Comunicato stampa 21 gennaio
2007
Giù gli artigli «autopromozionali» dai Volenterosi!!
Prima ancora dell'esordio ufficiale del «Tavolo
dei Volenterosi», che si Terrà il 29 gennaio al Teatro Angelicum di Milano,
tavolo trasversalissimo che vede in campo un agguerrito drappello di studiosi
e opinionisti dell'economia assieme a politici di qualità di destra,
di sinistra e di centro, testa d'ariete che punta alle Riforme necessarie
al Paese, e formazione che si distingue per i contenuti, non come contenitore partitico,
si protendono mani adunche, «autopromozionali»,
fuori luogo e fuori tema,
tese a ghermire il «Tavolo
dei Volenterosi» in una stretta mortale che, qualora si realizzasse, lo
destina sicuramente ad una sorta di aborto procurato ad hoc.
Se il «Tavolo dei Volenterosi»
vuole vivere e proliferare tra la società innovativa e produttiva, operando
quindi come propulsore di nuova energia e spinta della
parte del Paese proiettata al rinnovamento, si guardi bene dal farsi
annettere a partiti, o all'interno di «galassie» e «soggetti politici»
di partito sia di destra che di centro che di sinistra. Se ciò, malauguratamente
dovesse avvenire, il vasto e libero movimento d'opinione che può nascere
attorno a questo soggetto distinto dai soliti frustri ed estenuati
contenitori politici, come sono oggi i partiti, il «Tavolo dei Volenterosi»,
ghermito e impiccato ancora nella culla, soccomberà sul nascere.
Non è un azzardo ipotizzare
il fuggi fuggi generale da questa neonata formazione che tanta curiosità,
stima e speranze suscita in un panorama squallido e deprimente com'è
la attuale politica italiota.
La prima a ritirare la convinta
ed entusiastica adesione data al «Tavolo dei Volenterosi»
sarei io. Giù gli artigli dai Volenterosi quindi.
info@volenterosi.it
Dopo la rassegna di troppi colossal del passato,
non vorremmo assistere, anche, alla riedizione di Biancaneve e i sette Nani
con Biancaneve ghermita dalla strega.
Giuliana
D'Olcese
già membro eletto del Comitato Nazionale Radicali Italiani
Sì,
Giù gli artigli dai Volenterosi!!
Buon Giorno Giuliana,
ecco finalmente un'iniziativa condivisibile, auspico che le tue energie
possano contribuire al successo e alla realizzazione dei punti in agenda
del nuovo gruppo di pensiero. Grazie ancora per l'aria fresca che distribuisci
con le tue e-mail.
Ciao, Vittorio
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Caro Vic, penso
proprio che nello squallidissimo e piatto panorama politico questa novità
dei Volenterosi possa portare (se non ci si mette di mezzo Pannolone....)
davvero aria fresca nelle stantie stanze del demì potere. Quindi l'iniziativa
va sostenuta e come, e sperando che non si guasti per strada. Ciao
gd'o
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Non
sbagli un colpo!
Cara D'Olc, hai
il fiuto di un lupo antidroga! Le tue previsioni si rivelano sempre in
linea, in grande anticipo e quando nessuno avanza sospetti
sulle mosse dei nostri politici, perchè non ti presenti alle elezioni?
Spopoleresti. Ciao, davvero ottimissimo lavoro il tuo. Carloalberto Brion
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*Giù
gli artigli dai Volenterosi!!*
Formulo i migliori auguri per il
tavolo dei volenterosi, per il quale faccio tifo, non potendo ala mia
età e con i miei acciacchi, fare altro di positivo. Auguri, auguri, auguri!
Questa Italia non può continuare a sopravvivere decentemente nello stato
in cui si trovano ci vuole uno schiaffo e qualcuno che dica agli attuali
partiti discorsi su tutto e con le idee da contrattare il celebre epigramma
di un mio professore (celebre per me, ovviamente, che lo ricordo a distanza
di sett'antanni) eccolo:
E ce li avete rotti gli a priori, ma una pedata voglio darvi igienica
di solenni pedate a posteriori.
Luigi IV°
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Ho assistito alla conferenza, purtroppo non
mi hanno convinto.
Tanti argomenti, buoni propositi, però mancavano
di mordente. In platea le solite facce consumate e mummificate...
Un saluto Paolo.S
*****Tutti
Rossi a 5 Stelle*****
A
che servono i volenterosi
di Dario Di Vico Corriere della Sera 30 gennaio 2007
A scanso di equivoci: il club dei Volenterosi, il raggruppamento di personalità
di entrambi gli schieramenti nato lo scorso ottobre, rappresenta nel mare
della politica italiana soltanto una goccia. Il successo dell'iniziativa
milanese di ieri, per quanto incoraggiante, non modifica questo dato e
i primi a saperlo sono i promotori che avevano sapientemente evitato di
dare al meeting un orientamento antigovernativo. Una scelta fatta prima
ancora che la lenzuolata liberalizzatrice ridesse smalto alle azioni dell'esecutivo.
Ma stabilite le debite proporzioni e concesso ai Cesare dell'uno e dell'altro
Polo quel che i numeri testimoniano, va detto con altrettanta franchezza
che la politica e l'economia italiana hanno bisogno dei Volenterosi.
Ci sono illustri precedenti di forze minori che unitesi attorno a un simbolo
o a una rivista hanno avuto la capacità di ridare sale a una minestra
politica che aveva perso sapore. In diversi e fortunati casi le loro idee
hanno saputo contaminare le formazioni più rappresentative e determinare
così importanti processi politici.
Dal
piccolo al grande. L'azione dei Nicola Rossi e dei Capezzone, dei Polito
e dei Messa serve anche a rivitalizzare lo stanco bipolarismo italiano
che finora si è rivelato centrifugo, visto che ha finito per esaltare
la rendita di posizione delle estreme, la Lega nell'esperienza del governo
Berlusconi e Rifondazione in quella di Prodi.
Con
i Volenterosi è partito un processo opposto, centripeto.
Il confronto dentro e tra i Poli (che a nostro avviso devono restare distinti
e governare alternativamente) torna a giocarsi al centro come tutti i
manuali di scienza politica insegnano che succede nel mondo e come purtroppo
in Italia, da quando è stato riformato il sistema di voto, ancora non
è avvenuto in forma compiuta.
Tengano
duro quindi i Volenterosi e non misurino i loro successi con l'altalena
dei consensi dell'inquilino di palazzo Chigi. E' singolare infatti che
quando Prodi «strappa» con la cultura politica egemone nella coalizione,
quando cambia agenda e sostituisce la libertà economica all'elogio della
proprietà pubblica le sue azioni si impennano riuscendo addirittura ad
aprire contraddizioni dentro la Casa della Libertà. Lo si era visto già
al tempo dei taxi e si sta ripetendo in questi giorni.
Qualcosa vorrà dire. Segnala un orientamento dell'elettorato che sarebbe
un errore non tenere in conto in vista delle amministrative di primavera.
Per
i Volenterosi questo trend rappresenta la conferma del loro ruolo e un
implicito invito a proseguire l'azione lungo tutta la durata della legislatura.
Se poi si ha voglia di volgere lo sguardo oltre le Alpi si vedrà che il
piccolo exploit dei Volenterosi segnala una tendenza politica che sta
caratterizzando il confronto in alcuni Paesi-chiave dell'Europa. In sintesi
potremmo definirla come l'importanza dello spazio politico lib-dem, quel
luogo dove la rappresentanza degli interessi delle classi medie si intreccia
ad alcuni temi come la riforma del welfare, un fisco meno esoso e la rivisitazione
di modelli stato-centrici.
Le forze europee del centrodestra si stanno muovendo con piglio in questa
direzione, si sono lasciati alle spalle le tentazioni populiste e i risultati
danno loro ragione.
La
vittoria in Svezia, il favore con il quale si guarda alla rimonta di David
Cameron in Inghilterra, la discontinuità di Nicolas Sarkozy rispetto al
modello gollista e ovviamente il successo di Angela Merkel, che pure guida
un governo di grande coalizione, sono tutti episodi che paiono confermare
la stessa tendenza.
I
riformisti della sinistra italiana farebbero bene a tenere gli occhi aperti.
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Il manifesto dei volenterosi «Ma
non saremo un partito»
di Fabrizio Ravelli, Rodolfo Sala - La Repubblica 30 gennaio 2007
Prima uscita pubblica dei «volenterosi», dopo la partenza non bruciante
del tavolo bipartisan che nelle intenzioni avrebbe dovuto correggere la
Finanziaria. Nell'affollatissima aula magna dell'Angelicum, si ritrovano
Daniele Capezzone e Bruno Tabacci, Nicola Rossi e Antonio Polito, Savino
Pezzotta e Paolo Cirino Pomicino. Per annunciare non la nascita di un
nuovo partito, ma (Tabacci) il «tentativo di spostare a centrocampo il
buon senso e l'interesse comune, lavorando ciascuno nel proprio schieramento,
anche se non gli piace». Ascolta e dice la sua un vasto parterre di economisti
e addetti ai lavori (Francesco Giavazzi, Pietro Ichino, Enrico Cisnetto)
che, in sintonia con i promotori del convegno, insistono sulla necessità
di riformare profondamente il welfare e la pubblica amministrazione. E
di percorrere con un passo assai più deciso la strada delle liberalizzazioni.
Il piatto forte lo serve Capezzone, con una serie di proposte da trasformare
in iniziativa parlamentare. La prima riguarda il sistema previdenziale:
«Meno pensioni, più welfare». La premessa è che oggi solo una piccola
parte dei lavoratori licenziati gode di qualche forma di tutela. Bisogna
dunque sostituire quelli che Capezzone definisce «i miseri ammortizzatori
sociali esistenti» e introdurre al loro posto «un ammortizzatore unico
di un anno, con un'enorme estensione della rete di welfare».
Dove
si prendono i soldi? Si alza l'età pensionabile: parificazione tra uomini
e donne per le pensioni di vecchiaia (65 anni), e questo aumento dev'essere
spalmato su cinque anni. Per quelle di anzianità, la proposta è uno «scalino»
aggiuntivo dal 2009, ma senza toccare lo «scalone» di Maroni. La seconda
proposta riguarda il lavoro occasionale di tipo accessorio (categoria
introdotta dalla legge Biagi) e ha come obiettivo il miglioramento dei
servizi alle donne che lavorano, l'emersione dal lavoro nero e la diminuzione
dei costi di gestione dei Comuni, oltre che delle aziende, che fornirebbero
ai dipendenti voucher da spendere come salario a baby-sitter, badanti
o altre figure da lavoro occasionale.
Terza proposta: detassare il lavoro straordinario, «perché in Italia abbiamo
maledettamente bisogno di lavorare di più». Il motto dell'associazione
è «il riso non si cuoce con le chiacchiere», che garantiscono sia un proverbio
cinese. La platea un misto di vecchia politica (De Michelis, Pomicino,
Pillitteri, Del Pennino), economisti-suggeritori (Giavazzi, Ichino, Alesina,
Kostoris, Piga), liberal trasversali (Debenedetti, Nicola Rossi). Moderati
da Paolo Messa, uomo dell'assente Follini. Il clima, quello di una cosa
che nasce, non si sa dove andrà a parare ma risulta eccitante. La battuta
più feroce, quella di Davide Corritore: «Ci siamo tutti, noi D'Alema Boys,
almeno quelli che non hanno deciso di fare i soldi».
L'intervento più atteso è quello di Tabacci, il solo politico di peso
a rappresentare l'opposizione parlamentare: «Non era sulla Finanziaria
che potevamo giocare questa partita, perché sapevamo dall'inizio che il
governo avrebbe messo la fiducia». Adesso si può, «e il nostro obiettivo
non è fare un gioco di parte, ma far ragionare in modo onesto chi ci sta
vicino nei due schieramenti». Savino Pezzotta condivide la proposta di
Capezzone sull'innalzamento dell'età pensionabile: «Se serve a mettere
in campo nuovi ammortizzatori sociali, va bene e va perseguita con decisione».
Ci tiene anche a prendere le distanze da un altro slancio capezzoniano,
raccolto da Chicco Testa: il bisogno «di un fatto, di un evento simile
alla marcia dei 40 mila della Fiat, ma stavolta degli esclusi». A Pezzotta
mette l'orticaria: «Guardate che quella non fu una rivoluzione». L'ex
leader della Cisl sposa in pieno anche la proposta di Polito di mettere
mano alla pubblica amministrazione, introducen-do criteri di responsabilità
e meritocrazia anche per i dipendenti dello Stato e creando una authority
alla bisogna. Filippo Penati assiste compiaciuto: «Sono favorevole a tutto
ciò che porta a un bipolarismo mite, superando un certo bipolarismo di
guerra. Si può partire dalla ricerca di soluzioni comuni ai problemi che
stanno a cuore al Paese».
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Capezzone di volenterosi ne vorrebbe
quarantamila
di Marco Alfieri Il Riformista 30 gennaio 2007
Anzitutto, la platea. Il refettorio di Sant'Angelo alla Moscova è stipato
e strapieno. A volo d'uccello, oltre al plotone dei willing, s'intravedono
Michele Vietti, Giorgio La Malfa, Paolo Cirino Pomicino, Chicco Testa,
Gianni De Michelis, Giorgio Gori, Filippo Penati, Mauro Del Bue, Antonio
Del Pennino, Marco Pannella...
Ma c'è anche molta gente in piedi, accalcata. E c'è un caldo infernale,
fuori stagione. Certo la location è un po' piccola, ma è innegabile che
la prima uscita pubblica dei volenterosi, a Milano, probabilmente la città
più willing d'Italia e dove la sinistra e il riformismo soffrono di più,
abbia centrato l'obiettivo.
Probabilmente
Daniele Capezzone cioè la vera testa politica di questa operazione (insieme
a Bruno Tabacci), enfatizza un po' troppo quando parla di «straordinario
successo», e tuttavia se si guarda appunto la platea - tantissimi ex socialisti
della diaspora, tanti medi imprenditori, tanti addetti ai lavori anche,
ma soprattutto un pezzetto di quel ceto ambrosiano mezzano, terzista,
in cerca di rappresentanza da tanti anni - emerge chiaramente come l'uscita
dei willing tocchi una corda sensibile del sistema Italia e della sua
difficile modernizzazione. Come dice Nicola Rossi, uno dei quattro depositali
del brand (insieme a Messa, Tabacci e Capezzone).
«Noi
non vogliamo fare un partito né un movimento, ma essere l'espressione
di un problema». Insomma «un utile contributo di idee e di stimolo per
il governo", chiosa la ministra diellina Linda Lanzillotta, «a patto però
che si eviti confusione di ruoli tra maggioranza e opposizione». In soldoni:
che non si apra una stagione di trasformismo, è il Lanzillotta pensiero,
quasi a ricordare a tutti la cruda congiuntura politica di bipolarismo
sigillato in cui il paese naviga da parecchio tempo e, in cui, sarà probabilmente
costretto a navigare almeno fin alle prossime Europee (2009). Il che rende
ardua l'applicazione del cosiddetto Teorema Tabacci, snocciolato anche
ieri pomeriggio: «è importante - dice l'esponente Udc - che ci siano persone
che vogliano impegnarsi senza un «vincolo di mandato». Se una riforma
va fatta, questa deve essere votata in base solo all'idea dell'interesse
generale del paese». Già.
Detto questo, per dirla ancora con Lanzillotta, è chiaro che l'uscita
di ieri pomeriggio «ha riunito comunque alcuni dei migliori cervelli della
cultura riformista».
Ad esempio: come non essere d'accordo con il professor Giavazzi quando
dice che «bisogna spiegare bene che le liberalizzazioni vanno a vantaggio
dei più deboli, dei poveri e dei più giovani. Che quando si fa la riforma
del commercio e diminuiscono i prezzi nei supermercati, si aiutano le
famiglie più povere. E che rendere più efficiente l'università aiuta i
giovani ed è una cosa di sinistra». Ecco: «bisogna spiegare che le liberalizzazioni
sono di sinistra». O con un Franco Debenedetti quando chiede che «le regole
delle opa rimangano come sono adesso, altrimenti con la scusa dell'italianità
si finisce per proteggere le rendite di posizione.
Così come è sbagliato che Snam rete Gas rimanga com'è ed è sbagliato anche
che la Cassa depositi e prestiti partecipi al fondo per le infrastrutture».
Giusta, inoltre, anche la scelta di far chiudere il convegno dall'ex leader
cislino Savino Pezzotta, «che non è un parlamentare, quindi è meno targato",
ragiona uno dei willing, «conosce bene il nord, è un sincero sostenitore
della sussidia-rietà», che da quel che si capisce vuole essere un po'
il marchio di fabbrica dei volenterosi.
E poi ieri pomeriggio ha pure rotto un mezzo tabù sindacale, Pezzotta,
dicendosi assolutamente «d'accordo con l'idea di aumentare l'età pensionabile
per finanziare il welfare». Anche se tutti gli interventi, o quasi, alla
fine sono apparsi tecnicamente ineccepibili, molto spesso sacrosanti,
ma per lo più politicamente spuntati.
Nessuno
è stato in grado di spiegare come sia possibile realizzare quegli obiettivi
dentro questo sistema politico ed elettorale. Quasi si trattasse di una
variabile ininfluente, rispetto alle riforme da fare, dal welfare alle
liberalizzazioni, al pubblico impiego. In questo senso, se proposta politica
in senso stretto c'è stata, è quella fatta da Daniele Capezzone, che nel
suo intervento ha lanciato l'idea di «una nuova marcia dei 40 mila per
costringere la politica a varare la riforma delle pensioni.
Cioè un evento fisico e insieme di fortissima carica simbolica come fu
quella marcia, che segnò uno spartiacque, un cambio di stagione».
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Osservazioni
critiche
di Nicola Rossi - Corriere della Sera 8 gennaio 2007
Conviene partire dalla sera dell'ultimo dell'anno. Conviene partire dalle
parole del Capo dello Stato sulla distanza fra la politica e la società
e dal suo invito agli italiani a colmare quella distanza, a tornare a
guardare alla politica non più come altro da sé. E dal corrispondente
invito alla politica a dare di sé un'immagine tale da giustificare una
ritrovata fiducia da parte dei cittadini. Parole sante, come si dice.
Ma, sia detto con il massimo rispetto per chi le ha pronunciate, forse
anche parziali.
Perché il punto non è tanto - a mio modestissimo parere - quello del rumore
della politica (che, sia chiaro, c'è ed è spesso molto sgradevole) ma
quello, assai più serio, della qualità della politica che quel rumore
sottende. Una qualità che porta oggi gli italiani non già all'irritazione
e all'invettiva ma all'indifferenza.
A considerare la politica come un peso di cui non è possibile liberarsi
ma che, appunto, è solo un peso. Fastidioso e spesso ingiustificato. Ma
prima di affrontare quel punto, una premessa è essenziale, a scanso di
equivoci. Chi scrive pensa non solo, come si dice con una punta di retorica,
che i partiti sono uno strumento essenziale della democrazia, ma che la
politica si fa, in primis, dentro e con i partiti. Comprendendone il ruolo,
interpretandone i rituali, rispettandone le forme, ricordandone la storia,
percorrendone tutte le articolazioni. Tutte attività non sempre gratificanti
e a volte anche un pochino noiose ma senza le quali non si comprende,
al tempo stesso, la durezza e la ricchezza della politica. E chi scrive
ne è tanto convinto che nel 2001 - memore della indicazione di Mitterrand
ad un noto intellettuale francese del suo tempo - non ha chiesto di essere
candidato a Siena o a Modena (nessuno si offenda, per favore, ho fatto
solo due esempi) ma in un collegio meridionale saldamente tenuto da parecchi
anni dagli avversari.
Ciò detto, torniamo alla qualità della politica. Allentatosi il vincolo
della ideologia, la politica è oggi più di tante altre cose, credibilità.
Credibilità della classe politica nel suo insieme e credibilità dei singoli
che fanno politica. E una politica credibile è quella che crede in quello
che dice ed in quello che fa, o che cerca di fare. E' tutto qui il dibattito
sul riformismo che andiamo facendo da qualche tempo o, meglio, da qualche
anno. Non riguarda solo i risultati - che pure sono piuttosto magri -
ma la convinzione che dovrebbe animare i protagonisti di quel dibattito.
Cosa pensereste di un grande manager che oggi indica nel mercato cinese
una opportunità da non mancare e promette, di lì a qualche tempo, di sbarcarci
in forze e poi, qualche tempo dopo, vi dice che sì, poi, in fondo, il
mercato cinese non è così importante?
E cosa pensereste di un leader politico che a novembre annuncia urbi et
orbi che per marzo il paese avrà messo un punto fermo sui temi della riforma
previdenziale e poi a gennaio conclude che, in La citazione fondo, la
cosa non è poi così urgente? Non pensereste quello che pensano molti italiani?
E, gentilmente, non si tiri fuori l'argomento francamente un po' deboluccio
relativo alle difficoltà entro le quali quotidianamente si muove la politica.
Alla fatica - che c'è, lo sappiamo - della costruzione politica. Alla
incertezza degli esiti: sappiamo anche questo, si può vincere e si può
perdere.
Il punto è un altro: da una classe politica si chiede - avrei voluto scrivere,
si pretende - che spenda il proprio tempo a pensare come evitare o superare
quelle difficoltà.
La politica - mi si perdoni la franchezza - non è pagata per raccontare
ai cittadini gli ostacoli che incontra giorno dopo giorno ma per superarli.
Se ne è capace.
E se non ne è, per lasciare ad altri la possibilità di provarci. Le difficoltà
in cui si dibatte, giorno dopo giorno, l'odierna azione di governo sono
il frutto malato di cinque anni di opposizione in cui - anche grazie a
qualche editoriale domenicale non sempre illuminato - non un solo giorno
è stato speso per costruire la cultura e le condizioni che sarebbero servite
a governare e non è lecito, oggi, usare quelle difficoltà come un'attenuante.
(E l'argomento vale, mutatis mutandis, per il governo della passata legislatura.)
Si è seminato male e quindi si raccoglie
poco.
E si è seminato male perché non si credeva fino in fondo in quel che si
diceva di voler fare. Una politica credibile è una politica che rischia
e che si assume responsabilità. Che si espone al pericolo di perdere perché
solo così si vince. Che non trasforma un grande progetto politico come
quello del Partito democratico - evidentemente difficile e rischioso -
in un piccolo espediente tattico. Per quel pochissimo che capisco di politica
mi sembra di poter sommessamente dire che non si costruisce un partito
con un solo punto nell'agenda: consolidare gli equilibri esistenti. Politici
e di potere (benedetti intellettuali! continuo a non riuscire a non tenere
separate le due cose). Vedere per credere come, a livello locale, si vanno
preparando i prossimi congressi. In molte regioni d'Italia (almeno una
la conosco piuttosto bene) l'attività politica oggi prevalente è quella
relativa alla attenta allocazione delle tessere ed al relativo "traffico".
Perché il congresso non comporti il minimo rischio. Perché tutto sia noto
e definito in anticipo. Perché le minoranze non manchino e le maggioranze
siano definite per residuo. Nulla di nuovo e tanto meno di sorprendente.
Lo si faceva anche negli anni d'oro della Prima Repubblica.
Per quel che ricordo, spesso con più stile e certamente con più fantasia.
Il punto grave è che tutto questo accade non già in vista di congressi
di routine ma addirittura nella prospettiva di scelte che dovrebbero cambiare
il modo stesso di essere della politica italiana. Che dovrebbero chiudere
una transizione (che, ovviamente, non a caso è infinita). Come si può
- lo chiedo a Michele Salvati - contemplare senza battere ciglio una abdicazione
della politica di questa portata?
Come si può, con il sorriso sulle labbra, esporre il sistema politico
italiano - prima ancora che alcune sue parti - a pericoli fin troppo evidenti,
perché partiti così sono costruiti sulla sabbia e possono scomparire al
primo risultato elettorale non troppo esaltante, lasciando dietro di sé
- e nel migliore dei casi - solo macerie?
Come si può non vedere che l'Italia cresciuta, economicamente e socialmente,
nell' ultimo quindicennio di un partito costruito su basi culturali e
politiche così fragili non saprebbe che farsene e cercherebbe altrove
le risposte alle proprie domande?
Se il Partito democratico fallirà - mi rivolgo ancora a Michele Salvati
- non sarà a ragione di subdole ed infide iniziative trasversali (e, sia
detto per inciso, è più subdolo ed infido discutere con Bruno Tabacci
di pensioni o trattare sulla legge elettorale con Roberto Calderoli?),
ma sarà a causa della mancanza di coraggio di chi pensa che il rischio
sia pane quotidiano per le famiglie e per le imprese ma non per la politica.
Una politica credibile è una politica che rispetta le regole. Che non
si limita, giustamente, a chiedere giornalmente ai cittadini di rispettare
le regole ma che rispetta essa per prima le regole che alla politica si
applicano. E ce n'è una, in molti paesi e soprattutto in quelli che il
maggioritario ce lo hanno da tempo, che non è nemmeno scritta: chi perde
abbandona il campo. Definitivamente (salvo straordinarie eccezioni). Sia
che perda elettoralmente, sia che perda politicamente (chiedere, per ulteriori
dettagli, a Margaret Thatcher). E non è una astruseria.
Ma una semplice - rozza, lo ammetto - norma di garanzia. Intesa ad evitare
che chi c'è usi del proprio indubbio potere per rimanere. E, gentilmente,
si eviti a questo punto di alzare il dito per osservare che nuove classi
politiche all'orizzonte non si vedono. Perché non sappiamo se l'impresa
entrante ci offrirà prodotti di qualità migliore e a un prezzo inferiore,
ma consideriamo un bene pubblico il fatto che possa provarci e lo tuteliamo
come tale.
La politica italiana - credo di averlo detto e scritto in tempi non sospetti
- è oggi guidata (al di là dei meriti o dei demeriti dei singoli) da due
leadership entrambe sconfitte. E quindi automaticamente, inevitabilmente,
al di là della loro volontà e delle loro capacità, non più credibili.
Della politica non possiamo fare a meno.
Quindi, quel che fa la differenza è la qualità della politica. Si può
fare politica per una vita intera senza mai farla veramente e farla per
un giorno solo mettendoci la passione di una intera vita.
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Nicola Rossi/Riforme.
Capezzone: Governo a Caserta può partire dall'agenda
dei Volenterosi e dal dare l'OK al voto in legislatura alla mia Pdl sulla
sburocratizzazione a favore delle imprese. La proposta potrebbe così essere
approvata in una settimana.
Roma, 8 gennaio 2007
Dichiarazione di Daniele Capezzone, Presidente della Commissione attività
produttive della Camera:
A proposito dell'intervento di oggi di Nicola Rossi sul Corriere della
Sera, che condivido, mi pare che emerga un punto di sostanza, che Rossi
giustamente evidenzia.
Non si può continuare solo a "parlare" di riforme, quando già molte opportunità
concrete sono sul tappeto.
In vista del vertice di Caserta, ad esempio, mi pare sempre più evidente
che il Governo, se lo volesse, potrebbe giovarsi -rispetto alla
situazione attuale- di alcune proposte che da tempo sono in campo.
Da una parte, si tratta di far tesoro dell'agenda dei volenterosi (il
gruppo che Paolo Messa, Nicola Rossi, Bruno Tabacci ed io stiamo rilanciando).
Mi auguro che il Governo sappia, voglia e possa farne tesoro, per non
essere schiacciato sulle posizioni della sinistra estremista e massimalista.
Il vertice di Caserta è o sarebbe una prima buona occasione per invertire
la rotta.
Dall'altra, può avere una grande forza evocativa (oltre che una effettiva
capacità di cambiamento della situazione attuale) la mia proposta sui
"Sette giorni per aprire un'impresa", rilanciata ieri dal direttore de
Il Sole 24 Ore Ferruccio de Bortoli, che ringrazio per questo. La proposta,
che ha avuto anche parole di apprezzamento dal Presidente del Consiglio
Prodi, è a un passo dall'approvazione alla Camera. Un passaggio decisivo
è che il Governo dia il "via libera" a votarla già in sede legislativa.
Sarebbe un modo per approvarla in tempi superveloci (al massimo in una
settimana, a quel punto), visto l'iter già avanzatissimo e la larghissima
condivisione anche da parte dell'opposizione.
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Eppure così Nicola Rossi ha rafforzato
Prodi
di Massimo Lo Cicero - Il Riformista 8 gennaio 2007
Cui prodest era un criterio guida nelle valutazioni del Pci. Applicandolo
alle dimissioni di Nicola Rossi ne emerge una risposta provocatoria: a
Romano Prodi, almeno nel breve periodo.
Il dibattito politico si sposta dall'agenda del governo alla natura, e
alla coesione interna, del partito di maggioranza relativa che lo sostiene.
Creando sia un cono d'ombra, in cui Prodi può agire tranquillo, sia l'indebolimento
ulteriore della forza contrattuale della maggioranza riformista che rappresenta
il perno della sua maggioranza, ma non riesce a esprimere una iniziativa
politica comparabile con il suo peso. Proprio Nicola Rossi, nel suo ultimo
articolo da iscritto ai Ds (Il Mulino numero 6/2006) aveva diagnosticato
con precisione i termini della fragilità politica del governo Prodi. Individuandone
la radice non nell'assenza di una missione, o in un difetto di comunicazione,
ma nei contenuti della legge finanziaria. Risanamento, equità e sviluppo
- i traguardi cui Prodi indirizza un aumento della pressione fiscale e
una ricomposizione dei flussi di spesa pubblica - sono una foto sbiadita
degli ultimi trenta anni, secondo Rossi. Al paese, e agli elettori, vengono
offerti un risanamento fiscale identico a quelli che hanno condotto alla
riproposizione della fragilità finanziaria, che si voleva contenere; una
equità fatta di redistribuzione, minimale, del potere d'acquisto e non
di opportunità per gli individui meritevoli. E, infine, uno sviluppo,
nonostante il bipolarismo senza se e senza ma, identico a quello del centrosinistra
old style: costruito sul ruolo dello Stato e non sulla competizione nel
mercato.
Non manca un'idea del paese alla politica di Prodi, conclude Rossi, "Questa
c'è ed è fin troppo dettagliata e precisa.. un'immagine già vista di cui
il Paese conosce fin troppo bene vantaggi e svantaggi". Con le sue dimissioni,
tuttavia, Rossi crea una distanza oggettiva tra la sua diagnosi, tutta
da condividere, e il pilastro centrale del governo, rafforzando Romano
Prodi e la sua leadership.
L'altra ragione che rende stabile il governo è la natura assolutamente
metapolitica di Romano Prodi. Non è un tecnico prestato alla politica,
come era Ciampi, e infatti dispone di un ministro tecnico come Padoa-Schioppa,
ma non è nemmeno un leader di partito, come D'Alema o Rutelli. Non ha
un partito ma guida un governo che ha chiuso un contratto con la maggioranza
che lo sostiene, ottenendo la fiducia sulla legge finanziaria di cui si
è appena detto. Rifiuta, coerentemente dal suo punto di vista, che si
parli di fase due, e insiste sulla continuità di questa azione. Ma, così
facendo, Prodi si oppone oggettivamente all'orientamento riformista della
maggioranza della sua maggioranza. E lascia intravedere che un partito
democratico, che si risolvesse nel combinato disposto degli stati maggiori
dei Ds e della Margherita, sarebbe forse ridotto a essere la minoranza
di quella maggioranza. Anche e proprio, paradossalmente, se intendesse
dichiararsi riformista e cioè fautore di una relazione, più stretta e
più radicale, tra crescita e cambiamento nella società italiana. Se l'analisi
è fondata, se ne deduce che l'agenda che Prodi definirà a Caserta sarà
molto simile a una singolare combinazione tra la stabilizzazione, alla
Carli-Colombo, e le suggestioni nazionalizzatici di Lombardi o quelle
programmatorie di Giolitti.
Niente di nuovo sotto il sole, dunque. Ma niente di nuovo neanche nei
Ds. Troppo simili, nei propri vizi, ai comunisti di una volta e sempre
di fronte al medesimo dilemma (se e come ricomporre, dopo lo strappo antico
di Livorno, il proprio rapporto con i socialisti e con il riformismo),
dibattendosi nel quale presero le distanze tanto da Giolitti e dalla sua
programmazione quanto da Craxi e dalla sua robusta quanto avventurosa
presenza sulla scena politica italiana. Nel mondo contemporaneo, dove
lo Stato ha molto da fare per aiutare la crescita ma certamente non la
può governare - imponendone le forme al Mercato domestico, chiuso nel
proprio perimetro giurisdizionale - il doroteismo economico e la spregiudicatezza
politica di Prodi sono più efficaci, paradossalmente, della maggioranza
relativa di cui dispongono i Ds nel centrosinistra. Che le "doti" di Prodi
siano effettivamente utili al paese, invece, è assai discutibile. Un governo
capace di riordinare lo Stato - rendendolo più utile - e di riaprire gli
spazi del merito e della competizione, riformando le regole del mercato
del lavoro nel solco tracciato dalla legge Biagi; riqualificando la presenza
della pubblica amministrazione nella sanità, nella previdenza, nell'educazione
e riducendola, per lasciare spazio al mercato, nella realizzazione di
infrastrutture e beni collettivi, sarebbe l'apripista di un riformismo
liberale e socialista: leggero ed efficace senza essere invadente nella
sfera della responsabilità e dei comportamenti individuali. Ma questa
agenda - meno Stato e più benessere - è incompatibile con l'equilibrio
politico attuale. Nel breve termine, dunque, bisognerà scontare gli effetti
di una politica economica obsoleta e preparare le condizioni di un equilibrio
politico diverso. Nei partiti e in Parlamento, prima ancora che nel governo.
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