Operaciòn Rosario: "Dio stramaledica gli Inglesi"
 
Come andò a finire, lo sappiamo tutti
di Andrea Benzi
 
Vent'anni fa il conflitto anglo-argentino per le Malvinas.
Il 2 aprile del 1982, esattamente venti anni fa, la fanteria di marina argentina sbarcava sulle isole Malvinas (Falklands) e, dopo
un breve scontro con la piccola guarnigione inglese, occupava Port Stanley, subito ribattezzata Puerto Romero (ed in seguito Puerto Argentino). Più o meno nelle stesse ore reparti di marina argentini occupavano altri possedimenti inglesi dell'Atlantico meridionale, la Nuova Georgia del Sud e le isole Sandwich del sud. L'impresa militare avveniva come ultimo atto di un contenzioso politico, militare e diplomatico che aveva preso inizio fin dalla nascita dell'Argentina moderna, vale a dire nel 1816. Infatti già nel 1820 il governo di Buenos Aires aveva proclamato la propria sovranità sulle isole Malvinas, che gli Inglesi avevano occupato nel secolo precedente e, nel 1828, il dittatore Juan Manuel de Rosas aveva inviato un governatore ed un gruppo di coloni sulle isole.
Nel 1831, un intervento militare americano, una rappresaglia effettuata per il blocco di alcune navi, aveva devastato gli insediamenti colonici argentini: il fatto pose le premesse per la nuova invasione inglese del 1833, che depose il governatore argentino ed espulse i coloni sudamericani. Durante tutto il XIX secolo si sviluppava pertanto la colonizzazione inglese delle isole, sui cui si insediarono 1800 coloni (i "kelpers") tutti di origine inglese (attualmente il numero degli abitanti è di circa 2000).
Il possesso delle isole Malvinas (che gli Inglesi chiamano Falklands) ha, a prescindere dal mai sopito fascino imperialistico e coloniale, una forte valenza geopolitica ed economica: le isole controllano infatti il "passo" oceanico, vale a dire il passaggio
fra due Oceani e controllano inoltre un'ampia parte dell'accesso al continente antartico. Inoltre si stima che in prossimità delle isole vi siano giacimenti petroliferi e di altre risorse naturali, e che comunque esse possano servire da base per lo sfruttamento economico e scientifico dei fondali oceanici. Un arcipelago solo apparentemente sperduto e inospitale, quindi.
L'Argentina del 1982 era una nazione in evidente difficoltà politica, economica e sociale. Dopo la sfortunata esperienza del ritorno di Domingo Peron dall'esilio (gli Argentini si erano letteralmente gettati nelle braccia dell'anziano generale tanto da scontrarsi con le armi per dargli il benvenuto all'aeroporto), e la successione al potere della di lui ultima moglie, Isabelita Peron, falliti quindi i tentativi del popolo argentino di resuscitare il mito peronista di Mingo ed Evita, in preda l'intero paese a scontri politici violentissimi, il 24 marzo del 1976 una giunta militare composta dai tre capi di stato maggiore dell'esercito, della marina
e dell'aeronautica (Videla, Agosti, Massera) aveva "deposto" Isabelita Peron, controfigura dell'illustre e sfortunata eroina di vent'anni prima, ed aveva instaurato un regime militare. Il regime militare "golpista", nato con l'appoggio occidentale ed ancor oggi etichettato facilonamente come "fascista", come prima cosa liquidò, incarcerò e mise in disparte tutti i simpatizzanti peronisti dalle Forze Armate, dal sindacato e dai partiti. Poi proclamò una sorta di crociata contro la sovversione e l'estremismo comunista, colpendo non solo i comunisti o le forze dell'estrema sinistra, ma anche ed a pari modo l'ala nazionalista e rivoluzionaria del peronismo.
Fu di fatto una dittatura militare di "centro", sostenuta dagli Stati Uniti, dall'Europa e dal Vaticano (e non a caso arrivò ad un passo dalla dichiarazione di guerra al Cile di Augusto Pinochet per una questione di confine nella Terra del Fuoco).
Nel 1978 i mondiali di calcio, organizzati proprio dall'Argentina, furono salutati dal grande plauso della comunità delle democrazie occidentali e dei paesi socialisti (alcuni dei quali, come Ungheria e Bulgaria parteciparono a quei mondiali): il trionfo proprio dell'Argentina, con Videla esultante in tribuna d'onore, fece dimenticare le migliaia di reclusi politici nelle segrete delle caserme. Smaltita la sbornia dei mondiali, l'Argentina si trovò a fare i conti con un'economica sempre più in crisi, tanto che nei primi mesi del 1982, si verificarono violente manifestazioni popolari che imposero in non poche città lo stato d'assedio.
Nel 1981 si era registrato un tasso d'inflazione del 600%: il PIL era caduto del 11,4%, la produzione industriale del 23% ed i salari reali avevano sopportato un forte perdita del potere d'acquisto.
A Videla era succeduto, il 29 marzo 1981, il generale Roberto Eduardo Viola, il quale a sua volta, per dichiarati motivi di salute, lasciò il potere a Leopoldo Fortunato Galtieri. La situazione nel paese era drammatica, saldandosi la crisi economica con la violenza delle contrapposizioni politiche ed a Galtieri non restò che la tradizionale (e quasi sempre valida) carta del patriottismo per evitare la guerra civile che si profilava certa ed inesorabile all'orizzonte dell'Argentina.
Il contenzioso sulle Malvinas non era mai stato chiuso e i negoziati diplomatici erano ormai ad un punto morto.
L'Argentina continuava tuttavia ad educare i suoi cittadini, fin dalla scuola elementare, che le Malvinas erano argentine e che sarebbero ritornate in qualsiasi modo sotto la sovranità di Buenos Aires. Il terreno culturale era quindi piuttosto fertile.
La decisione di invadere le isole venne presa probabilmente agli inizi del marzo 1982, quando con il nome in codice di Operaciòn Rosario, le Forze Armate ricevettero l'ordine di preparare l'invasione; questa avrebbe dovuto svolgersi in alcune date determinate, in quanto cariche di significato per la storia argentina: il 25 maggio, anniversario della rivoluzione, e il 9 luglio, anniversario dell'indipendenza. Ma la previsione di condizioni climatiche sfavorevoli (luglio è un mese praticamente invernale) ed il precipitare della situazione interna, con l'infittirsi della manifestazioni politiche contro il governo, spinsero per anticipare l'invasione al 2 aprile.
La mossa di Galtieri fu azzeccata: le isole vennero conquistate, non senza colpo ferire, ed il popolo argentino abbandonò la strada della guerra civile per riempire le piazze, questa volta a sostegno delle Forze Armate e contro l'Inghilterra.
Sulle folle di Buenos Aires riecheggiarono le parole di Marco Appelius: "Dio stramaledica gli Inglesi".
Le caserme si riempirono di volontari: l'intero popolo si trovò rappacificato e coalizzato contro un nemico, così lontano e così visceralmente antipatico come l'Inghilterra. Ancora una volta, l'anima profondamente patriottica di ogni movimento politico latino-americano, svelava la propria essenza.
Come andò a finire, lo sappiamo tutti: il 14 giugno, dopo un mese e mezzo di scontri cruenti in cielo, in mare e in terra, ed in cui le Forze Armate argentine seppero dare prova di grande valore contro un nemico ben più forte ed addestrato, la bandiera inglese tornava a Port Stanley. Nelle fredde acque dell'Oceano e sulle pietraie delle Malvinas erano rimasti i corpi di 635 argentini e 255 britannici. L'aviazione argentina fu praticamente annientata, l'incrociatore "General Belgrano" (era scampato alle bombe giapponesi a Pearl Harbour...) venne silurato ed affondato da un sommergibile nucleare britannico (morirono 323 marinai).
Gli inglesi persero non pochi aerei ed elicotteri, due cacciatorpediniere ("Sheffield" e "Coventry"), due fregate ("Ardent" ed "Antelope"), una nave portacontainer trasformata in portaerei ed altro naviglio minore.
L'Argentina, isolata dagli Stai Uniti e dagli alleati sudamericani, che non fecero scattare la clausola del patto militare di reciproca assistenza (addirittura è noto ormai che il Cile fornì appoggio logistico ed informativo alla Gran Bretagna), era rimasta sola. Anche l'Italia, madre di così tanti argentini, si schierò con l'Inghilterra, pur rifiutando di unirsi alle misure sanzionatorie: era la solita doppiezza italiana di seguire il potente, ma di aiutare sottobanco il poveraccio.
Galtieri avrebbe rassegnato pochi giorni dopo le dimissioni: gli sarebbe successo Reynaldo Benito Bignone, generale già in pensione, il quale accompagnò l'Argentina, scossa ed avvilita, ma salvata dalla guerra civile, alle elezioni che avrebbero portato al governo il "radicale" Alfonsin, alla guida di un governo di centro-sinistra ed alla scoperta, almeno per noi europei, della questione dei "desaparecidos" (fatto che in Argentina era invece arcinoto).
Margaret Thatcher, avrebbe salutato la flotta inglese e stava per inaugurare la sua lunga permanenza al potere in Inghilterra.
Di quel periodo ho un ricordo nostalgico: nell'Argentina contro l'Inghilterra, vedevo l'Italia di 40 anni prima.
E ricordo qualche manifestazione in cui si alzò il grido "Las Malvinas son Argentinas".
La guerra era servita all'Argentina per evitarne una ben più grave e fratricida che ne avrebbe compromesso l'esistenza futura. Servì all'Inghilterra per dimostrare che era ancora capace di combattere una guerra dall'altra parte del pianeta, come nel XIX secolo (ovviamente con gli Americani non ostili). Resta allora il sacrificio di quei poveri soldati, fra i quali tanti di origine italiana: un ricordo che è giusto portare avanti, come un filo sottile, ma inossidabile ed indistruttibile che lega la guerra italiana del 1940 alle guerra argentina del 1982.   
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