Guarda un po' com'è piccolo il mondo,
  nella Spy Story di Telecom, ENAV & Fiumicino sempre sulla «breccia»
 
Ogni cosa è intercettata
La grande spy-story italiana dellestate. Telefoni sotto controllo, tabulati comprati e venduti, rapimenti made in Usa
Protagonisti: investigatori privati, agenti del Sismi, uomini della Cia
Con un morto: Adamo Bove, il dirigente della sicurezza Tim
Guida per orientarsi nella selva di nomi e di fatti, depistaggi e veleni. Questo troncone d’indagine in realtà non riguarda lo spionaggio telefonico, ma decine di casi di corruzione in tutte le forze di polizia: soldi per spiare personalmente gli obiettivi designati da Cipriani
Abu Omar, il corpo del reato
C'è anche un «corvo», in questa storia, un anonimo che scrive lettere a giornalisti che seguono il caso Abu Omar
e le invia da un ufficio postale di Roma Fiumicino
di Gianni Barbacetto e Paolo Biondani
«Diario» su Societàcivile http://www.societacivile.it/index.html 

Chi ha ucciso Adamo Bove?
La grande spy-story italiana dellestate 2006 è una storia vera di telefoni intercettati, tabulati comprati e venduti, rapimenti made in Usa, investigatori privati, agenti segreti e uomini della Cia. Spioni di Stato che, in nome dell’emergenza terrorismo, commettono reati, organizzano sequestri di persona, frodano la giustizia, manipolano linformazione, tentano di condizionare la democrazia parlamentare. E spioni privati che, in nome dellemergenza sicurezza, intascano montagne di soldi vincendo gli appalti a colpi di mazzette, fino a diventare tanto potenti da controllare dallinterno i colossi economici che dovrebbero servire e perfino le procure che vorrebbero indagarli.
Le inchieste giudiziarie che negli ultimi mesi hanno incrociato il caso Cia-Sismi all’affare Telecom nascono insieme, tra il febbraio e il marzo del 2003, da fatti circoscritti: una storiella cittadina di guardiani-fantasma nei parchi di Milano; e una denuncia «per sentito dire» di una donna egiziana, amica della testimone di un sequestro, che però ha paura di deporre. Le due indagini milanesi viaggiano per tre anni in vagoni separati. I due treni si uniscono solo nel luglio scorso. Con l’arresto di due capidivisione del servizio segreto militare italiano, il Sismi, accusati di complicità nel sequestro di un imam rapito a Milano da un commando della Cia. E con il suicidio in circostanze quantomai misteriose di Adamo Bove ex poliziotto anticamorra diventato manager della sicurezza di Tim-Telecom.
Il doppio giallo dell’estate scatena un’eruzione senza precedenti di false notizie, indiscrezioni pilotate, articoli depistanti, scoop sospetti. Il caos è intenzionale e, come sempre, aiuta i delinquenti. Per uscire dal gioco della disinformazione, serve molta pazienza: bisogna mettere in fila i nomi e i fatti certi, che non sono poi molti, ripartendo dall’inizio. E tenere sempre a mente che in Italia lo spionaggio pubblico e privato, per quanto ammantato delle più alte motivazioni ideologiche, in realtà è solo un mezzo per puntare a fini molto concreti: i soldi. Tanti, sporchi e subito. Dovrebbero capirlo anche i nostri liberali immaginari, garantisti a due velocità, che ieri tuonavano contro il 41 bis (il carcere duro per i boss mafiosi) e oggi – orfani della Guerra fredda – adorano rapimenti, torture, sospensioni dello stato di diritto, in nome dell’Occidente e della sacra crociata contro il terrorismo islamico.

sismi

Milano, marzo 2003. I guardiani notturni scompaiono dai parchi. I pm Fabio Napoleone e Maria Letizia Mannella aprono un’inchiesta sul contratto d’appalto con cui il Comune ha affidato all’istituto di vigilanza Città di Milano la sorveglianza notturna dei parchi del centro. Gli appostamenti della polizia municipale confermano i sospetti: al parco Sempione e nei giardini di piazza Vetra, accanto alla splendida basilica di San Lorenzo, sono effettivamente in servizio meno di metà dei vigilantes dichiarati dall’impresa privata, che invece è remunerata per l’intero con soldi pubblici. Il responsabile legale della società e il comandante della divisione parchi vengono indagati per truffa pluriaggravata: se si allargano all’intero appalto i risultati statistici dei controlli a campione, l’istituto di vigilanza risulta aver incassato in due anni circa 500 mila euro di compensi ingiustificati.
Dopo i primi sei mesi d’inchiesta, la legge italiana (una delle tante nuove norme votate dal Parlamento per frenare non gli scandali, ma le indagini che li svelano) impone alla procura di avvisare gli inquisiti. A quel punto, il 16 settembre 2003, i magistrati perquisiscono la sede dell’istituto Città di Milano. E scoprono che i guardiani-fantasma non sono assenteisti: sono andati regolarmente a lavorare, ma in altri servizi di vigilanza appaltati alla stessa società.
La direzione dell’istituto, vicinissima alla giunta-vetrina del centrodestra, non si scompone: «Restiamo fiduciosi nel lavoro della magistratura e attendiamo l’esito delle indagini. L’accusa ci lascia un po’ increduli: esistiamo da 80 anni, abbiamo mille dipendenti, siamo un colosso storico della sicurezza privata a Milano.
 Violare gli impegni non è nel nostro interesse, anzi sarebbe solo dannoso. Per questo abbiamo già disposto una indagine interna: siamo noi i primi a voler sapere cosa è davvero accaduto». La dichiarazione è, a suo modo, profetica.

Procura spiata. In seguito alla perquisizione, i magistrati scoprono che il presidente dell’istituto di vigilanza, Claudio Tedesco, riesce addirittura a conoscere in tempo reale tutte le mosse della procura. Dopo i soliti sei mesi d’indagine, il 31 marzo 2004 il manager della sicurezza viene arrestato insieme alle sue «talpe» giudiziarie. Due insospettabili: una cancelliera dell’ufficio gip (la sezione del tribunale di Milano che autorizza tutti gli arresti e le intercettazioni) e perfino un magistrato onorario.
L’impiegata
Daniela S., 26 anni, neolaureata e aspirante magistrato, ha controllato per ben 94 volte in cinque mesi, attraverso il computer di un ignaro giudice togato, l’avanzare dell’inchiesta contro l’istituto Città di Milano. L’incrocio tra indagini informatiche, tabulati e intercettazioni mostra che la cancelliera, proprio mentre apre i file segreti della procura, parla al telefono con il giudice onorario, Guido Vittorio Travaini, che a sua volta rassicura il manager delle guardie giurate: «Io mi sto recando in quel posto che poi, tra un’oretta e mezza, ho quella famosa risposta che ti devo dare».
Il suo arresto fa scandalo: Travaini si presenta come «criminologo dell’università Statale di Milano» ed è uno degli esperti esterni che sono chiamati a pieno titolo a far parte dei collegi del tribunale di sorveglianza, dove si decide su tutte le richieste dei detenuti di mezza Lombardia, dai permessi alle scarcerazioni. Al suo fianco, per anni, era seduto il presidente
Manlio Minale, che nel frattempo è diventato il capo della procura. Nella squadra antispioni, proprio Minale ha inserito un nuovo pm, Stefano Civardi. E l’ultima intercettazione prima dell’arresto vede Travaini impegnato ad avvicinare perfino l’uditrice giudiziaria appena assegnata a Civardi: «Cosa ti fanno fare?», le chiede il 17 marzo. «Ma vi fanno entrare nel registro e tutte quelle robe lì? Cioè, fra l’altro vedi anche roba riservata, no? Venerdì sono alla Sorveglianza, avresti voglia di bere un caffè?».
Tangenti, appalti e sicurezza. La scoperta delle prime spie interne al tribunale, che confessano e patteggiano, permette alla procura di tenere segrete altre intercettazioni, che svelano un traffico di tangenti sugli appalti che non si limita al pur rilevante istituto milanese Città di Milano. Il 13 maggio 2004, otto arresti scuotono l’intero gruppo Ivri (Istituti vigilanza riuniti d’Italia), allora numero uno in Italia nel business della sicurezza privata.
In carcere finiscono il presidente e comproprietario dell’Ivri,
Giampietro Zanè, il suo commercialista Donato Carone, il direttore centrale della sicurezza di Poste italiane, Maurizio Filotto, che dal 2003 rappresenta il Comune di Milano nel board della Sea (la società che gestisce Linate e Malpensa) ed è anche consulente della Regione Lombardia, consigliere d’amministrazione di Sviluppo sistema Fiera, nonché presidente onorario dell’Associazione carabinieri in congedo, un tenente colonnello dell’Esercito, Francesco Stuffi, in servizio alla direzione generale per gli appalti del ministero della Difesa, un impiegato civile della stessa struttura militare, Maurizio Cirillo, e un dirigente dellEnav (lente di controllo dei voli), Roberto Cosentino.
Il manager già arrestato, Claudio Tedesco, e l’amministratore dell’Ivri di Torino, Leone Calzone, ottengono gli arresti domiciliari dopo aver firmato ammissioni parziali, ma preziose per decifrare le telefonate altrui. Le tangenti contestate dall’accusa partono dal 2000 e arrivano al presente, anzi ipotecano il futuro. Filotto viene ammanettato mentre si prepara a riscuotere, secondo i magistrati, la prima rata dei 600 mila euro promessigli dall’Ivri in cambio della proroga per altri due anni del contratto in esclusiva per il trasporto valori degli uffici postali di tutta Italia: un appalto da 15 milioni di euro. Il colonnello della Difesa invece finisce in cella per una tangente di 100 mila euro, che ha garantito al gruppo corruttore la vigilianza di 46 «obiettivi a rischio di attentati terroristici» in 24 province. Il dipendente dellEnav ha intascato 50mila euro all’anno, secondo l’accusa, per pilotare l’appalto per la sorveglianza delle torri di controllo di Milano-Linate e Torino-Caselle.
L’inchiesta documenta gli incresciosi risultati della privatizzazione della sicurezza varata, nel clima della Grande Paura seguita all’11 settembre, dal governo Berlusconi, in nome del risparmio di uomini e mezzi pubblici. Alla corruzione si accompagna, come il cacio sui maccheroni, l’accusa di frode nell’esecuzione degli appalti. Al solito trucco dei guardiani-fantasma, schierati cioè solo sulla carta, si aggiunge perfino la cresta sui vigilantes disarmati: assunti senza porto d’armi perché costano meno e mandati quindi a presidiare aeroporti o depositi d’armi con la fondina bene in vista, ma vuota.
I fondi neri per pagare le tangenti sono custoditi nell’armadio blindato della sala riunioni dell’Ivri di Torino, dove i carabinieri milanesi sequestrano 400 mila euro in contanti (ma pochi giorni prima gli intercettati parlavano di 700 mila). Il giro di mazzette attorno a quell’armadio è tanto rutilante che due manager arrestati hanno perso il conto: «Qualcuno mi deve pur spiegare a chi abbiamo dato questi soldi», impreca un dirigente il 27 gennaio. «Lo sto domandando a te», replica l’altro. «Ma se li ho dati a te...». «A me?». «Sì, a te, per l’Enav e l’Esercito...».
Per lappalto dellEnav (presidio armato sotto le torri di controllo del traffico aereo), il gruppo Ivri è riuscito perfino a sostituire in corsa la busta con la propria offerta, poi naturalmente risultata vincente. A raccontarlo è una gustosa intercettazione del funzionario inquisito: «Carta intestata, timbri, gli stessi che hai usato per l’altra volta..., portati dietro la fotocopia dell’offerta, la carta intestata in bianco, un po’ di fogli, ché dobbiamo rifare e il timbro uguale!».
Il personaggio più in vista è Filotto, ex carabiniere dell’antiterrorismo che da anni colleziona nomine con l’appoggio di politici ciellini e di Forza Italia. Il gruppo Ivri, secondo l’accusa, gli ha già versato 170 mila euro in cambio di un altro appalto: la sorveglianza del Pirellone e di altri immobili della Regione Lombardia. Un contratto da 12 milioni di euro in tre anni. Nelle sue confessioni, Tedesco racconta che Filotto ha favorito i suoi corruttori, nel settembre 2002, facendo inserire, dalla giunta di
Roberto Formigoni, un esperto indicato direttamente dall’istituto Città di Milano nella commissione aggiudicatrice; quando questi lascia l’incarico per ragioni familiari, è lo stesso Filotto a prenderne il posto di arbitro imparziale. E in marzo, due mesi prima dell’arresto, incassa l’ultima rata proprio di questa tangente. Sempre secondo Tedesco, l’ex carabiniere dell’antiterrorismo si sarebbe dato da fare per favorire l’Ivri anche nella vigilanza della Fiera di Milano, fermandosi però in coincidenza con il blitz contro le talpe.
L’inchiesta continua in un clima avvelenato. L’Ivri, tra l’altro, sorveglia anche obiettivi giudiziari, come il tribunale dei minori e metà del palazzo di giustizia di Milano. Le intercettazioni, soprattutto, mostrano che i principali indagati pensano di poter continuare a controllare le mosse della procura, grazie a una nuova talpa giudiziaria, entrata in scena dopo gli arresti della cancelliera e del giudice onorario: questa talpa è ancor oggi senza volto. Per un anno l’inchiesta s’inabissa: i pm vogliono scoprire chi sia in grado di continuare a spiare la procura perfino durante l’inchiesta contro gli spioni.

L’affare Telecom. 4 maggio 2005, colpo di scena.
L’inchiesta, a sorpresa, sale di livello e coinvolge il re delle intercettazioni: i carabinieri della procura di Milano perquisiscono uffici e abitazioni di due indagati per «associazione per delinquere finalizzata alla violazione del segreto istruttorio». Il primo è Giuliano Tavaroli, ex carabiniere dell’antiterrorismo diventato negli anni Novanta capo della sicurezza della Pirelli e dopo il 2001 dell’intero gruppo Telecom. Il secondo è Emanuele Cipriani, suo vecchio amico, massone dichiarato, titolare delle agenzie investigative Polis distinto e System Group di Firenze: uno dei maggiori imprenditori della sicurezza privata in Italia. L’indagine è delicatissima sotto molti profili. Tavaroli è infatti il responsabile del Centro nazionale autorità giudiziaria (Cnag), la centrale che gestisce tutte le intercettazioni telefoniche chieste dalla magistratura: proprio lui, al suo arrivo in Telecom, ha spostato questo settore strategico a Milano, sotto la divisione sicurezza, togliendolo all’ufficio legale di Roma.
Tavaroli lavorava dal 1996 alla sicurezza Pirelli. Avventuroso il modo con cui riesce a passare a Telecom. Nell’agosto 2001 arriva in azienda, come amministratore delegato, Enrico Bondi, che chiede all’allora responsabile sicurezza, Piero Gallina, «se vi fossero problemi ad affidare la bonifica di eventuali microspie alla sicurezza Pirelli», cioè a Tavaroli. Gallina: «Trovai la cosa singolare, ma non mi opposi». Il lavoro viene subappaltato da Tavaroli a Emanuele Cipriani.
La relazione conclusiva segnalava impronte digitali nel controsoffitto, come se qualcuno avesse tolto in gran fretta delle cimici.
Quando poi, nel settembre 2001, viene trovata una microspia nell’auto di
Bondi, Gallina viene licenziato. In quel periodo arrivano anche minacce telefoniche a Marco Tronchetti Provera, azionista di riferimento del gruppo Pirelli-Telecom: una, secondo le dichiarazioni dello stesso Tavaroli, parte da un centralino del Sisde (il servizio segreto civile), nel momento in cui Tavaroli è nella sede del Sisde, a colloquio con il generale Stefano Orlando.
Nel 2003 Tavaroli diventa responsabile della sicurezza Telecom e anche della Cnag, spostata da Roma a Milano.
Di che cosa sono accusati, nel 2006, Tavaroli e Cipriani? I magistrati non scoprono le carte, non rivelano le loro fonti di prova. L’indagine è in corso e la perquisizione l’hanno dovuta fare in quel momento, ancora una volta, perché sono scaduti i termini di legge. Ma l’ipotesi di reato associativo, tradotta in volgare, significa che, secondo i pm, i due indagati sarebbero i capi di una vera e propria banda in grado quantomeno di lanciare l’allarme-intercettazioni per proteggere indagati eccellenti Lo stesso
Tavaroli la racconta così alla Stampa: «Tutto nasce da un’indagine sull’Ivri, un istituto di vigilanza privata. Durante una telefonata intercettata tra un certo Pasquale Di Ganci, titolare della Sipro (un altro istituto di vigilanza privata), e un suo interlocutore, viene fuori il mio nome, indicato come quello che poteva avvisarli di indagini in corso». Del caso, già da oltre un anno, si erano occupati due giornali: il Corriere della sera e soprattutto il settimanale L’Espresso, che aveva scritto di un progetto (chiamato SuperAmanda o, secondo altre fonti, Enigma) per centralizzare tutte le intercettazioni telefoniche e informatiche d’Italia: piano subito smentito da Telecom.
Di fronte all’inchiesta giudiziaria, il gruppo guidato da
Marco Tronchetti Provera ha una reazione oscillante: da un lato Tavaroli perde la carica semplicemente perché indagato, dall’altro resta nel gruppo come dirigente, seppur come responsabile della Pirelli pneumatici in Romania. Dal luglio 2005 al gennaio 2006 lavora ancora per Telecom, che gli ha commissionato una consulenza di survival ability, sulle possibilità di sopravvivenza della rete di comunicazioni in caso d’attacco terroristico.
Nel maggio 2006 dà le dimissioni dal gruppo.
Per mesi, le perquisizioni del maggio 2005 a
Tavaroli e Cipriani restano l’unico atto pubblico di tutto il caso Telecom e la segretezza dell’indagine favorisce le indiscrezioni più approssimative: la linea dei magistrati, per evitare nuove fughe di notizie, è di non smentire nemmeno le bufale. Il primo dato certo e documentabile è che l’indagine su Cipriani nasce in realtà dal ripescaggio di un’inchiesta precedente, che ha dellincredibile.
Nel settembre 2004 due sottufficiali della guardia di finanza di Bologna,
Giuseppe Mazzocca e Piero Leuzzi, si presentano in un’azienda di Viterbo, la Fratelli Farnese gomme srl, mostrando un ordine scritto per una verifica fiscale. Le modalità asfissianti del controllo insospettiscono la proprietaria dell’azienda, che chiama il comando delle Fiamme gialle e si sente rispondere che non è stata disposta alcuna verifica. Il falso accertamento dei veri finanzieri serve in realtà a spiare i registri e i computer aziendali. Interviene la polizia.
Sullauto dei due sottufficiali, la squadra mobile sequestra un appunto con nomi di investigatori privati, cifre e percentuali: «2.500 + 5%».
L’inchiesta stabilisce che l’agenzia di Cipriani ha ricevuto dalla Pirelli l’incarico di investigare proprio su quella società di Viterbo, che vendeva gomme a un prezzo giudicato troppo basso. A quel punto l’inchiesta finisce a Milano, dove la Pirelli ha sede, e all’accusa di falso si aggiunge la corruzione.
Il pm Fabio Napoleone, titolare dell’indagine, ottiene gli atti di un’altra inchiesta su
Cipriani, un’indagine ormai «in sonno», nata da una denuncia per spionaggio privato presentata da un ex dirigente della Coca-Cola, entrato in collisione con la sua azienda fino a intentare una causa di lavoro per mobbing. Il manager sostiene di essere stato spiato e pedinato: secondo l’accusa da due poliziotti (veri) arruolati per un secondo lavoro (illegale) proprio da Cipriani. Il manager vittima ha scoperto i controlli abusivi quando ha ricevuto in un busta anonima un cd-rom con intercettazioni (totalmente illegali) delle sue telefonate. Né l’indagine Pirelli, né quella Coca-Cola coinvolgono le due aziende: Pirelli e Coca-Cola hanno affidato alla Polis distinto un incarico lecito, fino a prova contraria, che Cipriani ha eseguito con mezzi impropri.
«Onus probandi incumbit ei qui dicit»: l’onere della prova grava sull’accusa.

cia


Il caso Storace. Gli spioni sono come le ciliegie: da Cipriani l’inchiesta si allarga a una rete molto più vasta di agenzie investigative, sospettate di raccogliere informazioni riservate in tutta Italia con metodi illegali. Nel marzo 2006 i soliti magistrati di Milano fanno scattare 16 arresti per spionaggio privato e corruzione di pubblici ufficiali. Tra gli 11 investigatori che finiscono in carcere, spiccano due 007 romani: Pierpaolo Pasqua, titolare della Security Service Investigation (Ssi), e il suo tecnico di fiducia, Gaspare Gallo. I due sono accusati di aver spiato illegalmente 140 linee telefoniche. Ma l’accusa più clamorosa è quella di aver realizzato un sensazionale spionaggio politico: hanno cercato di condizionare le elezioni regionali del 2005 nel Lazio, costruendo false accuse per screditare Piero Marrazzo (Ulivo) e Alessandra Mussolini (Alternativa sociale), nel tentativo – fallito – di favorire la vittoria di Francesco Storace (An).
Nelle intercettazioni, i due spioni chiamano le vittime con nomi da fumetto: «Operazione Qui, Quo, Qua». Lo staff di Marrazzo viene filmato e pedinato nel tentativo di montare un falso «scandalo delle auto blu». Gli spioni reclutano pure un viados, nella vana speranza di incastrare il candidato di centrosinistra con un storiaccia a luci rosse di gusto veterofascista. Lintera vita di Marrazzo viene rovistata da due marescialli della guardia di finanza di Novara, assoldati da Pasqua, che dopo l’arresto confessano di avergli girato, in cambio di bustarelle, dati prelevati dall’archivio del Viminale e dall’anagrafe tributaria: precedenti di polizia, disponibilità patrimoniali, contratti immobiliari, dichiarazioni dei redditi del candidato e di sua moglie. Il comandante dei due marescialli di Novara farà carriera: diventerà il capocentro del Sismi di Milano.
Contro la nipote del Duce, che toglie voti da destra a Storace, il gioco è ancora più sporco: le schede di presentazione della sua lista vengono riempite di firme false, con due incursioni notturne nei computer dell’anagrafe e nella sede del partito. Il tutto con l’obiettivo (poi scongiurato dai giudici elettorali) di escludere la candidata dalle elezioni. Le intercettazioni risultano tanto eloquenti che entrambi gli investigatori confessano il complotto politico già nei primi interrogatori.
Un troncone d’inchiesta finisce a Roma, dove lo stesso Storace viene indagato come presunto mandante, mentre il capo della sua segreteria,
Nicolò Accame, è interdetto da ogni carica per due mesi. Nella notte della falsificazione delle firme, Pasqua rassicurava così sua moglie, preoccupata: «L’operazione è pericolosa sì, ma non ci saranno pericoli solo a condizione che rivincano...». Il 5 aprile, dopo la sconfitta di Storace, il maresciallo Liguori si preoccupa dei soldi: «Senti un po’, ma adesso che ha perso le elezioni ti paga lo stesso?». Gallo, ridendo, gli risponde: «Veramente mi ha già pagato».
Il centrosinistra parla di Laziogate. La Casa delle libertà reagisce gridando al «complotto politico delle procure»: a due mesi dalle elezioni nazionali, non può che trattarsi di «inchiesta a orologeria». I pm in realtà avevano chiesto gli arresti nel settembre 2005: il ritardo è dovuto al fatto che il giudice per le indagini preliminari a cui erano stati chiesti gli arresti,
Beatrice Sechi, è andata in maternità, per cui un nuovo giudice, Paola Belsito, ha dovuto ristudiare da zero tutti gli atti, oltre a dover gestire centinaia di altri fascicoli ordinari.

Traffico di tabulati.
Le polemiche politiche (alcune montate sul nulla: non è vero che fosse spiata anche la diessina Giovanna Melandri) fanno intanto passare quasi sotto silenzio le altre scoperte dei carabinieri che lavorano per la procura di Milano. Un’investigatrice milanese, Laura Danani, già rappresentante legale della Miriam Tomponzi srl, una delle più famose agenzie italiane, finisce in carcere con una valanga di accuse di spionaggio telefonico. La procura la intercetta mentre detta a un complice un vero e proprio tariffario per reclutare talpe in tutte le compagnie telefoniche: «Allora, ascolta il chi è: Omni 220 euro, Tim 150, Wind 200, Tre 200, fisso 250». Per la prima volta entrano nell’inchiesta anche i tabulati telefonici: non intercettazioni di conversazioni in corso, ma dati sugli orari, durata e numeri chiamati in passato, che permettono comunque di carpire molti segreti dell’utente (dal nome dell’amante ai contatti con spacciatori, prostitute, aziende concorrenti, rivali personali). Anche per i tabulati si parla di prezzi, cioè di tangenti da versare a dipendenti infedeli delle società telefoniche: Danani: «Traffico: avanti e indietro... entrata e uscita?». Nembrini: «Sì, due mesi a 1.500». Ma in questa storia spunta anche Cipriani: l’ordine d’arresto rivela che Laura Danani è indagata insieme a lui per un’altra falsa verifica fiscale della guardia di finanza. I due soliti marescialli, gli stessi di Viterbo, si erano presentati con un falso verbale di accertamento tributario nella sede di un’agenzia pubblicitaria di Milano, la G&A srl. L’obiettivo: spiare la contabilità su incarico di un ex socio, che quando si vede puntualmente consegnare da Danani i documenti aziendali fotocopiati dalla «guardia di finanza parallela di Cipriani», in effetti «si meraviglia che sia stato possibile acquisirli legalmente», ma paga comunque 6.700 euro alla sua investigatrice così ben introdotta.
 
L’archivio di Cipriani.
La stessa ordinanza di custodia addebita a Cipriani di aver fatto eseguire ai due marescialli bolognesi corrotti almeno cinque false verifiche fiscali: oltre a Viterbo e Milano, i finanzieri doppiogiochisti hanno spiato ditte di Ferrara, Asti e Pescate. Ecco perché nel maggio 2005, contemporaneamente al blitz contro Tavaroli, la procura fa perquisire anche gli uffici e la casa di Cipriani. E riesce a sequestrargli un archivio informatico (soprattutto dvd) con i resoconti di una massiccia attività di sorveglianza fisica: centinaia di pedinamenti eseguiti privatamente da veri appartenenti alle forze dell’ordine, in cambio di tangenti.
L’inchiesta è ancora segreta e la riservatezza dei magistrati ha favorito montature giornalistiche particolarmente sospette.
Questo troncone dindagine in realtà non riguarda lo spionaggio telefonico, ma decine di casi di corruzione in tutte le forze di polizia: soldi per spiare personalmente gli obiettivi designati da Cipriani.
Di questi pedinamenti abusivi, l’unica vittima certa per ora è
Bobo Vieri, che fu seguito giorno e notte quando giocava nell’Inter, probabilmente per capire perché non rendeva più. La società nerazzurra aveva commissionato anche un’altra investigazione privata, anche questa lecita fino a prova contraria, contro l’arbitro Massimo De Sanctis, il fischietto condannato quest’estate per i favori a Luciano Moggi: allora ai pm di Milano, però, era arrivato solo l’esposto di un altro ex arbitro, senza concrete denunce da parte degli interisti danneggiati. Ora Cipriani è accusato di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione di decine di appartenenti alle forze dell’ordine. Linchiesta riguarda cinque anni di «investigazioni clandestine e illecite», dal 2000 fino alla perquisizione del 2005.
C’è una lunga serie di fatti ancora tutti da chiarire. Nel 2004 avviene un’incursione elettronica nei computer di top manager del gruppo Rizzoli-Corriere della sera, proprio quando in via Solferino stanno per arrivare il nuovo direttore
Paolo Mieli e l’amministratore delegato Vittorio Colao. A Bergamo è sotto inchiesta una dipendente del Cnag, il centro Telecom che fornisce alle procure i dati richiesti legalmente, accusata di aver fornito tabulati a tre sottufficiali del Ros che li usavano per estorcere denaro a imprenditori.
C’è poi la storia dei dossier con intercettazioni illegali a due politici,
Piero Fassino e Pietro Folena, e al presidente dell’Anas Vincenzo Pozzi: scoperti nel maggio 2005 nella casa romana di Giovanbattista Papello, massone e collaboratore dell’allora ex viceministro Ugo Martinat (An), in contatto con quella Sipro e quel Di Ganci citato da Tavaroli come origine di tutti i suoi guai.
E ci sono le inspiegabili fughe di notizie sulle indagini svolte da alcune procure. A Milano filtrano magicamente all’esterno le privatissime discussioni fra due pm,
Fabio De Pasquale e Alfredo Robledo, sull’opportunità o meno di arrestare il consulente inglese di Silvio Berlusconi, David Mills, e nel dicembre 2003 era «scappata» la notizia dell’indagine segretissima in corso sui rapporti tra l’allora presidente della Provincia Ombretta Colli e limprenditore Marcellino Gavio.
A Roma si scopre che esistono talpe pronte ad avvertire delle indagini Stefano Ricucci e altri indagati per le scalate Rcs e Antonveneta; e arrivano misteriosamente sul Giornale le intercettazioni delle telefonate fra Giovanni Consorte e Piero Fassino, che non erano mai state trascritte e che dunque non erano a disposizione neppure dei magistrati.
Cè in Italia ununica centrale abusiva di spionaggio, utilizzata con fini diversi da politici, imprenditori, investigatori privati e uomini dellintelligence?

Il tesoretto all’estero.
Questa è una storia di spie, ma soprattutto di soldi. Ricostruendo la provvista finanziaria usata da Cipriani per comprarsi una villa da 2 milioni di euro a Firenze, intestata a un’immobiliare dal nome indicativo (Il labirinto), i pm risalgono a una rete di conti bancari, intestati a società offshore tra il Lussemburgo e Londra. Proprio questo ora è uno dei capitoli principali dell’indagine, che ha portato la procura di Milano a spedire rogatorie in mezzo mondo. Molti dei soldi che Cipriani ha nascosto all’estero arrivano da Pirelli e Telecom: Tavaroli è accusato di aver liquidato a società estere riconducibili a Cipriani circa 20 milioni di euro in sette anni, soldi usciti dalle casse di Pirelli e Telecom, come corrispettivo per attività d’investigazione che si dichiarano svolte fuori dall’Italia.
Il problema è che, secondo la procura, Cipriani non ha mai fatto alcuna indagine all’estero per il gruppo
Pirelli-Telecom: i lauti corrispettivi accreditatigli dalla security di Tavaroli sarebbero coperti soltanto da fatture false. Se l’accusa è fondata, resta da capire perché il gruppo Pirelli-Telecom abbia sborsato 20 milioni di euro per «investigazioni inesistenti». Di questo presunto tesoretto estero, più di metà è già finita sotto sequestro giudiziario, su richiesta dei pm milanesi, tra la fine del 2005 e i primi mesi del 2006. Ma le rogatorie internazionali continuano. Siamo così arrivati al culmine dell’indagine sulla rete degli spioni privati. Il capitolo più recente è quello sul traffico di tabulati ed è il più intossicato da notizie parziali, dubbie o completamente false. Certo è che la procura di Milano solo negli ultimissimi mesi ha acquisito nuovi elementi di prova su un presunto traffico di tabulati telefonici gestito non da impiegati periferici, ma direttamente da funzionari o dirigenti della divisione sicurezza del gruppo Tim-Telecom.

La grande beffa.
Tra l’aprile e il luglio 2006 si gioca una partita mortale. Ai primi di giugno, Telecom compie un’ispezione interna (internal audit) che appura che i sistemi per acquisire legalmente i tabulati telefonici consentivano anche accessi anonimi. All’interno di Telecom, insomma, c’era chi poteva spiare i numeri chiamati dai clienti senza lasciare traccia. L’audit è firmato dal responsabile del controllo interno,
Fabio Ghioni, uomo molto vicino a Tavaroli e per lunghi anni consulente delle procure, a Milano, a Bologna, a Roma. Non contiene nomi di sospettati: è un rapporto tecnico che indica le falle della struttura, mostrando in particolare come fosse possibile accedere ai dati telefonici senza «logarsi», cioè appunto senza lasciare traccia. La stessa Telecom presenta un esposto alla procura di Milano in cui si espongono i risultati dell’audit. Il rapporto Telecom viene raccontato dal settimanale L’Espresso, che ne indica come effettivo autore Adamo Bove, ex poliziotto della Digos diventato nel 1998 capo della sicurezza di Tim. Negli stessi giorni, però, contro Bove parte una manovra insidiosa, avvolgente, mortale. Il 5 luglio era stato arrestato Marco Mancini, numero due del Sismi, accusato con altri funzionari del servizio di essere coinvolto nel sequestro dell’ex imam Abu Omar, rapito da uomini Cia a Milano il 17 febbraio 2003.
Attenzione: Bove è luomo che ha permesso la grande beffa al Sismi. Lui, che gestiva il contratto coperto da segreto di Stato sui cellulari Telecom del Sismi, nell’aprile 2006 ha fornito alla Digos di Milano, su regolare richiesta della magistratura, i numeri dei telefoni riservati di Mancini e degli altri funzionari del servizio indagati.
Così gli intercettatori per professione sono finiti intercettati. A giugno parte l’operazione contro Bove, che viene indicato come il responsabile delle irregolarità in Telecom. Lobiettivo sembra: dannare Bove per salvare Tavaroli. Qualcuno soffia la falsa notizia (smentita ufficialmente dai pm milanesi e romani) che Bove fosse indagato per i furti di tabulati. Nella trappola cadono anche ottimi giornalisti, che per i disinformatori sono i più preziosi: il 10 giugno, anche il Sole 24 ore fa il nome di Bove, che a partire da quel momento, come confermeranno i suoi familiari, comincia a sentirsi vittima di nemici interni alla sua azienda e a temere di diventare il capro espiatorio di colpe altrui. Il 21 luglio 2006 Adamo Bove muore, precipitando da un viadotto della tangenziale di Napoli.

Intossicazioni informative.
La stessa falsa notizia sulle responsabilità di Bove era stata passata da Fabio Ghioni a due giornalisti di Libero - la «fonte Betulla» Renato Farina e Claudio Antonelli - che l’avevano subito riferita a un funzionario del Sismi, Pio Pompa, il quale ne aveva discusso immediatamente con il direttore del servizio segreto militare, il generale Nicolò Pollari. Intercettati nell’altra inchiesta (quella sul sequestro dell’imam Abu Omar), Pompa e Pollari avevano fatto proprie le false accuse a Bove. Pompa aveva riferito che dentro Telecom erano state fatte «richieste fuori protocollo... tra virgolette, di tabulati telefonici». Il capo del Sismi aveva chiesto: «Ma fatti da chi?». E Pompa: «Fatti da Bove... l’altro».
I due informatori Sismi di Libero aggiungono che, secondo la loro fonte
Fabio Ghioni, esisterebbe una supertestimone, C.P., ex collaboratrice di Bove, che avrebbe fornito alla procura una lista di una ventina di numeri spiati, tra cui il cellulare del banchiere romano Cesare Geronzi. Questo primo minielenco di tabulati è molto strano: mischia nomi d’ipotetici integralisti islamici, che stando agli amici del Sismi sarebbero stati controllati da Telecom senza lautorizzazione della magistratura (e secondo Tavaroli proprio da Adamo Bove, dietro richiesta degli 007 italiani della divisione antiterrorismo), e numeri di esponenti invece notoriamente moderati della comunità islamica milanese, mai indagati e considerati addirittura i rivali interni dei presunti fiancheggiatori delle cellule jihadiste.
In un’intervista all’Espresso, Tavaroli sostiene che in un caso, uno solo, aveva accettato di passare informazioni al Sismi: «Dopo gli attentati di Madrid, l’11 marzo del 2004, Mancini mi ha chiesto a chi appartenesse un numero di cellulare che i servizi segreti spagnoli ritenevano importante. Ne ho parlato con il mio amico Adamo Bove e assieme abbiamo deciso di consegnare al Sismi la cosiddetta anagrafica. C’erano stati più di 200 morti. Era contro le regole, lo so, ma lo rifarei ancora oggi».
Strana rivendicazione: il fatto non trova conferma in alcuna carta processuale, anzi, il numero di cellulare che servirà per incastrare «
Mohammed lEgiziano», considerato la mente dell’attentato di Madrid e arrestato in Italia il 7 giugno 2004, è immediatamente indicato dalla polizia spagnola alla polizia italiana, senza alcun intervento del Sismi.
Ma nella vicenda dellaudit cè qualcosa di ancor più strano. I tabulati trafugati abusivamente dall’interno del gruppo Telecom sono in realtà «migliaia». I numeri riempiono centinaia di fogli: il dossier è alto quasi mezza spanna, come un elenco del telefono. Non è stata la sicurezza di Telecom a passare questi tabulati alla procura: i pm li hanno scoperti autonomamente, sentendo una lunga serie di testimoni, tutti importanti, ma nessuno decisivo. Il sistema Radar, descritto negli articoli che esasperarono Bove, è in realtà un sofware attivato fin dal 1999 per consentire i controlli legali chiesti dalla magistratura. È quindi fuorviante accusare qualunque utilizzatore di Radar: l’inchiesta in realtà mira a identificare quei funzionari o dirigenti che potevano effettuare accessi anonimi. Inoltre Radar non è l’unico sistema d’analisi dei tabulati: ne esisterebbero almeno altri due, assolutamente riservati.
E non basta. Contrariamente alle notizie diffuse subito dopo la sua morte, Adamo Bove non solo non era indagato, ma a Milano non era mai stato sentito neppure come testimone, mentre a Roma rivestiva addirittura l’opposta posizione giuridica di «denunciante»: quando aveva letto il suo nome sui giornali, si era tutelato presentando al pm romano
Pietro Saviotti, che indaga su una costola del Laziogate, un «esposto a propria tutela».
In allegato, Bove aveva consegnato al pm romano una sua relazione tecnica che identifica le postazioni e i metodi per acquisire tabulati senza lasciare tracce. Capire da dove e come venivano realizzati gli accessi anonimi è naturalmente la premessa tecnica per scoprire chi fossero gli spioni. Dallinizio dellestate una fidata squadra di carabinieri di Milano sta controllando numero per numero lintero elenco dei tabulati abusivi, per identificare chi fosse leffettivo utilizzatore di ogni utenza e quindi chi potesse avere interesse a spiarla. È questo in realtà il lavoro più importante dellinchiesta sui tabulati.
A questo punto, però, è chiaro che l’indagine sugli spioni privati (Tavaroli-Cipriani) diventa tutt’uno con un’altra indagine: quella sul sequesto di Abu Omar. Per questo reato sono ricercati più di 20 agenti della Cia e sono sotto indagine i vertici del Sismi: il direttore Nicolò Pollari e i capidivisione Marco Mancini e
Gustavo Pignero, oltre a numerosi capicentro e funzionari del servizio.
Telecom Italia, del resto, secondo quanto emerge dalle indagini è un vero centro dattrazione per le spie: ha tra i suoi collaboratori
Gian Paolo Spinelli, mitico capocentro della Cia a Mogadiscio, oggi ufficialmente in pensione, ma attivo nella sicurezza privata. Aveva progettato di andare a lavorare in Telecom anche Bob Lady, il capoantenna Cia a Milano ricercato per il rapimento di Abu Omar. Un posto in Telecom viene offerto, da Tavaroli, anche a «Ludwig», il maresciallo del Ros carabinieri Luciano Pironi, che ha confessato d’aver partecipato al sequestro. C’è anche chi fa il percorso inverso, come Pio Pompa, dipendente e poi consulente Telecom, che diventa infine funzionario del Sismi, esperto in Osint (Open Source Intelligence), intesa però come la vecchia, cara intossicazione informativa, con giornalisti da blandire o da tenere a libro-paga.
È chiaro che le due indagini, su Telecom e sull’imam rapito dalla Cia, sono diventate una cosa sola e che s’incrociano anche con l’inchiesta sulla morte di Adamo Bove. Che rapporti ci sono tra quanto avveniva nella Telecom di Tavaroli e quanto accadeva nel Sismi di Mancini?
 
Il personaggio/Fabio Ghioni, l’hacker delle procure che fece paura a Adamo Bove.
Oggi è uno dei personaggi centrali nelle inchieste di Milano e Roma. Grande amico di Giuliano Tavaroli, Fabio Ghioni è il responsabile Technology and Information Security di Telecom. Ma si vanta di aver cominciato come hacker, giovanissimo, e già a 18 anni di essere stato scelto, via internet, come collaboratore da una non precisata «agenzia di sicurezza americana». Poi lavora all’Agusta, ma comincia a frequentare la procura di Milano: si offre al pm Elio Ramondini come esperto di internet nel momento in cui le nuove Br cominciano a usare il web per inviare le loro rivendicazioni. Si veste in modo vistoso, impermeabile e stivali pitonati, e fa coppia fissa con «Indio», un ex ispettore della Digos anch’egli consulente informatico della procura.
I due collaborano alle indagini sull’omicidio di
Marco Biagi, poi a quelle sui terroristi islamici. Propongono un ombrello informatico capace di controllare le comunicazioni web, un piccolo Echelon allitaliana. Per questo vengono compensati con diverse migliaia di euro, pagate dalla procura di Milano e poi da quelle di Bologna (pm Paolo Giovagnoli) e di Roma (pm Pietro Saviotti). Risultati? Discutibili. Ghioni individua il computer da cui sarebbe stata spedita la rivendicazione Biagi: ma è quello di una stimata ispettrice della Digos, M.G.P., che se l’era spedito a casa per lavorarci su anche dopo le ore d’ufficio. Poi concentra le indagini su di un computer installato in una sede dell’Alenia in Campania: una pista che si dimostra inconsistente. Ghioni sembra insomma prendere dalle procure più di quanto da'. A giugno semina false notizie su Adamo Bove, che comincia a temere di essere pedinato e di diventare il capro espiatorio della vicenda Telecom.
Il 21 luglio 2006 Bove si getta da un viadotto della tangenziale di Napoli. (gb)
 
II^ PARTE DELL'INCHIESTA
«C'è anche un "corvo", in questa storia, un anonimo che scrive lettere a giornalisti che seguono il caso Abu Omar e le invia da un ufficio postale di Roma Fiumicino».

Abu Omar, il corpo del reato
Un piano Usa per rapire senza processo i sospetti terroristi. Un imam rapito a Milano e torturato al Cairo. Il coinvolgimento del servizio segreto militare italiano.
Le manovre per depistare le indagini. A un passo dalla verità, il direttore del Sismi si nasconde dietro il segreto di Stato. E il governo decide di non decidere.
di Gianni Barbacetto e Paolo Biondini
Pio Pompa, da Abu Omar a Enzo Baldoni.
Nel numero scorso di "Diario" abbiamo ricostruito la storia - fatta di molte storie - del grande giallo dell'estate: telefoni intercettati, tabulati comprati e venduti, uomini dello Stato che si sono messi al servizio di agenzie investigative private... Tra gli spiati, comuni cittadini, imprenditori, manager. Anche nomi famosi, calciatori come Bobo Vieri, politici come Piero Fassino, banchieri come Cesare Geronzi. Gli spioni hanno orecchie anche dentro le procure, visto che sono riusciti a carpire alcuni segreti di indagini riservate, a Milano come a Roma. Questa, dunque, è una storia di soldi e tangenti, depistaggi e fughe di notizie, politica e veleni.
Tutto ciò è oggetto di alcune inchieste giudiziarie: molto delicate, come si può intuire. Una di queste, nata a Milano nel 2003 per spiegare come mai i guardiani notturni di un istituto di vigilanza privata fossero spariti dai parchi cittadini, è arrivata a indagare una gran folla di personaggi, tra cui il manager della sicurezza privata Emanuele Cipriani e il dirigente della sicurezza di Telecom Giuliano Tavaroli. Nell'estate 2006, quell'inchiesta è arrivata a incrociarsi con un'altra vicenda, quella del rapimento dell'imam Abu Omar, in cui sono indagati spioni di Stato, uomini della Cia e agenti del Sismi, tra cui Marco Mancini. E ha raggiunto il momento più drammatico il 21 luglio, quando è morto Adamo Bove, dirigente della sicurezza Tim. L'inchiesta del numero scorso terminava chiedendosi: che rapporti ci sono tra quanto avveniva nella Telecom di Tavaroli e quanto accadeva nel Sismi di Mancini? Da questa domanda "Diario" riprende il racconto, limitandosi, nel mare della disinformazione e dei veleni, ai fatti finora accertati. Rilegge poi, oggi, la campagna del Sismi contro il nostro Enzo Baldoni, rapito in Iraq due anni fa.
Milano, 17 febbraio 2003. Un uomo corpulento, con una gran barba scura, verso mezzogiorno esce di casa per andare a piedi, come ogni giorno, nella moschea di viale Jenner. È egiziano, ha 40 anni, si chiama Nasr Osama Mustafa Hassan, ma è conosciuto con il suo nome religioso: Abu Omar. È in Italia come rifugiato politico, perché appartiene ai gruppi dell'opposizione egiziana, quella Al Jama'a Al Islamiya che gli Stati Uniti considerano un braccio operativo di Al Qaeda. È stato assistente dell'imam nella moschea milanese di via Quaranta, dove per un breve periodo ha guidato la preghiera, poi si è impegnato nel centro islamico di viale Jenner.
Da quel 17 febbraio, nessuno lo vede più. Le cronache cittadine non se ne occupano, le preoccupazioni sono tutte interne alla comunità islamica milanese: che fine ha fatto Abu Omar?
La moglie, Ghali Nabila, presenta subito una denuncia per sequestro di persona. C'è una testimone oculare: una donna egiziana, Rezk Merfat, il 17 febbraio ha visto, in via Guerzoni, alcune persone circondare l'imam, chiedergli i documenti e poi caricarlo a forza su un furgone bianco. Ma la donna ha paura, non vuole raccontarlo alla polizia. Lo confida soltanto a un'amica. La voce arriva però all'imam di viale Jenner, Abu Imad. È lui che, il 26 febbraio, la convince "a parlare con le autorità", prima di fuggire terrorizzata in Egitto. I compagni di Abu Omar sono convinti che sia stato rapito. E sospettano i servizi segreti egiziani, o quelli americani.
La polizia italiana inizia le indagini sulla scomparsa, ma per la Digos milanese Abu Omar non è uno sconosciuto: lo stanno tenendo d'occhio da tempo, perché è uno degli islamici sotto inchiesta in un'indagine per terrorismo condotta dal pubblico ministero Stefano Dambruoso. La procura indaga. Il 31 marzo porta a compimento l'inchiesta in cui era coinvolto anche Abu Omar: chiede l'arresto di un gruppo di presunti terroristi islamici, lasciando però fuori il nome dello scomparso, su cui proseguono le indagini.
Telefonate dall'Egitto.
Passa un anno e l'inchiesta non fa alcun passo avanti. Ma Dambruoso continua a far tenere sotto controllo il telefono della moglie dell'ex imam.
Il 20 aprile 2004, la svolta: la moglie di Abu Omar, intercettata, parla al telefono con il marito. Questi la rassicura: "Sto bene, sto bene, è tutto a posto!".
Le conferma però di essere stato vittima di un sequestro. Aggiunge di essere libero, al momento, ma di non potersi allontanare dalla zona di Alessandria d'Egitto. Chiede di avvisare i "fratelli" milanesi della sua liberazione, ma senza alcun contatto con la stampa: "Nessun giornalista, mi raccomando, loro mi hanno detto così". Seguono altre telefonate. Il 10 maggio 2004 Abu Omar confessa alla moglie: "Ero molto vicino alla morte".
I carabinieri del Ros (il Raggruppamento operativo speciale) stanno intanto tenendo sotto controllo il telefono di un insegnante del centro islamico di via Quaranta, Elbadry Mohamed Reda. È a lui che, l'8 maggio 2004, Abu Omar racconta al telefono il sequestro e gli effetti delle torture: "Mi hanno portato direttamente in una base militare e da lì mi hanno messo su un aereo militare... E poi... Mi hanno infastidito con le loro domande su tante cose... Ho avuto la libertà per motivi di salute, ho avuto come una paralisi. Fino adesso non posso camminare per più di 200 metri. Sono sempre seduto. Ho avuto problemi di incontinenza, di reni, la pressione alta...".
Reda riferisce poi alla Digos i racconti di Abu Omar: è stato bloccato in via Guerzoni e almeno due dei suoi rapitori parlavano italiano; rinchiuso in un furgone bianco, ha fatto un viaggio di cinque ore, dopodiché è arrivato in una base americana dove è stato interrogato e sottoposto a violenze; poi è iniziato un viaggio aereo in tre tappe che l'ha portato al Cairo, qui, nella sede dei servizi segreti, gli hanno proposto di lavorare come infiltrato: "Sarebbe stato fatto ritornare in Italia entro 48 ore... altrimenti si sarebbe assunto la responsabilità del rifiuto. Abu Omar rifiutò".
Iniziano allora torture durissime. Lo sottopongono a suoni a volume altissimo, per cui ha subìto danni all'udito. Lo chiudono in una specie di sauna e poi in una cella frigorifera, provocandogli dolori fortissimi, "come se le ossa si spaccassero". Lo appendono a testa in giù, applicandogli elettrodi nelle parti più sensibili, compresi i genitali. Dopo sette mesi d'inferno, le torture s'attenuano. Il 20 aprile 2004 lo lasciano libero, intimandogli però di non parlare con nessuno della sua brutta avventura.
Ma Abu Omar non obbedisce. Telefona in Italia e parla con la moglie e con il "fratello" Mohamed Reda. Ventidue giorni dopo, il 12 maggio 2004, scompare di nuovo: da allora è detenuto nel carcere egiziano di Al Tora.
Digos e procura di Milano ora hanno anche il racconto del rapito. Ma nessuna conferma oggettiva: la cercano nelle tracce lasciate dai telefoni. Il pm Dambruoso aveva chiesto che fosse analizzato tutto il traffico telefonico avvenuto nelle ore della scomparsa nella zona di via Guerzoni. Un collaboratore del suo ufficio aveva sbagliato la data nella richiesta: aveva scritto "17.3.2003" invece che "17.2.2003". L'errore viene corretto nel giugno 2004, dopo oltre un anno, e l'analisi delle comunicazioni è portata a termine nell'autunno successivo. Con risultati clamorosi.
Caccia al telefono.
C'erano alcuni cellulari, in via Guerzoni, che all'ora del sequestro comunicavano intensamente tra di loro. Con un paziente lavoro di analisi, dai 10.700 telefoni attivi in quel momento nell'area, ne vengono individuati 66 che sono collegati al sequestro. Diciassette sono presenti in via Guerzoni.
Undici accompagnano l'ostaggio fino al casello autostradale di Cormano. Altri sei viaggiano insieme lungo l'autostrada Milano-Venezia, fino ad Aviano, dove c'è una nota base Usa. Un numero, che comincia per 335 e finisce per 1143, comunica con i due gruppi operativi sul campo, quello che entra in funzione in via Guerzoni e quello che prende in consegna il prigioniero a Cormano, e prosegue fino ad Aviano: è il capo. Molte di queste utenze sono in contatto con il cellulare di Robert Seldon Lady, allora capoantenna della Cia a Milano: la Digos ha fatto bingo. Ha trovato le prove che Abu Omar è stato rapito da un gruppo di uomini dell'agenzia americana.
Dodici utenze, benché intestate a società o a persone del tutto ignare, sono utilizzate da cittadini americani: si sono traditi noleggiando auto e prenotando hotel lasciando nomi, carte di credito e passaporti Usa. Alla fine dell'analisi, solo quattro numeri (tra cui quello del capo) restano anonimi. Sono individuati con nome e cognome 26 agenti statunitensi. Il 22 giugno 2005 il giudice per le indagini preliminari Chiara Nobili ordina i primi arresti. Degli americani naturalmente non c'è più traccia, ma i 26 sono ricercati, con mandato di cattura europeo, per sequestro di persona.
Individuati anche i voli usati per il trasferimento del rapito: jet executive LJ35, sigla volo Spar 92, decollato alle ore 18.20 del 17 febbraio 2003 da Aviano per la base americana di Ramstein, in Germania. Successiva partenza da Ramstein del jet executive Gulfstream, codice identificativo N85VM, destinazione Egitto.
Per la prima volta, i sequestri Cia di presunti terroristi islamici in Europa - le extraordinary renditions di cui hanno scritto nelle loro inchieste alcuni giornali americani, tra cui il Chicago Tribune - trovano una documentazione precisa e puntuale. Restano aperte alcune domande: chi erano i rapitori che parlavano italiano?
Un'operazione come quella di via Guerzoni poteva essere fatta all'insaputa degli apparati di sicurezza italiani?
La pista italiana.
Le indagini, arrivate a una svolta così clamorosa, sono dal maggio 2004 coordinate direttamente da due tra i magistrati di maggiore esperienza della procura di Milano, i procuratori aggiunti Armando Spataro e Ferdinando Pomarici. Stefano Dambruoso ha lasciato la procura e si è trasferito a Vienna, dove lavora in un ufficio dell'Onu. Mentre cominciano a circolare i primi veleni, l'inchiesta prosegue.
La moglie di Abu Omar riferisce ai magistrati la descrizione che suo marito le aveva fatto del suo "primo sequestratore", l'uomo che lo aveva fermato in via Guerzoni e gli aveva chiesto, in italiano, i documenti: "Biondo, carnagione bianca". È biondo e chiaro di pelle anche un carabiniere del Ros il cui cellulare è individuato come presente nella zona di via Guerzoni nel momento del sequestro. Non solo: quel telefono era presente nella stessa zona e nella stessa fascia oraria anche in altre tre giornate, quelle in cui furono fatti presumibilmente i sopralluoghi per l'azione. Ed era in contatto con Robert Seldon Lady, il capoantenna della Cia.
È il telefono del maresciallo Luciano Pironi, nome di battaglia "Ludwig".
Ludwig per un po' nega tutto. Poi, il 14 aprile 2006, ammette: "Oggi intendo dire la verità. Ammetto di essere stato presente il 17 febbraio 2003 in via Guerzoni e di aver richiesto i documenti ad Abu Omar... Ero convinto di partecipare a un'operazione d'intelligence che, secondo quanto mi era stato detto da Robert Lady, era stata organizzata e preparata d'intesa con il Sismi e il ministero dell'Interno al fine di reclutare Abu Omar come fonte informativa". Il maresciallo Pironi racconta dunque di essere stato reclutato per l'azione direttamente dal capoantenna Cia. E di avervi partecipato perché sperava di guadagnarsi così l'assunzione al Sismi, il servizio segreto militare italiano. Racconta anche che l'uomo che lo porta sul luogo del sequestro "era italiano o parlava perfettamente l'italiano". Descrive il sequestro e riferisce che gli uomini del Sismi erano a conoscenza di quella che Robert Lady chiamava "operazione congiunta".
Ludwig non conosceva soltanto l'uomo della Cia a Milano. Era in buoni rapporti anche con un altro protagonista di questa storia: Giuliano Tavaroli, l'ex brigadiere dei carabinieri diventato manager della sicurezza Telecom (e indagato numero uno nell'inchiesta sugli spioni raccontata nello scorso numero di Diario).
Ludwig sa degli ottimi rapporti tra Tavaroli e Marco Mancini, altro brigadiere dei carabinieri che, con carriera rapidissima, era arrivato ai vertici del Sismi; per questo chiede a Tavaroli di dargli una spinta per entrare nel servizio. Ma si sente rispondere che non è il momento, e che invece avrebbe potuto andare a lavorare con lui in Telecom. Ludwig si rende conto di essere stato usato e poi scaricato. Ma intanto si stringe il cerchio intorno agli uomini del servizio militare.
Mancini padrone del Sismi. Spataro e Pomarici cominciano a interrogare gli uomini del Sismi. E scoprono che prima del sequestro di Abu Omar, il servizio nel nord Italia aveva subìto un vero e proprio repulisti: i capicentro di Milano, Padova e Trieste erano stati sostituiti con uomini fedeli a Marco Mancini.
Nel 2002, Mancini aveva convocato a Bologna i capicentro del nord Italia, a cui aveva detto che "aveva bisogno di poter fare affidamento assoluto sui suoi capicentro".
A uno aveva detto esplicitamente che "tale disponibilità doveva essere estesa ad attività non ortodosse".
Alcuni funzionari accolgono con freddezza queste richieste: tra questi, il tenente colonnello Sergio Fedrico, capocentro a Trieste, e il colonnello Stefano D'Ambrosio, capocentro a Milano, uno che crede ancora nella "dignità che deve contraddistinguere un funzionario dello Stato". Cadono subito in disgrazia e sono poi sostituiti con uomini di Mancini che, già capocentro a Bologna, assume provvisoriamente il controllo di Milano e invia suoi uomini a Padova e Trieste: tutto il nord Italia (e quindi anche l'area che da Milano porta ad Aviano) è nelle mani di Mancini, spalleggiato dal suo diretto superiore, il capodivisione Gustavo Pignero.
D'Ambrosio, che è amico di Robert Lady, racconta ai magistrati le confidenze ricevute dal capoantenna della Cia: il rapimento di Abu Omar era un "progetto che era stato studiato da Jeff Castelli, responsabile della Cia a Roma e in tutta Italia, nell'ambito di precise direttive a lui impartite dagli Stati Uniti, dalla sede Cia a Langley".
A Milano entra in azione un Sog (Special Operation Group), con il sostegno del Sismi. Bob Lady confessa all'amico le sue perplessità sull'operazione: "Era sciocco prelevare una persona sottoposta a ottime indagini da parte della Digos, anche perché, continuando le indagini, era possibile un continuo monitoraggio della situazione e possibile anche l'identificazione di altri complici di Abu Omar. Bob era anche molto dispiaciuto all'idea di dover tradire la fiducia della Digos che nulla sapeva di quel progetto". Il capoantenna ha anche una pessima considerazione di Marco Mancini: confida infatti a D'Ambrosio che Mancini "era un mascalzone e che, mentre io e lui operavamo nell'interesse delle nostre rispettive patrie, lui operava esclusivamente nel suo personale interesse".
Ma Mancini, sovvertendo ogni tradizione e ogni gerarchia, è diventato l'uomo forte del Sismi. Anche grazie al suo rapporto privilegiato con gli americani: "Lady mi disse che si era offerto, più di una volta, come agente doppio, per poter continuare a operare nel Sismi, ma nell'interesse della Cia". D'Ambrosio chiede una prova di questo tradimento, ma Lady non gliela può fornire, perché se fosse entrato "nel sistema informatico", dove esisteva "traccia di tutto ciò", sarebbe "rimasta traccia a lui riconducibile". La Cia, comunque, aveva rifiutato l'offerta: "Da un lato temevano che fosse una provocazione, dall'altro temevano che Mancini fosse un personaggio troppo venale".
Il capocentro di Trieste, Sergio Fedrico, aggiunge un altro elemento importante: racconta ai magistrati che il suo successore, Lorenzo Pillinini, uomo di Mancini, si era vantato davanti a suoi sottoposti di aver partecipato "al sequestro di Milano", di "aver avuto un ruolo nella vicenda". Lo aveva fatto anche davanti alla macchinetta del caffè, come confermano alcuni testimoni del centro Sismi di Trieste, fra cui una segretaria: "Sì, disse una frase del tipo "Siamo stati noi" o "Abbiamo partecipato noi"". E il maresciallo Franco Gallo: "Tutti noi presenti ci meravigliammo della leggerezza con cui le sue parole furono pronunciate... Vi fu un generale imbarazzo...
Qualcuno di noi si allontanò rapidamente dal gruppetto vicino alla macchinetta del caffè e io fui tra quelli che si allontanarono, anche per evitare di apprendere notizie imbarazzanti". Il Sismi, dunque, sapeva. Non era affatto estraneo al sequestro. Lo provano, come abbiamo visto, le testimonianze raccolte dai magistrati.
Ma lo confermano i colloqui riservati tra i più alti funzionari del servizio. Con questi elementi in mano, la procura di Milano procede: il 5 luglio 2006, dunque, seconda clamorosa svolta in questa vicenda. Sono arrestati Marco Mancini e Gustavo Pignero, al momento dell'arresto entrambi direttori di divisione del Sismi; e Mancini è di fatto il numero due del servizio.
Gli intercettatori intercettati.
Come hanno fatto i magistrati di Milano a registrare le conversazioni di Mancini e degli altri papaveri del Sismi?
Con un meticoloso lavoro d'indagine, risalendo da telefono a telefono. Così gli intercettatori di professione sono finiti incredibilmente intercettati. E le manovre per depistare le indagini sono state ascoltate in diretta. Adamo Bove, il responsabile della sicurezza Tim, ex poliziotto della Dia (la Direzione investigativa antimafia) di Napoli, dà un importante contributo alle indagini, facilitandole dal punto di vista amministrativo (ma non è lui a rivelare i numeri da controllare, come è stato impropriamente scritto). Prima e dopo gli interrogatori della procura, gli uomini del Sismi si telefonano per raccontarsi com'è andata e per concordare le dichiarazioni. Ma sono intercettati. Così cadono le loro manovre. Crollata la prima reazione del Sismi (negare ogni coinvolgimento), la seconda linea di resistenza è attestarsi su un cedimento parziale: ammettere di aver ricevuto la richiesta della Cia di partecipare al rapimento, ma di aver rifiutato, dopo aver capito che "era una cosa illegale".
Le telefonate intercettate però smentiscono anche questa tesi difensiva (Mancini dice infatti a Pignero: "Era per prenderlo, come avevi detto tu") e fanno capire che "alcuni uomini del Sismi hanno avuto un ruolo diretto, sul campo, nello studio delle abitudini della vittima designata e dei luoghi dove il sequestro doveva avvenire": per questo lavoro, Mancini ha incaricato alcuni dei suoi agenti, come dice al telefono a Pignero. Vengono individuati.
A questo punto, dunque, è ricostruita la catena di comando verso il basso.
E verso l'alto? Anche Pollari.
Il 14 luglio 2006 si apprende che è indagato anche il numero uno, il direttore del Sismi Nicolò Pollari. Interrogato dai magistrati di Milano, non risponde, appellandosi al segreto di Stato. Ma lo incastra una registrazione realizzata da Mancini il 2 giugno, quando già sentiva che le indagini gli stavano facendo terra bruciata intorno: Mancini incontra Pignero, che nel 2003 era il suo diretto superiore, e a sua insaputa lo registra. Pignero racconta che l'ordine per l'operazione era partito da Pollari, il quale a fine 2002 gli aveva consegnato "una lista in inglese" ricevuta "da Jeff Castelli, il capo della Cia di Roma". Era l'elenco delle persone da "portar via", una decina di nomi, tra cui quello di Abu Omar (domanda ancora senza risposta: sono avvenuti altri sequestri Cia-Sismi, in Italia?).
Interrogato, Pignero nega tutto. Ma quando sente la propria voce registrata da Mancini, crolla: "È tutto vero. L'ordine partì da Pollari, che mi disse di aver ricevuto la richiesta da Jeff Castelli". Un'ulteriore conferma che Pollari sapeva arriva direttamente dal suo predecessore alla direzione del Sismi, l'ammiraglio Gianfranco Battelli. Interrogato dai magistrati di Milano, Battelli racconta che prima di lasciare il servizio, nell'autunno 2001, incontrò Jeff Castelli: era da poco avvenuto l'attacco dell'11 settembre e l'uomo della Cia in Italia gli disse che l'amministrazione americana aveva avviato un piano di extraordinary renditions per catturare e trasferire in prigioni segrete, senza processo né diritto di difesa, i sospettati di terrorismo (che possono così essere torturati in outsourcing, fuori dal suolo americano).
Battelli rispose di essere a fine mandato e consigliò il collega americano di riprendere il discorso con il suo successore. Lo stesso Battelli, durante il passaggio di consegne, informò Pollari di quella richiesta della Cia.
A questo punto, l'inchiesta sarebbe chiusa: la procura di Milano ha individuato gli agenti del Sismi che hanno preparato il rapimento e gli uomini della Cia che lo hanno eseguito; ha ricostruito la catena di comando, dall'ultimo maresciallo su su fino ai capidivisione e addirittura fino al direttore del servizio; ha fonti di prova pesanti, testimonianze incrociate, tabulati telefonici, intercettazioni; di più, ha perfino le ammissioni di gran parte parte degli indagati. Ma questa non è un'indagine normale.
Depistaggi. Questa è un'indagine in cui l'inquinamento delle prove e i depistaggi sono costanti. Comincia la Cia, subito dopo il rapimento: nel marzo 2003 invia alla polizia italiana (precisamente alla Direzione centrale polizia di prevenzione, da cui dipendono le Digos) una nota in cui si afferma che Abu Omar si è trasferito in una ignota località balcanica. A dir la verità, ancor prima era arrivata una nota del comando generale del Ros carabinieri che racconta, una settimana dopo il sequestro e dieci giorni prima della nota Cia, due cose false: che sarebbe stata accertata la presenza di Abu Omar all'interno del centro islamico di viale Jenner alle 13 del 17 febbraio 2003 (quando il sequestrato era invece già in viaggio per Aviano); e che l'egiziano "al momento della sua scomparsa avrebbe avuto con sé il passaporto e altri documenti, contrariamente a quanto era solito fare" (come a suggerire: l'espatrio è stato volontario; mentre invece la moglie ha testimoniato che, per evitare guai, Abu Omar girava sempre con i documenti). Da dove viene la solerte nota del Ros? È dettata dal Sismi.
Ma i magistrati di Milano scoprono che, per i depistaggi e il condizionamento della stampa, il Sismi ha un ufficio apposito, in via Nazionale a Roma.
Vi lavora un ex dipendente Telecom di nome Pio Pompa, in strettissimo contatto con il direttore del servizio Pollari.
Pompa continua l'eterna tradizione italiana del dossieraggio illegale: gestisce un archivio parallelo (ancora tutto da analizzare) che sfugge ai criteri di controllo e archiviazione a cui anche il servizio deve sottostare. All'ultimo piano di un anonimo palazzo di via Nazionale ci sono veline e dossier sul capo della polizia, Gianni De Gennaro. Su alcuni magistrati, tra cui Stefano Dambruoso, Armando Spataro, Edmondo Bruti Liberati. Su un buon numero di giornalisti. Su Telecom, poi, il Sismi dimostra un interesse ossessivo. Nell'ufficio di Pompa ci sono dossier su Telekom Serbija, vicenda basata su documenti "patacca" e personaggi da film di serie B, che ha però ottenuto il risultato di coprire di fango e tenere sotto scacco per anni Romano Prodi ("Mortadella"), Piero Fassino ("Cicogna"), Lamberto Dini ("Ranocchio"), raccontati come i beneficiari di tangenti sull'acquisto di Telekom Serbija da parte di Telecom Italia. E sul Nigergate, la storia dell'uranio che dal Niger sarebbe arrivato a Saddam Hussein, basata su documenti confezionati a Roma: falsi, ma molto utili agli Usa per sostenere la necessità di attaccare l'Iraq.
Pio Pompa tiene i rapporti con molti giornalisti. Da qualcuno (come Renato Farina, fonte "Betulla") attinge notizie (anche sull'indagine milanese) o ottiene informazioni su ciò che succede dentro i giornali. In altri casi tenta di "vendere" polpette avvelenate. Per esempio un falso dossier contro Prodi - secondo cui da commissario europeo avrebbe dato il suo via libera ai rapimenti Cia - subito "bevuto" da Libero e dal Riformista.
Per intorbidare le acque e diluire le responsabilità reali del Sismi in un più generale "sono tutti colpevoli", vengono seminate notizie false secondo cui la Digos di Milano era al corrente del rapimento, tanto da aver sospeso il controllo di Abu Omar proprio per permettere l'azione. E che il Ros faceva parte del gioco. Contro il magistrato Stefano Dambruoso, poi, si scatenano anche giornalisti in altre occasioni scrupolosi: lo accusano di aver coperto il sequestro, di essere il braccio degli americani dentro la procura di Milano, di avere contatti diretti con la Cia, di aver sbagliato apposta la data sulla richiesta di analisi dei dati telefonici, di essere andato a lavorare a Vienna e in seguito a Bruxelles grazie agli americani... Non è solo "guerra psicologica": riuscire a coinvolgere nella faccenda Dambruoso significa ottenere che le indagini siano strappate a Spataro e Pomarici e assegnate alla procura di Brescia, competente per le inchieste con indagati magistrati milanesi.
Il gioco non riesce, ma i veleni circolano in dosi massicce. Qualche giornale rilancia la notizia che al sequestro di Abu Omar avrebbero partecipato due "civili", due uomini di Telecom o legati all'ex manager della sicurezza Telecom Giuliano Tavaroli e all'investigatore privato Emanuele Cipriani. La procura di Milano smentisce.

C'è anche un "corvo", in questa storia, un anonimo che scrive lettere a giornalisti che seguono il caso Abu Omar e le invia da un ufficio postale di Roma Fiumicino.
La prima è datata 31 marzo 2006 ed è molto ben informata: contiene già il nome di Ludwig, il carabiniere del Ros che solo il 14 aprile confesserà di aver partecipato al sequestro. Come sempre in questi casi, qualche notizia vera è ben mescolata a spazzatura e falsità. Dallo stesso ufficio postale parte anche, a luglio, una lettera di minacce a Claudio Fava, europarlamentare Ds alla guida della commissione d'inchiesta del Parlamento europeo sui voli segreti della Cia: "Attento a parlare, o farai la fine di tuo padre", dice la lettera, spedita a un indirizzo secondario di Fava, che pochi conoscono e che non compare in alcun elenco. Il padre di Claudio è lo scrittore e giornalista Giuseppe Fava, fondatore dei Siciliani, ucciso da Cosa nostra il 5 gennaio 1985. "Attento a parlare"? Fava in un'intervista al Corriere della sera aveva detto: "Pollari deve dimettersi, nell'interesse del Sismi".
L'operazione di disinformazione più insidiosa e terribile è quella che ha colpito Adamo Bove.
Dal giugno 2006 viene fatta circolare con insistenza la notizia che è indagato, che è lui il responsabile delle "fughe di tabulati" da Telecom. Invece ha aiutato le indagini di Milano sul Sismi e quelle di Roma sugli spioni Telecom.
Il 21 luglio Bove muore, precipitando da un cavalcavia della tangenziale di Napoli. La procura di quella città apre un'inchiesta per istigazione al suicidio.
Le bugie di Pollari.
Anche il numero uno del servizio depista, intorbida, confonde. Nicolò Pollari non è una spia silenziosa. Parla, e molto. È intervenuto più volte al Copaco, il Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, magnificando le gesta del suo servizio ed enumerando gli attentati sventati in questi anni (a Roma in piazza San Pietro, a Milano nel metrò e alla stazione Centrale, a Torino alle Olimpiadi invernali...) e le attività eversive scoperte (addirittura una "scuola di kamikaze" attiva a Milano). Quest'ultima, scoprono i magistrati di Milano, è proprio una bufala. Gli attentati sventati, chissà.
Loquace sul resto, sul rapimento di Abu Omar, invece, Pollari è di poche parole. E quelle che dice sono sbagliate. Mente al Parlamento italiano, quando afferma di non sapere nulla del sequestro. E mente al Parlamento europeo, quando è chiamato a riferire davanti alla commissione sui voli Cia presieduta da Fava e dichiara che un suo anonimo informatore gli avrebbe rivelato che non ci sarebbe stato alcun sequestro, ma solo una messinscena, perché Abu Omar era d'accordo con la Cia: dopo il rapimento, dopo le torture, anche la diffamazione del prigioniero.
Comunque sia, l'indagine sul sequestro dell'imam è conclusa. Conclusa dal punto di vista giudiziario, ma aperta dal punto di vista politico. Perché Pollari, dopo che si sono sbriciolate tutte le sue bugie, si è appellato al segreto di Stato. Sostiene che la prova della sua innocenza è contenuta in documenti coperti dal segreto.
Dice ai magistrati: esistono carte che possono dimostrare "non solo la mia estraneità al fatto, ma la mia contrarietà e la mia opposizione al compimento nel territorio italiano di qualsiasi attività illegale a opera di servizi stranieri o dell'istituzione da me diretta". Però questi documenti sono segreti, così gli sarebbe impossibile difendersi. Intanto la procura milanese ha chiesto ai responsabili politici della sicurezza, cioè il presidente del Consiglio e il ministro della Difesa, di poter avere gli eventuali documenti sul sequestro Abu Omar. Romano Prodi e Arturo Parisi rispondono che esistono carte dal contenuto imprecisato, ma sono coperte dal segreto di Stato, posto dal governo precedente.
Dal punto di vista giudiziario non è un problema: il sequestro di persona è un reato gravissimo e non c'è segreto di Stato che lo possa coprire.
La Corte costituzionale ha già stabilito che l'opposizione del segreto non blocca l'indagine, se l'accusa raccoglie elementi di prova per altre vie: quello che la procura di Milano ha fatto. In più, esiste una sentenza della Corte di cassazione secondo cui il diritto di difesa non può fermarsi nemmeno davanti al segreto di Stato: dunque Pollari potrebbe già utilizzare il contenuto di quelle carte segrete.
Non lo fa. Perché vuole dare di sé l'immagine di un fedele servitore dello Stato, disposto a immolarsi pur di non infrangere il segreto. Ma anche perché vuole porre il problema politico davanti al governo. È stato nominato dal governo precedente, quello di Silvio Berlusconi, con un rapporto forte con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta. Sono loro ad aver avallato eventuali accordi internazionali o ad aver ricevuto eventuali documenti di generica "dissociazione" dalle prassi americane a cui oggi sembra aggrapparsi Pollari. Ma il nuovo governo non sembra aver voglia di mostrare alcuna "discontinuità" con quello precedente: nei suoi comunicati, pur dichiarando rispetto per le indagini giudiziarie in corso, ha ripetutamente confermato la sua fiducia nei vertici del Sismi. E più delle dichiarazioni contano, in questo campo, i segnali: e i segnali arrivati da Arturo Parisi, da Luciano Violante, da Massimo D'Alema, dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Micheli (incaricato dei rapporti con i servizi) non sono cattivi per Pollari.
Certo, è necessaria una grande prudenza quando si tratta di istituzioni dello Stato, quando si interviene nel campo delicatissimo della sicurezza nazionale, del contrasto al terrorismo, degli accordi internazionali con il più potente alleato dell'Italia. Ma la prudenza può essere più forte del rispetto per la Costituzione e per i diritti umani? Il governo di centrosinistra ha buoni motivi per non sottolineare la "discontinuità". Motivi di politica internazionale: meglio non sconvolgere gli equilibri con gli americani. Motivi di politica interna: meglio non aggiungere nuovi elementi di contrasto tra le disparate componenti della coalizione. Motivi di prudenza: meglio non provocare chi ha in mano tante informazioni, tanti dossier, tante intercettazioni (comprese quelle tra l'allora presidente di Unipol Giovanni Consorte e Nicola Latorre, braccio destro di Massimo D'Alema, oggi ministro degli Esteri). Eppure, anche lasciando perdere le pendenze giudiziarie, sarebbero molti i motivi che suggerirebbero di far prevalere la "discontinuità" con l'attuale gestione del Sismi: per una spia, non sapere è perfino peggio che infrangere la legge; ebbene, è lunghissimo l'elenco delle cose che Pollari dice di non sapere.
Non sa nulla di un sequestro di persona di cui scrivono i giornali di tutto il mondo. Non sa nulla di un collaboratore, Pio Pompa, che arruola come fonti alcuni giornalisti (cosa esplicitamente vietata dalla legge), raccoglie dossier illegali, diffonde false informazioni (anche sull'attuale presidente del Consiglio). Non sa nulla dello strano commercio d'informazioni, tabulati e intercettazioni che avviene nella più grande azienda italiana di telecomunicazioni. Non sa nulla degli intrecci tra Telecom, Sismi e Cia. Non sa nulla di Telekom Serbija. Non sa nulla del Nigergate. Non sa nulla delle fughe di notizie dai tribunali, che coinvolgono indagati importanti come Berlusconi o intercettati eccellenti come Fassino a colloquio con Giovanni Consorte. Ciò nonostante, finora ha prevalso la prudenza. Il coinvolgimento nel sequestro, i dossier di via Nazionale e i rapporti con Telecom concorrono a determinare la più grave crisi degli apparati di sicurezza in Italia dai tempi della P2. Ma il governo, un governo di centrosinistra, decide di non decidere e rimanda ogni decisione a dopo le vacanze. (Diario, 1 settembre 2006)
Sismi, la campagna d'Iraq.
Certezze e domande su Enzo Baldoni, il collaboratore di "Diario" rapito due anni fa, nell'agosto 2004. E infangato dal Sismi e dalla fonte "Betulla" Renato Farina, per trenta (o trentamila) denari. Le operazioni compiute dal Sismi in Iraq sono ancora coperte da un velo di mistero. Che cosa ha fatto il servizio segreto militare prima, durante e dopo il sequestro di Fabrizio Quattrocchi e degli altri tre contractor italiani rapiti con lui? Come si è mosso durante la prigionia di Simona Pari e Simona Torretta? Come è arrivato alla liberazione di Giuliana Sgrena e alla morte di Nicola Calipari? Nell'ufficio riservato di via Nazionale a Roma, regno di Pio Pompa, i magistrati di Milano che indagano sul Sismigate hanno sequestrato molto materiale, ora al vaglio di un consulente a cui è stato imposto di lavorare nella segretezza più assoluta. Ma c'è un capitolo dell'attività del Sismi in Iraq su cui si può già sollevare qualche velo, allineando i fatti e le testimonianze oggi disponibili.
E, contemporaneamente, mettendo in fila le domande che ancora restano senza risposta. È la vicenda di Enzo Baldoni, il collaboratore di Diario rapito e ucciso due anni fa.
Enzo viene sequestrato il 20 agosto 2004, mentre è alla guida di un convoglio della Croce rossa italiana che sta portando aiuti e assistenza sanitaria a Najaf, assediata dalle truppe americane. Primo giallo: la missione era partita senza autorizzazioni da Roma, sulla spinta dell'entusiasmo di Baldoni che aveva contagiato il direttore della Croce rossa a Baghdad, il suo vecchio amico Beppe De Santis? Oppure l'autorizzazione c'era,  seppur solo informale, ed era legata alla possibilità di Baldoni e De Santis di portare a casa una lettera indirizzata al papa e firmata dal capo della guerriglia sciita di Najaf, Moqtada al Sadr, una missiva che accreditasse il commissario straordinario della Croce rossa Maurizio Scelli e lo consacrasse mediatore tra la guerriglia e il Vaticano?
I diversi protagonisti di questa vicenda, interrogati da Diario, su questo punto hanno finora dato risposte opposte. E perfino della relazione sulla missione, firmata da De Santis, esistono - ha scoperto Diario - due diverse versioni, una che accenna alla missiva di al Sadr "con la richiesta al commissario Cri di intercedere presso il Santo Padre"; e un'altra, più breve, che non vi fa cenno. I documenti del Sismi riusciranno a chiarire questo giallo?
Autorizzato o no, il convoglio della Croce rossa italiana tra le 11 e le 12 di quel venerdì 20 agosto viene attaccato nelle vicinanze di Latifiya, mentre sta per rientrare a Baghdad. La prima auto della carovana è quella di Baldoni e del suo autista e amico Ghareeb, ed è bloccata da un'esplosione. Il resto del convoglio, agli ordini di De Santis, appena può dà l'allarme e rientra in tutta fretta nella capitale irachena. A questo punto comincia un'incredibile campagna di denigrazione di Enzo e del suo autista, che ha come ispiratore proprio il Sismi (e come prima cassa di risonanza il commissario straordinario Maurizio Scelli).
Enzo ha passato gli ultimi giorni della sua vita sotto la bandiera considerata la più sicura al mondo, quella della Croce rossa. Durante la missione a Najaf del 19 e 20 agosto non si è mai allontanato neppure per un attimo dai mezzi e dagli uomini della Cri. Quando è stato attaccato e portato via dai rapitori è alla guida, come apripista, del convoglio di De Santis. Eppure per giorni e giorni questa semplice verità - poi ristabilita da Diario sulla base delle testimonianze degli uomini della Cri che componevano il convoglio - viene travisata da agenzie e giornali che raccontano tutta un'altra storia: Baldoni, freelance spericolato e avventato, sarebbe misteriosamente scomparso in circostanze poco chiare già da giovedì 19 agosto, mentre era a caccia di non meglio precisati scoop. Non solo: l'italiano si era messo incautamente nelle mani di un personaggio oscuro e infido, il palestinese Ghareeb, impegnato in chissà quali doppi o tripli giochi.
Fonte di questa campagna di disinformazione: il Sismi e Scelli.
"Vacanze intelligenti".
In prima fila, a suonare la grancassa della denigrazione, c'è Libero, il quotidiano della fonte "Betulla" (Renato Farina), forte di un rapporto privilegiato con il servizio segreto militare: definisce Enzo "un pirlacchione" e lo dipinge come un perdigiorno a caccia d'emozioni, sotto l'incredibile titolo di prima pagina "Vacanze intelligenti". Ma anche altri giornali abboccano all'amo del Sismi. Seminano a piene mani dubbi e veleni sul povero Ghareeb. E diffondono insinuazioni su Baldoni. Su Repubblica, per esempio, l'inviato Luca Fazzo domenica 22 agosto scrive: "Sono scenari ancora vaghi. Pronti a venire spazzati via se Baldoni riapparisse. "Ma a quel punto", dice uno degli uomini che in queste ore si stanno dannando per salvarlo, "sarebbe lui a doverci qualche spiegazione"".
Luca Fazzo, abbiamo appreso oggi, era in contatto con uomini del Sismi, da Marco Mancini al capocentro di Milano. Gli "uomini che si stanno dannando per salvarlo" sono, appunto, gli agenti della "Ditta". E insinuano, attraverso Fazzo, che Enzo, una volta ricomparso, avrà il suo bel da fare per spiegare che cosa ha combinato, dove è finito, in che guai è andato stupidamente a infilarsi. Dando da lavorare agli uomini dell'intelligence, che avrebbero ben altro da fare. Si consolida così, sulle pagine di uno dei più autorevoli quotidiani nazionali, l'immagine di Baldoni "pirlacchione", poco professionale, turista per caso a caccia di emozioni. Oppure perfino peggio: imbroglione, truffatore, simulatore.
È ciò che avrà il coraggio di esplicitare il solito Libero vicediretto da Renato Farina. Martedì 24 agosto Al Jazeera manda in onda il video dell'Esercito islamico in Iraq che rivendica il rapimento e mostra il rapito. La tv araba ha come corrispondente da Roma Imad El Atrache, grande amico di Farina e, secondo questi, collaboratore del Sismi con il nome in codice di fonte "Cedro". La campagna di denigrazione non si ferma neppure davanti alla prova che Baldoni è stato davvero rapito, anzi ha uno scatto. Scrive infatti su Libero Renato Farina-Betulla: "Gli esperti dell'intelligence atlantica hanno molti dubbi su tutta la vicenda. Il volto del prigioniero non rivela contrazioni inevitabili per chi si trovi sull'orlo dell'abisso. Non appaiono intorno all'italiano uomini armati e mascherati. Potrebbe essere una recita".
Ecco dunque in azione l'agente che si è gloriato di essere impegnato nella Quarta guerra mondiale, ecco in che cosa consiste la crociata rivendicata con orgoglio da Farina (e remunerata con almeno 30 mila euro): ipotizzare una messinscena per gettare fango su un giornalista coraggioso e scrupoloso.
Pino Scaccia, il giornalista Rai che ha diviso con Baldoni una parte del suo viaggio in Iraq, torna sulla vicenda nel suo blog, l'8 luglio 2006. Riporta le parole scritte da Farina nella sua lettera a Vittorio Feltri dopo la scoperta dell'agente Betulla: "Mi ricordo la tua sfuriata di quando ero andato vicino all'Iraq senza dirti nulla, e in più scrivendo un articolo sui tagliatori di teste di un camionista bulgaro vicino al luogo del delitto". Commenta Scaccia: "Ecco la perla delle perle: "Mi ricordo la tua sfuriata di quando ero andato vicino all'Iraq senza dirti nulla". Di quando era andato vicino all'Iraq. Avete capito, è andato vicino all'Iraq. Ma che atto eroico. Vicino.
Gente come noi, e siamo tanti, che dentro l'Iraq c'è stata per mesi e si è trovata fisicamente tra due fuochi, quello aberrante dei terroristi islamici e quello dell'arroganza americana, che cos'è? Altro che eroi, siamo martiri di questa professione. Pensate, siamo andati là a raccontare quello che succedeva. Non vicino, dentro.
A capire non attraverso una telefonata a via Nazionale, ma con l'ardire di guardare con i propri occhi. Noi giornalisti professionisti e magari qualche freelance curioso e coraggioso come Enzo che addirittura ci va gratis. Pensate, noi due quel giorno che andiamo a Najaf per vedere da vicino perché un giovane pazzo furioso come al Sadr aveva deciso di fare la guerra a tutto e a tutti. Sentirsi una bomba sotto il sederino, tremare insieme in una stradina cieca per le cannonate. Sul filo del rischio... Finalmente forse ho capito quel pezzaccio di Farina contro Enzo: invidia, semplicemente invidia".
Invidia, ma rinforzata dai 30 mila euro che facevano di Betulla un fedele soldato agli ordini di Pio Pompa e Nicolò Pollari, direttore del Sismi.
Finale di partita. Poi, due giorni dopo, arriva la notizia finale. Nella tarda serata di giovedì 26 agosto 2004, intorno alle 23.30 italiane, Al Jazeera comunica di aver ricevuto un video sull'esecuzione del giornalista, che non trasmette per rispetto e per non urtare la sensibilità degli spettatori. Nelle redazioni dei quotidiani si vivono momenti concitati: bisogna scrivere in fretta per rispettare i tempi di chiusura. Intorno a mezzanotte e mezzo le agenzie di stampa cominciano a mettere in circolazione alcune informazioni. Nel video di Al Jazeera "vi sarebbero immagini confuse di una colluttazione conclusasi con l'uccisione dell'ostaggio mediante colpo di arma di fuoco", recita un dispaccio dell'Ansa delle 00.30. All'una e 32 la stessa agenzia precisa, sempre al condizionale, che la colluttazione sarebbe una "probabile conseguenza di una reazione estrema dell'ostaggio qualche attimo prima dell'esecuzione".
Diario ha accertato che, nelle stesse ore, fonti del Sismi accreditavano la stessa tesi attraverso i loro abituali canali di comunicazione con i maggiori quotidiani italiani.
Il giorno dopo, venerdì 27, soltanto il Corriere della sera dà risalto alla tesi del video in cui Enzo si ribella ai suoi rapitori e soccombe. Quel giorno circolano anche altre notizie: "Un'autorevole fonte dei servizi segreti" rivela all'Ansa che la liberazione di Enzo sembrava cosa fatta, ma poi "tutto è precipitato per un fatto imprevedibile avvenuto in loco".
Dunque: il Sismi stava per liberare Baldoni, ma lo sciocco, ribellandosi ai suoi carcerieri, ha rovinato tutto e si è fatto uccidere. Naturalmente è tutta una menzogna: non esiste alcun video dell'esecuzione, ma solo un fotogramma del corpo di Enzo; non vi è stata alcuna drammatica colluttazione, nessuno ha notizie di tentativi di fuga. Tutto falso, ma tutto accuratamente messo in circolazione dai nostri specialisti in fango e disinformazione. La smentita, seppur indiretta, arriva dal ministro degli Esteri Franco Frattini, il quale riferisce al Parlamento che l'ambasciatore italiano in Qatar, Giuseppe Buccino, aveva potuto vedere negli studi di Al Jazeera non un video, ma un singolo fotogramma, probabilmente lo stesso che sarà poi messo in rete su un sito dell'Esercito islamico il 7 settembre.
Sabato 28 settembre, su Repubblica, Carlo Bonini accusa esplicitamente i servizi di aver diffuso la notizia del video per accreditare la tesi dell'evento imprevisto che fa saltare le proficue trattative in corso. La bufala sembra ormai sgonfiata. Ma Betulla continua, anzi esagera. Su Libero, il vicedirettore descrive il video della colluttazione con dovizia di particolari: "Verso le 18 di giovedì, alla scadenza dell'ultimatum, Enzo viene bendato... Baldoni si strappa la benda, getta la kefiah palestinese che gli avevano messo indosso. E si batte... mentre Enzo si contorce e grida, gli sparano alla schiena, alla testa". Farina aggiunge che, a questo punto, "il filmato non va più bene alla propaganda", quindi i rapitori mandano ad Al Jazeera soltanto "un fotogramma". Ma se il video non è stato mandato alla tv araba, allora chi è riuscito a vederlo per raccontarlo a Farina? E come ci è riuscito?
La bufala, in tutta evidenza, non sta in piedi neppure dal punto di vista logico, ma a Farina e alla "Ditta" non importa: la disinformazione è realizzata, il fango è gettato. Betulla ha portato a termine la sua missione, in nome dell'Occidente cristiano, del papa e dei suoi trenta, o 30 mila, denari. Il Sismi, che in questo sequestro non è riuscito neppure a capire che cosa stesse accadendo, ne esce con l'aria di chi era a un passo dalla liberazione dell'ostaggio, impedita da un Baldoni che rovina tutto a causa della sua irruenza e dabbenaggine.
Così Enzo e Ghareeb sono stati uccisi due volte: una dai terroristi, la seconda dai loro denigratori. Che cosa c'entra la Quarta guerra mondiale e il sacro fuoco di Betulla in lotta contro il terrorismo, con il fango, la calunnia e l'oltraggio gettati su un giovane italiano sequestrato e ucciso dai terroristi? Il pio Farina, compiuta la sua missione, non ne parlerà più e riprenderà a scrivere d'altro, senza fermarsi mai.
Non a lui, ma a chi dentro il servizio ha ancora il senso delle istituzioni, chiediamo: che cosa è davvero successo in Iraq e a Palazzo Braschi, sede del Sismi, nell'agosto 2004? Perché si è voluto infangare Enzo? Chi sono i registi dell'operazione?
Perché l'aria poi cambierà, per fortuna, quando a essere rapite saranno le due Simone e Giuliana Sgrena? E perché è morto Nicola Calipari?