Gli eurocrati
prescrivono pure come fare culatelli e pizze margherita
L'irresponsabilità della società civile
di
Dino Cofrancesco
Dinanzi al desolante spettacolo
offerto dalla politica italiana, scienziati politici e columnist,
dovrebbero pentirsi di aver celebrato la fine
del vecchio modello liberaldemocratico incentrato sulla rappresentanza. La
politica moderna, era la loro esaltante scoperta, non è più solo questione di maggioranze
parlamentari ma coinvolge gli attori sociali: i sindacati, le chiese, i
partiti, le associazioni, i gruppi di interesse e di pressione,
le piazze. Questo è segno di maturità civile,
significa che le grandi questioni di politica interna ed estera non sono più
riservate ai <labirinti dei politici maneggi> ma oggetto di un grande
dibattito pubblico registrato dai mass media. Sennonché, col passare del
tempo, il compito
di vigilanza dell'opinione
pubblica è diventato un vero e proprio potere di
veto: il pluralismo non costituisce più il fertile terreno che
feconda la rappresentanza, ma il despota
che la priva di ogni potere reale, ne paralizza ogni decisione suscettibile di
ledere interessi di gruppi e di categorie forti. I governi possono
realizzare una parte (ridottissima) dei programmi solo se non pestano i
piedi a nessuno, se lavoratori, studenti, professionisti, imprenditori, e chi
più ne ha ne metta, non si oppongono alle misure prese.
La nostra
<società civile> ha molte ragioni di diffidenza: in
un'economia condizionata dalla politica, (non solo il conflitto di interessi ma da
quell'andazzo per cui erano, e sono, le tessere di partito a procurare
finanziamenti bancari, commesse pubbliche, rendite di posizione etc.), ogni
disposizione può risultare cruciale per il proprio tenore di vita. In
America, come diceva un uomo del popolo a Max Weber, si può sputare in
faccia ai politici giacché le loro decisioni non hanno significative ricadute
sul quotidiano: non è Washington ma Wall Street che decide
al riguardo.
Inoltre, da noi, non vi è un'efficace tutela
dei diritti soggettivi, soprattutto nel contenzioso
tra il cittadino e l'amministrazione
pubblica e, per giunta, quest'ultima ha uno spirito
di corpo solo sindacale: non si considera al servizio del cittadino ma alle
dipendenze del ministro (che può minacciare un'ispezione della guardia di finanza agli imprenditori non
amici......).
Si assiste a un frenetico
moltiplicarsi di fronti antigovernativi: dai sindacati alla giustizia, al
lavoro, dalla scuola alla politica estera. Sembra che tutti siano in guerra
contro un governo ridotto a un domatore di cavalli imbizzarriti che rifiutano
di rientrare negIi alvei costituzionali.
Non si accettano la flessibilità del lavoro, il piano pensionistico, il sostegno
alla scuola privata, la riforma del sistema giudiziario, una linea politica
europeistica difforme da quella passata. Si sono dimenticate le lamentele sulla
lentezza dei processi e sullo stesso reclutamento dei magistrati, le critiche
delle ideologie giudiziarie che conferiscono al terzo potere compiti quasi di
cooperazione alla produzione legislativa, le pesanti ironie sui poteri conferiti
agli eurocrati disposti a prescriverci persino come produrre culatelli e
impastare la pizza margherita, i ritardi del sistema scolastico nel venire
incontro
ai bisogni di un'economia sempre più global, le
insofferenze nei confronti dei sindacati che, da noi, sono forti ed hanno potere
di veto nei settori in cui non ci sono
profitti ma solo perdite (settore pubblico), le richieste di adeguare il nostro
sistema pensionistico e previdenziale a quello europeo etc. Quando qualcuno pone
mano a tutto questo, se è di sinistra, riesce solo ad apportare qualche
ritocco al sistema, se è di destra, rischia di scatenare la guerra civile.
Nel caso di
Berlusconi, il veto a una politica seriamente liberale e liberista (politica, se
si vuole, di destra, che può piacere o
non piacere, ma che una
maggioranza liberamente eletta ha il diritto costituzionale a tradurre in
leggi) trova non poche buone ragioni nelle anomalie e nello stile di
governo del premier. Non pochi provvedimenti varati dal Polo - dalla legge sulle
rogatorie al falso in bilancio - come ha rilevato Francesco Cossiga, pur
non privi di giustificazione nel merito, non sono
stati inseriti in un <piano complessivo di riforma della giustizia>, rendendoli sospetti di nascondere affari privati
inconfessabili.
Non servirebbe a niente prendersela con
l'opposizione, che fa il proprio mestiere - anche
se talora mostra una sconcertante mancanza di senso
del ridicolo. Ciò che spaventa è l'irresponsabilità non tanto della
classe politica quanto della società civile.
Quando alti magistrati, giornalisti,
intellettuali, dirigenti sindacali non esitano suscitare un clima di tensione,
quando indicano nel governo in carica una mina vagante non solo per l'Italia ma
per l'intero occidente, quando parlano della 'linea del Piave' allorché
vengono colpiti interessi di ceto - sia pure di un ceto che si ritiene al
servizio esclusivo dell'interesse pubblico-, quando gli opinion makers lavorano
non per ribaltare l'esito delle urne ma per rovesciare il governo con qualsiasi
mezzo a disposizione, allora, sì, che si ritorna alla logica degli <opposti
estremismi>.
Con queste cattive prove fornite dalla democrazia pluralistica,
occorre ripensare la democrazia rappresentativa che consiste
nel riservare alla decisione
politica ambiti legislativi ben circoscritti ma consentendo agli eletti del
popolo sovrano, entro un quadro costituzionale sicuro e garantito, di realizzare i loro programmi: anche
se sono di destra, anche se possono risultare indigesti a chi è portato a
delegittimare tutto ciò che potrebbe farlo vivere meno
bene. Ricordiamoci che, in una democrazia liberale, è severamente
vietato ledere i diritti ma si può ben incidere sugli interessi.
L'identificazione dei primi con i secondi
potrebbe essere una definizione dell'ideologia, che non sarebbe dispiaciuta al
vecchio Marx. dino@split.it