Ugo di Toscana? Figura e icona leggendarie
 
di Mauro Vaiani, Prato
 
Ugo di Toscana: una figura leggendaria; una icona di valori perenni; uno stimolo filosofico-politico per i libertari.
Mauro Aurigi di Siena ha voluto "pungere" alcuni Toscani impegnati per l'autonomia della Toscana circa le celebrazioni della morte di Ugo di Toscana. Romano Redini di Lucca ha dato una risposta ricca di spunti. Aggiungo un contributo, in tre punti.
Primo: la celebrazione del millenario di Ugo di Toscana è sempre emozionante, perchè Ugo di Toscana è una figura storica
e leggendaria che esercita un fascino che non può essere stato fondato su altro che su grandi doni spirituali e uno straordinario carisma personale. Alcuni ipotizzano addirittura che la leggenda di Ugo sia tanto viva, presente e affascinante, perchè in essa
si sono confusi i buoni ricordi lasciati non dal solo Ugo, ma senz'altro da sua madre, da altri della sua famiglia e amministrazione e forse da un altro Ugo, anch'egli buon amministratore delle terre di Toscana. Leggete su www.ugoditoscana.it e troverete spunti.
Secondo: Ugo di Toscana è una icona di valori spirituali perenni, che ci riguardano come esseri umani, prima ancora che come Toscani cristiani, ebrei o laici. Da capo politico e militare, Ugo ha testimoniato valori di attaccamento, coscienza e onore, come, nel suo tempo, artigiani fiorentini, monaci camaldolesi, marinai pisani, mercanti ebrei e agronomi arabi.
Nessuno di questi credeva di essere perfetto o migliore, ma ciascuno, avendo vissuto con gioia ed energia la propria irripetibile vita, è un esempio da ammirare.
Alla Badia Fiorentina, ogni anno, il 21 dicembre, si prega, si ricorda, si riflette. Ci si inchina a questi valori perenni, non a un padrone. Del resto gli uomini che si inchinano ai valori e alle tradizioni, sono esattamente quelli che meno si inchinano ai potenti di turno e di oggi, come dimostra in modo particolarmente efficace la storia della Toscana e, scusate se oso, la nostra storia personale di libertari e autonomisti.
Terzo: la politica di Ugo di Toscana, sia la sua personale (per il poco che ne sappiamo), sia quella degli Ottoni e del loro tempo, deve almeno incuriosire chi abbia una qualche aspirazione libertaria e autonomista. Redini ricorda che è una politica che viene all'alba delle libertà comunali. Io vorrei aggiungere che è una politica temperata e moderata, che lascia vivere le persone e le comunità locali relativamente al riparo da arbitrii e guerre, che ha permesso un grande pluralismo istituzionale e politico e la nascita delle libertà dei borghi e delle arti, che ha lasciato arricchire senza eccessi di tassazione, che ha impedito guerre che non fossero brevi, simboliche e combattute da pochi professionisti.
La marcia degli stati nascenti verso il potere moderno, quella che è culminata nel totalitarismo e nella massificazione moderna
(e nel servilismo di massa, magari giustificato dai grandi ideali nazionalisti, giacobini, fascisti e comunisti), inizia più tardi e non c'entra nulla con l'Europa e con la Toscana di Ugo. I momenti di lotta (e di equilibrio, che sono stati parecchio più lunghi delle lotte) fra libertà comunali e autorità imperiali e papali li possiamo e li dobbiamo ricordare e studiare con orgoglio e con umiltà, con energia e pazienza. Quando finisce questa età di equilibrio e di lotte fra impero, papato e comuni, inizia infatti la storia dello statalismo, che ha come epilogo il totalitarismo. Quindi, per noi che vogliamo lo svuotamento dello stato e siamo geneticamente antitotalitari, è essenziale comprendere, e forse amare, l'Europa e l'Occidente come erano prima dell'avvento degli stati, come erano al tempo, per esempio, del nostro Ugo di Toscana.
 
Non è lecito porre sullo stesso piano
 
Ugo Salico Marchese di Toscana e i Medici
 
di Romano Redini, Lucca
 
Agli amici toscani Mauro Aurigi ha scritto: "Quello che volevo sottolineare è che dopo 4 o 5 secoli di libertà comunale
"i Fiorentini disdegnavano fare reverenthia ad alcunchè ed erano tanto alieni da' modi della corte che io credo pochi altri".
Che dire dei Fiorentini, anzi dei Toscani che oggi fanno la "reverenthia" a Ugo di Toscana?"
Non mi pare lecito porre sullo stesso piano Ugo Salico Marchese di Toscana e i Medici. A parte i 5 secoli e mezzo che li separano, direi che stanno agli antipodi: il primo all'alba delle libertà comunali e al tramonto del feudalesimo in Toscana,
il secondo all'alba della tirannide signorile e al tramonto delle libertà comunali in Toscana. Col primo nascono, col secondo muoiono, le libertà. Il primo, che ci vien descritto come più diplomatico che guerriero, pur venendo dal feudalesimo ci appare modernizzatore di quel regime instaurato da papa Leone III e da Carlo Magno, e preparatore, magari inconsapevole, di quei movimenti centrifughi e libertari che porteranno, per esempio, i Lucchesi a combattere senza tanti complimenti i residui del
regime feudale e ad abolire ogni titolo cosiddetto nobiliare. I secondi per contro li troviamo a percorrere un cammino inverso, dalla libertà alla tirannide.
Dediti ai più sottili e atroci inganni, devastati da una sete orgiastica di potere, non hanno mai avuto il minimo scrupolo di usare qualsiasi arma, compresa la Cattedra di S. Pietro, per il raggiungimento dei propri fini. Via via leccapiedi e aguzzini, corruttori
e macellai (i Senesi e i Pisani conservano ancora la memoria di questa versione), han trovato limiti alla loro boria solo nella maggior forza o nella sagacia dei vicini.
Ma, tornando a Ugo, non furono i Lucchesi e i Pisani che presero le armi, e per più volte, contro quella Matilde che li voleva ricondurre a far la "reverenthia"? E gli stessi, quali cittadini di capitali marchionali, non avevano sentito più forte e più pesante
e più pressante il peso dell'imperio? Diavolo, il padrone ce l'avevano in casa! Eppure furono i primi ad affrancarsi e i primi a sostenere con le armi una scelta di libertà; una scelta, ricordiamolo, che da 1500 anni, dal tempo delle città greche, mancava
alla storia del mondo. E' in questo tempo che in Toscana nasce e si sviluppa quel nuovo sentire e operare, e parlare, che costituiranno le basi della civiltà moderna. La Svizzera verrà duecento anni dopo.
Merito di Ugo? Non lo so... Per certo bisogna ammettere che Ugo non deve avere operato in senso opposto, stando a quel
che si è vociferato di lui e stando agli avvenimenti che sono seguiti alla sua morte. Sembra che il tempo ne abbia addirittura migliorato la memoria, e, si sa, il tempo è galantuomo. Nel pratico, è un fatto che nel nome di Ugo e della sua insegna (tre pali d'argento in campo di rosso) possiamo riconoscerci e ritrovarci tutti toscani, risvolto questo non trascurabile proprio perchè
a monte dei movimenti centrifughi comunali, e che ci viene a pallino in questi tempi in cui vogliamo perorare la causa toscana,
in una comunanza tutta da definire, da delimitare, da precisare quanto si vuole, ma pur sempre una comunanza su cui basare
la ricostituzione della Nazione Toscana (il limite cui tendere).
Ergo, nessuna "reverenthia" a Ugo, ma semplice riconoscimento all'opera sua di feudatario, che non solo non ha soffocato nessuna libertà peraltro ancora inesistente, ma nemmeno ha ostacolato la germinazione e la maturazione di tale libertà.
In ogni caso la figura del "Principe" tiranno preconizzata dal Machiavelli (che ricordiamo sotto le mura di Pisa a distruggerne
la libertà nel 1509) non s'attaglia davvero a Ugo, onestamente ligio al proprio dovere di feudatario e di margravio, ma semmai
a quel Cosimo de' Medici molto più somigliante al Valentino di machiavellica memoria. Nessuna "reverenthia" dunque ma, semmai, tentativo di appropriarci di una memoria toscanissima che può portare acqua al mulino della Nazione Toscana da contrapporre (o da affiancare) mediante secessione, al consesso delle Nazioni.
Ma questo è un altro discorso, che peraltro risulterebbe meno indigesto e più accettabile se "il liberalismo, inteso come quel nucleo del pensiero politico di tradizione occidentale che è precipuamente rivolto alla difesa dei diritti individuali civili e politici", avesse rivolto altrettanta attenzione "alla difesa dei diritti di gruppo di un qualche tipo, incluso il diritto di secessione..."
(autore: A. Buchanan - SECESSIONE). rredini@netscape.net
 
 
Tempi Moderni? Siena: il cinismo e gli affari al potere
 
La Città nelle grinfie della casta chiusa della politica
 
di Mauro Aurigi
 
Non è vero che Siena sia governata dalla sinistra, come sinistra vanta e destra lamenta. Fingono ambedue: l'una per rassicurare una base troppo fiduciosa, la seconda per non perdere un elettorato che quanto a credulità non è migliore dell'altro.
La sinistra non governa più da almeno 10 anni, da quando al governo della Città s'è imposta una loggia trasversale che parte,
sì, dai notabili ex Pci ma che, passando da alcuni ex Psi e Dc e inglobando Forza Italia e An, arriva fino all'Arcivescovado.
L'argomento che ha messo tutti d'accordo è il più potente: gli affari. Nulla più li divide: l'ideologia morta da tempo, la politica l'hanno cinicamente ammazzata da poco. Il fenomeno è generalizzato nel Paese ma a Siena ha avuto un'evoluzione veloce e profonda grazie alla privatizzazione del Monte dei Paschi: la madre di tutti gli affari, un affarone da 20-25, forse 30 mila miliardi. Roba da polverizzare la più rocciosa delle convinzioni ideologiche, politiche ed anche religiose. Non per niente i comunisti da tempo hanno preso a salire le scale dell'arcivescovado, ricacciando così indietro l'orologio della storia di quasi mille anni (tanti ne erano passati da quando i Senesi, nel nome della libertas, avevano imparato a fare a meno dell'autorità politica della Curia).
E' una cultura che viene dal dopoguerra, dall'accordo per cui i comunisti, guadagnatisi la supremazia elettorale, consegnarono alla Dc il Monte dei Paschi - nella cui Deputazione avrebbero avuto la maggioranza assoluta - ottenendo in cambio l'esclusiva
al Comune, Ospedale e Università, e consentendo ai socialisti di tenere i piedi in tutte le staffe (l'ambiguità di questi ultimi era istituzionale: stavano con la Dc al centro e col Pci in periferia). Accordo ferreo: silenzio del Pci sul Monte e silenzio della Dc su Comune, Ospedale e Università. Per cui in questi enti se ne devono essere fatte di cotte e di crude.
Il barbarico sacco della Città:
L'assenza dell'opposizione, forzata o volontaria, significa assenza di controllo e dei fondamenti della libertà e della democrazia. E libertà e democrazia non sono valori estetici a cui tendere nobilmente, come sostengono i sussiegosi retori della politica. 
Non sono un fine ma uno strumento, anzi lo strumento senza cui non c'è produzione di ricchezza.
E senza ricchezza non c'è produzione di cultura e senza cultura non c'è produzione d'arte. E libertà, democrazia, ricchezza, cultura e arte sono l'essenza stessa dell'Occidente (il venir meno ci ricaccia nel terzo mondo).
Quindi a Siena il patto stretto tra maggioranza e minoranza (i notabili che gestiscono le due fazioni, non le basi sociali, ingenuamente convinte di avere votato per due concezioni di governo contrapposte) non solo ha eliminato ogni forma d'opposizione e consentito la spartizione del potere (vedi poltrone del Monte) ma, instaurando un regime, ha comportato
il languire delle attività economiche endogene, quindi di produzione di ricchezza. Per cui la casta egemone, per garantirsi l'autoconservazione (panem et circenses-grandi spettacoli gratuiti), si comporta come ogni regime di un paese arretrato:
1. Inasprire la pressione fiscale.
2. Dar fondo alla ricchezza accumulata (il regime riuscirà a restare in sella fino alla consumazione della Fondazione).
3. Aprire alle multinazionali con accordi di vertice fatti sulla testa dei cittadini e senza garanzie di stabilità e durata dell'investimento (nonostante l'elargizione anche di soldi dei cittadini) e con rischi ambientali e sanitari.
4. Devastare fisicamente e culturalmente la Città, tra le più belle del mondo, nel nome del "dio affare", unica religione che la casta trasversale del potere riconosce: i parcheggi sotterranei, le risalite meccaniche, il mega ospedale per meridionali, la tumorale invadenza dell'università e la promettente svendita del gioiello di famiglia, la cosa più preziosa di Siena, la più preziosa dell'intera regione, una tra le più preziose del Paese, che i Senesi si erano costruita con le proprie mani: il Monte dei Paschi.
E non si vede ancora all'orizzonte chi possa fermare questi barbari. aurigi@libero.it