D'Annunzio e l'Armi, l'Amore, i Salotti, la Destra e Zarathustra
 
di Vittorio Baccelli
 
L'1 Marzo del 1938 moriva Gabriele D'Annunzio
Gabriele D'Annunzio è nato a Pescara il 12 marzo 1863, il padre Francesco Paolo, nato nella famiglia Rapagnetta, era stato legittimato da Antonio D'Annunzio, la madre si chiamava Luisa de Benedictis. Morì nella Villa del Vittoriale a Gardone Riviera. D'Annunzio si affermò a soli sedici anni, quando era studente presso il collegio Cicognini di Prato, pubblicando nel 1879, a spese del padre, la sua prima raccolta di versi, Primo vere; due anni dopo si trasferì a Roma, fece il suo ingresso nel gran mondo dei salotti e dei ritrovi galanti ed in quello dell'editoria: risolutivo fu l'incontro con l'editore Angelo Sommaruga, che impose sul mercato librario il nome del nuovo scrittore.
A sua volta, D'Annunzio seppe amministrare abilmente la propria parte di personaggio, mantenendo il rapporto con il pubblico secondo una vera e propria legge di mercato. In questa prospettiva si spiegano i fatti clamorosi del suo periodo romano:
il matrimonio nel 1883 con la duchessina Maria Hardouin di Gallese, dopo una fuga sensazionale, e la relazione tumultuosa con Barbara Leoni; i duelli e i processi; le cacce a cavallo e le imprese sportive; e si chiarisce l'importanza decisiva della sua esperienza giornalistica sulle pagine prima del Fanfulla, del Capitan Fracassa, della Cronaca bizantina, poi della Tribuna e del Mattino.
Eletto, nel 1897, deputato dell'estrema destra, passò tre anni dopo alla sinistra, che però non prese sul serio la sua affermazione di andare "verso la vita": troppo teatrale era quel gesto, compiuto nel periodo in cui lo scrittore aveva intrecciato, con la "tragica" Eleonora Duse, una relazione non esente, pur nell'autenticità della passione, da un calcolo sapiente che la trasformava in un'operazione di divismo pubblicitario come dimostra il trasferimento, nel 1898, dei due amanti alla Capponcina, una fastosa villa a Settignano. Nel 1904, dopo la rottura con la Duse avvenuta per sottrarsi alla morsa dei creditori, nel 1910 si rifugiò in Francia. Nel 1915 ritornò in Italia e, con il discorso tenuto a Quarto il 5 maggio, si schierò alla testa degli interventisti. Prese poi parte alla guerra, mostrando coraggio e spirito d'iniziativa in numerose imprese: voli su Trieste e Trento, dove nel 1916 perse l'occhio destro in un atterraggio forzato, incursioni aeree nel 1917 su Pola e su Cattaro, nel 1918 la beffa di Buccari
e volo su Vienna; ma queste azioni spettacolari fecero di D'Annunzio un guerriero privilegiato che ignorava la vita orrida e logorante della trincea. Terminata la guerra si fece portavoce del mito della "vittoria mutilata" e, nel settembre 1919, alla testa di un gruppo di legionari, occupò Fiume, dove restò quale "Comandante", fino al "Natale di sangue" del 1920 inaugurando quella tecnica della coreografia totalitaria che fu presto messa a frutto, con più risoluta spregiudicatezza, da Mussolini.
Dopo l'avvento del fascismo, D'Annunzio venne ufficialmente esaltato ma in realtà isolato nel suo dorato confino del Vittoriale, a Gardone che egli trasformò in un funebre mausoleo.
L'identificazione di letteratura e vita è il presupposto essenziale dell'arte dannunziana, che contrappone alla prosaica realtà dell'Italia giolittiana l'estetismo, cioè il culto religioso della bellezza, volto a blandire la piccola borghesia insoddisfatta e far leva sul suo segreto bovarismo. Sbocco inevitabile dell'estetismo dannunziano è stata la scoperta di Nietzsche: un Nietzsche svuotato di ogni tragicità e autenticità morale, da cui D'Annunzio ha ricavato il mito del superuomo, realizzando artisticamente
i sogni velleitari della classe media (la forza fisica e lo sfrenato erotismo, il culto per l'avventura e il disprezzo per la plebe, la difesa dell'ordine e l'aspirazione alla grandezza nazionale), ma anche una disposizione nichilistica, che affiora nei più celebrati miti di Alcyone, come desiderio di "tregua", di immedesimazione panica con la natura e finisce con il dominare nella produzione "notturna".
Il vero esordio poetico, dopo le rime acerbe di Primo vere, è costituito da Canto novo del 1882 dove la lezione carducciana
è filtrata da un gusto, già tutto personale, dell'esuberanza vitale e dell'esaltazione panica ancora limitata alla fisicità naturale.
Nel 1882 apparve anche il libro di racconti Terra vergine, al quale fecero seguito il Libro delle vergini e, nel 1886 le novelle di San Pantaleone, ripubblicate con il titolo Le novelle della Pescara nel 1902. E' evidente in questo ciclo la suggestione del Verga, limitata però a un bozzettismo esterno, che esclude l'intima partecipazione dello scrittore e accentua
i motivi del turpe e del deforme. Nel clima di raffinata eleganza del periodo romano D'Annunzio aveva allargato il suo orizzonte letterario e preso contatto con la scuola parnassiana, facendosene influenzare nei preziosi arabeschi dell'Intermezzo di rime, dell'Isotteo e della Chimera, delle Elegìe romane, e raggiungendo la più alta espressione del suo compiaciuto erotismo nel 1889 con il romanzo
Il piacere che costituisce il codice dell'estetismo dannunziano.
Ma le suggestioni del misticismo irrazionalistico e dello psicologismo della letteratura russa lo indussero a tentare il superamento del suo istintivo sensualismo, alla ricerca di un'artificiosa "bontà". Nacquero così i versi del Poema paradisiaco, che anticipa modi crepuscolari, e i romanzi Giovanni Episcopo e L'innocente. L'accostamento al profeta di Zarathustra condusse quindi D'Annunzio alla poetica del "superuomo". Dal ritmo cupo e ossessivo del romanzo Il trionfo della morte si passa alle Vergini delle rocce. È una scrittura frantumata, che si svolge attraverso rapide illuminazioni e ariose divagazioni,
in uno stile lucido e disincantato, la cui rarefatta perfezione costituisce, forse, la migliore lezione che D'Annunzio ha lasciato
al Novecento.
Bibliografia F. Flora, Gabriele D'Annunzio, Napoli, 1926; M. Praz, La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica, Milano, 1930; W. Binni, La poetica del decadentismo italiano, Firenze, 1936; P. Pancrazi, Studi su D'Annunzio, Torino, 1939;
G. Devoto, Studi di stilistica, Firenze, 1950; A. Momigliano, Ultimi studi, Firenze, 1954; G. Debenedetti, Saggi critici, Milano, 1955; E. Cecchi, Ritratti e profili, Milano, 1957; E. De Michelis, Tutto D'Annunzio, Milano, 1960; E. Sanguineti, Tra liberty e crepuscolarismo, Milano, 1961; N. Valeri, D'Annunzio davanti al fascismo, Firenze, 1963; G. Contini, Letteratura dell'Italia unita 1861-1968, Firenze, 1968; E. Giachery, Verga e D'Annunzio, Milano, 1968; G. Barberi Squarotti, Invito alla lettura di Gabriele D'Annunzio, Milano, 1990.
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