Revisionismo? Si muove Guenther Grass
Col passo del granchio. Una delle più grandi tragedie dell'umanità
 
di Andrea Benzi
 
Buone notizie dalla Germania, o meglio, strane notizie. E' successo che Guenther Grass, uno dei più grandi scrittori tedeschi viventi, autore del famoso "Il tamburo di latta", antinazista e protagonista di punta delle campagne contro l'odio xenofobo ed
a favore dell'integrazione degli immigrati, censore della Germania gretta e conservatrice, ha scritto un libro che farà discutere.
Si potrebbe definire un libro revisionista nel senso più positivo del termine: tale testo ovviamente non contesta scientificamente
e metodologicamente la questione dei campi di sterminio e la "soluzione finale"; esso affianca, in termini letterari e storici, la tragedia del popolo tedesco a quella degli altri popoli che subirono qualcosa nel secondo conflitto mondiale.
Ma di che cosa parla il libro di Grass? (tedesco nativo di Danzica, giovanissimo fu combattente nella Wehrmacht e subì, come tutti i Tedeschi all'est della famosa linea dell'Oder-Neissa, l'espropriazione e la definitiva cacciata dalla propria terra patria).
Il libro parla della più grande tragedia navale della storia dell'uomo: al pubblico imbonito e rimbambito dalle tv verrebbe da
dire il Titanic... Ma non fu l'inabissamento del Titanic il culmine del tragico raggiunto dal rapporto fra l'uomo e il mare.
Il 30 gennaio del 1945, durante l'offensiva invernale sovietica che avrebbe portato allo sfondamento del fronte della Vistola, all'isolamento della Prussia Orientale e spinto i Russi fino alla sponda destra dell'Oder, la marina tedesca, militare e civile,
era impegnata in un'imponente operazione navale di sfollamento dei milioni di profughi in fuga dalle terre che i Russi stavano
via via occupando provocando lo spostamento più imponente e tragico di popolazioni avvenuto in Europa dall'anno 1000: regioni come la Prussia Orientale (patria di Immanuel Kant), la Slesia, la Pomerania, il Brandeburgo orientale, da secoli tedesche e abitate da schiaccianti maggioranze tedesche, si svuotavano degli abitanti "naturali", che, sotto l'assalto dell'Armata Rossa, si davano all'esodo verso la Germania in interminabili convogli di carri e mezzi di fortuna, spesso neppure scortati se non da anziani territoriali, volontari e prigionieri di guerra francesi.
Le note violenze che i Russi perpetravano nei paesi conquistati e la percezione che quelle terre, così come infatti avvenne, sarebbero state tolte alla Germania e date alla Russia ed alla Polonia, spinse quasi 9 milioni di Tedeschi dell'Est a fuggire abbandonando tutto. Una tragedia di cui i libri di storia iniziano a parlare solo adesso. Spesso liquidata come giusta pena comminata a quei poveretti che dovevano, chissà perché, pagare per le colpe di Hitler e di tutto il popolo tedesco.
Una tragedia vergognosa che suscitò parole dure del grande medico dei lebbrosi, Nobel per la pace, Albert Schweitzer.
Una tragedia che il veloce reinserimento nella Germania del 1948 e cospicue misure di sostegno economico ai profughi stessi, hanno contribuito certo ad accantonare; una tragedia che rimane però sullo sfondo, mai risolta, come una violenza che prima o poi reclamerà il suo tornaconto.
Ma torniamo al libro di Grass: il 30 gennaio del 1945 un transatlantico tedesco, "Wilhelm Gusthoff", stracarico di donne, anziani
e bambini (9000 passeggeri di cui 4000 bambini), imbarcati da un porto della Prussia ancora in mano alla Wehrmacht, venne silurato da un sommergibile sovietico. Fu uno dei pochi successi di una marina, quella sovietica, che per tutta la guerra era stata rintanata nei suoi porti: e fu forse questo a generare una rabbia impotente, che si sfogò su una nave civile carica di profughi.
Nelle gelide acque del Baltico, quel 30 gennaio (è difficile per noi immaginare cosa significhi un violento naufragio d'inverno nel Mar Baltico), si consumò una delle più grandi tragedie dell'umanità: migliaia di donne, di anziani, di malati e, soprattutto, di bambini, perirono nelle nere acque nordiche, con l'aggiunta dei soccorsi che vennero disturbati da attacchi aerei.
Grass, in "Im Krebsgang" (Col passo del granchio), uscito da pochi giorni in Germania (e speriamo presto in Italia) ci racconta, anche attraverso i testimoni ed i pochi sopravvissuti di quella notte. Pare che ne emergano fatti e contenuti interessantissimi. Finalmente qualcuno racconta il dolore degli "sconfitti". E questo rende onore ad un antifascista sincero e coerente.
Forse ha capito che buona parte del revisionismo nasce dal fatto che si parla sempre e solo di certe vittime, laddove altre ve ne sono state, protagoniste di tragedie che, in quanto tragedie, non possono misurarsi con un metro oggettivo, ma che, a differenza di quella altre, non hanno il privilegio di essere narrate dai circuiti che contano dell'editoria e della cinematografia mondiale.