Epistola triste ed
imbarazzante
Di Davide Giacalone - Libero 23 Gennaio 2007
E'
triste ed imbarazzante, la lettera che Marco Tronchetti Provera ha indirizzato
al direttore de La Stampa ed ai lettori di quel giornale. Oltre tutto, se ci
sono dei lettori cui fornire qualche spiegazione sono quelli del Corriere della
Sera e de Il Sole 24 Ore, dove egli ha esercitato un'influenza diretta.
E'
triste, perché l'autore dell'epistola si è seduto ed ha giocato al tavolo alto
del potere, si è candidato ad assumere un ruolo di guida per quel che rimane del
capitalismo italiano e, adesso che il mare brontola sotto la chiglia, dovrebbe
risparmiarsi e risparmiarci gli interventi con il cuore in mano, i ricordi della
lunga attività, le rivendicazioni d'estraneità a quel che gli accadeva sotto la
poltrona, accanto alla scrivania ed attorno alla stanza. Può pure tentare di
dire che non ne sapeva niente e di nulla mai s'accorse, ma è triste, appunto. E'
imbarazzante, inoltre, perché non so quale istinto, o quale consiglio, lo abbia
guidato a reclamare l'innocenza innanzi ad un'accusa che non gli è stata
formalmente rivolta, ma avrebbe fatto bene a riflettere sul perché, a dispetto
dell'evidenza e della logica, nel mentre i suoi più stretti collaboratori si
trovano in carcere a lui non sia stato notificato neanche un avviso di garanzia.
Se lo fosse chiesto si sarebbe accorto che quello è
proprio il sintomo più preoccupante (per lui stesso), stando a significare che
si può giungere a chiudere le indagini, a chiederne il rinvio a giudizio, senza
neanche informarlo. Già, perché l'avviso di garanzia è obbligatorio solo quando
l'autorità giudiziaria svolge atti d'indagine cui si richiede la presenza
dell'indagato e dei suoi difensori, mentre non lo è se quegli atti tipo
perquisizioni, sequestri sono ritenuti superflui.
Un tempo le cose andavano
diversamente, un tempo l'avviso di garanzia era la prima cosa, notificata spesso
a mezzo telegiornale, già sufficiente ad uccidere civilmente il cittadino
indagato, la cui presunzione d'innocenza era considerata un ridicolo cavillo
agitato da complici e sodali. Ma i tempi cambiano, l'effetto annuncio perde
molta della sua forza visto che il pubblico ha imparato che molti saranno poi
assolti, e può anche essere controproducente se il destinatario è mediaticamente
corazzato, ancora capace d'esercitare la propria influenza. Sempre di giustizia
malata stiamo parlando, ma con sintomatologia diversa. Scrivendo quella lettera
Tronchetti Provera sembra non rendersene conto, sembra non capire che non basta
il diritto al silenzio del suo ex braccio destro a consentirgli di cercare
nell'infanzia le ragioni della sua odierna innocenza. E c'è
dell'altro.
Sedendo al tavolo alto del potere Tronchetti Provera ha giocato
la partita del Corriere della Sera, ancora una volta centro nevralgico
dell'equilibrio italiano.
Non c'è più ragione che lo sia, la nobile testata
di via Solferino non ha più il peso di un tempo, ma anche i nostri potenti
invecchiano, continuando battaglie non propriamente d'avanguardia. Egli dice di
avere provato a far andare d'accordo i soci del patto di sindacato, ma è ora che
qualcuno gli spieghi quel che è successo, in modo che non faccia finta di non
sapere perché Colao fu allontanato, quale scontro ci fu attorno all'idea di
allargarsi verso la televisione, e che le testate individuate erano proprio
quelle che ancora fanno capo a Telecom Italia. Vinse la battaglia, Tronchetti
Provera, ora perde la guerra e con la sua condotta finirà con il consegnare
tutto agli avversari d'allora, per comodità figurati sotto la guida di Nanni
Bazoli. E sedendo a quel tavolo giocò la partita del controllo di Telecom
Italia, dopo avere investito di suo una cifra ridicola, utilizzando la scatola
di Olimpia che avrebbe meritato ben altre attenzioni da parte delle autorità di
controllo.
Ora che è giunto al capolinea cosa crede, di potersi scegliere il
gruppo finanziario stravagante cui vendere al meglio?
Crede davvero di potere
considerarla una faccenda privata, come se stesse vendendo i parabordi della
barca? A spiegargli che tutto questo non è reale, che la salvaguardia del
patrimonio non si concilia con la pretesa di restare al timone, sarebbe dovuto
essere proprio Guido Rossi, che lui arruolò nel momento in cui la burrasca
scoppiava. Fin qui sembra che a Rossi sia stato dato un peso minore di quel che
sarebbe stato necessario. Sembra che si pensi sia possibile attendere
l'assemblea di aprile lasciando gli uomini di Tronchetti Provera dove sono,
magari a far da registi al cambio di proprietà. La tristezza e l'imbarazzo
destati da quella lettera non riguardano solo il suo autore, si estendono alla
precaria condizione del capitalismo italiano. Al tavolo alto si può giocare in
quel modo, si può far tornare la giustizia penale a distribuire le carte, perché
l'altezza dei giocatori non raggiunge il bordo del tavolo.
*******
Tronchetti e il canone
meneghino
di Giuseppe D'Avanzo La Repubblica 22 gennaio 2007,
pag.1
Ha ragione Marco Tronchetti Provera a
sentirsi tecnicamente indagato nell'affaire dello spionaggio illegale della
Security Telecom/Pirelli. Non potrebbe essere altrimenti. Il giudice di Milano
ha scritto che «la gravissima intromissione nella vita privata e il tentativo di
captazione occulta di dati e notizie riservate tendono a beneficiare non già
l'azienda come tale, ma colui che, in un dato momento storico, ne è il
proprietario». Ha osservato che «non è pensabile che Giuliano Tavaroli (è stato l'autorevole e potentissimo capo
di quella Security) si sia esposto a rischi senza una definitiva, esplicita
copertura da parte dei vertici aziendali...».
Che deve pensare Tronchetti? Quel che pensano e intuiscono tutti, se le
parole hanno un senso: i provvisori esiti dell'indagine impongono - a chi deve
accertare che cosa è accaduto e per responsabilità di chi - di chiedersi se «ll
proprietario di Telecom/Pirelli in quel dato momento storico» abbia saputo,
beneficiato o, addirittura, commissionato l'attività di spionaggio e schedatura
di dipendenti, banchieri, concorrenti, authorities di controllo, finanzieri,
soci in affari, giornalisti, amministratori di società partecipate, leader
politici di prima, seconda e terza fila.
Tronchetti è così consapevole del
sospetto che lo circonda (nel caso del giudice, esplicito) che ha ritenuto ieri
di scrivere una lettera alla Stampa per dire la sua innocenza. Ha scelto parole
afflitte, che non mascherano il dolore e l'umiliazione. Ha scritto: «Mai, nella
mia vita e nel corso della mia attività professionale, ho agito violando la
Legge, né direttamente né dando disposizioni di farlo. Mai e poi mai ho ordinato
atti illeciti nei confronti di alcuno, mai ho chiesto informazioni illegali, mai
ho ricevuto e letto dossier contro avversari, concorrenti, persone d'opinioni
diverse o anche dichiaratamente ostili».
Con quel che è saltato fuori, Tronchetti non grida più al complotto, all'agguato
premeditato di interessi opachi. Lascia cadere le accuse contro l'informazione
che ha svelato quello scandalo spionistico, come ha fatto nel 2006 a dispetto di
ogni prudenza. Non mette in dubbio che lo spionaggio e il dossieraggio illegale
ci sia stato e che sia stato organizzato nelle sue società; dai suoi uomini; con
le risorse finanziarie messe a disposizione dal budget delle sue aziende; con le
opportunità offerte dalle tecnologie a disposizione della Telecom.
Una
ragguardevole autostima impedisce al presidente della Pirelli di ammettere di
aver svolto maldestramente il suo compito in un'azienda strategica per la
privacy dei cittadini. Preoccupato della sua reputazione, sottovaluta la
personale e diretta disattenzione che ha provocato danni a migliaia di
«spiati».
Non riesce - purtroppo - a offrire pubbliche scuse, ma è - in ogni
caso - sacrosanto che Tronchetti chieda che «la
verità emerga in fretta e che la mia onorabilità venga confermata». È corretto e
ragionevole che egli sia «il primo a dire che è giustissimo che si continui a
indagare, a controllare e verificare i documenti, a sentire i testi.
A
cercare, con la forza dei fatti e delle prove, la verità». La dolente sortita di
Tronchetti svela un paradosso. Un giudice, alla luce
delle fonti di prova raccolte, invita i pubblici ministeri a valutare il
comportamento del presidente della Pirelli. Lo stesso Tronchetti, umiliato dal sospetto, chiede che si
verifichino le sue responsabilità.
I pubblici ministeri (prendendo per buona
la smentita di un'iscrizione al registro degli indagati) ancora nemmeno lasciano
affiorare il nome di Tronchetti nelle loro carte
(come ha raccontato ieri Luigi Ferrarella per il
Corriere della Sera). Con il risultato che, accantonando la posizione di
Tronchetti, i pubblici ministeri si impediscono - per il momento - di vagliare
sia l'innocenza che la colpa di Marco Tronchetti
Provera.
Il paradosso merita almeno un'ipotesi provvisoria. Sembra di
vedere applicato, come è già accaduto in altri recenti affari penali, il nuovo
paradigma giudiziario meneghino. Molto concreto e pragmatico. Nelle sue mosse,
molto economico. Il miglior ufficio del pubblico ministero d'Italia, diretto dal
procuratore Manlio Minale, preferisce muoversi
intorno a fatti isolati accorciando lo sguardo dal possibile e largo orizzonte
dell'inchiesta. Mette a fuoco, prioritariamente e unicamente, le più evidenti,
dirette e immediate responsabilità. Questa selezione chirurgica degli obiettivi,
diciamo così, ha il vantaggio di interrompere con celerità un circuito criminale
e lo svantaggio di lasciare per strada altre possibilità di indagine.
Offre
l'utilità di un'azione giudiziaria che si tiene lontano dalle annose
controversie con la politica, le istituzioni dello Stato, gli equilibri
consolidati del sistema economico-finanziario; lontano dal rischio di svolgere
una supplenza alle inefficienze altrui (del legislatore, dei governi, dei
meccanismi di autocontrollo, dell'etica pubblica e degli affari). Si potrà
discutere se il canone meneghino è buona e doverosa cosa o traccia di quietismo
(ognuno avrà la sua opinione), quel che qui conta è che, nell'affare delle spie
e dei dossier Telecom/Pirelli - a tre anni dall'inizio dell'inchiesta (avviata
nel 2003 per delitti meno rilevanti) - l'esasperato tatticismo istruttorio del
«canone Minale» corre il pericolo di essere interpretato, anche alla luce di
quel che sostiene il giudice per le indagini preliminari, come timidezza,
acquiescenza, imbarazzo. Per di più, interdice a
Marco Tronchetti Provera di dimostrare la sua
estraneità a un pasticcio che può avere, per molti osservatori, la stessa eco ed
effetto dello scandalo Sifar o dell'affare P2.
*******
Milano - Marco Tronchetti
Provera, in una nota dichiara ancora una volta la sua
estraneità ai fatti:
«Mai ordinato dossier o altre attività illegali»,
ribadisce l'ex presidente Telecom. Ma dagli atti dell'inchiesta sulle
intercettazioni illegali emerge uno scenario inquietante: «Una gravissima intromissione nella vita privata delle
persone», un tentativo di «captazione occulta di dati e notizie
riservate, mossa da logiche puramente partigiane, nella contrapposizione tra
blocchi di potere economico e finanziario». Logiche tendenti a beneficiare non
l'azienda Telecom ma «colui che, in un dato momento storico, ne è proprietario
di controllo». Dunque puntano in alto, stando alle parole contenute
nell'ordinanza del gip di Milano Giuseppe Gennari, le indagini sui dossier
illegali, che hanno portato ad altri quattro arresti. Due in carcere: il
responsabile della Information Security Telecom, Fabio Ghioni, mentre un'altra
ordinanza è stata notificata all'ex capo della sicurezza della compagnia
telefonica, Giuliano Tavaroli, arrestato il 20 settembre scorso. Altre due ai
domiciliari: i giornalista, ex Famiglia Cristiana, Guglielmo Sasinini, e il
braccio destro di Ghioni, Rocco Lucia.
Indagini riguardanti Rcs, con
incursioni nel sistema informatico dell'ad, Vittorio Colao, e del vicedirettore,
Massimo Mucchetti, anche pedinato mentre da Brescia, dove abita, andava al
lavoro a Milano. Indagini a tutto campo: «Per quanto riguarda Ghioni lo stesso
mi ha sempre riferito di avere la possibilità di accesso anche a dati sensibili
di altri gestori come Vodafone e Wind», racconta a verbale la «gola profonda»
dell'inchiesta, Marco Bernardini, che parla anche di accertamento sull'Authority
sulla concorrenza. «La Telecom aveva subito una multa molto consistente dal
Garante Concorrenza e Mercato - spiega ai pm - e mio compito era quello di
raccogliere elementi non solo sul dirigente dell'Autorithy, ma anche su tutto lo
staff dirigenziale, per verificare se qualcuno di loro aveva preso soldi dai
concorrenti, se erano comunque in contatto con dirigenti della concorrenza o
infine di individuare possibili aspetti negativi sulle condotte di vita di
ciascuno e ciò a mio avviso per poter poi avvicinarli ed esercitare
pressioni».
Per il gip Gennari, «la notevole tecnologia di cui disponeva (e
dispone) una grande azienda come Telecom poteva essere e veniva asservita al
programma criminale».
«E osserviamo anche emergere - scrive il giudice - una
tipologia di investigazioni che (al di là di quanto dice Sasinini circa i report
commissionati dalla presidenza) in modo difficilmente revocabile in dubbio,
rispondevano ad esigenze dei vertici e della proprietà aziendale».
E' poi il
testimone Patrizio Mapelli, dipendente della Value Partners, società che offriva
consulenza a Telecom, a spiegare di aver ricevuto, nel gennaio-febbraio 2005,
una telefonata da Tavaroli, in cui l'ex manager lo avvertiva che sarebbe stato
citato in un rapporto su Rcs «destinato a Tronchetti». Sempre Bernardini,
invece, parla di un interesse di Telecom nell'avere copia di un «contratto
stipulato tra Tremonti e Bossi presso un notaio». Un documento che l'ex Sisde,
poi investigatore privato, non riuscì ad avere e che ambienti di Forza Italia
identificano con il cosiddetto «accordo segreto», l'accordo
politico-programmatico che legava Bossi a Berlusconi per le regionali 2000.
Qell'ormai «leggendario documento politico», osserva Fi, peraltro, non fu
stipulato da Tremonti, ma direttamente dallo stesso Berlusconi e da Umberto
Bossi. I contenuti di quell'accordo divennero poi pubblici, fanno notare negli
stessi ambienti, perchè inseriti nel programma elettorale delle regionali
2000.
19 gennaio 2007
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Gli spioni Telecom e il silenzio di
Rossi
Si fa l'abitudine a tutto, poi la cosa è ridicola e drammatica
al tempo stesso, non m'impressiona più di tanto, quindi, la riconferma
dell'essere stato spiato da quelli che per questo erano più che lautamente
pagati da Telecom Italia. Ma ci sono tre novità, rilevantissime e pericolose,
che segnalo ai lettori ed a Telecom Italia.
Già, perché fin qui c'è arrivato
addosso di tutto, ma mai una risposta, mai un chiarimento, che sarebbe dovuto a
noi che abbiamo pubblicato verità non smentibili, al mercato ed alle autorità di
controllo. La prima "novità", si fa per dire, è la seguente: nell'ottobre scorso
il presidente di Telecom Italia, Guido Rossi, ha inviato una diffida a tutti i
giornali italiani, chiedendo, in modo perentorio, che il nome della società da
lui presieduta non fosse associato ad attività illecite d'intercettazione, che
non ci sarebbero mai state.
Avvocato Rossi, io sono stato intercettato. Con
me hanno intercettato Fausto Carioti, che da giornalista seguiva alcune faccende
di Telecom Italia. Risulterebbe che nella cassaforte di Andrea Pompili,
coordinatore, sempre in Telecom, del Tiger Team (ma le pare normale?), si siano
trovati 4 cd contenenti non solo la mia posta elettronica, ma le videate dello
schermo del mio computer. Quelle sono intercettazioni, intromissioni nelle mie
comunicazioni elettroniche, che viaggiano sui cavi telefonici. Avvocato, non
credo lei possa far finta di niente. Non foss'altro perché ci ha diffidati dallo
scrivere quel che ho appena scritto. Mi muoverò seguendo le vie legali, conto
d'incontrarla nel medesimo cammino e nella stessa direzione.
La seconda
"novità" è che oramai Libero è il quotidiano più spiato. E' vero che, sempre a
quanto leggo in giro, ci sono stati attacchi informatici al Corriere della Sera,
ma almeno quelli non sono andati a buon (nel senso di cattivo) fine, e Massimo
Mucchetti ha potuto continuare a fare il suo ottimo lavoro, cosa che contiamo
continui a fare. Quella però, a ben vedere, era una specie di faida in famiglia
e, sebbene il diritto neghi la possibilità d'intercettarsi anche fra coniugi
gelosi e ridotti ad origliatori, se ne comprendono le dinamiche alla luce dello
scontro su quale dei proprietari potesse avere maggiore influenza sul giornale.
Al contrario, Libero è stato preso di mira sol perché faceva del giornalismo,
senza preventiva genuflessione a chi ha la pretesa di sentirsi potente e che o
direttamente possiede i giornali o su di essi esercita un'imponente influenza
con i soldi della pubblicità. E' una cosa molto grave, che riguarda direttamente
i pilastri della libertà e della democrazia. Per questo mi pare assordante il
silenzio della corporazione giornalistica, così pronta a mostrarsi severa quando
si sente coperta dagli interessi superiori, ma così silente quando sotto attacco
finiscono quelli che gli interessi superiori li sfidano. Devo essermi distratto,
ma confesso che il comunicato vibrante di sdegno per il fatto che dei colleghi
finiscono spiati ed intercettati a causa dei loro articoli, m'è proprio
sfuggito.
La terza novità la trovo in un pezzo dell'ottimamente informato
Luigi Ferrarella, sul Corriere della Sera di sabato scorso. Il giornalista
riferisce le parole di Fabio Ghioni, collega di Giuliano Tavaroli e fra i
creatori del... non so come definirlo, diciamo centro di ricerche Telecom,
rivolte ai magistrati che indagano: «Personalmente mi sono adoperato, su
richiesta di Raffaele Savarese di Telecom Italia in Brasile, perché creassi uno
storage accessibile solo a determinati utenti sul quale memorizzare documenti
che i componenti indipendenti del cda di Brasil Telecom mettono a disposizione
di Telecom Italia». Cosa sia uno storage non lo so di preciso, ma questa roba
assomiglia ad un reato. Intanto perché non c'erano consiglieri indipendenti in
quel consiglio d'amministrazione, ma rappresentanti di fondi pensione al centro
di trame molto discusse, poi perché non è detto per quale ragione, e con quale
rispetto della legge, dei membri del cda dovessero passare notizie,
evidentemente segrete, ad uno degli azionisti. E' leggendo quelle parole che ho
capito cosa cercavano gli spioni di Telecom facendo i guardoni delle mie cose:
volevano sapere se avevo elementi per rivelare una cosa simile.
Nel mio
libro, che uscì nel 2004, raccontavo fatti gravissimi, montagne di quattrini che
sparivano, intrecci fra Telecom Italia, Parmalat e Cirio, ed erano tutti fatti
documentati, che nessuno si è permesso di smentire, ma che solo Libero ha avuto
il fegato di pubblicare. In quel libro sono anche descritti i miei rapporti con
ciascuno dei protagonisti, anche con Dantas e la sua Opportunity, quindi le
insinuazioni sull'essere stato al servizio di questo o di quello le rimando alla
fonte analfabeta.
Ma Telecom Italia non ha mai risposto, non ha mai
replicato, non ha mai spiegato. In campo c'erano gli spioni, interessati a
sapere se avevo elementi per raccontare quel che loro stavano facendo, in
Brasile ed altrove. Li avessi avuti stiano certi che li avrei pubblicati, ma ero
troppo isolato e troppo debole per potere espormi al rischio di scrivere una
sola parola non dimostrabile. Adesso, dunque, noi sappiamo che quel che si legge
ne Il Grande Intrigo è tutto vero, è che c'è di più e di peggio.
Credo sia da
escludere che tutta questa faccenda spionistica sia stata montata per servire
gli interessi dei tigrotti, mentre le conseguenze saranno comunque assai
rilevanti, dato che il tutto sarà utilizzato per ridisegnare la mappa del potere
finanziario in Italia. E non è detto ci sia da festeggiare. Torneremo ad
occuparcene, e proprio per questo voglio ringraziare Vittorio Feltri e Libero.
Non fanno che il loro dovere, ma è bello trovare qualcuno che sia disposto a
farlo.
Davide Giacalone www.davidegiacalone.it Pubblicato da
Libero
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Telecom e quel che avevamo
detto
Le indagini sono giunte a Marco Tronchetti Provera, seguendo
il filo che avevamo anticipato e descritto. Non so se abbia ricevuto o stia per
ricevere un avviso di garanzia, ma è irrilevante, perché quello è un atto
giudiziario, che se e quando verrà emesso sarà a garanzia (come dice il nome,
tante volte violato) della sua persona e della sua difesa, sarà, se lo sarà, la
tappa di un percorso lungo il quale nessuno avrà il diritto di mettere in dubbio
la sua innocenza. Ma quella è la giustizia dei tribunali, noi qui non vestiamo
la toga, non emettiamo verdetti ma raccontiamo fatti, proponiamo
interpretazioni.
Ecco, quel che abbiamo raccontato è sempre più vero, quel
che avevamo letto nel futuro si avvera. Ed è da qui che vale la pena
ricominciare.
La radice di quel che è successo e succede, non lo si
dimentichi mai, è tutta nella malaprivatizzazione di Telecom Italia, raccontata
per filo e per segno in Razza Corsara. Quell'azienda non doveva più appartenere
allo Stato, doveva essere privatizzata, ma Prodi e D'Alema lo fecero nel
peggiore dei modi.
Questi sono i risultati. Quando Tronchetti Provera, usando
i soldi di Pirelli ed in società con Benetton, compera Telecom lo fa pagandola
all'estero.
Telecom Italia non era italiana. Considerato che era partita per
essere una public company, già questo è uno scandalo. Il brizzolato ed elegante
finanziere, che si fa fotografare in pose pensose e fa scrivere d'essere il
«nuovo Agnelli», compera anche i debiti e ne contrae di nuovi. Annaspa fin da
subito, s'accorge d'avere fatto male i conti, non propone alcuna strategia per
la società e continua il già avviato processo che porta una grande
multinazionale a divenire un operatore regionale dipendente dalle decisioni di
una sola Autorità. Se dovesse valutarsi l'abilità manageriale e la saggezza
finanziaria, il voto sarebbe zero tagliato.
Ma le cose stanno anche peggio.
Assieme a Tronchetti Provera (ed a Buora, ci arrivo fra poco) compare sulla
scena Tavaroli, mentre quasi subito scompare Bondi.
Lo ricordo perché proprio
la vettura di Bondi fu oggetto delle prime attenzioni di Tavaroli, che finse di
scoprire una microspia artatamente collocata da un suo collaboratore. Fu
l'occasione per mandare via l'allora responsabile della sicurezza e prenderne il
posto. Da quel momento Tavaroli ha spadroneggiato, praticamente senza limite di
spesa, mettendo le fatture in conto a Telecom ed a Pirelli, arruolando i suoi
amici, e ricordando a tutti, con ossessivo intercalare, che lui parlava
direttamente con Marco. Queste cose le scrissi prima che iniziassero le
inchieste, e prima documentai che il giro di spioni era piuttosto
inquietante.
Quando il pentolone fu scoperchiato dai magistrati, Tronchetti
Provera fu lesto a dire «noi siamo la parte lesa». E di ciò mi sono occupato
qui, e nel libro Prodi, Telecom & C., proponendo una lettura che ora si
ritrova nell'ordinanza del gip dove, per la prima volta in un atto giudiziario,
si chiarisce che l'attività spionistica è da presumersi svolta nell'interesse
del padrone, Marco Tronchetti Provera.
La questione, in realtà, è semplice.
Tavaroli ed i suoi avevano messo a punto una potentissima lente per spiare la
vita privata di quelli che loro consideravano nemici, o che, comunque,
preferivano prepararsi a condizionare. Fecero anche di più, costruendo notizie
radicalmente false, diffamanti, potenzialmente assassine.
Di tutto questo,
non dico di qualche particolare, ma del grossolano insieme, Tronchetti Provera
era al corrente?
Si può rispondere negativamente, ma solo a patto di
considerarlo incapace d'intendere e prudentemente proteso a non volere. Le parti
lese di questa vicenda sono Telecom e Pirelli, ma lui non si chiama mica Marco
Telecom o Marco Pirelli (quella era la prima moglie), e siccome era a capo delle
società che pagavano questo popò di roba, o è responsabile o è un
incapace.
Non escludo che sia parte l'una e parte l'altra cosa. Lo ricorda
lui stesso, dicendo che spiavano anche i suoi familiari, e quando chiamò
Tavaroli avvertendolo di avere saputo d'essere spiato il suo responsabile della
sicurezza iniziò le indagini spiando il suo padrone e la sua agenda. Davvero
ragguardevole.
Ma perché tutto questo? La risposta è triste: perché
nell'Italia dei poteri deboli e del capitalismo declinante è possibile credere
che si possa agguantare il potere, ed i suoi denari, non per avere realizzato
qualche cosa di grande, ma per essere stati capaci di navigare fra i palazzi, le
procure, le cantine e le discariche.
Per cinque anni i fatti sembravano
dargli ragione: erede dell'industriale più influente; ai verici di
Confindustria, con Montezemolo e Della Valle; intervistato da genuflessi che lo
lasciavano spaziare sul globo terraqueo; padrone della cronaca economica e di
quella mondana. Quelli che avevano da obiettare che la baracca non stava in
piedi ci contavamo sulle dita di una mano. Poi è venuta giù, e tutti a
strillacchiare: chi l'avrebbe mai detto? Io, io lo avevo detto. Ed ora che
succede?
La partita giudiziaria andrà avanti per anni. Quando ci sarà un
verdetto definitivo mandatemi una cartolina. Ma da subito si pone un problema
diverso, perché se s'ipotizzerà, come a me pare scontato, che di quel sistema
Tronchetti Provera era a conoscenza allora sarà difficile credere che l'unico a
non saperne proprio nulla fosse Carlo Buora, attuale vice presidente di Telecom
Italia. Il presidente, Guido Rossi, lo ha recentemente invitato a scegliere se
restare ai vertici di Telecom o di Pirelli e Buora ha scelto Telecom, senza per
questo rompere il rapporto d'antica solidarietà con Tronchetti Provera, che gli
ha conservato il posto in Pirelli.
So di dargli un dolore, ma ho
l'impressione che Rossi sia stato gabbato. Il suo è un compito difficile,
consistente nel tentativo di salvare Telecom senza per questo compromettere il
patrimonio di chi la possiede, il tutto avendo cura che non sia la magistratura
a provocare i danni più grossi. Proprio perché delicato, questo compito non è
certo agevolato da chi si ostina a non volere mollare il controllo di
Telecom.
Se Rossi non riuscisse nell'acrobazia, se non si troverà il modo di
portare in Olimpia investitori nuovi ed affidabili, allentando o, meglio,
sciogliendo la presa di Pirelli e di Tronchetti Provera, le cose andranno per il
peggio. E, del resto, con tutto il rispetto, non è senza significato che a
proporsi come soci siano gruppi come quelli dell'indiano Hinduja, coinvolto
nello scandalo per la vendita delle armi Bofors e protagonista di discusse
operazioni in Inghilterra, e gruppi come il russo Sistema, che già ci fanno
pensare ad un'Italia le cui reti di gas e telecomunicazini siano in mano ai
russi, già artefici di notevoli acquisizioni immobiliari. Insomma, è vero che i
soldi sono soldi e non si deve avere la puzza sotto al naso, ma l'impressione di
essere un mercato dove si possano ricollocare i capitali più spericolati è
piuttosto nauseante.
E ci si domandi chi lancia queste notizie, quali effetti
hanno sulla Borsa e chi ne approfitta.
La sorte di Telecom Italia deve essere
oggetto di attenzione politica. Non per occuparsi di quali scelte aziendali
fanno i privati, come voleva Rovati per Prodi.
Non per fermare l'opera dei
magistrati, che sarà tanto più meritoria quanto veloce ed efficace. Ma perché
quella è la grande rete di comunicazioni d'Italia e su di essa c'è un indubbio
interesse nazionale. Certo, poi uno guarda il governo e ci vede ancora Prodi e
D'Alema, guarda i russi, e, quasi quasi: spasiba balsioie.
Davide
Giacalone Pubblicato da Libero www.davidegiacalone.it
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Milano - Marco Tronchetti
Provera, in una nota, dichiara ancora una volta la sua estraneità ai
fatti: «Mai ordinato dossier o altre attività illegali», ribadisce l'ex
presidente Telecom. Ma dagli atti dell'inchiesta sulle intercettazioni illegali
emerge uno scenario inquietante: «Una gravissima intromissione nella vita
privata delle persone», un tentativo di «captazione occulta di dati e notizie
riservate, mossa da logiche puramente partigiane, nella contrapposizione tra
blocchi di potere economico e finanziario». Logiche tendenti a beneficiare non
l'azienda Telecom ma «colui che, in un dato momento storico, ne è proprietario
di controllo».
«Le indagini? Sono giuste e spero portino
alla verità»
di Marco Tronchetti Provera La Stampa
21 gennaio 2007
Caro direttore,
faccio l'imprenditore da
più di 30 anni. Ho messo nel lavoro tutta la passione e l'entusiasmo di cui sono
capace. E mai, nella mia vita e nel corso della mia attività professionale, ho
agito violando la Legge, né direttamente né dando disposizioni di farlo. Voglio
dirlo con forza. Voglio dirlo ai lettori, alle donne e agli uomini di Telecom
Italia, alle persone della Pirelli che da tanto tempo lavorano con me, che mi
hanno dato la loro fiducia e che insieme a me hanno speso intelligenza ed
energie per realizzare sogni e progetti diventati nel corso degli anni esempi,
spesso brillanti, di quello che il nostro Paese è capace di fare.
Per me,
costruire tutto questo senza stare alle regole del gioco non avrebbe avuto
senso. Non l'avrebbe avuto per il modo che ho di concepire la vita e i rapporti
tra le persone, prima ancora che il fare impresa. Si può vincere o perdere,
certamente. Ma barare, mai. A leggere le cronache di questi giorni appare invece
il contrario.
Non solo avrei barato, ma l'avrei fatto nel peggiore dei modi:
utilizzando le persone e gli strumenti delle aziende che gestivo, per avere
informazioni, per conoscere in anticipo le mosse dei concorrenti, per fare
pressioni o, peggio ancora, per minacciare politici, membri delle Autorità di
controllo, giornalisti, imprenditori. In più di un'occasione mi sono domandato:
se io non fossi il protagonista di questa vicenda ma solo uno spettatore, cosa
penserei? La ragnatela di interessi, di intrighi, di personaggi coinvolti è tale
che farsi un'idea e darsi una risposta non è affatto semplice. Anzi, se si è
propensi a credere che dietro ogni ricchezza si celi un crimine, allora viene
facile pensare che almeno uno debba averlo commesso anche Marco Tronchetti
Provera.
Non biasimo quindi nessuno, se in queste ore nutre dei dubbi. E
ringrazio invece chi tra gli amici, i collaboratori e i colleghi, mi sta
dimostrando la consueta fiducia.
A tutti intendo comunque ripetere che
l'unico fatto, reale e incontrovertibile, di cui sono certo è che mai e poi mai
ho ordinato atti illeciti nei confronti di alcuno, mai ho chiesto informazioni
illegali, mai ho ricevuto e letto dossier contro avversari, concorrenti, persone
d'opinioni diverse o anche dichiaratamente ostili.
So che nessuno può dire,
raccontando il vero, d'avere avuto da me incarichi per attività irregolari. Così
come so - lo dimostrano gli atti giudiziari finora noti - che la mia stessa
famiglia ha subito controlli illegali al pari di altri soggetti coinvolti in
questa vicenda.
So tutto questo, innanzitutto, nel profondo della mia
coscienza, per le scelte che ho fatto, per i comportamenti che ho tenuto, per la
decisione, condivisa con i miei più stretti collaboratori, di garantire, proprio
nelle vicende di cui tanto si parla, la più esplicita e trasparente
collaborazione con la magistratura. Ma se su tutto ciò esistono ancora dei
dubbi, sono il primo a dire che è giustissimo che si continui a indagare, a
controllare e verificare i documenti, a sentire i testi.
A cercare, con la
forza dei fatti e delle prove, la verità. La speranza, che in cuor mio è una
certezza granitica, è, appunto, che la verità emerga in fretta e che la mia
onorabilità venga confermata. Ho affrontato tutte le mie battaglie professionali
a viso aperto, impegnando me stesso e i miei collaboratori nella ricerca
dell'eccellenza in ogni area di attività, dalla tecnologia agli investimenti,
badando soprattutto alla qualità e alla motivazione delle persone, imponendo una
governance trasparente, insistendo sull'etica come cardine della cultura
d'impresa. E d'un tale atteggiamento le prove, stavolta sì, non mancano: una per
tutte, la decisione di avere un consiglio d'amministrazione di Telecom composto
in ampia maggioranza da personalità indipendenti, scelte per qualità e
competenza e non certo per vicinanza d'interessi.
Quando è stato necessario
ho fatto ricorso esclusivamente agli strumenti offerti dal diritto per far
valere le mie idee e le mie ragioni nelle assemblee delle società dove sono
azionista, nei consigli di amministrazione e nelle sedi dei tribunali, ogni
qualvolta ho ritenuto che qualcuno avesse passato il segno.
Che tutto questo
sia messo in discussione, e arrivi quasi ad essere controvertito con una
montagna di false dichiarazioni e di illazioni che non trovano riscontro nei
fatti, è per me un peso enorme.
Lo sopporto. Pur senza nascondere - come
potete ben leggere - il dolore e l'indignazione per il cumulo di falsità che mi
vengono attribuite. Continuerò comunque a sopportarlo con la convinzione che, in
questa disgustosa storia, si arriverà presto alla parola fine. E che dunque
scompaia definitivamente il fango gettato addosso a me e alle aziende che ho
l'onore di guidare. Un'ultima riflessione vorrei dedicarla al mio rapporto con
il mondo dell'informazione. Sono stato per cinque anni presidente de Il Sole 24
Ore, dal 1997 al 2001, sostenendone allora e riconfermando ancor oggi
l'importanza di una sua quotazione in Borsa, appunto come strumento di sviluppo
e di rafforzamento della qualità e dell'autonomia. Dal 2001 al 2006 ho seguito
con passione lo sviluppo de La 7 e dell'Agenzia APCom. Nel mio ruolo di
presidente prima e di azionista poi, ho sempre mantenuto una rotta chiara:
garantire indipendenza, pluralismo e qualità d'informazione, senza mai
interferire sull'attività delle testate o dei singoli giornalisti per favorire
gli interessi della proprietà o di chicchessia. Di ciò sono testimoni i
dirigenti e collaboratori, le centinaia di giornalisti che per il Sole 24 Ore,
per La 7 e per APCom hanno lavorato in questi anni. Da tempo rappresento Pirelli
nel Sindacato azionisti del Corriere della Sera. Nelle diverse vicende che ne
hanno riguardato la proprietà ho sempre cercato, non essendo né il maggiore né
il più influente azionista, di costituire un elemento di raccordo tra i soci,
per assicurare quella stabilità e pluralità di azionariato che è garanzia di
indipendenza del Corriere della Sera, che considero una istituzione del
Paese.
Di questo mio comportamento gli azionisti del
Corriere della Sera sono testimoni. Ed è quindi ragione di ulteriore grande
sdegno che proprio a presunte azioni illecite nei confronti di giornalisti e
dirigenti del Corriere della Sera venga collegato il mio nome. Per concludere,
sono certo che presto potrò rivolgermi nuovamente a Lei e ai suoi lettori,
quando questa vicenda sarà finita, per una riflessione serena su tutti gli
aspetti di questa vicenda.
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