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«Volenterosi Story»: Ombre Rosse Capezzute a Fort Apache e L'assedio di Fort Solferino
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*Radio Rancorosi sul Viale della noia*
Viale del tramonto
Viale del Tramonto
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Nella preparazione del capolavoro Sunset Boulevard - Viale del tramonto è il titolo del film uscito in Italia - alla fine il protagonista scelto dal regista rifiuta il ruolo non volendo amoreggiare con una donna col doppio dei suoi anni ma, Erick von Stroheim che aveva accettato il ruolo di Max, il maggiordomo di Norma, non solo per questioni economiche, fu particolarmente collaborativo riempiendo il collega regista di avveduti consigli.
Norma, la protagonista di Sunset Boulevard, detto anche Boulevard Crepuscule, una donna spaventata dalla vecchiaia che tiene un giovane quasi prigioniero, è come la vera star dello show che stiamo vivendo, star che sta sfruttando al meglio quest'occasione per tornare sulla cresta dell'onda. Questa storia dei Radicali radicosi e rancorosi e di Radio radicale, che si avvia decisamente sul viale della noia, purtroppo, è solo un'altra ciliegina sulla torta di uno dei più famosi colossal mai realizzati sul mondo della politica-cinema. Militari e ragazzi metà prezzo.
In
Viale del tramonto Norma vive attorniata da centinaia di sue fotografie e dalla 16 ore di Radio Radicale afferma che, con l'avvento del sonoro, la politica si è corrotta tanto che durante il congresso di Padova Norma litiga con il giovane ma capezzuto Gills perché quest'ultimo rifiuta le sue angherie mediatiche e in un impeto d'ira lo destituisce. Gills si rifugia alla Camera dove si sta festeggiando il capodanno dell'Ulivo morto e lì incontra Nicola Rossi & Peppino Caldarola, due ragazzi conosciuti al Tavolo dei Volenterosi negli uffici di Markette. Quando Gills telefona a Max per farsi spedire gli effetti personali, Max scopre, con vivo disappunto, che Norma li ha bruciati nella soffitta di Erba e dopo ha tentato il suicidio con l'eutanasia assistita dalla Bonino. Sconvolto Gills si precipita al suo capezzale e mentre Norma detta il Testamento biologico al favorito in corsa, il giovane Cappato, Gills promette che l'amerà, non per sempre, e farà un Sathiagrà di tre ore.
A questo punto però si scopre che Gills conduce una doppia e tripla vita: di giorno con Norma al partito mentre la sera esce di soppiatto per andare agli studios di Markette a scrivere insieme a
Rossi, Caldarola & Tabacci la sceneggiatura per il film «I Volenterosi Boys». E la domenica, tomo tomo, cacchio cacchio, se ne va da Max a Radio radicale a fare la rassegna stampa e la conversazione con militanti e militonti e Norma s'incazza come un Pannella chiede a Max di destituirlo pure da Radio radicale e, senza por tempo in mezzo e manu militari, piazzarci il favorito, l'eterno etereo giovane Cappato.
Quando Rossi, Caldarola & Tabacci confessano il loro amore per il fiero e indomito Gills, e gli chiedono di sposarlo con un
Pacs, il giovane capezzuto rimane turbato e se ne va senza dare una risposta ma intanto Norma scopre il fieto del miccio delle misteriose uscite notturne di Gills e, ormai, al culmine dell'incazzatura e rosa dalla fame, dalla sete, dalle moratorie e dalla gelosia, lo minaccia con una eutanasia procurata. Dopodiché, evitando di comunicarlo a Prodi, a Fassino e a Max, Norma telefona a Rossi, Caldarola & Tabacci raccontando che Gills ha una doppia e tripla vita ma viene interrotta proprio da quest'ultimo che da Fiumicino, via Tavaroli-Ghioni-Telecom, si introduce nel «Radar System» a triplo giro di «Security» che si fanno fra loro Scaramella, Pollari, Abu Omar, Guzzanti e Letta via baco del Corriere e invita i ragazzi a recarsi non ad Arcore e chez Casini ma a Torre Argentina prima, poi a Radio radicale per chiarire l'oscura faccenda dei Volenterosi Boys.
A questo punto, con l'animo straziato e a stomaco vuoto, Gills li lascia dicendo di preferire una vita sfarzosa con Norma piuttosto che con loro.
Affranti i ragazzi se ne vanno in lacrime al
Riformista dove Franchi e Cicero da Empoli li abbracciano commossi. E se ne vanno pure da quei brutti riformisti sfigati dei DS. Subito dopo, Gills si reca in camera sua a preparare mappatelle e bagattelle affermando di voler tornare per sempre al suo paesello.
Norma lo insegue fino alla Commissione Attività Produttive della Camera e gli spara tre palle incatenate di Moratoria sulla pena di morte di Saddam ma all'arrivo della polizia Norma non capisce che cacchio sta succedendo tra il maresciallo della Finanza che intercettava da Novara e l'astuta spia Tobia Pompa venuta dal freddo della Ciociaria, spia «comunista», del Generale Pollari. Quel Tobia Pio a cui danno la caccia, invano, il Copaco e i Telecom Serbija Boys Manfredi & Mellano.
Soltanto quando il fido maggiordomo Max le dice «A' Nooormaaa e sbrigatee! So' arrivati li operatori der teleggiornale!» acconsente a scendere dallo scalone Maroni realizzando così il suo sogno contro quegli strafigati di Montecitorio e quello sfigatone di Epifani:
Il sogno di ritornare la diva acclamata di un tempo e parlare a Radio radicale 24 ore su 24 invece delle 16 previste dall'articolo 18 dello statuto del lavoratori di Radio radicale.
Ma intanto che ti combina il fido Max?
Fumando l'ennesima sigaretta, dal Ponte di comando della cabina di regia di Radio radicale, con la voce rotta dalle troppe Lucky Strike, rantola flemmatico: «Reggo Radio radicale dal 91, forse ho fatto il mio tempo». Tie'!
       Giuliana D'Olcese quota rosa di internet
 
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Giuliana!
Questo tuo articolo (ma è ingiusto chiamarlo solo così) è un'autentica opera d'arte!!! Tanto "sottile" (e corretto) nell'analisi della situazione quanto "grasso" (spassoso) nelle risate che fa' sorgere. Sei eccezionale!!!!
Con rinnovata stima!!! Carlo Sartor
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Brava! Che poesia!
Nel leggerla spero che i Radicosirancorosi non facciano altri scioperi della fame e della sete!....
Graziella
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Grazie! Sei sempre incoraggiante, ce ne fossero tanti come te!
  (,-) gd'o
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Incoraggio tutti coloro che combattono per una società migliore
e, se tu venissi a Napoli, vedresti come stiamo nella m e come vi è bisogno di persone come te!  Coccolo anche tutti coloro che fanno volontariato che faccio anch'io con la musica perchè sto nei Cantori di Posillipo e lavoriamo gratis per amore della musica. Il Presidente Napolitano il 2 Gennaio al nostro concerto è venuto a brindare con noi senza invitare tutti i politici che c'erano e per far loro capire che la politica deve essere meno mangiona e sporca. Vieni a Napoli.
   Graziella
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Radio radicale lava i panni con tutti noi
di Emanuele Macaluso - Il Riformista 17 gennaio 2007
Marco Pannella sa che per tanti italiani "Radio radicale" non è stata solo la radio del Partito radicale, ma una zona franca, un luogo dove è possibile ascoltare tutto e anche il contrario di tutto. A chi fa il nostro mestiere non sfugge il fatto che Marco abbia un rapporto "paterno" con la radio e la usi anche per condizionare gli altri mezzi di comunicazione. D'altra parte per un piccolo ma combattivo partito, che vive grazie a puntuali e forti campagne civili, quella radio è essenziale e vitale.
È dunque uno strumento pubblico e privato. Come i partiti. Ed è giusto che come i partiti riceva un finanziamento pubblico. In questo quadro la rassegna stampa mattutina è diventata, come "Prima pagina" su Radio3, un'istituzione. E il direttore, Massimo Bordin, ne è un interprete fedele. Devo dire che la domenica, quando questo compito gli spetta, Daniele Capezzone lo svolge con mestiere e onestà, da segretario del Pr e ora che non lo è più. Sollevo questo tema perché Pannella ne ha parlato a "Radio radicale", in contraddittorio con Bordin, e non c'è da stupirsi. Se quella radio è di tutti è giusto parlarne pubblicamente.
E se bisogna esprimere un'opinione è bene farlo pubblicamente. E io lo faccio con amicizia.
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Affascinata dallo stile, mi vorrei iscrivere al gruppo dei volenterosi.
   Anna
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Brava!
vai su www.volenterosi.it o invia una email a info#volenterosi.it  (,-) gd'o
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Benvenuto nella Rubrica di Giuliana D'Olcese
Grazie per il benvenuto. Le comunico che ho cambiato indirizzo e-mail ecco il nuovo: ....
Grazie e continui a mandarmi i suoi scritti, mi fanno sempre grande piacere. Distintamente. Adriano Ghezzi
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So, perchè seguo ancora abbastanza fedelmente la politica che i radicali...
sono radicali in tutto, e se qualcosa per loro non quadra, Pannella sproloquia per ore, con il suo periodare complesso e a volte difficile da seguire a causa delle forme sintattiche personalissime. Poichè però non sono solito fare di ogni erba un fascio, riconosco a Pannella che conobbi personalmente  quando mi occupavo attivamente di politica una volontà e una coerenza che pochi dimostrano come lui mettendo in giuoco la loro vita continuamente. Vero è che liti e digiunatori spesso rompono e non poco, ma a volte vanno capiti: per il prezzo che pagano raccolgono proprio troppo poco.
E la voglia di raccogliere si è dimostrata talmente "radicale" da giustificare persino il breve passaggio da Berlusconi. Comunque a volte - quando si è vecchi e un po' rincitrulliti come me, che con la vista che ho non leggo i giornali, si può anche capire fischio per fiasco. Confesso - pur apprezzando molte cose dei radicali - che spesso Radio radicale rompe pure a me, per questo non mi posso dire suo assiduo ascoltatore, ove non si tratti di importanti dibattiti in Parlamento, che quando mi capita ascolto con tutta l'attenzione che la politica che si sta facendo merita. Non rimpiango Berlusconi, su cui ho scritto molta satira, ma non posso condividere molto dell'atteggiamento dei radicali, pur riconoscendo alla Bonino una maggiore chiarezza almeno di espressioni del pensiero che ci comunica.
Caramente, Luigi Melilli
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*Radio Rancorosi sul Viale della noia* è Splendido! Sul nostro blog e di corsa!
Tutto ok? Quì abbiamo dato vita ad un Circolo della Libertà (Brambilla). Prima o poi riusciremo a fare la Rivoluzione Liberale?
Mah, qui liberali lo sono tutti ma poi nei fatti........! e noi continuiamo a provarci. Suggerimenti e contatti su Torino sono bene accetti e importantissimi.
Un saluto Galgano
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La fase 2 dei Volenterosi
di Errico Novi - Cronache de L'Indipendente 18 gennaio 2007
Ripartono da Milano, con una convention. E con un passo appena più felpato. Memori della scomunica ricevuta da Romano Prodi durante il dibattito sulla Finanziaria, i Volenterosi si ripresentano armati di un manifesto, un sito internet e nuove adesioni. All'appuntamento nel capoluogo lombardo il 29 gennaio ci saranno anche gli ultimi arruolati: innanzitutto Chicco Testa, ex presidente dell'Enel e attuale numero uno di Metropolitane di Roma. Con lui il co-fondatore del Riformista ed ex consigliere di Massimo D'Alema Claudio Velardi. La lobby insomma comincia ad allargarsi. "Basta che nessuno ci accusi di voler fondare un partito", avverte Daniele Capezzone che ha lanciato l'iniziativa con l'udc Bruno Tabacci, Nicola Rossi e il curatore della rivista Formiche Paolo Messa. Il rischio di essere messi di nuovo al bando dai leader dell'Unione non è certo scongiurato. Lo ha fatto capire con parole affilate il deputato prodiano della Margherita Franco Monaco: "C'è proliferazione di spiriti volenterosi, che si ritagliano visibilità ostentando spirito bipartisan", ha chiosato il parlamentare ulivista, "ma i vincoli di appartenenza contratti con gli elettori andrebbero rispettati". E' noto che il fronte del dialogo non susciti alcun entusiasmo nel premier, preoccupato di vedere indebolita una coalizione tenuta insieme a stento.
Ma adesso al "tavolo" di Capezzone e Tabacci c'è qualche nome in più. E la presenza di due diessini delusi come Rossi e Velardi dimostra che i Volenterosi possono diventare un'occasione di dibattito aperta a tutti quelli che si sentono soffocare all'ombra della Quercia.
Sul fronte Margherita si registra l'adesione di Pierluigi Mantini, responsabile Professioni nel partito di Francesco Rutelli e relatore della riforma sugli Ordini.
"La prima cosa da chiarire è che le liberalizzazioni vanno allargate a tutti i settori - dice Mantini - altrimenti ci sarà sempre qualcuno, come i tassisti, pronto a fare la vittima". Il parlamentare dielle non si aspetta da Pierluigi Bersani un bis del pacchetto presentato l'estate scorsa: "I Ds in questo momento mi sembrano molto schiacciati sul cosiddetto partito dei sindaci", dice, "e tanto per fare un esempio non mi pare che intendano cambiare le regole del rapporto tra enti locali e imprese private". L'unico altro esponente della Margherita entrato nel tavolo dei Volenterosi è Mario Adinolfi, coordinatore dell'associazione Generazione U, di cui cura anche il blog, ed editorialista di Europa. Si è unito al fronte bipartisan anche il capo della segreteria politica dell'Italia dei Valori, Stefano Pedica: "Dopo Caserta ho deciso di seguire chi, come Capezzone e Mantini, non si rassegna a uno stallo che indebolisce sempre più la coalizione", spiega il dipietrista.
Ora però, incalza un volenteroso della prima ora come Enrico Cisnetto, "dobbiamo darci una linea politica. Non c'è bisogno di diventare un partito, certo: ma come ho sempre cercato di fare con la mia associazione Società Aperta, trovo essenziale definire una piattaforma politica. Altrimenti finiremo per restare un think tank".
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«Volenterosi Story»
E
*Ombre Rosse Capezzute a Fort Apache*
e
L'assedio di Fort Solferino
 
 
Ombre Rosse sul Massacro di Fort Apache con Sfida infernale all'OK Corral
Prologo:
Per il Capitano York l'esercito è la sua grande famiglia mentre per il Colonnello Turner, che cerca ad ogni costo di rivalutarsi sfidando il Capezzuto Capo Cheyenne, è un feudo su cui dominare a capriccio con intorno una truppa di donne che, in quanto a coraggio nello stilare i suoi comunicati stampa, nulla hanno da invidiare alle silenti ed obbedienti Squow di Toro Seduto.
Primo tempo:
Il Generale Turner, retrocesso a Colonnello e automandatosi al comando di Fort Apache, non si rassegna a restare nell'ombra rossa di Nicola Rossi e a Stelle e Strisce rosse e azzurre di Daniele Capezzone. Vuole il suo nome in ditta, La Pannella & Volonterosi Group Srl, impresso a lettere d'oro nella storia degli Stati Generali dei Volentorosi a rischio di macellare partito, galassie di partito, militanti e militonti.
Muoia Sansone con tutti i Filistei: porterà le carte in Tribunale e chiuderà il Partito Radicale.

E massacro sarà.
Secondo tempo:
Mentre nella Valle dei Monumenti perduti della Camera dei Gran deputati Sioux i prodi cavalleggeri dei Volenterosi, nelle mitiche Giubbe rosse e Giubbe azzurre, acquattati e silenti, si tengono pronti a tutto pur di non farsi espugnare dalla Sfida infernale all'OK Corral del Colonnello Turner, il Capo Cheyenne a Stelle e Strisce rosse e blu si incazza, si fa tre canne e un narghilè e gli fa un q come la capanna dello Zio Tom. Prima che il massacro si trasformi in carneficina, il Generale York fa osservare
cinque minuti di assordante silenzio a Radioradicale mentre con lunghi e angosciosi sguardi dalla collina di Fort Montecitorio, dove sono ammassate le retrovie, le mitiche Giubbe rosse e Giubbe azzurre guardano impotenti lo sterminio di militanti, militonti e radicali la cui lealtà al Capo non può esser messa alla prova.
Fine:
No, non tutti gli eroi che le Squow aspettano, in dignitosa e Ministeriale Boninica apprensione, lasceranno la vita nell'impresa assurda del Colonnello Turner.
Ma che fa Pannella?
Dal Bar Ombre Rosse di Piazza de' er Cannarone dove se fa un maritozzo co la crema e minaccia de sposa' la prostituta de Dallas appena conosciuta, telefona a Bordin che sta sparando dal tetto della diligenza di Radioradicale il più liberatorio Arrivano i Nostri! della cavalleria dei Volenterosi con tanto di tromba che azzera la carica del cellulare martirizzato da Pannella ogni volta che il paziente, mitico, Bordin, o l'ombra domenicale capezzuta di Capezzone, stanno a fa' la rassegna stampa.
Ma perchè Pannella telefona a Bordin?
Per impugnare i microfoni e sferrare l'ennesimo assedio a Fort Solferino con l'ennesimo cazziatone a direttore e vice del Corriere della Sera rei di dare «visibilità» a Volenterosi e Capezzone e meno a lui. E colpevoli, sopratutto, di non propagandare, nonostante i suoi tampinamenti quotidiani e domenicali, i Volenterosi come organo militante e militonto della «Galassia» del Partito Radicale. Tutto qua.
«Ombre rosse» e «Il massacro di Fort Apache», due film capolavoro di John Ford.
      Giuliana D'Olcese già membro eletto del Comitato Nazionale Radicali Italiani
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Cara D'Olcese hai capito turtto, come aveva capito Adele Faccio
Adele Faccio che fu Presidente dei Radicali, negli ultimi anni si era totalmente distaccata dal partito pur essendone stata una storica e appassionata sostenitrice di tutte le più importanti battaglie radicali come il divorzio e l'aborto. Ma, già da tempo, non condividendo i metodi di conduzione del partito che Pannella egemonizza da troppo tempo uccidendolo e dandone le colpe ad altri come a Capezzone, la Faccio pur di distaccarsi da Montecitorio e dall'eterno leader Pannella, non partecipava ad alcuna manifestazione radicale. Adele Faccio nella sua ultima intervista disse di Pannella: "Pur volendogli un gran bene non lo capisco più. Il grosso problema è che Marco è convinto di quello che fa, mentre noi non siamo più tanto convinti di quello che fa lui".
Radiocale rosapugnista sconsolato.
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*Ombre rosse Capezzute a Fort Apache*
Che bel pezzo!
Nello immaginifico correlato a storie passate e soprattutto dolorosamente veritiero. Quanto è leggero e adorabile il mantello del generale in capo e quanto fa male staccarselo di dosso! Questo tuo più che una narrazione è un affresco un po' lugubre, ma quanto vero!
Una volta erano i figli della Balena Bianca ad usare la minaccia del "passare al tritacarne". Chi avrebbe immaginato che anche la sinistra e la parte che sembrava idealmente più pura e disinteressata e più pronta al sacrificio a superare lo stadio estremo dei balenieri?
Ma io ci sono abituato: due volte sono dovuto uscire dal PSI e alla fine dovetti lasciare anche il direttivo provinciale di Rieti della CGIL.
Che tristezza... ma so di certo che anche il tuo come il mio animo non cambiano. E il "sol dell'avvenire" alla fine sorgerà, contro le camarille e le pastette, contro le invidie e le contese, che lacerano chi davvero lavora e a sue spese e pericolo. Il tuo pezzo m'ha commosso. Grazie!
Il "Sol dell'avvenire" non è, non può essere un miraggio da sognatori. Luigi Melilli
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Volenterosi, Pannella attacca: Capezzone non ci rappresenta
di L. Sal. Corriere della Sera 6 febbraio 2007
Per partire di nuovo alla carica, Marco Pannella sceglie la tradizionale chiacchierata della domenica sera con il direttore di Radio Radicale, Massimo Bordin.
Nel corso della trasmissione, Pannella ha spiegato il senso della lettera aperta in cui il partito accusa di «pregiudizio antiradicale» il tavolo dei volenterosi, cioè il gruppo di politici e intellettuali di vario orientamento politico che da qualche mese lavora ad una serie di riforme economiche da proporre al Parlamento.
Ai volenterosi hanno aderito diversi radicali ma «in nessun caso e in nessuna sede - si legge nella lettera aperta, firmata da tutti i dirigenti del partito - nessuno di voi menzionava l'esplicito sostegno radicale». La vicenda rischia di trasformarsi nell'ennesimo capitolo della guerra fra Pannella e Daniele Capezzone che proprio ieri e  arrivato al decimo giorno di sciopero della fame per protesta sulla vicenda dei seggi non riconosciuti al Senato alla Rosa nel pugno. Il giovane ex segretario dei Radicali, accusato dal vecchio guru del partito di eccesso di protagonismo, è tra i promotori dei volenterosi. Ed è proprio a lui che Pannella si rivolge quando ai microfoni della radio dice:
«Noi non abbiamo mai delegato burocraticamente a una persona la rappresentanza di tutti noi. Spero che questo faccia riflettere tutti quanti noi, anche Daniele».
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I radicali ai Volenterosi: Avete pregiudizi su di noi
 Corriere della Sera 5 febbraio 2007
«Cari Paolo Messa, Daniele Capezzone, Nicola Rossi, Bruno Tabacci». Comincia così la lettera aperta che i radicali hanno inviato al gruppo dei «Volenterosi» per denunciare un «pregiudizio antiradicale» nell'iniziativa. La lettera ricorda l'adesione al sito dei Volenterosi da parte di Marco Pannella e altre figure di rilievo del partito, come la segretaria Rita Bernardini e Marco Cappato. Per giorni, si legge, le registrazioni non sono apparse sul web. E ora che «compaiono tra tante altre», i radicali avvertono: «II pregiudizio anti-Partito Radicale è un virus di regime diffusissimo e micidiale. Ci auguriamo di evitare che permanga questo riflesso, almeno fra di noi».
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Comunicato stampa 21 gennaio 2007
Giù gli artigli «autopromozionali» dai Volenterosi!!
Prima ancora dell'esordio ufficiale del «Tavolo dei Volenterosi», che si Terrà il 29 gennaio al Teatro Angelicum di Milano, tavolo trasversalissimo che vede in campo un agguerrito drappello di studiosi e opinionisti dell'economia assieme a politici di qualità di destra, di sinistra e di centro, testa d'ariete che punta alle Riforme necessarie al Paese, e formazione che si distingue per i contenuti, non come contenitore partitico, si protendono mani adunche, «autopromozionali», fuori luogo e fuori tema,
tese a ghermire il «Tavolo dei Volenterosi» in una stretta mortale che, qualora si realizzasse, lo destina sicuramente ad una sorta di aborto procurato ad hoc.
Se il «Tavolo dei Volenterosi» vuole vivere e proliferare tra la società innovativa e produttiva, operando quindi come propulsore di nuova energia e spinta della parte del Paese proiettata al rinnovamento, si guardi bene dal farsi annettere a partiti, o all'interno di «galassie» e «soggetti politici» di partito sia di destra che di centro che di sinistra. Se ciò, malauguratamente dovesse avvenire, il vasto e libero movimento d'opinione che può nascere attorno a questo soggetto distinto dai soliti frustri ed estenuati contenitori politici, come sono oggi i partiti, il «Tavolo dei Volenterosi», ghermito e impiccato ancora nella culla, soccomberà sul nascere.
Non è un azzardo ipotizzare il fuggi fuggi generale da questa neonata formazione che tanta curiosità, stima e speranze suscita in un panorama squallido e deprimente com'è la attuale politica italiota.
La prima a ritirare la convinta ed entusiastica adesione data al «Tavolo dei Volenterosi» sarei io. Giù gli artigli dai Volenterosi quindi. info@volenterosi.it
Dopo la rassegna di troppi colossal del passato, non vorremmo assistere, anche, alla riedizione di Biancaneve e i sette Nani con Biancaneve ghermita dalla strega.
   Giuliana D'Olcese già membro eletto del Comitato Nazionale Radicali Italiani
, Giù gli artigli dai Volenterosi!!
Buon Giorno Giuliana,
ecco finalmente un'iniziativa condivisibile, auspico che le tue energie possano contribuire al successo e alla realizzazione dei punti in agenda del nuovo gruppo di pensiero. Grazie ancora per l'aria fresca che distribuisci con le tue e-mail.
Ciao, Vittorio
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Caro Vic, penso proprio che nello squallidissimo e piatto panorama politico questa novità dei Volenterosi possa portare (se non ci si mette di mezzo Pannolone....) davvero aria fresca nelle stantie stanze del demì potere. Quindi l'iniziativa va sostenuta e come, e sperando che non si guasti per strada. Ciao gd'o
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Non sbagli un colpo!
Cara D'Olc, hai il fiuto di un lupo antidroga! Le tue previsioni si rivelano sempre in linea, in grande anticipo e quando nessuno avanza sospetti sulle mosse dei nostri politici, perchè non ti presenti alle elezioni? Spopoleresti. Ciao, davvero ottimissimo lavoro il tuo. Carloalberto Brion
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*Giù gli artigli dai Volenterosi!!*
Formulo i migliori auguri per il tavolo dei volenterosi, per il quale faccio tifo, non potendo ala mia età e con i miei acciacchi, fare altro di positivo. Auguri, auguri, auguri! Questa Italia non può continuare a sopravvivere decentemente nello stato in cui si trovano ci vuole uno schiaffo e qualcuno che dica agli attuali partiti discorsi su tutto e con le idee da contrattare il celebre epigramma di un mio professore (celebre per me, ovviamente, che lo ricordo a distanza di sett'antanni) eccolo:
E ce li avete rotti gli a priori, ma una pedata voglio darvi igienica di solenni pedate a posteriori.
Luigi IV°
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Ho assistito alla conferenza, purtroppo non mi hanno convinto.
Tanti argomenti, buoni propositi, però mancavano di mordente. In platea le solite facce consumate e mummificate...
Un saluto Paolo.S
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*****Tutti Rossi a 5 Stelle*****
A che servono i volenterosi
di Dario Di Vico Corriere della Sera 30 gennaio 2007
A scanso di equivoci: il club dei Volenterosi, il raggruppamento di personalità di entrambi gli schieramenti nato lo scorso ottobre, rappresenta nel mare della politica italiana soltanto una goccia. Il successo dell'iniziativa milanese di ieri, per quanto incoraggiante, non modifica questo dato e i primi a saperlo sono i promotori che avevano sapientemente evitato di dare al meeting un orientamento antigovernativo. Una scelta fatta prima ancora che la lenzuolata liberalizzatrice ridesse smalto alle azioni dell'esecutivo. Ma stabilite le debite proporzioni e concesso ai Cesare dell'uno e dell'altro Polo quel che i numeri testimoniano, va detto con altrettanta franchezza che la politica e l'economia italiana hanno bisogno dei Volenterosi.
Ci sono illustri precedenti di forze minori che unitesi attorno a un simbolo o a una rivista hanno avuto la capacità di ridare sale a una minestra politica che aveva perso sapore. In diversi e fortunati casi le loro idee hanno saputo contaminare le formazioni più rappresentative e determinare così importanti processi politici.
Dal piccolo al grande. L'azione dei Nicola Rossi e dei Capezzone, dei Polito e dei Messa serve anche a rivitalizzare lo stanco bipolarismo italiano che finora si è rivelato centrifugo, visto che ha finito per esaltare la rendita di posizione delle estreme, la Lega nell'esperienza del governo Berlusconi e Rifondazione in quella di Prodi.
Con i Volenterosi è partito un processo opposto, centripeto.
Il confronto dentro e tra i Poli (che a nostro avviso devono restare distinti e governare alternativamente) torna a giocarsi al centro come tutti i manuali di scienza politica insegnano che succede nel mondo e come purtroppo in Italia, da quando è stato riformato il sistema di voto, ancora non è avvenuto in forma compiuta.
Tengano duro quindi i Volenterosi e non misurino i loro successi con l'altalena dei consensi dell'inquilino di palazzo Chigi. E' singolare infatti che quando Prodi «strappa» con la cultura politica egemone nella coalizione, quando cambia agenda e sostituisce la libertà economica all'elogio della proprietà pubblica le sue azioni si impennano riuscendo addirittura ad aprire contraddizioni dentro la Casa della Libertà. Lo si era visto già al tempo dei taxi e si sta ripetendo in questi giorni.
Qualcosa vorrà dire. Segnala un orientamento dell'elettorato che sarebbe un errore non tenere in conto in vista delle amministrative di primavera.
Per i Volenterosi questo trend rappresenta la conferma del loro ruolo e un implicito invito a proseguire l'azione lungo tutta la durata della legislatura. Se poi si ha voglia di volgere lo sguardo oltre le Alpi si vedrà che il piccolo exploit dei Volenterosi segnala una tendenza politica che sta caratterizzando il confronto in alcuni Paesi-chiave dell'Europa. In sintesi potremmo definirla come l'importanza dello spazio politico lib-dem, quel luogo dove la rappresentanza degli interessi delle classi medie si intreccia ad alcuni temi come la riforma del welfare, un fisco meno esoso e la rivisitazione di modelli stato-centrici.
Le forze europee del centrodestra si stanno muovendo con piglio in questa direzione, si sono lasciati alle spalle le tentazioni populiste e i risultati danno loro ragione.
La vittoria in Svezia, il favore con il quale si guarda alla rimonta di David Cameron in Inghilterra, la discontinuità di Nicolas Sarkozy rispetto al modello gollista e ovviamente il successo di Angela Merkel, che pure guida un governo di grande coalizione, sono tutti episodi che paiono confermare la stessa tendenza.
I riformisti della sinistra italiana farebbero bene a tenere gli occhi aperti.
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Il manifesto dei volenterosi «Ma non saremo un partito»
di Fabrizio Ravelli, Rodolfo Sala - La Repubblica 30 gennaio 2007
Prima uscita pubblica dei «volenterosi», dopo la partenza non bruciante del tavolo bipartisan che nelle intenzioni avrebbe dovuto correggere la Finanziaria. Nell'affollatissima aula magna dell'Angelicum, si ritrovano Daniele Capezzone e Bruno Tabacci, Nicola Rossi e Antonio Polito, Savino Pezzotta e Paolo Cirino Pomicino. Per annunciare non la nascita di un nuovo partito, ma (Tabacci) il «tentativo di spostare a centrocampo il buon senso e l'interesse comune, lavorando ciascuno nel proprio schieramento, anche se non gli piace». Ascolta e dice la sua un vasto parterre di economisti e addetti ai lavori (Francesco Giavazzi, Pietro Ichino, Enrico Cisnetto) che, in sintonia con i promotori del convegno, insistono sulla necessità di riformare profondamente il welfare e la pubblica amministrazione. E di percorrere con un passo assai più deciso la strada delle liberalizzazioni.
Il piatto forte lo serve Capezzone, con una serie di proposte da trasformare in iniziativa parlamentare. La prima riguarda il sistema previdenziale: «Meno pensioni, più welfare». La premessa è che oggi solo una piccola parte dei lavoratori licenziati gode di qualche forma di tutela. Bisogna dunque sostituire quelli che Capezzone definisce «i miseri ammortizzatori sociali esistenti» e introdurre al loro posto «un ammortizzatore unico di un anno, con un'enorme estensione della rete di welfare».
Dove si prendono i soldi? Si alza l'età pensionabile: parificazione tra uomini e donne per le pensioni di vecchiaia (65 anni), e questo aumento dev'essere spalmato su cinque anni. Per quelle di anzianità, la proposta è uno «scalino» aggiuntivo dal 2009, ma senza toccare lo «scalone» di Maroni. La seconda proposta riguarda il lavoro occasionale di tipo accessorio (categoria  introdotta dalla legge Biagi) e ha come obiettivo il miglioramento dei servizi alle donne che lavorano, l'emersione dal lavoro nero e la diminuzione dei costi di gestione dei Comuni, oltre che delle aziende, che fornirebbero ai dipendenti voucher da spendere come salario a baby-sitter, badanti o altre figure da lavoro occasionale.
Terza proposta: detassare il lavoro straordinario, «perché in Italia abbiamo maledettamente bisogno di lavorare di più». Il motto dell'associazione è «il riso non si cuoce con le chiacchiere», che garantiscono sia un proverbio cinese. La platea un misto di vecchia politica (De Michelis, Pomicino, Pillitteri, Del Pennino), economisti-suggeritori (Giavazzi, Ichino, Alesina, Kostoris, Piga), liberal trasversali (Debenedetti, Nicola Rossi). Moderati da Paolo Messa, uomo dell'assente Follini. Il clima, quello di una cosa che nasce, non si sa dove andrà a parare ma risulta eccitante. La battuta più feroce, quella di Davide Corritore: «Ci siamo tutti, noi D'Alema Boys, almeno quelli che non hanno deciso di fare i soldi».
L'intervento più atteso è quello di Tabacci, il solo politico di peso a rappresentare l'opposizione parlamentare: «Non era sulla Finanziaria che potevamo giocare questa partita, perché sapevamo dall'inizio che il governo avrebbe messo la fiducia». Adesso si può, «e il nostro obiettivo non è fare un gioco di parte, ma far ragionare in modo onesto chi ci sta vicino nei due schieramenti». Savino Pezzotta condivide la proposta di Capezzone sull'innalzamento dell'età pensionabile: «Se serve a mettere in campo nuovi ammortizzatori sociali, va bene e va perseguita con decisione». Ci tiene anche a prendere le distanze da un altro slancio capezzoniano, raccolto da Chicco Testa: il bisogno «di un fatto, di un evento simile alla marcia dei 40 mila della Fiat, ma stavolta degli esclusi». A Pezzotta mette l'orticaria: «Guardate che quella non fu una rivoluzione». L'ex leader della Cisl sposa in pieno anche la proposta di Polito di mettere mano alla pubblica amministrazione, introducen-do criteri di responsabilità e meritocrazia anche per i dipendenti dello Stato e creando una authority alla bisogna. Filippo Penati assiste compiaciuto: «Sono favorevole a tutto ciò che porta a un bipolarismo mite, superando un certo bipolarismo di guerra. Si può partire dalla ricerca di soluzioni comuni ai problemi che stanno a cuore al Paese».

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Capezzone di volenterosi ne vorrebbe quarantamila
di Marco Alfieri Il Riformista 30 gennaio 2007
Anzitutto, la platea. Il refettorio di Sant'Angelo alla Moscova è stipato e strapieno. A volo d'uccello, oltre al plotone dei willing, s'intravedono Michele Vietti, Giorgio La Malfa, Paolo Cirino Pomicino, Chicco Testa, Gianni De Michelis, Giorgio Gori, Filippo Penati, Mauro Del Bue, Antonio Del Pennino, Marco Pannella...
Ma c'è anche molta gente in piedi, accalcata. E c'è un caldo infernale, fuori stagione. Certo la location è un po' piccola, ma è innegabile che la prima uscita pubblica dei volenterosi, a Milano, probabilmente la città più willing d'Italia e dove la sinistra e il riformismo soffrono di più, abbia centrato l'obiettivo.
Probabilmente Daniele Capezzone cioè la vera testa politica di questa operazione (insieme a Bruno Tabacci), enfatizza un po' troppo quando parla di «straordinario successo», e tuttavia se si guarda appunto la platea - tantissimi ex socialisti della diaspora, tanti medi imprenditori, tanti addetti ai lavori anche, ma soprattutto un pezzetto di quel ceto ambrosiano mezzano, terzista, in cerca di rappresentanza da tanti anni - emerge chiaramente come l'uscita dei willing tocchi una corda sensibile del sistema Italia e della sua difficile modernizzazione. Come dice Nicola Rossi, uno dei quattro depositali del brand (insieme a Messa, Tabacci e Capezzone).
«Noi non vogliamo fare un partito né un movimento, ma essere l'espressione di un problema». Insomma «un utile contributo di idee e di stimolo per il governo", chiosa la ministra diellina Linda Lanzillotta, «a patto però che si eviti confusione di ruoli tra maggioranza e opposizione». In soldoni: che non si apra una stagione di trasformismo, è il Lanzillotta pensiero, quasi a ricordare a tutti la cruda congiuntura politica di bipolarismo sigillato in cui il paese naviga da parecchio tempo e, in cui, sarà probabilmente costretto a navigare almeno fin alle prossime Europee (2009). Il che rende ardua l'applicazione del cosiddetto Teorema Tabacci, snocciolato anche ieri pomeriggio: «è importante - dice l'esponente Udc - che ci siano persone che vogliano impegnarsi senza un «vincolo di mandato». Se una riforma va fatta, questa deve essere votata in base solo all'idea dell'interesse generale del paese». Già.
Detto questo, per dirla ancora con Lanzillotta, è chiaro che l'uscita di ieri pomeriggio «ha riunito comunque alcuni dei migliori cervelli della cultura riformista».
Ad esempio: come non essere d'accordo con il professor Giavazzi quando dice che «bisogna spiegare bene che le liberalizzazioni vanno a vantaggio dei più deboli, dei poveri e dei più giovani. Che quando si fa la riforma del commercio e diminuiscono i prezzi nei supermercati, si aiutano le famiglie più povere. E che rendere più efficiente l'università aiuta i giovani ed è una cosa di sinistra». Ecco: «bisogna spiegare che le liberalizzazioni sono di sinistra». O con un Franco Debenedetti quando chiede che «le regole delle opa rimangano come sono adesso, altrimenti con la scusa dell'italianità si finisce per proteggere le rendite di posizione.
Così come è sbagliato che Snam rete Gas rimanga com'è ed è sbagliato anche che la Cassa depositi e prestiti partecipi al fondo per le infrastrutture».
Giusta, inoltre, anche la scelta di far chiudere il convegno dall'ex leader cislino Savino Pezzotta, «che non è un parlamentare, quindi è meno targato", ragiona uno dei willing, «conosce bene il nord, è un sincero sostenitore della sussidia-rietà», che da quel che si capisce vuole essere un po' il marchio di fabbrica dei volenterosi.
E poi ieri pomeriggio ha pure rotto un mezzo tabù sindacale, Pezzotta, dicendosi assolutamente «d'accordo con l'idea di aumentare l'età pensionabile per finanziare il welfare». Anche se tutti gli interventi, o quasi, alla fine sono apparsi tecnicamente ineccepibili, molto spesso sacrosanti, ma per lo più politicamente spuntati.
Nessuno è stato in grado di spiegare come sia possibile realizzare quegli obiettivi dentro questo sistema politico ed elettorale. Quasi si trattasse di una variabile ininfluente, rispetto alle riforme da fare, dal welfare alle liberalizzazioni, al pubblico impiego. In questo senso, se proposta politica in senso stretto c'è stata, è quella fatta da Daniele Capezzone, che nel suo intervento ha lanciato l'idea di «una nuova marcia dei 40 mila per costringere la politica a varare la riforma delle pensioni.
Cioè un evento fisico e insieme di fortissima carica simbolica come fu quella marcia, che segnò uno spartiacque, un cambio di stagione».
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Osservazioni critiche
di Nicola Rossi - Corriere della Sera 8 gennaio 2007
Conviene partire dalla sera dell'ultimo dell'anno. Conviene partire dalle parole del Capo dello Stato sulla distanza fra la politica e la società e dal suo invito agli italiani a colmare quella distanza, a tornare a guardare alla politica non più come altro da sé. E dal corrispondente invito alla politica a dare di sé un'immagine tale da giustificare una ritrovata fiducia da parte dei cittadini. Parole sante, come si dice. Ma, sia detto con il massimo rispetto per chi le ha pronunciate, forse anche parziali.
Perché il punto non è tanto - a mio modestissimo parere - quello del rumore della politica (che, sia chiaro, c'è ed è spesso molto sgradevole) ma quello, assai più serio, della qualità della politica che quel rumore sottende. Una qualità che porta oggi gli italiani non già all'irritazione e all'invettiva ma all'indifferenza.
A considerare la politica come un peso di cui non è possibile liberarsi ma che, appunto, è solo un peso. Fastidioso e spesso ingiustificato. Ma prima di affrontare quel punto, una premessa è essenziale, a scanso di equivoci. Chi scrive pensa non solo, come si dice con una punta di retorica, che i partiti sono uno strumento essenziale della democrazia, ma che la politica si fa, in primis, dentro e con i partiti. Comprendendone il ruolo, interpretandone i rituali, rispettandone le forme, ricordandone la storia, percorrendone tutte le articolazioni. Tutte attività non sempre gratificanti e a volte anche un pochino noiose ma senza le quali non si comprende, al tempo stesso, la durezza e la ricchezza della politica. E chi scrive ne è tanto convinto che nel 2001 - memore della indicazione di Mitterrand ad un noto intellettuale francese del suo tempo - non ha chiesto di essere candidato a Siena o a Modena (nessuno si offenda, per favore, ho fatto solo due esempi) ma in un collegio meridionale saldamente tenuto da parecchi anni dagli avversari.
Ciò detto, torniamo alla qualità della politica. Allentatosi il vincolo della ideologia, la politica è oggi più di tante altre cose, credibilità.
Credibilità della classe politica nel suo insieme e credibilità dei singoli che fanno politica. E una politica credibile è quella che crede in quello che dice ed in quello che fa, o che cerca di fare. E' tutto qui il dibattito sul riformismo che andiamo facendo da qualche tempo o, meglio, da qualche anno. Non riguarda solo i risultati - che pure sono piuttosto magri - ma la convinzione che dovrebbe animare i protagonisti di quel dibattito. Cosa pensereste di un grande manager che oggi indica nel mercato cinese una opportunità da non mancare e promette, di lì a qualche tempo, di sbarcarci in forze e poi, qualche tempo dopo, vi dice che sì, poi, in fondo, il mercato cinese non è così importante?
E cosa pensereste di un leader politico che a novembre annuncia urbi et orbi che per marzo il paese avrà messo un punto fermo sui temi della riforma previdenziale e poi a gennaio conclude che, in La citazione fondo, la cosa non è poi così urgente? Non pensereste quello che pensano molti italiani?
E, gentilmente, non si tiri fuori l'argomento francamente un po' deboluccio relativo alle difficoltà entro le quali quotidianamente si muove la politica.
Alla fatica - che c'è, lo sappiamo - della costruzione politica. Alla incertezza degli esiti: sappiamo anche questo, si può vincere e si può perdere.
Il punto è un altro: da una classe politica si chiede - avrei voluto scrivere, si pretende - che spenda il proprio tempo a pensare come evitare o superare quelle difficoltà.
La politica - mi si perdoni la franchezza - non è pagata per raccontare ai cittadini gli ostacoli che incontra giorno dopo giorno ma per superarli. Se ne è capace.
E se non ne è, per lasciare ad altri la possibilità di provarci. Le difficoltà in cui si dibatte, giorno dopo giorno, l'odierna azione di governo sono il frutto malato di cinque anni di opposizione in cui - anche grazie a qualche editoriale domenicale non sempre illuminato - non un solo giorno è stato speso per costruire la cultura e le condizioni che sarebbero servite a governare e non è lecito, oggi, usare quelle difficoltà come un'attenuante. (E l'argomento vale, mutatis mutandis, per il governo della passata legislatura.)

Si è seminato male e quindi si raccoglie poco.
E si è seminato male perché non si credeva fino in fondo in quel che si diceva di voler fare. Una politica credibile è una politica che rischia e che si assume responsabilità. Che si espone al pericolo di perdere perché solo così si vince. Che non trasforma un grande progetto politico come quello del Partito democratico - evidentemente difficile e rischioso - in un piccolo espediente tattico. Per quel pochissimo che capisco di politica mi sembra di poter sommessamente dire che non si costruisce un partito con un solo punto nell'agenda: consolidare gli equilibri esistenti. Politici e di potere (benedetti intellettuali! continuo a non riuscire a non tenere separate le due cose). Vedere per credere come, a livello locale, si vanno preparando i prossimi congressi. In molte regioni d'Italia (almeno una la conosco piuttosto bene) l'attività politica oggi prevalente è quella relativa alla attenta allocazione delle tessere ed al relativo "traffico". Perché il congresso non comporti il minimo rischio. Perché tutto sia noto e definito in anticipo. Perché le minoranze non manchino e le maggioranze siano definite per residuo. Nulla di nuovo e tanto meno di sorprendente. Lo si faceva anche negli anni d'oro della Prima Repubblica.
Per quel che ricordo, spesso con più stile e certamente con più fantasia. Il punto grave è che tutto questo accade non già in vista di congressi di routine ma addirittura nella prospettiva di scelte che dovrebbero cambiare il modo stesso di essere della politica italiana. Che dovrebbero chiudere una transizione (che, ovviamente, non a caso è infinita). Come si può - lo chiedo a Michele Salvati - contemplare senza battere ciglio una abdicazione della politica di questa portata?
Come si può, con il sorriso sulle labbra, esporre il sistema politico italiano - prima ancora che alcune sue parti - a pericoli fin troppo evidenti, perché partiti così sono costruiti sulla sabbia e possono scomparire al primo risultato elettorale non troppo esaltante, lasciando dietro di sé - e nel migliore dei casi - solo macerie?
Come si può non vedere che l'Italia cresciuta, economicamente e socialmente, nell' ultimo quindicennio di un partito costruito su basi culturali e politiche così fragili non saprebbe che farsene e cercherebbe altrove le risposte alle proprie domande?
Se il Partito democratico fallirà - mi rivolgo ancora a Michele Salvati - non sarà a ragione di subdole ed infide iniziative trasversali (e, sia detto per inciso, è più subdolo ed infido discutere con Bruno Tabacci di pensioni o trattare sulla legge elettorale con Roberto Calderoli?), ma sarà a causa della mancanza di coraggio di chi pensa che il rischio sia pane quotidiano per le famiglie e per le imprese ma non per la politica. Una politica credibile è una politica che rispetta le regole. Che non si limita, giustamente, a chiedere giornalmente ai cittadini di rispettare le regole ma che rispetta essa per prima le regole che alla politica si applicano. E ce n'è una, in molti paesi e soprattutto in quelli che il maggioritario ce lo hanno da tempo, che non è nemmeno scritta: chi perde abbandona il campo. Definitivamente (salvo straordinarie eccezioni). Sia che perda elettoralmente, sia che perda politicamente (chiedere, per ulteriori dettagli, a Margaret Thatcher). E non è una astruseria.
Ma una semplice - rozza, lo ammetto - norma di garanzia. Intesa ad evitare che chi c'è usi del proprio indubbio potere per rimanere. E, gentilmente, si eviti a questo punto di alzare il dito per osservare che nuove classi politiche all'orizzonte non si vedono. Perché non sappiamo se l'impresa entrante ci offrirà prodotti di qualità migliore e a un prezzo inferiore, ma consideriamo un bene pubblico il fatto che possa provarci e lo tuteliamo come tale.
La politica italiana - credo di averlo detto e scritto in tempi non sospetti - è oggi guidata (al di là dei meriti o dei demeriti dei singoli) da due leadership entrambe sconfitte. E quindi automaticamente, inevitabilmente, al di là della loro volontà e delle loro capacità, non più credibili. Della politica non possiamo fare a meno.
Quindi, quel che fa la differenza è la qualità della politica. Si può fare politica per una vita intera senza mai farla veramente e farla per un giorno solo mettendoci la passione di una intera vita.

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Nicola Rossi/Riforme. Capezzone: Governo a Caserta può partire dall'agenda dei Volenterosi e dal dare l'OK al voto in legislatura alla mia Pdl sulla sburocratizzazione a favore delle imprese. La proposta potrebbe così essere approvata in una settimana.
Roma, 8 gennaio 2007
Dichiarazione di Daniele Capezzone, Presidente della Commissione attività produttive della Camera:
A proposito dell'intervento di oggi di Nicola Rossi sul Corriere della Sera, che condivido, mi pare che emerga un punto di sostanza, che Rossi giustamente evidenzia.
Non si può continuare solo a "parlare" di riforme, quando già molte opportunità concrete sono sul tappeto.
In vista del vertice di Caserta, ad esempio, mi pare sempre più evidente che il Governo, se lo volesse, potrebbe giovarsi -rispetto alla  situazione attuale- di alcune proposte che da tempo sono in campo.
Da una parte, si tratta di far tesoro dell'agenda dei volenterosi (il gruppo che Paolo Messa, Nicola Rossi, Bruno Tabacci ed io stiamo rilanciando).
Mi auguro che il Governo sappia, voglia e possa farne tesoro, per non essere schiacciato sulle posizioni della sinistra estremista e massimalista.
Il vertice di Caserta è o sarebbe una prima buona occasione per invertire la rotta.
Dall'altra, può avere una grande forza evocativa (oltre che una effettiva capacità di cambiamento della situazione attuale) la mia proposta sui "Sette giorni per aprire un'impresa", rilanciata ieri dal direttore de Il Sole 24 Ore Ferruccio de Bortoli, che ringrazio per questo. La proposta, che ha avuto anche parole di apprezzamento dal  Presidente del Consiglio Prodi, è a un passo dall'approvazione alla Camera. Un passaggio decisivo è che il Governo dia il "via libera" a votarla già in sede legislativa. Sarebbe un modo per approvarla in tempi superveloci (al massimo in una settimana, a quel punto), visto l'iter già avanzatissimo e la larghissima condivisione anche da parte dell'opposizione.

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Eppure così Nicola Rossi ha rafforzato Prodi
di Massimo Lo Cicero - Il Riformista 8 gennaio 2007
Cui prodest era un criterio guida nelle valutazioni del Pci. Applicandolo alle dimissioni di Nicola Rossi ne emerge una risposta provocatoria: a Romano Prodi, almeno nel breve periodo.
Il dibattito politico si sposta dall'agenda del governo alla natura, e alla coesione interna, del partito di maggioranza relativa che lo sostiene. Creando sia un cono d'ombra, in cui Prodi può agire tranquillo, sia l'indebolimento ulteriore della forza contrattuale della maggioranza riformista che rappresenta il perno della sua maggioranza, ma non riesce a esprimere una iniziativa politica comparabile con il suo peso. Proprio Nicola Rossi, nel suo ultimo articolo da iscritto ai Ds (Il Mulino numero 6/2006) aveva diagnosticato con precisione i termini della fragilità politica del governo Prodi. Individuandone la radice non nell'assenza di una missione, o in un difetto di comunicazione, ma nei contenuti della legge finanziaria. Risanamento, equità e sviluppo - i traguardi cui Prodi indirizza un aumento della pressione fiscale e una ricomposizione dei flussi di spesa pubblica - sono una foto sbiadita degli ultimi trenta anni, secondo Rossi. Al paese, e agli elettori, vengono offerti un risanamento fiscale identico a quelli che hanno condotto alla riproposizione della fragilità finanziaria, che si voleva contenere; una equità fatta di redistribuzione, minimale, del potere d'acquisto e non di opportunità per gli individui meritevoli. E, infine, uno sviluppo, nonostante il bipolarismo senza se e senza ma, identico a quello del centrosinistra old style: costruito sul ruolo dello Stato e non sulla competizione nel mercato.
Non manca un'idea del paese alla politica di Prodi, conclude Rossi, "Questa c'è ed è fin troppo dettagliata e precisa.. un'immagine già vista di cui il Paese conosce fin troppo bene vantaggi e svantaggi". Con le sue dimissioni, tuttavia, Rossi crea una distanza oggettiva tra la sua diagnosi, tutta da condividere, e il pilastro centrale del governo, rafforzando Romano Prodi e la sua leadership.
L'altra ragione che rende stabile il governo è la natura assolutamente metapolitica di Romano Prodi. Non è un tecnico prestato alla politica, come era Ciampi, e infatti dispone di un ministro tecnico come Padoa-Schioppa, ma non è nemmeno un leader di partito, come D'Alema o Rutelli. Non ha un partito ma guida un governo che ha chiuso un contratto con la maggioranza che lo sostiene, ottenendo la fiducia sulla legge finanziaria di cui si è appena detto. Rifiuta, coerentemente dal suo punto di vista, che si parli di fase due, e insiste sulla continuità di questa azione. Ma, così facendo, Prodi si oppone oggettivamente all'orientamento riformista della maggioranza della sua maggioranza. E lascia intravedere che un partito democratico, che si risolvesse nel combinato disposto degli stati maggiori dei Ds e della Margherita, sarebbe forse ridotto a essere la minoranza di quella maggioranza. Anche e proprio, paradossalmente, se intendesse dichiararsi riformista e cioè fautore di una relazione, più stretta e più radicale, tra crescita e cambiamento nella società italiana. Se l'analisi è fondata, se ne deduce che l'agenda che Prodi definirà a Caserta sarà molto simile a una singolare combinazione tra la stabilizzazione, alla Carli-Colombo, e le suggestioni nazionalizzatici di Lombardi o quelle programmatorie di Giolitti.
Niente di nuovo sotto il sole, dunque. Ma niente di nuovo neanche nei Ds. Troppo simili, nei propri vizi, ai comunisti di una volta e sempre di fronte al medesimo dilemma (se e come ricomporre, dopo lo strappo antico di Livorno, il proprio rapporto con i socialisti e con il riformismo), dibattendosi nel quale presero le distanze tanto da Giolitti e dalla sua programmazione quanto da Craxi e dalla sua robusta quanto avventurosa presenza sulla scena politica italiana. Nel mondo contemporaneo, dove lo Stato ha molto da fare per aiutare la crescita ma certamente non la può governare - imponendone le forme al Mercato domestico, chiuso nel proprio perimetro giurisdizionale - il doroteismo economico e la spregiudicatezza politica di Prodi sono più efficaci, paradossalmente, della maggioranza relativa di cui dispongono i Ds nel centrosinistra. Che le "doti" di Prodi siano effettivamente utili al paese, invece, è assai discutibile. Un governo capace di riordinare lo Stato - rendendolo più utile - e di riaprire gli spazi del merito e della competizione, riformando le regole del mercato del lavoro nel solco tracciato dalla legge Biagi; riqualificando la presenza della pubblica amministrazione nella sanità, nella previdenza, nell'educazione e riducendola, per lasciare spazio al mercato, nella realizzazione di infrastrutture e beni collettivi, sarebbe l'apripista di un riformismo liberale e socialista: leggero ed efficace senza essere invadente nella sfera della responsabilità e dei comportamenti individuali. Ma questa agenda - meno Stato e più benessere - è incompatibile con l'equilibrio politico attuale. Nel breve termine, dunque, bisognerà scontare gli effetti di una politica economica obsoleta e preparare le condizioni di un equilibrio politico diverso. Nei partiti e in Parlamento, prima ancora che nel governo.

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