Queste dichiarazioni di Cossiga le condivido e rimarranno scolpite
nella mia coscenza politica per sempre
 
Le mie dimissioni? Un gesto meditato, ha dichiarato Cossiga. "Quando ho iniziato il mio confronto con il presidente della Repubblica, per motivi non di carattere personale sapevo che sarebbe venuto il momento in cui avrei dovuto compiere il gesto che sto compiendo. Ciò comunque non determina un ritiro dalla vita politica. Anche se ritirarsi dal Parlamento, nel quale sono arrivato la prima volta nel '58, non è una cosa facile. Se Lei, signor presidente della Repubblica, non avrà un sussulto di dignità e coraggio, in un forte soprassalto di consapevolezza Lei passerà alla Storia come il 'Presidente Tentenna' o peggio!.
Scrivo a Lei che dovrebbe essere (ma non ne ha il coraggio, perché uomo di coraggio Lei non è mai stato e non è!) il garante della Costituzione e quindi massimamente del Parlamento, che in un regime democratico è l'unico 'sovrano legale', perché rappresentante dell'unico 'sovrano reale' che è il Popolo, e non Lei ne' la magistratura, ne' l'ANM, ne' il CSM. Lei dovrebbe quindi essere anche il garante delle prerogative poste a tutela dei membri del Parlamento: prerogative e non privilegi, perché sancite da una antica e ininterrotta, salvo parzialmente nel nostro Paese, tradizione costituzionale europea e americana a tutela non delle persone individuali ma della libertà ed indipendenza dei rappresentanti del Popolo Sovrano. Mi rivolgo a Lei come senatore e uomo di diritto, io, non certo Lei! Non mi rivolgo a Lei come sarebbe più conveniente e giusto in una buona democrazia, da semplice cittadino, perché dei semplici cittadini, che sono il popolo vero della gente comune, Lei nulla sa e mai di essi ha sentito di far parte o si interessa, salvo che per farsi applaudire scompostamente con smodati sorrisi anche ai funerali, preferendo con la Sua Signora e con la Sua famiglia le barche dei ricchi industriali e le case di radical-chic, di cui Lei è uno dei tipici anche se 'modesti' esemplari!. Mi dimetto contro Ciampi. Ho detto e confermo che non metterò mai più piede al Quirinale e mai più avrò rapporti con il presidente della Repubblica finché Ciampi, che a me tutto deve, rimarrà. Il giorno che lascerà la presidenza della Repubblica, io riprenderò i miei rapporti normali con il Quirinale. Ho deciso che non andrò più neanche alle consultazioni in caso di crisi di Governo: manderò le mie valutazioni, come ex capo dello Stato, per iscritto. Io mi dimetto contro Ciampi perché non voglio trovarmi in imbarazzo e mettere in imbarazzo le istituzioni. Voglio acquistare più libertà. E sia chiaro che non ritengo di essere andato sopra le righe: nei confronti di Ciampi ho detto meno di quello che pensavo. Lui non è un buonuomo, è un pover'uomo. Non è una figura di garanzia e l'opinione pubblica deve essere molto preoccupata, perché ci sono rischi di crisi istituzionale. Del resto Ciampi nulla sa di politica, né di diritto, né di politica monetaria, come dimostra la sua tragica gestione della crisi che portò alla svalutazione della lira. Magistrati irresponsabili. In Italia i magistrati sono irresponsabili. Oggi assistiamo alle assoluzioni di coloro i quali sono stati giudicati dalla Corte di Appello di Palermo i mandanti della strage di Capaci. Alcuni boss mafiosi, per l'errore temporale dei magistrati, sono stati messi in libertà. Di questo, non parlerà nessuno, perché, con l'approvazione del presidente del Consiglio, l'Anm e quell'organo di 'm...a' che è il Csm, e lo dice con cognizione di causa uno che lo ha presieduto per sette anni, fanno l'equazione: autonomia-indipendenza-irresponsabilità. Questa sentenza pone un problema: siamo certi che i mandanti dell'uccisione di Giovanni Falcone si fermino
a Riina? Perchè non andiamo a cercare se, per caso, ci siano dei super-mandanti nella classe politica o istituzionale degli Usa, dell'Italia, dell'ex Urss?". Ha concluso Cossiga in una intervista. Vincenzo Ballarin, Verona.
 
I tempi della giustizia? Muori prima di crepacuore
di Vincenzo Donvito presidente dell'Aduc Associazione per i diritti degli utenti e dei consumatori
 
L'Italia cambia la giustizia peggiora.
Il rapporto annuale Istat 2001, in materia di tempi della giustizia civile, conferma ciò che una associazione come la nostra vive sulla propria pelle ogni giorno. Secondo questi dati, per il giudizio di primo grado, nel sud, bisogna aspettare 2 anni e sette mesi, mentre a nord un anno e tre mesi. Se negli ultimi 10 anni la durata delle cause è aumentata (a livello nazionale, rispetto
ai due anni e due mesi del 1991, si è passati a due anni e tre mesi del 2000 per il primo grado; e da due anni e cinque mesi a due anni e sette mesi per il grado di appello), ci si può consolare apprendendo che nel 2000, per la prima volta, il numero di procedimenti esauriti ha superato quello dei procedimenti ricevuti: le pendenze sono quindi diminuite.
Una situazione passata indenne rispetto al tipo di Governo che abbiamo avuto e a tutti i buoni propositi delle campagne elettorali, dei discorsi ufficiali e del prorompere dei sistemi di organizzazione elettronica e telematica che, appunto, non sembrano aver toccato l'amministrazione e l'organizzazione della giustizia. La giustizia civile, nelle società di diritto e ad economia di mercato, riveste un ruolo determinante, perchè è il banco di prova tra la maturità degli amministratori della cosa pubblica e privata e gli amministrati, utenti o consumatori che siano.
E in Italia, questa è la sua fotografia.
Da cui si evince che se nel nostro Paese sono comparse a ragion veduta associazioni come l'Aduc, per i diritti di quella quotidianità economica e civile che distingue un Paese democratico dal suo contrario, il sistema politico e di governo non è stato in grado di dargli gli strumenti perchè ognuno possa goderne e non solo usarle come muro del pianto contro l'arroganza pubblica e privata. Perchè oggi, di fronte a questi tempi della giustizia, questo è il ruolo prevalente che associazioni come la nostra svolgono. E c'è più di qualcuno che ci sguazza, facendo stracci quotidiani di diritto e buon senso civico, ma dando l'illusione di fare il contrario. Alla fine, però, quando l'amministrato è nudo di fronte alle sue responsabilità, diritti e doveri, si accorge che ha solo questi ultimi. Di fronte alla prospettiva di incertezza (non di giudizio, che è incerto in quanto tale, ma di diritto), anche il più efferato consumatore che crede di aver ragione, è fortemente tentato a far da se' o, come nella maggiorparte dei casi, a lasciar correre. E così si registrano sempre più amministrazioni pubbliche arroganti che, sulla carta
si professano per il diritto anche della punta del capello, nei fatti rendono difficile la vita a qualunque amministrato (dall'applicazione del codice della strada agli uffici del catasto, dalle riscossioni Ici alle tasse e servizi sui rifiuti), tanto il ricorso alla giustizia è una chimera, per giunta costosa, anche e soprattutto per i suoi tempi. Non è la prima volta che ci vien da richiamare il motto che la civiltà di un Paese si riconosce dalle sue aule di giustizia come dai suoi cessi.
E mentre per questi ultimi, quantomeno ognuno può sceglierne uno rispetto ad un altro, nel caso della giustizia (unica e indivisibile) può solo continuare ad essere trattato da suddito.