"La democrazia non
garantisce uguaglianza di condizioni:
Garantisce solo uguaglianza di opportunità"
(Irving Kristol)
Società Libera: intervista a Piero Ostellino
da il Pungolo.com
UN LIBERALE PER SUA
STESSA NATURA NON PUO’ CHE ESSERE SCOMODO
Piero Ostellino, membro
del comitato scientifico di Società Libera, giornalista e
saggista, ha raccolto in un libro
"Il dubbio"
(Rizzoli, pp. 394,
euro 17,50) - gli editoriali
pubblicati negli ultimi 4 anni sul Corriere della Sera,
di cui è stato direttore,
all'interno dell'omonima rubrica. Si
tratta, come recita il sottotitolo del volume, di riflessioni su politica e
società in Italia da parte di "un liberale scomodo". Tale deve essere il
liberale tout court: abituato a pensare con la propria testa, indipendente nel
giudizio, scevro da preconcetti e lontano da ideologie ingessate e presuntuose.
Sensibile, al contrario, al benessere
dell'individuo e della collettività, che passa attraverso l'affermazione della
loro libertà; attento
a rivedere il proprio giudizio, consapevole - come
ricorda Ostellino stesso - che esistono solo certezze relative esposte
continuamente a confutazione dalle dure repliche della storia. Ecco perché il
liberale, quello autentico, per sua stessa natura non può che essere scomodo.
Abbiamo cercato di approfondire con l'Autore alcuni dei temi trattati nel suo
libro.
-
Nell'introduzione, a proposito del
liberismo - l'applicazione in campo economico
del pensiero liberale - scrive che le aziende che possiedono
una vasta rete di informazioni tecniche hanno il potere di influenzare le
decisioni di governi e parlamenti. Se ciò è
vero, è lecito dire che il liberismo ha prevalso sul
liberalismo?
E' dunque in crisi il
principio dell'uguaglianza delle opportunità,
cardine della dottrina liberale?
“In qualche misura ciò è successo,
e rappresenta la conseguenza della debolezza della politica. Che non è più in
grado di rispondere alle domande della società civile e, dunque, di stabilire
delle regole, valide anche per il mercato.
Non è tanto il liberalismo a essere in crisi,
quanto il mondo politico in generale. Che è in crisi perché è in crisi la
sinistra e ciò che rappresentava, l'idea di progresso in contrasto con quella di
conservazione: non esiste più la competizione tra due diversi modelli di
organizzazione e sviluppo della società, così che la Politica non è più in grado
di affrontare e risolvere i problemi del mondo contemporaneo, compreso quello di
utilizzare il mercato come "mezzo", e non come "fine", per l'affermazione delle
libertà individuali. Ma la Politica è in crisi anche per lo sgretolarsi del
concetto di sovranità, effetto della globalizzazione economica:
il concetto di appartenenza del cittadino a uno
Stato e alle sue regole coincide sempre meno con quello di territorialità; e,
conseguenza ulteriore, molti Paesi hanno una ridotta autonomia rispetto ad
altri”.
- I valori e i
principi del liberalismo in Italia appartengono da sempre a una
minoranza.
Le cause di questo fenomeno sono da
attribuirsi all'influenza del cattolicesimo prima e del
marxismo poi?
“Entrambi hanno certo influenzato, e parecchio, la
nostra cultura politica. Il cattolicesimo ha prodotto in Italia la
Controriforma, senza che, prima, ci sia stata la Riforma. In Gran Bretagna, la
Magna Charta è una realtà da 800 anni.
Lo spirito ecumenico del cattolicesimo fa sì che la
Chiesa pretenda ancora di imporre la propria morale alla collettività, quando,
per un liberale, il giudizio morale attiene
esclusivamente la sfera individuale”.
- Le
idee liberali saranno sempre destinate adessere minoritarie e ad avere cattiva
stampa, in Italia?
“Resteranno minoritarie, perché
il liberalismo chiede molto a se stessi in termini di capacità di critica e
autocritica, meno agli altri. Ma l'uomo tende a essere intollerante, tutto il
contrario di quello che predica il liberalismo, e cioè la
tolleranza”.
- Pierluigi
Battista, nel suo Il Parolaio, dice di
sé: sono un liberale, cioè contro la destra e
contro la sinistra.
Essere liberali significa
questo?
“Io preferisco dire di essere e posizionarmi né a destra e
né a sinistra, ma altrove, dalla parte dei cittadini.
Mi riconosco in una collocazione che vada oltre la
logica degli schieramenti e delle barricate, che superi vetuste ideologie e che
sia portatore di interessi non particolari, ma generali”.
- Nel primo
capitolo, lei affronta la questione della sinistra
riformista. Una sinistra che stenta a decollare,
schiacciata dal massimalismo dei sindacati e
dell'estrema sinistra. Non crede che le
responsabilità maggiori di questa mancata maturazione della sinistra siano da
attribuire, più che ai leader politici, agli
intellettuali d'area e alla cosiddetta società
civile, da lei tanto bacchettata nei suoi
articoli?
“Gli intellettuali di sinistra non parlano e agiscono in
base a idee massimaliste, ma solo ai propri interessi.
Non crederò mai a un Nanni Moretti che fa il
capopolo perché sinceramente preoccupato dal conflitto di interessi; le sue
azioni sono piuttosto dettate dalla preoccupazione di perdere la rendita di
potere accumulata in questi anni grazie a governi "amici"“.
- Nei secolari
rapporti tra Stato e Chiesa, in Italia,
denuncia l'ingerenza della seconda nei confronti del primo in
tutte quelle materie - divorzio, aborto,
contraccezione, procreazione
assistita, ricerca scientifica - che sono
regolate da leggi dello Stato e attengono al libero arbitrio.
E' un'ingerenza da cui è impossibile uscire,
se è vero, come lei sostiene, che la
Chiesa è politicamente trasversale a tutti gli schieramenti
politici?
“La Chiesa è già molto cambiata nel corso della sua
storia, sulla strada di una modernità di dibattito e idee che era difficile
prevedere ancora pochi decenni or sono. Considerate la sua natura e la sua
struttura, ha fatto passi avanti - lo dico sulla base della mia visione laica
del mondo - inimmaginabili. Questo Pontefice ha fatto ammissione di colpa per
certi errori del passato: su Galileo e Giordano Bruno, l'Inquisizione. Certe
prese di posizione di oggi verranno forse corrette in futuro, ma i tempi saranno
molto lunghi: la Chiesa fa il suo mestiere. E' sensibile all'etica dei princìpi,
come ogni autorità religiosa che si rispetti, e dunque non si interroga
nell'immediato degli effetti che essa produce. Ma, essendo anche un'
"organizzazione sociale", è attenta pure all'etica delle responsabilità, che si
preoccupa delle conseguenze pratiche dell'applicazione dell'etica dei princìpi.
Col tempo, è possibile dunque che certe posizioni
assunte oggi possano essere corrette e addolcite, se i loro effetti si
dimostrassero negativi per la società”.
- Il tasso di
liberalismo nel centro-destra è molto più basso rispetto a quanto ci si potesse
aspettare.
Baluardi del pensiero liberale restano
personaggi come Urbani, Martino, Pera e pochi
altri, che ricoprono ruoli istituzionali, mentre troppi, a cominciare dai
padroncini del nord est, tendono a confondere il liberalismo
con l'anarchia. Condivide?
“Sì:
da parte di certi settori dell'economia c'è una legittima tendenza, in qualche
misura semirivoluzionaria, a tagliare quei lacci
e lacciuoli che impediscono il pieno decollo
dell'economia. Ma torniamo al discorso della politica che ha perso il suo
primato;
il capitalismo non è né buono, né cattivo, ma solo
ciò che la politica gli consente di essere.
- Nei suoi
articoli sullo stato dell'informazione in Italia,
lei sottolinea la prevalenza della metodologia della conoscenza
filosofica su quella empirica, di una cultura politica figlia
dell'ideologia e non della razionalità,
dell'osservazione del reale: è una
deformazione impossibile da correggere?
“Sì, perché è figlia della
nostra cultura panfilosofica, in base alla quale il giornalista italiano non si
chiede "come" le cose sono,
ma "perché" sono in un certo modo. Il risultato è
quello di propinare al lettore una visione soggettiva e non oggettiva della
realtà, frutto del proprio giudizio e pregiudizio, dunque distorta. Non è così
che si assolve alla funzione di formare il cittadino-elettore e metterlo in
condizione, se è il caso, di cambiare col voto gli attori protagonisti
dell'agone politico”.
- Per un
liberale è sempre più difficile essere europeista, visto come
l'Unione Europea stia diventando sempre più centralistica e
protezionistica. Condivide?
“La tendenza che si va
affermando è questa: sacrificare le autonomie locali a favore della
centralizzazione del potere, un potere transnazionale. E' in atto una grossa
contraddizione: da una parte, all'interno degli Stati nazionali, si tende a
delegare quote importanti del potere centrale alle autonomie locali, dall'altra
gli stessi Stati nazionali delegano il proprio ruolo a un organismo che li
racchiude e supera come l'Unione Europea. Dove si realizza in maniera massiccia
quella centralizzazione, burocratizzazione e omologazione di cui gli Stati
nazionali cercano di liberarsi. Ecco perché l'Inghilterra, fedele al principio
di sussidiarietà, che riconosce ai singoli Stati il diritto di esercitare quelle
funzioni che la UE non assolve, è restia a entrarne a far parte a pieno
titolo”.
- In un articolo
del '99, scriveva che con il sostegno dato
alla Serbia durante la guerra del Kosovo, l'ex
Unione Sovietica si era giocata la possibilità di diventare
filooccidentale, assimilando dell'Ovest
princìpi e idee.
L'Iraq, e
gli altri Paesi mediorientali, potranno mai diventare
filoccidentali, come vorrebbe l'idea americana
di esportare il suo modello di democrazia in quell'area?
“Gli Stati Uniti non vogliono e non pretendono di
esportare il loro modello di democrazia in tutto il Golfo Persico, ma solo dove
lo ritengono conveniente, per ragioni strategiche ed economiche”.
- A questo
proposito, ha scritto che tra gli scopi della guerra in Iraq
non c'era quello di esportare con le armi la democrazia e il
liberalismo. Dunque, contrariamente alle
intenzioni espresse dallo stesso governo americano,
l'invasione avrebbe, o ha
avuto, l'unico scopo di eliminare Saddam?
“La
destituzione di Saddam ha significato l'eliminazione di una fonte di sostegno al
terrorismo. E' noto che il dittatore iracheno versava denaro alle famiglie dei
kamikaze palestinesi, ed era altrettanto nota la sua capacità catalizzatrice
dell'odio antiamericano del fondamentalismo islamico. E' vero che le armi di
distruzione di massa credute in suo possesso non sono state finora trovate, ma
questa guerra aveva comunque un grande respiro strategico: è servita
all'amministrazione americana a dare un segnale forte ai
terroristi”.
- Il
protezionismo dell'Occidente, soprattutto dei
prodotti agricoli, è spesso alla base di alcune tragiche
situazioni nei Paesi del Terzo Mondo. Eppure sulla stampa
internazionale si imputa all'eccessivo liberismo la crisi dei
Paesi in via
di sviluppo.
Com'è possibile?
“I Paesi industrializzati costano
caro ai Paesi del Terzo Mondo; se il mondo occidentale si aprisse ai prodotti
agricoli dei Paesi sottosviluppati, questi ne trarrebbero indubbio giovamento. E
su questo si gioca anche buona parte della credibilità delle democrazie liberali
e della stessa Unione Europea: entrambe dovranno dimostrare di voler e saper
risolvere il contrasto fra il principio di organizzazione democratico-liberale e
quella di ispirazione capitalistica. Il capitalismo presuppone l'eliminazione
dal mercato del competitore più debole; la democrazia liberale, al contrario,
prevede la difesa del più debole, in campo politico come in quello
economico”.
- Lei sostiene
che l'applicazione dei diritti economici e sociali non può
essere demandata a un'istituzione internazionale che non
esiste, ma alle logiche e alle dinamiche di un mercato regolato
dal principio di correttezza
nei rapporti di scambio tra Paesi
industrializzati e Terzo Mondo. Ma il mercato,
e la sua degenerazione nel turbocapitalismo, possono assolvere
a questa funzione?
“Il mercato è quello che la politica gli consente
di essere. La politica è chiamata a fissare le regole del gioco: che non devono
essere troppe, pena l'ingessamento delle contrattazioni, né troppo poche, perché
darebbero luogo a quell'eccessiva libertà che imbarbarisce i rapporti, non
tutela i soggetti più deboli e sconfina in ciò che chiamiamo turbocapitalismo,
che tutto macina e a volte distrugge. Un giusto compromesso è la via migliore,
sempre tenendo presente che, per un liberale, il mercato è lo strumento che
tende al fine ultimo della piena realizzazione dei diritti
individuali”.
- Nel
'92, oltre alla "rivoluzione
giudiziaria", c'è stata anche la grande
riforma elettorale nata sullo stimolo prodotto
dal referendum promosso da Mario
Segni. Da questa riforma, bene o
male, l'Italia ha visto nascere un bipolarismo
che ricalca quello delle altre grandi
democrazie occidentali. Qual è il suo giudizio a 10 anni da
quella svolta, in un momento in cui molti invocano invece il
ritorno alla proporzionale?
“Il bipolarismo dovrebbe condurre a
forme di bipartitismo, a coalizioni più omogenee di quelle attuali. La riforma
ha dato maggiore stabilità al governo, ma è necessaria anche una revisione dei
regolamenti parlamentari: i correttivi apportati non sono ancora sufficienti,
perché troppi sono ancora i lacci e i veti incrociati tra maggioranza e
opposizione che bloccano l'attività di governo e Parlamento, il primo chiamato a
governare il Paese, il secondo tenuto a controllare che quella del governo non
diventi dittatura della maggioranza. Le vicende politiche italiane sono
purtroppo sempre più l'espressione di un reciproco divieto tra chi ha vinto e
chi ha perso le elezioni, di un'ostinata e ottusa delegittimazione degli uni
verso gli altri e viceversa. Tutto questo mi fa dire che l'Italia sia un Paese
alle deriva, indipendentemente da chi ne tira le redini”.
- Il governo Berlusconi ha affrontato il
problema Giustizia con leggi ad hoc che hanno dato
l'impressione di essere fatte solo in difesa del Presidente del
Consiglio e di Previti. Urge invece una riforma
complessiva. Quali dovranno essere i punti guida di questa
riforma che possano impedire eccessive invasioni di campo del potere
giudiziario?
“Berlusconi ha perso due anni di governo che avrebbe
potuto utilizzare per una riforma della giustizia non più procrastinabile,
perché il nostro sistema giudiziario è fra i meno garantisti del mondo libero.
Il Cavaliere, invece, ha trasformato i suoi avvocati in parlamentari, che hanno
dunque legiferato da avvocati, tutelando i soli interessi del loro assistito e
dei suoi fedelissimi, e non con la testa del legislatore. Si è cercato di
scendere a patti con gli interessi corporativi della magistratura, allungando i
tempi di pensionamento delle toghe, facendo una riforma del Consiglio superiore
della magistratura molto blanda, ma è stato un buco nell'acqua. Quanto alla
separazione delle carriere dei magistrati, dico che sarebbe stato più utile, e
probabilmente risolutivo della questione, separare la polizia giudiziaria dai
pubblici ministeri. Oggi le inchieste sono pilotate in base al fine che il pm si
prefigge: se dice alla polizia giudiziaria di guardare solo nella tasca destra
dell'indiziato, lo faranno. Se gli agenti fossero svincolati dal pm e dunque
dotati di autonomia, guarderebbero in entrambe le tasche”.
- Passiamo al
capitolo terrorismo. Dopo l'omicidio
D'Antona, lei parlò di un terrorismo
settoriale e corporativo. L'omicidio di Marco
Biagi pare confermare la sua ipotesi.
“Certamente. Il nuovo
terrorismo è selettivo, non ha in sé una concezione autenticamente
rivoluzionaria della propria azione,
come accadeva vent'anni fa, quando la lotta armata
aveva un respiro globale e catalizzava e in qualche modo esprimeva il disagio
proletario delle fabbriche. Questi, invece, cercano solo di arrestare il
processo riformistico legato al mondo del lavoro.
Un processo che massimizza le libertà, comprese
quelle dell'impresa”.
- La spaccatura
nel sindacato - Cgil da una parte, Cisl e Uil
dall'altra - avvenuta sulla firma del rinnovo
del contratto
dei metalmeccanici, può in
qualche modo alimentare il terrorismo
“Non credo: sono episodi che rientrano nella
normale dinamica sindacale. Piuttosto, a proposito di involontarie spinte
propulsive a favore dei terroristi, molti politici criminalizza spesso le
dichiarazione di Fausto Bertinotti. Io lo difendo: il suo estremismo verbale
assorbe gran parte delle forze che, altrimenti, sarebbero autenticamente
eversive. Bertinotti mi pare uomo di grande misura e intelligenza: non
criminalizza mai nessuno. Sergio Cofferati, al contrario, ha ecceduto
nell'estremismo per cercare uno spazio politico all'interno della sinistra che
altrimenti non avrebbe avuto. Il congresso di Pesaro aveva sancito il successo
dell'ala riformista dei Ds, rappresentata da Fassino e compagni. Per avere
visibilità, a Cofferati non è rimasto altro che diventare il leader
riconoscibile e legittimato dei girotondini”.
- Lei è stato
spesso critico nei confronti degli eccessi della magistratura milanese negli
anni di Tangentopoli.
Ma è stata tutta colpa dei pm milanesi? La
corruzione dei politici non era arrivata ormai oltre il livello di guardia?
E non ritiene che la colpa maggiore
dell'invadenza del potere giudiziario sia dovuta alla mancata
risposta del potere politico, al non aver affrontato seriamente
il problema della corruzione e del finanziamento della
poltica
“Senza dubbio. Ma quando alcuni magistrati ritengono la
carcerazione preventiva un mezzo idoneo a ottenere la confessione del presunto
colpevole, sposano una concezione medioevale della giustizia che è inaccettabile
per un liberale.
Non credo a un complotto politico della sinistra e
della magistratura contro Berlusconi. Ma, attraverso la propria cultura, figlia
del '68 e l'idea di un mondo come vorrebbero che fosse e non com'è nella realtà,
un gruppo di magistrati ha in effetti messo in piedi una serie di procedimenti
contro l'attuale presidente del Consiglio che sono frutto, anche, di una visione
ideologica dei fatti. Insisto: la politica italiana è sempre più fatta di vuote
parole, "verifica" e "rimpasto", per esempio, e sempre meno di contenuti
aderenti agli interessi dei cittadini. In un mio articolo sul Corriere di
qualche settimana fa, citavo l'esempio dello Statuto dell'economia redatto da
Guido Carli e mai approvato dalla stessa Confindustria. Sarebbe stato uno
strumento essenziale per la regolamentazione di un sistema economico come quello
italiano, capitalistico e protetto dalle tangenti”.
- Ultimo
argomento, l'immigrazione.
Lei parla di un trattamento differenziale tra cittadini italiani e immigrati
nella distribuzione delle risorse e nel godimento dei beni
collettivi, purché lo svantaggio sia tollerabile per chi lo
subisce, dunque per gli immigrati. Come si
realizza tutto ciò?-
“Attraverso un'integrazione per tappe
dell'immigrato, che in tempi brevi non può essere assimilato totalmente al
cittadino.
Questi reagirebbe nella maniera sbagliata, dando
sfogo a forme di razzismo e di sfruttamento del nuovo venuto. L'integrazione e
l'assimilazione devono invece avvenire attraverso passi successivi, fino a
portare agli stessi diritti e doveri del cittadino”.
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