Il "Popolo di Seattle"? Reazionario e conservatore.

Un ascaro premuroso, docile e fedele

 di Conan il Barbaro
 
A conclusione del vertice dei grandi capi di stato occidentali alcune considerazioni su quanto accaduto
a Genova: Tralasciando le devastazioni e i saccheggi di teppisti e delinquenti ai danni dei cittadini, interroghiamoci sulla natura del cosiddetto "Popolo di Seattle" e sul ruolo che ricopre nel fenomeno globalizzazione. Le analisi di sociologi ed intellettuali vertono sulla natura "antagonista" e "alternativa" del movimento.
Tratteggiato in contrapposizione ai "potenti della terra" dai mass-media, il "Popolo di Seattle" si colloca all'interno di quella globalizzazione che pretende di combattere e distruggere. Infatti, contesta questa globalizzazione-nella fattispecie neoliberista- poiché essa affamerebbe il Terzo Mondo provocando scompensi economici e ingiustizie sociali di intollerabile dimensione ma non contesta la globalizzazione in quanto tale, tout court, invocando una maggiore globalizzazione-dei diritti e delle garanzie-da affiancare a quella economica. 
 Appare evidente la oggettiva contiguità ideologica fra due mondi che- nell'immaginario collettivo- si contrappongono e si fronteggiano.
Una critica seria dei meccanismi globalizzanti deve partire dalla constatazione che le differenze presenti nel pianeta, lungi dall'essere progenitrici di eventi catastrofici o di recrudescenze belliche, rappresentano un patrimonio inestimabile
per il genere umano. Viceversa la globalizzazione procede lungo un percorso unificante che elide-in nome di una presunta pacificazione mondiale-le peculiarità (culturali, etniche, linguistiche, sociali, economiche) proprie dei diversi gruppi umani essendo quest'ultimi di ostacolo alla uniformazione politico-economica che si vuole imporre. In un simile contesto il
"Popolo di Seattle" si appresta ad innervare, sia sotto il profilo ideologico-culturale che sotto quello politico, le dinamiche globalizzanti configurandosi, così, come il miglior alleato per il sistema.
Se il "Popolo di Seattle" si pone come l'attore principale nella tutela delle differenze culturali minacciate dalla globalizzazione, nondimeno esso invoca ed agogna l'avvento della società multirazziale-che di quelle differenze rappresenta la tomba- quale modello perfetto di convivenza sociale.
Se il "Popolo di Seattle" elabora una critica verso il liberismo economico, nondimeno esso si erge a paladino del liberismo sociale (migrazioni, abbattimento delle frontiere, sradicamento, melting pot.).
Lo slogan "consumatore globale no, cittadino globale sì" esemplifica tale contraddizione laddove i processi omologanti che si denunciano in campo economico sono viceversa adottati e ritenuti salvifici in campo sociale.
L'asserita difesa delle specificità etno-culturali di cui il movimento anti-global si fa portavoce scade, in altri termini, in un innocuo e sterile folklore museale che mantiene le apparenze delle diversità ma all'interno di uno schema socio-politico omogeneo e normalizzato.
Pur dichiarando di non riconoscere alcuna legittimità a strutture internazionali (come la Banca Mondiale
o il WTO) in quanto centri decisionali privi di un mandato popolare e svincolati così da ogni controllo esterno ed imparziale,
il movimento anti-global tuttavia si schiera apertamente a fianco delle più importanti strutture globalizzate quali i tribunali internazionali (caso Milosevic), le operazioni di ingerenza umanitaria (guerra in Kossovo), le sanzioni europee contro un Paese membro (caso Haider) il cui governo- liberamente scelto dai cittadini austriaci-minava lo status quo dell'U.E. , palesando così una intima e irrisolvibile confusione ideologica. E in effetti il trionfo della globalizzazione a declinazione giuridica si è reso possibile grazie alla creazione di presupposti teorici, come i cosiddetti "diritti dell'uomo", che il
"Popolo di Seattle" ha fatto propri contribuendo alla loro massiva diffusione e applicazione.
Dal punto di vista politico gli strumenti utilizzati dal movimento anti-globalizzazione denotano poi la drammatica assenza di qualsiasi alternativa credibile al modello neoliberista laddove la violenza, cieca e bestiale, si delinea entro i confini di un ribellismo fine a sé stesso. In questi giorni di battaglia a Genova il circo mass-mediatico si è incaricato di stabilire un paragone fra l'attuale protesta antiglobal e i fermenti del '68:ciò è indubbiamente vero sotto svariati punti di vista.
Come per il '68 la maggior parte dei contestatori appartiene alla medio-alta borghesia, italiana ed europea. Si combatte cioè in nome della povertà e dei diritti dei deboli da una posizione privilegiata e sicura; come nel '68 i metodi della lotta politica sono il ricorso sistematico alla violenza e lo scontro fisico a tutti i costi; come nel '68 dalle contestazioni di massa emergono figure più o meno carismatiche che guidano il movimento e lo strumentalizzano per fini propri; come nel '68 una generazione di ragazzini idealisti rischia di venir gettata allo sbaraglio in prima linea da irresponsabili capi e capetti che rimangono vigliaccamente dietro le quinte; come nel '68 i sedicenti rivoluzionari preferirono sedersi alla tavola del padrone piuttosto che tentare di rovesciarla, così non dovremmo stupirci qualora vedessimo, nei prossimi anni, i protagonisti del "Popolo di Seattle" nel consiglio di amministrazione di qualche banca o di qualche multinazionale.
Per questi motivi il movimento anti-global, lungi dall'essere rivoluzionario, si rivela invece come reazionario e conservatore eccellendo nel ruolo della solerte e zelante ancella della globalizzazione: si contesta, in altri termini, non "il" sistema ma "nel" sistema, godendo dei suoi privilegi, delle sue blandizie, delle sue prebende.
Il modello globale, d'altra parte, necessita di un finto antagonista col quale simulare uno scontro:ciò è utile alla sua esistenza poiché gli offre l'opportunità di mostrarsi attento e sensibile alle critiche del suo presunto avversario, in realtà continuando ad imporsi pervasivamente proprio grazie all'inesistenza di un vero nemico.
A maggior ragione il "Popolo di Seattle" può essere davvero considerato come l'autentico e il più fidato cane da guardia della globalizzazione: un ascaro premuroso, docile e fedele.