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CRONACA IN DIRETTA
DI UN PEZZO DELLA
NOSTRA STORIA
Intervista a
Luigi Gorrini
l'asso dell'aviazione
militare italiana Medaglia d'oro della seconda guerra
mondiale
di Andrea
Benzi
Domenica 17 Settembre, il Corriere
della Sera, ed altri giornali, hanno pubblicato un bellissimo articolo:
Sono stati localizzati i resti interrati di un eroe dell'Aeronautica Nazionale
Repubblicana e del suo Macchi 205,
il tenente Vittorio Satta.
Egli cadde sui cieli di Parma, il 25 maggio del 1944, cercando di contrastare
100 bombardieri dei Liberatori antifascisti scortati da miriadi di caccia. Si
gettò contro di loro, senza paura. Si erano alzati non più di
dieci aerei nostri e Tedeschi, fra i quali quello di Gorrini che ha partecipato
personalmente alla riesumazione.
L'articolista del Corriere Della Sera riconosce che grazie al sacrificio di
Satta e di altri eroi, i liberatori con le loro bombe,
non riuscirono a fare i danni che si erano prefissi.
Abita
ad Alseno in piena pianura Padana Luigi
Gorrini, incredibile asso dell'aviazione, uomo energico e fiero, combattente
audace, aderì alla repubblica Sociale Italiana e difese le case dei nostri
padri e dei nostri nonni, uno contro cento, dalla furia devastatrice e dai bombardamenti.
Questa intervista è una commovente e toccante carrellata sull'Italia
in guerra, un'Italia che molti vorrebbero mai esistita ma che è stata
e sarà.
D: Dove si trovava il 10 giugno
del 1940?
R. Il 10 giugno 1940, c'era il sentore che qualcosa stava succedendo. Ero di
base sull'aeroporto di Mondovì, dove era distaccato il 18° Gruppo
del 3° stormo da caccia che era a Mirafiori, dove rientrammo per
armare gli aerei. Da lì la mia squadriglia andò a Novi Ligure,
poi ad Albenga destinati contro i Francesi, dove vi era uno dei migliori aeroporti
perché aveva la pista in cemento laddove gli altri aeroporti l'avevano
erbosa. Ero ad Albenga mentre Mussolini faceva il famoso discorso
e vi fu subito un allarme per aerei nemici su Genova.
D: Che aerei avevate?
R. I CR 42, macchina all'epoca già superata, strasuperata. Biplano di
tela, senza corazze, apparecchi radio e impianti d'ossigeno malfunzionanti.
Era un gran bell'apparecchio in quanto a maneggevolezza, armato da 2 mitragliatrici
da 12,7, mitragliatrici efficaci, ma se pensiamo alle otto da 8,7 di cui disponevano
gli Spit e gli Hurricane...
Vi furono
alcuni combattimenti: andammo a mitragliare sui loro aeroporti, vicino a Tolone.
Il primo mitragliamento andò male: fu una cosa strana perchè raggiungemmo
l'obiettivo, trovammo tutti i loro aeroplani, li mitragliammo, ma nessuno poté
fare rapporto di aver visto incendi. Pensammo fossero le nostre pallottole difettose
e al ritorno facemmo una prova: sparammo con un aereo in una latta di benzina
che invece si incendiò subito. La ricognizione accertò che avevamo
sparato su delle sagome, ci avevano fregati. Ma il giorno dopo li fregammo noi:
piombammo su un altro aeroporto a mezzogiorno in punto, due squadriglie di protezione
su e noi giù a fare mitragliamento. Avvenne un combattimento molto duro
e per fortuna si alzarono in volo solo tre o quattro dei loro Dewoitine 520:
tirarono giù due dei nostri, i due gregari del comandante di gruppo,
il maggiore Mossilla, già comandante in Spagna delle squadriglie di mitragliamento
a terra della guerra di Spagna (le famose tre frecce col fascio nero e "ocio
che te copo")
D: Quale era l'atmosfera generale, qual era il morale all'entrata in
guerra?
R. Il morale era molto alto. Credevamo inoltre di avere aerei validi, ma quando
vedemmo cosa aveva il nemico, la Francia, parlo dei Dewotine e dei Morane, ci
dovemmo ricredere. Io poi ho conosciuto quelle macchine in seguito, quando mi
recai in Francia a prendere alcuni loro aeroplani che erano rimasti al Governo
di Vichy (cominciavamo a scarseggiare dei nostri ed avevamo bisogno di tutto).
Era come paragonare un triciclo ad una Ferrari...
D. Come era lo stato della Regia Aeronautica?
R. All'inizio della guerra avevamo due tipi di aeroplani: il CR 42 della FIAT,
biplano, ed il Macchi 200, aeroplano noioso e da naso, i primi se si stringeva
si partiva in rotazione; ma era un buon monoplano, una macchina che si adattava
molto bene. Sapevamo però e ci avevano detto che erano pronti il 200
ed il 202, sempre della Macchi. La FIAT aveva ricevuto una cospicua commessa
di produrre tanti CR42...penso che abbia continuato fino alla fine della guerra...
i Macchi potevano andare
meglio.
D. E il Fiat G. 50?
R. Il Fiat G.50 era un monoplano, molto da naso ...ha fatto molte vittime e
quando è uscito era già abbondantemente superato. Una macchina
strana, dovevi stare molto attento in fase di decollo e di atterraggio.
Noi pensavamo comunque di vincere la guerra, dopo invece...Guardi
gli unici aerei competitivi che abbiamo avuto sono stati il Macchi 202 ed in
particolare il 205: con questo potevamo tener testa agli Spitfire, agli Hurricane
e persino agli americani con i loro Mustang, durante la Repubblica Sociale.
Certo che il Mustang era superiore, perché a 10000 metri i comandi con
il 205 non li sentivi già più. Forse il migliore di tutti i nostri
è stato il Fiat G.55, lì potevi andare anche a 10000 metri, ma
ne produssero davvero pochi.
D. Torniamo al primo impatto con gli aerei francesi. Che cosa provò?
R. C'è da dire che la Francia era davvero allo sbando...Ma io ero un
pivellino, ero entrato in aeronautica nel 1937 ed arrivai al reparto i primi
mesi del 1939. Ero l'ultimo arrivato della mia squadriglia, quindi inesperto
di guerra. Però con me vi erano piloti che avevano fatto la guerra di
Spagna, e fu davvero una fortuna perché, arrivando al reparto fui affiancato
a due anziani su disposizione del comandante di squadriglia; ogni
squadriglia aveva la pattuglia acrobatica e mancava uno per fare il fanalino
della pattuglia acrobatica. Fu così che mi venne assegnato il sergente
maggiore Bortolotti Tullio come istruttore acrobatico e il sergente maggiore
Rozzi, oggi generale, come addestratore bellico. Simulavamo in volo la caccia.
Devo a lui, reduce della Spagna e membro della famosa squadriglia della Cucaracha,
tanti preziosi insegnamenti.
D. Ma che cosa pensava del nemico che aveva di fronte?
R. Nei primi combattimenti in Francia...non avevo il coraggio
di sparare. A me, quel signore che mi stava di fronte non aveva fatto niente;
durante la guerra ho sempre cercato di non sparare sulle cabine dove stava il
pilota, ma cercavo di sparare sempre sull'aeroplano, alla macchina. Certo dovetti
svegliarmi, perché nessuno scherzava: guardi quelle
foto...una cannonata sul 205 che mi sfiorò la testa,
fortuna che vi era una corazza difensiva, fu un colpo di un cannoncino da 20
mm...Insomma, in Francia, le prime volte avevo l'aeroplano
d'avanti e non mi decidevo a sparare. Un bel momento il comandante, il maggiore
Ussilla, mi affiancò e fece quello che avrei dovuto fare io. Poi a terra
mi riprese: "Che cazzo aspettavi? Se devi fare la guerra
in questo modo, è meglio che tu stia a terra!" Però sparare
addosso ad una persona ...
Ma posso
dire di aver assistito da parte dei nostri nemici ad episodi terribili:
mitragliamenti sui nostri piloti abbattuti mentre scendevano con il
paracadute. Io mi buttavo giù, li seguivo i nemici mentre scendevano,
gli ho persino buttato la borraccia dell'acqua...erano uomini
come me. Comunque per me era una cosa nuova, mentre gli anziani della Spagna
la sapevano già lunga.
D. La guerra va avanti, il conflitto si inasprisce. Cosa successe dopo
la campagna di Francia?
R. Finita la Francia tornammo a Mirafiori, giungevano strane notizie dall'Africa.
Perché, vede, se noi eravamo a terra sul territorio nazionale, in Africa
erano sottoterra: avevano i CR 32, ancora quelli della Spagna, degli AB 1, dei
Breda 64 e 65, facevano un po' di mitragliamento...Per rafforzare
la situazione in Africa, un gruppo di 50 aeroplani del nostro stormo venne mandato
in Libia. Il trasferimento si svolse senza problemi e potemmo subito rientrare
in Italia dove ci consegnarono nuovi CR 42 prodotti dalla Fiat: nuovi, ma ancora
identici ai vecchi, cioè senza corazze. Tanto è vero che noi piloti
avevamo adottato qualche piccolo accorgimento: uno era quello
di riempire il portabagagli che avevamo dietro la testa, per gli effetti personali,
con un sacchetto di sabbia che poteva fermare le pallottole. Il maresciallo
Sozzi mi salvò la vita sul cielo d'Inghilterra. Avevo lo Spit di dietro
e non me n'ero accorto e lui si buttò fra me e lo Spit, e ...prese
la raffica lui.
Una pallottola gli perforò
i polmoni, ma riuscì ad attraversare, ferito, la Manica e atterrò
di fortuna a Calais...i Tedeschi lo recuperarono subito. Sozzi
fu proposto dal generale Fusi, comandante del corpo di spedizione, per la medaglia
d'oro. Quando l'ho ritrovato un po' di tempo dopo..."E
allora?" "Eh belin, belin - rispose da buon genovese - la medaglia
me l'hanno data, ma d'argento...sai ho i gradi qui" (e
indicava la spalla dove stanno i gradi dei sottufficiali). I sottufficiali erano
discriminati nell'assegnazione di medaglie: per loro occorreva
la testimonianza in volo di almeno due persone. Gli ufficiali invece tornavano,
raccontavano e ...venivano creduti sull'onore. Ma io, che ero
sottufficiale, ho tutto a posto: verbali, rapporti, prove concrete, prigionieri.
Ho 24 aeroplani abbattuti individualmente! Senza contare quelli che ho contribuito
ad abbattere con altri e quelli che ho distrutto a terra...Un
ufficiale tornava alla base, affermava di aver abbattuto un aereo ed era una
medaglia d'argento. Io ho abbattuto 19 aeroplani prima dell'8 settembre, avevo
diritto a tre medaglie d'argento che mi hanno commutato in una d'oro.
D. Partecipò anche alla Battaglia d'Inghilterra?
R. Come le dicevo, tornato dal trasferimento in Africa, ci consegnarono nuovi
aeroplani CR 42: senza corazze, impianti d'ossigeno malfunzionanti, salvagenti
di marina troppo grossi che ci impedivano i movimenti. Da Torino partimmo ed
atterrammo a Monaco dove facemmo rifornimento. Ricordo che nevicava. Di lì
ancora fino a Francoforte e poi da lì fino in Belgio, ad Ursell, una
cosa assurda e incredibile, il campo non si vedeva, anche il comandante era
stupito.
Un bel momento abbiamo visto
degli alberi, pini, che si muovevano, delle mucche per terra. Era tutto mimetizzato
e così bene che gli Inglesi non sono mai riusciti a trovare quel campo.
C'era perfino una grande fattoria di cartone con porte e finestre, mucche di
gomma gonfiabili e pini che una volta tolti venivano rimessi al loro posto per
coprire i rifugi degli aerei a loro volta coperti da reti. Eravamo in braghe
di tela, pensi che non avevamo riscaldamento sugli aerei, che peraltro erano
aperti. Volavamo anche a trenta gradi sottozero a terra! Se si doveva partire
alle 11 di mattina, i poveri specialisti si attaccavano alle eliche degli aerei
che non riuscivano a far girare, l'olio era diventato duro. Il mangiare in un
primo tempo non era buono, ma poi arrivò la logistica dell'intero corpo
italiano e la musica cambiò. Fango da tutte le parti.
Le operazioni venivano decise
dai tedeschi e a noi spettava la scorta ai nostri bombardieri: era un macello.
Erano venuti un sacco di piloti, figli di papà, a provare l'ebbrezza
della guerra...questo fenomeno si era già visto in Spagna.
Ma non era una guerra dei soldi, era una guerra del piombo e gli Inglesi non
scherzavano affatto, sparavano sul serio.
Facevamo la scorta ai bombardieri,
ma tenerli uniti era un'impresa: uno andava giù perché
i motori non ce la facevano. Erano BR 20, macchine anch'esse di tela, idonee
a volare leggere e a partire su terreni secchi ed aridi. Qui invece si era carichi
di bombe e le piste erano fangose, e poi i piloti mancavano d'addestramento.
Le prime due azioni furono un disastro: i Tedeschi ci fermarono e si accorsero
degli aeroplani che avevamo...ossigeno che si bloccava,
senza radio, aeroplani di tela e come prima cosa ci diedero le stufe catalitiche
per scaldare i motori e poi, nel giro di 48 ore ci applicarono corazze aggiuntive.Ci
dettero le loro combinazioni, guanti e caschi nuovi (avevamo ancora il caschetto
di tela). Francamente avevamo solo gli occhi per piangere, abbiamo fatto la
guerra in queste condizioni; non avevamo neppure le carte, dal momento che già
in Italia andavamo avanti seguendo le carte stradali del Touring Club. Immagini,
con le nebbie. Dopo un combattimento rientrammo in 25 in quattro nazioni diverse,
non si vedeva nulla se non i campanili.
Sono atterrato avendo visto
una pista ma era un'autostrada e prima di me, lo avevano già fatto in
quattro: uno andò a finire in una piazza d'armi ad Amsterdam, Saddini,
altri finirono fra i pini. Due furono abbattuti, o almeno dissero di esser stati
abbattuti, ma poi in seguito si accertò che avevano avuto guasti tecnici.
Il povero Salvadori, e Lazzari. Uno aveva l'entrata dell'olio a 120 ed ebbe
paura ad attraversare la Manica, a tornare indietro e tentò quindi un
atterraggio in territorio inglese, ma nell'atterrare trovò una buca e
l'aereo si mise "sull'attenti" (la foto è negli archivi inglesi)
e venne fatto prigioniero.
All'altro impazzì
la bussola. Uno di questi aerei è all'Imperial War Museum, precisamente
l'aeroplano di Salvadori. Giuntella, Rozzin, Lolli, Guglielmetti. Grillo,
Mazza li perdemmo, più altri, ma non Lazzari e Salvadori. In pieno inverno
arrivò quindi l'ordine di rientrare, e nel frattempo erano arrivati anche
i Fiat G.50, ma non parteciparono ad alcuna azione, non avevano autonomia perchè
passata la Manica dovevano tornare subito indietro. Li schierarono quindi come
difesa notturna degli aeroporti, in voli notturni isolati. Guardi la spedizione
in Inghilterra fu tutta da dimenticare: bombardamenti male eseguiti, macchine
inidonee. Il combattimento dell'11 novembre fu però un gran bel combattimento!
Pensi che ho avuto occasione di incontrare anni dopo chi vi partecipò
dalla parte opposta, a Monaco, durante un raduno di ex-combattenti di tutte
le nazioni belligeranti tranne i Russi. Io cercavo il francese Klostermann che
ha scritto alcuni libri, il primo molto interessante, ma il secondo pieno dei
soliti luoghi comuni su noi Italiani, salvo poi dopo ammettere che non aveva
mai avuto il piacere di incontrarci in volo. Mi avvicina un signore e mi chiede:
"Tu sei Gorrini?" "Si" rispondo. Era Peter Towsend, l'asso
della caccia inglese, il quale parlava perfettamente l'italiano poiché
aveva studiato a Firenze. "Eri tu su quel CR 42 che mi sparò addosso
colpendomi nel tallone!" "Se sono stato io, tu allora eri quell'Hurricane
che mi sparò e i proiettili mi passarono attraverso le gambe". Siamo
diventati amici e quando veniva in Italia andavo a prenderlo all'aeroporto.
Siccome era un appassionato di macchine e io conoscevo l'ingegner Ferrari,
lo portai a Maranello dove gli fecero provare un muletto in pista...gli
sembrò di toccare il cielo con un dito!
D. E dopo la battaglia d'Inghilterra?
R. Rientrammo, ma prima fecero togliere le carenature alle ruote dei CR 42 perché
c'era troppo neve. Rientrammo perché le cose andavano molto male in Africa.
C'era la ritirata di Graziani e, nel giro di due giorni fummo a Sirte atterrando
con un tempo molto brutto. Pensi che mai, dico mai, in un trasferimento perdemmo
aerei. Da Mirafiori atterrammo a Pisa, poi a Reggio Calabria, poi a Pantelleria,
Zuare (?), Castelbenito e quindi Sirte, molto vicino al fronte. Vedevamo colonne
infinite di soldati sbandati, scappavano, nessuno li fermava più; incominciammo
subito a levarci in volo e a fare mitragliamenti sulle colonne inglesi, in particolare
nella zona di Agedabia e riuscimmo a contenerli. Mi ricordo che il maggiore
nostro con altri ufficiali e soldati si mise sulla Balbia, pistola in pugno,
a fermare ed inquadrare gli sbandati e noi da Sirte non facevamo altro che partire
e ripartire (tornavamo solo quando avevamo esaurito le munizioni). Davvero il
nostro fu un intervento prezioso, e vi era anche l'VIII gruppo più altri.
Rimanemmo giù alcuni mesi. Le condizioni erano disastrose, mangiavamo
gallette e scatolette, la galletta si gonfiava nello stomaco e ad alta quota
provocava dolori e gonfiori...mancava acqua, era pieno di mosche
e scorpioni. Alla fine ci rimpatriarono per farci riposare e lasciammo gli aerei
al gruppo di Vizzotto o di Bailo, non mi ricordo. Rimpatriammo, ci diedero venti
giorni di licenza e poi ci portarono a Caselle dove ci fecero fare qualche giro
sul Fiat G. 50 per poi consegnarci il Macchi 200, il "saetta", monoplano
con motore stellare. Di lì quindi in Grecia ad Araxos il dicembre del
1941, vicino al mare. Facevamo crociere di protezione. Mi ricordo che Argostoli
e Cefalonia non potevano essere sorvolate da nessuno, per ordine del comando.
Ricordo di aver visto un giorno, insieme ad un gregario, un aeroplano
scuro che volava verso Argostoli. Lo inseguii e stavo per sparargli quando vidi
le croci tedesche, il mio gregario, un giovane sergente, credette che io lo
avessi mancato e gli sparò. L'aereo era pieno di benzina ed andò
giù.
Vi fu un processo e, fortunatamente,
il giovane venne assolto perché l'aeroplano era caduto a terra.
Facevamo molte scorte navali,
fino all'Egeo.
Un bel momento ci fecero rientrare: il nostro, il XVIII, era un gruppo autonomo
che poteva essere impiegato ora qui ora là. L'altro nostro gruppo, il
XXIII, era su Malta. Ci mandarono ancora in Africa Settentrionale, questa volta
con i Macchi 200.
D. Il Macchi 200 era già un aereo migliore rispetto al CR 42?
R. Si' era meglio, ma era ancora arretrato rispetto ai mezzi degli Inglesi.
Aveva ancora la cabina aperta, che poi in Africa non era forse neppure il male
peggiore...Atterrammo vicino a Bengasi, dove avevo in precedenza,
con il CR 42, abbattuto due Blenheim che stavano per bombardare il porto e poi
ne tirai giù un altro. Ne ho visti tanti sfilarmi e per un semplice motivo:
erano più veloci di noi. Se si era in quota potevamo riuscire a prenderli,
altrimenti era impossibile. Il Blenheim era un bombardiere leggero e veniva
affiancato dal Beaufughter, caccia pesante: due gran belle macchine.
Da Bengasi andammo a Ouadi-
Tamed (?) e lì, poiché tiravamo la cinghia a furia di mangiare
in continuazione gallette e scatolette, un giorno mi venne una bella idea. Presi
un CR42 e sorvolai l'Ouadi. Vi erano numerose gazzelle che andavano a bere e
si nascondevano fra la vegetazione, al rumore dell'aereo fuggivano allo scoperto
e ne buttai giù tre o quattro.
Un camion dietro le raccolse
e vi fu carne per tutti. Un'altra volta eravamo sul golfo di Bomba e dissi all'armiere:
"Oggi mangiamo il pesce, togli le spolette dalle bombe da 50 Kg".
Tolse le spolette e lanciammo le bombe in acqua, vennero a galla dei dentici
di mezzo metro...Dovevamo soprattutto arrangiarci. Ero riuscito
a dotare il reparto anche di automezzi, perché durante una caccia, meglio
una ricognizione per intercettare gruppi di commandos che di notte attaccavano
i nostri aeroporti, vidi in mezzo al deserto un mucchio di mezzi abbandonati.
Al ritorno lo dissi al comandante di squadriglia, il capitano Giuntella, e mi
feci dare un camion con alcuni specialisti. Non avevamo mezzi. Con un 38 SPA,
un fusto di benzina ed un fusto d'acqua, dopo aver piazzato una mitragliatrice
sul cassone, tolta da un aereo scassato. partimmo. Trovammo i mezzi, non vi
erano segni di colpi, non vi erano morti, tutti mezzi inglesi, più alcuni
dell'esercito gollista. Vi erano persino alcune armi. Eravamo piuttosto eccitati
e ricuperammo molta roba: alcuni funzionavano, altri potevamo trainarli con
lo SPA. Stavamo per ripartire quando sentimmo un colpo di fucile isolato, non
sapevamo da dove partiva quel colpo e rispondemmo al fuoco con la mitragliatrice,
sparando in alto. Vedemmo uscire da dietro un mezzo un uomo lacero, sporco,
con la barba rossa e lunga ed a mani alzate. Era l'armiere di un Blenheim che
era stato colpito durante un bombardamento su Tobruk e che si era lanciato.Aveva
girato per il deserto finché non si era imbattuto in quel posto e lì
era rimasto per quasi trenta giorni bevendo l'acqua dei radiatori. Capimmo inoltre
perché quei mezzi erano stati abbandonati: si era in mezzo ad un campo
minato. I miei compagni erano preoccupati, ma piano piano riuscimmo ad uscire
indenni. Con i nostri aeroplani che ci stavano cercando siamo rientrati con
alcuni camion e pensi, con una Peugeot 405 francese che regalammo al comandante
di squadriglia. Io avevo trovato una Guzzi con motore V targata Torino. Quei
mezzi ci furono utili dopo, durante la ritirata di quasi 5000 chilometri quando
sfondarono ad El-Alamein.
Eravamo ad Abu agad (?). Nel frattempo avevano applicato ai nostri aerei
delle rastrelliere che portavano delle bombe speciali, le bombe "Mazzolino",
bombe potentissime ma in un involucro di alluminio. Con ordigni dello stesso
tipo si diceva che i Tedeschi avessero espugnato la linea Maginot. Il problema
era che se uno rientrava con alcune di queste bombe ancora attaccate alle rastrelliere,
rischiava di saltare in aria, e così purtroppo fu in un paio di casi.
Allora via le rastrelliere e ci misero due attacchi per le bombe da 50 KG. Eravamo
costretti quindi a fare anche i bombardieri, in particolare quando avanzammo
fin dopo Marsa-Matruh dove potemmo ricongiungerci con l'altro nostro gruppo
che era già stato dotato dei nuovi Macchi 202. Il fatto che eravamo costretti
anche a fare da caccia-bombardieri spiega il nostro distintivo: una vespa incazzata
con in mano un pugnale, che significa il caccia intercettore, e con nell'altra
mano un guantone, che significa il caccia-bombardiere.
D. Il Macchi 202 era un aereo decisamente migliore?
R. Sicuramente era un aereo già competitivo. Certo che quando ci gettarono,
durante l'offensiva, addosso nugoli di P 40 e di Spitfire, anche questa macchina
non poteva fare molto.
D. Lo Spitfire era un osso duro?
R. Lo Spit era un osso molto duro...aveva un mucchio di mitragliatrici,
più due cannoncini da 20 mm ed era inoltre più veloce. Il 202
gli era decisamente inferiore in velocità ed armamento. Quindi un bel
momento il 4° stormo, che sembrava il migliore stormo d'Italia (i suoi comandanti
sono diventati in seguito Capi di Stato Maggiore) e che quindi veniva dotato
sempre degli apparecchi migliori, quando ha cominciato ad esserci puzza di bruciato
e cioè quando era chiaro che avrebbero sfondato, sono rimpatriati ed
hanno lasciato i loro Macchi a noi, il XVIII Gruppo, e noi abbiamo dato i nostri
200 a quei poveracci dell'VIII stormo che avevano ancora i CR 42. Finalmente
avevamo un aereoplano competitivo, era il finimondo, perché ci venivano
addosso nuvole di caccia avversari.
D. Ma quando vi rendeste conto di ciò che stava accadendo, dello
sfondamento ad El-Alamein?
R. Tutto sommato piuttosto tardi, anche se cominciarono a preoccuparci i sempre
più frequenti bombardamenti, diurni e notturni. E da lontano vedevamo
le prime linee che venivano martellate dalla loro artiglieria. Ma fino a quel
momento il nostro campo era stato lasciato in pace, stavamo ad Abu AGad (?),
un po' spostati e l'attendamento nostro era in riva al mare. Addirittura di
notte tenevamo qualche luce accesa, ma i loro aerei ci passano sopra senza toccarci.
Solo che una notte invece...un loro bombardiere fece due giri
e sganciò due bombe dirompenti, per uccidere il personale e non tanto
distruggere gli aerei. Non erano bombe per scoppiare in profondità, ci
fecero fuori un mucchio di piloti. Io quella notte ero a letto in tenda, alcuni
erano svegli e giocavano a carte. Luci accese fuori e dentro, e non c'erano
rifugi, l'unica protezione era verso il mare perché avevamo paura degli
incursori, una fila di bidoni vuoti con filo spinato ed una mitragliatrice pesante,
a protezione della tenda. Dormivo sulla brandina, la tenda era chiusa, non mi
ricordo chi la aprì, ma so solo che corsi fuori mezzo nudo. C'ero io
davanti, Sandini e Scocchetti e la bomba cadde in mezzo a noi. Mi gettai nella
buca che utilizzavamo come latrina, che era già piena di gente. Sento
urlare, gridare aiuto, ero nudo, perché quel poco di vestiti mi era stato
strappato dall'esplosione. Scocchetti l'ho trovato che si teneva la pancia con
l'intestino che fuoriusciva...
Lambertini
era stato ferito mortalmente alla schiena e mi morì vicino; un altro,
che sembrava non avesse niente fu ucciso dallo spostamento d'aria. Abbiamo perso
12 fra piloti e specialisti. Uno si amputò con un coltello da solo la
gamba, povero Leo, mentre lo portavamo in ospedale. Incominciammo la ritirata.
Una scena indescrivibile, difficile da credersi cosa successe, cosa ho visto.
Ci spostavamo con gli aerei rimasti, di base in base. o dove potevamo atterrare,
aspettavamo che i Tedeschi ci portassero la benzina di notte, a volte ce la
buttavano senza guardare troppo dove andava a finire. Facevamo rifornimento
agli aerei, gli armavamo e aspettavamo che il nemico si avvicinasse con i carri
e quando erano quasi vicino all'aeroporto decollavamo per andargli incontro.
Mitragliamenti e poi indietro verso un altro aeroporto: abbiamo fatto così
4000 chilometri. Arriviamo infine a Tripoli, alla Melaca (?) dove c'era un circuito
automobilistico su cui correvano un gran premio, non avevamo da mangiare, non
avevamo da bere. Le divise ed i pantaloni erano tenuti insieme dal filo d'ottone,
sporchi. Ci si doveva spostare a Zuara, ma quattro piloti ricevettero
l'ordine di restare lì con il tenente Speicher e con l'ordine di rotolare
una volta che tutti erano partiti qualche fusto di benzina dentro i magazzini.
Dentro c'era l'ira di Dio. Montagne di caffé, di tè, divise, sahariane.
Dovevamo versare la benzina e poi sparare dentro per incendiare tutto quanto.
Vi erano montagne di acqua di Ciampino imbottigliata, montagne di vestiti, ci
divertimmo per un po' ad aprire un mucchio di casse, curiosi. Spaccavamo giù
tutto, trovai una cassa piena di macchine fotografiche Leica e quattro me le
misi al collo, ma le persi o distrussi per strada. Sparammo dentro e incendiammo
tutto; poi arrivammo a Sfax e ancora Medelin e a Korba. Ormai eravamo stretti
in Tunisia. Mi ricordo che fregai le lenzuola del maggiore Camarda e feci in
tempo a partecipare alla famosa battaglia di Kasserine (gli Americani le presero
di santa ragione dai Tedeschi) e noi scortavamo i carri Tedeschi, come immortalato
da un quadro fatto da un'associazione americana di assi dell'Aeronautica che
dirige due importanti musei. So che in Arizona, a Mesa, esiste una mia grande
fotografia, insieme con una del Maggiore Visconti, mi hanno invitato più
volte in America, ma non me la sento di andarci. Mi hanno invitato anche a Londra,
e neppure a Monaco, alla fine sono venuti qui da me e mi hanno fatto firmare
un mucchio di quadri che hanno fatto fare da un pittore e che mi ritraggono,
in qualità di esponente della caccia italiana, mentre scorto i Tiger
tedeschi in Tunisia. Quel quadro compare a fianco di quadri raffiguranti le
imprese di Klostermann, il francese, di Adolf Galland, il tedesco, di Towsend
per l'Inghilterra: i più grandi assi dell'aeronautica. Me ne hanno fatti
firmare 600 e poi so che gli hanno messi in vendita a più di mezzo milione!
L'ha visto un mio amico che, dopo la guerra, se ne andò per paura in
America, ve ne furono molti dei nostri che andarono in America e fecero là
i piloti commerciali.
D. Arriviamo al 1943: Tunisia, Sicilia, la guerra prende una brutta
piega. Cosa provavate?
R. Io in Sicilia non sono stato impiegato...comunque la guerra
capimmo che era persa con El-Alamein. Vedevamo i mezzi che avevano, ne tiravamo
giù dieci e, il giorno dopo, ci erano addosso il doppio. Noi invece non
riuscivamo più a rimpiazzare le perdite e gli aeroplani cominciavano
a scarseggiare; ripiegavamo e lasciammo gli aeroplani a chi rimaneva.
D. Nell'estate del 1943 avvengono bombardamenti massicci sulle città
italiane: quasi ogni città viene colpita ed in particolare le grandi,
Napoli, Genova, Torino, Milano ed infine Roma.
Che cosa facevate
per difendere?
R. Il III stormo rientrò in Italia, a Milano ed eravamo dotati
di Macchi 202 e di alcuni Messerchmitt che i Tedeschi ci avevano dato. Siccome
eravamo un gruppo molto compatto ci schierarono alla difesa di Roma. Stavamo
a Ciampino, ed eravamo comandati da Falconi, persona molto a posto ma che suscitava
odio e invidia fin da quando era diventato campione mondiale di volo a rovescio;
era un uomo che faceva di testa sua ed ignorava i burocrati del Ministero. Noi
eravamo tutti schierati a CIampino sud, tutto lo stormo, e benché fossimo
destinati a difendere Roma venivamo spesso chiamati a dare man forte a Napoli
che era debolmente difesa da qualche squadriglia autonoma. Il nostro stormo
era di sei squadriglie, più di sessanta aerei. Una notte, i nostri bombardieri
partivano da Ciampino nord in azioni isolate, i 79, uno ogni cinque minuti.
un Beaufighter si era accodato ad un S.79 e lo aveva seguito per vedere da dove
partiva. Quando il nostro sparò il razzo di segnalazione per atterrare
venne avvistato anche l'aereo inglese che venne abbattuto dalla contraerea tedesca.
Il comandante Falconi disse:
"Se quello ha comunicato via radio da dove avviene la partenza, domani
ci distruggono l'aeroporto." Ormai piombavano addosso agli obiettivi con
minimo duecento quadrimotori, formazioni imponenti.
Falconi non aspettò
l'ordine del Ministero, ma all'alba diede l'ordine a tutti gli apparecchi efficienti
di dirigersi a Cerveteri, a Nord di Roma. Partimmo.
D. Quindi a difendere Roma non c'erano che una sessantina di aerei?
R. Sì, c'eravamo solo noi con in più qualche aereo della notturna
a Centocelle, ma poca roba. C'era Rotondi che volava con un Lighting che era
stato catturato agli Americani e momenti lo buttavo giù io, sta testa
di cavolo...A Cerveteri dovevamo aspettare l'ordine del Ministero
per partire, ma Falconi, non appena giunse voce che la formazione nemica era
su Roma, ci diede l'ordine di partire. Io avevo il 202, e ci dirigemmo al largo
di Ostia. Era il giorno del famoso bombardamento su Roma, il 18 luglio del 1943
e si era sparsa la notizia che a prender parte all'operazione degli americani
vi era il famoso divo Clark Gable: cercai invano la figura che contraddistingueva
il suo aereo.
D. C'è un combattimento in particolare di cui vuole parlare?
R. Ma...un giorno, appena dopo il bombardamento su Roma, arriva
la notizia che volevano consegnare un nuovo Macchi alla nostra squadriglia,
era un 205. Vi fu un conciliabolo su chi spettasse guidare la nuova macchina
e, grazie al numero di abbattimenti gia' conseguiti, riuscii a spuntarla. Mi
diedero un foglio di viaggio e mi recai al Nord per ritirare il nuovo apparecchio,
quando lo vidi chiesi spiegazione e informazioni. "Che te devo spiegà?
- mi disse il collaudatore , un romano, - questo è sempre il 202. Una
sola cosa: se Ti capita di sparare, non sparare con tutte le armi contemporaneamente,
altrimenti il rinculo è troppo forte. O spari con i cannoncini da 20
mm, oppure spari con le mitragliatrici 12 ,7" Ma io non ho mai seguito
questo consiglio ed ho sempre sparato con tutte le armi: se la va, la va...Ma
chiedevo ancora informazioni - "E' il 202, dai vai!..." Appena su
mi accorsi che invece il motore era più potente. Arrivo a Cerveteri e
mi viene incontro il maggiore Camarga (?): "Gorrini, tu domani stai di
riposo" Ed io: "Fin che non ho fatto un combattimento con questo,
io monto di allarme tutti i giorni". Quell'aereo è durato 48 ore!
Il comandante di squadriglia mi aveva ordinato di partire dopo tutti gli altri,
poichè avevo l'aereo più potente e più armato e dovevo
fare il suo primo gregario di sinistra, mentre gli altri stavano tutti sull'ala
destra. Era il capitano Giuntella, oggi generale. Partono e parto anch'io per
ultimo in mezzo ad un gran polverone; arriviamo al largo di Ostia e vediamo
una grande formazione nemica da bombardamento. Non sapevamo dove si dirigevano,
pensavamo ancora su Roma, ma poi apprendemmo che l'obiettivo era Sulmona, dove
era accantonata la divisione corazzata tedesca Hermann Goering, nella foresta.
Una grande formazione, lì sotto gli occhi: il comandante mi faceva segno
di stare calmo, per radio non si poteva parlare, ma alla fine il capitano Giuntella,
continuamente incalzato da me, mi diede il via libera. Sono andato su, e andando
su attaccai l'ultimo loro gregario di destra e sparai fra l'attacco dell'ala
e la fusoliera: era un B-17, una "fortezza volante". feci un looping
e mi ripresentai addosso, appena per vedere la sua ala che letteralmente si
staccava, con i due motori che giravano e questa che andava in vite. L'aereo
cadde sull'aeroporto di Nettuno: ero a 7000 metri ma sentii lo spostamento d'aria
e vidi due o tre paracadute lanciarsi e commisi la solita coglionata che fanno
tutti i piloti quando abbattono un aereo avversario, cioè girarsi per
vedere dove cade l'aeroplano. Mi è piombato addosso un loro caccia della
scorta, un Lighting P38, mi son visto i suoi colpi passarmi sopra la testa,
mi aveva mancato di un soffio e poi fece una cosa stupida entrandomi a tiro.
Lo centrai in pieno, tanto che scoppiò e, se non mi aggrappo ai comandi
finisco dentro i pezzi dell'esplosione. Vidi che il pilota aveva fatto in tempo
a buttarsi con il paracadute. Mi rigetto all'inseguimento della formazione,
attraversando tutta l'Italia e la intercetto sull'obiettivo, mi scaglio contro
l'ultimo dei B-17. Feci quattro attacchi e dopo un po' vidi ben 9 paracadute
che scendevano, ma l'aereo seguitava nella sua corsa, normale. Lo riaffrontai
e, forse fu una delle poche volte che lo feci, sparai in cabina, non c'era più
nessuno ed avevano installato il pilota automatico. L'aereo cominciò
a perdere quota e, ancora una volta, lo inseguii per vedere dove cadeva. Mi
arrivarono addosso 12 Lighting, 6 da una parte, 6 dall'altra. Tengo imbarcato
l'aeroplano e, avendo sparato raffiche molto forte e continue, le armi si erano
scaldate, mi scoppiò il cannoncino di sinistra, perforandomi l'ala. Mentre
stavo cercando di fuggire, avevo una paura incredibile, verso i 3000 metri,
mi saltò il tettuccio che volando via mi ruppe l'antenna e mi danneggiò
i timoni di coda. In quelle condizioni, avevo una cartina che mi era stata portata
via dal risucchio, tirai la cloche più che potevo, tanto che si piegò.
Ero a 1500 metri e vidi sotto di me il mare, provai con la radio. Chiama, chiama,
un bel niente. Finalmente arrivò la risposta. Ero su Pescara, mi
ricordo il porto; mi diedero indicazioni per orientarmi, ma la benzina cominciava
a scarseggiare. In più mi dissero di non atterrare a Cerveteri perché
era stato distrutto da un bombardamento. La formazione che avevamo intercettato
prima era seguita da un'altra che puntò su Cerveteri. Mi dissero di atterrare
alle Strisce, verso Ostia, vicino al torrione in cui fucilarono Salvo d'Acquisto.
Cala la benzina, non vedo arrivare Cerveteri, non vedo arrivare le Strisce:
finalmente ci sono sopra, ma questa volta è l'elica che va in croce (non
c'era più un goccio di benzina). Ricordo i fili dell'alta tensione della
linea ferroviaria e che puntai a terra per poi cercare di saltare i fili, fu
la forza della disperazione a salvarmi, perché anche il carrello non
funzionava più bene. Atterrai e mi venne incontro il maggiore, furente,
credevo che mi mangiasse. L'aereo non era più riparabile. "Comandante,
ci sono due quadrimotori ed un caccia!" "Non contare balle" questa
fu la sua risposta. "Non sono balle, non sono caduti in mare, non sono
un ufficiale e in più sono caduti al di qua delle nostre linee".
Avevamo un Fieseler-Storch, un aereo tedesco da ricognizione, "Andiamo
a controllare gli dissi". Partimmo (non l'avevo mai guidato) ed arrivammo
a Nettuno. C'era una buca enorme, quelli della contraerea dissero che i due
piloti che avevano fatto in tempo a lanciarsi li avevano portati via i Carabinieri
insieme ai Tedeschi.
"E uno!" Li andiamo
a cercare e raccontano di esser stati attaccati da un aereo isolato, velocissimo
e senza numeri e distintivi. "Andiamo" Cercavamo il Lighting sul lago
di Nemi...Finalmente atterriamo su un prato e due ragazzini
ci dicono di aver visto un motore in un punto e che il pilota era stato portato
via dal maresciallo dei Carabinieri. Andiamo da lui, il pilota era francese
e disse che aveva anche lui avuto un combattimento con un aereo senza distintivi.
C'era da andare a Sulmona, ed il maggiore titubava, bisognava attraversare gli
Appennini ed entrammo dentro un temporale che ci fece ballare per quaranta minuti.
Voleva tornare indietro, ma indietro faceva più buio che avanti, acqua
che veniva dentro, ma arriviamo a Sulmona e ci rechiamo al comando tedesco dove
stavano alcuni prigionieri, di cui uno enorme.
Era il comandante della fortezza
volante, un australiano. Anche lui disse quello che avevano detto gli altri:
caccia veloce, senza distintivi, isolato. Mi piacerebbe conoscere il pilota
aggiunse, ed il maggiore mi indicò, mi tese la mano e mi piantò
una stretta di mano che stavo per dargli un calcio. Poi mi volle fare un regalo
e, aprendo un calzare, tirò fuori una 7,65 che mi regalò.
Qualche giorno dopo mi tirarono giù sopra Frascati, dopo che avevo tirato
giù uno Spit e mi erano venuti addosso in quattro.
D. Il 25 luglio cade Mussolini, si cominciò a capire qualcosa
di quello che sarebbe successo?
R. Guardi il nostro morale rimase sempre altissimo. Stavamo bene, alloggiavamo
all'Hotel Margherita di Ladispoli, vicino a Cerveteri. C'erano un mucchio di
artisti cinematografici di Cinecittà, sfollati da Roma: molte attrici.
Alla sera, quando dopo aver cenato andavamo a prendere un caffè nell'unico
bar sulla piazza principale, stavamo con loro.
E a chi aveva abbattuto un
aereo si offriva una bottiglia di spumante, era una baldoria, lei immagini...
Quel che successe il 25 luglio non ci scalfì. Continuammo come se niente
fosse la nostra attività. Sapevamo che a Fregene, vicino a noi, stava
Ettore Muti che, se fosse venuto da noi forse si sarebbe salvato ed invece poi
lo fecero fuori.
Un giorno c'è da andare a difendere Napoli, lo avevamo fatto diverse
volte e arrivammo che il bombardamento era già avvenuto. Ci lanciammo
all'inseguimento della formazione alleata e ci piombarono addosso gli Spit.
Mi arrivò dentro una cannonata secca, mi trovavo quasi sopra il Volturno
e per fortuna che ero in quota sugli 8500; mi venivano dietro, ma il motore
funzionava ancora e alla radio mi dicevano di stare calmo. Mi avevano colpito
al radiatore e, mantenendo la velocità bassa riuscì a non fondere.
Speravo di farcela ad arrivare se non a Cerveteri, che era stato riparato, almeno
a Ciampino: ma non ce la facevo anche perché avevo paura di piantarmi
sui Colli Albani. Alla radio continuavano a dirmi di stare calmo e, finalmente
vidi alla mia sinistra un aeroporto che poi era quello di Pratica di mare, dove
stavano i Tedeschi. Cominciai a perdere quota e misi fuori il carrello: il motore
grippò in pieno e dovetti ritirare il carrello per passare la rete di
recinzione. Passata questa, il carrello, che era collegato al motore non voleva
sapere di scendere di nuovo, almeno interamente e dovetti azionare la pompa
a mano di soccorso. Atterrai con un'ala, presi una botta tremenda e ...non mi
ricordo più nulla se non il fatto che i Tedeschi furono molto veloci
nel soccorrermi ed evitarono che l'aereo si capovolgesse. Mi portarono con un'ambulanza
al Celio, che era pieno zeppo e mi rifiutò; mi portarono allora all'ospedale
del Littorio, dove c'era ricoverato anche il tenente Cavatore che scontratosi
di muso con un Lighting aveva rimediato una cannonata che l'aveva colpito alla
mano sinistra e gli aveva strappato parte dei comandi, guidava un Messerschmitt
e ci mise tre tentativi per atterrare, manovrando la cloche con le gambe e chiudendo
il motore con la mano sana ed io gli avevo salvato la vita tirando giù
il Lighting. Cavatore mi vide portare dentro in barella da due tedeschi che
non fecero troppi complimenti e visto che c'era un posto mi mollarono lì.
Non davo segni di vita e nessuno sapeva se ero italiano, tedesco, o anche inglese:
la mia tuta era zuppa d'olio e non avevo alcuna piastrina di riconoscimento.
Fu Cavatore a riconoscermi: "Quello è Gorrini, disse, mi ha salvato
la vita dieci giorni fa..." E siccome dopo gli abbattimenti su Sulmona
ero diventato famoso, mi aveva citato il bollettino di guerra ed ero finito
sulla copertina della Domenica del Corriere disegnata da Beltrame, altri mi
riconobbero. Mi hanno ingessato e ho avuto l'assistenza di Susanna Agnelli che
era infermiera al Littorio: ci fu del tenero fra noi due e...dovevamo sposarci,
ma io le dissi "Tu sei la Fiat, io sono un sergentino..."
Siamo rimasti buoni amici,
e a volte ci sentiamo ancora.
D. E l' 8 settembre?
R. Quando è venuto l'8 di settembre, la Susanna che intanto mi aveva
fatto avere una nuova divisa, mi propose di andare con lei a Rocca di Papa.
Ma io volevo tornare a casa, lei un po' insisteva e, alla fine dispiaciuta e
rassegnata, anche commossa, mi accompagnò al treno. Ci salutammo e proprio
nel mio scompartimento si sedettero due ufficiali tedeschi: io portavo anche
una decorazione tedesca, la croce di ferro di 2° classe e loro non sapevano
come comportarsi a fronte di tutto quello che stava succedendo, ed io pure.
Parlando e cercando di intenderci, con qualche parola in francese, tenemmo una
conversazione fino ad Orvieto dove per fortuna scesero. Ad Orvieto salì
una signorina, riuscimmo ad arrivare a Bologna che vidi tutta bombardata,
la aiutai a portare le valigie, attraversammo Bolgna per prendere i treni che
proseguivano verso Milano. Montati sul treno, a Reggio Emilia il treno fu bloccato
e si vedevano soldati tedeschi impartire ordini: dicevano agli uomini di scendere,
a tutti i maschi. "Lei stia qui" mi disse la signorina" Io sono
bulgara" Salirono sul treno quelli con la piastra, la Feldegendarmerie,
lei mi buttò il suo soprabito addosso e i Tedeschi ridendo passarono
via. Mi sono salvato così. A Fidenza scese anche lei, bevemmo qualcosa
in un bar e mi disse che abitava in Piazza Piemonte a Milano e mi diede l'indirizzo.
Alla stazione chiesi qualcuno che mi accompagnasse a casa e trovai uno con una
macchina a carbonella; la mia famiglia era mesi che non aveva mie notizie. Il
tipo con la macchina aveva paura dei Tedeschi, ma riuscì a convincerlo.
D. Come decise di scegliere di continuare a combattere nella RSI?
R. Ero a casa da un paio di settimane, quando il comandante Falconi invitò
tutti i suoi piloti, il III Stormo, a rientrare a Mirafiori, per radio. Un problema
arrivare a Torino, perchè non funzionava più niente...Falconi
era rimasto al III Stormo e dopo l'8 settembre, dopo che aveva dato l'ordine
di rendere inservibili gli aerei per non farli catturare dai Tedeschi, riuscì
ad ottenere da Kesserling una serie di garanzie e documenti bilingui. Riunì
i piloti e disse loro se volevano continuare a combattere e se sì, di
esser pronti a trasferirisi a Torino. Tutti accettarono, eccetto il tenente
Melis che con tutti i sardi del gruppo preferirono andare in Sardegna con un
133. Me ne andai a Torino in bicicletta, partii la mattina e alle cinque
di pomeriggio ero arrivato. Mi aspettava, ero ancora ingessato e fatto venire
un autista mi accompagnò alle Molinette.
Lì accertarono che
stavo bene e mi tolsero il gesso; fu ancora lì che mi presentò
un capitano che io non conoscevo e non sapevo chi fosse: "Questo è
il comandante della prima squadriglia del primo gruppo dell'Aeronautica Nazionale
Repubblicana" Era il capitano Visconti. Falconi mi voleva mettere nella
seconda squadriglia, ma quel capitano volle a tutti i costi prendermi con sè
nella prima. Così tutti i piloti del III stormo finirono nella seconda,
la Vespa, ma io finii nella prima, l'Asso di bastoni. Gli unici due piloti del
Terzo stormo che non andarono nella seconda furono il povero Cavatore ed io.
Abbiamo ricominciato tutto: Visconti era un uomo eccezionale...i
più bei combattimenti li ho fatti con lui. Lui era tripolino.
Non era sposato...Stiamo
tentando di portarlo via da Musocco, ma Aniasi si è sempre opposto, è
stato lui ad ucciderlo, con altri due...a cui adesso starà
dando la colpa. La formazione partigiana Redi controllava la caserma dove stava
Visconti che aveva accettato la resa nelle mani dei partigiani previa garanzia
di lasciapassare per tutti i suoi uomini e la mediazione dell'ingegnere Vismara.
Stavamo a Gallarate ed eravamo armati fino ai denti, avevamo ancora alcuni aerei
che avevamo diposto a raggiera pronti a sparare. I partigiani non potevano fare
nulla, avrebbero potuto venirci addosso solo con i carriarmati. Visconti, nonostante
molti altri ufficiali e comandanti di squadriglia gli avessero detto di non
fidarsi, che ci si doveva arrendere solo agli Americani, fidandosi della parola.
Gli intermediari, non appena vi fu la resa scritta se ne andarono ed egli rimase
nella caserma con i partigiani, l'attuale caserma Montello ex Savoia-cavalleria,
dove sto lottando perchè venga messa una lapide che ricordi il sacrificio
di Visconti e di Stefanini. Tutti ci troviamo ogni anno, il 29 aprile a Musocco
per onorare la sua memoria. Comunque andò così: nella caserma
Montello, Visconti più altri ufficiali furono prima disarmati e poi dissero
a Viscnoti che doveva andare in un posto per essere interrogato e Stefanini,
che era il suo aiutante, lo seguì. Non appena furono nel cortile gli
spararono alle spalle e fece in tempo ad urlare loro :"Vigliacchi!"
Stefanini cercò di
coprirlo con il corpo e morì subito, ma per lui fu necessario il colpo
di grazia...Hanno fatto fuori l'uomo più a posto che
esisteva, come uomo e come pilota. I più bei combattimenti li ho fatti
con lui, non li abbiamo mai avuti in testa...facevamo 11000
metri con il 205. Pensi che fu uno degli ultimi a combattere, sul lago di Garda,
forse il 20 aprile del 1945, si sparò frontalmente con un Mustang...
Quello della RSI è stato il più bel periodo. Avevamo un comandante
che sapeva quel che voleva. Pochi aerei e i nemici venivano su con delle formazioni...Noi
avevamo due gruppi operativi, l'intera Repubblica aveva tre gruppi da caccia,
un gruppo trasporti, un gruppo aerosiluranti il Fagioni. Guardi che gli Americani
erano contenti che noi eravamo pochi, perché seppur pochi gli abbiamo
fatto dei danni mica da ridere. Il gruppo abbiamo buttato giù 112 aeroplani
ed altrettanti il secondo gruppo. Certo abbiam perso quasi duecento piloti...ma
la nostra pelle l'abbiamo venduta cara.
Il I gruppo si è formato a Torino e poi, addestratici sotto il controllo
dei Tedeschi che all'inizio non si fidavano di noi, ingaggiammo i primi combattimenti.
Ricordo i primi abbattimenti quando gli Americani bombardarono Villar Perosa.
Poi ci spostarono a Campoformido,
vicino ad Udine. E lì fu incredibile, eravamo sempre su, sempre su, giorno
e notte, anche quattro combattimenti al giorno. Ci gettavamo contro formazioni
anche di cinquecento quadrimotori che andavano a bombardare in Germania: prima
li intercettavamo noi e parte della caccia per fermarci era costretta a sganciare
i serbatoi supplementari; succedeva quindi che i quadrimotori superavano le
Alpi ma rimanevano senza scorta ed anche in Germania venivano assaliti dagli
aerei Tedeschi. Tornati indietro, gli saltavamo addosso ancora noi, tanto che
dovettero cambiare tattica: partivano da Foggia, bombardavano la Germania e
si dirigevano direttamente in Inghilterra.
Cimicchi, medaglia d'oro
dell'aeronautica del sud, mi disse: "Gigi, io ero al sud, ma con il cuore
stavo con voi e con me tanti altri! Voi non sapete veramente quanti aeroplani
avete abbattuto, io li contavo quando partivano e li contavo al ritorno, lavoravo
con un maggiore che comandava un gruppo di Lighting. Quando si trattava di andare
contro i Tedeschi passava, ma quando sapevano che vi avrebbero incontrato, molti
tiravano dietro il sedere sulla sedia...
Ci credevano
belve, persone disposte a tutto; guardi la nostra determinazione ed il nostro
accanimento erano davvero tanti. Al ritorno vedevo scendere dai bombardieri
morti e feriti. Tutti gli anni, la prima domenica di giugno vi è un raduno
dell'Aeronautica nazionale repubblicana sul lago di Garda, sono io ad organizzarlo
da quasi venti anni.
Ci troviamo in diverse centinaia
di persone, arrivano anche i Tedeschi. Veniva Neumann, che ora è morto,
veniva Galland, viene Steinmann che mi ha regalato un porta sigarette, gli ho
salvato la pelle sul cielo ad Udine...aveva già il Messerchmitt
incendiato ed aveva addosso due Thunderboldt: sono riuscito a giostrare e ad
incendiarne uno e a metter in fuga l'altro.
Lui riportò ferite
gravissime, era tutto bruciato...poi diventò il comandante
della Luftwaffe della repubblica federale tedesca: mi ha insignito della croce
di ferro di I classe.
D. Quale fu il suo ultimo combattimento?
R. Il mio ultimo combattimento fu quando venni abbattuto, era la V volta, a
Reggio Emilia, con il 205. Ho sempre avuto nella RSI a disposizione il 205,
qualche volta il Fiat G.55. Ci diedero l'allarme molto in ritardo e partimmo,
ma non riuscimmo a fare quota a sufficienza e ci piombarono addosso, mi hanno
abbattuto a Fogliano. Ho aperto il paracadute, ma nella caduta a terra ho battuto
violentemente la schiena (mi fa ancora male) e persi conoscenza. Intorno avevo
i contadini con il forcone che forse mi credevano un inglese o un americano.
Arrivò il maggiore Visconti a prendermi e con la sua auto mi portò
dal nostro medico, il quale mi visitò e mi fece ricoverare all'ospedale
a Reggio. Il medico a Reggio mi fece avere una licenza: ero ridotto male, vicino
ad un esaurimento nervoso, e me ne andai a casa. Quando tornai stava tutto per
finire.
D. Come visse la fine della guerra? Dove si trovava il 25 aprile?
R. Ero a Milano e feci in tempo a vedere Mussolini appeso...Insieme
ad altri piloti avevamo affittato una camera in via Leoncavallo...ironia
della sorte, all'angolo con Piazza Sire Raul.
D. Incontrò mai i partigiani?
R. Già quand'ero a Reggio...li incontrai una sera in
macchina, un Balilla coppa d'oro che era di Villoresi un pilota della mille
miglia. La comprai per 40000 lire, era mantenuta benissimo e rifinita. Quando
Visconti i vide pensava l'avessi rubata o requisita a qualcuno...e
poi l'adoperava anche lui per andare dalla Gianna, la sua ragazza, per non usare
quella militare. Comunque successe così: abbatterono il povero Magnaghi
mentre stava facendo la prova motore su Reggio Emilia e c'era anche una troupe
del giornale Luce. Volevano che facesse anche qualche acrobazia...Magnaghi
è andato su e non ha attaccato la spina della radio; quando stava per
atterrare gli si sono piantati in coda 4 Lighting che gli hanno sparato addosso
e lo colpirono in una gamba. Stava male e, una notte viene da me il dottore:
"Gorrini, è finita la bombola, tu che hai la macchina vai alle Farmacie
riunite di Reggio a prenderne uno..." Prendo
la macchina e vado, arrivo all'altezza del manicomio e vedo una lampada rossa,
era molto tardi, le due o le tre di notte..."Dove vai?"
una voce secca di uno.
Ero in divisa "Vado
alle Farmacie riunite a prendere una bombola..." "E' per quello che
hanno tirato giù?" "Sì" Mi lasciarono passare:
e così tre giorni dopo. A Magnaghi gli tagliarono la gamba, ma la cancrena
lo aggredì e non ci fu niente da fare...
Vede i partigiani che conoscevano il gruppo Visconti, sapevano quello
che facevamo e ci lasciavano in pace.
Fu quella brigata, quella
che uccise Visconti, ad obbedire ad ordini che venivano dall'alto, dal CLN,
in particolare da Pertini e probabilmente anche da Cadorna. Visconti faceva
paura: era un uomo con un carisma eccezionale, un uomo scomodo...
Tornando a Milano, iniziarono le grane, i giorni della Liberazione, torniamo
a casa e troviamo due brutti ceffi...due della Questura. "Dovete
seguirci" Andiamo in Questura e poi di lì a Bresso, in una specie
di campo di concentramento: ne vidi di tutti i colori. Un pezzettino di pane
doveva bastarci tutto il giorno. Ci ha salvato la divisa, perché di notte
quei poveri ragazzi della GNR o della X MAS...si mettevano
dieci partigiani da una parte, dieci dall'altra e il facevano passare in mezzo
e giù con i calci dei moschetti in testa, molti stramazzavano morti dopo
i primi colpi. Oppure aspettavano che uno si recasse a fare i bisogni e dalla
garritta, con una scusa, la sentinella sparava...Sono riuscito
a salvarmi perché ho fatto uscire un biglietto e è venuto a prendermi
una macchina con un blindato, ci hanno portato via in tre. Ci fecero riempire
un questionario e poi, due settimane dopo, ancora due della Questura in casa,
e sta volta finii a S.Vittore. quattro mesi.
Uscii che ero magro, denunciato
al tribunale militare e degradato...me ne fecero di tutte...
Finalmente vado dal giudice, si sparge voce che era un ebreo...A
casa saluto tutti...non avevo soldi per pagare l'avvocato e andai a Milano in
bicicletta, ricordo che l'appoggiai al muro del Palazzo di Giustizia. Un usciere
mi impaurì giuocando sul probabile astio del giudice nei miei confronti,
in quanto ebreo...Busso. Mi fa accomodare e presentandomi come
aviere pilota, ero stato degradato, mi corresse: "Lei è il sergente
maggiore pilota Luigi Gorrini" Apre il mio fascicolo..."A
ma lei è quello del messale..." Io avevo non solo compilato il questionario
che ci avevano dato, ma avevo allegato una specie di memoria: volevo descrivere
tutto quello che avevo fatto, ma tutto. Dubitava sulle mie affermazioni: "Neanche
il Capo di Stato maggiore dell'Aeronautica nazionale Repubblicana può
aver fatto questo!" "Io confermo tutto: è tutta la verità"
Chiude il fascicolo, lo ripone nell'armadio, mi viene vicino e mi guarda bene.
"Vada, vada: ce ne vorrebbero tanti come lei!" Uscii di corsa e travolsi
l'usciere di prima, lui con tutte le sue scartoffie: ho sceso lo scalone e in
bicicletta tornai a casa, così veloce, che se c'era Coppi o Bartali,
non mi avrebbero preso.
Sono tornato a casa e ho dovuto riprendere servizio a Lecce, in quanto istruttore
di acrobazia e poi ancora come assistente al volo, ma era tutto diverso e forse
non interessa più.
D. Può farmi qualche valutazione attuale?
R. Le dirò questo: per darmi la medaglia d'oro ci hanno messo 13 anni,
per voli fatti prima dell'8 settembre!
L'hanno fermata tre volte,
sciogliendo le rispettive commissioni. Alla fine i vari presidenti di commissione
si sono chiesti se erano dei coglioni, dei generali di corpo d'armata coglioni
che decidevano qualcosa che poi veniva fermato. Non contava che io fossi stato
nella RSI, perché la medaglia si riferiva ad azioni precedenti. Il Capo
di Stato maggiore dell'Aeronautica Remondino, prese il generale Via che era
quello che continuava a fermarla: "Se Gorrini merita la medaglia d'oro,
gliela diamo. Se va fucilato per quello che ha fatto dopo l'8 settembre lo fuciliamo."
Taviani era un po' sulle sue e chiese tutta la documentazione, se la studiò
e scrisse di suo pugno la conferma. Per quanto riguarda la promozione, doveva
essere nel 1942, ma siccome ero nella RSI mi fu data nel 1972! Dovevo venire
a casa da tenente colonnello, come tutti quelli del mio corso, e invece mi fecero
venire a casa da maresciallo. Mi danno 2100000 di pensione, una miseria di liquidazione
per 40 anni di voli, la gran parte rischiando la vita in guerra. !
Ma non mi interessano i soldi: ne faccio una questione morale. Non ho figli
e sto con mia moglie, la casa è mia e tutti i miei ricordi vorrebbero
comprarli gli Americani. Ma voglio che rimangano in Italia.
Ma quello che ho fatto allora, con la Repubblica, sono pronto a rifarlo anche
adesso perchè ero convinto di essere dalla parte del giusto. Noi non
avevamo alcun partito, noi difendevamo le città italiane dai bombardamenti
dei liberatori, le nostre case ed il nostro onore. La guerra sapevano tutti
che era persa con El-Alamein ed io l'ho persa due volte: l'8 settembre ed il
25 aprile. Ma ripeto, quello che ho fatto allora...quelle
tonnellate di bombe in meno che abbiamo evitato alle nostre città, questo
è un innegabile merito storico. Io non abbasso gli occhi di fronte a
nessuno, l'ho fatto e lo rifarei. Pensavo però che dopo tutto quello
che successe l'Italia andasse in mano a gente onesta.
D. Come vede il futuro dell'Italia?
R. C'è il rischio che finiamo come la Yugoslavia e l'Albania. Prego Iddio
di sbagliarmi, ma finché si vede certa gente.
Il più pulito ha la
rogna...
La guerra vissuta da Luigi
Gorrini è narrata nel libro "Ali d'Italia-Vespa 2", edito dalla
Società Editrice Barbarossa.
Il testo, corredato di diverse
introduzioni, fotografie, disegni, è acquistabile anche presso gli Aeroclub
di Milano, Vercelli, Bergamo, Vergiate, Casale Monferrato, Gorizia, Udine, Bergamo,
Brescia, Bologna, Mantova, o ordinato a sidielbarrani@tiscalinet.it,