Guarda un po' com'è piccolo il
mondo,
nella Spy Story
di Telecom, ENAV & Fiumicino sempre sulla «breccia»
Ogni cosa è
intercettata
La grande spy-story
italiana dell’estate. Telefoni
sotto controllo, tabulati comprati e venduti, rapimenti made in Usa
Protagonisti: investigatori privati, agenti del
Sismi, uomini della Cia
Con
un morto: Adamo Bove, il dirigente della sicurezza Tim
Guida per orientarsi nella selva di nomi e di fatti,
depistaggi e veleni. Questo troncone d’indagine in realtà non riguarda lo
spionaggio telefonico, ma decine di casi di corruzione in tutte le forze
di polizia: soldi per spiare personalmente gli obiettivi designati da Cipriani
Abu Omar, il corpo
del reato
C'è
anche un «corvo», in questa
storia, un anonimo che scrive lettere a giornalisti che
seguono il caso Abu Omar
e
le invia da un ufficio postale di Roma
Fiumicino
di Gianni Barbacetto e Paolo Biondani

Chi
ha ucciso Adamo Bove?
La grande
spy-story italiana dell’estate 2006 è una
storia vera di telefoni intercettati, tabulati comprati e
venduti, rapimenti made in Usa, investigatori
privati, agenti segreti e uomini della Cia.
Spioni di Stato che, in nome dell’emergenza terrorismo,
commettono reati, organizzano sequestri di persona,
frodano la giustizia, manipolano l’informazione,
tentano di condizionare la democrazia parlamentare. E spioni
privati che, in nome dell’emergenza sicurezza,
intascano montagne di soldi vincendo gli appalti a colpi di mazzette,
fino a diventare tanto potenti da controllare dall’interno
i colossi economici che dovrebbero servire e perfino le procure che vorrebbero
indagarli.
Le inchieste giudiziarie che negli ultimi mesi hanno incrociato il caso Cia-Sismi
all’affare Telecom nascono insieme, tra il febbraio e il marzo del 2003, da
fatti circoscritti: una storiella cittadina di guardiani-fantasma nei parchi
di Milano; e una denuncia «per sentito dire» di una donna egiziana, amica
della testimone di un sequestro, che però ha paura di deporre. Le due indagini
milanesi viaggiano per tre anni in vagoni separati. I due treni si uniscono
solo nel luglio scorso. Con l’arresto di due capidivisione del servizio segreto
militare italiano, il Sismi, accusati di complicità nel sequestro
di un imam rapito a Milano da un commando della Cia. E con il suicidio in
circostanze quantomai misteriose di Adamo Bove ex poliziotto
anticamorra diventato manager della sicurezza di Tim-Telecom.
Il doppio giallo dell’estate scatena un’eruzione senza precedenti di false
notizie, indiscrezioni pilotate, articoli depistanti, scoop sospetti. Il caos
è intenzionale e, come sempre, aiuta i delinquenti. Per uscire dal gioco della
disinformazione, serve molta pazienza: bisogna mettere in fila i nomi e i
fatti certi, che non sono poi molti, ripartendo dall’inizio. E tenere sempre
a mente che in Italia lo spionaggio pubblico e privato, per quanto ammantato
delle più alte motivazioni ideologiche, in realtà è solo un mezzo per puntare
a fini molto concreti: i soldi. Tanti, sporchi e subito. Dovrebbero capirlo
anche i nostri liberali immaginari, garantisti a due velocità, che ieri tuonavano
contro il 41 bis (il carcere duro per i boss mafiosi) e oggi – orfani della
Guerra fredda – adorano rapimenti, torture, sospensioni dello stato di diritto,
in nome dell’Occidente e della sacra crociata contro il terrorismo islamico.

Milano,
marzo 2003. I guardiani notturni scompaiono
dai parchi. I pm Fabio Napoleone e
Maria Letizia Mannella
aprono un’inchiesta sul contratto d’appalto con cui
il Comune ha affidato all’istituto di vigilanza Città di Milano la sorveglianza
notturna dei parchi del centro. Gli appostamenti della polizia municipale
confermano i sospetti: al parco Sempione e nei giardini di piazza Vetra, accanto
alla splendida basilica di San Lorenzo, sono effettivamente in servizio meno
di metà dei vigilantes dichiarati dall’impresa privata, che invece è remunerata
per l’intero con soldi pubblici. Il responsabile legale della società e il
comandante della divisione parchi vengono indagati per truffa pluriaggravata:
se si allargano all’intero appalto i risultati statistici dei controlli a
campione, l’istituto di vigilanza risulta aver incassato in due anni circa
500 mila euro di compensi ingiustificati.
Dopo i primi sei mesi d’inchiesta, la legge italiana (una delle tante nuove
norme votate dal Parlamento per frenare non gli scandali, ma le indagini che
li svelano) impone alla procura di avvisare gli inquisiti. A quel punto, il
16 settembre 2003, i magistrati perquisiscono la sede dell’istituto Città
di Milano. E scoprono che i guardiani-fantasma non sono assenteisti: sono
andati regolarmente a lavorare, ma in altri servizi di vigilanza appaltati
alla stessa società.
La direzione dell’istituto, vicinissima alla giunta-vetrina del centrodestra,
non si scompone: «Restiamo fiduciosi nel lavoro della magistratura e attendiamo
l’esito delle indagini. L’accusa ci lascia un po’ increduli: esistiamo da
80 anni, abbiamo mille dipendenti, siamo un colosso storico della sicurezza
privata a Milano. Violare
gli impegni non è nel nostro interesse, anzi sarebbe solo dannoso. Per questo
abbiamo già disposto una indagine interna: siamo noi i primi a voler sapere
cosa è davvero accaduto». La dichiarazione è, a suo modo, profetica.
Procura
spiata. In seguito alla perquisizione, i magistrati scoprono che
il presidente dell’istituto di vigilanza,
Claudio Tedesco,
riesce addirittura a conoscere in tempo reale tutte le mosse della procura.
Dopo i soliti sei mesi d’indagine, il 31 marzo 2004 il manager della sicurezza
viene arrestato insieme alle sue «talpe» giudiziarie. Due insospettabili:
una cancelliera dell’ufficio gip (la sezione del tribunale di Milano che autorizza
tutti gli arresti e le intercettazioni) e perfino un magistrato onorario.
L’impiegata Daniela S., 26 anni, neolaureata e aspirante
magistrato, ha controllato per ben 94 volte in cinque mesi, attraverso il
computer di un ignaro giudice togato, l’avanzare dell’inchiesta contro l’istituto
Città di Milano. L’incrocio tra indagini informatiche, tabulati e intercettazioni
mostra che la cancelliera, proprio mentre apre i file segreti della procura,
parla al telefono con il giudice onorario, Guido
Vittorio Travaini, che a sua
volta rassicura il manager delle guardie giurate: «Io mi sto recando in quel
posto che poi, tra un’oretta e mezza, ho quella famosa risposta che ti devo
dare».
Il suo arresto fa scandalo: Travaini si presenta come «criminologo dell’università
Statale di Milano» ed è uno degli esperti esterni che sono chiamati a pieno
titolo a far parte dei collegi del tribunale di sorveglianza, dove si decide
su tutte le richieste dei detenuti di mezza Lombardia, dai permessi alle scarcerazioni.
Al suo fianco, per anni, era seduto il presidente Manlio Minale,
che nel frattempo è diventato il capo della procura. Nella squadra antispioni,
proprio Minale ha inserito un nuovo pm, Stefano
Civardi. E l’ultima intercettazione
prima dell’arresto vede Travaini impegnato ad avvicinare perfino l’uditrice
giudiziaria appena assegnata a Civardi: «Cosa ti fanno fare?», le chiede il
17 marzo. «Ma vi fanno entrare nel registro e tutte quelle robe lì? Cioè,
fra l’altro vedi anche roba riservata, no? Venerdì sono alla Sorveglianza,
avresti voglia di bere un caffè?».
Tangenti,
appalti e sicurezza.
La scoperta delle prime spie interne al tribunale, che confessano e patteggiano,
permette alla procura di tenere segrete altre intercettazioni, che svelano
un traffico di tangenti sugli appalti che non si limita al pur rilevante istituto
milanese Città di Milano. Il 13 maggio 2004, otto arresti
scuotono l’intero gruppo Ivri (Istituti vigilanza riuniti
d’Italia), allora numero uno in Italia nel business della sicurezza privata.
In carcere finiscono il presidente e comproprietario dell’Ivri, Giampietro
Zanè,
il suo commercialista Donato
Carone,
il direttore centrale della sicurezza di Poste italiane, Maurizio Filotto,
che dal 2003 rappresenta il Comune di Milano nel board della Sea (la società
che gestisce Linate e Malpensa) ed è anche consulente della Regione Lombardia,
consigliere d’amministrazione di Sviluppo sistema Fiera, nonché presidente
onorario dell’Associazione carabinieri in congedo, un tenente colonnello dell’Esercito,
Francesco Stuffi,
in servizio alla direzione generale per gli appalti del ministero della Difesa,
un impiegato civile della stessa struttura militare, Maurizio
Cirillo, e
un dirigente dell’Enav (l’ente
di controllo dei voli), Roberto Cosentino.
Il manager già arrestato, Claudio Tedesco,
e l’amministratore dell’Ivri di Torino, Leone
Calzone, ottengono gli arresti
domiciliari dopo aver firmato ammissioni parziali, ma preziose per decifrare
le telefonate altrui. Le tangenti contestate dall’accusa partono dal 2000
e arrivano al presente, anzi ipotecano il futuro. Filotto viene ammanettato
mentre si prepara a riscuotere, secondo i magistrati, la prima rata dei 600
mila euro promessigli dall’Ivri in cambio della proroga per altri due anni
del contratto in esclusiva per il trasporto valori degli uffici postali di
tutta Italia: un appalto da 15 milioni di euro. Il colonnello della Difesa
invece finisce in cella per una tangente di 100 mila euro, che ha garantito
al gruppo corruttore la vigilianza di 46 «obiettivi a rischio di attentati
terroristici» in 24 province. Il dipendente dell’Enav
ha intascato 50mila euro all’anno, secondo l’accusa, per pilotare l’appalto
per la sorveglianza delle torri di controllo di Milano-Linate e Torino-Caselle.
L’inchiesta documenta gli incresciosi risultati della privatizzazione della
sicurezza varata, nel clima della Grande Paura seguita all’11 settembre, dal
governo Berlusconi, in nome del risparmio di uomini e mezzi pubblici. Alla
corruzione si accompagna, come il cacio sui maccheroni, l’accusa di frode
nell’esecuzione degli appalti. Al solito trucco dei guardiani-fantasma, schierati
cioè solo sulla carta, si aggiunge perfino la cresta sui vigilantes disarmati:
assunti senza porto d’armi perché costano meno e mandati quindi a presidiare
aeroporti o depositi d’armi con la fondina bene in vista, ma vuota.
I fondi neri per pagare le tangenti sono custoditi nell’armadio blindato della
sala riunioni dell’Ivri di Torino, dove i carabinieri milanesi sequestrano
400 mila euro in contanti (ma pochi giorni prima gli intercettati parlavano
di 700 mila). Il giro di mazzette attorno a quell’armadio è tanto rutilante
che due manager arrestati hanno perso il conto: «Qualcuno mi deve pur spiegare
a chi abbiamo dato questi soldi», impreca un dirigente il 27 gennaio. «Lo
sto domandando a te», replica l’altro. «Ma se li ho dati a te...». «A me?».
«Sì, a te, per l’Enav e l’Esercito...».
Per l’appalto dell’Enav
(presidio armato sotto le torri di controllo del traffico aereo), il gruppo
Ivri è riuscito perfino a sostituire in corsa la busta con la propria
offerta, poi naturalmente risultata vincente. A raccontarlo è una gustosa
intercettazione del funzionario inquisito: «Carta intestata, timbri, gli stessi
che hai usato per l’altra volta..., portati dietro la fotocopia dell’offerta,
la carta intestata in bianco, un po’ di fogli, ché dobbiamo rifare e il timbro
uguale!».
Il personaggio più in vista è Filotto, ex carabiniere dell’antiterrorismo
che da anni colleziona nomine con l’appoggio di politici ciellini e di Forza
Italia. Il gruppo Ivri, secondo l’accusa, gli ha già versato 170 mila euro
in cambio di un altro appalto: la sorveglianza del Pirellone e di altri immobili
della Regione Lombardia. Un contratto da 12 milioni di euro in tre anni. Nelle
sue confessioni, Tedesco racconta che Filotto ha favorito i suoi corruttori,
nel settembre 2002, facendo inserire, dalla giunta di Roberto Formigoni,
un esperto indicato direttamente dall’istituto Città di Milano nella commissione
aggiudicatrice; quando questi lascia l’incarico per ragioni familiari, è lo
stesso Filotto a prenderne il posto di arbitro imparziale. E in marzo, due
mesi prima dell’arresto, incassa l’ultima rata proprio di questa tangente.
Sempre secondo Tedesco, l’ex carabiniere dell’antiterrorismo si sarebbe dato
da fare per favorire l’Ivri anche nella vigilanza della Fiera di Milano, fermandosi
però in coincidenza con il blitz contro le talpe.
L’inchiesta continua in un clima avvelenato. L’Ivri, tra
l’altro, sorveglia anche obiettivi giudiziari, come il tribunale dei minori
e metà del palazzo di giustizia di Milano. Le intercettazioni, soprattutto,
mostrano che i principali indagati pensano di poter continuare a controllare
le mosse della procura, grazie a una nuova talpa giudiziaria, entrata in scena
dopo gli arresti della cancelliera e del giudice onorario: questa talpa è
ancor oggi senza volto. Per un anno l’inchiesta s’inabissa: i pm vogliono
scoprire chi sia in grado di continuare a spiare la procura perfino durante
l’inchiesta contro gli spioni.
L’affare
Telecom. 4
maggio 2005, colpo di scena.
L’inchiesta, a sorpresa,
sale di livello e coinvolge il re delle intercettazioni: i carabinieri della
procura di Milano perquisiscono uffici e abitazioni di due indagati per «associazione
per delinquere finalizzata alla violazione del segreto istruttorio». Il primo
è Giuliano Tavaroli,
ex carabiniere dell’antiterrorismo diventato negli anni Novanta capo della
sicurezza della Pirelli e dopo il 2001 dell’intero gruppo Telecom. Il secondo
è Emanuele Cipriani,
suo vecchio amico, massone dichiarato, titolare delle agenzie investigative
Polis d’istinto e System Group
di Firenze: uno dei maggiori imprenditori della
sicurezza privata in Italia. L’indagine è delicatissima sotto molti profili.
Tavaroli è infatti il responsabile del Centro nazionale autorità giudiziaria
(Cnag), la centrale
che gestisce tutte le intercettazioni telefoniche chieste dalla magistratura:
proprio lui, al suo arrivo in Telecom, ha spostato questo
settore strategico a Milano, sotto la divisione sicurezza, togliendolo all’ufficio
legale di Roma.
Tavaroli lavorava dal 1996
alla sicurezza Pirelli. Avventuroso il modo con cui riesce a passare
a Telecom. Nell’agosto 2001 arriva in azienda, come amministratore
delegato, Enrico Bondi,
che chiede all’allora responsabile sicurezza, Piero
Gallina, «se vi fossero problemi ad affidare
la bonifica di eventuali microspie alla sicurezza Pirelli», cioè a
Tavaroli. Gallina: «Trovai
la cosa singolare, ma non mi opposi». Il lavoro viene subappaltato da Tavaroli
a Emanuele Cipriani.
La relazione conclusiva
segnalava impronte digitali nel controsoffitto, come se qualcuno avesse tolto
in gran fretta delle cimici.
Quando poi, nel settembre 2001, viene trovata una microspia nell’auto di
Bondi, Gallina viene licenziato.
In quel periodo arrivano anche minacce telefoniche a Marco Tronchetti Provera, azionista
di riferimento del gruppo Pirelli-Telecom: una, secondo le
dichiarazioni dello stesso Tavaroli, parte da un centralino del Sisde (il
servizio segreto civile), nel momento in cui Tavaroli è nella sede
del Sisde, a colloquio con il generale
Stefano Orlando.
Nel 2003 Tavaroli
diventa responsabile della sicurezza Telecom e anche della Cnag, spostata
da Roma a Milano.
Di che cosa sono accusati, nel 2006, Tavaroli
e Cipriani? I magistrati non scoprono le carte, non rivelano le loro
fonti di prova. L’indagine è in corso e la perquisizione l’hanno dovuta fare
in quel momento, ancora una volta, perché sono scaduti i termini di legge.
Ma l’ipotesi di reato associativo, tradotta in volgare, significa che, secondo
i pm, i due indagati sarebbero i capi di una vera e propria banda in grado
quantomeno di lanciare l’allarme-intercettazioni per proteggere indagati eccellenti
Lo stesso Tavaroli la
racconta così alla Stampa: «Tutto nasce da un’indagine sull’Ivri, un istituto
di vigilanza privata. Durante una telefonata intercettata tra un certo
Pasquale Di Ganci, titolare
della Sipro (un altro istituto di vigilanza privata), e un suo interlocutore,
viene fuori il mio nome, indicato come quello che poteva avvisarli di indagini
in corso». Del caso, già da oltre un anno, si erano occupati due giornali:
il Corriere della sera e soprattutto il settimanale L’Espresso, che aveva
scritto di un progetto (chiamato SuperAmanda o, secondo
altre fonti, Enigma) per centralizzare tutte le
intercettazioni telefoniche e informatiche d’Italia: piano subito smentito
da Telecom.
Di fronte all’inchiesta giudiziaria, il gruppo guidato da Marco
Tronchetti Provera ha una reazione oscillante:
da un lato Tavaroli perde
la carica semplicemente perché indagato, dall’altro resta nel gruppo come
dirigente, seppur come responsabile della Pirelli pneumatici in Romania. Dal
luglio 2005 al gennaio 2006 lavora ancora per Telecom, che
gli ha commissionato una consulenza di survival ability, sulle possibilità
di sopravvivenza della rete di comunicazioni in caso d’attacco terroristico.
Nel maggio 2006 dà
le dimissioni dal gruppo.
Per mesi, le perquisizioni del maggio 2005 a Tavaroli e Cipriani restano
l’unico atto pubblico di tutto il caso Telecom
e la segretezza dell’indagine favorisce le indiscrezioni
più approssimative: la linea dei magistrati, per evitare nuove fughe di notizie,
è di non smentire nemmeno le bufale. Il primo dato certo e documentabile è
che l’indagine su Cipriani nasce in realtà dal ripescaggio
di un’inchiesta precedente, che ha dell’incredibile.
Nel settembre 2004 due sottufficiali della guardia di finanza di Bologna,
Giuseppe Mazzocca e Piero Leuzzi,
si presentano in un’azienda di Viterbo, la Fratelli
Farnese gomme srl, mostrando un ordine scritto
per una verifica fiscale. Le modalità asfissianti del controllo insospettiscono
la proprietaria dell’azienda, che chiama il comando delle Fiamme gialle
e si sente rispondere che non è stata disposta alcuna verifica. Il falso accertamento
dei veri finanzieri serve in realtà a spiare i registri e i computer aziendali.
Interviene la polizia.
Sull’auto dei due sottufficiali, la squadra
mobile sequestra un appunto con nomi di investigatori privati, cifre e percentuali:
«2.500 + 5%».
L’inchiesta stabilisce
che l’agenzia di Cipriani
ha ricevuto dalla Pirelli l’incarico di investigare
proprio su quella società di Viterbo, che vendeva gomme a un prezzo giudicato
troppo basso. A quel
punto l’inchiesta finisce a Milano, dove la
Pirelli ha sede, e all’accusa
di falso si aggiunge la corruzione.
Il pm Fabio Napoleone, titolare dell’indagine, ottiene gli atti di un’altra
inchiesta su Cipriani, un’indagine ormai «in sonno»,
nata da una denuncia per spionaggio privato presentata da un ex dirigente
della Coca-Cola, entrato in collisione con
la sua azienda fino a intentare una causa di lavoro per mobbing. Il manager
sostiene di essere stato spiato e pedinato: secondo l’accusa da due poliziotti
(veri) arruolati per un secondo lavoro (illegale) proprio da Cipriani.
Il manager vittima ha scoperto i controlli abusivi quando ha ricevuto in un
busta anonima un cd-rom con intercettazioni (totalmente illegali) delle sue
telefonate. Né l’indagine Pirelli, né quella Coca-Cola coinvolgono le due
aziende: Pirelli e Coca-Cola hanno affidato alla Polis d’istinto
un incarico lecito, fino a prova contraria, che Cipriani
ha eseguito con mezzi impropri.
«Onus probandi incumbit ei qui dicit»: l’onere della prova grava sull’accusa.

Il
caso Storace.
Gli spioni sono come le ciliegie: da Cipriani l’inchiesta
si allarga a una rete molto più vasta di agenzie investigative, sospettate
di raccogliere informazioni riservate in tutta Italia con metodi illegali.
Nel marzo 2006 i soliti magistrati di Milano fanno scattare 16 arresti per
spionaggio privato e corruzione di pubblici ufficiali. Tra gli 11 investigatori
che finiscono in carcere, spiccano due 007 romani:
Pierpaolo Pasqua,
titolare della Security Service Investigation (Ssi), e il suo tecnico di fiducia,
Gaspare Gallo.
I due sono accusati di aver spiato illegalmente 140 linee telefoniche. Ma
l’accusa più clamorosa è quella di aver realizzato un sensazionale spionaggio
politico: hanno cercato di condizionare le elezioni regionali del 2005 nel
Lazio, costruendo false accuse per screditare Piero Marrazzo
(Ulivo) e Alessandra Mussolini
(Alternativa sociale), nel tentativo – fallito – di
favorire la vittoria di Francesco Storace (An).
Nelle intercettazioni, i due spioni chiamano le vittime con nomi da fumetto:
«Operazione Qui, Quo, Qua». Lo staff di Marrazzo viene filmato
e pedinato nel tentativo di montare un falso «scandalo delle auto blu». Gli
spioni reclutano pure un viados, nella vana speranza di incastrare il candidato
di centrosinistra con un storiaccia a luci rosse di gusto veterofascista.
L’intera vita di Marrazzo viene
rovistata da due marescialli della guardia di finanza di Novara,
assoldati da Pasqua, che dopo l’arresto
confessano di avergli girato, in cambio di bustarelle, dati prelevati dall’archivio
del Viminale e dall’anagrafe tributaria: precedenti di polizia, disponibilità
patrimoniali, contratti immobiliari, dichiarazioni dei redditi del candidato
e di sua moglie. Il comandante dei due marescialli di Novara farà carriera:
diventerà il capocentro del Sismi di Milano.
Contro la nipote del Duce, che toglie voti da destra a Storace,
il gioco è ancora più sporco: le schede di presentazione della sua lista vengono
riempite di firme false, con due incursioni notturne nei computer dell’anagrafe
e nella sede del partito. Il tutto con l’obiettivo (poi scongiurato dai giudici
elettorali) di escludere la candidata dalle elezioni. Le intercettazioni risultano
tanto eloquenti che entrambi gli investigatori confessano il complotto politico
già nei primi interrogatori.
Un troncone d’inchiesta finisce a Roma, dove lo stesso Storace
viene indagato come presunto mandante, mentre il capo della sua segreteria,
Nicolò Accame,
è interdetto da ogni carica per due mesi. Nella notte della falsificazione
delle firme, Pasqua rassicurava così sua moglie, preoccupata:
«L’operazione è pericolosa sì, ma non ci saranno pericoli solo a condizione
che rivincano...». Il 5 aprile, dopo la sconfitta di Storace,
il maresciallo Liguori si
preoccupa dei soldi: «Senti un po’, ma adesso che ha perso le elezioni ti
paga lo stesso?». Gallo, ridendo, gli risponde: «Veramente
mi ha già pagato».
Il centrosinistra parla di Laziogate. La Casa delle libertà
reagisce gridando al «complotto politico delle procure»: a due mesi dalle
elezioni nazionali, non può che trattarsi di «inchiesta a orologeria». I pm
in realtà avevano chiesto gli arresti nel settembre 2005: il ritardo è dovuto
al fatto che il giudice per le indagini preliminari a cui erano stati chiesti
gli arresti, Beatrice Sechi,
è andata in maternità, per cui un nuovo giudice, Paola Belsito,
ha dovuto ristudiare da zero tutti gli atti, oltre a dover gestire centinaia
di altri fascicoli ordinari.
Traffico
di tabulati.
Le polemiche politiche
(alcune montate sul nulla: non è vero che fosse spiata anche la diessina Giovanna
Melandri) fanno intanto passare quasi sotto silenzio le altre scoperte
dei carabinieri che lavorano per la procura di Milano. Un’investigatrice milanese,
Laura Danani,
già rappresentante legale della Miriam Tomponzi srl, una
delle più famose agenzie italiane, finisce in carcere con una valanga di accuse
di spionaggio telefonico. La procura la intercetta mentre detta a un complice
un vero e proprio tariffario per reclutare talpe in tutte le compagnie telefoniche:
«Allora, ascolta il chi è: Omni 220 euro, Tim 150, Wind 200, Tre 200, fisso
250». Per la prima volta entrano nell’inchiesta anche i tabulati telefonici:
non intercettazioni di conversazioni in corso, ma dati sugli orari, durata
e numeri chiamati in passato, che permettono comunque di carpire molti segreti
dell’utente (dal nome dell’amante ai contatti con spacciatori, prostitute,
aziende concorrenti, rivali personali). Anche per i tabulati si parla di prezzi,
cioè di tangenti da versare a dipendenti infedeli delle società telefoniche:
Danani: «Traffico: avanti e indietro... entrata e uscita?».
Nembrini: «Sì, due mesi a 1.500». Ma in questa storia
spunta anche Cipriani: l’ordine d’arresto rivela che Laura
Danani è indagata insieme a lui per un’altra falsa verifica fiscale
della guardia di finanza. I due soliti marescialli, gli stessi di Viterbo,
si erano presentati con un falso verbale di accertamento tributario nella
sede di un’agenzia pubblicitaria di Milano, la G&A srl.
L’obiettivo: spiare la contabilità su incarico di un ex socio, che quando
si vede puntualmente consegnare da Danani i documenti aziendali
fotocopiati dalla «guardia di finanza parallela di Cipriani»,
in effetti «si meraviglia che sia stato possibile acquisirli legalmente»,
ma paga comunque 6.700 euro alla sua investigatrice così ben introdotta.
L’archivio
di Cipriani.
La stessa ordinanza di custodia addebita a Cipriani di aver
fatto eseguire ai due marescialli bolognesi corrotti almeno cinque false verifiche
fiscali: oltre a Viterbo e Milano, i finanzieri doppiogiochisti hanno spiato
ditte di Ferrara, Asti e Pescate. Ecco perché nel maggio 2005, contemporaneamente
al blitz contro Tavaroli, la procura fa perquisire anche
gli uffici e la casa di Cipriani. E riesce a sequestrargli
un archivio informatico (soprattutto dvd) con i resoconti di una massiccia
attività di sorveglianza fisica: centinaia di pedinamenti eseguiti privatamente
da veri appartenenti alle forze dell’ordine, in cambio di tangenti.
L’inchiesta è ancora segreta e la riservatezza dei magistrati ha favorito
montature giornalistiche particolarmente sospette.
Questo troncone
d’indagine in realtà non riguarda lo spionaggio telefonico,
ma decine di casi di corruzione in tutte le forze di polizia:
soldi per spiare personalmente gli obiettivi designati da Cipriani.
Di questi pedinamenti abusivi, l’unica vittima certa per ora è
Bobo Vieri, che fu seguito
giorno e notte quando giocava nell’Inter, probabilmente per capire perché
non rendeva più. La società nerazzurra aveva commissionato anche un’altra
investigazione privata, anche questa lecita fino a prova contraria, contro
l’arbitro Massimo De Sanctis, il fischietto condannato quest’estate
per i favori a Luciano Moggi: allora
ai pm di Milano, però, era arrivato solo l’esposto di un altro ex arbitro,
senza concrete denunce da parte degli interisti danneggiati. Ora Cipriani
è accusato di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione di decine
di appartenenti alle forze dell’ordine. L’inchiesta
riguarda cinque anni di «investigazioni clandestine e illecite»,
dal 2000 fino alla perquisizione del 2005.
C’è una lunga serie di fatti ancora tutti da chiarire. Nel 2004 avviene un’incursione
elettronica nei computer di top manager del gruppo Rizzoli-Corriere
della sera, proprio quando in via Solferino stanno per arrivare il
nuovo direttore Paolo Mieli e
l’amministratore delegato Vittorio Colao.
A Bergamo è sotto inchiesta una dipendente del Cnag,
il centro Telecom che fornisce alle procure i dati richiesti legalmente,
accusata di aver fornito tabulati a tre sottufficiali del Ros che li usavano
per estorcere denaro a imprenditori.
C’è poi la storia dei dossier con intercettazioni illegali a due politici,
Piero Fassino e Pietro Folena, e al presidente
dell’Anas Vincenzo Pozzi: scoperti nel maggio
2005 nella casa romana di Giovanbattista Papello,
massone e collaboratore dell’allora ex viceministro Ugo
Martinat (An), in contatto con quella Sipro e
quel Di Ganci citato
da Tavaroli come origine di tutti i suoi guai.
E ci sono le inspiegabili fughe di notizie sulle indagini svolte da alcune
procure. A Milano filtrano magicamente all’esterno le privatissime discussioni
fra due pm, Fabio De Pasquale e Alfredo Robledo, sull’opportunità
o meno di arrestare il consulente inglese di Silvio
Berlusconi, David Mills, e nel dicembre
2003 era «scappata» la notizia dell’indagine segretissima in corso sui rapporti
tra l’allora presidente della Provincia Ombretta
Colli e l’imprenditore
Marcellino Gavio.
A Roma si scopre che esistono talpe pronte ad avvertire
delle indagini Stefano Ricucci e altri indagati per
le scalate Rcs e Antonveneta; e arrivano misteriosamente sul Giornale le intercettazioni
delle telefonate fra Giovanni Consorte e
Piero Fassino, che non erano mai state
trascritte e che dunque non erano a disposizione neppure dei magistrati.
C’è
in Italia un’unica centrale abusiva di spionaggio,
utilizzata con fini diversi da politici, imprenditori,
investigatori privati e uomini dell’intelligence?
Il tesoretto
all’estero.
Questa è una storia
di spie, ma soprattutto di soldi. Ricostruendo la provvista finanziaria usata
da Cipriani per comprarsi una villa da 2 milioni di euro
a Firenze, intestata a un’immobiliare dal nome indicativo (Il labirinto),
i pm risalgono a una rete di conti bancari, intestati a società offshore tra
il Lussemburgo e Londra. Proprio questo ora è uno dei capitoli principali
dell’indagine, che ha portato la procura di Milano a spedire rogatorie in
mezzo mondo. Molti dei soldi che Cipriani ha nascosto all’estero
arrivano da Pirelli e Telecom: Tavaroli è
accusato di aver liquidato a società estere riconducibili a Cipriani
circa 20 milioni di euro in sette anni, soldi usciti dalle casse
di Pirelli e Telecom, come corrispettivo per attività d’investigazione che
si dichiarano svolte fuori dall’Italia.
Il problema è che, secondo la procura, Cipriani non ha mai
fatto alcuna indagine all’estero per il gruppo
Pirelli-Telecom:
i lauti corrispettivi accreditatigli dalla security di Tavaroli
sarebbero coperti soltanto da fatture false. Se l’accusa è fondata, resta
da capire perché il gruppo Pirelli-Telecom abbia sborsato 20 milioni
di euro per «investigazioni inesistenti». Di questo presunto tesoretto
estero, più di metà è già finita sotto sequestro giudiziario, su richiesta
dei pm milanesi, tra la fine del 2005 e i primi mesi del 2006. Ma le rogatorie
internazionali continuano. Siamo così arrivati al culmine dell’indagine sulla
rete degli spioni privati. Il capitolo più recente è quello sul traffico di
tabulati ed è il più intossicato da notizie parziali, dubbie o completamente
false. Certo è che la procura di Milano solo negli ultimissimi mesi ha acquisito
nuovi elementi di prova su un presunto traffico di tabulati telefonici gestito
non da impiegati periferici, ma direttamente da funzionari o dirigenti della
divisione sicurezza del gruppo Tim-Telecom.
La grande
beffa.
Tra l’aprile e il luglio 2006 si gioca una partita mortale. Ai primi
di giugno, Telecom compie un’ispezione interna (internal audit) che appura
che i sistemi per acquisire legalmente i tabulati telefonici consentivano
anche accessi anonimi. All’interno di Telecom,
insomma, c’era chi poteva spiare i numeri chiamati dai clienti senza lasciare
traccia. L’audit è firmato dal responsabile del controllo interno,
Fabio Ghioni, uomo
molto vicino a Tavaroli e per lunghi
anni consulente delle procure, a Milano, a Bologna, a Roma. Non contiene nomi
di sospettati: è un rapporto tecnico che indica le falle della struttura,
mostrando in particolare come fosse possibile accedere ai dati telefonici
senza «logarsi», cioè appunto senza lasciare traccia. La stessa Telecom
presenta un esposto alla procura di Milano in cui si espongono i risultati
dell’audit. Il rapporto Telecom viene raccontato dal settimanale L’Espresso,
che ne indica come effettivo autore Adamo Bove, ex poliziotto
della Digos diventato nel 1998 capo della sicurezza di Tim. Negli stessi giorni,
però, contro Bove parte una manovra insidiosa, avvolgente, mortale. Il 5 luglio
era stato arrestato Marco Mancini,
numero due del Sismi, accusato con altri funzionari del servizio di essere
coinvolto nel sequestro dell’ex imam Abu Omar, rapito da
uomini Cia a Milano il 17 febbraio 2003.
Attenzione: Bove è l’uomo che ha
permesso la grande beffa al Sismi. Lui,
che gestiva il contratto coperto da segreto di Stato sui cellulari Telecom
del Sismi, nell’aprile 2006 ha fornito alla Digos di Milano, su regolare
richiesta della magistratura, i numeri dei telefoni riservati di Mancini
e degli altri funzionari del servizio indagati. Così
gli intercettatori per professione sono finiti intercettati. A giugno parte
l’operazione contro Bove, che viene indicato come il responsabile
delle irregolarità in Telecom. L’obiettivo sembra:
dannare Bove per salvare Tavaroli. Qualcuno soffia
la falsa notizia (smentita ufficialmente dai pm milanesi e romani) che Bove
fosse indagato per i furti di tabulati. Nella trappola cadono anche ottimi
giornalisti, che per i disinformatori sono i più preziosi: il 10 giugno, anche
il Sole 24 ore fa il nome di Bove, che a partire da quel
momento, come confermeranno i suoi familiari, comincia a sentirsi vittima
di nemici interni alla sua azienda e a temere di diventare il capro espiatorio
di colpe altrui. Il 21 luglio 2006 Adamo Bove muore,
precipitando da un viadotto della tangenziale di Napoli.
Intossicazioni
informative.
La stessa falsa notizia
sulle responsabilità di
Bove era stata passata da Fabio
Ghioni a due giornalisti di Libero -
la «fonte Betulla» Renato Farina e Claudio
Antonelli - che
l’avevano subito riferita a un funzionario del Sismi, Pio Pompa, il quale ne aveva
discusso immediatamente con il direttore del servizio segreto militare, il
generale Nicolò Pollari.
Intercettati nell’altra inchiesta (quella sul sequestro
dell’imam Abu Omar), Pompa e Pollari avevano fatto proprie le false accuse
a Bove. Pompa aveva riferito che dentro Telecom erano state fatte «richieste
fuori protocollo... tra virgolette, di tabulati telefonici». Il capo del Sismi
aveva chiesto: «Ma fatti da chi?». E
Pompa: «Fatti da Bove... l’altro».
I due informatori Sismi di Libero aggiungono che, secondo la loro fonte
Fabio Ghioni, esisterebbe
una supertestimone, C.P., ex collaboratrice
di Bove, che avrebbe fornito alla procura una lista di una
ventina di numeri spiati, tra cui il cellulare del banchiere romano
Cesare Geronzi. Questo primo
minielenco di tabulati è molto strano: mischia nomi d’ipotetici integralisti
islamici, che stando agli amici del Sismi sarebbero stati controllati
da Telecom senza l’autorizzazione della magistratura
(e secondo Tavaroli proprio da Adamo Bove, dietro richiesta degli 007 italiani
della divisione antiterrorismo), e numeri di esponenti invece notoriamente
moderati della comunità islamica milanese, mai indagati e considerati addirittura
i rivali interni dei presunti fiancheggiatori delle cellule jihadiste.
In un’intervista all’Espresso, Tavaroli sostiene che in un
caso, uno solo, aveva accettato di passare informazioni al Sismi: «Dopo gli
attentati di Madrid, l’11 marzo del 2004, Mancini mi ha chiesto a chi appartenesse
un numero di cellulare che i servizi segreti spagnoli ritenevano importante.
Ne ho parlato con il mio amico Adamo Bove e assieme abbiamo
deciso di consegnare al Sismi la cosiddetta anagrafica. C’erano stati più
di 200 morti. Era contro le regole, lo so, ma lo rifarei ancora oggi».
Strana rivendicazione: il fatto non trova conferma in alcuna
carta processuale, anzi, il numero di cellulare che servirà per incastrare
«Mohammed l’Egiziano»,
considerato la mente dell’attentato di Madrid e arrestato in Italia il 7 giugno
2004, è immediatamente indicato dalla polizia spagnola alla polizia italiana,
senza alcun intervento del Sismi.
Ma
nella vicenda dell’audit c’è qualcosa di
ancor più strano. I tabulati trafugati abusivamente dall’interno
del gruppo Telecom sono in realtà «migliaia». I numeri riempiono
centinaia di fogli: il dossier è alto quasi mezza spanna, come un elenco del
telefono. Non è stata la sicurezza di Telecom a passare questi tabulati alla
procura: i pm li hanno scoperti autonomamente, sentendo una lunga serie di
testimoni, tutti importanti, ma nessuno decisivo. Il sistema Radar,
descritto negli articoli che esasperarono Bove, è in realtà
un sofware attivato fin dal 1999 per consentire i controlli legali chiesti
dalla magistratura. È quindi fuorviante accusare qualunque utilizzatore di
Radar: l’inchiesta in realtà mira a identificare quei funzionari
o dirigenti che potevano effettuare accessi anonimi. Inoltre Radar
non è l’unico sistema d’analisi dei tabulati: ne esisterebbero almeno altri
due, assolutamente riservati.
E non basta. Contrariamente alle notizie diffuse subito dopo
la sua morte, Adamo Bove non solo non era indagato, ma a
Milano non era mai stato sentito neppure come testimone, mentre a Roma rivestiva
addirittura l’opposta posizione giuridica di «denunciante»: quando aveva letto
il suo nome sui giornali, si era tutelato presentando al pm romano
Pietro Saviotti,
che indaga su una costola del Laziogate, un «esposto a propria tutela».
In allegato, Bove aveva consegnato al pm romano una sua relazione
tecnica che identifica le postazioni e i metodi per acquisire tabulati senza
lasciare tracce. Capire da dove e come venivano realizzati gli accessi anonimi
è naturalmente la premessa tecnica per scoprire chi fossero gli spioni. Dall’inizio
dell’estate una fidata squadra di carabinieri di Milano sta
controllando numero per numero l’intero elenco dei tabulati
abusivi, per identificare chi fosse l’effettivo
utilizzatore di ogni utenza e quindi chi potesse avere interesse a spiarla.
È questo in realtà il lavoro più importante dell’inchiesta
sui tabulati.
A questo punto, però, è chiaro che l’indagine sugli spioni privati (Tavaroli-Cipriani)
diventa tutt’uno con un’altra indagine: quella sul sequesto di Abu Omar. Per
questo reato sono ricercati più di 20 agenti della Cia e sono sotto indagine
i vertici del Sismi: il direttore Nicolò Pollari e i capidivisione
Marco Mancini e Gustavo
Pignero, oltre a numerosi
capicentro e funzionari del servizio.
Telecom Italia, del resto, secondo
quanto emerge dalle indagini è un vero centro d’attrazione
per le spie: ha tra i suoi collaboratori Gian
Paolo Spinelli, mitico capocentro
della Cia a Mogadiscio, oggi ufficialmente in pensione, ma attivo nella sicurezza
privata. Aveva progettato di andare a lavorare in Telecom anche Bob Lady, il
capoantenna Cia a Milano ricercato per il rapimento di Abu Omar. Un posto
in Telecom viene offerto, da Tavaroli, anche a «Ludwig», il maresciallo del
Ros carabinieri Luciano Pironi,
che ha confessato d’aver partecipato al sequestro. C’è anche chi fa il percorso
inverso, come Pio Pompa, dipendente e poi consulente Telecom,
che diventa infine funzionario del Sismi, esperto in Osint (Open Source Intelligence),
intesa però come la vecchia, cara intossicazione informativa, con giornalisti
da blandire o da tenere a libro-paga. È
chiaro che le due indagini, su Telecom e sull’imam rapito dalla Cia,
sono diventate una cosa sola e che s’incrociano anche con l’inchiesta sulla
morte di Adamo Bove. Che rapporti ci sono tra quanto avveniva
nella Telecom di Tavaroli e quanto accadeva nel Sismi
di Mancini?
Il
personaggio/Fabio Ghioni, l’hacker delle procure che fece paura a Adamo Bove.
Oggi
è uno dei personaggi centrali nelle inchieste di Milano e Roma. Grande
amico di Giuliano Tavaroli, Fabio Ghioni
è il responsabile Technology and Information Security di Telecom.
Ma si vanta di aver cominciato come hacker, giovanissimo, e già a 18 anni
di essere stato scelto, via internet, come collaboratore da una non precisata
«agenzia di sicurezza americana». Poi lavora all’Agusta, ma comincia a frequentare
la procura di Milano: si offre al pm Elio
Ramondini come esperto di internet nel
momento in cui le nuove Br cominciano a usare il web per inviare le loro rivendicazioni.
Si veste in modo vistoso, impermeabile e stivali pitonati, e fa coppia fissa
con «Indio»,
un ex ispettore della Digos anch’egli consulente informatico della procura.
I due collaborano alle indagini sull’omicidio di Marco
Biagi, poi a quelle sui terroristi islamici.
Propongono un ombrello informatico capace di controllare le comunicazioni
web, un piccolo Echelon all’italiana. Per
questo vengono compensati con diverse migliaia di euro, pagate dalla procura
di Milano e poi da quelle di Bologna (pm Paolo
Giovagnoli) e di Roma (pm
Pietro Saviotti).
Risultati? Discutibili. Ghioni individua il computer da cui
sarebbe stata spedita la rivendicazione Biagi: ma è quello di una stimata
ispettrice della Digos, M.G.P.,
che se l’era spedito a casa per lavorarci su anche dopo le ore d’ufficio.
Poi concentra le indagini su di un computer installato in una sede dell’Alenia
in Campania: una pista che si dimostra inconsistente. Ghioni sembra insomma
prendere dalle procure più di quanto da'. A giugno semina false notizie su
Adamo Bove, che comincia a temere di essere pedinato e di
diventare il capro espiatorio della vicenda Telecom.
Il
21 luglio 2006 Bove si getta da un viadotto della tangenziale di Napoli.
(gb)
II^
PARTE DELL'INCHIESTA
«C'è anche un "corvo", in questa storia, un anonimo
che scrive lettere a giornalisti che seguono il caso Abu Omar e le invia da un
ufficio postale di Roma Fiumicino».
Abu Omar, il corpo del reato
Un piano Usa per rapire senza processo i sospetti terroristi. Un imam rapito
a Milano e torturato al Cairo. Il coinvolgimento del servizio segreto militare
italiano.
Le manovre per depistare
le indagini. A un passo dalla verità, il direttore del Sismi si nasconde dietro
il segreto di Stato. E il governo decide di non decidere.
di Gianni Barbacetto e Paolo Biondini
Pio Pompa,
da Abu Omar a Enzo Baldoni.
Nel numero scorso di "Diario" abbiamo ricostruito la storia - fatta di molte
storie - del grande giallo dell'estate: telefoni intercettati, tabulati comprati
e venduti, uomini dello Stato che si sono messi al servizio di agenzie investigative
private... Tra gli spiati, comuni cittadini, imprenditori, manager. Anche
nomi famosi, calciatori come Bobo Vieri, politici come Piero Fassino, banchieri
come Cesare Geronzi. Gli spioni hanno orecchie anche dentro le procure, visto
che sono riusciti a carpire alcuni segreti di indagini riservate, a Milano
come a Roma. Questa, dunque, è una storia di soldi e tangenti, depistaggi
e fughe di notizie, politica e veleni.
Tutto ciò è oggetto
di alcune inchieste giudiziarie: molto delicate, come si può intuire. Una
di queste, nata a Milano nel 2003 per spiegare come mai i guardiani notturni
di un istituto di vigilanza privata fossero spariti dai parchi cittadini,
è arrivata a indagare una gran folla di personaggi, tra cui il manager della
sicurezza privata Emanuele Cipriani e il dirigente della sicurezza di Telecom
Giuliano Tavaroli. Nell'estate 2006, quell'inchiesta è arrivata a incrociarsi
con un'altra vicenda, quella del rapimento dell'imam Abu Omar, in cui sono
indagati spioni di Stato, uomini della Cia e agenti del Sismi, tra cui Marco
Mancini. E ha raggiunto il momento più drammatico il 21 luglio, quando è morto
Adamo Bove, dirigente della sicurezza Tim. L'inchiesta del numero scorso terminava
chiedendosi: che rapporti ci sono tra quanto avveniva nella Telecom di Tavaroli
e quanto accadeva nel Sismi di Mancini? Da questa domanda "Diario" riprende
il racconto, limitandosi, nel mare della disinformazione e dei veleni, ai
fatti finora accertati. Rilegge poi, oggi, la campagna del Sismi contro il
nostro Enzo Baldoni, rapito in Iraq due anni fa.
Milano, 17 febbraio 2003. Un uomo corpulento, con una gran barba scura, verso
mezzogiorno esce di casa per andare a piedi, come ogni giorno, nella moschea
di viale Jenner. È egiziano, ha 40 anni, si chiama Nasr Osama Mustafa Hassan,
ma è conosciuto con il suo nome religioso: Abu Omar. È in Italia come rifugiato
politico, perché appartiene ai gruppi dell'opposizione egiziana, quella Al
Jama'a Al Islamiya che gli Stati Uniti considerano un braccio operativo di
Al Qaeda. È stato assistente dell'imam nella moschea milanese di via Quaranta,
dove per un breve periodo ha guidato la preghiera, poi si è impegnato nel
centro islamico di viale Jenner.
Da quel 17 febbraio,
nessuno lo vede più. Le cronache cittadine non se ne occupano, le preoccupazioni
sono tutte interne alla comunità islamica milanese: che fine ha fatto Abu
Omar?
La moglie, Ghali Nabila, presenta subito
una denuncia per sequestro di persona. C'è una testimone oculare: una donna
egiziana, Rezk Merfat, il 17 febbraio ha visto, in via Guerzoni, alcune persone
circondare l'imam, chiedergli i documenti e poi caricarlo a forza su un furgone
bianco. Ma la donna ha paura, non vuole raccontarlo alla polizia. Lo confida
soltanto a un'amica. La voce arriva però all'imam di viale Jenner, Abu Imad.
È lui che, il 26 febbraio, la convince "a parlare con le autorità", prima
di fuggire terrorizzata in Egitto. I compagni di Abu Omar sono convinti che
sia stato rapito. E sospettano i servizi segreti egiziani, o quelli americani.
La polizia italiana
inizia le indagini sulla scomparsa, ma per la Digos milanese Abu Omar non
è uno sconosciuto: lo stanno tenendo d'occhio da tempo, perché è uno degli
islamici sotto inchiesta in un'indagine per terrorismo condotta dal pubblico
ministero Stefano Dambruoso. La procura indaga. Il 31 marzo porta a compimento
l'inchiesta in cui era coinvolto anche Abu Omar: chiede l'arresto di un gruppo
di presunti terroristi islamici, lasciando però fuori il nome dello scomparso,
su cui proseguono le indagini.
Telefonate dall'Egitto.
Passa un anno e l'inchiesta
non fa alcun passo avanti. Ma Dambruoso continua a far tenere sotto controllo
il telefono della moglie dell'ex imam.
Il 20 aprile 2004,
la svolta: la moglie di Abu Omar, intercettata, parla al telefono con il marito.
Questi la rassicura: "Sto bene, sto bene, è tutto a posto!".
Le conferma però
di essere stato vittima di un sequestro. Aggiunge di essere libero, al momento,
ma di non potersi allontanare dalla zona di Alessandria d'Egitto. Chiede di
avvisare i "fratelli" milanesi della sua liberazione, ma senza alcun contatto
con la stampa: "Nessun giornalista, mi raccomando, loro mi hanno detto così".
Seguono altre telefonate. Il 10 maggio 2004 Abu Omar confessa alla moglie:
"Ero molto vicino alla morte".
I carabinieri del Ros (il Raggruppamento operativo speciale)
stanno intanto tenendo sotto controllo il telefono di un insegnante del centro
islamico di via Quaranta, Elbadry Mohamed Reda. È a lui che, l'8 maggio 2004,
Abu Omar racconta al telefono il sequestro e gli effetti delle torture: "Mi
hanno portato direttamente in una base militare e da lì mi hanno messo su
un aereo militare... E poi... Mi hanno infastidito con le loro domande su
tante cose... Ho avuto la libertà per motivi di salute, ho avuto come una
paralisi. Fino adesso non posso camminare per più di 200 metri. Sono sempre
seduto. Ho avuto problemi di incontinenza, di reni, la pressione alta...".
Reda riferisce poi
alla Digos i racconti di Abu Omar: è stato bloccato in via Guerzoni e almeno
due dei suoi rapitori parlavano italiano; rinchiuso in un furgone bianco,
ha fatto un viaggio di cinque ore, dopodiché è arrivato in una base americana
dove è stato interrogato e sottoposto a violenze; poi è iniziato un viaggio
aereo in tre tappe che l'ha portato al Cairo, qui, nella sede dei servizi
segreti, gli hanno proposto di lavorare come infiltrato: "Sarebbe stato fatto
ritornare in Italia entro 48 ore... altrimenti si sarebbe assunto la responsabilità
del rifiuto. Abu Omar rifiutò".
Iniziano allora torture durissime. Lo sottopongono a suoni a volume altissimo,
per cui ha subìto danni all'udito. Lo chiudono in una specie di sauna e poi
in una cella frigorifera, provocandogli dolori fortissimi, "come se le ossa
si spaccassero". Lo appendono a testa in giù, applicandogli elettrodi nelle
parti più sensibili, compresi i genitali. Dopo sette mesi d'inferno, le torture
s'attenuano. Il 20 aprile 2004 lo lasciano libero, intimandogli però di non
parlare con nessuno della sua brutta avventura.
Ma Abu Omar non obbedisce. Telefona in Italia e parla con
la moglie e con il "fratello" Mohamed Reda. Ventidue giorni dopo, il 12 maggio
2004, scompare di nuovo: da allora è detenuto nel carcere egiziano di Al Tora.
Digos e procura di Milano ora hanno anche il racconto del rapito. Ma nessuna
conferma oggettiva: la cercano nelle tracce lasciate dai telefoni. Il pm Dambruoso
aveva chiesto che fosse analizzato tutto il traffico telefonico avvenuto nelle
ore della scomparsa nella zona di via Guerzoni. Un collaboratore del suo ufficio
aveva sbagliato la data nella richiesta: aveva scritto "17.3.2003" invece
che "17.2.2003". L'errore viene corretto nel giugno 2004, dopo oltre un anno,
e l'analisi delle comunicazioni è portata a termine nell'autunno successivo.
Con risultati clamorosi.
Caccia al telefono.
C'erano alcuni cellulari, in via Guerzoni, che all'ora del sequestro comunicavano
intensamente tra di loro. Con un paziente lavoro di analisi, dai 10.700 telefoni
attivi in quel momento nell'area, ne vengono individuati 66 che sono collegati
al sequestro. Diciassette sono presenti in via Guerzoni.
Undici accompagnano l'ostaggio fino al casello autostradale di Cormano. Altri
sei viaggiano insieme lungo l'autostrada Milano-Venezia, fino ad Aviano, dove
c'è una nota base Usa. Un numero, che comincia per 335 e finisce per 1143,
comunica con i due gruppi operativi sul campo, quello che entra in funzione
in via Guerzoni e quello che prende in consegna il prigioniero a Cormano,
e prosegue fino ad Aviano: è il capo. Molte di queste utenze sono in contatto
con il cellulare di Robert Seldon Lady, allora capoantenna della Cia a Milano:
la Digos ha fatto bingo. Ha trovato le prove che Abu Omar è stato rapito da
un gruppo di uomini dell'agenzia americana.
Dodici utenze, benché intestate a società o a persone del tutto ignare, sono
utilizzate da cittadini americani: si sono traditi noleggiando auto e prenotando
hotel lasciando nomi, carte di credito e passaporti Usa. Alla fine dell'analisi,
solo quattro numeri (tra cui quello del capo) restano anonimi. Sono individuati
con nome e cognome 26 agenti statunitensi. Il 22 giugno 2005 il giudice per
le indagini preliminari Chiara Nobili ordina i primi arresti. Degli americani
naturalmente non c'è più traccia, ma i 26 sono ricercati, con mandato di cattura
europeo, per sequestro di persona.
Individuati anche i voli usati per il trasferimento del rapito: jet executive
LJ35, sigla volo Spar 92, decollato alle ore 18.20 del 17 febbraio 2003 da
Aviano per la base americana di Ramstein, in Germania. Successiva partenza
da Ramstein del jet executive Gulfstream, codice identificativo N85VM, destinazione
Egitto.
Per la prima volta, i sequestri Cia di presunti terroristi islamici in Europa
- le extraordinary renditions di cui hanno scritto nelle loro inchieste alcuni
giornali americani, tra cui il Chicago Tribune - trovano una documentazione
precisa e puntuale. Restano aperte alcune domande: chi erano i rapitori che
parlavano italiano?
Un'operazione come quella di via Guerzoni poteva essere fatta all'insaputa
degli apparati di sicurezza italiani?
La pista italiana.
Le indagini, arrivate a una svolta così clamorosa, sono dal maggio
2004 coordinate direttamente da due tra i magistrati di maggiore esperienza
della procura di Milano, i procuratori aggiunti Armando Spataro e Ferdinando
Pomarici. Stefano Dambruoso ha lasciato la procura e si è trasferito a Vienna,
dove lavora in un ufficio dell'Onu. Mentre cominciano a circolare i primi
veleni, l'inchiesta prosegue.
La moglie di Abu Omar riferisce ai magistrati la descrizione che suo marito
le aveva fatto del suo "primo sequestratore", l'uomo che lo aveva fermato
in via Guerzoni e gli aveva chiesto, in italiano, i documenti: "Biondo, carnagione
bianca". È biondo e chiaro di pelle anche un carabiniere del Ros il cui cellulare
è individuato come presente nella zona di via Guerzoni nel momento del sequestro.
Non solo: quel telefono era presente nella stessa zona e nella stessa fascia
oraria anche in altre tre giornate, quelle in cui furono fatti presumibilmente
i sopralluoghi per l'azione. Ed era in contatto con Robert Seldon Lady, il
capoantenna della Cia.
È il telefono del maresciallo Luciano Pironi, nome
di battaglia "Ludwig".
Ludwig per un po' nega tutto. Poi, il 14 aprile 2006, ammette: "Oggi intendo
dire la verità. Ammetto di essere stato presente il 17 febbraio 2003 in via
Guerzoni e di aver richiesto i documenti ad Abu Omar... Ero convinto di partecipare
a un'operazione d'intelligence che, secondo quanto mi era stato detto da Robert
Lady, era stata organizzata e preparata d'intesa con il Sismi e il ministero
dell'Interno al fine di reclutare Abu Omar come fonte informativa". Il maresciallo
Pironi racconta dunque di essere stato reclutato per l'azione direttamente
dal capoantenna Cia. E di avervi partecipato perché sperava di guadagnarsi
così l'assunzione al Sismi, il servizio segreto militare italiano. Racconta
anche che l'uomo che lo porta sul luogo del sequestro "era italiano o parlava
perfettamente l'italiano". Descrive il sequestro e riferisce che gli uomini
del Sismi erano a conoscenza di quella che Robert Lady chiamava "operazione
congiunta".
Ludwig non conosceva soltanto l'uomo della Cia a Milano.
Era in buoni rapporti anche con un altro protagonista di questa storia: Giuliano
Tavaroli, l'ex brigadiere dei carabinieri diventato manager della
sicurezza Telecom (e indagato numero uno nell'inchiesta sugli
spioni raccontata nello scorso numero di Diario).
Ludwig sa degli ottimi rapporti tra Tavaroli e Marco Mancini, altro brigadiere
dei carabinieri che, con carriera rapidissima, era arrivato ai vertici del
Sismi; per questo chiede a Tavaroli di dargli una spinta per entrare nel servizio.
Ma si sente rispondere che non è il momento, e che invece avrebbe potuto andare
a lavorare con lui in Telecom. Ludwig si rende conto di essere
stato usato e poi scaricato. Ma intanto si stringe il cerchio intorno agli
uomini del servizio militare.
Mancini padrone del Sismi. Spataro e Pomarici cominciano a interrogare gli
uomini del Sismi. E scoprono che prima del sequestro di Abu Omar, il servizio
nel nord Italia aveva subìto un vero e proprio repulisti: i capicentro di
Milano, Padova e Trieste erano stati sostituiti con uomini fedeli a Marco
Mancini.
Nel 2002, Mancini
aveva convocato a Bologna i capicentro del nord Italia, a cui aveva detto
che "aveva bisogno di poter fare affidamento assoluto sui suoi capicentro".
A uno aveva detto
esplicitamente che "tale disponibilità doveva essere estesa ad attività non
ortodosse".
Alcuni funzionari accolgono con freddezza queste richieste: tra questi, il
tenente colonnello Sergio Fedrico, capocentro a Trieste,
e il colonnello Stefano D'Ambrosio, capocentro a Milano,
uno che crede ancora nella "dignità che deve contraddistinguere un funzionario
dello Stato". Cadono subito in disgrazia e sono poi sostituiti con uomini
di Mancini che, già capocentro a Bologna, assume provvisoriamente
il controllo di Milano e invia suoi uomini a Padova e Trieste: tutto il nord
Italia (e quindi anche l'area che da Milano porta ad Aviano) è nelle mani
di Mancini, spalleggiato dal suo diretto superiore, il capodivisione
Gustavo Pignero.
D'Ambrosio, che è amico di Robert Lady, racconta ai magistrati le confidenze
ricevute dal capoantenna della Cia: il rapimento di Abu Omar
era un "progetto che era stato studiato da Jeff Castelli, responsabile della
Cia a Roma e in tutta Italia, nell'ambito di precise direttive a lui impartite
dagli Stati Uniti, dalla sede Cia a Langley".
A Milano entra in azione un Sog (Special Operation Group),
con il sostegno del Sismi. Bob Lady confessa all'amico le sue perplessità
sull'operazione: "Era sciocco prelevare una persona sottoposta a ottime indagini
da parte della Digos, anche perché, continuando le indagini, era possibile
un continuo monitoraggio della situazione e possibile anche l'identificazione
di altri complici di Abu Omar. Bob era anche molto dispiaciuto all'idea di
dover tradire la fiducia della Digos che nulla sapeva di quel progetto". Il
capoantenna ha anche una pessima considerazione di Marco Mancini: confida
infatti a D'Ambrosio che Mancini "era un mascalzone e che, mentre io e lui
operavamo nell'interesse delle nostre rispettive patrie, lui operava esclusivamente
nel suo personale interesse".
Ma Mancini, sovvertendo ogni tradizione e ogni gerarchia, è diventato l'uomo
forte del Sismi. Anche grazie al suo rapporto privilegiato con gli americani:
"Lady mi disse che si era offerto, più di una volta, come agente doppio, per
poter continuare a operare nel Sismi, ma nell'interesse della Cia". D'Ambrosio
chiede una prova di questo tradimento, ma Lady non gliela può fornire, perché
se fosse entrato "nel sistema informatico", dove esisteva "traccia di tutto
ciò", sarebbe "rimasta traccia a lui riconducibile". La Cia, comunque, aveva
rifiutato l'offerta: "Da un lato temevano che fosse una provocazione, dall'altro
temevano che Mancini fosse un personaggio troppo venale".
Il capocentro di Trieste, Sergio Fedrico, aggiunge un altro
elemento importante: racconta ai magistrati che il suo successore, Lorenzo
Pillinini, uomo di Mancini, si era vantato davanti a suoi sottoposti di aver
partecipato "al sequestro di Milano", di "aver avuto un ruolo nella vicenda".
Lo aveva fatto anche davanti alla macchinetta del caffè, come confermano alcuni
testimoni del centro Sismi di Trieste, fra cui una segretaria: "Sì, disse
una frase del tipo "Siamo stati noi" o "Abbiamo partecipato noi"". E il maresciallo
Franco Gallo: "Tutti noi presenti ci meravigliammo della leggerezza con cui
le sue parole furono pronunciate... Vi fu un generale imbarazzo...
Qualcuno di noi si allontanò rapidamente dal gruppetto vicino alla macchinetta
del caffè e io fui tra quelli che si allontanarono, anche per evitare di apprendere
notizie imbarazzanti". Il Sismi, dunque, sapeva. Non era affatto estraneo
al sequestro. Lo provano, come abbiamo visto, le testimonianze raccolte dai
magistrati.
Ma lo confermano i colloqui riservati tra i più alti funzionari del servizio.
Con questi elementi in mano, la procura di Milano procede: il 5 luglio 2006,
dunque, seconda clamorosa svolta in questa vicenda. Sono arrestati Marco Mancini
e Gustavo Pignero, al momento dell'arresto entrambi direttori di divisione
del Sismi; e Mancini è di fatto il numero due del servizio.
Gli intercettatori intercettati.
Come hanno fatto i magistrati di Milano a registrare le conversazioni di Mancini
e degli altri papaveri del Sismi?
Con un meticoloso
lavoro d'indagine, risalendo da telefono a telefono. Così gli intercettatori
di professione sono finiti incredibilmente intercettati. E le manovre per
depistare le indagini sono state ascoltate in diretta. Adamo Bove,
il responsabile della sicurezza Tim, ex poliziotto della
Dia (la Direzione investigativa antimafia) di Napoli, dà un importante contributo
alle indagini, facilitandole dal punto di vista amministrativo (ma non è lui
a rivelare i numeri da controllare, come è stato impropriamente scritto).
Prima e dopo gli interrogatori della procura, gli uomini del Sismi si telefonano
per raccontarsi com'è andata e per concordare le dichiarazioni. Ma
sono intercettati. Così cadono le loro manovre. Crollata la prima
reazione del Sismi (negare ogni coinvolgimento), la seconda linea di resistenza
è attestarsi su un cedimento parziale: ammettere di aver ricevuto la richiesta
della Cia di partecipare al rapimento, ma di aver rifiutato,
dopo aver capito che "era una cosa illegale".
Le telefonate intercettate però smentiscono anche questa tesi difensiva (Mancini
dice infatti a Pignero: "Era per prenderlo, come avevi detto tu") e fanno
capire che "alcuni uomini del Sismi hanno avuto un ruolo diretto, sul campo,
nello studio delle abitudini della vittima designata e dei luoghi dove il
sequestro doveva avvenire": per questo lavoro, Mancini ha incaricato alcuni
dei suoi agenti, come dice al telefono a Pignero. Vengono individuati.
A questo punto, dunque,
è ricostruita la catena di comando verso il basso.
E verso l'alto? Anche Pollari.
Il 14 luglio 2006
si apprende che è indagato anche il numero uno, il direttore del Sismi Nicolò
Pollari. Interrogato dai magistrati di Milano, non risponde, appellandosi
al segreto di Stato. Ma lo incastra una registrazione realizzata da Mancini
il 2 giugno, quando già sentiva che le indagini gli stavano facendo terra
bruciata intorno: Mancini incontra Pignero, che nel 2003 era il suo diretto
superiore, e a sua insaputa lo registra. Pignero racconta che l'ordine per
l'operazione era partito da Pollari, il quale a fine 2002 gli aveva consegnato
"una lista in inglese" ricevuta "da Jeff Castelli, il capo della Cia di Roma".
Era l'elenco delle persone da "portar via", una decina di nomi, tra cui quello
di Abu Omar (domanda ancora senza risposta: sono avvenuti altri sequestri
Cia-Sismi, in Italia?).
Interrogato, Pignero nega tutto. Ma quando sente la propria voce registrata
da Mancini, crolla: "È tutto vero. L'ordine partì da Pollari, che mi disse
di aver ricevuto la richiesta da Jeff Castelli". Un'ulteriore conferma che
Pollari sapeva arriva direttamente dal suo predecessore alla direzione del
Sismi, l'ammiraglio Gianfranco Battelli. Interrogato dai magistrati di Milano,
Battelli racconta che prima di lasciare il servizio, nell'autunno 2001, incontrò
Jeff Castelli: era da poco avvenuto l'attacco dell'11 settembre e l'uomo della
Cia in Italia gli disse che l'amministrazione americana aveva avviato un piano
di extraordinary renditions per catturare e trasferire in prigioni segrete,
senza processo né diritto di difesa, i sospettati di terrorismo (che possono
così essere torturati in outsourcing, fuori dal suolo americano).
Battelli rispose
di essere a fine mandato e consigliò il collega americano di riprendere il
discorso con il suo successore. Lo stesso Battelli, durante il passaggio di
consegne, informò Pollari di quella richiesta della Cia.
A questo punto, l'inchiesta sarebbe
chiusa: la procura di Milano ha individuato gli agenti del Sismi
che hanno preparato il rapimento e gli uomini della Cia che lo hanno eseguito;
ha ricostruito la catena di comando, dall'ultimo maresciallo su su fino ai
capidivisione e addirittura fino al direttore del servizio; ha fonti di prova
pesanti, testimonianze incrociate, tabulati telefonici, intercettazioni; di
più, ha perfino le ammissioni di gran parte parte degli indagati. Ma questa
non è un'indagine normale.
Depistaggi. Questa è un'indagine in cui l'inquinamento delle prove e i depistaggi
sono costanti. Comincia la Cia, subito dopo il rapimento: nel marzo 2003 invia
alla polizia italiana (precisamente alla Direzione centrale polizia di prevenzione,
da cui dipendono le Digos) una nota in cui si afferma che Abu Omar si è trasferito
in una ignota località balcanica. A dir la verità, ancor prima era arrivata
una nota del comando generale del Ros carabinieri che racconta, una settimana
dopo il sequestro e dieci giorni prima della nota Cia, due cose false: che
sarebbe stata accertata la presenza di Abu Omar all'interno del centro islamico
di viale Jenner alle 13 del 17 febbraio 2003 (quando il sequestrato era invece
già in viaggio per Aviano); e che l'egiziano "al momento della sua scomparsa
avrebbe avuto con sé il passaporto e altri documenti, contrariamente a quanto
era solito fare" (come a suggerire: l'espatrio è stato volontario; mentre
invece la moglie ha testimoniato che, per evitare guai, Abu Omar girava sempre
con i documenti). Da dove viene la solerte nota del Ros? È dettata
dal Sismi.
Ma i magistrati di Milano scoprono che, per i depistaggi
e il condizionamento della stampa, il Sismi ha un ufficio
apposito, in via Nazionale a Roma.
Vi lavora un ex dipendente Telecom di nome Pio Pompa, in
strettissimo contatto con il direttore del servizio Pollari.
Pompa continua l'eterna tradizione italiana del dossieraggio
illegale: gestisce un archivio parallelo (ancora tutto da analizzare)
che sfugge ai criteri di controllo e archiviazione a cui anche il servizio
deve sottostare. All'ultimo piano di un anonimo palazzo di via Nazionale ci
sono veline e dossier sul capo della polizia, Gianni De Gennaro. Su alcuni
magistrati, tra cui Stefano Dambruoso, Armando Spataro, Edmondo Bruti Liberati.
Su un buon numero di giornalisti. Su Telecom, poi, il Sismi dimostra un interesse
ossessivo. Nell'ufficio di Pompa ci sono dossier su Telekom Serbija,
vicenda basata su documenti "patacca" e personaggi da film di serie B, che
ha però ottenuto il risultato di coprire di fango e tenere sotto scacco per
anni Romano Prodi ("Mortadella"), Piero Fassino ("Cicogna"), Lamberto Dini
("Ranocchio"), raccontati come i beneficiari di tangenti sull'acquisto di
Telekom Serbija da parte di Telecom Italia. E sul Nigergate, la storia dell'uranio
che dal Niger sarebbe arrivato a Saddam Hussein, basata su documenti confezionati
a Roma: falsi, ma molto utili agli Usa per sostenere la necessità di attaccare
l'Iraq.
Pio Pompa tiene i rapporti con molti giornalisti. Da qualcuno
(come Renato Farina, fonte "Betulla") attinge notizie (anche sull'indagine
milanese) o ottiene informazioni su ciò che succede dentro i giornali. In
altri casi tenta di "vendere" polpette avvelenate. Per esempio un falso dossier
contro Prodi - secondo cui da commissario europeo avrebbe dato il suo via
libera ai rapimenti Cia - subito "bevuto" da Libero e dal Riformista.
Per intorbidare le acque e diluire le responsabilità reali del Sismi in un
più generale "sono tutti colpevoli", vengono seminate notizie false secondo
cui la Digos di Milano era al corrente del rapimento, tanto da aver sospeso
il controllo di Abu Omar proprio per permettere l'azione. E che il Ros faceva
parte del gioco. Contro il magistrato Stefano Dambruoso, poi, si scatenano
anche giornalisti in altre occasioni scrupolosi: lo accusano di aver coperto
il sequestro, di essere il braccio degli americani dentro la procura di Milano,
di avere contatti diretti con la Cia, di aver sbagliato apposta la data sulla
richiesta di analisi dei dati telefonici, di essere andato a lavorare a Vienna
e in seguito a Bruxelles grazie agli americani... Non è solo "guerra psicologica":
riuscire a coinvolgere nella faccenda Dambruoso significa ottenere che le
indagini siano strappate a Spataro e Pomarici e assegnate alla procura di
Brescia, competente per le inchieste con indagati magistrati milanesi.
Il gioco non riesce, ma i veleni circolano in dosi massicce. Qualche giornale
rilancia la notizia che al sequestro di Abu Omar avrebbero partecipato due
"civili", due uomini di Telecom o legati all'ex manager della sicurezza
Telecom Giuliano Tavaroli e all'investigatore privato Emanuele Cipriani. La
procura di Milano smentisce.
C'è anche un
"corvo", in questa storia, un anonimo che scrive lettere a giornalisti che
seguono il caso Abu Omar e le invia da un ufficio postale di Roma
Fiumicino.
La prima è datata 31 marzo 2006 ed è molto ben informata:
contiene già il nome di Ludwig, il carabiniere del Ros che solo il 14 aprile
confesserà di aver partecipato al sequestro. Come sempre in questi casi, qualche
notizia vera è ben mescolata a spazzatura e falsità. Dallo stesso ufficio
postale parte anche, a luglio, una lettera di minacce a Claudio Fava, europarlamentare
Ds alla guida della commissione d'inchiesta del Parlamento europeo sui voli
segreti della Cia: "Attento a parlare, o farai la fine di tuo padre", dice
la lettera, spedita a un indirizzo secondario di Fava, che pochi conoscono
e che non compare in alcun elenco. Il padre di Claudio è lo scrittore e giornalista
Giuseppe Fava, fondatore dei Siciliani, ucciso da Cosa nostra il 5 gennaio
1985. "Attento a parlare"? Fava in un'intervista al Corriere della sera aveva
detto: "Pollari deve dimettersi, nell'interesse del
Sismi".
L'operazione di
disinformazione più insidiosa e terribile è quella che ha colpito Adamo
Bove.
Dal giugno 2006 viene
fatta circolare con insistenza la notizia che è indagato, che è lui il responsabile
delle "fughe di tabulati" da Telecom. Invece ha aiutato le indagini di Milano
sul Sismi e quelle di Roma sugli spioni Telecom.
Il 21 luglio
Bove muore, precipitando da un cavalcavia della tangenziale di Napoli.
La procura di quella città apre un'inchiesta per istigazione al suicidio.
Le bugie di Pollari.
Anche il numero uno
del servizio depista, intorbida, confonde. Nicolò Pollari non è una spia silenziosa.
Parla, e molto. È intervenuto più volte al Copaco, il Comitato parlamentare
di controllo sui servizi segreti, magnificando le gesta del suo servizio ed
enumerando gli attentati sventati in questi anni (a Roma in piazza San Pietro,
a Milano nel metrò e alla stazione Centrale, a Torino alle Olimpiadi invernali...)
e le attività eversive scoperte (addirittura una "scuola di kamikaze" attiva
a Milano). Quest'ultima, scoprono i magistrati di Milano, è proprio una bufala.
Gli attentati sventati, chissà.
Loquace sul resto, sul rapimento di Abu Omar, invece, Pollari è di poche parole.
E quelle che dice sono sbagliate. Mente al Parlamento italiano, quando afferma
di non sapere nulla del sequestro. E mente al Parlamento europeo, quando è
chiamato a riferire davanti alla commissione sui voli Cia presieduta da Fava
e dichiara che un suo anonimo informatore gli avrebbe rivelato che non ci
sarebbe stato alcun sequestro, ma solo una messinscena, perché Abu Omar era
d'accordo con la Cia: dopo il rapimento, dopo le torture, anche la diffamazione
del prigioniero.
Comunque sia, l'indagine sul sequestro dell'imam è conclusa. Conclusa dal
punto di vista giudiziario, ma aperta dal punto di vista politico. Perché
Pollari, dopo che si sono sbriciolate tutte le sue bugie, si è appellato al
segreto di Stato. Sostiene che la prova della sua innocenza è contenuta in
documenti coperti dal segreto.
Dice ai magistrati: esistono carte che possono dimostrare
"non solo la mia estraneità al fatto, ma la mia contrarietà e la mia opposizione
al compimento nel territorio italiano di qualsiasi attività illegale a opera
di servizi stranieri o dell'istituzione da me diretta". Però questi documenti
sono segreti, così gli sarebbe impossibile difendersi. Intanto la procura
milanese ha chiesto ai responsabili politici della sicurezza, cioè il presidente
del Consiglio e il ministro della Difesa, di poter avere gli eventuali documenti
sul sequestro Abu Omar. Romano Prodi e Arturo Parisi rispondono che esistono
carte dal contenuto imprecisato, ma sono coperte dal segreto di Stato, posto
dal governo precedente.
Dal punto di vista giudiziario non è un problema: il sequestro di persona
è un reato gravissimo e non c'è segreto di Stato che lo possa coprire.
La Corte costituzionale ha già stabilito che l'opposizione del segreto non
blocca l'indagine, se l'accusa raccoglie elementi di prova per altre vie:
quello che la procura di Milano ha fatto. In più, esiste una sentenza della
Corte di cassazione secondo cui il diritto di difesa non può fermarsi nemmeno
davanti al segreto di Stato: dunque Pollari potrebbe già utilizzare
il contenuto di quelle carte segrete.
Non lo fa. Perché vuole dare di sé l'immagine di un fedele
servitore dello Stato, disposto a immolarsi pur di non infrangere il segreto.
Ma anche perché vuole porre il problema politico davanti al governo. È stato
nominato dal governo precedente, quello di Silvio Berlusconi, con un rapporto
forte con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni
Letta. Sono loro ad aver avallato eventuali accordi internazionali
o ad aver ricevuto eventuali documenti di generica "dissociazione" dalle prassi
americane a cui oggi sembra aggrapparsi Pollari. Ma il nuovo governo non sembra
aver voglia di mostrare alcuna "discontinuità" con quello precedente: nei
suoi comunicati, pur dichiarando rispetto per le indagini giudiziarie in corso,
ha ripetutamente confermato la sua fiducia nei vertici del Sismi. E più delle
dichiarazioni contano, in questo campo, i segnali: e i segnali arrivati da
Arturo Parisi, da Luciano Violante, da Massimo D'Alema, dal sottosegretario
alla presidenza del Consiglio Enrico Micheli (incaricato dei rapporti con
i servizi) non sono cattivi per Pollari.
Certo, è necessaria una grande prudenza quando si tratta di istituzioni dello
Stato, quando si interviene nel campo delicatissimo della sicurezza nazionale,
del contrasto al terrorismo, degli accordi internazionali con il più potente
alleato dell'Italia. Ma la prudenza può essere più forte del rispetto per
la Costituzione e per i diritti umani? Il governo di centrosinistra ha buoni
motivi per non sottolineare la "discontinuità". Motivi di politica internazionale:
meglio non sconvolgere gli equilibri con gli americani. Motivi di politica
interna: meglio non aggiungere nuovi elementi di contrasto tra le disparate
componenti della coalizione. Motivi di prudenza: meglio non provocare chi
ha in mano tante informazioni, tanti dossier, tante intercettazioni (comprese
quelle tra l'allora presidente di Unipol Giovanni Consorte e Nicola Latorre,
braccio destro di Massimo D'Alema, oggi ministro degli Esteri). Eppure, anche
lasciando perdere le pendenze giudiziarie, sarebbero molti i motivi che suggerirebbero
di far prevalere la "discontinuità" con l'attuale gestione del Sismi: per
una spia, non sapere è perfino peggio che infrangere la legge; ebbene, è lunghissimo
l'elenco delle cose che Pollari dice di non sapere.
Non sa nulla di un sequestro di persona di cui scrivono i giornali
di tutto il mondo. Non sa nulla di un collaboratore, Pio Pompa, che
arruola come fonti alcuni giornalisti (cosa esplicitamente vietata dalla legge),
raccoglie dossier illegali, diffonde false informazioni (anche sull'attuale
presidente del Consiglio). Non sa nulla dello strano commercio d'informazioni,
tabulati e intercettazioni che avviene nella più grande azienda italiana di
telecomunicazioni. Non sa nulla degli intrecci tra Telecom, Sismi e Cia. Non
sa nulla di Telekom Serbija. Non sa nulla del Nigergate. Non sa nulla delle
fughe di notizie dai tribunali, che coinvolgono indagati importanti come Berlusconi
o intercettati eccellenti come Fassino a colloquio con Giovanni Consorte.
Ciò nonostante, finora ha prevalso la prudenza. Il coinvolgimento nel sequestro,
i dossier di via Nazionale e i rapporti con Telecom concorrono a determinare
la più grave crisi degli apparati di sicurezza in Italia dai tempi della P2.
Ma il governo, un governo di centrosinistra, decide di non decidere e rimanda
ogni decisione a dopo le vacanze. (Diario, 1 settembre 2006)
Sismi, la campagna d'Iraq.
Certezze e domande su Enzo Baldoni, il collaboratore di "Diario"
rapito due anni fa, nell'agosto 2004. E infangato dal Sismi e dalla fonte
"Betulla" Renato Farina, per trenta (o trentamila) denari. Le operazioni compiute
dal Sismi in Iraq sono ancora coperte da un velo di mistero. Che cosa ha fatto
il servizio segreto militare prima, durante e dopo il sequestro di Fabrizio
Quattrocchi e degli altri tre contractor italiani rapiti con lui? Come si
è mosso durante la prigionia di Simona Pari e Simona Torretta? Come è arrivato
alla liberazione di Giuliana Sgrena e alla morte di Nicola Calipari? Nell'ufficio
riservato di via Nazionale a Roma, regno di Pio Pompa, i magistrati di Milano
che indagano sul Sismigate hanno sequestrato molto materiale, ora al vaglio
di un consulente a cui è stato imposto di lavorare nella segretezza più assoluta.
Ma c'è un capitolo dell'attività del Sismi in Iraq su cui si può già sollevare
qualche velo, allineando i fatti e le testimonianze oggi disponibili.
E, contemporaneamente,
mettendo in fila le domande che ancora restano senza risposta. È la vicenda
di Enzo Baldoni, il collaboratore di Diario rapito e ucciso due anni fa.
Enzo viene sequestrato il 20 agosto 2004, mentre è alla guida di un convoglio
della Croce rossa italiana che sta portando aiuti e assistenza sanitaria a
Najaf, assediata dalle truppe americane. Primo giallo: la missione era partita
senza autorizzazioni da Roma, sulla spinta dell'entusiasmo di Baldoni che
aveva contagiato il direttore della Croce rossa a Baghdad, il suo vecchio
amico Beppe De Santis? Oppure l'autorizzazione c'era, seppur solo informale,
ed era legata alla possibilità di Baldoni e De Santis di portare a casa una
lettera indirizzata al papa e firmata dal capo della guerriglia sciita di
Najaf, Moqtada al Sadr, una missiva che accreditasse il commissario straordinario
della Croce rossa Maurizio Scelli e lo consacrasse mediatore tra la guerriglia
e il Vaticano?
I diversi protagonisti di questa vicenda, interrogati da Diario, su questo
punto hanno finora dato risposte opposte. E perfino della relazione sulla
missione, firmata da De Santis, esistono - ha scoperto Diario - due diverse
versioni, una che accenna alla missiva di al Sadr "con la richiesta al commissario
Cri di intercedere presso il Santo Padre"; e un'altra, più breve, che non
vi fa cenno. I documenti del Sismi riusciranno a chiarire questo giallo?
Autorizzato o no, il convoglio della Croce rossa italiana tra le 11 e le 12
di quel venerdì 20 agosto viene attaccato nelle vicinanze di Latifiya, mentre
sta per rientrare a Baghdad. La prima auto della carovana è quella di Baldoni
e del suo autista e amico Ghareeb, ed è bloccata da un'esplosione. Il resto
del convoglio, agli ordini di De Santis, appena può dà l'allarme e rientra
in tutta fretta nella capitale irachena. A questo punto comincia un'incredibile
campagna di denigrazione di Enzo e del suo autista, che ha come ispiratore
proprio il Sismi (e come prima cassa di risonanza il commissario straordinario
Maurizio Scelli).
Enzo ha passato gli ultimi giorni della sua vita sotto la bandiera considerata
la più sicura al mondo, quella della Croce rossa. Durante la missione a Najaf
del 19 e 20 agosto non si è mai allontanato neppure per un attimo dai mezzi
e dagli uomini della Cri. Quando è stato attaccato e portato via dai rapitori
è alla guida, come apripista, del convoglio di De Santis. Eppure per giorni
e giorni questa semplice verità - poi ristabilita da Diario sulla base delle
testimonianze degli uomini della Cri che componevano il convoglio - viene
travisata da agenzie e giornali che raccontano tutta un'altra storia: Baldoni,
freelance spericolato e avventato, sarebbe misteriosamente scomparso in circostanze
poco chiare già da giovedì 19 agosto, mentre era a caccia di non meglio precisati
scoop. Non solo: l'italiano si era messo incautamente nelle mani di un personaggio
oscuro e infido, il palestinese Ghareeb, impegnato in chissà quali doppi o
tripli giochi.
Fonte di questa campagna
di disinformazione: il Sismi e Scelli.
"Vacanze intelligenti".
In prima fila, a suonare la grancassa della denigrazione, c'è Libero, il quotidiano
della fonte "Betulla" (Renato Farina), forte di un rapporto privilegiato con
il servizio segreto militare: definisce Enzo "un pirlacchione" e lo dipinge
come un perdigiorno a caccia d'emozioni, sotto l'incredibile titolo di prima
pagina "Vacanze intelligenti". Ma anche altri giornali abboccano all'amo del
Sismi. Seminano a piene mani dubbi e veleni sul povero Ghareeb. E diffondono
insinuazioni su Baldoni. Su Repubblica, per esempio, l'inviato Luca Fazzo
domenica 22 agosto scrive: "Sono scenari ancora vaghi. Pronti a venire spazzati
via se Baldoni riapparisse. "Ma a quel punto", dice uno degli uomini che in
queste ore si stanno dannando per salvarlo, "sarebbe lui a doverci qualche
spiegazione"".
Luca Fazzo, abbiamo appreso oggi, era in contatto con uomini del Sismi, da
Marco Mancini al capocentro di Milano. Gli "uomini che si stanno dannando
per salvarlo" sono, appunto, gli agenti della "Ditta". E insinuano, attraverso
Fazzo, che Enzo, una volta ricomparso, avrà il suo bel da fare per spiegare
che cosa ha combinato, dove è finito, in che guai è andato stupidamente a
infilarsi. Dando da lavorare agli uomini dell'intelligence, che avrebbero
ben altro da fare. Si consolida così, sulle pagine di uno dei più autorevoli
quotidiani nazionali, l'immagine di Baldoni "pirlacchione", poco professionale,
turista per caso a caccia di emozioni. Oppure perfino peggio: imbroglione,
truffatore, simulatore.
È ciò che avrà il coraggio di esplicitare il solito Libero vicediretto da
Renato Farina. Martedì 24 agosto Al Jazeera manda in onda il video dell'Esercito
islamico in Iraq che rivendica il rapimento e mostra il rapito. La tv araba
ha come corrispondente da Roma Imad El Atrache, grande amico di Farina e,
secondo questi, collaboratore del Sismi con il nome in codice di fonte "Cedro".
La campagna di denigrazione non si ferma neppure davanti alla prova che Baldoni
è stato davvero rapito, anzi ha uno scatto. Scrive infatti su Libero Renato
Farina-Betulla: "Gli esperti dell'intelligence atlantica hanno molti dubbi
su tutta la vicenda. Il volto del prigioniero non rivela contrazioni inevitabili
per chi si trovi sull'orlo dell'abisso. Non appaiono intorno all'italiano
uomini armati e mascherati. Potrebbe essere una recita".
Ecco dunque in azione l'agente che si è gloriato di essere impegnato nella
Quarta guerra mondiale, ecco in che cosa consiste la crociata rivendicata
con orgoglio da Farina (e remunerata con almeno 30 mila euro): ipotizzare
una messinscena per gettare fango su un giornalista coraggioso e scrupoloso.
Pino Scaccia, il giornalista Rai che ha diviso con Baldoni una parte del suo
viaggio in Iraq, torna sulla vicenda nel suo blog, l'8 luglio 2006. Riporta
le parole scritte da Farina nella sua lettera a Vittorio Feltri dopo la scoperta
dell'agente Betulla: "Mi ricordo la tua sfuriata di quando ero andato vicino
all'Iraq senza dirti nulla, e in più scrivendo un articolo sui tagliatori
di teste di un camionista bulgaro vicino al luogo del delitto". Commenta Scaccia:
"Ecco la perla delle perle: "Mi ricordo la tua sfuriata di quando ero andato
vicino all'Iraq senza dirti nulla". Di quando era andato vicino all'Iraq.
Avete capito, è andato vicino all'Iraq. Ma che atto eroico. Vicino.
Gente come noi, e siamo tanti, che dentro l'Iraq c'è stata per mesi e si è
trovata fisicamente tra due fuochi, quello aberrante dei terroristi islamici
e quello dell'arroganza americana, che cos'è? Altro che eroi, siamo martiri
di questa professione. Pensate, siamo andati là a raccontare quello che succedeva.
Non vicino, dentro.
A capire non attraverso una telefonata a via Nazionale, ma con l'ardire di
guardare con i propri occhi. Noi giornalisti professionisti e magari qualche
freelance curioso e coraggioso come Enzo che addirittura ci va gratis. Pensate,
noi due quel giorno che andiamo a Najaf per vedere da vicino perché un giovane
pazzo furioso come al Sadr aveva deciso di fare la guerra a tutto e a tutti.
Sentirsi una bomba sotto il sederino, tremare insieme in una stradina cieca
per le cannonate. Sul filo del rischio... Finalmente forse ho capito quel
pezzaccio di Farina contro Enzo: invidia, semplicemente invidia".
Invidia, ma rinforzata dai 30 mila euro che facevano
di Betulla un fedele soldato agli ordini di Pio Pompa e Nicolò Pollari,
direttore del Sismi.
Finale di partita. Poi, due giorni dopo, arriva la notizia finale. Nella tarda
serata di giovedì 26 agosto 2004, intorno alle 23.30 italiane, Al Jazeera
comunica di aver ricevuto un video sull'esecuzione del giornalista, che non
trasmette per rispetto e per non urtare la sensibilità degli spettatori. Nelle
redazioni dei quotidiani si vivono momenti concitati: bisogna scrivere in
fretta per rispettare i tempi di chiusura. Intorno a mezzanotte e mezzo le
agenzie di stampa cominciano a mettere in circolazione alcune informazioni.
Nel video di Al Jazeera "vi sarebbero immagini confuse di una colluttazione
conclusasi con l'uccisione dell'ostaggio mediante colpo di arma di fuoco",
recita un dispaccio dell'Ansa delle 00.30. All'una e 32 la stessa agenzia
precisa, sempre al condizionale, che la colluttazione sarebbe una "probabile
conseguenza di una reazione estrema dell'ostaggio qualche attimo prima dell'esecuzione".
Diario ha accertato che, nelle stesse ore, fonti del Sismi accreditavano la
stessa tesi attraverso i loro abituali canali di comunicazione con i maggiori
quotidiani italiani.
Il giorno dopo, venerdì 27, soltanto il Corriere della sera dà risalto alla
tesi del video in cui Enzo si ribella ai suoi rapitori e soccombe. Quel giorno
circolano anche altre notizie: "Un'autorevole fonte dei servizi segreti" rivela
all'Ansa che la liberazione di Enzo sembrava cosa fatta, ma poi "tutto è precipitato
per un fatto imprevedibile avvenuto in loco".
Dunque: il Sismi stava per liberare Baldoni, ma lo sciocco, ribellandosi ai
suoi carcerieri, ha rovinato tutto e si è fatto uccidere. Naturalmente è tutta
una menzogna: non esiste alcun video dell'esecuzione, ma solo un fotogramma
del corpo di Enzo; non vi è stata alcuna drammatica colluttazione, nessuno
ha notizie di tentativi di fuga. Tutto falso, ma tutto accuratamente messo
in circolazione dai nostri specialisti in fango e disinformazione. La smentita,
seppur indiretta, arriva dal ministro degli Esteri Franco Frattini, il quale
riferisce al Parlamento che l'ambasciatore italiano in Qatar, Giuseppe Buccino,
aveva potuto vedere negli studi di Al Jazeera non un video, ma un singolo
fotogramma, probabilmente lo stesso che sarà poi messo in rete su un sito
dell'Esercito islamico il 7 settembre.
Sabato 28 settembre, su Repubblica, Carlo Bonini accusa esplicitamente i servizi
di aver diffuso la notizia del video per accreditare la tesi dell'evento imprevisto
che fa saltare le proficue trattative in corso. La bufala sembra ormai sgonfiata.
Ma Betulla continua, anzi esagera. Su Libero, il vicedirettore descrive il
video della colluttazione con dovizia di particolari: "Verso le 18 di giovedì,
alla scadenza dell'ultimatum, Enzo viene bendato... Baldoni si strappa la
benda, getta la kefiah palestinese che gli avevano messo indosso. E si batte...
mentre Enzo si contorce e grida, gli sparano alla schiena, alla testa". Farina
aggiunge che, a questo punto, "il filmato non va più bene alla propaganda",
quindi i rapitori mandano ad Al Jazeera soltanto "un fotogramma". Ma se il
video non è stato mandato alla tv araba, allora chi è riuscito a vederlo per
raccontarlo a Farina? E come ci è riuscito?
La bufala, in tutta evidenza, non sta in piedi neppure dal punto
di vista logico, ma a Farina e alla "Ditta" non importa: la disinformazione
è realizzata, il fango è gettato. Betulla ha portato a termine la sua missione,
in nome dell'Occidente cristiano, del papa e dei suoi trenta, o 30 mila, denari.
Il Sismi, che in questo sequestro non è riuscito neppure a capire che cosa
stesse accadendo, ne esce con l'aria di chi era a un passo dalla liberazione
dell'ostaggio, impedita da un Baldoni che rovina tutto a causa della sua irruenza
e dabbenaggine.
Così Enzo e Ghareeb sono stati uccisi due volte: una dai terroristi, la seconda
dai loro denigratori. Che cosa c'entra la Quarta guerra mondiale e il sacro
fuoco di Betulla in lotta contro il terrorismo, con il fango, la calunnia
e l'oltraggio gettati su un giovane italiano sequestrato e ucciso dai terroristi?
Il pio Farina, compiuta la sua missione, non ne parlerà più e riprenderà a
scrivere d'altro, senza fermarsi mai.
Non a lui, ma a chi dentro il servizio ha ancora il senso delle istituzioni,
chiediamo: che cosa è davvero successo in Iraq e a Palazzo Braschi, sede del
Sismi, nell'agosto 2004? Perché si è voluto infangare Enzo? Chi sono i registi
dell'operazione?
Perché
l'aria
poi cambierà, per fortuna, quando a essere
rapite saranno le due Simone e Giuliana Sgrena? E perché è morto Nicola Calipari?