Primo Piano
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 *e Telecom, con il «Tiger Team della Sala Mara» diretta da Ghioni,
Sala mostro come l'Idra di Lerna, intercetta pure Libero e le sue e-mail. Ma non solo Libero
Unica arma dei 'qualunque' vigilare, far sapere tutto in Internet, denunciare senza indugi fatti e persone.
Non è illudendosi che standosene acquattati e silenti si è risparmiati dagli intercettatori, i silenti verranno comunque abusati.
Il Popolo dei 'qualunque' può e deve farsi leader della protesta nazionale non vittima acquiescente. Soltanto così si ottiene giustizia e si tutela il Paese
Ecco la prova: Telecom Brasil To: Libero.it
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Ercole abbatte l'Idra di Antonio Benci
detto il Pollaiolo - Galleria degli Uffizi Firenze
Il padre fondatore di Internet, Vinton Cerf, detto l'evangelista di Internet, in una magnifica intervista al Corriere della Sera dice a Massimo Gaggi:
«Il cybercrime minaccia un computer su 4».
«Mio figlio Adamo l'hanno ucciso le calunnie create in Telecom». Vincenzo Bove: «ai magistrati ho fatto dei nomi». Il jaccuse del padre» titola La Repubblica mercoledì 7 febbraio. «Suo figlio si è suicidato» mi ripetono. Io dico invece che è stato ucciso». E il giornalista domanda: Quali sono questi nomi?
«Voglio parlare innanzitutto di Fabio Ghioni, ex responsabile della security information oggi detenuto, e di Giancarlo Valente gestore del «Fondo» del presidente Marco Tronchetti Provera. E voglio parlare anche di due dirigenti Telecom, Gustavo Bracco e Armando Focaroli».
Nei giorni precedenti l'intervista, ancora due arresti nell'ambito delle investigazioni sul «Tiger Tim» di Telecom diretto da Fabio Ghioni, in carcere già dal 18 gennaio ma licenziato solo dopo l'arresto e che dopo un mese di patrie galere si è deciso a vuotare il sacco. I due ordini di arresto hanno raggiunto Andrea Pompili, coordinatore del Tiger Tim, e il 24enne Alfredo Melloni, detto «Goodboy», l'Hacker che nel 2001 aveva violato i siti del Senato, della Fao, di Rai e Mediaset, del Cnr e del l'Enea fino alle home page del Pentagono e della Nasa per cui beccò un anno e sei mesi di reclusione. Melloni, assunto in Telecom nella «Security» di Tavaroli e Ghioni, è una punta di diamante del «Tiger Tim» ed è la prova che i vertici di Telecom sapevano e ordinavano intercettazioni. Può forse il Capo del personale Telecom non sapere chi ha assunto nel settore più sensibile e strategico come è la «Security»?
NO. Gustavo Bracco non poteva non conoscere i precedenti penali di Alfredo Melloni.
Lunedì 29 La Repubblica apre con la notizia, in corso di verifica, spiegano nell'articolo Colaprico e D'Avanzo: «Telecom, spiati i PM Colombo e D'Ambrosio».
Martedì 30 la Procura della Repubblica di Milano smentisce: «E' un caso di omonimia, Colombo e D'Ambrosio sono nomi trovati nei dossier di Telecom ma non si riferiscono ai due noti magistrati». Insolito che un grande quotidiano, rischiando la sua immagine, apra con una notizia di tale portata se la notizia è tutta da verificare. Come è insolito che una Procura anticipi e divulghi una ipotesi. Venerdì 26 gennaio, Colaprico, D'Avanzo e Randacio così concludevano la puntata sulla Spy Story che lega Sismi e Telecom e sul Patron di Telecom Marco Tronchetti Provera:
«Forse davvero questa inchiesta può avere il clamoroso valore dello scandalo P2». E a ruota, sabato 27, Spinelli, ex agente Cia, dichiarava a Carlo Bonini:
«Qualcuno davvero pensa in Italia che la Security di Pirelli e Telecom abbia lavorato all'oscuro dei vertici aziendali?».
No, nessuno lo pensa. Contro buonsenso e prove lampanti, solo Tronchetti pensa che l'Italia creda a lui e ai vertici di Telecom. Quanto ha scritto a La Stampa è aria fritta, prolissa, noiosissima, petulante. Di un collaboratore Telecom sotto inchiesta Spinelli aggiunge: «Bernardini costituì una società, la Global Security, che lavorava (tra altri Stati ndr) con Italia e Indonesia». Domenica 28, sul Corriere della Sera, Luigi Ferrarella scrive: «Il Tiger Team di Telecom rubava email. In una cartella è documentato il monitoraggio abusivo di caselle email, riconducibili a Telecom Brasil, operato tra ottobre 2003 e marzo 2004».
Come risulta dal doc allegato qua in calce, le violazioni del server di Libero.it, e le intercettazioni sulle mail box dei suoi utenti, il furto di email di altri provider continua. Infatti, l'email-Phishyng i cui Header e IP risultano di Telecom Brasil, è datata Friday, November 11, 2005 8:50 PM ed è diretta ad un cliente di Libero.it a cui l'Abuse
scrive: «Ci risulta che ci sia qualcuno che invii mail e che, a nome della nostra Azienda, richiede i dati del suo account, passwd e user».
Un particolare significativo degli Header dell'email inviata all'utente di Libero spacciandosi come Libero.it ID:, mail in cui si richiede di inviare la propria user e password, è che il Dominio dell'email utilizzata come drop-box (header From:) è nireland, nireland.com e l'utente 201-11-102-89.jvece7001.dsl.brasiltelecom.net.br (201-11-102-89.
jvece7001.dsl.brasiltelecom.net.br 201.11.102.89) ha inviato l'email a smtp9.libero.it. Nireland risulta parola indonesiana ma non traducibile. Nireland e basta.
Logico supporre che Telecom violava e si introduceva negli altri provider - perchè limitarsi a Libero?
Anche Tiscali avvertì che qualcuno inviava mail infette, che non erano spoofing, a nome di suoi utenti - e intercettava le mail prelevando così i dati personali di milioni di cittadini molti dei quali, tra l'altro, con i Pc infettati dagli spioni del «Tiger Tim» apparivano non solo mittenti di virus e Phishyng ma erano utilizzati come server ponte per sferrare gli attacchi degli Hackers di Telecom.
La domanda logica di tanto ardire e di tanta sicurezza nel perpetrare il crimine non può essere che una: Qui prodest?
Che la Magistratura venga spiata ha un significato preciso. Riconduce a disegni eversivi, golpisti. Così come il coinvolgimento di troppi pezzi dello Stato corrotti e complici. Ex ed attuali pubblici ufficiali delle Forze dell'ordine: carabinieri, poliziotti, finanzieri.
In una nota scrissi che Vittorio Olcese fu membro della Commissione parlamentare di indagine sulla Loggia P2 e quindi seguii quella inchiesta da fonti informate sui fatti. Ma, quando mesi orsono definii l'affaire Telecom come una sorta di Loggia P2 - quindi da indagare anche da un'ottica sovversiva - politici, opinionisti e cronisti  sempre ultimi nell'approfondire i fatti anche perchè, diciamolo, i più ignorano cosa sia veramente un computer e come si usa, i meccanismi di Internet e relative difese, e quali immense possibilità di indagine, di ricerca e di prova offrono ad un normale navigatore, ironizzarono sulle mie messe in guardia per poi, lento pede, lento ma costante, ricondurle a fini sovversivi paragonabili alla Loggia P2.
Con tutto quel che ho anticipato, il perchè non abbia mai ricevuto una sola querela per diffamazione o perchè Siti internet e Google pullulano delle mie note, di lettere e  commenti dei lettori sullo scandalo Telecom, nessuno se lo è chiesto. Non scrivo se non ho più e più riscontri. Mio padre fu giornalista e direttore, conosco le regole.
In una intervista, forse in quella stessa data al Sole24Ore in cui mise in cattiva luce Adamo Bove, Fabio Ghioni dichiarò: «Se avessi fatto io gli attacchi li avrei fatti risultare dal Brasile, dall'India, da IP stranieri».
Ora, partendo proprio dalle motivazioni che hanno portato agli arresti Fabio Ghioni dirigente dell'auditing e già responsabile della sicurezza informatica di Telecom, di Rocco Lucia e di due complici legati al «Tiger Team della Sala Mara» diretta da Ghioni, possiamo verificare con la documentazione di un mio lettore utente di Libero un attacco via e-mail proveniente da «Telecom Brasil». Brasil, è la versione trendy-esotica del samba criminale e di potere che si ballava nella Sala Mara del «Tiger Team» nel palazzo situato proprio nei pressi di Fiumicino. Sede Telecom che ospita le sue strutture più sensibili.
Ma intanto cosa accade ora nella galassia di spioni e provider ai quali Ghioni, Tavaroli, Cipriani e Co hanno appaltato i dati di migliaia di utenti lucrando miliardi?
I segnali da internet dicono che il samba non è finito. Affatto. Mentre gli inquirenti, per ora, hanno trovato un Cd contenente 6000 icone con dossier di tutta Italia, si rivedono on line vecchie conoscenze e note «strategie tecnologiche delle «Security» di Telecom». E mentre le indagini indicano Ghioni come autore dell'attacco al Corriere della Sera avvenuto via Brasile e Svizzera, e Tavaroli complice nella violazione dei Pc dei provider concorrenti per rubare strategie tecniche e industriali e dati personali dei clienti, tra tanta «Grandeur», l'esercito degli intercettati 'qualunque' passa in cavalleria.
Ed eccoci arrivati al punto in cui proprio un navigatore 'qualunque' è approdato da anni con documentazioni costanti segnalate tutte a Polizia postale, Garante, Abuse, capo dell'Ufficio legale di Telecom e all'Enav invano. Invano per anni. Fino a prova e a comunicazione contraria, nessuno ha voluto vedere, provvedere e risponderne.
Ne' indagare. Ne' darne conto ai propri e altrui utenti. Stesso trattamento Telecom lo ha inflitto alla Magistratura a cui non rispondeva al fine di seminare le inchieste. Incredibile. Ma vero. Questa l'etica aziendale dei vertici Telecom. Questa la prassi. Questa la strafottenza, questa la iattanza del potere dei vertici di Telecom.
Ma che schifo di azienda è una Telecom che non risponde agli interessi nazionali ma a quelli sporchi di una Cupola di intercettatori criminali e sovversivi?
Come spiegare tanta sicumera oltranzista ed arrogante a partire dalla testa fino alla coda di una azienda di telecomunicazioni nazionali ed internazionali?
E tanta «cecità», tanta «sordità», tanta sciatteria negli organismi istituzionali preposti ai controlli ed alle indagini come si spiegano?
Di alcuni, come Garante, Polizia postale e Ufficio legale di Telecom, lascio a osservatori ed investigatori l'ardua sentenza. Per altri si spiega con l'omertà mafiosa verso la Cupola dell'organizzazione criminale, quindi la consegna al silenzio per la continuità indisturbata dei crimini e della mangiatoia bassa dei picciotti di Telecom.
Con altri ancora con la rete di elementi delle Forze dell'ordine come carabinieri, poliziotti, finanzieri, topi di uffici giudiziari corrotti.
Questa rete di pubblici ufficiali fin dove ha esteso i suoi tentacoli omertosi? Oltre al danaro facile al servizio di quale disegno? Di quale progetto? Di quanti?
Di chi in particolare? Di quale ideologia? Di quale fine? Con quali e quanti agganci e punti di riferimento?
Nella Cupola di Telecom non comandava forse un ex Carabiniere? Sì, Tavaroli. E nel Sismi non c'era forse l'ex dei Ross Mancini? Sì. Ma non solo ex pubblici ufficiali.
L'ordine di scuderia di Telecom? Proteste e segnalazioni dei propri e degli utenti di altre aziende di telefonia e internet, dovevano, e devono ancora, essere ignorate con il silenzio totale di Abuse e Ufficio legale. Irragiungibili. Muti. E le denunce? Le querele degli intercettati 'qualunque'?
In certi casi mutilate, antedatate, posdatate, falsate, capovolte, svuotate, deviate, insabbiate, quindi, giustamente archiviate come impresentabili, irrilevanti.
Una tela di ragno in cui paralizzare gli schiavi e far proliferare il crimine sovversivo a danno di quanti non nuotano nell'oro sporco frutto dei crimini interni alla Telecom.
Una delle prove che il «Tiger Team» di Ghioni non solo violava i Pc degli abbonati Telecom ma anche provider concorrenti e i loro utenti (tranne i piccoli provider complici, e corrotti per «smaltire» il troppo «lavoro» di Ghioni, Tavaroli, Lucia, Cipriani e Co) la troviamo qua. La prova ulteriore che la longa mano del «Tiger Team» di Ghioni & Tavaroli violava i server dei provider per intercettarne la posta chiedendo user e password dei clienti e, con virus e Phishyng, si appropriava di carte di credito e password bancarie.
Non si conta, inoltre, l'esercito di fessi e pornoamatori accalappiati, prosciugandogli il conto in banca, con e-mail reclamizzanti viagra, foto e siti porno «gratis».
Per il piacere degli occhi increduli dei miei lettori le violazioni da Novara e dalla Sala Mara di Fiumicino le ho fotografate in tempi utili ma furono ignorate. (?)
Ma ora, i tabulati con i dati degli utenti da intercettare che la Cupola della «Security» di Telecom ha distribuito tra i tanti complici, dove sono finiti?
Nelle salde mani degli eredi del «Tiger Team della Sala Mara», di Tavaroli e compagnia spiante, quindi, passata la buriana degli arresti, per gli eredi c'è speranza.
E infine, pivellini e apprendisti erano collocati in un call center dove, spacciandosi da funzionari IMPS o di altre istituzioni pubbliche, si facevano le ossa con telefonate tipo «Presso i nostri uffici è in giacenza da tempo una grossa somma di contributi arretrati da versarle, abbiamo urgenza del numero del suo conto bancario. Chiediamo scusa per il ritardo ma è a causa di un errore amministrativo. Ci comunichi il numero del suo conto corrente e la banca presso cui effettuarle subito il versamento».
Sai quante povere vecchiette e quanti poveri pensionati ci sono cascati?
E il Cupolone numero uno di Telecom fa pure lo sdegnato e l'indignato all'ipotesi che si indaghi pure su di lui e sui vertici aziendali di Telecom!
E si permette pure di scrivere aria fritta a La Stampa. Ma quanta ignobiltà, quanta miseria umana, quante puttanate fa e dice Cupolone Tronchetti Provera! Direte: ma come fai ad essere sicura che le telefonate IMPS arrivavano da Telecom?
Il diavolo, talvolta, fa i coperchi ma non le pentole di Telecom. Al «Tiger Team Telecom-Imps» si devono esser fatti un piatto de pajata mollando qualche attrezzo così che gli «operatori» li si sentiva dal tipico contesto Telecom. Tipo il casino che si sente quando si chiama il 187. Inimitabile no?
     Giuliana D'Olcese quota rosa di Internet su
      www.virusilgiornaleonline.com/rubricadol.htm
LA PROVA: Testo, Header, IP e ID del mittente del messaggio Phishyng per ottenere password e user del destinatario.
----- Original Message -----
From: Verification
To: xxxxx@libero.it
Sent: Friday, November 11, 2005 8:50 PM
Subject: libero.it ID: xxxxx@libero.it
Daer libero.it Member,
We must ceck taht yuor libero.it ID was registered by real people. So, to help libero.it prevent autometad
registrations, plaese click on this link and complete code verification process:
http://  libero.it/0zUJmamYqyiT2UiOncgafGPX5q4kLN0LsrLpvbV1kfjbbooO4CU4mHs4d3u8wu6
Tnahk you.
Risposta di Libero:
 ----- Original Message -----
From: Abuse@libero.it
To: xxxxx@libero.it
Sent: Monday, November 14, 2005 11:39 AM
Subject: Re: ABUSE: Spam and Pishing link?   libero.it ID: xxxxx@libero.it
Gentile cliente, La ringraziamo per questa sua utile segnalazione. Ci risulta che ci sia qualcuno che invii mail e che, a nome della nostra Azienda, richiede i dati del suo account - passwd e user -. Le scriviamo per informarla che siamo completamente all'oscuro di simili richieste da parte nostra; non richiediamo alcun dato via mail!!!
La preghiamo quindi di non rilasciare i suoi dati. Nel caso in cui erroneamente l'avesse già fatto, le consigliamo di variare SUBITO le sue passwd (per informazioni a riguardo può scrivere a backoffice@iol.it). Siamo a sua disposizione per qualsiasi chiarimento, voglia accettare le nostre scuse per il disturbo arrecatoLe. Cordiali Saluti
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Header IP e ID di "Verification"
Return-Path: <BertaBertolinivkhclw@nireland.com>
Received: from smtp7.libero.it (193.70.192.90) by ims6b.libero.it (7.2.059.5)
        id 435DC63300370EF0 for xxxxx@libero.it; Fri, 11 Nov 2005 19:56:40 +0100
Received: from smtp9.libero.it (172.16.1.75) by smtp7.libero.it (7.0.027-DD01)
        id 4369E4D200BF6ADE for xxxxxlibero.it; Fri, 11 Nov 2005 19:56:40 +0100
Received: from 201-11-102-89.jvece7001.dsl.brasiltelecom.net.br (201-11-102-89.jvece7001.dsl.brasiltelecom.net.br [201.11.102.89])
 by smtp9.libero.it (Postfix) with SMTP id 8EA507000099
 for <xxxxx@libero.it>; Fri, 11 Nov 2005 19:56:36 +0100 (CET)
Message-ID: <a3ab01c5e6f9$c67a1ee7$ecf3fcd7@nireland.com>
From: Verification <BertaBertolinivkhclw@nireland.com>
To: xxxxx@libero.it
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Date: Fri, 11 Nov 2005 19:50:42 +0000  MIME-Version: 1.0
Content-Type: multipart/related; type="multipart/alternative"; boundary="----=_NextPart_000_0000_DDA932F9.935D401F"
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TRAFFICO DI TABULATI TELEFONICI, PERQUISIZIONI
Punto informatico News letter URL: http://punto-informatico.it/pi.asp?id=1886762
Le forze dell'ordine hanno eseguito venti perquisizioni in alcune città italiane per colpire la raccolta e diffusione illegale di tabulati telefonici. Un'indagine nell'indagine sulle intercettazioni illegali.
Roma - Arriva dalla Procura della Repubblica di Padova la conferma dell'operazione con cui due giorni fa la Squadra mobile padovana assieme agli agenti della Digos ha proceduto alla perquisizione di una ventina di persone in diverse città italiane, tutti sospettati di far parte di un giro illegale di tabulati telefonici.
Il grosso delle perquisizioni è stato svolto a Roma ma agenti si sono mossi ad Aosta, Trento, Venezia, Napoli, Bari, Macerata e Taranto, un'indagine che prende di mira le attività in particolare di chi avrebbe partecipato al furto dei dati telefonici. Non solo tecnici ma anche intermediari e investigatori privati.
Non si è trattato di un'operazione estemporanea: è infatti scaturita dall'inchiesta che ormai da quasi un anno a Milano verte sulle modalità e sulle responsabilità delle massicce operazioni di prelievo dai database delle forze dell'ordine di dati telefonici. Furti che sarebbero stati effettuati anche con la complicità di due dipendenti della Polizia, poi arrestati. Un'inchiesta che sta continuando a svelare nuovi dettagli, dimostrando una «dimensione» del fenomeno che non può che preoccupare. Fino ad oggi queste indagini hanno portato all'arresto di 6 persone, che si trovano in carcere, e alla denuncia di alcune decine di altre persone.
Una inchiesta con diverse ramificazioni e con arresti che si susseguono agli arresti.
Il 18 gennaio erano stati arrestati Fabio Ghioni, già responsabile della Sicurezza informatica in Telecom Italia, e Guglielmo Sasinini, già direttore del magazine Famiglia Cristiana e, nell'ambito della medesima inchiesta su spionaggi telefonici e cracking informatici, i Carabinieri di Milano hanno arrestato Alfredo Melloni e Andrea Pompili componenti del Tiger Team. Un'indagine che rientra in una delle più complesse inchieste sulle intercettazioni, quella dei dossier illegali costruiti su centinaia, migliaia e forse centinaia di migliaia di italiani.
Il Tiger Team era un gruppo di esperti informatici alle dipendenze di Telecom per individuare i punti vulnerabili dei sistemi informatici, ma i suoi componenti - tra i quali non solo Ghioni ma anche il già arrestato Rocco Lucia  - avrebbero raccolto illegalmente informazioni sui personaggi legati al controllo di Telecom Italia e Telecom Brasil. E' quindi significativa la notizia secondo cui negli uffici di Pompili, ubicati nello stesso palazzo degli uffici Telecom, gli inquirenti avrebbero rinvenuto dei Cd-ROM con una relazione tecnica della Polizia Postale, relativa alle indagini sullo spionaggio illegale di email legate a Telecom Brasil.
Commento
E dopo gli arresti degli spioni del «Tiger Tim» di Ghioni, Tim di intercettatori allocato nel palazzo Telecom sulla via di Fiumicino, anche questa è andata a segno.
La conoscenza dei fatti e delle inchieste giudiziarie, se pur in ritardo, ci danno puntualmente e inesorabilmente ragione. Della vendita di tabulati o di tabulati dati in «appalto» dagli spioni di Telecom a provider e ad altre società telefoniche, infatti, molti lettori ed io ne scriviamo da due anni e la mia rubrica on line ne è la fedele testimonianza. Come si vede non è mai troppo presto per rendere note le cose...... Ma neanche troppo tardi. (,-)
Ed ora, ci aspettiamo di saperne di più su società come l'ENAV e la Tecnosistemi Group http://www.tecnosistemi.it/servizi_e_soluzioni_2.asp e sui siti BNC, siti che se solo provate a digitarli su Google....
       Giuliana D'Olcese quota rosa di internet
Beppe Grillo e il professor Rossi
Uno dei più forti e attuali grattacapi del presidente di Telecom è come cercare di neutralizzare l'annunciata presenza di Beppe Grillo (e fans) all'assemblea del gruppo. C'è tempo fino ad aprile per inventarsi qualche strategia di neutralizzazione o contenimento ma lo sbarco in forze di Beppe Grillo con i suoi fans nell'auditorium Telecom Italia di Rozzano per l'assemblea della Telecom, è uno dei pensieri che tolgono il sonno al presidente, il professor Guido Rossi.
Come spesso accade in Telecom, probabilmente Rossi insedierà una task force per studiare cosa fare: ne farà parte Toni Concina, l'uomo delle pubbliche relazioni di Rossi, che somma a una pensione d'oro di Telecom (dove aveva già lavorato fino all'età pensionabile) l'emolumento di dirigente Telecom, ci sarà poi l'ex maggiore dei carabinieri Damiano Toselli, già capo della security delle FS e oggi al posto che fu di Tavaroli alla guida dei guardiani Telecom, il capo del legale Guglielmo Bove (fratello del capo della security Telecom purtroppo suicidatosi) e infine Franco Brescia, assistente di Rossi. Cosa si potrà inventare la task force per l'assemblea è difficile dirlo ma la preoccupazione è forte nei vertici, dopo l'acquisto da parte di Grillo di un'intera pagina del quotidiano La Repubblica per chiedere la cacciata di Buora e Tronchetti; e ormai Grillo è un personaggio anche per la stampa economico-finanziaria americana. Una volta le assemblee Sip, ai tempi dell'Iri, erano disturbate solo da qualche sindacalista autonomo che criticava la durezza nei confronti del personale (rose e fiori se paragonate con l'oggi) e professionisti dell'intervento polemico ma documentato come Marco Bava, già telefonista notturnista Sip ed esperto di bilanci. Poi ci fu lo spettacolo dello scontro Agnes-Grillo, poco prima della privatizzazione, nell'auditorium Seat di Via Bertola a Torino, oggi venduto alla provincia e un breve match Tronchetti-Di Pietro, irripetibile visti gli incarichi istituzionali di Di Pietro.
Grillo oggi è considerato un'autentica mina vagante: la sua popolarità testimoniata dal seguito del blog, il tutto esaurito agli spettacoli in una tournè lunghissima, ne fanno un protagonista della vita sociale e politica di primo piano. Basterà blindare Rozzano e alzare la voce in assemblea da parte di Rossi per fermare Grillo e i suoi seguaci? Ci saranno contatti diplomatici prima dell'assemblea, quei contatti sempre evitati da Tronchetti, che, oggi, è accusato da Grillo di averlo fatto spiare, pedinare e perfino ascoltare al telefono?
A consolare Rossi, da sempre teorico della public company e della democrazia economica di tipo anglosassone dovrebbe essere il fatto che negli Usa le assemblee delle grandi corporations sono così: un vero rodeo fatto di sindacalisti, rappresentanti delle comunità locali, e poi Ralph Nader, avvocati e clienti incazzosi e incazzati. Per cui niente paura Rossi: hai voluto la democrazia? E adesso pedala.
Pier Luigi Tolardo - Quelli di Zeus http://www.zeusnews.it/news.php?cod=5414
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*Spioni in appalto? Finalmente in galera*
Impressionante sì. A volte vien da chiedersi ma come..??? Capire il problema, individuare la provenienza e fare anche nomi e cognomi con decisione.. e nessuno ti ha denunciata per diffamazione! Insomma, una bella soddisfazione. La rete colabrodo sconcerta. Una volta c'erano solo gli operai della SIP che aggiustavano le cabine ad essere i privilegiati che potevano ascoltare le conversazioni. Ora i pensieri veicolati in rete senza riserve rappresentano una ghiotta occasione per una miriade di gente senza scrupoli. Si potrebbe parlare anche di altre security aziendali non solo di quella Telecom, che comunque meritava una particolare attenzione per la delicatezza del settore. Quando si metterà un po' di ordine in internet si potrà cominicare a parlare anche delle intranet aziendali e dell'ingerenza degli amministratori delle reti (su commissione) nella privacy dei lavoratori, invasione spesso indebita e per ragioni non strettamente attinenti al rapporto lavorativo. Non voglio fare il noglobal o l'antagonista ma certe aziende s'ingeriscono troppo nella vita dei dipendenti. Ho persino letto su un giornale (non ricordo precisamente se sull'economist) che alcune imprese di grande dimensione e alcune multinazionali si spingono sino a controllare le opinioni dei lavoratori, critiche ma non necessariamente diffamatorie, e mi chiedo se analoga sorte la subiscano le e mail delle caselle di posta personali dei dipendenti... Qua ci vorrebbe un'Authority, una commissione permanente in parlamento, ma con prerogative forti e capace di comminare ai ladri di pensieri sanzioni che includano "up to and including imprisonment". Paolo
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E be,, è una gran bella soddisfazione
sapere che il serpe nel manicone è talmente serpe e talmente lungo che denunciare qualche utente che aveva capito tutto voleva dire fare un grande casino in rete, ma un casino solo a loro sfavore perchè da un certo punto in poi, dall'arresto di Tavola, hanno capito che arrivava il loro turno e l'unica cosa da fare era starsene acquattati e mimetizzati sperando in dimenticanze e imperizie delle Procure e della Pol postale.
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Problemi Telecom Italia SpA
Gentile Sig. Giuliana D'Olcese,
leggo sempre con molto interesse i Suoi scritti e con particolare interesse quelli in merito all'oggetto e mi compiaccio per l'interessamento di una soluzione a favore dell'utente. In particolare mi hanno colpito i Suoi consigli circa fatture gonfiate, addebiti infondati o servizi addebitati e mai chiesti dall'utente. Io mi trovo in questo caso: dopo aver scritto più lettere racc. AR al Servizio Clienti Telecom Nord Est di Mestre VE e per conoscenza alla Ediconsum di Gorizia per farmi riconoscere un accredito e dopo aver sospeso i pagamenti di alcune bollette per il contenzioso in corso, dovuto a disservizio di mesi nel ripristino della linea, che comunque pagavo senza utilizzarla, da una casa vecchia a una nuova, dalla fine di Novembre mi hanno tolto la linea in uscita, posso solo ricevere o effettuare chiamate d'emergenza, previste per legge. Ieri, mi sono consigliato con un agente della Ediconsum ed ho capito che siamo sempre più indifesi di fronte a questo "mostro" che è Telecom Italia.
Anche volendo cambiare gestore non lo posso fare se non pago prima tutte le fatture gonfiate, senza ricevere un risarcimento per i disservizi subiti, come previsto dall'art. 7, comma 2 del Regolamento Telecom!!! (neppure la Ediconsum ha mai visto che sia stato effettuato un tale rimborso!).
Le sembra che sia proprio così o si possa fare qualcosa? Cosa per esempio? Se passo la pratica ad un avvocato, spenderò ancora per l'avv. e comunque dovrò pagare le fatture ingiuste, senza alcuna soddisfazione alle mie richieste. Potrei denunciare l'accaduto alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Gorizia?
E fra quanti anni riavrò la linea telefonica??? Le chiedo un gentile consiglio sul da farsi. Ricordo che Lei consigliava di pagare il fisso togliendo le voci indebite, e poi cosa succede? Nell'attesa di un gentile sollecito riscontro porgo - con sentiti ringraziamenti - i più cordiali saluti,
Lorenzo Qualli - Allegati: lettere scritte alla Telecom Italia SpA, di cui l'ultima, del 27.01.07, è senza risposta.
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Gentile Sig. Lorenzo Qualli,
mi fa piacere che segue con interesse i miei articoli anche perchè rappresentano uno sforzo (mi dicono molti lettori una posizione coraggiosa e poco da donna on line) finalizzato a stabilire i diritti degli utenti e dei consumatori denunciando le mille inaudite soperchierie, a volte vere e proprie truffe e reati penali gravissimi, come le intercettazioni telematiche illecite fatte su migliaia di cittadini utenti Telecom e non Telecom, reati per cui molti, ma non ancora tutti, sono ora in galera.
Vede, se molti dei miei lettori non mi avessero coraggiosamente sostenuto con le loro lettere, le indagini, mi creda, non sarebbero ora così avanzate.
Abbiamo assieme sensibilizzato alla grande la rete a tutti i livelli e ciò, mi creda, proprio per la partecipazione popolare di massa che appare dovunque anche su Google oltre che in centinaia di siti che pubblicano i miei articoli seguiti da una caterva di lettere e articoli correlati tutti, a cominciare dal 2004, sulla mia rubrica on line.
Nei momenti caldi la partecipazione generosa dei cittadini, quelli che si distinguono per senso della Cittadinanza e danno una mano alle Istituzioni, è fondamentale ed ha i suoi risultati, mi creda.
Su quanto mi ha esposto le consiglio di portare tutta la sua documentazione, allegata ad una sua precisa, asciutta e circostanziata memoria, tipo il conto della serva, al Tribunale della Pace (dove se vuole ha diritto di non prendere nessun legale ma sarà lei il legale di se stesso) e di intentare un giudizio contro l'azienda. Non le costa niente e, se ha ragione, le assegnano anche il danno che però, al Tribunale della Pace, non supera i 2000 euro. Io quando ebbi un contenzioso con Telecom simile al suo ma riguardo internet, feci così e credo di essere l'unica, che perdippiù in soli sei mesi, ha avuto ragione di Telecom e dei suoi soprusi vincendo la causa ed ottenendo il massimo previsto del danno materiale e morale mentre Telecom era difesa da uno dei tre studi più noti, importanti e prestigiosi, della Capitale.
Le auguro di averne la pazienza e la costanza, tutto è cominciare, poi i Giudici di Pace sono molto comprensivi e pratici, è l'unica giustizia che funziona in Italia.
Per carità, si tenga alla larga dalla Procura della Repubblica del Tribunale di Gorizia perchè, a parte che il suo sarebbe un giudizio civile, le Procure si occupano di reati penali ed il suo contenzioso nulla ha a che vedere con il penale ma è di natura amministrativa ecc. ecc. Ma non glielo hanno detto alla Ediconsum di Gorizia?!
    La saluto e le auguro successo e, quando un argomento scotta, mi scriva......
       Giuliana D'Olcese quota rosa di internet www.virusilgiornaleonline.com/rubricadol.htm
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Ancora una volta grazie per la chiarezza, la sinteticità, l'ordine e il distacco,
del quale distacco io non sarei capace alla tua età e non ne sono capace ancora alla mia. Quanto meno avrei detto tanti vaffa da far inorridire satana.
 Luigi Melilli
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Spioni Telecom: andranno mai in galera i mandatari?
Cara Giuliana, avevi proprio ragione anche sugli utenti appaltati! Ma pensi che andranno mai in carcere i mandatari di tante spiate? Io credo che la Giustizia davanti ai potenti si inchina e dice "NON E' REATO ASSOLTI!". Abbiamo una giustizia di parte, a favore dei potenti. I Giudici corretti saranno il 2/3%?
   Graziella
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ANSA mercoledì 31 Gennaio 2007-01-31I carabinieri del Nucleo Operativo di Milano hanno arrestato questa mattina due tecnici del Tiger Team, il gruppo di esperti informatici di Telecom, nell'ambito della vicenda dell'incursione alla rete della RCS, un capitolo dell'inchiesta della Procura di Milano sui dossier illegali.
Le persone finite in carcere sono Andrea Pompili, responsabile del Tiger Team, e Alfredo Melloni. I due sono accusati di accesso abusivo del sistema informatico e telematico. Per la stessa vicenda lo scorso 18 gennaio erano stati arrestati, tra gli altri, Fabio Ghioni, ex responsabile della sicurezza informatica di Telecom e quindi anche a capo del Tiger Team, e il giornalista Guglielmo Sasinini. L'ordinanza di custodia cautelare in carcere è stata firmata dal gip Giuseppe Gennari. (ANSA).
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Telecom arrestati due esperti informatici
Ah ah ah! e mi sa che fra poco ti chiameranno come persona informata sui fatti perchè hai anticipato le indagini con nomi e cognomi, e non potrai nemmeno rivelare la fonte sotto copertura.. Google! e nemmeno potrai dire degli strumenti di intelligence.. un antivirus aggiornato un Firewall infallibile e il database degli IP adress RIPE! Insomma, chi ha occhi e orecchie per intendere se vuole può diradare le nebbie. Speriamo che si faccia un po' di ordine in rete, senza censura naturalmente, e la finiscano di scassà o sasicc con siti di viagra, trojan downloader, siti di fishing e altro. L'impunità per i reati in rete deve finire. Chi fa fishing commette il reato di truffa, chi viola i dati personali di un PC commette una violenza privata e un furto (ai giudici il compito di inquadrare la fattispecie che più si adatta), l'uso dei dati sottratti per uno scopo ricattatorio è un'estorsione, lo spam continuo ed insistente è una molestia, la violazione dei PC di un giornale a grandissima diffusione nazionale, poi, lascia intravedere persino scopi eversivi. La rete ha bisogno di un monitoraggio efficace e per ora gli unici guardiani sono stati solo pochi volontari disinteressati tra cui Virus.
PS: Hai visto che fungendo da fari si diradano anche le nebbie dei porti?
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Come auspicatissimo, uno a uno li stanno a becca' tutti...... e beccheranno pure i miei, anzi quelli li becco prima io e poi loro
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Telecom è il capitalismo
Il tragicomico caso dei dossier "illegali" Telecom presenta un ulteriore interessante spaccato del capitalismo autonomizzato, nella sua specifica branca italiana. Sembra infatti che Telecom non si limiti solamente alla produzione-vendita di servizi telefonici, bensì coltivi al suo interno attività quali lo spionaggio diretto, la collaborazione continuativa con agenti dei servizi segreti e strani rapporti con oscure agenzie di investigazioni. Il tutto gestito da curiosi personaggi a metà strada tra lo Stato, l'attività imprenditoriale e la criminalità (ammesso e non concesso che vi sia differenza di natura fra i settori).
In un'epoca in cui l'accesso alle informazioni è tutto, non c'è da stupirsi che il lavoro di intelligence svolto all'interno dell'azienda servisse - come dicono i magistrati - ad "anticipare mosse finanziarie e politiche non gradite a qualcuno e predisporre le necessarie contromisure, giovandosi del ricorso a metodi radicalmente illeciti".
Un bell'esempio dell'ultimo stadio raggiunto dal capitalismo: la produzione vera e propria diventa un optional e si sviluppano sempre più strutture e attività indefinibili, atte al puro e semplice drenaggio di valore altrui.
n + 1 - Newsletter 105
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A proposito dell'articolo di Paolo Biondani,
il 14 dicembre 2006 ho letto sul Corriere della Sera l'articolo «Dossier e furti d'identità. Una macchina per ricatti attiva in tutto il mondo» e, su societacivile.it, l'inchiesta in due puntate pubblicata da Diario a firma Gianni Barbacetto e Paolo Biondani «Ogni cosa è intercettata» e «Abu Omar, il corpo del reato».
Nel capitolo «Tangenti, appalti e sicurezza» circa gli appalti all'Ivri si parla anche di Roberto Cosentino dirigente dell'ENAV. Essendo certo di essere stato intercettato, da anni seguo un mio filone proprio sull'ENAV raccogliendo documentazione degli attacchi telematici provenienti da IP delle sedi dell'ENAV di via Salaria e di Fiumicino. E' proprio nei pressi di Fiumicino che vi era l'ufficio Telecom, il Tiger tim, da cui Ghioni ha «recapitato» il Trojan al Corriere facendo partire la mail infetta dal suo ufficio di Milano in via Victor Hugo e servendosi dell'hacker ventitreenne Alfredo Melloni e di Andrea Pompili. Scrivono Barbacetto e Biondani:
«Per l'appalto dell'Enav (presidio armato sotto le torri di controllo del traffico aereo), il gruppo Ivri è riuscito perfino a sostituire in corsa la busta con la propria offerta, poi naturalmente risultata vincente. A raccontarlo è una gustosa intercettazione del funzionario inquisito: «Carta intestata, timbri, gli stessi che hai usato per l'altra volta..., portati dietro la fotocopia dell'offerta, la carta intestata in bianco, un po' di fogli, ché dobbiamo rifare, e il timbro uguale!».
Con alcune ricerche ho appreso che nel 2001 tra l'ENAV, che ha una sua Security, e la Tecnosistemi Group si tentò di costituire una società, la Italflight System SPA - http://www.google.it/search?hl=it&q=Italflight+System+SpA - di cui però non c'è un solo sito di detta «costituita società» ma il contenuto del link ha molto a che vedere. Non si comprende la natura della Italflight System SPA, ma si comprende bene quella di Tecnosistemi Group. Di cosa si occupa Tecnosistemi Group?
Vedi http://www.tecnosistemi.it/servizi_e_soluzioni_2.asp
Cosa c'entra un ente come l'ENAV con uno come Tecnosistemi? A quanto pare, utilizzavano server pirata come www.impulsiva.net, chiamati BNC, che mascherano l'hacker con falsi IP e header's. Accade su Google che digitando BNC, ancora prima di collegarsi ai link dei siti BNC, scatta l'allarme di intrusione.(!) Un radarista dell'ENAV di Brindisi ha spiegato che è un fatto detto GAS: «Echelon, Massoneria, Superamanda, Servizio Radar di Telecom, chiunque poteva accedere a quei servizi». Nell'articolo «Abu Omar, il corpo del reato» c'è scritto: «C'è anche un «corvo», in questa storia, un anonimo che scrive lettere a giornalisti che seguono il caso Abu Omar e le invia da un ufficio postale di Roma Fiumicino». Tutto si lega. Allego il capitolo di Barbacetto e Biondani.
Ecco l'articolo di Barbacetto e Biondani, buon lavoro Agostino Caminati
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Tangenti, appalti e sicurezza.
di Paolo Biondani e Gianni Barbacetto - Diario
La scoperta delle prime spie interne al tribunale, che confessano e patteggiano, permette alla procura di tenere segrete altre intercettazioni, che svelano un traffico di tangenti sugli appalti che non si limita al pur rilevante istituto milanese Città di Milano. Il 13 maggio 2004, otto arresti scuotono l'intero gruppo Ivri (Istituti vigilanza riuniti d'Italia), allora numero uno in Italia nel business della sicurezza privata. In carcere finiscono il presidente e comproprietario dell'Ivri, Giampietro Zanè, il suo commercialista Donato Carone, il direttore centrale della sicurezza di Poste italiane, Maurizio Filotto, che dal 2003 rappresenta il Comune di Milano nel board della Sea (la società che gestisce Linate e Malpensa) ed è anche consulente della Regione Lombardia, consigliere d'amministrazione di Sviluppo sistema Fiera, nonché presidente onorario dell'Associazione carabinieri in congedo, un tenente colonnello dell'Esercito, Francesco Stuffi, in servizio alla direzione generale per gli appalti del ministero della Difesa, un impiegato civile della stessa struttura militare, Maurizio Cirillo, e un dirigente dell'Enav (l'ente di controllo dei voli), Roberto Cosentino.
Il manager già arrestato, Claudio Tedesco, e l'amministratore dell'Ivri di Torino, Leone Calzone, ottengono gli arresti domiciliari dopo aver firmato ammissioni parziali, ma preziose per decifrare le telefonate altrui. Le tangenti contestate dall'accusa partono dal 2000 e arrivano al presente, anzi ipotecano il futuro.
Filotto viene ammanettato mentre si prepara a riscuotere, secondo i magistrati, la prima rata dei 600 mila euro promessigli dall'Ivri in cambio della proroga per altri due anni del contratto in esclusiva per il trasporto valori degli uffici postali di tutta Italia: un appalto da 15 milioni di euro. Il colonnello della Difesa invece finisce in cella per una tangente di 100 mila euro, che ha garantito al gruppo corruttore la vigilanza di 46 «obiettivi a rischio di attentati terroristici» in 24 province. Il dipendente dell'Enav ha intascato 50mila euro all'anno, secondo l'accusa, per pilotare l'appalto per la sorveglianza delle torri di controllo di Milano-Linate e Torino-Caselle.
L'inchiesta documenta gli incresciosi risultati della privatizzazione della sicurezza varata, nel clima della Grande Paura seguita all'11 settembre, dal governo Berlusconi, in nome del risparmio di uomini e mezzi pubblici. Alla corruzione si accompagna, come il cacio sui maccheroni, l'accusa di frode nell'esecuzione degli appalti.
Al solito trucco dei guardiani-fantasma, schierati cioè solo sulla carta, si aggiunge perfino la cresta sui vigilantes disarmati: assunti senza porto d'armi perché costano meno e mandati quindi a presidiare aeroporti o depositi d'armi con la fondina bene in vista, ma vuota.
I fondi neri per pagare le tangenti sono custoditi nell'armadio blindato della sala riunioni dell'Ivri di Torino, dove i carabinieri milanesi sequestrano 400 mila euro in contanti (ma pochi giorni prima gli intercettati parlavano di 700 mila). Il giro di mazzette attorno a quell'armadio è tanto rutilante che due manager arrestati hanno perso il conto: «Qualcuno mi deve pur spiegare a chi abbiamo dato questi soldi», impreca un dirigente il 27 gennaio. «Lo sto domandando a te», replica l'altro.
«Ma se li ho dati a te...». «A me?». «Sì, a te, per l'Enav e l'Esercito...».
Per l'appalto dell'Enav (presidio armato sotto le torri di controllo del traffico aereo), il gruppo Ivri è riuscito perfino a sostituire in corsa la busta con la propria offerta, poi naturalmente risultata vincente. A raccontarlo è una gustosa intercettazione del funzionario inquisito: «Carta intestata, timbri, gli stessi che hai usato per l'altra volta..., portati dietro la fotocopia dell'offerta, la carta intestata in bianco, un po' di fogli, ché dobbiamo rifare e il timbro uguale!».
Il personaggio più in vista è Filotto, ex carabiniere dell'antiterrorismo che da anni colleziona nomine con l'appoggio di politici ciellini e di Forza Italia.
Il gruppo Ivri, secondo l'accusa, gli ha già versato 170 mila euro in cambio di un altro appalto: la sorveglianza del Pirellone e di altri immobili della Regione Lombardia.
Un contratto da 12 milioni di euro in tre anni. Nelle sue confessioni, Tedesco racconta che Filotto ha favorito i suoi corruttori, nel settembre 2002, facendo inserire, dalla giunta di Roberto Formigoni, un esperto indicato direttamente dall'istituto Città di Milano nella commissione aggiudicatrice; quando questi lascia l'incarico per ragioni familiari, è lo stesso Filotto a prenderne il posto di arbitro imparziale. E in marzo, due mesi prima dell'arresto, incassa l'ultima rata proprio di questa tangente.
Sempre secondo Tedesco, l'ex carabiniere dell'antiterrorismo si sarebbe dato da fare per favorire l'Ivri anche nella vigilanza della Fiera di Milano, fermandosi però in coincidenza con il blitz contro le talpe. L'inchiesta continua in un clima avvelenato. L'Ivri, tra l'altro, sorveglia anche obiettivi giudiziari, come il tribunale dei minori e metà del palazzo di giustizia di Milano. Le intercettazioni, soprattutto, mostrano che i principali indagati pensano di poter continuare a controllare le mosse della procura, grazie a una nuova talpa giudiziaria, entrata in scena dopo gli arresti della cancelliera e del giudice onorario: questa talpa è ancor oggi senza volto.
Per un anno l'inchiesta s'inabissa: i pm vogliono scoprire chi sia in grado di continuare a spiare la procura perfino durante l'inchiesta contro gli spioni.
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Telecom e la cloaca massima dell'Italia bene
Carissima, a parte che ho ottantasei anni, sono stato sempre sulle barricate contro gli imbroglioni, per quel che potevo non avendo incarichi e per giunta con una vista così deficiente. Ti ringrazio vivamente delle informazioni che fornisci on line. In tempi passati, unitamente con il Senatore Anderlini, denunciammo l'esportazione illegale di denari e di titoli nella banca del Lussemburgo: erano gli anni 70-80, ma oltre alle minacce telefoniche e postali anonime non se ne face proprio nulla.
La mia memoria non mi consente di ricordare i particolari, ma so che a un certo punto rischiai di avere intestata una cifra astronomica nella banca del Lussemburgo, che - ovviamene - non era mia ma di un'organizzazione che voleva risalire, svelando questa truffa, ai capi. Furono avvertiti ma Tutto rimase così: essi continuarono bellamente nell'esportazione della nostra valuta ed io dovetti stare per qualche tempo da casa, perché le minacce - anonime - si infittivano ogni giorno di più.
Tornai che la buriana era quasi finita, ma una sera mi sentii tirare un sasso che mi passò vicinissimo, e dopo questo due pallottole che mi sibilarono a poca distanza. Purtroppo siamo in un paese che ebbe in tempi lontanissimi la cloaca massima, seguita a distanza di secoli da quella pontificia. Ringrazio la sorte ed il senatore Anderlini, che si accorse subito dei rischi e fece sparire tutto. Era allora al Governo, dove non trovò solidarietà. Grazie ancora delle notizie che mi legge da Er finestra e auguri e saluti Luigi Melilli
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*e Telecom intercetta Libero, ecco la prova
Mi sa che ci sono più orecchie del previsto, saranno coincidenze, però per una mente devastata da mille paranoiche coincidenze, è difficile pensare bene.
Telecom, per una bolletta secondo loro non pagata in scadenza 15 gennaio, mi ha "silenziato", nonostante tutte le garbate proteste e i miei appelli ai contratti. Stamattina il telefono non funzionava, così corro immediatamente a (ri)pagare ma, nonostante le promesse di un sollecito ripristino della linea sto ancora aspettando.... Proviamo a dire "Viva Telecom" magari mi ridanno la linea in cinque minuti? N.B.: per contratto ti tagliano il servizio se entro 45 giorni dalla scadenza non hai pagato. C'è un po' da pensare... ma intanto una buona associazione di consumatori la vado ad interessare. Anche perchè davanti a spocchia, musi duri e telefoni sbattuti in faccia penso di averne diritto. VIVA TELECOM!
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STORIE DI «ORDINARIO» SPIONAGGIO... MA GRAZIE A DIO STANNO ANDANDO IN GALERA UNO AD UNO....
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Mmmhhh...
Non vorrei fiaccare il tuo ottimismo... devo dire che quando si parla di servizi, spionaggi & c l'unico che ha rischiato di andare in galera, finora, è stato il poveraccio che ha sollevato il problema e ha parlato. Unitamente a coloro che hanno avuto l'ardire di non essere "dalla loro parte" gli altri sono tutti fuori. Penso (e seguendo un po' le varie vicende italiche me ne faccio sempre più una conferma) che se ogni tanto ne viene acciuffato qualcuno, o è un pesce piccolo o addirittura è stato tirato dentro per avere un fantoccio da mostrare, tanto per farci credere che qualcosa può cambiare. Poi magari ogni tanto effettivamente qualcuno paga, ma è uno su mille.
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Gli spioni Telecom e il silenzio di Rossi
Sembra di essere sotto le monarchie, dove tutto era impunito, anzi quasti tutto? Forza Libero.
Francesco Reki
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Ti ringrazio sempre x i consigli tecnici, e anche x gli ottimi articoli che scrivi,
che, sono convinto, riusciranno a fare venire almeno un pochino di tremarella a qualcuno dei soliti noti...
un abbraccio Francesco Martin
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Magistratura Dem. "Stop ai magistrati fannulloni"
Lo Stop ai magistrati fannulloni è ben poca cosa! Qui a Napoli si sente l'esigenza di magistrati corretti, non appiattiti sul potere politico, ma non solo, appiattiti anche sul potere industriale..., non in vendita con consulenze, arbitrati, collaudi, posti per i figli e i nipoti nella Pubblica Amministrazione etc.
Che GIUSTIZIA potrebbero darci? Che GIUSTIZIA ci danno? Qui non si crede proprio più alla giustizia: spesso la si prende in giro quando "esce la sentenza" CHE SONO STATI ASSOLTI PERCHE' IL FATTO NON COSTITUISCE MAI REATO conseguenza dell'appiattimento di cui sopra.
Ora  BASTA! I magistrati devono capire che nessuno crede più in loro ne' nella loro giustizia. Arch. Graziella Iaccarino-Idelson Isaja Napoli
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Be', quello che dice il Tronchetto non fa altro che confermare ciò che io ho visto accadere su di me.
Telecom è solo una scusa, il vero colpevole è il Governo Berlusconi Fini Bossi in sodalizio con quello di Bush, la risposta sta nel caso Abu Omar
http://www.repubblica.it/2006/12/sezioni/cronaca/sismi-mancini-8/iniziato-processo/iniziato-processo.html
questo è un caso di corruzzione Militare e Militante Fascista, come mai prima nella storia di questa democrazia.
Perchè non chiamano le vittime a raccontare qualcosina? Sono 3 anni che sbraito sul web, e nelle caserme, ma nessuno vuol ascoltare... secondo lei, perchè?
Antonio Bertarelli
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Concordo pienamente sul fatto che c'è da fottersene altamente di chi ci intercetta,
tanto lo fanno comunque, l'unica differenza tra noi e gli altri e che noi lo sappiamo benissimo, dimostra quanto so' deficenti e concedimi l'espressione STI CAZZI! che ci intercettino quanto vogliono, in primis perchè lo farebbero comunque, secondo, alla fine se mi avessero dato un cameramen avrebbero pagato solo me invece di spendere chissà quanti soldi delle nostre tasse a pagare spioni e hacher's,"hops pardon, LAMER di merda!". Pertanto non credo proprio che tutta questa storia non tocca il portafogli degli italiani anzi. Cercavo da tempo una in gamba come te e poi, la tua lotta è anche la mia e quella di tante altre vittime!
Alla prossima Biagio
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Link tra Tronchetti, arance, Fiumicino, Enav. Le cose che scrive sembrano profezie di Cassandra
Le cose che scrive sembrano profezie di Cassandra perchè le ha dette con un notevole anticipo e con convinzione, quando ai più il rischio di spionaggio c'era ma era considerato plausibile e non ancora reale, ed invece lo spionaggio era già reale. Ora le sue denunce sono circostanziate e provate alla luce di riscontri tecnici e di fatti accertati anche giudizialmente. Beppe Grillo ci è arrivato un poco dopo, e meno male che ci è arrivato perchè il suo blog è un'ottima cassa di risonanza.
Non si capisce davvero questi spioni che volevano. Dimostrare forse che ognuno ha un punto vulnerabile? Un tallone di Achille da colpire in futuro?
La schedatura preventiva è sempre stata considerata un pericolo per la democrazia, una potenziale arma di ricatto, ed è per questo che i paesi anglosassoni hanno teorizzato la tutela della privacy, che non è posta solo a difesa contro la pubblicità ma soprattutto a presidio della libertà individuale. E' incredibile - ma noi malpensanti l'abbiamo sempre creduto - quello che ho letto sul Corriere nell'articolo di Luigi Ferrarella. La Telecom entrava persino nei PC dei dipendenti? Addirittura con l'operazione Filtro e scanning «acquisiva informazioni sugli aspiranti dipendenti Telecom». Un controllo preventivo degno della STASI nella ex DDR.
Altro che Security aziendale! Quella della Telecom doveva chiamarsi Securitate, come la polizia segreta in Romania ai tempi di Ceausescu, con la differenza che quella serviva un interesse statale, foss'anche un interesse di uno Stato dittatoriale. Questi spioni, invece, chi sono? Quali scopi hanno avuto?
Sono criminali in proprio o avevano una committenza?
Quali scopi si proponeva la committenza? A giudicare dalle vittime accertate, giornalisti ed istituzioni, lo scopo è stato certamente uno scopo eversivo.
Questa security ha fatto da «palo», ha spiato le potenziali vittime, ha creato dossiers per un eventuale futuro utilizzo, per chissà quali loschi scopi al servizio di chissà quali interessi. Nel loro delirio di onnipotenza però hanno fallato, hanno toccato gente tosta, un direttore di giornale, un consigliere di amministrazione di una società editoriale, un vicedirettore, e fortunatamente si sono scornati un poco. Ma come scrive la gente normale, i comuni cittadini, il disoccupato con la lingua troppo sciolta su internet, magari con un blog troppo franco, che ha inviato il CV a Telecom con la speranza di essere assunto... bè quello sarà stato scartato subito.
La libertà di parola non si concilia troppo con gli interessi aziendali avrà suggerito la «Securitate» all'ufficio del personale. Ciò, lo spero, farà anche riflettere sulle modalità di assunzione in queste grandi aziende «private» ma con valore strategico e operanti in settori chiave come le telecomunicazioni e la finanza.
Si dimentica troppo spesso che la proprietà privata di queste aziende non può eclissare l'interesse pubblico e l'utilità sociale, ed invece in questi casi ha servito solo il profitto... anzi i profittatori.
I cittadini, ancora una volta, sono le vere vittime. Le incursioni nei sistemi dei concorrenti come la Vodafone, bè... di quelle non mi preoccupo proprio. Figurarsi se una impresa di quelle dimensioni con base in paesi con servizi d'intelligence con capacità enormi, si facevano infinocchiare dalla banda del buco. Avranno sorriso le loro security, avranno pensato: ma questi sciocchi dove vogliono arrivare? Ce lo chiediamo anche noi. Dove volevano arrivare?
Le agenzie d'intelligence sono capaci di sapere quasi tutto di tutti al mondo, e in quel caso, con tutte le cautele necessarie e gli opportuni controlli democratici, checks and balances sempre indispensabili (commissioni parlamentari, authorityes, garanti ecc.) lo scopo dichiarato è un controllo di legalità. Ma questi che volevano?
E' grave, gravissimo, quello che è stato fatto e che ancora è tutto da scoprire. Un plauso a lei Giuliana che nella paranoia quasi visionaria ha insistito con pervicacia fino a trovare riscontri obiettivi a dubbi che se fossero stati dichiarati da un comune cittadino non solo sarebbero stati archiviati ma gli avrebbero spalancato le porte della neuro di qualche ospedale psichiatrico, in perfetto stile di un regime totalitario.
Saluti PM
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*da Sala Mara del Tiger teamTelecom-Brasil*
In una intervista in cui mise in cattiva luce Adamo Bove, Fabio Ghioni dichiarò: «Se avessi fatto io gli attacchi li avrei fatti risultare dal Brasile, dall'India, da IP stranieri».
«La Sala Mara del Tiger team» di Telecom-Ghioni intercettava anche la posta di altri provider con IP di Telecom Brasil così che, oltre agli utenti Telecom, con virus e Phishyng violava la posta di utenti di altri provider - come in questo caso di utenti di Libero - collegati ad internet via Telecom.
Libero scrisse: «Ci risulta che ci sia qualcuno che invii mail e che, a nome della nostra Azienda, richiede i dati del suo account - passwd e user».
«La Sala Mara del Tiger team» di Telecom-Ghioni voleva l'accesso alla mia mailbox tanto che si è spinta al punto da fingersi Libero perchè cascassi nel tranello e gli inviassi la mia login e la mia password di Libero. Inoltre, le telefonate fingendosi l'IMPS che voleva il mio numero di conto bancario per «effettuarle un grosso e urgente versamento» non si contano. Mai avuto alcun rapporto con l'IMPS!
A parte l'hackeraggio on line «il Tiger team» ha tentato di violare il mio Pc con virus e Phishyng, quindi, «La Sala Mara del Tiger team» questo «lavoro» era in grado di farlo sulle mail di utenti di altri provider. Vista la inquietantissima vastità del progetto, e dei mezzi a disposizione per perseguirlo, vi è dell'altro alla base di questa «organizzazione». Chi legge si chiederà come si spiega il fatto che un cittadino qualunque sia stato fatto oggetto di tante «cure» da essere per anni sotto il tiro degli spioni di Telecom. Forse a causa dell'amicizia e lo scambio di email con direttore e giornalisti del Corriere della Sera? Allora, quanti sono i giornalisti e quanti milioni sono i cittadini sottoposti a questo trattamento da camera a gas informatica? E con tutto questo «ben di Dio», le denunce di Roma sono finite negli archivi della Procura della Repubblica tanto da stornare dalle indagini Magistrati di grande e provata professionalità?
Le scorte di Polizia di Stato concesse a Tronchetti quando veniva a Roma è un fatto di una immoralità verso lo Stato, quindi verso i contribuenti, che neanche i regimi più biechi operano. Ma Tronchetti.......
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*e Telecom intercetta Libero, ecco la prova
L'accaduto è di circa un anno fa', avevo deciso di cambiare il modem adsl di Telecom con uno «tosto» (quelli con vari meccanismi di protezione «tosta» che non erano graditi). Infatti il modem Telecom (alice) aveva le caratteristiche dei «buttadentro» che troveresti agli ingressi dei circhi «venghino venghino»... faceva entrare di tutto e di più. So che la cosa mi ha molto stupito, e riassumo il perchè. Dal '95, dopo le note vicende, vivo grandi periodi da «intercettato» è una cosa che da una parte può rompere parecchio, dall'altra non ho gran che da nascondere, anzi, nulla per cui ho sempre preso con bonaria filosofia molti avvenimenti accaduti, del resto quando capiti dentro vicende del genere, già è molto che «salvi la ghirba». Così, a periodi (dal 1995, tieni presente)  mi capita di vedere qua e la' tracce e visite.
Dato il tenore di «lor signori», gli accessi sono tecnicamente eccellenti, non lasciano traccia e, devo dire, non ho infine molto motivo di lamentarmene nessun disturbo, nessuna conseguenza, probabilmente danno un'occhiata se «rigo dritto» oppure, dio solo sa cosa. Del resto i servizi segreti e zone limitrofe, li paghiamo noi con le tasse, ma sappiamo che sono tutti soldi buttati dalla finestra e anche questa sciocchezzuola ne è la prova. Non mi preoccupo neanche molto che vadano a mettere il naso nei programmi che faccio, mi scoccia un po' perchè vedranno che anch'io sono imbranato e sono soggetto agli alti e bassi, a oscillazioni delle facoltà mentali dall'eccellenza alla nefandezza ma penso che non dovrebbero poi trovare qualcosa che vale veramente la pena di rubarmi oddio, se poi è accaduto, quando me ne accorgerò lo farò sapere.
Quindi, dico, se «lor signori» vogliono accedere, lo faranno senza alcun problema e, nella migliore delle ipotesi, ogni tanto me ne accorgerò come tante altre volte ma, visto il non disturbo, lascerò fare la discrezione infatti va comunque premiata. Ma allora, dico io, perchè in quell'occasione (ma anche poche settimane fa) l'ingresso invece di essere fatto in punta di piedi, quasi era preannunciato fa squilli di tromba? Accessi veramente indelicati, evidenti, con impatto evidente sulle attività del mio computer (che fa molte cose e fa anche alcuni controlli «tattici»). Sapeva proprio da balordi che vanno a caccia spasmodica di cose in giro per il computer e, nel mio caso, con circa un milione e mezzo di files, anche solo iniziare una ricerca diventa un'operazione pesante, per chi non ha testa per farla in modo «leggero».
Insomma un hacker non farebbe così. Ecco, questo è l'avvenimento. Poi, quando mesi dopo ho sentito della questione Telecom, mi sono messo a ridere (basta sentire i presenti) a crepapelle, probabilmente su di me già molti altri avevano dossier grandi come gli armadi della procura sul caso «Ustica» figurati se Telecom non avrebbe raccolto due righe sul sottoscritto... In fin dei conti, fra presenze in decine di articoli e in varie trasmissioni televisive, e soprattutto considerando gli avvenimenti e il contesto, era più che prevedibile che ci fosse un dossieraggio, cosa che peraltro invece non pare essere avvenuta, visto che negli elenchi che ho trovato in giro non ci sono ne' io ne' i principali protagonisti e comprimari delle note vicende. Tanto che, alla fine, mi sa che quelli hanno schedato tutti, ma proprio tutti e, tanto per far vedere che non l'hanno fatta grossa, ci fanno credere che hanno intercettato «i Vip» tipo qualcosa alla «paparazzi informatici» molto poco allarmanti per l'uomo della strada.
Questo è tutto. Ho aggiornato il sito, se almeno intercettando mi aiutassero a correggere gli errori sintattici....!
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Cara D'Olcese,
Ti racconto un simpatico episodio naturalmente del tutto inventato. Non sono proprio un novizio e, per quanto riguarda la sicurezza informatica, ho un certo fiuto, più che semplici conoscenze. In particolare sono "pratico" di monitoraggio dei sistemi, avendo scritto un insieme piuttosto complesso di "test interni" coi quali rilevo eventi "banali" e normalmente poco avvertiti dagli utenti. Cosicchè un giorno, parecchio tempo fa', lavorando al mio pc, mi accorgo che è apparso un "intruso" è un intruso un po' strano, nel senso che, ad una seria analisi, sembra arrivare da Telecom. Registro il tutto e lascio un po' giocare l'intruso, facendogli credere che ha mani libere...
Ad un certo momento, ad ogni mio tentativo di liberarmi definitivamente dell'intruso, l'ADSL. cadeva.!
Piuttosto stupefatto, ho incominciato a temere che si potesse trattare di Telecom o giù di lì, infatti veniva bellamente sostituito il "dialogo" con qualcosa di preconfezio nato (successivamente una sostituzione simile accadde a tutti gli utenti adsl Telecom per invitarli a ri-registrarsi (è successo a tanti). Comunque sia, dato che l'intruso smanettava nella parte di macchina che gli lasciavo vedere, ho deciso di mettergli sotto il naso il testo che vedrai sotto. Beh, in cinque minuti ha disinstallato il software "intruso", i problemi di linea sono scomparsi e, miracolo dei miracoli, pochi giorni dopo è arrivato per vie dirette un "pacco" contenente un dvd con la copia di una barcata di files del mio computer. Poi comunque ho reinstallato il computer ex-novo, per prudenza. Simpatico no? Non era ancora nota la vicenda "Telecom". Naturalmente penso che di intercettazioni illegali ne siano state fatte parecchie da parte di vari enti, anzi, probabilmente a volte si accavallavano e creavano interferenze l'un l'altro eh, eh, eh, eh...
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IL CONTROLLO DEI COMPUTER ALTRUI E' ILLEGALE. IL FATTO CHE TU, COME DIPENDENTE TELECOM, APPROFITTI DEL POSSESSO DELLE LINEE E' PIUTTOSTO DISCUTIBILE, NON CREDI? CERCA DI CAPIRE CHE HO SOPPORTATO FIN TROPPO.
LE REAZIONI POTREBBERO ESSERE CATASTROFICHE. SO CHE NON SEI UN HACKER QUALUNQUE MA CHE OPERI DA DENTRO TELECOM E AL SOLDO DI QUALCUNO. SO BENISSIMO CHI E', MENTRE TU NON SAI COSA POTREBBE SUCCEDERE PER LO SPORCO LAVORO CHE TI FANNO FARE A MIO E AD ALTRUI DANNO. IL VIRUS CHE TI SEI BECCATO NEL FRATTEMPO FARA' FARE IL "BOTTO" E L'OPERATO TELECOM SARA' IRRIMEDIABILMENTE RESO PUBBLICO. RICONSEGNAMI TUTTO IL MATERIALE RUBATO E DISTRUGGI OGNI COPIA IN TUO POSSESSO, COSI' EVITERAI TUTTI I PROBLEMI.
FINGERSI STUPIDI A VOLTE CONVIENE PARECCHIO ESSERLO INVECE CONVIENE POCO, QUASI NIENTE! CHIARO?
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Telekom Serbia / Manfredi (Radicali):
«Come dieci anni fa, il Governo Prodi delega le risposte alle nostre interrogazioni a «La Repubblica». Visti i precedenti, non è una mossa azzeccata!».
Oggi, 4 febbraio 2007, «La Repubblica» ospita un'intervista di Giuseppe d'Avanzo al sig. Marco Bernardini, già collaboratore del SISDE, che ha rivelato, fra l'altro, di essersi occupato dell'affaire Telekom Serbjia nei primi mesi del 2001, per conto del gruppo Pirelli. Ricordiamo che i cittadini italiani appresero dell'affaire Telekom Serbjia il 16 febbraio 2001, grazie a uno scoop a scoppio ritardato (quattro anni dopo i fatti) dello stesso Giuseppe d'Avanzo e di Carlo Bonini su «La Repubblica».
Lo scorso luglio i deputati radicali della Rosa nel Pugno Daniele Capezzone e Bruno Mellano hanno presentato un'interrogazione ai ministri dell'Interno e della Difesa per sapere se, durante l'intero arco della vicenda Telekom Serbjia (i primi contatti fra italiani e serbi risalgono al 1994), vi è stato l'intervento dei servizi di sicurezza italiani, Capezzone e Mellano attendono ancora oggi una risposta.
Pare che il governo Prodi abbia delegato a rispondere il giornale «La Repubblica», che ormai ogni giorno aggiunge un tassello al complesso mosaico.
Il governo Prodi è recidivo in questo: nel giugno 1997, l'unico parlamentare radicale, il senatore Piero Milio, rivolse un'interrogazione all'allora ministro del Tesoro, Carlo Azeglio Ciampi, per avere spiegazioni sul perché quindici giorni prima, Telecom Italia, allora controllata al 61% dal Tesoro, avesse versato nei conti correnti di Milosevic ben 900 miliardi dei contribuenti italiani, Ciampi non rispose né allora né mai, e la risposta fu data, invece, quattro anni dopo, dall'inchiesta de «La Repubblica».
Tra alcuni mesi sarà il decennale dell'infausta operazione Telekom Serbjia, il governo Prodi può ancora, in zona Cesarini, recuperare il tempo perduto e fornire ai deputati radicali, al Parlamento e al Paese informazioni complete e corrette sulla vicenda».
Giulio Manfredi (Direzione Nazionale Radicali Italiani, autore del libro «Telekom Serbia - Presidente Ciampi, nulla da dichiarare?», Stampa Alternativa, 2003).

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L'intrusione partita da Milano, poi in Svizzera. Documenti in chiavetta Usb
Inchiesta Telecom, altri due arresti. In cella il coordinatore del Tiger Team e un super esperto. Parla un indagato: «Così attaccarono il Corriere della Sera».
di Luigi Ferrarella - Corriere della Sera 01 febbraio 2007
Milano - Adesso l'intrusione informatica operata da tecnici informatici di Telecom ai danni di computer di Rcs-Corriere della Sera non è più una robusta ipotesi accusatoria ma un fatto confessato da uno degli hackers che vi partecipò in prima persona il 4 novembre 2004: Rocco Lucia, il più esperto dei tecnici pescati sul mercato dei consulenti dall'allora capo della sicurezza informatica di Telecom, Fabio Ghioni, e pomposamente battezzato Tiger Team. Proprio le dichiarazioni di Lucia (posto agli arresti domiciliari il 18 gennaio, insieme a Ghioni e all'ex capo di tutta la «Security» di Telecom, Giuliano Tavaroli, invece in carcere), hanno consegnato agli accertamenti oggettivi già assemblati dagli inquirenti l'ultimo tassello dell'aspetto tecnico della vicenda: quello che ieri ha determinato l'arresto, sempre per l'ipotesi di reato di «accesso abusivo a sistemi informatici», anche del coordinatore del personale del Tiger Team, Andrea Pompili, detto l'arancione per via della sua provenienza dalla compagnia telefonica Wind; e Alfredo goodboy Melloni, 24enne esperto di informatica, per il quale (nonostante il ruolo minore di mero esecutore nella vicenda) nella valutazione del giudice Giuseppe Gennari deve aver pesato il precedente specifico di una goliardica intrusione anni fa (costatagli a Ravenna un patteggiamento a 17 mesi con pena sospesa) in alcuni blasonati siti (Senato, Fao, persino la Nasa) di cui con l'intraprendenza sua e di 4 amici aveva mostrato la vulnerabilità.

L'ordinanza / «Rubate il pc di Colao»  -  L'editoriale / Sicurezza e informazione
Il «bottino» in una chiavetta Usb per Ghioni
A suo modo, in uno dei suoi interrogatori passati, Ghioni l'aveva detto: i componenti del Tiger team, «seppure gravati in qualche caso da precedenti penali», erano davvero dei draghi nel loro campo. E non è in effetti un lavoro da poco quello che, stando a Lucia, lui e Melloni avrebbero fatto quel giorno a Milano, su indicazione di Ghioni intermediata da Pompili (rimasto invece a Roma). La novità, nella ricostruzione ora precisatasi rispetto alle carte del 18 gennaio, è che l'attacco informatico (riuscito) al pc dell'allora amministratore delegato di Rcs, Vittorio Colao, e quello (fallito) al pc del giornalista Massimo Mucchetti, non furono sferrati fisicamente dalla Sala Mara (il bunker del Tiger Team negli uffici romani di Telecom), ma dall'ufficio di Ghioni aMilano in via Victor Hugo. Lucia e Melloni, manovrando su pc portatili e utilizzando per entrare in Rete la sim card di un abbonamento in apparenza stipulato da una società brasiliana, avrebbero operato «in remoto» sulla macchina denominata Orp all'interno della Sala Mara degli uffici Telecom romani. Una volta «catturato» un gigabyte di dati del pc di Colao (compresi la bozza del piano triennale Rcs, gli stipendi di tutto il gruppo, e molti dati personali del manager), lo avrebbero indirizzato alla volta di un server di una società svizzera, e da lì l'avrebbero dirottato sui loro computer milanesi nell'ufficio di Ghioni. Qui, infine, avrebbero «scaricato» i dati di Colao su una chiavetta Usb consegnata nelle mani di Ghioni (che nei primi due interrogatori in carcere si è sinora avvalso della facoltà di non rispondere).
I ritardi di Telecom verso i magistrati
Gli arresti illuminano anche il seguito della storia, e cioè la «ripulitura» della macchina Orp e il ruolo di Telecom nel rispondere, tardi e male, alle richieste della magistratura nel maggio 2005, aspetto al quale il gip Gennari dedica un intero capitolo. Anche qui, sulla scorta delle dichiarazioni di Lucia, gli inquirenti trovano conferma di quanto negli altri arresti di due settimane fa avevano già abbozzato: e cioè che la email del maggio 2005 fornì appositamente una risposta fuorviante alla magistratura perché proprio a questo scopo sarebbe stata preparata da Ghioni (licenziato l'altro giorno da Telecom) con i suoi collaboratori.
Vodafone-Libero-Brasile
Se l'arresto di ieri è stato disposto solo per l'intrusione alla Rcs, Pompili si ritrova a fare i conti con altri possibili accessi abusivi. Colpa dei quattro cd-rom trovati in una cassaforte nella perquisizione del suo ufficio in Telecom nell'agosto 2006, dentro i quali la Polizia postale ha trovato, nella cartella Radiomaria3, «la documentazione del monitoraggio abusivo di alcune caselle e-mail riconducibili a Brasil Telecom e Opportunity, operato nel periodo tra ottobre 2003 e marzo 2004»: la traccia di mail rubate, tra gli altri, allo studio legale Giorgianni di Roma, che aveva incarico di curare gli interessi legali in Italia del fondo pensionistico Opportunity del brasiliano Daniel Dantas (socio di maggioranza nella Brasil Telecom dove in minoranza era Telecom Italia); del giornalista del quotidiano Libero, Fausto Carioti, e del collaboratore Davide Giacalone; e di Giannalberto D'Ecclesia Farace, che curava le relazioni pubbliche di Opportunity in Italia. E sempre nei cd-rom che Pompili conservava, ma di cui ora assicura di ignorare il contenuto, è spuntata la cartella Vodka Red, con «l'attività abusiva ai danni di Vodafone e della sua società di consulenza RibesInformatica».
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Io, gli spioni informatici e la lettera di Tronchetti
di Massimo Mucchetti - Corriere della Sera 23 gennaio 2007
Che cosa può venire in mente a un giornalista sorvegliato dalla security di Telecom Italia quando legge l'atto d'accusa dei pm contro gli spioni, l'ordinanza del gip che ne dispone l'arresto e infine l'autodifesa di Marco Tronchetti Provera su La Stampa? La prima reazione del sorvegliato è stata quella di rivedere sul cellulare l'ultimo sms di Fabio Ghioni, il chief technical officer di Telecom che, secondo l'accusa, aveva organizzato le investigazioni illegali su Vittorio Colao, allora amministratore delegato di Rcs, Rosalba Casiraghi, già sindaco Telecom per le minoranze azionarie, e sul sottoscritto. È un testo surreale, pervenuto alle 18.41 del 18 novembre 2006, tre giorni dopo l'uscita in libreria del mio libro: Il baco del Corriere.
Scrive Ghioni: «Caro Massimo, nonostante tutto ciò che hai detto e scritto, non dimentico che sei stato uno dei pochi che mi è rimasto vicino in un momento veramente difficile e non voglio credere che fosse solo una tattica da parte tua. Dicono che il tempo è galantuomo e, quando sarà, spero che tu mi chiami, non per scusarti, ma per prendere un caffè da Radetzky senza altre finalità se non fare 2 chiacchiere tra amici». Ghioni allude al fatto che, quando era sulla graticola per la tragica scomparsa del suo collega Adamo Bove, lo stavo ad ascoltare dandogli, su sua richiesta, perfino un consiglio: «Se vuoi difenderti con un'intervista, che io comunque non ti farei, fatti autorizzare per iscritto dall'azienda a dire quello che vuoi dire». Rileggo il messaggio e fatico a capire quale senso di onnipotenza manipolatoria spingesse l'autore a recitare la parte dell'amico tradito con l'uomo che, così pare, aveva spiato. Non credo che inviterò Ghioni a prendere quel caffè. Se avesse avuto qualcosa da dire, questo mago cibernetico avrebbe potuto mettermi per iscritto la sua verità. Gliel'avevo chiesto a settembre: all'indomani della pubblicazione delle notizie sul suo ruolo nell'hackeraggio alla Rcs quando avevo ormai finito la mia inchiesta. Ha avuto tutto l'agio di farlo e non l'ha fatto. D'altra parte, perché perdere altro tempo con persone come lui e il suo superiore Giuliano Tavaroli che asseriscono di aver appreso dello spionaggio contro Rcs dal sottoscritto, quando ne abbiamo parlato solo dopo la pubblicazione della notizia sull'Espresso e comunque loro due lo sapevano dal novembre 2004, com'è stato riferito da una pluralità di testimoni?
Il caso Telecom-Rcs merita una più ampia attenzione sugli eventuali nessi tra deviazioni e normalità nella conduzione di una grande azienda dov'è immanente il rischio di corto circuito tra interessi privati, potere personale e abitudini monopolistiche. Tronchetti Provera è sceso in campo con una lunga lettera alla Stampa per rivendicare la propria correttezza e il proprio personale impegno a garanzia dell'indipendenza dell'informazione e dell'autonomia dei giornalisti. Questa autodifesa sarebbe più efficace se, anziché rimanere sulle generali, affrontasse alcuni fatti emersi nell'inchiesta. Per esempio, le pressioni che, ai primi di dicembre del 2003, lo scrivente risulta aver esercitato sulla direzione del Corriere e sulla presidenza della Rcs contro l'assunzione del sottoscritto, ormai già decisa.
Saranno dettagli, ma ritenere il sindaco Rosalba Casiraghi la fonte di un giornalista, ovvero un'informatrice che viene meno ai suoi doveri di riservatezza, invece dell'analista con i fiocchi che è, significa ledere la reputazione di una persona. E dimostra che i signori della security, ai quali Telecom affidava un budget di 150 milioni l'anno, non sapevano nemmeno leggere articoli di analisi, e non di rivelazioni di segreti aziendali, dov'era evidente come l'unica fonte fossero i bilanci e altri documenti pubblici. Di più, questi signori non si rendevano conto che, quando collaborava sui conti di Pirelli nei giorni dell'hacker, Casiraghi non era più sindaco della Bicocca.
Che ufficialmente non controlla Telecom. L'autodifesa sarebbe più completa se contenesse la parola dovuta a questa signora: in fondo, quando il cameriere versa la minestra sulla gonna di un'ospite, il padrone di casa si prosterna a chiedere scusa.
La security ha indagato su un giornalista del Corriere ipotizzando che scrivesse articoli critici sulla gestione di Telecom e Pirelli (come di tante altre) perché pagato da gruppi ostili o concorrenti. E' il segno di una cultura del sospetto non coerente con gli statement di Tronchetti. Una presa di distanza, integrata da azioni conseguenti, gioverebbe alla credibilità dello sdegno con il quale si conclude la lettera alla Stampa. Ma anche qui ci vuole una chiosa. «E' ragione di ulteriore sdegno», scrive il presidente di Pirelli, «che proprio a presunte azioni illecite nei confronti di giornalisti e dirigenti del Corriere della Sera venga collegato il mio nome».
L'hackeraggio in Rcs è presunto? L'azionista Pirelli ritiene che la denuncia presentata dalla partecipata Rcs non sia fondata?
I dossieraggi illeciti sono materia di dubbio? Eppure tutto è stato pagato da Telecom. Le fatture parlano: con le risorse dell'azienda di cui Tronchetti era il massimo responsabile, sono stati comprati i bassi servizi di militari della Guardia di Finanza e carabinieri per avere informazioni sulle posizioni fiscali (peraltro regolari) e informative sulla vita personale altrui (irrilevanti nelle conclusioni ma comunque offensive).
Gli uomini di Tavaroli e Ghioni hanno cercato e in un caso ottenuto fascicoli personali al Sisde, che dovrà pur dirci perché li aveva compilati. Un'autodifesa convincente dovrebbe spiegare come sia stato possibile agli 007 di Telecom, che rispondevano all'amministratore delegato e avevano anche rapporti con il presidente, fare quello che hanno fatto. L'attuale stato dell'inchiesta non consente di ritenere giuridicamente corresponsabile chi aveva la guida del gruppo. Ma quale cultura aziendale si è andata formando in Telecom Italia se la security credeva di far bene a spiare Antitrust e concorrenti? Quando si rivoluziona la struttura storica che non era mai stata coinvolta in simili scandali e si «fanno fuori» i vecchi per dare tutto in mano ai Tavaroli; quando tanti controller non si accorgono di nulla per un intero lustro, esisterà pure una culpa in vigilando. Il cancelliere Willy Brandt si dimise perché scoprì di avere un segretario spia dei comunisti. Ha lasciato anche il ministro degli Interni, Claudio Scajola, per una frase sbagliata sul professor Biagi. Si capisce che, pur essendosi allevato tali serpi in seno, Tronchetti si consideri più indispensabile di Brandt e Scajola.
Miracoli del capitalismo di relazione.
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I pm del caso Telecom: indagini ostacolate
di Luigi Ferrarella Corriere della Sera 23 gennaio 2007
«Il componente più esperto del Tiger Team» informatico di Telecom - definizione del suo capo Fabio Ghioni (finito come lui agli arresti) - nella primavera 2006 ha lavorato per il Ministero dell'Interno sui sistemi di raccolta del voto elettronico appena prima delle elezioni. Lo dice lui stesso, Rocco Lucia.
E se non millanta c'è di che incuriosirsi, considerando da un lato le polemiche insorte su quella sperimentazione (che comunque nulla ha a che vedere allo stato con l'inchiesta Telecom) e dall'altro il coinvolgimento di Ghioni e Lucia nell'hackeraggio del 4 novembre 2004 al Corriere ai danni dei pc dell'allora amministratore delegato Vittorio Colao e del giornalista Massimo Mucchetti. Fatto sta che Rocco Lucia, uno dei 4 arrestati per l'attacco alla rete Rcs, il consulente informatico di Telecom accusato ora dai magistrati di aver fatto «ripulire» la macchina che da un ufficio romano di Telecom coordinò l'hackeraggio lanciato da Brasile e Svizzera, è la stessa persona che, quand'era a piede libero, metteva proprio questa collaborazione tra le proprie referenze. Interrogato infatti come testimone il 13 luglio 2006 (verbale depositato solo ora, dopo gli arresti di giovedì scorso), Lucia aveva spiegato agli inquirenti di «non essere un dipendente Telecom, ma un consulente della Ikon di Garbagnate, e ho lavorato per Telecom tramite Ikon», una quelle aziende che si propongono «l'obiettivo di essere partner tecnologico d'eccellenza dell'Autorità Giudiziaria e della Polizia Giudiziaria, sviluppando progetti innovativi e non convenzionali a supporto dell'attività info-investigativa».
Gli esperti come Lucia si trovano a lavorare su servizi offerti anche a terzi per la gestione delle varie piattaforme informatiche. È così che Lucia viene «arruolato» da Ghioni tra i consulenti esterni di Telecom più assidui, in quel «Tiger team» di cui Lucia spiega il nome come omaggio ad ardimentosi reparti Usa nella guerra in Corea. Ma Lucia, nel rivendicare la propria competenza, spiega di aver lavorato anche su altre piattaforme diverse da quelle, ormai per lui «interne», di Telecom:
«Ci è capitato - mette a verbale - di rivendere lo stesso tipo di servizio, che facevamo per l'interno, anche per banche, diverse banche. Abbiamo lavorato anche per il Viminale pochi mesi fa, prima delle elezioni, per i sistemi di raccolta del voto elettronico». Domani, interrogato dal gip, Lucia darà la propria versione sulla «ripulitura» della macchina Telecom nel dicembre 2004, cioè un mese dopo l'attacco alla Rcs e poco dopo la prima richiesta di informazioni dal pm Ilda Boccassini (che quasi subito passò il fascicolo al pool informatico del pm Gianluca Braghò). Ora il gip Gennari rimarca la «notevole lentezza» della risposte di Telecom; e i pm Napoleone-Piacente-Civardi additano i «ritardi della Telecom nel dare seguito alle richieste nonostante, secondo Mammoliti (altro informatico Telecom, ndr) la macchina fosse stata «individuata, anche se non localizzata, sin dal 22 novembre 2004 (mentre l'allocazione è stata accertata per Mammoliti nell'aprile- maggio 2005»).
E ancor più sferzanti suonano i motivi esposti dal pm Braghò per chiedere al gip alcuni tabulati telefonici il 25 luglio 2006: «Le indagini hanno evidenziato che le precedenti richieste di acquisizione di tracce informatiche, relative alle connessioni telematiche del soggetto che ha compiuto l'accesso abusivo ai sistemi di Rcs, sono state dapprima ostacolate, poi procrastinate, e infine disattese dalla Telecom, una volta scoperto che i files di log richiesti erano abbinati a una rete interna di connessione Adsl sita nel palazzo Telecom di Roma».
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**Un decreto contro le intercettazioni illegali. Per i cittadini vittime di intercettazioni illecite è previsto il risarcimento**
Dopo gli arresti per le intercettazioni, governo e opposizione si accordano per distruggere, rendere inutilizzabili e vietare la pubblicazione delle intercettazioni illegali.
di Pier Luigi Tolardo www.zeusnews.it 23-09-2006
Tra loro c'è tutta o quasi la classe dirigente, imprenditoriale e finanziaria italiana; e poi ancora politici, calciatori, arbitri, dipendenti di Telecom e ragazzi appena diplomatisi perito, o laureati a pieni voti che aspiravano a diventarlo; perfino manager di primo piano di Telecom Italia, come il suo ex amministratore delegato Bondi, oggi amministratore delegato di Parmalat. Non sapremo neanche forse tutti i nomi di chi è stato illegalmente intercettato, pedinato, controllato nell'anagrafe tributaria e nel casellario penale. Ma soprattutto (e giustamente) non sapremo che cosa abbiano detto in conversazioni che non avrebbero mai dovuto essere ascoltate, cosa abbiano scritto in mail che nessuno avrebbe mai dovuto leggere. Non proibire l'uso di queste intercettazioni sarebbe darla vinta a loro, i «terroristi del telefono», quelli che avevano formato una gigantesca banca dati abusiva utilizzabile per ricattare e controllare tutti e tutto. Anche perché gran parte del materiale illecitamente prodotto da questo grande servizio clandestino è stata distrutta, non si sa ancora con quali precisi criteri, qualche tempo fa, quando ormai l'indagine giudiziaria era iniziata.
Altro materiale non è stato conservato, come hanno testimoniato diversi protagonisti e imputati nella vicenda; e altro ancora potrebbe essere stato conservato in luoghi per ora ignoti. Per questo il governo e l'opposizione di centrodestra si sono accordati per un decreto antiintercettazioni illegali.
Le intercettazioni illegali non potranno essere utilizzate ai fini processuali, cioè nessuno potrà essere accusato e processato in base a queste (come del resto prevede anche il codice di procedura penale per intercettazioni non autorizzate correttamente) compiute dalle stesse forze dell'ordine, ma verranno distrutte. Sarà reato anche il solo detenere le intercettazioni illegali. Per i cittadini vittime di intercettazioni illecite è previsto il risarcimento. Per prevenire la diffusione a mezzo stampa di queste intercettazioni, il Garante della privacy si è appellato anche al senso di responsabilità dei giornalisti; per l'editore (e il direttore o il vicedirettore in solido) è prevista una sanzione di 50 centesimi per ogni copia stampata, ovvero da cinquantamila a un milione di euro per diffusione via Tv, radio o internet. In ogni caso la sanzione non potrà essere inferiore a ventimila euro, anche se il giornale stampa poche copie.
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L'autodifesa di Tronchetti non regge.
Tronchetti Provera, a un passo dall'essere incriminato per spionaggio, si autodifende ma con argomenti troppo generici.
di Pierluigi Tolardo ZEUS News - www.zeusnews.it  - 23-01-2007
Tronchetti Provera è a un passo dall'essere convocato dal giudice che indaga sul caso degli hacker al Corriere della Sera, l'intrusione informatica nei Pc dell'allora amministratore delegato di Rcs Vittorio Colao (oggi tornato a Vodafone) e del vicedirettore del Corriere Mucchetti, da sempre critico con i metodi di Tronchetti per l'acquisizione e la gestione di Telecom. Il giudice dopo più di un anno di indagini ha deciso l'arresto di Fabio Ghioni, il govane hacker oggi dirigente dell'auditing di Telecom, all'epoca dei fatti responsabile della sicurezza informatica di Telecom Italia: secondo gli inquirenti, Ghioni sarebbe il principale responsabile dell'attacco informatico. Ghioni, in questi mesi, ha sempre rivendicato di essere estraneo ai fatti, anzi nemico del suo capo di allora Giuliano Tavaroli, capo della security di Telecom, da mesi in carcere. Ma il magistrato non ha creduto alla sua versione e considera Ghioni e Tavaroli complici in un'operazione che avrebbe visto Telecom Italia addirittura penetrare i Pc dei concorrenti per rubare dati e strategie riservate.
Secondo il magistrato, Tavaroli e Ghioni non avrebbero agito privatamente, o contro le direttive aziendali, ma lo hanno fatto comunque nell'interesse del principale azionista di Telecom Italia Tronchetti Provera, che si sentiva danneggiato dalle critiche di Mucchetti e come azionista anche del Corriere non era d'accordo con la gestione Colao. Cadrebbe quindi il teorema Tronchetti: la sua estraneità, il fatto di sentirsi vittima anzichè colpevole delle macchinazioni di Tavaroli, che spiava anche lui e la sua compagna Afef. Intanto i giudici avrebbero appreso da Tavaroli che l'altro filone della stessa inchiesta, le indagini volte anche con metodi e finalità illegali sui dipendenti e sugli aspiranti a occupare un posto in Pirelli o in Telecom Italia, sarebbero state disposte su richiesta del capo del personale Gustavo Braco e di quello di Telecom Italia Wireline (la divisione di telefonia fissa) Rodolfo Rosati.
All'interno del gruppo Telecom le comunicazioni scritte e dettagliate tra dirigenti non sono previste, anche in casi delicati come questo, e quindi continua il rimpallo delle responsabilità tra Tavaroli, che dichiara di aver usato metodi disinvolti per ordine dei suoi responsabili, e i questi ultimi, che lo negano. Tronchetti si autodifende con una lettera pubblicata sulla prima pagina del quotidiano torinese La Stampa: non ha querelato La Repubblica, considerandolo un quotidiano «nemico», per aver parlato dello scandalo intercettazioni fin dall'inizio; non è il Corriere della Sera, che sarebbe la vittima dell'attacco informatico per cui sono indagati alcuni tra i suoi più stretti collaboratori; e non è Il Sole 24 Ore, di cui Tronchetti è stato presidente per alcuni anni. E' una difesa tutta ideologica: Tronchetti dice di essere sospettato perché è ricco e ha successo. Non ci sono fatti, dati, accuse precise, né spiegazioni.
Nonostante ormai da tempo fosse di pubblico dominio che la magistratura indagava su Tavaroli per questa enorme centrale spionistica illegale, Tronchetti non spiega perché Tavaroli è rimasto con incarichi di responsabilità nel gruppo Pirelli-Telecom Italia, come il suo sodale Iezzi, e così Ghioni, in un'azienda dove spesso basta il minimo sospetto per allontanare dipendenti e dirigenti costringendoli alle dimissioni. Non si dice perché finora la posizione ufficiale di Telecom Italia è stata quella di minimizzare la portata dei fatti, negando che ci siano state intercettazioni, come se anche l'acquisizione illegale e per fini illeciti dei tabulati delle chiamate non fosse altrettanto grave, come se non fosse illegale spiare il Garante delle comunicazioni, politici, concorrenti e giornalisti, le loro posizioni fiscali ed economiche, per eventualmente ricattarli. Tronchetti non spiega come sia potuto succedere, non dice se e come ha sbagliato nel controllare i suoi uomini, come sia potuto succedere che flussi importanti di denaro possano essere usciti dalle casse dell'azienda senza suscitare domande e senza che nessuno nel vertice ne chiedesse conto.
Tronchetti sembra dire: «Credetemi perché sono Tronchetti e basta». Sembra appellarsi a quella parte del centrodestra che ha creduto a lui e non a Prodi al tempo della polemica sulla vendita della Tim. Sembra anche dire «Credetemi perché io potrei uscire da Telecom, cedendola agli stranieri, indiani o russi che siano, e sarebbe ancora peggio». Tra le malefatte di Tavaroli e co sembra ci sia stata anche la ricerca del famoso atto notarile tra Tremonti e Bossi, che avrebbe preveduto l'accordo della Lega con Berlusconi in cambio del pagamento dei debiti del partito; il trapelare di questa notizia non serve a procurare simpatie a Tronchetti, neanche nel centrodestra.
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Epistola triste ed imbarazzante
Di Davide Giacalone - Libero 23 Gennaio 2007
E' triste ed imbarazzante, la lettera che Marco Tronchetti Provera ha indirizzato al direttore de La Stampa ed ai lettori di quel giornale. Oltre tutto, se ci sono dei lettori cui fornire qualche spiegazione sono quelli del Corriere della Sera e de Il Sole 24 Ore, dove egli ha esercitato un'influenza diretta.
E' triste, perché l'autore dell'epistola si è seduto ed ha giocato al tavolo alto del potere, si è candidato ad assumere un ruolo di guida per quel che rimane del capitalismo italiano e, adesso che il mare brontola sotto la chiglia, dovrebbe risparmiarsi e risparmiarci gli interventi con il cuore in mano, i ricordi della lunga attività, le rivendicazioni d'estraneità a quel che gli accadeva sotto la poltrona, accanto alla scrivania ed attorno alla stanza. Può pure tentare di dire che non ne sapeva niente e di nulla mai s'accorse, ma è triste, appunto. E' imbarazzante, inoltre, perché non so quale istinto, o quale consiglio, lo abbia guidato a reclamare l'innocenza innanzi ad un'accusa che non gli è stata formalmente rivolta, ma avrebbe fatto bene a riflettere sul perché, a dispetto dell'evidenza e della logica, nel mentre i suoi più stretti collaboratori si trovano in carcere a lui non sia stato notificato neanche un avviso di garanzia.
Se lo fosse chiesto si sarebbe accorto che quello è proprio il sintomo più preoccupante (per lui stesso), stando a significare che si può giungere a chiudere le indagini, a chiederne il rinvio a giudizio, senza neanche informarlo. Già, perché l'avviso di garanzia è obbligatorio solo quando l'autorità giudiziaria svolge atti d'indagine cui si richiede la presenza dell'indagato e dei suoi difensori, mentre non lo è se quegli atti tipo perquisizioni, sequestri sono ritenuti superflui.
Un tempo le cose andavano diversamente, un tempo l'avviso di garanzia era la prima cosa, notificata spesso a mezzo telegiornale, già sufficiente ad uccidere civilmente il cittadino indagato, la cui presunzione d'innocenza era considerata un ridicolo cavillo agitato da complici e sodali. Ma i tempi cambiano, l'effetto annuncio perde molta della sua forza visto che il pubblico ha imparato che molti saranno poi assolti, e può anche essere controproducente se il destinatario è mediaticamente corazzato, ancora capace d'esercitare la propria influenza. Sempre di giustizia malata stiamo parlando, ma con sintomatologia diversa. Scrivendo quella lettera Tronchetti Provera sembra non rendersene conto, sembra non capire che non basta il diritto al silenzio del suo ex braccio destro a consentirgli di cercare nell'infanzia le ragioni della sua odierna innocenza. E c'è dell'altro.
Sedendo al tavolo alto del potere Tronchetti Provera ha giocato la partita del Corriere della Sera, ancora una volta centro nevralgico dell'equilibrio italiano.
Non c'è più ragione che lo sia, la nobile testata di via Solferino non ha più il peso di un tempo, ma anche i nostri potenti invecchiano, continuando battaglie non propriamente d'avanguardia. Egli dice di avere provato a far andare d'accordo i soci del patto di sindacato, ma è ora che qualcuno gli spieghi quel che è successo, in modo che non faccia finta di non sapere perché Colao fu allontanato, quale scontro ci fu attorno all'idea di allargarsi verso la televisione, e che le testate individuate erano proprio quelle che ancora fanno capo a Telecom Italia. Vinse la battaglia, Tronchetti Provera, ora perde la guerra e con la sua condotta finirà con il consegnare tutto agli avversari d'allora, per comodità figurati sotto la guida di Nanni Bazoli. E sedendo a quel tavolo giocò la partita del controllo di Telecom Italia, dopo avere investito di suo una cifra ridicola, utilizzando la scatola di Olimpia che avrebbe meritato ben altre attenzioni da parte delle autorità di controllo.
Ora che è giunto al capolinea cosa crede, di potersi scegliere il gruppo finanziario stravagante cui vendere al meglio?
Crede davvero di potere considerarla una faccenda privata, come se stesse vendendo i parabordi della barca? A spiegargli che tutto questo non è reale, che la salvaguardia del patrimonio non si concilia con la pretesa di restare al timone, sarebbe dovuto essere proprio Guido Rossi, che lui arruolò nel momento in cui la burrasca scoppiava. Fin qui sembra che a Rossi sia stato dato un peso minore di quel che sarebbe stato necessario. Sembra che si pensi sia possibile attendere l'assemblea di aprile lasciando gli uomini di Tronchetti Provera dove sono, magari a far da registi al cambio di proprietà. La tristezza e l'imbarazzo destati da quella lettera non riguardano solo il suo autore, si estendono alla precaria condizione del capitalismo italiano. Al tavolo alto si può giocare in quel modo, si può far tornare la giustizia penale a distribuire le carte, perché l'altezza dei giocatori non raggiunge il bordo del tavolo.
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Tronchetti e il canone meneghino
di Giuseppe D'Avanzo La Repubblica 22 gennaio 2007, pag.1
Ha ragione Marco Tronchetti Provera a sentirsi tecnicamente indagato nell'affaire dello spionaggio illegale della Security Telecom/Pirelli. Non potrebbe essere altrimenti. Il giudice di Milano ha scritto che «la gravissima intromissione nella vita privata e il tentativo di captazione occulta di dati e notizie riservate tendono a beneficiare non già l'azienda come tale, ma colui che, in un dato momento storico, ne è il proprietario». Ha osservato che «non è pensabile che Giuliano Tavaroli (è stato l'autorevole e potentissimo capo di quella Security) si sia esposto a rischi senza una definitiva, esplicita copertura da parte dei vertici aziendali...».
Che deve pensare Tronchetti? Quel che pensano e intuiscono tutti, se le parole hanno un senso: i provvisori esiti dell'indagine impongono - a chi deve accertare che cosa è accaduto e per responsabilità di chi - di chiedersi se «ll proprietario di Telecom/Pirelli in quel dato momento storico» abbia saputo, beneficiato o, addirittura, commissionato l'attività di spionaggio e schedatura di dipendenti, banchieri, concorrenti, authorities di controllo, finanzieri, soci in affari, giornalisti, amministratori di società partecipate, leader politici di prima, seconda e terza fila.
Tronchetti è così consapevole del sospetto che lo circonda (nel caso del giudice, esplicito) che ha ritenuto ieri di scrivere una lettera alla Stampa per dire la sua innocenza. Ha scelto parole afflitte, che non mascherano il dolore e l'umiliazione. Ha scritto: «Mai, nella mia vita e nel corso della mia attività professionale, ho agito violando la Legge, né direttamente né dando disposizioni di farlo. Mai e poi mai ho ordinato atti illeciti nei confronti di alcuno, mai ho chiesto informazioni illegali, mai ho ricevuto e letto dossier contro avversari, concorrenti, persone d'opinioni diverse o anche dichiaratamente ostili».
Con quel che è saltato fuori, Tronchetti non grida più al complotto, all'agguato premeditato di interessi opachi. Lascia cadere le accuse contro l'informazione che ha svelato quello scandalo spionistico, come ha fatto nel 2006 a dispetto di ogni prudenza. Non mette in dubbio che lo spionaggio e il dossieraggio illegale ci sia stato e che sia stato organizzato nelle sue società; dai suoi uomini; con le risorse finanziarie messe a disposizione dal budget delle sue aziende; con le opportunità offerte dalle tecnologie a disposizione della Telecom.
Una ragguardevole autostima impedisce al presidente della Pirelli di ammettere di aver svolto maldestramente il suo compito in un'azienda strategica per la privacy dei cittadini. Preoccupato della sua reputazione, sottovaluta la personale e diretta disattenzione che ha provocato danni a migliaia di «spiati».
Non riesce - purtroppo - a offrire pubbliche scuse, ma è - in ogni caso - sacrosanto che Tronchetti chieda che «la verità emerga in fretta e che la mia onorabilità venga confermata». È corretto e ragionevole che egli sia «il primo a dire che è giustissimo che si continui a indagare, a controllare e verificare i documenti, a sentire i testi.
A cercare, con la forza dei fatti e delle prove, la verità». La dolente sortita di Tronchetti svela un paradosso. Un giudice, alla luce delle fonti di prova raccolte, invita i pubblici ministeri a valutare il comportamento del presidente della Pirelli. Lo stesso Tronchetti, umiliato dal sospetto, chiede che si verifichino le sue responsabilità.
I pubblici ministeri (prendendo per buona la smentita di un'iscrizione al registro degli indagati) ancora nemmeno lasciano affiorare il nome di Tronchetti nelle loro carte (come ha raccontato ieri Luigi Ferrarella per il Corriere della Sera). Con il risultato che, accantonando la posizione di Tronchetti, i pubblici ministeri si impediscono - per il momento - di vagliare sia l'innocenza che la colpa di Marco Tronchetti Provera.
Il paradosso merita almeno un'ipotesi provvisoria. Sembra di vedere applicato, come è già accaduto in altri recenti affari penali, il nuovo paradigma giudiziario meneghino. Molto concreto e pragmatico. Nelle sue mosse, molto economico. Il miglior ufficio del pubblico ministero d'Italia, diretto dal procuratore Manlio Minale, preferisce muoversi intorno a fatti isolati accorciando lo sguardo dal possibile e largo orizzonte dell'inchiesta. Mette a fuoco, prioritariamente e unicamente, le più evidenti, dirette e immediate responsabilità. Questa selezione chirurgica degli obiettivi, diciamo così, ha il vantaggio di interrompere con celerità un circuito criminale e lo svantaggio di lasciare per strada altre possibilità di indagine.
Offre l'utilità di un'azione giudiziaria che si tiene lontano dalle annose controversie con la politica, le istituzioni dello Stato, gli equilibri consolidati del sistema economico-finanziario; lontano dal rischio di svolgere una supplenza alle inefficienze altrui (del legislatore, dei governi, dei meccanismi di autocontrollo, dell'etica pubblica e degli affari). Si potrà discutere se il canone meneghino è buona e doverosa cosa o traccia di quietismo (ognuno avrà la sua opinione), quel che qui conta è che, nell'affare delle spie e dei dossier Telecom/Pirelli - a tre anni dall'inizio dell'inchiesta (avviata nel 2003 per delitti meno rilevanti) - l'esasperato tatticismo istruttorio del «canone Minale» corre il pericolo di essere interpretato, anche alla luce di quel che sostiene il giudice per le indagini preliminari, come timidezza, acquiescenza, imbarazzo.
Per di più, interdice a Marco Tronchetti Provera di dimostrare la sua estraneità a un pasticcio che può avere, per molti osservatori, la stessa eco ed effetto dello scandalo Sifar o dell'affare P2.
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Milano - Marco Tronchetti Provera, in una nota dichiara ancora una volta la sua estraneità ai fatti:
«Mai ordinato dossier o altre attività illegali», ribadisce l'ex presidente Telecom. Ma dagli atti dell'inchiesta sulle intercettazioni illegali emerge uno scenario inquietante: «Una gravissima intromissione nella vita privata delle persone», un tentativo di «captazione occulta di dati e notizie riservate, mossa da logiche puramente partigiane, nella contrapposizione tra blocchi di potere economico e finanziario». Logiche tendenti a beneficiare non l'azienda Telecom ma «colui che, in un dato momento storico, ne è proprietario di controllo». Dunque puntano in alto, stando alle parole contenute nell'ordinanza del gip di Milano Giuseppe Gennari, le indagini sui dossier illegali, che hanno portato ad altri quattro arresti. Due in carcere: il responsabile della Information Security Telecom, Fabio Ghioni, mentre un'altra ordinanza è stata notificata all'ex capo della sicurezza della compagnia telefonica, Giuliano Tavaroli, arrestato il 20 settembre scorso. Altre due ai domiciliari: i giornalista, ex Famiglia Cristiana, Guglielmo Sasinini, e il braccio destro di Ghioni, Rocco Lucia.
Indagini riguardanti Rcs, con incursioni nel sistema informatico dell'ad, Vittorio Colao, e del vicedirettore, Massimo Mucchetti, anche pedinato mentre da Brescia, dove abita, andava al lavoro a Milano. Indagini a tutto campo: «Per quanto riguarda Ghioni lo stesso mi ha sempre riferito di avere la possibilità di accesso anche a dati sensibili di altri gestori come Vodafone e Wind», racconta a verbale la «gola profonda» dell'inchiesta, Marco Bernardini, che parla anche di accertamento sull'Authority sulla concorrenza. «La Telecom aveva subito una multa molto consistente dal Garante Concorrenza e Mercato - spiega ai pm - e mio compito era quello di raccogliere elementi non solo sul dirigente dell'Autorithy, ma anche su tutto lo staff dirigenziale, per verificare se qualcuno di loro aveva preso soldi dai concorrenti, se erano comunque in contatto con dirigenti della concorrenza o infine di individuare possibili aspetti negativi sulle condotte di vita di ciascuno e ciò a mio avviso per poter poi avvicinarli ed esercitare pressioni».
Per il gip Gennari, «la notevole tecnologia di cui disponeva (e dispone) una grande azienda come Telecom poteva essere e veniva asservita al programma criminale».
«E osserviamo anche emergere - scrive il giudice - una tipologia di investigazioni che (al di là di quanto dice Sasinini circa i report commissionati dalla presidenza) in modo difficilmente revocabile in dubbio, rispondevano ad esigenze dei vertici e della proprietà aziendale».
E' poi il testimone Patrizio Mapelli, dipendente della Value Partners, società che offriva consulenza a Telecom, a spiegare di aver ricevuto, nel gennaio-febbraio 2005, una telefonata da Tavaroli, in cui l'ex manager lo avvertiva che sarebbe stato citato in un rapporto su Rcs «destinato a Tronchetti». Sempre Bernardini, invece, parla di un interesse di Telecom nell'avere copia di un «contratto stipulato tra Tremonti e Bossi presso un notaio». Un documento che l'ex Sisde, poi investigatore privato, non riuscì ad avere e che ambienti di Forza Italia identificano con il cosiddetto «accordo segreto», l'accordo politico-programmatico che legava Bossi a Berlusconi per le regionali 2000. Qell'ormai «leggendario documento politico», osserva Fi, peraltro, non fu stipulato da Tremonti, ma direttamente dallo stesso Berlusconi e da Umberto Bossi. I contenuti di quell'accordo divennero poi pubblici, fanno notare negli stessi ambienti, perchè inseriti nel programma elettorale delle regionali 2000.
19 gennaio 2007
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Gli spioni Telecom e il silenzio di Rossi
Si fa l'abitudine a tutto, poi la cosa è ridicola e drammatica al tempo stesso, non m'impressiona più di tanto, quindi, la riconferma dell'essere stato spiato da quelli che per questo erano più che lautamente pagati da Telecom Italia. Ma ci sono tre novità, rilevantissime e pericolose, che segnalo ai lettori ed a Telecom Italia.
Già, perché fin qui c'è arrivato addosso di tutto, ma mai una risposta, mai un chiarimento, che sarebbe dovuto a noi che abbiamo pubblicato verità non smentibili, al mercato ed alle autorità di controllo. La prima "novità", si fa per dire, è la seguente: nell'ottobre scorso il presidente di Telecom Italia, Guido Rossi, ha inviato una diffida a tutti i giornali italiani, chiedendo, in modo perentorio, che il nome della società da lui presieduta non fosse associato ad attività illecite d'intercettazione, che non ci sarebbero mai state.
Avvocato Rossi, io sono stato intercettato. Con me hanno intercettato Fausto Carioti, che da giornalista seguiva alcune faccende di Telecom Italia. Risulterebbe che nella cassaforte di Andrea Pompili, coordinatore, sempre in Telecom, del Tiger Team (ma le pare normale?), si siano trovati 4 cd contenenti non solo la mia posta elettronica, ma le videate dello schermo del mio computer. Quelle sono intercettazioni, intromissioni nelle mie comunicazioni elettroniche, che viaggiano sui cavi telefonici. Avvocato, non credo lei possa far finta di niente. Non foss'altro perché ci ha diffidati dallo scrivere quel che ho appena scritto. Mi muoverò seguendo le vie legali, conto d'incontrarla nel medesimo cammino e nella stessa direzione.
La seconda "novità" è che oramai Libero è il quotidiano più spiato. E' vero che, sempre a quanto leggo in giro, ci sono stati attacchi informatici al Corriere della Sera, ma almeno quelli non sono andati a buon (nel senso di cattivo) fine, e Massimo Mucchetti ha potuto continuare a fare il suo ottimo lavoro, cosa che contiamo continui a fare. Quella però, a ben vedere, era una specie di faida in famiglia e, sebbene il diritto neghi la possibilità d'intercettarsi anche fra coniugi gelosi e ridotti ad origliatori, se ne comprendono le dinamiche alla luce dello scontro su quale dei proprietari potesse avere maggiore influenza sul giornale. Al contrario, Libero è stato preso di mira sol perché faceva del giornalismo, senza preventiva genuflessione a chi ha la pretesa di sentirsi potente e che o direttamente possiede i giornali o su di essi esercita un'imponente influenza con i soldi della pubblicità. E' una cosa molto grave, che riguarda direttamente i pilastri della libertà e della democrazia. Per questo mi pare assordante il silenzio della corporazione giornalistica, così pronta a mostrarsi severa quando si sente coperta dagli interessi superiori, ma così silente quando sotto attacco finiscono quelli che gli interessi superiori li sfidano. Devo essermi distratto, ma confesso che il comunicato vibrante di sdegno per il fatto che dei colleghi finiscono spiati ed intercettati a causa dei loro articoli, m'è proprio sfuggito.
La terza novità la trovo in un pezzo dell'ottimamente informato Luigi Ferrarella, sul Corriere della Sera di sabato scorso. Il giornalista riferisce le parole di Fabio Ghioni, collega di Giuliano Tavaroli e fra i creatori del... non so come definirlo, diciamo centro di ricerche Telecom, rivolte ai magistrati che indagano: «Personalmente mi sono adoperato, su richiesta di Raffaele Savarese di Telecom Italia in Brasile, perché creassi uno storage accessibile solo a determinati utenti sul quale memorizzare documenti che i componenti indipendenti del cda di Brasil Telecom mettono a disposizione di Telecom Italia». Cosa sia uno storage non lo so di preciso, ma questa roba assomiglia ad un reato. Intanto perché non c'erano consiglieri indipendenti in quel consiglio d'amministrazione, ma rappresentanti di fondi pensione al centro di trame molto discusse, poi perché non è detto per quale ragione, e con quale rispetto della legge, dei membri del cda dovessero passare notizie, evidentemente segrete, ad uno degli azionisti. E' leggendo quelle parole che ho capito cosa cercavano gli spioni di Telecom facendo i guardoni delle mie cose: volevano sapere se avevo elementi per rivelare una cosa simile.
Nel mio libro, che uscì nel 2004, raccontavo fatti gravissimi, montagne di quattrini che sparivano, intrecci fra Telecom Italia, Parmalat e Cirio, ed erano tutti fatti documentati, che nessuno si è permesso di smentire, ma che solo Libero ha avuto il fegato di pubblicare. In quel libro sono anche descritti i miei rapporti con ciascuno dei protagonisti, anche con Dantas e la sua Opportunity, quindi le insinuazioni sull'essere stato al servizio di questo o di quello le rimando alla fonte analfabeta.
Ma Telecom Italia non ha mai risposto, non ha mai replicato, non ha mai spiegato. In campo c'erano gli spioni, interessati a sapere se avevo elementi per raccontare quel che loro stavano facendo, in Brasile ed altrove. Li avessi avuti stiano certi che li avrei pubblicati, ma ero troppo isolato e troppo debole per potere espormi al rischio di scrivere una sola parola non dimostrabile. Adesso, dunque, noi sappiamo che quel che si legge ne Il Grande Intrigo è tutto vero, è che c'è di più e di peggio.
Credo sia da escludere che tutta questa faccenda spionistica sia stata montata per servire gli interessi dei tigrotti, mentre le conseguenze saranno comunque assai rilevanti, dato che il tutto sarà utilizzato per ridisegnare la mappa del potere finanziario in Italia. E non è detto ci sia da festeggiare. Torneremo ad occuparcene, e proprio per questo voglio ringraziare Vittorio Feltri e Libero. Non fanno che il loro dovere, ma è bello trovare qualcuno che sia disposto a farlo.
Davide Giacalone www.davidegiacalone.it Pubblicato da Libero
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Telecom e quel che avevamo detto
Le indagini sono giunte a Marco Tronchetti Provera, seguendo il filo che avevamo anticipato e descritto. Non so se abbia ricevuto o stia per ricevere un avviso di garanzia, ma è irrilevante, perché quello è un atto giudiziario, che se e quando verrà emesso sarà a garanzia (come dice il nome, tante volte violato) della sua persona e della sua difesa, sarà, se lo sarà, la tappa di un percorso lungo il quale nessuno avrà il diritto di mettere in dubbio la sua innocenza. Ma quella è la giustizia dei tribunali, noi qui non vestiamo la toga, non emettiamo verdetti ma raccontiamo fatti, proponiamo interpretazioni.
Ecco, quel che abbiamo raccontato è sempre più vero, quel che avevamo letto nel futuro si avvera. Ed è da qui che vale la pena ricominciare.
La radice di quel che è successo e succede, non lo si dimentichi mai, è tutta nella malaprivatizzazione di Telecom Italia, raccontata per filo e per segno in Razza Corsara. Quell'azienda non doveva più appartenere allo Stato, doveva essere privatizzata, ma Prodi e D'Alema lo fecero nel peggiore dei modi.
Questi sono i risultati. Quando Tronchetti Provera, usando i soldi di Pirelli ed in società con Benetton, compera Telecom lo fa pagandola all'estero.
Telecom Italia non era italiana. Considerato che era partita per essere una public company, già questo è uno scandalo. Il brizzolato ed elegante finanziere, che si fa fotografare in pose pensose e fa scrivere d'essere il «nuovo Agnelli», compera anche i debiti e ne contrae di nuovi. Annaspa fin da subito, s'accorge d'avere fatto male i conti, non propone alcuna strategia per la società e continua il già avviato processo che porta una grande multinazionale a divenire un operatore regionale dipendente dalle decisioni di una sola Autorità. Se dovesse valutarsi l'abilità manageriale e la saggezza finanziaria, il voto sarebbe zero tagliato.
Ma le cose stanno anche peggio. Assieme a Tronchetti Provera (ed a Buora, ci arrivo fra poco) compare sulla scena Tavaroli, mentre quasi subito scompare Bondi.
Lo ricordo perché proprio la vettura di Bondi fu oggetto delle prime attenzioni di Tavaroli, che finse di scoprire una microspia artatamente collocata da un suo collaboratore. Fu l'occasione per mandare via l'allora responsabile della sicurezza e prenderne il posto. Da quel momento Tavaroli ha spadroneggiato, praticamente senza limite di spesa, mettendo le fatture in conto a Telecom ed a Pirelli, arruolando i suoi amici, e ricordando a tutti, con ossessivo intercalare, che lui parlava direttamente con Marco. Queste cose le scrissi prima che iniziassero le inchieste, e prima documentai che il giro di spioni era piuttosto inquietante.
Quando il pentolone fu scoperchiato dai magistrati, Tronchetti Provera fu lesto a dire «noi siamo la parte lesa». E di ciò mi sono occupato qui, e nel libro Prodi, Telecom & C., proponendo una lettura che ora si ritrova nell'ordinanza del gip dove, per la prima volta in un atto giudiziario, si chiarisce che l'attività spionistica è da presumersi svolta nell'interesse del padrone, Marco Tronchetti Provera.
La questione, in realtà, è semplice. Tavaroli ed i suoi avevano messo a punto una potentissima lente per spiare la vita privata di quelli che loro consideravano nemici, o che, comunque, preferivano prepararsi a condizionare. Fecero anche di più, costruendo notizie radicalmente false, diffamanti, potenzialmente assassine.
Di tutto questo, non dico di qualche particolare, ma del grossolano insieme, Tronchetti Provera era al corrente?
Si può rispondere negativamente, ma solo a patto di considerarlo incapace d'intendere e prudentemente proteso a non volere. Le parti lese di questa vicenda sono Telecom e Pirelli, ma lui non si chiama mica Marco Telecom o Marco Pirelli (quella era la prima moglie), e siccome era a capo delle società che pagavano questo popò di roba, o è responsabile o è un incapace.
Non escludo che sia parte l'una e parte l'altra cosa. Lo ricorda lui stesso, dicendo che spiavano anche i suoi familiari, e quando chiamò Tavaroli avvertendolo di avere saputo d'essere spiato il suo responsabile della sicurezza iniziò le indagini spiando il suo padrone e la sua agenda. Davvero ragguardevole.
Ma perché tutto questo? La risposta è triste: perché nell'Italia dei poteri deboli e del capitalismo declinante è possibile credere che si possa agguantare il potere, ed i suoi denari, non per avere realizzato qualche cosa di grande, ma per essere stati capaci di navigare fra i palazzi, le procure, le cantine e le discariche.
Per cinque anni i fatti sembravano dargli ragione: erede dell'industriale più influente; ai verici di Confindustria, con Montezemolo e Della Valle; intervistato da genuflessi che lo lasciavano spaziare sul globo terraqueo; padrone della cronaca economica e di quella mondana. Quelli che avevano da obiettare che la baracca non stava in piedi ci contavamo sulle dita di una mano. Poi è venuta giù, e tutti a strillacchiare: chi l'avrebbe mai detto? Io, io lo avevo detto. Ed ora che succede?
La partita giudiziaria andrà avanti per anni. Quando ci sarà un verdetto definitivo mandatemi una cartolina. Ma da subito si pone un problema diverso, perché se s'ipotizzerà, come a me pare scontato, che di quel sistema Tronchetti Provera era a conoscenza allora sarà difficile credere che l'unico a non saperne proprio nulla fosse Carlo Buora, attuale vice presidente di Telecom Italia. Il presidente, Guido Rossi, lo ha recentemente invitato a scegliere se restare ai vertici di Telecom o di Pirelli e Buora ha scelto Telecom, senza per questo rompere il rapporto d'antica solidarietà con Tronchetti Provera, che gli ha conservato il posto in Pirelli.
So di dargli un dolore, ma ho l'impressione che Rossi sia stato gabbato. Il suo è un compito difficile, consistente nel tentativo di salvare Telecom senza per questo compromettere il patrimonio di chi la possiede, il tutto avendo cura che non sia la magistratura a provocare i danni più grossi. Proprio perché delicato, questo compito non è certo agevolato da chi si ostina a non volere mollare il controllo di Telecom.
Se Rossi non riuscisse nell'acrobazia, se non si troverà il modo di portare in Olimpia investitori nuovi ed affidabili, allentando o, meglio, sciogliendo la presa di Pirelli e di Tronchetti Provera, le cose andranno per il peggio. E, del resto, con tutto il rispetto, non è senza significato che a proporsi come soci siano gruppi come quelli dell'indiano Hinduja, coinvolto nello scandalo per la vendita delle armi Bofors e protagonista di discusse operazioni in Inghilterra, e gruppi come il russo Sistema, che già ci fanno pensare ad un'Italia le cui reti di gas e telecomunicazini siano in mano ai russi, già artefici di notevoli acquisizioni immobiliari. Insomma, è vero che i soldi sono soldi e non si deve avere la puzza sotto al naso, ma l'impressione di essere un mercato dove si possano ricollocare i capitali più spericolati è piuttosto nauseante.
E ci si domandi chi lancia queste notizie, quali effetti hanno sulla Borsa e chi ne approfitta.
La sorte di Telecom Italia deve essere oggetto di attenzione politica. Non per occuparsi di quali scelte aziendali fanno i privati, come voleva Rovati per Prodi.
Non per fermare l'opera dei magistrati, che sarà tanto più meritoria quanto veloce ed efficace. Ma perché quella è la grande rete di comunicazioni d'Italia e su di essa c'è un indubbio interesse nazionale. Certo, poi uno guarda il governo e ci vede ancora Prodi e D'Alema, guarda i russi, e, quasi quasi: spasiba balsioie.
 Davide Giacalone Pubblicato da Libero www.davidegiacalone.it
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Milano - Marco Tronchetti Provera, in una nota, dichiara ancora una volta la sua estraneità ai fatti: «Mai ordinato dossier o altre attività illegali», ribadisce l'ex presidente Telecom. Ma dagli atti dell'inchiesta sulle intercettazioni illegali emerge uno scenario inquietante: «Una gravissima intromissione nella vita privata delle persone», un tentativo di «captazione occulta di dati e notizie riservate, mossa da logiche puramente partigiane, nella contrapposizione tra blocchi di potere economico e finanziario». Logiche tendenti a beneficiare non l'azienda Telecom ma «colui che, in un dato momento storico, ne è proprietario di controllo».
«Le indagini? Sono giuste e spero portino alla verità»
di Marco Tronchetti Provera La Stampa 21 gennaio 2007
Caro direttore,
faccio l'imprenditore da più di 30 anni. Ho messo nel lavoro tutta la passione e l'entusiasmo di cui sono capace. E mai, nella mia vita e nel corso della mia attività professionale, ho agito violando la Legge, né direttamente né dando disposizioni di farlo. Voglio dirlo con forza. Voglio dirlo ai lettori, alle donne e agli uomini di Telecom Italia, alle persone della Pirelli che da tanto tempo lavorano con me, che mi hanno dato la loro fiducia e che insieme a me hanno speso intelligenza ed energie per realizzare sogni e progetti diventati nel corso degli anni esempi, spesso brillanti, di quello che il nostro Paese è capace di fare.
Per me, costruire tutto questo senza stare alle regole del gioco non avrebbe avuto senso. Non l'avrebbe avuto per il modo che ho di concepire la vita e i rapporti tra le persone, prima ancora che il fare impresa. Si può vincere o perdere, certamente. Ma barare, mai. A leggere le cronache di questi giorni appare invece il contrario.
Non solo avrei barato, ma l'avrei fatto nel peggiore dei modi: utilizzando le persone e gli strumenti delle aziende che gestivo, per avere informazioni, per conoscere in anticipo le mosse dei concorrenti, per fare pressioni o, peggio ancora, per minacciare politici, membri delle Autorità di controllo, giornalisti, imprenditori. In più di un'occasione mi sono domandato: se io non fossi il protagonista di questa vicenda ma solo uno spettatore, cosa penserei? La ragnatela di interessi, di intrighi, di personaggi coinvolti è tale che farsi un'idea e darsi una risposta non è affatto semplice. Anzi, se si è propensi a credere che dietro ogni ricchezza si celi un crimine, allora viene facile pensare che almeno uno debba averlo commesso anche Marco Tronchetti Provera.
Non biasimo quindi nessuno, se in queste ore nutre dei dubbi. E ringrazio invece chi tra gli amici, i collaboratori e i colleghi, mi sta dimostrando la consueta fiducia.
A tutti intendo comunque ripetere che l'unico fatto, reale e incontrovertibile, di cui sono certo è che mai e poi mai ho ordinato atti illeciti nei confronti di alcuno, mai ho chiesto informazioni illegali, mai ho ricevuto e letto dossier contro avversari, concorrenti, persone d'opinioni diverse o anche dichiaratamente ostili.
So che nessuno può dire, raccontando il vero, d'avere avuto da me incarichi per attività irregolari. Così come so - lo dimostrano gli atti giudiziari finora noti - che la mia stessa famiglia ha subito controlli illegali al pari di altri soggetti coinvolti in questa vicenda.
So tutto questo, innanzitutto, nel profondo della mia coscienza, per le scelte che ho fatto, per i comportamenti che ho tenuto, per la decisione, condivisa con i miei più stretti collaboratori, di garantire, proprio nelle vicende di cui tanto si parla, la più esplicita e trasparente collaborazione con la magistratura. Ma se su tutto ciò esistono ancora dei dubbi, sono il primo a dire che è giustissimo che si continui a indagare, a controllare e verificare i documenti, a sentire i testi.
A cercare, con la forza dei fatti e delle prove, la verità. La speranza, che in cuor mio è una certezza granitica, è, appunto, che la verità emerga in fretta e che la mia onorabilità venga confermata. Ho affrontato tutte le mie battaglie professionali a viso aperto, impegnando me stesso e i miei collaboratori nella ricerca dell'eccellenza in ogni area di attività, dalla tecnologia agli investimenti, badando soprattutto alla qualità e alla motivazione delle persone, imponendo una governance trasparente, insistendo sull'etica come cardine della cultura d'impresa. E d'un tale atteggiamento le prove, stavolta sì, non mancano: una per tutte, la decisione di avere un consiglio d'amministrazione di Telecom composto in ampia maggioranza da personalità indipendenti, scelte per qualità e competenza e non certo per vicinanza d'interessi.
Quando è stato necessario ho fatto ricorso esclusivamente agli strumenti offerti dal diritto per far valere le mie idee e le mie ragioni nelle assemblee delle società dove sono azionista, nei consigli di amministrazione e nelle sedi dei tribunali, ogni qualvolta ho ritenuto che qualcuno avesse passato il segno.
Che tutto questo sia messo in discussione, e arrivi quasi ad essere controvertito con una montagna di false dichiarazioni e di illazioni che non trovano riscontro nei fatti, è per me un peso enorme.
Lo sopporto. Pur senza nascondere - come potete ben leggere - il dolore e l'indignazione per il cumulo di falsità che mi vengono attribuite. Continuerò comunque a sopportarlo con la convinzione che, in questa disgustosa storia, si arriverà presto alla parola fine. E che dunque scompaia definitivamente il fango gettato addosso a me e alle aziende che ho l'onore di guidare. Un'ultima riflessione vorrei dedicarla al mio rapporto con il mondo dell'informazione. Sono stato per cinque anni presidente de Il Sole 24 Ore, dal 1997 al 2001, sostenendone allora e riconfermando ancor oggi l'importanza di una sua quotazione in Borsa, appunto come strumento di sviluppo e di rafforzamento della qualità e dell'autonomia. Dal 2001 al 2006 ho seguito con passione lo sviluppo de La 7 e dell'Agenzia APCom. Nel mio ruolo di presidente prima e di azionista poi, ho sempre mantenuto una rotta chiara: garantire indipendenza, pluralismo e qualità d'informazione, senza mai interferire sull'attività delle testate o dei singoli giornalisti per favorire gli interessi della proprietà o di chicchessia. Di ciò sono testimoni i dirigenti e collaboratori, le centinaia di giornalisti che per il Sole 24 Ore, per La 7 e per APCom hanno lavorato in questi anni. Da tempo rappresento Pirelli nel Sindacato azionisti del Corriere della Sera. Nelle diverse vicende che ne hanno riguardato la proprietà ho sempre cercato, non essendo né il maggiore né il più influente azionista, di costituire un elemento di raccordo tra i soci, per assicurare quella stabilità e pluralità di azionariato che è garanzia di indipendenza del Corriere della Sera, che considero una istituzione del Paese.
Di questo mio comportamento gli azionisti del Corriere della Sera sono testimoni. Ed è quindi ragione di ulteriore grande sdegno che proprio a presunte azioni illecite nei confronti di giornalisti e dirigenti del Corriere della Sera venga collegato il mio nome. Per concludere, sono certo che presto potrò rivolgermi nuovamente a Lei e ai suoi lettori, quando questa vicenda sarà finita, per una riflessione serena su tutti gli aspetti di questa vicenda.
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