Quel Marchese Ugone di Toscana,

che Dante chiama il Gran Barone

"Insieme per Prato gruppo di studio Toscana Libertaria"

 

Il 21 dicembre è ricorso il millesimo anniversario della morte di Ugo di Toscana. Il marchese Ugo di Toscana, che Dante nel suo Paradiso, XVI, 128 chiama il Gran Barone, è amato e ricordato ancora secoli dopo la sua morte, per la sua fedeltà all'impero, cioè ad un'autorità universale quanto ad estensione geografica, ma limitata quanto a competenze, rispettosa di tutto quanto e
di tutti coloro si autogovernavano nei suoi confini. Come marchese di Toscana si trovò signore di un territorio che comprendeva le attuali Toscana e Umbria, parti del Lazio e della Liguria, la Corsica e altri legati feudali italiani e tedeschi.
Amministrò i territori con gli ideali imperiali degli Ottoni e per la Tuscia fu un periodo di giustizia. I più turbolenti signori locali furono tenuti a bada, coniate monete sicure e spendibili, incoraggiate riforme religiose il cui significato non stava solo nella rinascita spirituale, ma nella fondazione di complessi monastici, ciascuno dei quali si faceva promotore di una ripresa agricola, culturale
e commerciale. Ugone si spense a Pistoia il 21 dicembre 1001 e a Firenze, nella badia voluta da sua madre Willa e da lui stesso arricchita di lasciti, si è pregato nel giorno della sua morte. La sua fama fu così grande che la cronaca si costellò di leggende, apparizioni e miracoli. Ancora una volta l'autorità politica della Tuscia era, come erano stati gli Zilath degli Etruschi o il Praetor ed il Corrector di epoca romana, carismatica e spirituale, taumaturgica, portatrice di fortuna e guarigioni, simbolica più che materiale, capace di moderazione e giustizia, più che di comando e coercizione.
Il Gran Barone, come i leader tusci passati e futuri, era chiamato a farsi più garante delle nostre tradizioni e libertà, che governante nel senso moderno, pervasivo e oppressivo del termine. Da alcuni anni alcuni di 'Insieme per Prato' e toscanisti come Salvi, con molti altri Toscani di ogni idea politica e spirituale, sono ritornati alla Badia il 21 dicembre, per un momento di preghiera. Il significato è nel nostro impegno per una generale riscoperta di valori fondamentali di coscienza, attaccamento, onore; nella volontà di essere una generazione che difende e migliora la nostra terra per le generazioni future; nella voglia di ricordare e capire un passato toscano fatto di libertà personali e locali che oggi, nel mondo degli stati e delle grandi burocrazie, alimentano le nostre aspirazioni libertarie, autonomiste e federaliste.
Ugo è un simbolo di amore per la nostra madreterra, di passione assoluta per la libertà per tutti nella legge, di armonia e pace
fra le piccole e libere patrie toscane e fra le patrie e le comunità di tutta Europa e, oggi, di tutto il mondo, senza bisogno di stati, unioni, organizzazioni e complicazioni eccessive. Toscani libertari, autonomisti, gruppi civichi e comunali, liberali e federalisti 
il 21 dicembre hanno reso testimonianza pubblica che la voglia di libertà, di ricchezza, di bellezza, dei Toscani, dei borghi e delle contrade, dei comuni e delle comunità, della nostra Toscana, non è morta, ma anzi rifiorirà, anche grazie alla nostra azione. http://www.toscanalibertaria.org - insiemeperprato@yahoogroups.com
 
Constant e la libertà dei moderni
 
Una lezione che certi liberali alle vongole di oggi
farebbero bene a ripassare
di Alberto Mingardi
 
 
Benjamin Constant, La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni. La libertà come orizzonte morale.
Personaggio storico dalla vita leggendaria, Benjamin Constant è stato, parola di
Giovanni Sartori, "il più importante pensatore politico della sua epoca" - ed è una benedizione che Liberilibri, elegantissimo editore di Macerata, ristampi in un'edizione preziosa il suo La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni, testo di un discorso pronunciato all'ateneo di Parigi nel 1819, che è un piccolo grande classico del pensiero liberale. Nato a Losanna il 25 ottobre del 1767, discendente degli ugonotti che avevano abbandonato la Francia dopo la revoca dell'editto di Nantes, Constant ha una formazione scostante ed errabonda - caratterizzata dai lunghi soggiorni presso l'università di Erlangen prima e quella di Edimburgo poi.
Quest'ultima, allora, era uno dei centri più floridi del pensiero Whig, alma mater di Adam Smith e di Adam Ferguson.
Sul giovane Benjamin, la vita parigina e il gioco d'azzardo esercitano un fascino magnetico: bazzica i consessi intellettual-salottieri da prima dello scoppio della rivoluzione, a vent'anni appena. Ma, curiosamente, è solo il 18 ottobre 1794, in Inghilterra, che, auspice la cugina di lei Costance Cazenove d'Arlens, s'imbatte nella regina dei salotti, Madame de Stael.
"Napoleone è in guerra contro quattro potenze: l'Inghilterra, la Russia, l'Austria e Madame de Stael": questo si dirà, di lì a poco,
di questa donna straordinaria. Figlia di Jacques Necker, banchiere ginevrino e ministro di Luigi XVI, nata a Parigi un anno prima di Constant e morta nel 1817 (le sopravvivrà per tredici anni), Anne Louise Germaine Necker, dopo aver rifiutato una proposta di matrimonio di William Pitt, convolerà a nozze, senza amarlo mai, con il barone de Stael-Holstein, ambasciatore di Svezia a Parigi (se ne separerà definitivamente solo nel 1802). A Constant che la corteggia, dapprima oppone resistenza - salvo andarci a vivere assieme, all'inizio del 1795. I due torneranno a Parigi nel mese di maggio, quando Madame de Stael riaprirà il suo salotto in rue du Bac, senz'altro il più eclettico e rinomato di quei tempi.
Da questa relazione turbolenta, fatta di alti e bassi e liti furibonde, movimentata da frequenti interludi amorosi con altri amanti
tanto da parte di lui che da parte di lei, nascerà Albertine, terza "figlia" del barone svedese, cornuto e contento.
La liaison fra la de Stael e Constant dura fino al 1811, attraversa gli anni dell'ostracismo contro di lei (messa alla porta da Napoleone nel 1804) e dell'esilio volontario di lui (espulso dal Tribunato, di cui faceva parte, nel 1802), sino al matrimonio di Constant con Charlotte de Hardenberg nel 1806, e la nascita di Coppet, il ritiro intellettuale svizzero in cui brillano gli ultimi Lumi,
e germogliano i primi fiori del romanticismo. A dispetto di questo prendersi e lasciarsi, il sodalizio fra Benjamin Constant e Madame de Stael è fra i più floridi sul piano intellettuale: la frequentazione con quest'autentico motore della vita intellettuale dell'Europa di quegli anni, con questa cosmopolita levatrice d'intelligenze, con questa intrigante libertaria si riverbera senz'ombra di dubbio negli scritti di Constant.
A cominciare da quel De l'esprit de conquête et de l'usurpation che lo consacra nel 1813.
Nel 1830, gravamente ammalato,
Constant partecipa ai moti rivoluzionari - e si spegne dopo aver assistito all'affermarsi della monarchia di luglio. In questo libretto a cura di Luca Arnaudo, oltre al discorso che gli dà titolo, vengono riproposte la Nota sulla sovranità del popolo e i suoi limiti (1818) e il saggio 'La letteratura nei suoi rapporti con la libertà'.
In tutto, fa una lettura veloce, sessanta pagine appena, ma corroborante, viva. C'è la grandezza di un classico, e la lievità serena della pamphlettistica migliore. Diceva Constant di sè: "ho sempre difeso il medesimo principio: libertà in tutto; e per libertà intendo il trionfo dell'individualità, tanto sull'autorità che dovrebbe governare con il dispotismo, quanto sulle masse che reclamano il diritto di asservire la minoranza alla maggioranza. Il dispotismo non ha alcun diritto sull'opinione personale e ciò che è individuale non dovrebbe essere sottomesso al potere sociale".
Ci sono, in queste parole, un'immensa forza visionaria, un'incredibile capacità anticipatrice di quelle che saranno problematiche e sfide del liberalismo di domani: il matrimonio a termine con la democrazia, e il dover fronteggiare l'assalto impietoso del principio di maggioranza anzitutto.
Come ha scritto
Ralph Raico, Constant è uno di quei personaggi che testimoniano come il liberalismo, pur non avendo avuto la Francia come terra d'elezione, è incredibilmente debitore alla tradizione francese.
Ma, a differenza di intellettuali come
Mercier de la Rivière e Du Pont de Nemours, o del suo contemporaneo britannico
Jeremy Bentham, Constant non è un liberale d'ispirazione utilitarista.
"
E' dunque così vero che la felicità, di qualunque genere possa essere, è il solo scopo della specie umana?", si chiede in un dialogo ideale con i portabandiera dell'utilitarismo. La risposta è no: "Signori, io chiamo a testimone questa parte migliore della nostra natura, la nobile inquietudine che ci perseguita e tormenta, l'ardore di estendere le nostre conoscenze e sviluppare le nostre facoltà: non alla felicità soltanto, ma anche alla ricerca della perfezione il nostro destino ci chiama; e la libertà politica è
il più potente ed energico strumento di perfezionamento che il cielo ci abbia concesso".
Come sottolinea ancora Raico, Constant smentisce inoltre il luogo comune del liberale economista, pur essendo un ardente alfiere della libertà di mercato.
Le sue preoccupazioni oltrepassano le leggi dell'economia, per puntare al cuore del problema della libertà.
Che è una questione morale. Per lo stesso motivo, Constant rigetterà la presunzione fatale dei liberali immaginari, apologeti a
tutti i costi della Rivoluzione Francese (di cui, pure, ricorda il carattere emancipatore) - e condanna la pretesa di un laicismo a
tutti i costi, di un anticlericalismo per tutte le stagioni, così tipico di certo illuminismo. Nelle sue Réflexions sur les Constitutions et les Garanties (1815), Constant elogia il carattere positivo del localismo, identificando nel senso di realtà verso la comunità e la famiglia un importante arma contro l'avanzare del dirigismo. La devozione alla propria terra più che alla bandiera "contiene i germi di una resistenza che l'autorità politica soffre, e che essa cerca in tutti i modi di sradicare". Allo stesso modo, Constant prefigura i pericoli dello "Stato laico", che è solo un'altra variante dello Stato etico, che fa "della religione uno strumento contro
la libertà" - e il pensiero corre all'immaginifica Chiesa della Ragione inaugurata da Robespierre.
Ma quale è la differenza fra libertà degli antichi e libertà dei moderni per come ce l'illustra
Constant in questo straordinario discorso?
La libertà degli antichi, che trovava forma nella democrazia diretta ateniese, non era il paradiso che ci disegnano: la guerra
era l'attività primaria delle società, lo schiavismo il suo necessario corollario. La libertà dei moderni trae la sua forza in un'altra attività: il commercio. "Il commercio ispira agli uomini un vivo amore per l'indipendenza individuale: provvede ai loro bisogni, soddisfa i loro desideri, e questo senza l'intervento dell'autorità". E' l'esperienza del mercato a creare una sorta di anticorpo naturale al virus del dispotismo, perché "ogniqualvolta i governi pretendono di farsi i nostri affari, li fanno peggio e più dispendiosamente di noi" (e potrebbe essere quasi una legge della storia).
Per questo, e per gli interminabili vari impegni che la vita moderna porta con sé, nonché per l'estensione enormemente superiore degli Stati,
Constant sostiene che la libertà nostra, a differenza di quella degli antichi, non è "partecipazione" nel dominio dell'uomo sull'uomo, non risiede nella presenza costante negli ingranaggi del potere collettivo.
No: "la nostra libertà sta nel tranquillo godimento dell'indipendenza individuale".
E il mercato contribuisce a rendere l'uomo sempre meno schiavo della politica: "l'esistenza individuale è meno inglobata nell'esistenza politica. Gli uomini trasferiscono lontano i propri tesori, portano con sé tutti i piaceri della vita privata; il commercio ha riavvicinato le nazioni e ha dato loro costumi e abitudini praticamente paralleli; i capi di Stato possono essere nemici, ma
i popoli sono compatrioti".
Difficile trovare formulazione più cristallina e convincente dell'ideale di pace e libertà, che unisce Constant a un altro grande teorico francese, Frédéric Bastiat. Ma è anche impossibile imbattersi in una citazione più profetica, sul mondo nuovo della globalizzazione: paradisi fiscali inclusi.
Constant previde non solo le gioie ma anche i dolori con cui oggi dobbiamo fare i conti: nella 'Nota sulla sovranità', mette in guardia dalla superstizione politica rousseauiana, denunciando il mito del potere al popolo e, in ultima istanza, la frode buonista della democrazia. Che "si rende colpevole allo stesso modo di un despota, che fonda il suo diritto sulla spada sterminatrice:
la società non può eccedere nelle sue competenze senza essere usurpatrice, la maggioranza non può farlo senza essere faziosa".
Il Contratto sociale di Rousseau è, per Constant, "il più terribile strumento d'aiuto di tutti i generi di dispotismo".
Perché "il consenso della maggioranza non è per nulla sufficiente a legittimare i suoi atti: e quando una qualsiasi autorità commette atti criminali, poco importa da quale fonte essa dichiari di derivare; poco importa che si chiami individuo o nazione, perché sarà l'intera nazione, meno il cittadino che essa opprime, a non essere più legittima".
Giustizia, legittimità, libertà, individuo: sono queste le stelle polari del liberalismo di Constant.
Una lezione che certi liberali alle vongole di oggi farebbero bene a ripassare.
Il Nuovo.it
www.albertomingardi.com 
Benjamin Constant, La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni, a cura di Luca Arnaudo, pp.60+XXXVI, Liberilibri, Macerata, 2001, lire 20.000 (il volume può essere ordinato direttamente all'editore: ama@liberilibri.it).
Liberalia libera lingua loquemur ludis liberalibus Periodico liberale di cultura, politica ed editoria.