Daniele
Manin e il Tommaseo Giacobini?!
Tasi,
mona!
la
"Primavera radiosa" delle rivoluzioni, una storia appassionante di Gigio Zanon
Vorrei indicare chi è e cosa significhi per noi
Veneziani Daniele Manin, che alcuni hanno sentenziato essere un Massone e
Giacobino e venduto ai Savoia, la Storia stessa li smentisce però. Scusatemi se
non sarò breve. Chi volesse altre informazioni, me le chieda ed io, con
documenti alla mano, le darò. Gigio Zanon sportlav@libero.it
DANIELE
MANIN.
Daniele Manin nasce a Venezia nel 1804. Suo padre era
un'Ebreo Catecuminizzato, ossia battezzato, ed in origine il suo cognome era
Fonseca e, come era usanza a quei tempi - su imposizione del papato e della
chiesa di Roma - chi aderiva alla religione cattolica doveva prendere il cognome
del padrino che lo teneva a battesimo. Per il Fonseca il padrino fu il fratello
del Doge Ludovico, Antonio, del quale ne prese, appunto, il cognome. Daniele
divenne avvocato, come il padre, e fu il fautore della cosidetta "lotta legale"
per favorire lo sviluppo della società in senso nettamente liberale.
Bisogna ricordare che fra il 1840 e il 1850 Venezia era una città
di oltre 122.000 abitanti nel solo centro storico,
senza contare le isole e la terraferma che a quei
tempi era ben poca cosa (oggi siamo in appena
64.000...!!). Nel 1846 venne realizzato il ponte ferroviario
translagunare ed uno dei suoi più accesi sostenitori fu proprio Daniele Manin in
perfetto accordo con Gabrio Casati
di Milano; essi rappresentavano la borghesia
delle due città nonché il fior fiore del commercio, ma non certamente la
tradizionale classe dominante dei latifondisti e dei grandi proprietari. Inoltre
il loro impegno era volto ad una federazione di Stati Italiani, dapprima
presieduta dal Papa. Infatti nel 1843 il Gioberti pubblicò il famoso "Primato
civile e morale degli Italiani", che con la sua chiara intonazione
nazionalistica e politica, divenne sempre più popolare negli Stati dell'Italia
centrale. Per la maggior parte del decennio che precedette la rivoluzione, i
membri progressisti della Camera di Commercio Veneziana e gli avvocati radicali
come il Manin costituirono un gruppo isolato nella società veneziana. Nel 1847
la Camera di Commercio deplorava amaramente le condizioni in generale
scabrosissime pel commercio in ogni piazza; e nelle campagne attorno a Treviso,
come annotava Giuseppe Olivi, i contadini "peregrinavano di villa in villa a
cercare di che sfamarsi, e le spiche di fromento non ancora mature venivano
avidamente divorate".
Nonostante tutto questo,
l'Austria opprimeva con
spietatezza e insensibilità tutto il popolo e lo aggravava con continue tasse
e balzelli. Nel 1846, dopo l'elezione al
Soglio Pontificio di Pio IX e le sue prime timide e modeste riforme, innescò -
pur se questa non era la sua intenzione - una reazione a catena e dette
un'impulso decisivo alla causa nazionale.
L'anno successivo, il 13
settembre, si aprì a Venezia il IX congresso degli Scienziati Italiani con 860
membri e presieduto dal principe Giovanelli. Questo congresso fu voluto con
forza da Manin e Tommaseo, allo scopo di far conoscere, anche, le condizioni in
cui versava la città. La città intera, scrive Vittorio Rovani, si commosse e si
può dire che in quei giorni essa pensò
al suo passato e presentì il suo avvenire. Il
governo imperiale era rimasto dapprima dubbioso se dovesse o no concedere il
permesso, ma aveva finito per consentire "nella speranza di poter con tale
concessione tranquillizzare e riconciliare gli spiriti più caldi". Ma mal gliene
colse, in quanto Manin quasi monopolizzò il congresso intervenendo su ogni
questione e per tutta la durata del congresso che si chiuse il giorno 29.
Rimane celeberrima la sua frase gridata in uno di quei
giorni, ed in seguito ripetuta nel suo esilio a
Parigi,:
"Noi non vogliamo che
l'Austria sia più umana o tollerante, vogliamo semplicemente che se ne vada!". Tommaseo presentò
all'Ateneo Veneto un brillante attacco alla censura Austriaca, ricordando ad
essa quanto promesso fin dal 1815: quello di consentire ad ogni cittadino di
indicare al governo i suoi errori. Manin fece seguito a al suo intervento
chiedendo che il regno "Lombardo - Veneto" fosse "veramente nazionale ed
indipendente". Ancora il Tommaseo redasse una petizione all'alto clero, che
accusò di aver "reso a Cesare più di quel che è di Cesare": da notare che
Tommaseo era profondamente cattolico e professante. Il 18 gennaio 1848 Manin e
Tommaseo vennero improvvisamente arrestati ed incarcerati.
In febbraio Radetzky impose
al Lombardo - Veneto la legge marziale. Egli
era forte di oltre 50mila soldati, così dislocati: 13mila
a Milano, 8mila a Venezia, 13mila nel
quadrilatero, gli altri dislocati nelle altre città e villaggi.
Ma la protesta continuava a crescere nonostante l'arresto di Manin e Tommaseo, anzi: a causa di esso.
Le due Contrade dei Nicolotti e
Castellani, divise fra di loro fin dai tempi più remoti della Repubblica di
Venezia - le fazioni discendevano dalle lotte fra gli Eracleiani ed i
Equileiani: fin da prima della nascita di Venezia... - risolsero le loro
millenarie divergenze e la polizia riferì che stavano fraternizzando come
"Italiani". Soltanto gli spiriti più audaci pensavano ad una rivoluzione.
Ma
il 17 marzo arrivò da Trieste un piroscafo che portò notizie di sommosse nelle
strade di Vienna e la caduta di Metternich. Allora una folla enorme si raccolse
in Piazza S. Marco per chiedere la liberazione di Manin e Tommaseo, ed il
tentennante governatore Palffy prese la fatidica decisione di liberarli. Ma
nell' atmosfera convulsa del momento firmò un'ordine per la liberazione non di
Daniele, bensì di Ludovico Manin, che era stato l'ultimo Doge di Venezia.
Manin rifiutò di essere scarcerato, se prima Palffy non avesse corretto il
suo nome e se prima non avesse dichiarato che era stato incarcerato
illegalmente: così avvenne. Allora i due vennero tolti di prigione e portati
trionfalmente in Piazza S. Marco. Ma mentre era ancora in carcere Manin aveva
deciso che una volta tornato in libertà avrebbe fatto tutto quanto in suo potere
per provocare una rivoluzione e proclamare una Repubblica per Venezia e per il
Veneto: egli sperava che la Repubblica Veneta diventasse uno degli Stati di un'
Italia federale unita! (C.fr.e Paul Giinsborg, Vincenzo Marchesi, Alessandro
Luzio, e altri)
Il giorno 18 scoppiarono in Piazza S. Marco dei tumulti fra
gli Austriaci e i componenti della fazione Nicolotta assieme a degli studenti di
Padova: gli uni con le pietre, gli altri con i fucili! Otto Veneziani furono
uccisi e nove feriti.
Alla sera stessa giunse la notizia che l'imperatore
Ferdinando aveva concesso la costituzione, e sembrava che il peggio fosse
passato, ma Manin arringò la folla in quanto tramava per la rivoluzione, e fu lì
che emise per la prima volta il famoso grido "la boje!". Stabilì contatti con
elementi della Marina militare Veneziana per impadronirsi dell'Arsenale, la
chiave militare della città. Ancora una volta i suoi amici si rifiutarono di
sostenerlo, considerando l'impresa una pura follia: infatti non si può
dimenticare - come anzidetto - che in città erano presenti 8mila soldati
austriaci con oltre 500 cannoni e che i Veneziani non avevano armi degne di
questo nome!
Il 22 marzo del 1848 la fazione del Castellani, i quali erano
tutti lavoratori dell'Arsenale, gli diedero un preziosissimo aiuto: nelle prime
ore del giorno essi si vendicarono dell'ispettore capo dell'Arsenale, il
colonello Marinovich dal quale erano continuamente vessati e scarsamente pagati:
gli diedero la caccia e lo ferirono a morte in una delle torri orientali
dell'opificio.
Manin, avutane notizia mentre era nella sua abitazione in
campo S. Paternian - ora Manin - accorse con suo figlio Giorgio e strada facendo
raccolse alcune guardie civiche. Riuscì ad entrare, ma gli Austriaci fecero
arrivare rinforzi alla porta dei Leoni.
La guardia civica si oppose al loro ingresso e
allora gli ufficiali austriachi ordinarono alle loro truppe di aprire il fuoco.
Ma, come scrive il Ginsburg, questo fu il momento cruciale della rivoluzione. Molti
soldati erano contadini Veneti ed erano stati contagiati degli entusiasmi
nazionalistici di quelle giornate, nonché dalla fraternizzazione con la guardia
civica a dalla promessa che se si fossero uniti alla causa italiana, avrebbero
potuto fare ritorno alle loro case: questi si rifiutarono di aprire il fuoco e
sopraffecero i loro ufficiali. L'Arsenale era ora in mano dei Veneziani e i
soldati della sua guarnigione, circa 4.260 uomini, era passata alla rivoluzione.
I rivoltosi erano ora in possesso anche di tutta l'armeria dell'Arsenale con gli
oltre trentamila fucili, munizioni, cannoni, e quant'altro vi era all'interno.
Dopo una breve pausa Manin,
alla testa di una numerosa folla, senza
incontrare resistenza e lungo la riva degli Schiavoni, giunse in Piazza S. Marco da dove, issatosi su un tavolo del caffè Florian, proclamò la Repubblica di Venezia.
Per la
strada si aggregavano tutti i Veneziani che incontrava, ma quello che lo colpì
di più fu un vecchio che la suo passaggio si gettò piangendo in ginocchio ed
alzando le braccia al celo disse: "Signore, ti ringrazio per avermi dato una
gioia simile: semo tornai a la Repubblica, adesso posso morir in paxe...", e
assieme a lui si gettarono in ginocchio donne e bambini pregando e piangendo.
Nel frattempo il governatore Palffy aveva sottoscritto la capitolazione nelle
mani del Podestà Gian Francesco Avesani, ed alle sei del pomeriggio rassegnò i
suoi poteri nelle mani della municipalità. Ma la protesta popolare era troppo
vibrante e l'intera municipalità si convinse della necessità di cedere il potere
a Manin.
Il giorno successivo, 23 marzo, in Piazza S. Marco, fu proclamata ufficialmente e
formalmente la REPUBBLICA DI VENEZIA,
e Manin ne divenne il primo
Presidente.
La rivoluzione Veneziana era stata compiuta, ma non era
un caso isolato: tutte le altre città del Veneto erano insorte ed avevano
cacciato gli austriaci: con la sola notevole eccezione di Verona (!), la quale
neppure in seguito sognò di ribellarsi, rimanendo compresa nel famigerato
"quadrilatero" da dove sarebbe partita la controffensiva di Radetzky, al quale aveva concesso il rifugio di cui aveva
bisogno.
Quella fu la "primavera radiosa" delle
rivoluzioni.
Nel frattempo anche il Piemonte di Carlo Alberto, vista
la svolta della rivoluzione Milanese dopo la cinque giornate, si era rassegnato
(sì: rassegnato, poiché ciò era contro la sua volontà...) ad entrare in guerra
contro l'Austria: infatti egli aveva talmente poco considerato l'eventualità di
una guerra che non disponeva nemmeno di carte topografiche della Lombardia! Egli
entrò in guerra con forte riluttanza, più per impedire la diffusione dei
sentimenti repubblicani nell'Italia settentrionale che per ragioni di
nazionalismo italiano.
Il paradosso delle prima guerra d'indipendenza, come
ha sottolineato Piero Pieri, fu quello di una "guerra rivoluzionaria diretta
da chi temeva la rivoluzione e i rivoluzionari.
Peggio ancora: le promesse del re piemontese di un'aiuto puramente fraterno al
Lombardo - Veneto mascheravano le tradizionali ambizioni espansionistiche di
casa Savoia!
Infatti nei mesi di aprile maggio e giugno del 1848 i
piemontesi si adoperarono senza sosta a creare una pressione politica per
indurre il Lombardo - Veneto a far parte di un nuovo regno d'Italia
settentrionale sotto Carlo Alberto. Le ambizioni dinastiche avevano soppiantato
la guerra di liberazione!
Gli insorti Italiani
additarono sempre in Carlo Alberto il primo responsabile della rotta del
1848. Manin, negli ultimi anni della sua vita,
scrisse: "Credevo e credo ancora che la propaganda a favore dell' annessione
delle province Lombardo - Venete al Piemonte sia stata la causa principale del
fallimento delle guerra d'indipendenza".
Quando all'inizio di luglio in
Venezia si fecero strada le forze favorevoli al Piemonte, Manin chiese ai
repubblicani - con gli austriaci sulle rive della laguna - di sacrificare i loro
princìpi nel nome dell'unità, e proclamò in assemblea: "All'inimico sulle nostre
porte, che aspettasse la nostra discordia, diamo oggi una solenne smentita.
Dimentichiamo oggi tutti i partiti; mostriamo che oggi dimentichiamo di essere o
realisti o repubblicani, ma che siamo turri italiani".
Con 127 voti
favorevoli e 6 contrari, Venezia approvò a malincuore la risoluzione di entrare
a far parte del regno dell'alta Italia. Manin rassegnò le
dimissioni e lasciò la carica a Jacopo Castelli.
I Veneziani erano
profondamente irritati ed insofferenti con i piemontesi che nel frattempo erano
giunti in città, in quanto essi già agivano da padroni e i tumulti e le risse
erano frequenti, così come erano frequenti le risse con i volontari Romani a
Castello, in giugno, e a Cannaregio con i Napoletani. Ma, dopo la sconfitta di
Custoza di Carlo Alberto, a furor di popolo riprese il potere e
fu nominato "Dittatore" dall'Assemblea il 13
agosto successivo.
Ma la sera dell'11 agosto, una folla enorme si
era radunata in Piazza S. Marco, in quanto i commissari piemontesi, Colli e Cibrario e il Castelli non avevano intenzione di
andarsene. Allora Sirtori, Mondini ed altri irruppero nel palazzo dell'ex
governatore e li cacciarono di forza; ma la folla non li voleva: voleva Manin e
continuava a rumoreggiare. Egli intervenne e per placare gli animi uscì sul
balcone e si rivolse agli astanti dicendo: "dopo domani si raccoglieranno i
Deputatie ed eleggeranno i nuovi rettori.
Per queste quarantott'ore governo io". A queste
parole, l'intera Piazza esplose in grida di entusiasmo e la folla si disperse
rapidamente. Intanto Tommaseo si era recato in
Francia per sperare di ottenere un aiuto dai repubblicani che nel
frattempo avevano defenestrato Luigi Filippo. Ospitato nel ricco Hotel Bristol,
dove cercava di risparmiare mangiando a mezzogiorno solo
pane e mele e
nascondendo poi i torsoli perché non fossero visti dalla servitù, pubblicò
immediatamente un'appassionato "Appel à la France". Ma i piemontesi, timorosi per la sorte della
dinastia per un'eventuale intervento delle truppe repubblicane francesi
nell'Italia settentrionale, dichiararono che né Tommaseo per Venezia e né
Guerrieri Gonzaga per Milano avevano alcuna legittimità di chiedere il loro
intervento! Intanto il tempo passava e gli eventi precipitavano.
A novembre
Manin seppe che Garibaldi voleva venire a Venezia e ciò lo impensierì non poco;
così scrisse a Tommaseo: "Garibaldi... non è adatto alla difesa di questi
forti...; anzi temiamo che possa turbare la quiete interna, la cui conservazione
non è l'ultima delle nostre fatiche...". Ma anche i Mazziniani continuarono a
preoccupare Manin, in quanto erano presenti a Venezia con Piero Maestri,
Mordini, Dell'Ongaro e Revere ed avevano fondato il Circolo Italiano nel quale
essi cercavano di imporre le loro idee. Ma furono messi alla porta senza tante
cerimonie, e Mazzini dovette appuntare le sue attenzioni altrove in Italia.
Il 5 marzo del 1849, passò voce che il lombardo Giuseppe Sirtori cercava di
costringere Manin a lasciare il potere per poter cedere Venezia agli austriaci
e, mentre i Deputati si stavano radunando a Palazzo Ducale, una folla enorme si
raccolse in Piazzetta e cercò di invadere l'Assemblea. Manin, con la spada in
pugno, la fermò: se volevano entrare dovevano passare sul suo cadavere. I
Deputati allora respinsero la proposta della sinistra con 71 voti contro 38 e fu
riconfermato nella carica. Sirtori commentò: "Allora bisognerebbe dire che a
Venezia c'è un'uomo, non un popolo!".
Il 22 marzo Venezia festeggiò il primo
anniversario della rivoluzione, ma i giorni successivi si apprese della tragica
sconfitta di Carlo Albero a Novara e della fuga dei Piemontesi e dei loro
saccheggi durante la stessa fuga. Radetzky era così libero di disporre a
piacimento della forza di tutto il suo rinnovato esercito forte di oltre 50 mila
uomini e di oltre millecinquecento cannoni. Ed egli lo inviò tutto verso
Venezia.
Nella riunione a porte chiuse del 2 aprile, l'Assemblea Veneziana
decise all'unanimità di continuare la resistenza ad ogni costo. A Manin furono
concessi poteri illimitati, una enorme bandiera rossa fu issata sul pennone
centrale di Piazza S. Marco e la città
si preparò a fronteggiare l'assalto finale
dell'esercito austriaco, ormai in grado di concentrare qui tutte le sue forze.
Contro ogni previsione, Venezia continuò a resistere per i cinque mesi
successivi, durante quella che G. M. Trevelyan ha definito "guerra senza tregua
di mezza estate sopra la laguna scintillante".
Pur soffrendo per ogni sorta
di privazioni e di avversità -fame, bombardamento e colera -, i veneziani non
levarono MAI la voce per chiedere la resa.
Il 4 maggio gli austriaci
aprirono il fuoco su forte Marghera e vi gettarono settemila palle di cannone.
Il tenente maresciallo Haynau (sopranominato "la Jena"...) e altri dignitari
austriaci erano in osservazione su una torre della vicina Mestre ed erano
convinti che i veneziani avrebbero capitolato la sera stessa, ma essi sotto
l'intrepido comando del giovane napoletano Girolamo Ulloa, con Sirtori e con
Enrico Cosenz, la difesero valorosamente per altre tre settimane finchè nel
forte non rimase nemmeno un cannone per difenderlo e un difensore su tre non fu
ferito. Si ritirarono verso Venezia e, dopo aver distrutto cinque arcate del
ponte, si ridussero nell'isola di S. Secondo e nella piazzola ad essa adiacente:
ancor oggi lì possiamo ammirare due dei cannoni che difesero Venezia.
Tommaseo ebbe a dire, a proposito del pane che mangiavano i
veneziani: "il pane quotidiano divenne una bomba quotidiana nello stomaco delle
genti!". Infatti il cosidetto "pane", era fatto con tutto ciò che somigliava a
farina: perfino la muffa che veniva raccolta nelle soffitte! La solidarietà fra
i veneziani divenne ammirevole: gli abitanti dei luoghi più vicini alla
terraferma, come Cannaregio e S. Marta bersagliati dalle bombe, erano accolti
nelle case più distanti. In queste condizioni Venezia non poteva più continuare
a resistere, e nonostante ciò i Veneziani non volevano sentir parlare di resa.
Il tre agosto il Patriarca Monico ed alcuni membri della nobiltà firmarono
una petizione a favore della capitolazione, ma una grande folla saccheggiò il
palazzo Querini Stampalia, in quel momento sede patriarcale, presa
dall'indignazione...
Ma tutto fu vano... Il 24 agosto Venezia,
stremata dalla fame, dal colera, dalle oltre centomila bombe lanciate sulla
città, dall'esalazione del puzzo dei cadaveri lasciati esposti per
l'impossibilità di una decente sepoltura, con il 20 % della popolazione morta,
dovette arrendersi alle soverchianti forze austriache. Un grido d'ammirazione
venne strappato da tutti i popoli e da tutti i governi del mondo civile. Gli austriaci stessi non ebbero il coraggio di infierire su una
città, su un popolo che da solo aveva saputo tener
loro testa nonostante l'enorme forza
soverchiante di uomini e mezzi.
Il giorno prima
Manin saluta per l'ultima volta la Guardia Civica
schierata in Piazza S. Marco, e così si rivolge loro:
"Nei diciassette mesi della nostra rivoluzione
si mantenne alto e puro il nome di Venezia già vilipeso ed venerato da amici e
nemici. Il merito principale è è dovuto allo
zelo infaticabile della milizia cittadina e dei Veneziani tutti, il cui nome
rimarrà impresso a lettere d'oro nella Storia". Poi preso da commozione, Manin
conclude singhiozzando: Io non ho mai ingannato nessuno.
Se volete, dite pure "questo uomo si è
ingannato"; ma non dite mai: quest'uomo ci ha ingannati".
Dalla Piazza si risponde a
gran voce: "no, no!
VIVA MANIN!".
Il giorno 27 agosto, Manin passava
in gondola per campo S. Moisè diretto al piroscafo francese che avrebbe dovuto
portarlo
in esilio, ed un gondoliere gridò a viva voce:
"PAR L'ULTIMA VOLTA, VIVA MANIN!". "Tasi, mona", fu la sua laconica risposta.
Dal suo esilio di Parigi, in seguito durante dei colloqui con esponenti
internazionali sulla questione Italiana e del suo avvenire, ebbe e dire:
"Accetterei per re non solo Vittorio Emanuele, ma anche Murat, il Papa,
Napoleone Buonaparte, il diavolo stesso,
se potessi in tal modo scacciare dall'Italia gli
stranieri e unire l'Italia sotto un solo scettro e in modo federalistico.
Dateci l'unità e sapremo procurarci tutto il resto".
Le
libertà politiche e democratiche che a Venezia nel 1849 furono qualche cosa di
ovvio, sono state in effetti riconosciute solo dopo la seconda guerra mondiale e
con la Costituzione attuale. E' un dato che fa pensare... Venezia, in quei
lunghi 17 mesi, combattè in nome della coscienza umana oppressa, dei diritti
conculcati di tutti i popoli, in favore non solamente dei principii di
nazionalità, ma anche di quei principi umanitari , che il nostro secolo vedrà
completamente trionfare.
Daniele Manin morì in
esilio, a Parigi, il 1 agosto del 1857. Fu, come qualcuno asserisce, un
"Massone"?
Ma se dal momento che, è cosa più che nota, Garibaldi, Mazzini,
gli stessi Savoia ecc. erano Massoni, perché mai li avrebbe sempre osteggiati
tenendo conto che fra i Massoni vige la regola della assoluta "fratellanza"?
Quelli che dicono questo dovrebbero spiegarlo...
Fu, come qualcuno
asserisce, un "Giacobino"? Allora vediamo cosa
significa la parola "Giacobino".
Il
"Giacobinismo" nasce a Versailles nel 1789, alla vigilia degli Stati Generali,
da dove si trasferì a Parigi e dove prese il nome di "Società degli Amici della
Costituzione", benchè fosse più nota come il club dei "Giacobini". Quest'ultima
denominazione deriva dalla sede del club, un ex convento dei Domenicani chiamati
"Jacobin" per aver avuto un'ospizio che accoglieva i pellegrini diretti a
Santiago de Compostela (Santiago [Sant Jagobo], Jacob e Giacomo, sono lo stesso
nome nelle tre lingue diverse...)
I "Giacobini" furono guidati fino al 1791
da Mirabeau, e presero un'orientamento di intrasigente repubblicanesimo. In
seguito furono guidati da Robespierre, e si guadagnarono il favore dei
"sanculotti" (trad.dal francese: senza mutande, a significare la loro assoluta
indigenza, in veneto: in braghe de tela!) e delle masse povere e "proletarie"
per la loro posizione democratica e favorevole ad un programma di rivendicazioni
sociali.
Terminarono di esistere in seguito a un decreto della Convenzione
emanato il 2 novembre 1894.
Ora mi si spieghi se la
parola Giacobino ha un significato
spregiativo, e il perché...
Per noi Veneziani sia Manin che
Tommaseo hanno un significato di libertà, indipendenza, lotta, sacrificio portato allo stremo, sono i
nostri Eroi del IXX secolo al pari di tutti gli altri nostri Eroi della
Repubblica di Venezia. Furono quelli che aiutarono Venezia ed i Veneziani
a riscattarsi dell'onta subìta cinquanta anni prima a causa di una classe
dirigente imbelle e corrotta, la quale abdicò senza nemmeno cerare di combattere
e resistere alla viltà e prepotenza Napoleonica. Se il Doge Ludovico Manin e la
sua accozzaglia di patrizi non avessero ceduto alle minacce del piccolo corso e
se avessero dato ascolto alla popolazione, come fece il nostro Daniele Manin, il
corso della storia probabilmente sarebbe cambiato: almeno a Vienna, nel 1815,
avrebbe partecipato anche un nostro rappresentante per decidere della
restaurazione... forse. Basta solo pensare che il popolo Veneziano, appena
saputo che il governo si era autodichiarato decaduto, gli si rivoltò contro in
quanto voleva rimanere sotto le insegne di S. Marco, e per farlo tornare a più
miti ragioni fu preso a cannonate proprio da un patrizio: Bernardino Renier...
Il giorno 2 aprile, per i Veneziani, è una data molto importante pur se gli
attuali amministratori non lo vogliono sapere per timore che..... E' la
ricorrenza del giorno in cui, all'unanimità, l'Assemblea dei Delegati del Popolo
dichiarò:
"VENEZIA RESISTERA'
ALL'AUSTRIACO AD OGNI COSTO!"
Forse hanno
paura che il nome "Austriaco" venga cambiato con "Italiano"...
Ma non è detta l'ultima parola.
Sarei molto felice di fare la stessa fine di quel
vecchio, al passaggio di Manin di ritorno
dall'Arsenale il 22 marzo del
1848...