Marco Bernardini
DI
P. COLAPRICO, G. D'AVANZO ed E. RANDACIO
Marco Bernardini è il testimone chiave dell'inchiesta sui dossier illegali
raccolti dalla Security Pirelli/Telecom. Dal 5 agosto dello scorso anno a
oggi, è stato interrogato quattordici volte dai pubblici ministeri di Milano.
Quarantanove anni, romano, per dodici anni - racconta - ha lavorato nel Sisde
come collaboratore "a contratto" prima di esserne espulso e di avviare un'agenzia
privata di investigazioni, filiale italiana della Global security dell'ex
agente Cia Spinelli. Per i giudici milanesi le sue dichiarazioni "sono risultate
puntualmente riscontrate da dati oggettivi e documentali".
Signor Bernardini, quando ha
conosciuto Giuliano Tavaroli, l'ex capo della security Telecom?
"A
Barcellona, nell'autunno del 2000, durante una convention della Pirelli al Hotel
rey Juan Carlos. Ero incaricato della sicurezza "esterna" di Marco Tronchetti
Provera. In quell'occasione, il capo della sicurezza personale del dottore,
Tiziano Casali, mi presentò Giuliano. A gennaio del 2001, il legame
professionale si fece più stretto e l'attività più intensa. Giuliano organizza
una propria squadra antiterrorismo, dopo che allo stabilimento della Bicocca
erano stati fatti trovare dei volantini di minaccia delle Brigate rosse a
dirigenti della Pirelli. Io entro a far parte di quel gruppo, e da allora
comincio a ricevere altri incarichi con un'attività a 360 gradi delle
problematiche Telecom".
Ci può fare qualche esempio
delle sue attività e delle "problematiche"?
"A quel tempo, lavoravo
soprattutto all'estero. Balcani, Est Europa e Nord Africa. Dovevo valutare, per
Pirelli, i rischi delle turbolenze politiche, o di possibili aggressioni
criminali. All'epoca, rendevo conto a Gianpaolo Spinelli che da Washington
fatturava il lavoro o alla Polis d'Istinto di Emanuele Cipriani o direttamente a
Pirelli . E' in questo primo arco di tempo, primi mesi del 2001, che mi occupai
di Telekom Serbjia".
Ma Pirelli non aveva ancora
conquistato Telecom Italia, che interessa aveva a sapere di Telekom
Serbija?
"Non lo so. Evidentemente avevano già deciso l'acquisizione
perché mi chiesero di capire come erano girati i soldi nell'acquisto
dell'azienda di Belgrado".
Lei, a Matrix, ha detto che
sarebbe stato Marco De Benedetti a soffiare le informazioni a Repubblica per
l'inchiesta Telekom Serbija...
"In realtà quella era una voce, un
gossip che girava in azienda. Mi chiesero di controllarla e conclusi che si
trattava, appunto, soltanto di una voce".
Quali furono gli ulteriori
incarichi ricevuti in quel periodo?
"Mi chiesero di monitorare i
dirigenti che la Pirelli intendeva allontanare da Telecom".
Può farci dei
nomi?
"Vittorio Nola (segretario generale) e Piero Gallina (capo
della Security) e persone a loro collegate. Un altro incarico, invece, mi fu
affidato da Adamo Bove. Mi chiese di indagare sui dipendenti che vendevano i
tabulati della società e sul traffico di e-mail strategiche che venivano
trasmesse da funzionari infedeli ai concorrenti. Dopo la sua morte alcuni
testimoni hanno raccontato che Bove, nel suo ufficio, a tarda ora, incontrava un
uomo. Lo hanno ribattezzato "l'uomo dei misteri". Quel signore ero
io.
Era l'unico modo per riferirgli, senza
essere visto, gli esiti delle mie indagini. Per il resto si trattava di
routine".
Per esempio?
"Una
volta, in Turchia, abbiamo scoperto una fabbrica di testine contraffate per
Olivetti. Allora ci siamo finti clienti e, una volta riscontrato che la truffa
era vera, li abbiamo fregati noi e abbiamo fatto intervenire la finanza. Si
chiamano operazioni "Sting", pungiglione. Ma altre volte dovevo valutare gli
effetti in Venezuela della presa del potere di Chavez, oppure di dare conto
delle manifestazioni in Egitto che si svolgevano davanti alla Pirelli. A volte,
i controlli potevano riguardare più semplicemente operatori infedeli che,
manipolando le tariffe sui telefoni, baravano per far ottenere bollette più
leggere agli amici che, poi, li ricompensavano".
Queste erano operazioni di
difesa degli interessi della società, ma ci sono state anche operazioni di
"attacco" agli interessi di concorrenti o contro gli avversari economici,
finanziari, politici?
"Certo, le sting operation di cui parlavo
prima".
Lei vi ha
partecipato?
"A qualcuna, sì".
Contro chi, per
esempio?
"Io ho indagato Emilio Gnutti e Carlo De
Benedetti".
Dove ha raccolto il
materiale?
"Sostanzialmente mi sono affidato a miei contatti nel
Sisde che mi hanno permesso di entrare in possesso di fascicoli raccolti dal
Servizio sui miei obiettivi".
Come erano formati questi
fascicoli, e soprattutto perché venivano raccolti?
"Preferisco non
dare dettagli. Quel che posso dire è che i miei contatti al Sisde mi
consegnavano informazioni e notizie non protocollate che io penso fossero a
disposizione o dell'archivio centrale del Servizio o degli archivi
periferici.
Chi le ordinava questo lavoro
di dossieraggio?
"Giuliano Tavaroli per conto della
Pirelli".
Lei ha mai chiesto a Tavaroli
perché Pirelli aveva bisogno di queste informazioni e quale fosse poi il loro
utilizzo?
"Sentite, non usa tra di noi fare queste domande. La sola
domanda legittima è sapere quanto costa. Non si discute nemmeno di come verrà
fatto il lavoro. Nessuno vuole saperlo. Conta l'esito. All'inizio della mia
collaborazione, il lavoro veniva distribuito da Pirelli e Telecom alla Polis
d'Istinto di Cipriani. Quando la Polis finisce sotto inchiesta e non offre più
le necessarie garanzie, l'attività è stata diciamo "compartimentata" per
settori. Non c'era soltanto la mia Global al lavoro, ma altre agenzie di Roma, e
del Nord Italia..... La Wolf 121 di Santarelli, l'agenzia di Nicolò Rizzo la
Althon di Novara, l'agenzia di Londra. Ognuno aveva un campo. Io penso che c'era
chi si occupava di politici, chi della gente di spettacolo, chi delle banche,
chi dei fornitori e dei dipendenti".
Altre
"operations"?
"Ci sono state su Brancher (Forza Italia) e Cesa
(Udc), io mi sono occupato dei fratelli Bisignani, dell'ex marito di Afef, Marco
Squatriti. E di Tremonti e Bossi.
Su questi ultimi, avevo il compito di
trovare un contratto dal notaio, ma non venni a capo della questione. E ancora.
Nel corso dell'inchiesta che mi fu commissionata su Calisto Tanzi e il crac
della Parmalat, mi chiesero di indagare su Diego Della Valle. Mi rivolsi a un
ufficiale dell'ufficio informazioni della Guardia di Finanza di Firenze al quale
girai alcune informazioni bancarie che lui verificò. Il dossier su Della Valle
mi venne pagato 10 mila euro".
Lei c'entra con le indagini
illegali ai danni del vicedirettore della Corriere della Sera, Massimo
Mucchetti?
"Si".
Com'è andata?
"Le
cose andarono così: Fabio Ghioni (il responsabile della Information security, la
sicurezza elettronica di Telecom, ndr) mi portò fuori dall'ufficio di via Victor
Hugo, in un baretto. Sospettavamo che le nostre stanze potessero essere
"microfonate" e mi chiese di muovermi su Massimo Mucchetti e Rosalba Casiraghi,
del collegio sindacale. Il giornalista scriveva degli articoli dove si
anticipavano le strategie del gruppo e non si riusciva a capire da chi ricevesse
informazioni così sensibili.
Ghioni mi chiese di individuare le
fonti e l'indirizzo e-mail, mi assicurò che non c'erano problemi per il
compenso. Credo di aver utilizzato per lo meno 20 uomini. Seguivano Mucchetti
dalla mattina alla sera. Dovevo controllare le due entrate del Corsera di via
Solferino e via San Marco, la sua casa di Brescia, i suoi viaggi in treno.
Ricordo che affollai il suo vagone con extracomunitari che dovevano osservare se
magari sul treno Mucchetti scambiasse documenti con qualcuno.
Poi ingaggiai una ragazza che magari
lo poteva incuriosire fino al punto da cominciare una corrispondenza via e-mail.
A quel punto ci avrebbe pensato Ghioni all'intercettazione telematica. Ci siamo
informati anche degli spostamenti aerei. Quando Mucchetti doveva volare,
andavamo al check in e facevamo sedere Mucchetti a fianco della ragazza in modo
che lei gli rubasse qualche informazione. Alla fine, credo di aver mosso intorno
a Mucchetti una cinquantina di persone. Ma, lo ripeto, non avevo problemi di
budget, come avvenne anche in un'altra occasione, quando attraverso le
telecamere interne scoprimmo che una donna delle pulizie, di origini cubane,
fotocopiava i documenti nell'ufficio di Giuliano. La seguimmo a lungo scoprendo
che era pedinata anche da altre persone, probabilmente uomini delle forze
dell'ordine in borghese. Utilizzavano auto italiane con targhe che risultarono
sconosciute. La donna portava i documenti nella sede milanese del Coni a un
uomo. Ma non abbiamo mai scoperto la sua identità. Era un vero professionista.
Riusciva a depistarci. Mai in auto o in moto, usava soltanto trasporto pubblico
e, in metropolitana, cambiava ripetutamente vettura, linea e
direzione".
Ha spiato altri
giornalisti?
"Una collaboratrice di Panorama".
Che cosa era
accaduto?
"La ragazza si era presentata da Gad Lerner con il cd che,
in codice, chiamavamo "Tokio". Era l'operazione che avevano fatto in Brasile su
Dantas e la Chico.
Di quel cd c'era una sola copia nella
cassaforte di Tavaroli. Come diavolo aveva fatto la collaboratrice di Panorama
ad averne un'altra? Questo era il nostro problema.
Dunque, la ragazza va da Lerner e le
propone il cd. Lerner va da Marco Tronchetti Provera a dire che in giro c'è quel
cd e a quel punto Giuliano Tavaroli volle conoscere i movimenti e i contatti
della ragazza".
Ha spiato anche i magistrati
Gerardo D'Ambrosio e Gherardo Colombo?
"Mi arrivò la richiesta per
fax da Pirelli di interessarmi a un Colombo e a un D'Ambrosio. Francamente non
penso che si trattasse dei due magistrati. Perché una richiesta così delicata
non mi sarebbe arrivata per fax. Ma comunque, della cosa non mi occupai io, ma
Tega, uno dei miei, e non so dire l'esito di quel lavoro.
E quanto dico a voi l'ho detto in
questi giorni ai magistrati".
Che rapporto aveva la sua
agenzia investigativa fondata con l'ex agente Cia, Gianpaolo Spinelli, con
organi istituzionali, intelligence, forze di polizia?
"Vi posso
raccontare solo un episodio. Un giorno di gennaio del 2005 Spinelli ritorna in
ufficio furibondo. Mi spiega che una sua fonte istituzionale gli ha svelato che
l'ufficio e tutte le auto usate in servizio erano piene di roba. Avevano messo
cimici e telecamere dappertutto. Siamo andati a verificare sul computer
dell'entrata degli uffici, dove risultava che effettivamente alcuni giorni
prima, alle 3 di notte, c'era stato un ingresso anomalo".
Che rapporti la "struttura
Telecom", e le agenzie investigative legate a quella struttura, avevano con il
Sismi?
"Prima che me lo chiediate, vi dico che io Marco Mancini
(ex-capo del controspionaggio) l'ho visto una sola volta e non mi è stato
nemmeno presentato. Per quello che ho capito io, non c'era un rapporto diretto
tra Giuliano Tavaroli e il Sismi, ma credo che questo rapporto passasse
attraverso i contatti del dottor Marco Tronchetti Provera con Palazzo Chigi,
dove io spesso l'ho accompagnato in qualità di responsabile della sua scorta.
Guardate per esempio, il caso Pironi. Luciano Pironi è quel carabiniere dei Ros
che partecipa al sequestro di Abu Omar. E' una collaborazione con la Cia che
dovrebbe permettergli di entrare nel Sismi. Ma, per entrare nel Sismi, Pironi
non si rivolge al suo amico di lunga data Marco Mancini, ma a
Tavaroli".
E per i rapporti con il
Sisde?
"Anche in questo caso, le cose sono chiare con un episodio.
So per certo che Giuliano venne contattato dal Servizio che gli offrì del denaro
in cambio di intercettazioni telefoniche. Giuliano rifiutò. A differenza di un
altro responsabile di una società concorrente al quale, secondo quanto ci
risultava, venivano passati 10 mila euro al mese per la sua
collaborazione".
Un agente vicino al direttore
del Sismi dice che anche Tavaroli fosse pagato dalla Cia...
"Era una
voce che girava nel Sismi, ma non so se fosse vera".
Che rapporto ha avuto con
Adamo Bove?
"Io penso che Bove sia diventato, in questa storia, una
sorta di capro espiatorio che non si può difendere. Ora, sia Ghioni sia Caterina
Plateo dicono che fosse Bove a commissionare le intercettazioni abusive. Però,
vedete, io so soltanto che Bove non sopportava la Plateo e anche la Plateo non
amava Bove. Non riesco a immaginarlo chiedere un'attività non del tutto lecita a
una persona che gli era ostile. Anzi, sono portato ad escluderlo".
Che cosa pensa del suicidio di
Bove?
"La mia opinione è che sia stato ammazzato, o indotto al
suicidio. I testimoni della sua morte hanno riferito della presenza di un
furgone bianco in zona. Se così fosse, la tecnica è tipica dei professionisti.
Di un'auto che insegue la sua "preda". L'affianca. La costringe a fermarsi. Poi
si apre il portellone del furgone. Non ci vuole molto tempo. Pochi secondi...
So, comunque, che un uomo, come Bove, che soffre di vertigini non si getta da un
ponte quando, armato com'è, può spararsi in testa. Era stato indicato da
Giuliano come il suo successore, ma c'erano anche altri pretendenti. Lui, nella
Security di Telecom, certi strumenti non li avrebbe utilizzati".
Quale è oggi la sua opinione
su Giuliano Tavaroli?
"Quando sono stato in difficoltà, Giuliano mi
ha dato del lavoro. Mi ha permesso di sostenermi. Anche quando è caduto in
disgrazia ed è stato trasferito in Romania, mi ha portato con sé. In quel
periodo, Giuliano era molto amareggiato. Mi diceva "dopo tutto quello che ho
fatto, l'azienda mi ha lasciato solo... E fanno finta di non conoscermi".
(4
febbraio 2007)