Filippo Corridoni sindacalista rivoluzionario
di Andrea Benzi
Filippo CorridoniViviamo una fase in cui le grandi trasformazioni tecnologiche e la nuova economia stanno ridisegnando e rimodellando la società, rendendo inesorabilmente obsoleti i vecchi rapporti di potere, le certezze costruite su mezzo secolo di raccomandazioni, di monopoli, di asservimenti, di corse verso il carro del vincitore. Una classe politica educata al disprezzo della Patria, del lavoro, che nel totale perseguimento dei propri interessi affaristici, particolari e partitici, ha costruito le basi del suo potere, sta avviandosi verso la crisi definitiva. Ecco perché la riscoperta e la lettura di Filippo Corridoni diventa oggi bagaglio indispensabile per qualsiasi soggetto abbia a cuore la rivoluzione nazionale e per questa intenda agire. Perché? Perché vi è un incredibile similitudine fra il periodo in cui Filippo Corridoni maturò la propria esperienza, vale a dire la seconda rivoluzione industriale, ed i nostri anni, presenti e futuri: allora le aziende municipalizzate di servizi, in primis i trasporti tranviari, la diffusione della prima luce a gas, l utilizzo dell energia elettrica, il diffondersi delle prime auto, la comparsa dell aeroplano. Oggi la tecnologia informatica, internet, il cablaggio delle città attraverso le fibre ottiche, le biotecnologie. Ed identiche sono le frustrazioni, le delusioni, la paura di non farcela di coloro che innestavano su quegli incredibili processi di modernizzazione il giusto antagonismo politico.
La lettura di quanto segue, relazioni congressuali, brevi considerazioni, saggi, in particolare dell opera più matura e profonda, "Sindacalismo e Repubblica", di tutto quanto insomma di scritto ci ha lasciato il tribuno marchigiano, fatta eccezione per gli articoli pubblicati sui periodici e per l epistolario, può inizialmente sconcertare la stragrande maggioranza del pubblico, che, forte dei ricordi fascisti e della propaganda "sindacalista nazionale", è portato a pensare a Corridoni come una sorta di eroe, il quale, accantonando le lotte sindacali, mise al primo posto la guerra per l indipendenza della Patria, ed in guerra cadde. Mentre preparavo questo libro, confesso di aver avvertito un senso di profonda ignoranza e disagio: anch io sapevo di Corridoni, poco, anch io obbedivo alle proposizioni tramandate dal sindacalismo nazionale. Poi ho approfondito le conoscenze sulle fonti dirette: ed ho dovuto fare i conti con il viscerale antimilitarismo del giovane disegnatore tecnico approdato per lavoro a Milano. Ho dovuto fare i conti con il suo internazionalismo proletario, con il suo marxismo radicale, certo corretto dal mazzinianesimo e dal sindacalismo rivoluzionario, ma che pur sempre era rimasto tale. E sarebbe stato empio nei confronti della sua immagine, fare quello che la propaganda fascista di regime aveva fatto: tenere buoni gli ultimi mesi di vita del sindacalista, tacere e scartare il resto, che pure, paradossalmente, aveva spinto verso la scelta patriottica ed interventista degli ultimi mesi del 1914. E occorre rendere merito agli editori che, nel febbraio 1945, in piena crisi della Repubblica Sociale Italiana, ripubblicarono "Sindacalismo e Repubblica" senza censure, senza paure. Non esistono infatti un Corridoni buono, quello che muore sulla Trincea delle Frasche, ed uno cattivo, quello che terrorizzava la buona borghesia milanese. E esistito un solo Filippo Corridoni: sindacalista e soldato. Le due figure si intrecciano e si saldano ineluttabilmente.
Ma non basta: la disillusione provocata dal fallimento dello sciopero generale, come forma di lotta sindacale, portò Corridoni ad ulteriori riflessioni di una sconcertante attualità; egli individuò nella democrazia diretta lo strumento autenticamente repubblicano che avrebbe impedito lo strapotere dei partiti e che avrebbe permesso ai cittadini lavoratori un diretto controllo popolare e partecipato dello Stato. Quest ultimo doveva essere limitato ai minimi, in quanto pericolosa fonte di burocrazia, cristallizzazione istituzionale di inefficienze, di abusi, privilegi, prevaricazioni a favore dei funzionari pubblici e dei politicanti, spesso non scelti e nominati per le loro competenze o per la loro dedizione alla causa collettiva, ma per la loro fedeltà al partito.
Occorreva inoltre che le forze produttive dell economia nazionale si contrapponessero in una lotta dialettica, a viso aperto, che avrebbe favorito in ultima istanza la produzione e la stessa economia nazionale ed avrebbe condotto, con il prevalere dei lavoratori, allo stato sindacale, lo stato del lavoro: per fare ciò, occorreva assicurare il libero scambio, secondo un ottica radicalmente liberista comune anche al grande economista Maffeo Pantaleoni, Ministro delle Finanze a Fiume con D Annunzio. Il male peggiore era, in un simile contesto, trovarsi di fronte una borghesia come quella italiana: irresponsabile ed imbelle, assistita dalle commesse pubbliche, dai dazi, dalle sovvenzioni statali, sempre pronta a reclamare la socializzazione delle perdite e sempre pronta a privatizzare ogni suo utile. Tutto il contrario di quella borghesia sana e intraprendente, con spiccato senso del rischio d impresa, di cui i lavoratori necessitano per poter meglio organizzare la loro lotta. Ed ancora accenniamo alla proposta di smantellare le polizie centrali, ricettacoli di agenti al servizio del potere e non invece tutori del cittadino, di sostituirle con guardie civiche più a contatto con le esigenze del territorio e meno inclini a seguire direttrici di ordine pubblico dettate da qualche astrattore del Viminale. La costruzione poi della Nazione Armata, una sorta di milizia nazionale da contrapporre agli eserciti imperialisti, strumenti mercenari di politiche estere aggressive. Il federalismo radicale, poggiante sul decentramento di funzioni e poteri a comuni e province, e non certo alle regioni (enti che stanno perseguendo, oltre che il dissesto finanziario pubblico, il più becero centralismo neoguelfo). Ecco quindi il trinomio entro il quale può rinchiudersi il messaggio politico corridoniano: Patria, Lavoro e Libertà. Concetti che devono tornare ad animare l azione politica delle forze nazionali del vero cambiamento, concetti che devono trovare una simultanea realizzazione in quanto interdipendenti. Non è Patria infatti quella in cui il Lavoro non esiste o assume le forme indegne del servaggio, della questua al politicante, della raccomandazione. Non è Patria quella in cui la Libertà non esiste, tutto è proibizione e divieto, o la Libertà esiste solo nelle forme dell abuso e della prevaricazione di una classe partitica e burocratica sul resto dei cittadini. Non è Libertà quella in cui il Lavoro è imbrigliato nelle logiche neocorporative ed assistenziali, in cui l apporto produttivo, materiale ed ideale, viene visto con sospetto, in cui le prestazioni lavorative vengono rinchiuse nell alienante ripetitività, in cui i collaboratori delle imprese vengono selezionati in base alla totale accondiscendenza ai disegni aziendali e per ottenere ciò, vengono sottoposti a "mobbing".
Ed è proprio partendo da queste basi, che l azione di Filippo Corridoni, merita di essere esaminata con più giustizia e deve essere riproposta, in quanto tremendamente necessaria: non dimentichiamo che quelle corridoniane sono basi comuni, anche se non totalmente, allo stesso Mussolini ed ai fasci di San Sepolcro (nonché ai processi di socializzazione delle imprese avviati durante la Repubblica Sociale Italiana), ai quadrumviri Michele Bianchi e Italo Balbo, ad Edmondo Rossoni, a Cesare Rossi, a Romualdo Rossi, ad Amilcare De Ambris, a Libero Tancredi, a Tullio Masotti, a Comunardo Braccialarghe, a Luigi Razza, ad Ottavio Dinale, ad Agostino Lanzillo, ad A.O Olivetti, a Sergio Panunzio, a Paolo Orano, a Umberto Pasella, a Filippo Tommaso Marinetti, ed a molti dei principali ispiratori politici, non solo del fascismo delle origini, ma anche e soprattutto, del sindacalismo fascista. Ma sono altresì basi comuni all antifascismo più serio, più autentico, più coerente e coraggioso in quanto originatosi in tempi di sconfitta e precedente il fascismo stesso (improprio quindi definirlo "antifascismo"): quello di Alceste De Ambris, di Arturo Labriola, di Enrico Leone, di Ernesto Cesare Longobardi, di Armando Borghi e di Alberto Meschi, di Giuseppe di Vittorio. Ed ancora sono basi che si intrecciano con quelle dell arditismo combattente e del legionarismo fiumano di Gabriele D Annunzio, degli "Arditi del Popolo" di Argo Secondari, Guido Picelli, Vincenzo Baldazzi, Giuseppe Mingrino e Vittorio Ambrosini.
Molto ci sarebbe poi da scrivere sui rapporti fra Corridoni e Mussolini, rapporti non facili, di estrema diffidenza reciproca, ma anche di consapevolezza "invidiosa" del reciproco valore. Rapporti di profonda disistima prima, poi di grande collaborazione, dalla fine del 1914 fino alla morte di Corridoni, il quale, dal fronte, in trincea, raccoglieva soldi da inviare a Benito per sottoscrivere abbonamenti a "Il Popolo d Italia". Questo solo può dirsi: il primo era un eroe, e come tale finì. Il secondo era un politico, che sapeva ben districarsi e sapeva quando fermarsi, anche se poi, nel 1940, neppure lui si sarebbe fermato. Ma prima di non fermarsi era diventato il più giovane presidente del Consiglio della storia unitaria italiana e vi era rimasto, ininterrottamente per quasi diciotto lunghi anni. Corridoni, invece, non si fermò mai, che si trattasse di una semplice vertenza di fabbrica o di un congresso di sindacato di categoria, non si fermava mai. E non lo fece neppure di fronte al fuoco degli Austriaci: non gli piaceva la guerra. Ma sapeva, come tanti altri, che era l ultima possibilità della sua generazione per cambiare una società che il moderatismo giolittiano, ed il formarsi delle socialdemocrazie, stavano assopendo. Non gli piaceva la guerra, ma vi volle morire per dare massima coerenza alla sua scelta, scelta che molti, soprattutto i socialisti, gli imputavano come sfacciato tradimento del suo precedente antimilitarismo. Sapeva perfettamente che da quella guerra non sarebbe potuto tornare per presentarsi come politico: gli pesava vedere il sangue di tanti giovani spargersi nelle terre di nessuno e gli sarebbe sicuramente pesato costruirvici una carriera politica. Volle così esporsi, come gli eroi, al fuoco nemico.
Vivi ed attuali devono quindi tornare il contributo politico di Filippo Corridoni, la sua proposta, il suo ricordo. E questo testo mira, senza mezzi termini, a ciò. La vita del tribuno marchigiano fu dedicata interamente alla rivoluzione. Una rivoluzione inseguita sul campo, tanto che vi cadde: egli aprì la strada dove altri, molti purtroppo furbamente ed opportunisticamente come sempre succede, passarono. Gli eroi, verrebbe da dire,servono solo a questo: ma non è così, in quanto è dall eroismo che sboccia il fiore della rivoluzione. Ed è proprio questo che manca all Italia di oggi: non solo la consapevolezza che l ingiustizia economica e sociale ha raggiunto ormai livelli inaccettabili e che la Patria, minacciata nella sua indipendenza, nella sua integrità e nella sua sovranità, internamente ed esternamente, sta rovinando. Non è solo una questione di consapevolezza: di analisi intellettuali se ne fanno a migliaia. E una questione di volontà eroica: volontà di fare il proprio dovere politico e sacrificarsi, di non piegarsi ad una politica senza scopi, volontà che sola è l anima della rivoluzione per il riscatto sociale e nazionale. Andrea Benzi sidielbarrani@tiscalinet.it
BIOGRAFIA
1887: Filippo Corridoni nasce il 19 agosto a Pausula in provincia di Macerata, dal 1931 ribattezzata in suo onore Corridonia, da Enrico, operaio in una fornace, e da Enrica Paccazocchi. Con lui tre fratelli: Maria, che in seguito sposerà Amilcare De Ambris, futuro segretario del sindacato metalmeccanico durante il fascismo e fratello del più noto Alceste De Ambris; Ubaldo (Baldino), che morirà nella prima guerra mondiale e Giuseppe (Peppino), grande mutilato della prima guerra mondiale, il quale, dopo aver aderito ai fasci di San Sepolcro ed aver subito un aggressione bolscevica in Piazza Mercanti, morirà poco tempo dopo .
1895-1904: grazie al prozio Filippo, frate francescano e missionario, noto predicatore, acquisisce nozioni di cultura classica ed una conoscenza base della lingua francese e latina. Studia alle elementari e viene avviato al lavoro in una fornace. La sua volontà di proseguire gli studi lo porta a Fermo dove si iscrive, aggiudicandosi una borsa di studio, all Istituto Superiore Industriale, ottenendo nel 1904 il diploma di perito e disegnatore di macchine. Legge testi di Mazzini e Pisacane, probabilmente studia Marx. Rivela immediatamente una forte intelligenza ed un carattere franco, ardito e leale, affezionato verso tutti e teso a difendere i deboli, sempre desideroso di apprendere.
1905- 1907: si trasferisce a Milano, in piena "seconda" rivoluzione industriale, ed entra, senza difficoltà, in qualità di disegnatore meccanico nell industria metallurgica "Miani e Silvestri". Vive in un piccolo alloggio (via S. Gregorio 48) a Porta Venezia e si avvicina al Partito Socialista diventandone in poco tempo segretario del circolo giovanile. Alloggia anche nella casa di Comunardo Braccialarghe, a Porta Vigentina. Inizia, con un fallimento, la sua attività sindacale subito orientata verso la corrente "sindacalista" o altrimenti detta rivoluzionaria. Fonda con Maria Rygier, giovane anarchica, un giornaletto antimilitarista "Rompete le righe", per i cui contenuti viene arrestato e condannato a cinque anni di reclusione (in tutta la sua breve vita subirà una trentina di detenzioni). Cominciano a manifestarsi i primi segnali della sua malattia, probabilmente la tisi. Grazie ad un amnistia, esce dal carcere, ma deve comunque riparare all estero quando emerge che il provvedimento di clemenza non gli sarebbe applicabile. Giunge a Nizza, dove continua la sua attività politica e sindacale.
1908: torna in Italia per partecipare all organizzazione degli scioperi bracciantili di Parma. Là si reca, assumendo il falso nome di Leo Celvisio, essendo ormai conosciuto alla polizia. Il nome Leo è in riferimento alla rocca pontificia di S. Leo, prigione simbolo di molti detenuti politici là rinchiusi dai Papi (vi morì anche il conte di Cagliostro); Celvisio deriva da un cartello pubblicitario della birra omonima, che lesse a Ventimiglia non appena tornato in Italia. Conosce Alceste De Ambris con cui inaugura un rapporto di forte ed affettuosa amicizia ed il fratello di lui, Amilcare il quale sposerà più tardi sua sorella Maria. Inizia a collaborare con il giornale "L Internazionale", organo della Camera del Lavoro "sindacalista" di Parma, in seguito edito anche a Milano e Bologna. Fra i collaboratori, oltre ai De Ambris, Tullio Masotti, Michele Bianchi, Umberto Pasella, Cesare Rossi e Romualdo Rossi, A.O. Olivetti, Paolo Mantica, e tanti altri grandi nomi del sindacalismo rivoluzionario. Riconosciuto ben presto dalla polizia, dopo essersi distinto per l acceso attivismo, deve riparare in Svizzera, a Lugano.
1909-1910: una nuova amnistia gli consente il rientro in Italia. Va nel modenese, dove assume la direzione della Camera del lavoro di San Felice sul Panaro. Tenta un azione politica di sintesi fra l ala riformista e l ala rivoluzionaria dei lavoratori modenesi, cercando di far prevalere la prima; si distingue altresì per una aggressiva campagna anticlericale. Nuovamente arrestato, viene isolato dal movimento sindacale per il prevalere della corrente riformista e confederale. Fonda il giornale "Bandiera rossa", che vivrà solo poche settimane. Collabora con il giornale "Bandiera proletaria" che in seguito diventerà "Bandiera del popolo", testate entrambe dirette da Edmondo Rossoni.
1911-1912: torna a Milano, sfiduciato di poter innescare la rivoluzione presso il bracciantato e preferendo quindi svolgere la sua azione fra gli operai dell industria e dei nascenti servizi pubblici, veri protagonisti della rivoluzione industriale. Sul giornale "La conquista" e nelle riunioni sindacali sostiene la necessità di organizzare i sindacati sulla base dell appartenenza all unità produttiva e non sulla base della qualifica lavorativa, come erano fino a quel momento organizzati i cosiddetti sindacati di mestiere, venendo così a porre in essere un modello innovativo di organizzazione sindacale e di relazioni industriali. Il progetto non trova una grande adesione. Inizia tuttavia ad accrescere la fama, il rispetto ed il seguito grazie alle sue doti oratorie, al suo fascino ed alla limpida natura del suo carattere e delle sue intenzioni, alla sua generosità ed alla sua intransigenza coerente. Fallisce lo sciopero dei gasisti da lui organizzato, ma ormai è fra i capi del sindacalismo rivoluzionario milanese. Si impegna in una accesa campagna contro l intervento in Libia, scrivendo e pubblicando il libretto: "Le rovine del neoimperialismo italico". Si reca a Bologna dove assume la segreteria del sindacato provinciale edile. Collabora con Zocchi per organizzare uno sciopero di facchini. A Modena partecipa al congresso istitutivo dell Unione Sindacale Italiana, nata come scissione in seno alla Confederazione generale del Lavoro (CGdL), il sindacato confederale vicino al partito socialista. Con lui entrano nell USI i fratelli De Ambris, Tullio Masotti, Giovanni ed Ines Bitelli, Pulvio Zocchi, Alberto Meschi, Giuseppe Di Vittorio, Riccardo Sacconi, Cesare Rossi, Livio Ciardi, Agostino Gregori, Assirto Pacchioni, Giuseppe Maja, Vittorio Brogi, Nicolò Fancello, Icilio Guatelli, Emiliano Cuzzani e tanti altri. Tiene una relazione congressuale, in seguito pubblicata: "Le forme di lotta e di solidarietà", dove indica nello sciopero, nel boicottaggio e nel sabotaggio gli strumenti di lotta, nel caso anche violenta, per affrontare la sfida del capitalismo e della borghesia industriale.
1913-1914: costituisce l U.S.M., l Unione Sindacale Milanese, associata all USI, ottenendo l adesione dei sindacati metallurgici, dei gasisti, del sindacato vestiario, dei tappezzieri di carta e dei decoratori. Alloggia in una pensione in Via Eustachi, insieme con i fratelli De Ambris, Michele Bianchi e Attilio Deffenu. Nel mese di maggio riesce a guidare uno sciopero dei lavoratori dell auto e dei "ciclisti", grazie anche all appoggio di Benito Mussolini, direttore dell "Avanti!". Lo sciopero, pur non ottenendo i risultati sperati, riesce ad attirare la partecipazione di altre categorie. La figura di Corridoni ne esce rafforzata. Di nuovo inquisito, per aver scritto e diffuso "Riflessioni sul sabotaggio", torna in carcere. Esce a metà settembre, dopo il fallimento dello sciopero degli operai del materiale mobile. L USM si è nel frattempo fortemente indebolita e versa in gravi difficoltà finanziarie. La sua relazione all assemblea degli iscritti, tenuta il 23 marzo 1914, è fatta oggetto di forti critiche. Entra in contrasto con Mussolini, contro cui pone in essere un violento ed ingiurioso attacco dalle colonne de "L Internazionale". Partecipa alla "settimana rossa": è fra i capi e, fra gli organizzatori, il più instancabile e coraggioso; diventa una sorta di spauracchio per il padronato milanese, tanto da essere messo all indice dal "Corriere della Sera". Viene fermato durante una manifestazione, duramente percosso dalla polizia cui si uniscono gli insulti e la gogna della folla borghese nei pressi della Galleria Vittorio Emanuele. Il fallimento della lotta nella "settimana rossa" incomincia a generare in lui un certo pessimismo ed una riflessione sul ruolo del sindacato. Nell agosto del 1914, ancora in carcere, inizia a riflettere sulla guerra e sulla possibilità che questa aprirebbe per costruire nuove basi economiche e sociali, ma soprattutto morali, della rivoluzione sindacale, grazie alla sconfitta delle potenze reazionarie che intravede come certa. Si unisce quindi ad Alceste De Ambris, su posizioni già interventiste, ed organizza l interventismo milanese fra le file dei sindacalisti, dei socialisti rivoluzionari, dei repubblicani e degli anarchici. Il 10 ottobre 1914 fonda con Decio Bacchi, Michele Bianchi, Ugo Clerici, Amilcare De Ambris, Attilio Deffenu, Aurelio Galassi, A.O. Olivetti, Decio Papa, Cesare Rossi, Silvio Rossi, Sincero Rugarli, Libero Tancredi, il Fascio rivoluzionario d azione internazionalista e ne sottoscrive il manifesto programmatico.
1915: continua la sua attività come interventista e come sindacalista. Organizza un nuovo sciopero dei lavoratori del gas. Partecipa, reclamato a gran voce dai presenti, al comizio di chiusura, tenutosi il 24 gennaio, del Convegno dei Fasci d Azione Rivoluzionaria, il soggetto politico creatosi dai Fasci rivoluzionari d azione internazionalista grazie all azione di Benito Mussolini, Alceste De Ambris e Michele Bianchi, per riunire la sinistra interventista. Sullo sciopero dei lavoratori del gas si innestano componenti politiche, dal momento che parte della proprietà è dell Union de Gaz, francese: chiamato in Francia, va a Parigi, dove, grazie alla mediazione del Ministro del lavoro francese, desideroso di orientare i lavoratori italiani verso simpatie filofrancesi, ottiene condizioni vantaggiose per i lavoratori stessi. Non pochi sosterranno in seguito che, sempre a Parigi, abbia raccolto i fondi necessari a Benito Mussolini per continuare le pubblicazioni del "Popolo d Italia". Sempre a Parigi incontra il vecchio rivoluzionario anarchico Amilcare Cipriani. Si avvicina così sempre di più alla causa della Francia e del Belgio, aggrediti dalla Germania, e riesce a convincere molti lavoratori della bontà di questa causa. Il 12 febbraio, chiusa la vertenza dei lavoratori del gas, partecipa ad un iniziativa tesa a creare una serie di provocazioni al confine fra Austria ed Italia, al fine di spingere la situazione verso il conflitto. Viene di nuovo arrestato per una vecchia imputazione (verrà quindi scarcerato alla fine di aprile). In carcere, dove freme per poter partecipare alla preparazione delle "radiose giornate" di maggio, scrive "Sindacalismo e Repubblica", un testo che riassume il suo pensiero politico e sindacale in una sorta di programma per una nuova azione del sindacato tesa a trasformare l economia italiana, lo stato e la nazione. Dichiara apertamente le sue posizioni liberoscambiste ed antistatali, a favore di una concezione autonoma del sindacato e delinea un programma politico fondato sulla democrazia diretta ed antipartitica, la nazione armata ed un federalismo radicale poggiante sul decentramento dei poteri centrali. Esce dal carcere e parla nei più importanti comizi che si tengono a Milano per spingere l Italia in guerra. La sua azione è ormai parallela e concorde con quella di Mussolini che da tempo ospita suoi articoli sul "Popolo d Italia". Vuole partire volontario, e pur scartato per la malattia che ormai lo sta consumando, riesce ad ottenere l autorizzazione ad unirsi al resto dei volontari milanesi, con cui parte vero il fronte il 25 luglio. Assegnato ad operazioni di retrovia, insiste per essere inviato al fronte, tanto da abbandonare la sua compagnia. Viene accontentato e comincia a partecipare ai combattimenti sul Carso.
Rincorre la morte eroica e la trova il 23 ottobre 1915 presso la Trincea delle Frasche, dove cade con il viso rivolto verso gli Austriaci. La notizia della sua morte genera sentimenti contrapposti, che vanno dal giubilo dei socialisti pacifisti, dei suoi rivali politici e dei borghesi, alla disperazione dei suoi compagni sindacalisti, interventisti e nazionalisti.
Il suo cadavere scompare e non viene più ritrovato, nonostante le numerose ricerche. Gli viene conferita una medaglia d argento al valor militare che Mussolini farà tramutare in oro nel 1925.
Inizia una sorta di mito intorno alla sua figura. Dal 1919 in poi, fascismo ed antifascismo si contendono la sua appartenenza. Sorgono squadre di camicie nere e di arditi del popolo portanti il suo nome. Ma è soprattutto il fascismo, una volta conquistato il potere, che riesce a diffondere l idea di Corridoni come eroe del lavoro e della patria, una sorta di "protofascista", figura storica della nuova sintesi fascista espressa dal concetto di sindacalismo nazionale. E ciò nonostante l opposizione di Alceste De Ambris ed altri, fra cui in particolare Giuseppe Di Vittorio, il quale, diventato segretario del più grande sindacato italiano, la CGIL, ancora dopo il 1945 ne ricorderà spesso, durante i discorsi e comizi, l opera e denuncerà la mistificatoria espropriazione della sua figura effettuata dal fascismo.
Dopo il 1945, comunque, l interesse sulla sua figura, giudicata troppo carica di eredità fasciste, si assopisce permanendo il suo nome come titolo a numerose vie, piazze, scuole, istituti e caserme, senza che ne siano stati veramente approfonditi e soprattutto riscoperti ed attualizzati la figura ed il grande contributo dato per i diritti e le libertà dei lavoratori e per l unità e l indipendenza della Patria.
HANNO SCRITTO DI LUI
Improvvisata una tribuna vi salì per primo certo Corridoni. Costui incominciò il suo discorso stigmatizzando la Commissione Esecutiva della Camera del Lavoro per avere essa impedito stamane l ingresso alla camera agli operai non muniti di tessera. L oratore si scagliò in special modo contro il Dell Avalle, che chiamò traditore. Un altro biasimo rivolse il Corridoni alla Commissione Esecutiva della Camera del Lavoro e ai dirigenti le sezioni metallurgiche, perché tanto l una come gli altri osteggiarono l idea dello sciopero. Continuando la sua violenta concione, il Corridoni propose un voto di protesta contro il giornale Il Tempo per il contegno da esso sostenuto nei riguardi della odierna agitazione. L oratore concluse proponendo che si formassero diverse squadre le quali nel pomeriggio avrebbero dovuto recarsi davanti ai diversi stabilimenti per impedire l entrata degli operai. L oratore fu applaudito.
Corriere della Sera 19 aprile 1907
a difendere una barricata proprio di fronte alla Camera del Lavoro stava Corridoni con alcuni amici. Ad un tratto, quando la difesa di quell avamposto aveva il suo limite estremo, un ufficiale di cavalleria gli puntò contro la rivoltella gridandogli: "Vai via o sparo!" Leo Celvisio non si mosse. Rispose offrendo il petto: "Spara dunque, vigliacco".
Tullio Masotti, "Corridoni", Milano 1933, pag. 33
Nello sciopero di Parma emerse in pieno la figura di Corridoni, agitatore instancabile e appassionato propagandista Corridoni era un giovane di grandi qualità e capacità.
Giovanni Spadolini, "Lotta sociale in Italia", Firenze 1948, pag. 154
Egli fu invero più poverello del Poverello, al quale forse non mancò mai il nutrimento elementare. Era spettacolo strano vedere Pippo che in un certo momento comandò la ricca e prosperosa Milano con le ginocchia fuori dei pantaloni. Corridoni fu raro esempio di assoluto e pieno distacco dalle cose materiali, dalle necessità concrete e comuni della vita.
Tullio Masotti, op. cit., pag.39
Contro gli oratori socialisti parlò il rivoluzionario Corridoni il quale propugnò l astensionismo, dicendo che il proletariato non potrà ottenere le riforme con la conquista dei pubblici poteri, ma con la lotta di classe.
Corriere della Sera 18 gennaio 1911
La novità della riforma tecnica corridoniana non stava soltanto nell intuizione di una alternativa organizzativa, ma soprattutto nell aver trasportato la teoria sul piano della pratica quotidiana e della lotta Per Corridoni si trattava di fornire un sistema più razionale e più agile di organizzazione intermedia in funzione di un organismo nazionale della metallurgia e della metalmeccanica
Maurizio Antonioli, in "Ricerche storiche", gennaio-giugno 1975, anno V n.1, pag. 162
Confesso che non credevo che avrebbe potuto diventar mai un organizzatore. Propagandista ed agitatore, sì; organizzatore no. M accorsi dell errore di questo giudizio quando nel 1911 potei seguire l opera da lui svolta nello sciopero dei gasisti milanesi. Quel fanciullone ragionava ed agiva come un veterano dell organizzazione. Anche ora sono convinto che pochissimi di quelli che vanno per la maggiore nel giudizio di tutti, avrebbero saputo condurre un movimento così difficile con l abilità ed il tatto di Corridoni.
Alceste de Ambris
Filippo Corridoni, grande cuore e grande anima.
Pietro Nenni, "Lo spettro del comunismo (1914-1921)", Milano 1921, pag. 45
Dare del mestierante [scissionista] a Corridoni sarebbe stolido per uno che non lo conoscesse. Quando è Ciardi che lo dice è un azione disonesta e vergognosa che si compie. Perché Ciardi sa che se v è uno, per il quale la vita dell organizzazione è una missione di fede e di sacrificio, che si paga con molta galera e con molta fame e con le diffamazioni di tanta onesta gente che ha lo stomaco pieno e il domani sicuro, quest uno è Filippo Corridoni.
L Internazionale 22 marzo 1913
Il 31 marzo nacque l Unione Sindacale Milanese il cui prestigio nelle masse, grazie soprattutto alla figura adamantina di Corridoni, divenne subito notevole
Renzo De Felice, "Mussolini il rivoluzionario", Torino 1965, pag. 163
Egli era un nomade della vita, un pellegrino che portava nella sua bisaccia poco pane e moltissimi sogni e camminava così, nella sua tempestosa giovinezza, combattendo e prodigandosi, senza chiedere nulla Leviamoci un momento dalle bassure della vita parlamentare; allontaniamoci da questo spettacolo mediocre e sconfortante; andiamo altrove col nostro pensiero che non dimentica; portiamo altrove il nostro cuore, le nostre angosce segrete, le nostre speranze superbe, e inchiniamoci sulla pietra che, nella desolazione dell Altipiano di Trieste, segnò il luogo dove Filippo Corridoni cadde in un tumulto e in una rievocazione di vittoria.
Benito Mussolini , "Il Popolo d Italia", 23 ottobre 1917
Quelli che hanno vissuto vicino a lui le giornate di fuoco che precedevano i grandi cimenti, non dimenticheranno mai la fierezza superba che Egli sapeva trasfondere a quanti con lui si disponevano all azione Lo abbiamo visto attraversare a fronte alta con le manette ai polsi e circondato dagli sbirri, la folla dei borghesi di Milano che anelata di vendetta lo vituperava e lo percuoteva. Corridoni non abbassava lo sguardo, fissava invece nel bianco degli occhi i felloni che approfittavano ch Egli era ammanettato per insultarlo e li costringeva a sentire vergogna del gesto compiuto Ai poliziotti violenti come ai borghesi felloni, Corridoni sapeva infliggere l atroce umiliazione di metterli davanti alla loro coscienza nella trista veste di maramaldi stomachevoli. Ci siamo trovati vicino a lui nei momenti angosciosi della sconfitta e in quelli gioiosi della vittoria. Lo abbiamo ascoltato mentre esprimeva la sua intima esasperazione per l insuccesso delle lotte sostenute e mentre esaltava il significato delle vittorie e conquiste. Nel primo come nel secondo caso una sola visione dominava il suo spirito irrequieto e profondamente passionale, la visione di vedere il proletariato pienamente consapevole della sua forza e superbamente padrone dei suoi destini. Corridoni non ammetteva che una sconfitta patita od una sopraffazione subita poteva giustificare lo sbandamento o la democratizzazione delle masse. Ai lavoratori educati alla scuola del sacrificio, Egli diceva, non deve mai mancare l audacia e la forza per superare e vincere tutti gli ostacoli"
In "Corridoni, combattente indomabile", Sindacato Operaio, 11 giugno 1921
Noi anarchici, che partecipavamo al movimento operaio, nell opporci ai socialisti riformisti e giolittiani, ci trovavamo spesso a camminare a fianco coi cosiddetti sindacalisti A. Labriola, P. Orano, A.O. Olivetti, A. De Ambris, O. Dinale, G. Bitelli, A. Lanzillo, E. Leone, T. Casotti, P. Mantica, F. Corridoni, non furono mai considerati da noi anarchici e nessun anarchico si considerà mai sindacalista alla loro maniera. Noi partivamo da Bakunin. Essi partivano da Marx, per quanto un Marx riveduto e corretto da G. Sorel.
Armando Borghi, "Mezzo secolo di anarchia", pag. 92
Se il proletariato italiano avesse avuto l anima di Filippo Corridoni, non solo il fascismo non avrebbe avuto presa, ma non avrebbe avuto nemmeno la possibilità di nascere e di proseguire l opera sua.
A. O. Olivetti, "Sindacalismo", 29 aprile 1922
Il capolavoro mussoliniano in questa materia è stato però l usurpazione dei cadaveri e la profanazione dei sepolcri. Non c è chi possa dimenticare lo sfruttamento macabro di Corridoni consumato dal fascismo
Alceste De Ambris, "Mussolini, la leggenda e l uomo" in De Felice "Benito Mussolini. Quattro testimonianze", Firenze 1976, pag. 100
E un infame invenzione di Mussolini, -ripeteva (Giuseppe Di Vittorio) - Corridoni non sarebbe mai stato fascista. Era troppo onesto, coraggioso, leale, per mettersi al servizio degli agrari
A. Di Vittorio, "La mia vita con Di Vittorio", Firenze 1965, pag. 21
Gli apologeti del fascismo e di Mussolini per anni hanno voluto stabilire un naturale e perenne sodalizio fra il rivoluzionario di Predappio e il tribuno sindacalista di Pausula. Nessuno più di me sa quando tutto ciò si sia effettivamente verificato nel periodo che va dal novembre 1914 fino alla morte di Corridoni nella Trincea della Frasche; ma è anche vero che per i due anni precedenti una profonda gelosia ed un malcelato rancore avevano animato Mussolini contro il segretario della Unione Sindacale Milanese. Gli è che Mussolini, furbo di quattro cotte non osava rivelare i suoi intimi sentimenti Ma un giorno in cui Corridoni in tribunale, a difesa di un imputazione guadagnatasi durante uno sciopero disse che loro organizzatori sindacalisti erano un po come i termosifoni che avevano il compito di riscaldare l infreddolita anima operaia, questa espressione fu considerata da Mussolini come un interpretazione di grazia allo stato borghese Corridoni al quale riferii l allusione maligna, rimase assai amareggiato di quell attacco, lui che andava e veniva da S. Fedele al cellulare senza che avvocati di grido si commuovessero e benevoli giudici lo assolvessero
Cesare Rossi, "Trentatré vicende mussoliniane", Milano 1958, pag. 20
La pensione era posta al quarto piano di una casa di via Eustachi, nei nuovi quartieri fra Porta Venezia e Loreto. Oltre a Corridoni ed a me, s assidevano quotidianamente al desco della "pensione" Attilio Deffenu un piccolo sardo, morto anch egli eroicamente al fronte combattendo con la Brigata Sassari Michele Bianchi, Cesare Rossi, e mio fratello Amilcare, compagno di Corridoni nella dirigenza dell Unione Sindacale Milanese. Era un cenacolo rivoluzionario, la "pensione" di via Eustachi, e non mancava di carattere. L omogeneità politica di coloro che la componevano non escludeva più profonde diversità individuali. Ma fra quegli uomini di tutte le razze e di tutti i temperamenti, che s armonizzavano in una idealità comune, vigeva un amicizia, così sincera e fraterna da escludere perfino cosa estremamente rara nei cenacoli politici le meschine gelosie, le malignità e le maldicenze reciproche Essa era un po lo scalo del sindacalismo rivoluzionario italiano ed internazionale. Ben pochi degli agitatori più noti non sono passati nella saletta da pranzo della "pensione" di via Eustachi né non si sono assisi a quella tavola &A volte - sarebbe meglio dire: assai spesso attorno alla tavola che ci accoglieva due volte al giorno, c era qualche posto che rimaneva vuoto per delle lunghe settimane. Per lo più era quello di Filippo Corridoni; ma anche gli altri; di quando in quando, si assentavano; si trattava di villeggiature più o meno brevi al Cellulare"
Alceste De Ambris, "Filippo Corridoni", Piacenza 1922, pag. 24
Corridoni, già votatosi all interventismo, ricevette una cartolina a firma di Razza, Meledandri e Di Vittorio con un tacitiano: Piantala! ironico e sprezzante. Pippo rimase assai male nel leggere quelle tre sillabe che volevano assumere un significato di sconfessione del suo atteggiamento
Cesare Rossi, "Personaggi di ieri e di oggi", Milano 1952, pag. 420
Corridoni, giovane di 26 anni, alto, slanciato, oratore popolare immaginoso, "Pippo", come lo chiamavano i milanesi, non era uomo fatto per le attese ideologiche. Mussolini, oratore meno abile e meno popolare, ne crepava d invidia. Povero "Pippo"! Un giorno si seppe che era andato volontario. Di lì a poco cadde sul Carso. Che sarebbe stato di lui se fosse sopravvissuto? Nessuno saprebbe immaginarlo squadrista contro i lavoratori.
Armando Borghi , op. cit., pag. 163
Forse fu anche l esempio di Corridoni a sospingere Mussolini a rompere ogni indugio.
Edoardo Malusardi, "Filippo Corridoni ", Torino 1934, pag. 20
Ieri sera tutta Milano, tutto il popolo di questa magnifica città che seppe le asprezze della dominazione odiosa degli austriaci, salutò con il plauso immenso della grande anima generosa i volontari sovversivi che partivano per il fronte. Attorno a Filippo Corridoni si strinse più compatta ed entusiasta la folla. Tutti vogliono stringergli la mano, tutti vogliono gridargli il saluto e l augurio fervido.
In "La partenza dei volontari corridoniani", Il Popolo d Italia, 27 luglio 1915
Era la figura più popolare di Milano. I curiosi gli si accalcavano intorno plaudenti. Ad un tratto mi prese sotto braccio e svoltammo in silenzio fuor della ressa. Ci fermammo. Mi fissò un istante, e accennandomi la divisa disse: "Se tu sapessi quanto mi pesa!" Ma subito, con uno strappo nelle parole che era come lo scoccar d un arco soggiunse: "Ma è necessario". E tornammo ridendo tra gli amici, che volevano ammirare l eleganza della recluta.
Gian Capo, "Corridoni", Il Sindacalismo, 27 ottobre 1923
Da Parma, dal Borgo delle Carra, dalla trincea civica, prima che io precipitassi dalla rupe tarpea, voci crude si levarono a chiamarmi: "Vieni a vedere come profonde e ben difese le nostre trincee" Chiamavano colui che, nel bombardamento d interdizione, restava solo in piedi sul parapetto per mostrare ai suoi uomini accosciati che basta la muta e lunga sfida a respingere la morte? Gli operai furenti non si sentivano turbati e inebriati dall aroma geniale che certo spandevano nel taglio del santo suolo le radici recise o smosse della stirpe ond era pur sorto un uccisore di Cesare? Se Filippo Corridoni era con loro, impugnava egli quel fucile che fatalmente a Castelnuovo non fece fuoco? Guardava egli fisso gli assalitori forsennati, senza colpo ferire? Aveva egli tuttora nella gola aperta quel suo ultimo grido italiano? "Vittoria! Vittoria!" Potè egli ricadere nella trincea delle Carra come nella trincea delle Frasche? Anche con la sua ombra io ho parlato al mio capezzale. Ed egli ha contenuto il suo pianto perché io contenessi il mio sotto le palpebre piagate. Ma nel prossimo anniversario autunnale del suo sacrificio io eleggerò per lui il più vivace di questi lauri. Triumphali e stipite surgens Alta petit. La Vittoria, da lui invocata nell ultimo anelito, ha rotto il lenzuolo e non teme più l ago né il coltello né la baionetta né alcuna frode di veleno e di laccio.
Gabriele D Annunzio, "Per l Italia degli Italiani", Milano 1923, pag.165
Senza questa punta di estrema sinistra dell interventismo, senza gli operai sindacalisti che ruppero il fronte unico del neutralismo proletario e conquistarono come drappelli d assalto le grandi città e Milano prima fra tutte, senza Filippo Corridoni che di questo esercito fu il capo e l apostolo, la guerra italiana sarebbe stata impossibile ed impossibili gli eventi successivi.
A.O. Olivetti, "A proposito della commemorazione di Corridoni", Il Popolo d Italia, 24 ottobre 1926
Nato dal popolo e partecipe di tutti gli istinti, di tutte le violenze e di tutte la passioni del popolo, irrigidito fisicamente, come di un osso, di volontà e di ribellione, consumato dalla tisi e bruciato dalla febbre delle sue persuasioni quasi istintive, ora insofferente ora paziente di tutto, ricco di sogni come un pastore e torvo di risentimenti come un servo della gleba, Filippo Corridoni aveva l anima tumultuosa di un tribuno e gli occhi innocenti di un bambino. Ingenuo e prepotente, egli impersonava in modo vivo e terribile tutte la passioni del popolo: quand egli parlava alle maestranze nelle officine di Milano, nessuno aveva il coraggio di urlargli contro. Egli scagliava le parole come pietre. La sua forza era in quella sua tremenda innocenza, che domava le ciurme delle officine col peso di una fatalità, non di una volontà personale. La folla sentiva di non poter nulla contro di lui, solo, pallido e senz arme.
Curzio Malaparte, "L uomo napoleonico", in "Filippo Corridoni", Roma 1988, pag. 22
scomparve nella mischia senza essere più ritrovato, come nelle storie leggendarie degli eroi.
Amilcare De Ambris, "Corridoni è oggi più vivo che mai", Il Lavoro metallurgico, ottobre 1940
"Sei tu Mussolini?", gli chiese un giorno un commilitone." "Sì". "Benone, ho una buona notizia da darti: hanno ammazzato Corridoni. Gli sta bene, ci ho gusto. Crepino tutti questi interventisti!"
R. De Felice, "Mussolini il rivoluzionario", Torino 1995, pag. 323
Oggi, la memoria di Pippo è più viva che mai in mezzo agli operai che egli tanto amò e al popolo per il quale offrì la vita. Se i tre Fratelli Corridoni rinascessero ripeterebbero per la loro Italia il sacrificio che diede alla nostra famiglia il più grande dolore ed il più grande titolo d orgoglio.
Maria Corridoni De Ambris, nella prefazione a "L arcangelo sindacalista" di Ivon De Begnac, luglio 1942