U' criatur' nir' nir', Borrelli, i Torvi Imperi e il Piave
 
di Dino Cofrancesco
 
Nella sua relazione di apertura dell'anno giudiziario, il procuratore generale di Milano, Francesco Saverio Borrelli, si è richiamato alla grande epopea del Piave, <l'estremo baluardo della questione morale>. Come forse ricorda ancora qualcuno dei nostri vecchi, dal 10 al 26 novembre del 1917, l'esercito italiano, impegnato contro le divisioni austro-tedesche, superiori per mezzi e per uomini, resistette sul <fiume sacro della patria> a una massiccia offensiva nemica, lavando, così, l'onta del 24 settembre - quando, a Caporetto, le armate di Otto von Below avevano scompaginato la XIX divisione e provocato lo sbandamento dell'intero fronte dall'Altopiano della Bainsizza al Carso. La battaglia del Piave fu, per molti anni il simbolo del riscatto nazionale dopo l'umiliazione sofferta: simbolo di vita contro il simbolo di morte rappresentato da Caporetto (nome associato ai più diversi disastri, tanto che La Malfa definì la <Caporetto economica> una delle più gravi crisi finanziarie della Prima Repubblica). L'episodio fornì a un simpatico concittadino di Borrelli, l'estroso E. A. Mario, il destro per comporre, nel 1918, La leggenda del Piave, un canto patriottico di cui si ricordano solo i primi versi (<Il Piave mormorava,/calmo e placido, al passaggio/ dei primi fanti, il 24 maggio..>) e l'utilizzazione che ne fecero, nell'immediato dopoguerra i neofascisti, che, a differenza degli altri partiti dell'arco costituzionale, non potevano certo far precedere i loro comizi da un loro inno.
In realtà, Borrelli, nella sua requisitoria contro quella che Luciano Violante ha assimilato a una banda di ladri che ci ruba <in bagno, in cucina e in salotto>, nel saluto rivolto al Capo dello Stato, si è richiamato anche alla <Costituzione nata dalla Resistenza>, ma è col Piave che ha voluto solennizzare la sua imminente uscita di scena (per limiti di età).
Si è trattato di una scelta apparentemente ben calcolata. La pur nobile retorica della Resistenza, dopo decenni di revisionismo storiografico, non sarebbe stata, infatti, un simbolo altrettanto unificante. Se l'antifascismo è connaturato alla democrazia liberale (proprio come l'anticomunismo), la guerra civile e la Liberazione, nonostante tutti gli sforzi fatti da mezzo secolo a questa parte, continuano ancora a dividere gli storici e l'opinione pubblica. Identificando Berlusconi col duce repubblichino, pertanto, il procuratore generale avrebbe dato al suo j'accuse una decisa colorazione di sinistra, riconfermando il sospetto che pende su quelle che più della metà degli italiani (gli elettori del Polo), a ragione o a torto, chiamano le <toghe rosse>. Rispolverando la leggenda del Piave, invece, ha dato un messaggio super partes: <Annibale è alle porte>, non sono in pericolo la libertà e la democrazia ma la stessa comunità nazionale: destra e sinistra non hanno più alcun senso allorché ritorna (dopo il 1994!) il nemico, che <per l'orgoglio e per la fame/ vuole sfogare tutte le sue brame>. Con la sua 'pensata 'e spirit', inoltre, Borrelli ha ritenuto di prendere due piccioni con una fava: il simbolo scelto non solo è unitario ma è destinato a toccare le corde patriottiche del Presidente Ciampi che, com'è noto, ha un debole per gli inni nazionali (alla luce delle cure profuse per il 'restauro' di quello di Mameli).
Solo che, come sempre accade in questo triste mondo sublunare, ogni medaglia ha il suo rovescio. A parte la ricordata utilizzazione fascista e neofascista, infatti, La leggenda del Piave, non ci riporta alla quarta guerra di indipendenza ma alla più assurda, inutile, carneficina umana della storia contemporanea, alla 'madre di tutte le tragedie' - dal fascismo al leninismo.
La voragine di potere spalancata sotto i vecchi stati europei, suscitò estremismi e violenze di ogni tipo, rimise i governi nelle mani di avventurieri e di falsi profeti, distrusse in pochi anni quelle fitte reti di scambi civili che avrebbero dovuto attendere gli anni settanta per ricostituirsi. Un altro concittadino di Borrelli, tal Benedetto Croce, lungi dal festeggiare la sconfitta dei
<torvi Imperi>, ricordava che essi <ricchi di memorie e di glorie, avevano per secoli adunato e disciplinato le genti di gran parte dell'Europa; e indirizzatele al lavoro del pensiero e della civiltà, al progresso umano>e, pertanto, <ogni animo gentile non poteva non essere compreso di riverenza dinanzi all'adempiersi inesorabile del destino storico, che infrange e dissipa gli
Stati come gli individui>.
Identificare la barbarie austriaca con quella berlusconiana può rivelarsi un passo maldestro: la gente potrebbe anche supporre che lo stesso velo ideologico che faceva ieri considerare barbari i connnazionali di Freud, di Musil, di Berg, potrebbe, oggi, impedirci di vedere nel Cavaliere un autentico liberale, un sincero europeista, un difensore dell'Occidente e dei suoi valori.
Del resto, forse edotto dalla piega degli avvenimenti, lo stesso E. A. Mario (pseudonimo dell'impiegato postale Giovanni Gaeta), nel secondo dopoguerra si tolse l'elmo dal capo e, in Tammurriata nera - una canzone che parlava del 'fatto strano' accaduto nella Napoli milionaria di De Filippo: la nascita di Nu' criatur' nir' nir' - affrontava, avant lettres, il grande tema del multiculturalismo. Lo 'straniero' del Piave diventava il sergente negro che aveva <cugliut' buon o' tir'> e contribuito a mettere
al mondo un piccolo mulatto che la comunità dei vasci (bassi) non poteva non accogliere con simpatia.
Esaminato il pro e il contro, sul piano dei simboli, quella di Borrelli non è stata una sortita felice.
Per riscuotere gli applausi anche della destra, ha evocato una guerra che non si sarebbe mai dovuta combattere e dei barbari che erano tali solo per quanti si sarebbero sentiti a proprio agio perduti nelle 'folle oceaniche'- fasciste e comuniste.