"Si è accoppiato con una cavalla
Maestà"
Federico
II e Von Katte: un amore
im...mortale
di Massimo Consoli
Federico II e Von
Katte: un amore im...mortale.
La vita di Federico di Prussia
(Berlino, 24 gennaio 1712 - 17 agosto 1786) è uno strano errore del destino.
Nato per essere
un poeta, un filosofo, un
musicista, un pittore, un architetto... passa alla storia come un guerrafondaio,
un soldato, un politico, l'artefice della Germania
moderna, (addirittura come il precursore di Hitler), tant'è che viene
ribattezzato "Federico il Grande".
In realtà, fin
da giovane a tal punto odia il destino reale che lo aspetta, che cerca di
scappare da... casa, insieme all'amico
del cuore, il suo scudiero Hans von Katte, di otto anni più grande di lui. La fuga non
ha successo ed il padre di Federico lo costringe ad assistere alla decapitazione
del povero von Katte che ha avuto la sfortuna di innamorarsi del principe
ereditario.
Certo Sua Maestà, Guglielmo Federico, ha cercato di distrarre il figlio dai
giovanotti (un altro amico intimo è lo scozzese Jacobite Keith, suo
luogotenente) trovandogli un austero tutore militare, il conte von Keyserling.
Dalla padella alla brace!
Il Re non lo sa, ma anche Keyserling fedele alla tradizione che vuole che
i migliori educatori siano o pederasti o sodomiti...
E lui è il più
bravo di tutti.
Così, in poco tempo, è Keyserling a diventare il favorito di
Federico! Grazie al cielo, il lugubre genitore se ne
va ben presto all'altro mondo, così che Federico può finalmente dar libero corso
alle sue tendenze intellettuali ed artistiche, ed avere gli amanti che reputa
degni di un sovrano, a cominciare dall'italiano Algarotti (1712/1764), l'illuminista più conteso d'Europa, sia dagli uomini che dalle donne, che il
nuovo monarca fa dapprima suo Ciambellano e poi Conte.
In pochi anni Berlino diventa la città più invidiata e imitata
d'Europa, nella quale
tutti vogliono vivere.
A Potsdam viene costruito lo straordinario
palazzo di Sans-Souci, dove i saloni riecheggiano solo di letteratura, musica e
altri elevati conversari. Uno degli ospiti più graditi (nonostante le pur feroci
litigate con il Sovrano!) è Voltaire.
Anche il fratello del Re, Enrico, corre dietro ai soldati
che, così sembra, sono
felicissimi di farsi correre dietro.
Per un po' si
parlerà di lui come del più probabile candidato alla corona degli Stati Uniti d'America, poi Washington ed altri decidono ch'è meglio la repubblica,
e la cosa muore lì.
Federico
abolisce la tortura, decreta la tolleranza religiosa, riforma i codici secondo
lo spirito di Cesare Beccaria (Milano, 1738-1794),
toglie la pena di morte per numerosi reati (che per la sodomia, fino al 1794, è
il rogo), tra i quali quello di omosessualità (sostituita dalla prigione). La
sua tolleranza diviene proverbiale.
Un giorno,
aggirandosi nell'accampamento tra le sue truppe, vede un soldato messo ai ferri.
"Che cosa ha fatto per subire quella punizione?",
chiede. "Si è accoppiato con una cavalla, Maestà", è
la risposta.
"E allora, che vuol dire questa tortura? Liberatelo subito. Se
ha di questi problemi con gli animali, toglietelo dalla cavalleria e
trasferitelo nella fanteria". Quasi contemporaneamente si trova a dover
affrontare una potente coalizione continentale antiprussiana dalla quale si
salva un po' grazie al suo inaspettato genio militare, e ad un po' di fortuna.
Nel febbraio
del 1763 la Prussia
emerge come modello militare indiscusso, superiore a qualsiasi altro Stato
europeo: un buon risultato per un Re che suona il flauto e l'unica cosa che fa
volentieri è scrivere deliziose composizioni musicali e, di tanto in tanto,
raccontare pettegolezzi su San Giovanni, che lui
definisce il "ganimede " di Gesù.
Ecco un'altra
iniziativa dell'Archivio Storico: un breve testo
ripreso da Edward Carpenter (1844-1929) apparso su
"Iolaeus,
An Anthology of Friendship", Qui
facciamo conoscere l'introduzione alla traduzione. Per avere
l'intero testo... basta chiedere! Massimo Consoli. diama@tin.it
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C'era una volta Lepanto contro il potente e temutissimo
impero ottomano
da Lepanto con
amore. 1571-2001:
430 anni di onore marciano
di Luca Peroni
Il 7 ottobre per le
genti venete è un giorno di grande orgoglio e festa nel commemorare il 430°
anniversario della grandiosa vittoria della Veneta Serenissima Armata, con
l'aiuto degli alleati cristiani, nella battaglia navale di Lepanto,
contro il potente
e temutissimo impero ottomano.
Come scrisse il sommo letterato spagnolo
Miguel Cervantes, ferito nello scontro, "il più grande evento che videro i secoli".
Grazie alle
autorità religiose, politiche e militari della repubblica Ellenica, quest'anno il Veneto
Serenissimo Governo ha celebrato la ricorrenza dell'epico evento nel
luogo del titanico scontro. Cervantes è lo spunto per ricordare che questo
glorioso evento non appartiene solo alla memoria storica, ma ai popoli
dell'intera Europa che si preparavano allo scontro in difesa dei valori
fondamentali su cui poggia la nostra millenaria civiltà e si intravedeva il seme
per la vera unità di tutti i popoli del continente. Purtroppo, in seguito,
deliranti nazionalismi ed ideologie hanno disperso questo straordinario
patrimonio storico
e l'ideale comune.
Il ricordo di
Lepanto è stato quasi cancellato nella memoria e nei
libri di storia al fine di esaltare la cosiddetta "storia patria". Come veneti,
di fronte a pagine esaltanti di valore, coraggio, lealtà, dedizione e sacrificio
come a Lepanto, dobbiamo subire quotidianamente le più invereconde
mistificazioni storiche che rasentano la provocazione da parte delle più alte
cariche dello Stato italiano quando vengono celebrati personaggi che con la
nostra veneta storia nulla hanno in comune se non tristissime pagine di
violenza. È ora di finirla con il tentativo continuo di far credere ai
veneti che questa è la loro storia per annullare
e cancellare la nostra identità di antico
popolo europeo.
"Le trionfanti et invitissime venete
armate", come scrisse l'eroe veneto Francesco
Morosini, erano l'espressione di una nazione, di un popolo, di un
governo. Comandanti furono il Capitano Generale Sebastiano
Venier, gli ufficiali generali Agostino Barbarigo,
Francesco Duodo e tutti i loro sottoposti che rispondevano del loro operato al
Serenissimo Governo e al popolo. Nella nostra storia non ci sono
mai stati guerriglieri in camicia rossa.
Tutto questo per rimarcare
ancora una volta con forza il confine invalicabile tra la nostra millenaria
storia veneto-europea e i
135 anni di soprusi fatti da pochi a
danno di moltissimi nella cosiddetta storia unitaria italiana.
Il Veneto Serenissimo Governo nonostante le continue
persecuzioni verso i propri componenti e i patrioti che lo sostengono prosegue
la sua instancabile opera per la libertà della Veneta Patria, e nella difesa del
patrimonio storico culturale veneto:
fonte inesauribile di insegnamenti e
profondi valori etici. Lepanto è un altissimo esempio affinché il Popolo Veneto
ritrovi unità
e orgoglio per tornare ad essere esempio
e protagonista in un' Europa dei
Popoli.
Onore e gloria eterna
a tutti i caduti di Lepanto e a tutti gli eroi veneti di ogni tempo.
Il vicepresidente Luca Peroni - da Lepanto.
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Sant'Elia, dalla città futurista al
Carso
di Andrea
Benzi
Dieci ottobre 1916:
75 anni fa, moriva in un coraggioso assalto alle trincee austro-ungariche del
Carso, Antonio
Sant'Elia.
Nato a Como il 30 aprile del 1883, aveva
rivelato fin da bambino un genio precoce nel disegno e nell'amore per le
costruzioni. La sua formazione restò tuttavia, nei primi anni della gioventù,
orientata alla pratica, avendo egli collaborato in alcuni cantieri di opere pubbliche. Fu con tutta
probabilità l'esperienza pratica, unita al suo genio artistico, a fare di lui
uno dei più grandi architetti del XX secolo e, senza ombra di dubbio, la punta
di diamante del movimento artistico futurista per quanto riguarda le nuove e
moderne concezioni architettoniche ed urbanistiche. Lontano dall'essere un
semplice esercizio astratto, la concezione del Sant'Elia fu infatti
perfettamente anticipatrice del senso e del significato dell'aggettivo
"integrato", tanto di moda nei progetti edilizi attuali: vale a dire, nel
progetto architettonico ed urbanistico, non andava soltanto ricercata la
bellezza di nuove forme e
di nuove linee, ma anche e soprattutto la
sintesi fra lo slancio artistico della costruzione e la sua funzionalità
popolare, la quale doveva essere espressione del nuovo, del moderno.
Avvicinatosi all'Accademia di Brera, dove non concluderà gli studi, entra a far
parte del movimento futurista, diplomandosi in seguito all'Accademia delle Belle
Arti di Bologna.
E' nel 1914 che il suo genio inizia a
fare breccia, attraverso l'ammirazione destata da alcune sue mostre: Ulisse
Arata, in un articolo su "Vita d'Arte", dopo aver visionato alcuni suoi schizzi
presso l'Associazione degli architetti lombardi, così si esprime: "...il più geniale di tutti i giovani,
il più impetuoso e anche il più logicamente fantastico, l'unico che sa vedere
nei suoi schizzi l'architettura un po' al di là delle forme consuete..."
Nello stesso anno, all'interno della mostra organizzata dal gruppo "Nuove
Tendenze", appaiono le sue famose tavole sulla Città nuova: particolari
urbanistici, una stazione con treni ed aerei, un progetto di una casa nuova, tre
centrali elettriche ed altri disegni. L'11 luglio 1914 firma il famoso Manifesto
de "L'Architettura Futurista" e, in seguito, si
presenta candidato con i socialisti rivoluzionari alle elezioni locali di Como.
Nel 1915 è fra i primi ad essere arruolato e viene destinato ad una
compagnia "artistica" incaricata di allestire decorazioni
(con lui sono inquadrati Boccioni, Bucci,
Suggelli, Erba, Funi, Sironi, Piatti e Martinetti). In ottobre, con Boccioni,
Martinetti, Piatti
e Russolo firma il Manifesto dell'
"Orgoglio Italiano". Momentaneamente congedato, dopo lo scioglimento dell'unità
artistica di propaganda, viene riavviato al fronte con il grado di sottotenente:
distintosi nei combattimenti, viene decorato con una medaglia d'argento.
Muore il 10 ottobre 1916, colpito in
fronte da una pallottola nemica. Si spegneva in guerra uno dei più grandi geni
artistici italiani: nulla o quasi, di quanto ideato da lui, trovò realizzazione.
Tutta o quasi
l'architettura e l'urbanistica innovativa ed intelligente dei decenni che
seguirono la sua morte, si ispirarono alle sue visioni.