieste: se entro un anno
l'Italia non ritorna a Trieste
il 4 novembre 1954
sarà ricordato come il giorno della rivolta italiana contro gli alleati
anglo-americani. Il 26 ottobre 1954, pochi
giorni prima dello scadere
dell'ultimatum, i governi alleati in fretta e furia stabiliscono che l'Italia,
con il suo esercito e con le sue
leggi, ritorni nella città che tanto
aveva lottato per l'unica Patria da sempre amata. Bene ha fatto, dunque, il
Comune di Trieste a
far iniziare le celebrazioni del 26
ottobre 1954 per il ritorno di Trieste all’Italia con la sua commemorazione dei
Caduti del 5 e 6
novembre 1953 per sottolineare che i
Moti di quei giorni furono determinanti per indurre gli alleati a seppellire il
progettato TIT e
reintegrare Trieste nello Stato
Italiano, purtroppo privato dell'Istria, di Fiume e di Zara. Non sono stati
certo i maneggi diplomatici o
gli artifici politici a decidere quella
svolta storica, come cercano ancora oggi di far credere alcuni personaggi che
non hanno vissuto
in prima persona gli avvenimenti storici
di quel tempo ma li hanno solo appresi dalle carte scritte da quanti avevano
interesse a
giustificare i loro errori.
Vero è che senza il
sangue degli ultimi 6 Martiri del Risorgimento italiano (per i quali la Lega nazionale ha chiesto il
conferimento
della Medaglia
d'Oro al Valor Militare),
senza il coraggio degli studenti e della gioventù nazionale triestina di
allora, senza la ferma
volontà del popolo
di Trieste, la Storia avrebbe assunto un'altra piega e la Città avrebbe compromesso, con l'incolumità dei suoi
cittadini, l'identità della sua cultura e l'antica vocazione nazionale,
europea ed occidentale.
I nostri ragazzi si ribellano
agli anglo-americani con lanci di pietre contro le fucilate di questi ultimi
(ovvero la prima Intifada) e lo
slogan “alleati
si, servi no”.
Renzo de’
Vidovich Segretario Generale della Giunta d'Intesa Studentesca del
1953.
Movimento Sociale Fiamma Tricolore - Coordinamento Regionale del
Piemonte di Torino e-mail: msft.piemonte@email.it