*Cazziatoni
& Pannoloni*
Ottimo articolo Giuliana, bravissima! Laura
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*Le
Mani sulla Rosa*? Beh,
non c'è che dire:
Esimia D'Olcese, questa volta
mi sei piaciuta più che altre volte. Anche se io sono rimasto un "sinistro"
come recentemente hai chiamato quelli che siedono alla sinistra del governo.
Ti apprezzo e ti ringrazio della chiarezza di idee che esponi su un sito
che, come questo, non offre certo notorietà e gloria.
Una ragione aggiungerei
a quelle portate per un governo di salute pubblica, questa: siamo in tempi
apocalittici, dove l'opera concorde dei più sani, e cioè di quelli che non
hanno troppi interessi da difendere, potrebbe contare qualcosa di più. E
questo in grazia, anche, delle gerarchie religiose di ogni provenienza e
concezione.
Non è sopportabile la
lotta di dio contro Dio che hanno posto in scena dal Papa di Roma agli ayatollah
dell'Iran, nonchè dalle varie fazioni del cristianesimo e dell'islamismo.
L'aspirazione alla bomba atomica, ormai così generalizzata, rende veramente
un'unione di uomini di buona volontà e senza interessi particolari.
E per questo sono pronto,
se me ne darà modo, di non vedere più l'odiato Cavoliere Berlusconi come
il cantante da diporto divenuto miliardario. Le condizioni in cui versa
la vita del pianeta postula veramente l'alleanza di tutti gli "uomini di
buona volontà!". E ti sono grato di avere avviato questo discorso, anche
se non sei giunta alle estreme conseguenze cosmiche: intanto proprio oggi,
alle 13 ho saputo dalla TV di un possibile nuovo tzunami ed ho visto nevicare
in Australia.
Spero solo che questo non rafforzi le speculazioni fideistiche cresciute
all'ombra della "Madonna della neve", tipica di una religione che ha mandato
la madre del suo Redentore a combattere nella Battaglia di Lepanto come
una Minerva della mitologia greca, affibbiandole poi il nomignolo-attributo
di "Regina delle Vittorie. Sincerissimamente ti ringrazio per il tuo pezzo
Le Mani sulla Rosa. Luigi Melilli
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La Pearl Harbour dell'Ammiraglio Capezzoto
Carissima - se me lo permetti
- è da tempo che il mio computer era in panne. La presente per dirti che
ti leggo sempre perché sei spiritosa, immaginifica, vivacissima, e insomma
intelligente ed espressiva. Quanto a condividere la tua posizione politica...
beh, ce ne corre! ma non si può discutere con chi è della stessa tendenza
o vicino per molti motivi. Ho sempre pensato che le idee non dividono gli
uomini, neppure dalle donne, se sono disinteressate e sincere e lo penso
soprattutto per te, che sai persino sceneggiare - pregio tutto napoletano
che è con me giustamente in lutto per la perdita del suo Re indiscusso e
che amavo pur non essendo di Napoli.
Ma scusa: Capezzone come il genio di Pearl Harbour il colonnello Ysoioco
Uakamoto... Ma forse la fantasia napoletana sta proprio in paradossi come
questo, che ebbero effetti terrificanti. Per il resto brava: io non cambierei
i Prodi e buoni con i Berlusconi, che ha tanto autorispetto da essere diventato
- è guarito da poco -succube di chi era aduso a chiamarlo Berluscaz. Potrei
qui parlarti del celeberrimo documento di Capua, mi pare, dell'800 dopo
Cristo, dove si parla do "Kelle terre per kelli Fini, ma forse ringiovanirei
pure l'altro eroe bolognese, della combriccola che nella tua mente tencona.
Ho ancora il computer che mi fa capricci, perché trovare un tecnico che
gli dia una riassettata è più difficile di trovare politici di buona volontà.
Non perderei un tuo scritto neppure per una compartecipazione all'asse ereditario
di Berlusconi senza domandarmi il come è avvenuta l'accumulazione di ciò
che sarà ereditato. Se mi degni della tua simpatia, ti ripeto un caro saluto,
ma caro nel senso napoletano, e quindi di cuore e non nel senso berlusconico,
che inerisce la valuta. Salutissimi di un puggimianese, che - dopo aver
scritto circa tremila sonetti dell'Osteria Nazionale, più d'un centinaio
dedicati all'Era Berluscronica, ora si è arreso.
Non sono un maratoneta,
ne' so cantare, non solo alla napoletana ma neppure alla berlusconiana.
Luigi Melilli
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Il peggior
governo della nostra vita
Mai s'era vista tanta confusione e tanta incompetenza, purtroppo anche in
economia. E partiamo da questa; se si vuol far riprendere l'economia in
un paese (quasi) liberale come il nostro, il primo atto è quello d'una diminuzione
delle tasse. I più poveri staranno meglio e il più ricchi avranno nuovi
capitali da investire, nuovi investimenti significano più ricchezza per
tutti. Invece questi, non sapendo come trovare i danari inventano le tasse
più fantasiose: ieri si era a 56 nuove tasse, oggi non so, perché vengono
continuamente cambiate le carte in gioco. Ma al fondo non c'è limite, ecco
qualche esempio:
1. hanno portato al 20% le rendite finanziarie, colpendo
così soprattutto i risparmi delle famiglie già tartassati da Cirio, Parmalat,
Bond argentini, ecc.
Così gli speculatori investiranno altrove facendo diminuire l'afflusso di
capitali in Italia con conseguente minor ricchezza e impoverimento.
2. hanno
attuato minime e marginali liberalizzazioni, ma se si vuol liberalizzare
davvero occorre iniziare dalla RAI. Ci leveremo di torno un carrozzone per
il quale le famiglie devono anche obbligatoriamente pagare una tassa di
mantenimento (canone). Anche l'aumento delle dosi di cannabis non va nel
senso liberale, poiché si dovrebbe tutelare le scelte individuali e invertire
la politica proibizionista che è fonte di guadagni per la malavita. Il proibizionismo
in USA fu la ricchezza di Cosa Nostra.
3.
hanno bloccato le grandi opere con scuse puerili e illogiche: in realtà
non sanno dove trovare i soldi. E così il ponte di Messina torna nella sfera
dei sogni.
4.
non si capisce più niente nelle scelte finanziarie del governo, ma è logico
che sia così, l'ammucchiata di sinistra nacque solo in funzione antiberlusconiana.
In realtà ci sono almeno tre sinistre, con progetti e teorie economiche
del tutto diversi e conflittuali Potrei sbizzarrirmi a lungo sui punti più
irrazionali che cambiano di giorno in giorno, ma voglio solo ricordare le
recenti figure meschine di questo governo realmente impazzito, che non commemora
adeguatamente i martiri di Nassiyria, mentre il proprio ministro delle Finanze
si becca giustamente l'epiteto del "peggior ministro delle Finanze della
CEE". "Una finanziaria da urlo", come ha detto l'UGL, mentre Prodi replica
"L'Italia è impazzita", invece è il re che è nudo, e il governo è il peggior
governo della nostra vita, guidato da un premier che è lui ad essere impazzito.
La speranza è che se ne vadano via al più presto, di danni ne hanno già
fatti a sufficienza, basta con la tassazione creativa dei Visco; a questo
punto penso che anche buona parte dei "coglioni" siano rinsaviti: ridateci
Berlusconi e anche Tremonti, per favore e, alla svelta! Vittorio Baccelli
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*Cazziatoni
& Pannoloni*
Esimio Paolo, visto
la tua vignetta su www.virusilgiornaleonline.com/rubricadol.htm ?
E hai letto che su *Cazziatoni & Pannoloni* il Giornale ci ha fatto
su un articolo?
Certo che non è che la domenica i giornalisti alle 10:38 stanno in ascolto
di Radio radicale... il Giornale come tutti i giornali ecc. ha ricevuto
*Cazziatoni & Pannoloni* e ci ha fatto l'articolo cosa che a me fa molto
piacere. Se avessi sentito anche tu la trasmissione da Recalmuto avresti
trasecolato sia x le cose che ha detto Pannoloni sia perchè, x chi segue
Radio radicale, è un violentissimo ed ingiusto tormento doversi sorbire
le incursioni a tappeto di Pannolon de' Pannoloni ogni volta che parla Cepezzon
de' Capezzoni. Ma, nonostante tutto il trasporto e l'amore giornalistico
che abbiamo x Bordin, non ti pare che il direttore responsabile di un organo
di informazione dopo qualche concessione dovrebbe dire alla redazione che
neanche a Pannolone è concesso di interrompere le trasmissioni infilandovisi
di prepotenza ogni volta che parla Capezzone e ciò, oltre a tutto, per fare
dei cazziatoni a lui e al giornale e al giornalista di turno???
Pannoloni, te lo dico io, non ha retto al boxone del Corrierone e gli sono
saltati i nervi e el qu' ! (,-) gd'o
-----
*Vignette,
Cazziatoni & Pannoloni*
Morale del giorno: E di m'è rott 'o sasiccio e m'e scassato 'o sasiccio.....
scomparvero i radicali. (,-)
Sì ho visto ora anche su il Giornale.it ma i radicali fanno
solo casino potrebbero essere una vera alternativa ma fanno solo gazzarre.
E' sempre uno dei partiti più democratici che esista in circolazione ma
i radicali stufano con una marea di chiacchiere. L'ottimo Capezzone purtroppo
non ha il carisma del leader e ha troppo l'aria da saputello. Cappato sembra
sempre un po' inebetito dal fumo e madonna Emma... Benedetto della Vedova
dice cose interessanti. Insomma voci soliste ma poca struttura e molta inconcludenza.
Stanno al governo ma butteranno un'occasione d'oro. Oltre all'entusiasmo,
all'intelligenza e alla passione civica ci vuole un minimo di carattere
e di struttura ed Enrico si romperà il sasiccio e manderà gli autori quelle
che anche tu consideri querule diatribe e sceneggiate da "checche isteriche"
a quel paese. Piaccia o no al momento l'unico partito strutturato capace
di portare un progetto seriamente sono i DS; se non ci fossero loro al momento
tra un'opposizione berlusco-girotondina... (ma a che cacchio si oppongono
se sono stati con una maggioranza mai vista e non hanno fatto una minchia?)
e la componente democristina faremmo una fine ancora peggiore.
P
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*Vignette Cazziatoni & Pannoloni*
Morale del giorno: E di m'è rott 'o sasiccio e m'e scassato 'o sasiccio.....
scomparvero i radicali. (,-)
Cià cià cià! Vista la tua vignetta? è su www.virusilgiornaleonline.com/rubricadol.htm
Su Cazziatoni & Pannoloni il Giornale
ci ha fatto su un articolo perchè è certo che alle 10:38 della domenica
non è che i giornalisti stanno in ascolto di Radio radicale... il Giornale
come tutti i giornali ha ricevuto Cazziatoni & Pannoloni e ha fatto
l'articolo cosa che mi fa molto piacere. Se avessi sentito anche tu
la trasmissione da Recalmuto avresti trasecolato sia x le cose dette
da Pannoloni sia perchè, x chi segue Radio radicale, è un eterno tormento
doversi sorbire le incursioni a tappeto di Pannolon de' Pannoloni ogni volta
che parla Cepezzon de' Capezzoni. Ma con tutto il trasporto e l'amore giornalistico
che abbiamo x Bordin, non ti pare che il direttore responsabile di un organo
di informazione, dopo qualche concessione, dovrebbe dare lo stop e dire
alla redazione che neanche a Pannolone è concesso interrompere le trasmissioni
infilandovisi di prepotenza ogni volta che parla Capezzone e ciò, oltre
a tutto, per fare dei cazziatoni a lui, al giornale e al giornalista di
turno che hanno scatenato le sue ire culattiche-megagalattiche??? Pannoloni
non ha retto al boxone del Corrierone e gli sono saltati i nervi, e el qu'
! Ciao gd'o
-----
Caro
Capezzone, hai fatto molto bene a rivolgerti agli iscritti,
ai simpatizzanti e ai
militanti. Soffriamo tutti da troppo tempo per i gesti incomprensibili e
sconsiderati di Marco che sembra uscito fuori di senno e francamente ha
rotto le palle a tuttissimi, stampa compresa. Ieri, domenica mattina, è
stato il massimo dello sconcio e della inaudita violenza che fa ogni volta
che tu parli alla radio.
Questa storia deve finire
ma anche Bordin, che dirige la Radio, dovrebbe rientrare nei "parametri"
dei direttori responsabili.
Non se ne può veramente più. Il tutto è, ed è stato, una tale soperchieria
continua e insopportabile da spingermi a rinunciare ai miei svaghi
e impegni domenicali per scrivere ed inviare il mio pezzo urbi et orbi,
a iscritti, militanti, simpatizzanti e tutta la stampa compresi.
Coraggio! gd'o
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*Cazziatoni & Pannoloni*?
Basterebbe che Pannella, Prodi e i vertici del Corrierone si scambiassero
qualche sms...
:-))) abbracci
forti, grazie per tutto, Daniele
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Trame segrete
ed anime dei morti
Il depistaggio
è in atto, per nascondere movimenti illeciti di denaro e responsabilità
enormi. I nomi russi fanno credere che si tratti di un romanzo, l'enormità
delle colpe serve a farle sembrare impossibili. Presto il depistaggio, in
perfetto stile Telekom Serbia, si gioverà anche di qualche superficiale,
diciamo pure di qualche cretino.
Si scatenerà l'ilarità contro quanti negano che gli elefanti possano volare
e, del resto, già si dice che Litvinenko si è suicidato (passando un paio
di settimane a vomitare se stesso). Non leggete quel che segue, se cercate
la "verità", perché non la conosco. Riconosco le bugie e le paure, però.
Le democrazie occidentali, ed in modo particolarissimo l'Italia, erano infiltrate
da agenti sovietici. Da noi c'era anche il più grande partito comunista
operante, legato ai sovietici.
Alcune di queste trame (non tutte) si trovano nell'archivio Mitrokhin, altre
ci sono state raccontate da storici coraggiosi. Quel mondo non è sparito
d'incanto, con il crollo del comunismo sovietico, né si sono di botto prosciugati
i fiumi di denaro che lo irrigavano. Vale la stessa cosa se vista con gli
occhi interni all'odierna Russia.
Il controllo di quella ricchezza, ovvero delle intermediazioni nel commercio
con l'estero, aggiunto al desiderio (di pochi) di raccontare il passato,
scatena la guerra interna, che si riverbera nella rete esterna di uomini
e denari. All'estero convergono due interessi: quello dei collaboratori
di ieri a non essere scoperti, e quello di chi ancora inzuppa il pane. All'interno
della Russia la stretta autoritaria di Putin minaccia tanto gli oppositori
quanto le aree d'autonomia dei servizi.
I morti sono conseguenza della guerra. Da noi una commissione parlamentare
era incaricata di fare luce. Chi la guidava non ha brillato per sintesi
ed efficacia.
Chi l'avversava l'ha seppellito nel silenzio, pronto ad usare il ridicolo
e, se necessario, l'aggressione penale. Roba da matti, dicono, invece d'indagare
sulle spie chiedevano di Prodi. Già, Prodi. Erano Rosse le Brigate che ammazzarono
Moro, addestrate dall'est, armate dai palestinesi che erano armati dai sovietici.
Erano democristiane, invece, le anime dei morti che depistarono le indagini,
scegliendosi Prodi come medium. O indaghiamo sui vivi, o ce la pigliamo
con i morti.
Davide Giacalone
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*Cazziatoni & Pannoloni*
Abbiamo scoperto finalmente a cosa serve un governo come quello che possediamo
in questo momento e che fa dell'Italietta nostra, le regina dei varietà
da cabaret che vanno continuamente in scena in mezzo mondo. Esclusivamente
a mettercelo nel... a prescindere dai nostri gusti o dai nostri orientamenti
sessuali.
Abbiamo un presidente del consiglio che a furia di sedute spiritiche e probabilmente
anche di bevute di lambrusco semireggiano, ha deciso che solo lui possiede
la verità globale e l'onniscienza divina. Ci delizia giornalmente con le
sue amenità e non dobbiamo prendere cappello se ci dice pubblicamente che
siamo pazzi, lui è fatto così, lo abbiamo sempre saputo. A pensarci bene
forse l'unica differenza rispetto al Prodi di qualche anno fa consiste nell'aggravarsi
della strana malattia di cui è più che evidentemente affetto e che tutti
fingono di ignorare, persino Lei carissima e stimatissima Giuliana. Ma possibile
che non si evidenzi che il modo di esprimersi (intendo la comunicazione
verbale) e il modo con cui atteggia la facciona mortadellosa nonchè quegli
ignobili e preoccupanti sorrisi che sfoggia quando il giornalista di turno
gli fa la domandina impertinente, denunciano una condizione mentale abbondantemente
compromessa da cui derivano ovviamente le facezie e le puttanate che si
inventa continuamente??? Io non ce l'ho con lui, non posso arrabiarmi con
i malati, ma mi piacerebbe tanto prendere a calci nel culo quei milioni
di miei concittadini (al netto delle truffe e truffette perpetrate ai seggi
dagli straordinari volontari D.S. con l'unità in tasca e il distintivo alla
giacca acquistata alla Coop) che lo hanno mandato dove si trova adesso.
Che bravi, che virtuosi, che altruisti, che pezzi di merda!!!! Non dovròmica
cominciare io alla non più verde età di 58 anni???
Su Pannella e
Capezzone non dico nulla, tanto non esistono, preferisco Fiorello e Baldini.
Sempre suo, amata Signora Giuliana, e se si decide a passare da Bologna
la invito a cena al "Diana". Marcello Bruo
Il “manifesto dei
volenterosi”, di Daniele Capezzone, Paolo Messa, Nicola Rossi e Bruno
Tabacci, con le prime adesioni
NlL
DIFFICILE VOLENTI
il Manifesto dei
Volenterosi
Era il 1994 quando il professor Prodi,
insieme al premio Nobel Modigliani e altri autorevoli economisti, firmò un
appello all’allora premier Berlusconi stigmatizzando la scelta di quel governo
di rinunciare alla riforma delle pensioni. Era il 1997 quando, divenuto Prodi
presidente del Consiglio, si insediò una commissione presieduta dal professor
Paolo Onofri che elaborò alcune serie proposte di riforma, rimaste lettera
morta. Governare è difficile. Avere il coraggio di rischiare è ancora più
difficile.
Ma possono le inevitabili difficoltà frenare il
futuro del nostro Paese?
Negli ultimi quindici anni, la politica e l’economia
hanno subito una vera e propria rivoluzione: la competizione globale. Le
protezioni che per decenni ci avevano consentito una vita tutto sommato comoda
sono cadute: improvvisamente dall’est dell’Europa e dal sud est dell’Asia si
sono affacciati sui nostri mercati imprese, lavoratori, governi che hanno in
comune una straordinaria voglia di emergere e hanno poca pazienza per la qualità
della vita, le protezioni sociali.
La prospettiva di vita sfiora,
talvolta supera, gli 80 anni. L’accesso al mondo del lavoro avviene
difficilmente prima dei 25 anni. Innalzare l’età pensionabile dei lavoratori
sembra una bestemmia. Il concetto di merito invece di essere una stella polare
appare come un attentato ai valori dell’eguaglianza e il rischio non coincide
mai con l’opportunità. La concorrenza rischia di essere solo una parola di moda,
cui però non seguono conseguenze. Scuola, sanità, previdenza, impresa, lavoro,
trasporti, energia, telecomunicazioni, istituzioni: su questi dossier la
competizione politica è a conservare, non a modernizzare.
E’ necessario
rovesciare la prospettiva. Immaginare una scuola per gli studenti prima che per
gli insegnanti, una sanità per i malati prima che per i medici, una previdenza
per i pensionati di domani prima che per quelli di oggi o di ieri, incentivi
alle imprese che accettano la sfida del mercato prima che a quelle in crisi,
sostegno per chi cerca un lavoro prima che per chi già lo ha e magari non ha più
troppa voglia di impegnarsi, ferrovie e linee aeree che si occupano di chi
viaggia prima che di chi vi lavora protetto dall’inamovibilità, una pubblica
amministrazione al servizio dei cittadini prima che dei dipendenti pubblici.
Chiedere tutto questo è difficile, è vero. Ottenerlo difficilissimo. Ma è
terribilmente necessario. Noi pensiamo che sia un dovere volerlo
fortissimamente. Il futuro è meno lontano di quello che
crediamo.
Essere volenterosi è il minimo che possiamo offrire alle
nuove generazioni ed ai tanti italiani che al rischio e al merito ci sono già
arrivati. Perché – complice la Rete, gli Erasmus, o Interrail - vivono ed
operano, direttamente o indirettamente, in un mondo più grande. Ad essi vogliamo
suggerire che c’è anche una politica a cui vale la pena di partecipare perché è
una politica che “rischia” e che “merita”.
I volenterosi si danno
appuntamento a Milano lunedì 29 gennaio. L'adesione a questo manifesto non
implica alcuna opzione tra partiti o schieramenti esistenti né circa la
creazione di nuove formazioni o intese politiche: esso non intende aprire un
nuovo “cantiere politico” oltre a quelli già aperti a sinistra, al centro e a
destra.
Esso intende, invece, offrire un contributo di idee
ed energie a tutte le formazioni politiche oggi esistenti e a quelle in
formazione, che siano disposte ad aprirsi a un profondo rinnovamento della
cultura cui esse ispirano i propri programmi e la propria azione. Nil difficile
volenti.
Alberto Alesina, Daniele Capezzone, Enrico
Cisnetto, Giuliano Da Empoli, Franco Debenedetti, Maurizio Ferrera, Francesco
Giavazzi, Pietro Ichino, Fiorella Kostoris, Alberto Mingardi, Paolo Messa,
Savino Pezzotta, Antonio Polito, Gustavo Piga, Nicola Rossi, Bruno Tabacci info@volenterosi.it
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Di Oscar Giannino da Libero
Cofferati: "È
incomprensibile che parte del governo fosse al corteo dei precari".
Caro direttore, è solo grazie a un pugno di voti - forse - che il governo
Prodi è nato spaccando l'Italia. Eppure, guardano alle cronache dell'Italia
"ufficiale" sembra quasi che il centrosinistra stia riuscendo in uno dei
suoi più riusciti giochini di prestigio. Quello per il quale chi la pensa
diversamente non siamo noi, cioè chi vuole meno tasse, meno Stato inefficiente
e più spazio all'iniziativa individuale. No, da sempre la sinistra prova
e spesso riesce a far "sparire" chi la pensa così. Tanto che alla fine la
foto dell'Italia sembra quella della manifestazione di ieri: un'Italia cioè
spaccata tra chi vuole molto più Stato di oggi, e chi vuole addirittura
"solo" Stato, alla sovietica. E così, i migliaia di manifestanti marciano
dietro parole d'ordine in cui sembra quasi che al governo vi sia una pericolosa
pattuglia di thatcheriani. E che tale coraggioso governo di riformisti sia
assediato da orde di facinorosi alla Canarini, come quelli che venerdì hanno
impedito al ministro del Lavoro Damiano di intervenire a Venezia al convegno
sul mercato del lavoro, e che se ne sono allegramente fregati degli inviti
a "partecipare al dibattito" lanciati da un conciliante sindaco massimo
Cacciari mentre un altro Cacciari, suo nipote questa volta, finiva contuso
facendo a spintoni coi poveri poliziotti che tentavano di far parlare il
ministro.
Senonché, cari lettori di Libero, bisogna stare molto attenti a non cadere
nella trappola. È una pura illusione ottica, vi invito a non cascarci. La
decina di sottosegretari di Rifondazione, dei Comunisti italiani e dei Verdi
e la quarantina di parlamentari dei tre partiti che ieri - insieme a qualche
esponente della sinistra ds - hanno marciato per le strade di Roma dietro
ai cartelli che attaccavano Fassino e Damiano, la pochade polemica tra il
capogruppo alla Camera dei Verdi Bonelli che ha difeso il governo marciando
a fianco di chi lo criticava e i deputati di Rifondazione come Cannavò che
parlavano esplicitamente di "manifestazione antigovernativa" mentre il sottosegretario
Paolo Cento dei Verdi si teneva in mezzo attaccando Confindustria - questa
Confindustria così amica del governo come mai ce ne sono state - sono tutti
episodi di una commedia all'italiana buona apparentemente a strappare amare
risate a chi la pensa diversamente come noi, ma nella realtà volta solo
a mascherare la realtà. Perché la realtà, quella dei fatti di governo e
non delle marce attesta inequivocabilmente una sola cosa. Il governo blairiano
non c'è. Gli estremisti dell'ideologia antimercato comandano. Tanto è vero
che la due giorni di polemica per la marcia contro san Precario è superbamente
servita a evitare che l'attenzione si concentrasse invece sulla decisione
intanto assunta sul lavoro a tempo determinato dal ministro del Lavoro:
proprio quel Cesare Damiano che in piazza veniva dipinto come schiavo degli
industriali. Il ministro e il governo hanno infatti deciso di mettersi sotto
i piedi quello che in gergo tecnico si chiama un "avviso comune": cioè un
accordo direttamente contrattato, raggiunto e sottoscritto nel 2001 dalle
associazioni d'impresa e dai sindacati. Naturalmente, la Cgil fu la sola
a non firmarlo, e ciò non significa affatto che non fosse maggioritario:
ma tanto basta, al governo attuale, per buttarlo nella spazzatura.
E per sostituirlo con che? Forse con principi blairiani di flessibilità?
Neanche per idea. Fosse così, la protesta di ieri a Roma sarebbe stata in
qualche modo giustificata, non la commedia per gabbare i tonti che è invece.
No, il ministro Damiano e il governo Prodi innanzitutto invadono perentoriamente
il campo riservato alle parti sociali, dettando loro i nuovi criteri che
l'accordo tra sindacati e imprese "deve" recepire entro tre soli mesi: altrimenti
sin d'ora l'esecutivo farà a modo suo, anche se Confindustria, Cisl e Uil
dovessero ribadire che per loro vanno bene i criteri di fondo delle norme
attuali. Perché - poche storie - a giudizio del governo la forma ordinaria
di lavoro "deve" essere a tempo indeterminato, ha detto il ministro, mentre
quello a tempo "deve" essere considerata un'anomalia. Inutile dire che in
Paesi considerati da sempre modelli per il welfare laburista, come l'Olanda,
questa massima è totalmente capovolta ed è stata la base per l'espansione
della base occupazionale.
Di conseguenza, in Italia invece non andrà più bene che a giustificazione
del contratto a tempo indeterminato come accade oggi - vi siano ragioni
di carattere tecnico, produttivo, organizzativo e sostitutivo. Già oggi,
il contratto a termine non è affatto oggetto di libera contrattazione: è
quantitativamente affidato ai contratti nazionali, e sono consentiti ricorsi
a tale tipologia per ragioni sostitutive di precedenti occupati, per ragioni
di stagionalità, nell'avvio di nuove imprese o per particolari settori,
come lo spettacolo. E vi è già una garanzia per evitare il precariato a
vita, poiché la proroga del contratto è consentita una sola volta nel caso
in cui il contratto iniziale sia inferiore ai tre anni e senza cambi di
mansione. Mentre se il contratto è inferiore ai sei mesi e se il lavoratore
è riassunto entro i dieci giorni dalla scadenza allora l'assunzione è automaticamente
a tempo indeterminato. Ma ora no, il ministro Damiano e il governo hanno
stabilito che le ragioni per i contratti a tempo dovranno essere assai più
minuziosamente indicate dai contratti nazionali al fine di restringerne
il ricorso. Anzi, andranno stabilite percentuali fisse e assai limitate
per ciascuna categoria e settore di attività, oltre le quali non sarà possibile
farvi ricorso. Se le imprese vorranno tetti percentuali più ampi a propria
disposizione, aggiunge Damiano, dovranno per forza espandere il numero dei
dipendenti a tempo indeterminato. Altrimenti, ciccia. E quanto ai criteri
di proroga e conferma, il ministro ha detto che occorre pensare a un giro
di vite antielusivo, perché sia chiaro all'impresa che si rischiano sanzioni
durissime, per tutti coloro che non assumono "per sempre".
Diamo come il solito un'occhiata ai fatti di casa altrui, prima di concludere
sui fatti di casa nostra. Su che cosa si fonda la campagna dell'Unione che
ha fatto della lotta al precariato la propria bandiera? Forse sul fatto
che l'Italia rappresenta una gravissima anomalia nel contesto dei Paesi
avanzati, con milioni di lavoratori a tempo determinato? Le cifre dicono
questo. I lavoratori a tempo parziale sono il 46% sul totale degli occupati
in Olanda, il 33% in Svizzera, il 25,7% nel Regno Unito, il 25% in Svezia,
il 24% in Germania, il 22% in Belgio e Danimarca. Persino in Francia, sono
il 17%. In Italia, sono il 12,8%. E saremmo noi, il Paese darwinista dove
l'impresa esercita la legge della giungla delle sue esclusive necessità?
La verità è un'altra. Chi casca nella commedia del governo "buono" criticato
dall'estrema sinistra "cattiva" chiude gli occhi di fronte alla realtà.
Al governo è finita una sinistra che sogna il lavoro fisso dipendente per
tutti una volta per tutte nella vita, mentre il mondo da trent'anni ha preso
tutt'altra direzione. Il mondo chiede rischio e merito, da riservare a chi
scommette su se stesso. Si può sempre per decreto illudersi di fermare la
storia. Ma significa solo rendersi sempre più periferici, sempre meno ricchi,
e sempre più dipendenti da Stato e sindacati che si spartiscono famelicamente
quel po' di ciccia che gli stupidi che lavorano in proprio riescono a rendere
per tutti disponibile.
********
Commento
UpL.
Concordiamo con Giannino anche se a noi, oltre ai "riformisti" fanno molta
più paura dei no-global i falsi liberali, i catto-comunisti travestiti da
riformisti, i vertici della CdL sempre affaccendati a litigare tra di loro
su leadership e amenità similari. Quà occorre lotta dura senza paura per
una Italia Libera.
La soluzione al problema è l'unione di tutti i moderati, di tutte le forze
sane di questo paese. In una sigla è Italia moderata che col suo leader
Antonio Sabella si batte da tempo non sospetto per un nuovo modo di far
politica. Basta politicanti, basta poteri forti, basta furbetti del quartierino,
basta banchieri. E spazio a i Cittadini, alla politica per la gente comune
e tra la gente comune. Proclami dibattiti litigi stanno a zero in quella
che è emergenza continua: contro l'integralismo e l'immigrazione dilagante,
contro la micro e macrocriminalità inarrestabile, contro la disoccupazione
e il disagio giovanile crescente. Basta bla-bla, bla-bla. Usciamo dalle
vuote parole, dalle promesse a fini elettorali e in quanto tali, irrealizzabili.
Torniamo ad amare il nostro paese, abbandoniamo gli interessi "privati"
per il bene della nazione. Difendiamo i diritti individuali fino in fondo.
Meno Stato più libertà, meno Stato più impresa (non assistita!), meno Stato
più individuo. E' poi così difficile?
Questa è la vera Rivoluzione Liberale, la Rivolta Blu delle classi produttive
del paese. Tutto il resto è noia! Tutto il resto è patetico "deja vu"!
Italia svfglia! Organizziamoci, Prodi a casa elezioni subito! Hasta la Libertad,
Siempre!
Galgano Palaferri, Presidente Nazionale "Unione per le Libertà" Rete dei
Presidi per l'Italia Libera(le) www.upl.ilcannocchiale.it
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Radicali.
Capezzone: Uscire da autolesionismo. In corso incomprensibile"Mobbing", ma io non me ne vado.
E' una scelta non violenta
anche questa... anzi, mi impegno per attuazione mozione, che è indirizzo
politico scelto dal Congresso.
Sono determinatissimo a dare
non una, ma due mani a Rita, Maria Antonietta ed Elisabetta. E ora, caro
Marco, basta farsi e farti! male: guardiamo al futuro: il mio impegno sia
vissuto come opportunità e non come insidia.
Lettera aperta ai militanti, agli iscritti, ai simpatizzanti, a
chi vorrà leggerla. Appello alle iscrizioni!
Quello che segue è il testo del messaggio, della lettera aperta agli
iscritti, militanti, simpatizzanti radicali inviata da Daniele Capezzone
a www.radicali.it
Carissime compagne, carissimi compagni, cari amici, può succedere di ritrovarsi
coinvolti in una vicenda che non si vorrebbe, o che non si sarebbe voluta.
Ed è quanto mi sta capitando,
ritrovandomi oggetto di una polemica che non ho fatto, non faccio, e -soprattutto-
non farò nulla per alimentare. Per quanto mi riguarda, ho non solo il dovere,
ma il piacere pieno della riconoscenza, della gratitudine, della stima e
del rispetto per una vicenda politica colossale e bellissima come quella
di Marco, e per un partito -il nostro- che è e resta, a mio avviso, l'annuncio
di un'Italia diversa e possibile, più libera e anche più giusta.
E' per questo che a Padova ho lavorato per una soluzione positiva e ragionevole
del Congresso. Ed è per questo che sono determinato a fare la mia parte
perchè Radicali italiani, perchè noi tutti si esca dal tunnel autolesionista
in cui ci siamo infilati. Si è perfino avviata, a partire da alcune iniziative
e parole di Marco (e, ne sono certo, contro le sue intenzioni), una sorta
di incomprensibile "mobbing" nei miei confronti, che mi addolora proprio
perchè non ne vedo ragioni, obiettivi ed utilità.
Dinanzi a tutto questo, faccio una scelta -lo dico sorridendo, ma anche
con serietà...- nonviolenta. Non solo non me ne vado, non solo resto qui,
ma farò di tutto perchè la smettiamo di farci (e, se posso permettermi,
perchè Marco smetta di farsi) inutilmente del male. E, qualunque cosa mi
venga detta (prima o poi, chissà, sarò anche associato al "rischio-Vesuvio"...),
non defletterò da questo obiettivo. Stimo Rita, Maria Antonietta, Elisabetta,
che ho votato e sostenuto al Congresso, come si sa. Sono determinato a dare
non una, ma due mani. Lo ribadisco ancora una volta.
E, in particolare, credo che si possa essere tutti determinati nell'attuazione
di una mozione che è -a mio avviso- una grande opportunità. So che la nostra
Segretaria lo sta facendo, e con scrupolo. Dobbiamo evitare, in particolare,
che il decorrere del tempo crei fatti compiuti tali da vanificare le nostre
puntuali richieste al Governo.
E allora, guardiamo al futuro. Mi auguro che il mio impegno, su fronti che
ho animato e in qualche caso contribuito a costruire (impegno che -naturalmente-
si intensificherà), sia vissuto come una opportunità, e non come una insidia.
Sarebbe -quest'ultimo- un altro errore, che -ne sono certo- sapremo evitare.
E spero che ciascuno, a partire da una riflessione serena e meditata su
quanto è accaduto al Congresso di Padova, sia pronto ad una stagione politica
di sfida in positivo, dai diritti civili alla modernizzazione economica,
passando per gli altri temi che ci stanno a cuore.
Un abbraccio alle compagne, ai compagni, ai militanti, ai simpatizzanti,
che stanno seguendo questa vicenda con generosità ed intelligenza. E -mi
raccomando- sotto con le iscrizioni! Daniele Capezzone il 13 novembre 2006
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FUORI TELECOM-ITALIA
DA CUBA:
Lettera Aperta di Matteo Mecacci, Partito
Radicale Trasnazionale all'ONU, membro Direzione Rosa
nel Pugno, a Guido Rossi, Presidente TelecomItalia.
Dopo Telekom Serbia,
Telecom Italia dismetta anche la partecipazione nella compagnia
telefonica cubana ETECSA, controllata dal regime cubano
e utilizzata per incarcerare dissidenti e giornalisti.
Roma,
2 dicembre, 2006
Egregio Prof. Guido Rossi Presidente di Telecom Italia,
Le scrivo oggi, in occasione del 50mo anniversario della Rivoluzione Cubana,
per ricordare a lei, e ai cittadini italiani, che Telecom Italia ha una
responsabilità particolare nel consentire che il regime di Fidel Castro
possa continuare a vivere ed a impedire la trasformazione di Cuba in un
sistema politico democratico.
Telecom Italia, infatti, dopo averla acquisita negli anni '90, continua
a detenere il 27% della proprietà della società telefonica italo-cubana
ETECSA, che è ormai divenuta uno strumento essenziale per il regime, che
se ne serve per mettere in atto la repressione e la censura della libera
informazione a Cuba, come testimoniano gli attivisti e i dissidenti democratici
cubani.
ETECSA, infatti, oltre ad essere l'unico operatore di telefonia fissa, controlla
in modo esclusivo anche l'accesso alla telefonia mobile e ad internet.
Altre organizzazioni, come Reporters Sans Frontiers, hanno ampiamente documentato
come l'accesso per i cittadini cubani ad internet ed alla telefonia mobile
sia assolutamente vietato, salvo nei casi di speciale autorizzazione da
parte del Governo, o nel caso in cui avvenga presso luoghi monitorati dalla
polizia politica, come gli Internet Cafè dell'isola. Inoltre, per i cittadini
cubani che riescano in qualche modo ad accedere ad internet, il sistema
di censura messo in piedi dal Governo cubano impedisce di avere accesso
a motori di ricerca come google o, quando si digitano parole "invise" al
regime, si provocano messaggi di allarme.
La partecipazione cubana di Telecom Italia ha implicazioni politiche molto
simili a quella che la Sua azienda detenne per 5 anni in Telekom Serbia
(29% delle azioni, acquisite nel 1997, sotto il regime di Milosevic); ora
come allora, si tratta di puntellare o meno una dittatura. Anche allora,
nel 1999, i radicali chiesero formalmente al suo predecessore, Roberto Colaninno,
di dismettere la partecipazione serba; non ebbero risposta; solo nel dicembre
2002, con Milosevic in galera all'Aja, il Dottor Tronchetti Provera rivendette
la partecipazione al governo democratico di Belgrado. La vicenda di Telekom
Serbia, pur non essendo state ancora chiarite fino in fondo le responsabilità
politiche, ha comunque suscitato grande attenzione nel nostro paese. Lo
stesso non si può certo dire per l'acquisizione da parte di Telecom Italia
della partecipazione nella società ETECSA. Una disattenzione tutt'altro
che giustificata, visto l'attivismo di questa compagnia a fianco della polizia
politica nel censurare e monitorare le attività dei democratici cubani.
Mi è noto che oggi Telecom Italia è divenuta una società interamente privatizzata,
e dunque non vi sono, a differenza dell'affaire Telekom Serbia, delle istituzioni
pubbliche alle quali rivolgersi per decidere se sia opportuna la partecipazione
di una società telefonica italiana in attività di repressione di libertà
fondamentali, da parte di un governo come quello cubano.
Resta, però, la responsabilità aziendale, sua e degli azionisti di Telecom
Italia, nel decidere se continuare a fare profitti grazie al sostegno a
un'azienda che incarcera cittadini cubani che non intendano più vivere sotto
una dittatura. Per parte nostra, lunedì e martedì prossimi, cercheremo di
coinvolgere il Parlamento e il Governo italiano sulla situazione di repressione
a Cuba, ospitando in Italia Osvaldo Alfonso (ex presidente del Partito Liberal
Democratico Cubano, arrestato nella primavera del 2003 insieme ad altri
75 giornalisti e dissidenti cubani, e condannato anche per "l'uso controrivoluzionario"
di internet, poi rilasciato nel 2004) e Joel Brito (ex sindacalista cubano,
attualmente rifugiato politico negli Stati Uniti, che si occupa di monitorare
il rispetto dei diritti dei lavoratori a Cuba).
Sarei naturalmente lieto se anche Lei decidesse di volerli incontrare, per
sentire direttamente da loro quali sono gli effetti per milioni di cittadini
cubani dell'attività di Telecom Italia, tramite ETECSA, a Cuba. Le allego
anche una lista, che si limita solo ad episodi recenti, di azioni prese
da ETECSA contro la libertà di espressione a Cuba. Nella speranza di un
Suo cortese cenno di riscontro, le invio i miei migliori saluti,
Matteo Mecacci, Rappresentante del PRT all'ONU
Sul sito radicali.it al link: http://www.radicali.it/view.php?id=77758
È disponibile il dossier:
ETECSA - CONSORZIO TELEFONICO ITALO-CUBANO: CRONOLOGIA DEL COLLABORAZIONISMO
CON IL REGIME CUBANO
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Capezzone
pronto a fare il "colf" della politica
- Il Tempo 16 novembre 2006
"Gli altri partiti parlano di quote rosa mentre noi facciamo i fatti. Per
esempio, adesso io farò il colf". Lo dice, in un'intervista a Visto parlando
dei suoi prossimi impegni politici, Daniele Capezzone, ex segretario dei
radicali italiani e presidente della Commissione attività produttive della
Camera. "Sfido a trovare un politico che prenda un bus - spiega Capezzone
- che faccia la coda all'aeroporto, che prenda un treno che non sia un Eurostar.
La verità è che sono degli alieni, non hanno la percezione di come gira
il mondo, sono fuori dalla realtà". Parola di colf.
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Lanfranco Turci scrive una lettera - Il Foglio 16
novembre 2006
Lanfranco Turci scrive una lettera alla segreteria della Rosa nel pugno
per chiedere che la prossima riunione (già dilazionata), il 23 novembre
non sia "una ennesima riunione inconcludente" in cui si ripete "un gioco
delle parti ormai insopportabile". Altrimenti, dice Turci, "non parteciperò
non è più tollerabile l'ulteriore protrarsi dello stato di inconsistenza
del nostro soggetto politico, già uscito in apnea dal Congresso Radicale
di Padova". Altrimenti, dice Turci, non parteciperà ad altre riunioni di
segreteria.
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Un appello a Capezzone e Pannella - L'Opinione 16
novembre 2006 di Federico Punzi
E' accaduto ciò che temevo. Al congresso di Radicali italiani, a Padova,
è andato in scena un dibattito introverso, schiacciato, oscurato da lanci
di stoviglie e persino dai tratti oligarchici quando l'ultima notte, mentre
in plenaria si susseguivano gli interventi dal palco, la dirigenza era riunita
a prendere le ultime decisioni... per poi far trapelare sulla stampa stralci
di una discussione non certo di ampio respiro. Poca politica, pochissima
elaborazione di contenuti. Poco spazio, per esempio, per contributi preziosi
come il lavoro della Commissione sulla scuola presieduta da Lorenzo Strik
Lievers, e quello del gruppo "www.welfaretowork.biz". Segnali d'allarme,
di stanchezza forse, su cui riflettere. Il divoramento di Capezzone è tutt'altro
che riuscito. Il tentativo è apparso iniziativa personale di Pannella.
Il Congresso ha tributato al segretario uscente una vera e propria ovazione,
rafforzandone la leadership politica tra gli iscritti e all'esterno ha accolto
con rara freddezza la requisitoria di Pannella e persino con irritazione
i capi d'accusa mossi da altri dirigenti in plenaria e nelle commissioni.
Ma i congressi durano pochi giorni, e le "vittorie" possono rivelarsi effimere.
Al di là dell'errore di Capezzone, di non aver da subito accettato la regola
aurea radicale dell'intercapedine" tra partito e incarichi nelle istituzioni,
Pannella ha voluto proseguire con il suo "processo" ben oltre il momento
in cui il dato del ricambio sembrava ormai acquisito, dando la stura a risentimenti
e invidie interne che rischiano di avere un'onda lunga. Possibile che, ora
che non è più segretario, non sia possibile porre la grave crisi del partito,
anche in modo drammatico, al centro dei pensieri di militanti e dirigenti
senza polemizzare con Capezzone? Possibile che nella sua analisi sulla crisi
del soggetto politico Pannella valuti uno solo dei tanti fattori che vi
hanno contribuito, cioè il presunto disinteresse dell'ex segretario per
le iscrizioni e l'auto-finanziamento?
Che cosa sta succedendo davvero tra Capezzone e Pannella? Ci sono divergenze
politiche e tattiche di fondo?
Se è così, sarebbe bene chiarirle in modo trasparente, limpido, e soprattutto
in termini politici, a beneficio di un dibattito che si vuole aperto, non
oligarchico.
Se è così, non capiamo come mai Pannella e la nuova Segreteria, abbiano
deciso di appoggiare all'ultimo Congresso una mozione, poi votata quasi
all'unanimità, con la quale l'attività politica di Capezzone, e le sue dichiarazioni,
sembrano coerenti. Iniziative come il "tavolo dei volenterosi", a parole
sostenuto da tutti, forse sono viste con sospetto per gli esiti dirompenti
negli assetti di potere che potrebbero determinare. Non era quindi indifferente
con quale ruolo a Capezzone fosse lasciata aperta la possibilità di esplorare
questo percorso: se solo da parlamentare, presidente della commissione Attività
produttive, oppure anche da segretario del partito.
Ora che è stata creata l'"intercapedine" tra il Capezzone parlamentare,
presidente della commissione Attività produttive, e il partito, si ritiene
utile o no che esplori quel percorso? Alla disinvoltura di Capezzone nella
ricerca di un rapporto con i ceti produttivi sembra contrapporsi la cautela,
se non la diffidenza, di Pannella.
Contatti e consonanze con l'"amico" Tabacci, Confindustria e il Corriere,
presentano, è vero, delle insidie, rimaste sottintese nelle riunioni di
direzione e nel dibattito congressuale, ma che sarebbe meglio discutere
apertamente e laicamente, magari per formulare una linea comune, per capire
come tramutare i rischi di appiattimento, dell'essere usati dai poteri forti,
in occasioni per usare a propria volta.
L'attenzione interessata dei giornali-partito, come Repubblica e Corriere,
tale da spingerli a prendere posizione pro o contro Capezzone, dimostra
una riacquistata centralità che i radicali dovrebbero chiedersi come gestire,
come sfruttare a proprio vantaggio per inserirsi da corsari nelle contraddizioni
del "regime", un'attenzione né da demonizzare né di cui incensarsi. Credo
che sia giunto il momento di sedersi attorno a un tavolo a ragionare di
tutto questo, con serenità e freddezza.
Umori e intuito non possono bastare. Oppure si tratta del protagonismo,
del divismo, del narcisismo, della saccenza di Capezzone? Se è così, in
ambiente radicale siamo di fronte al classico caso del bue che dice cornuto
all'asino. Adesso che Capezzone non è più segretario non ci dovrebbero essere
più alibi.
I vertici e le personalità interne al movimento radicale possono conquistarsi
il proprio protagonismo e la propria visibilità. E' anche a questo che,
giustamente, serviva il ricambio. Spero che non si voglia, però, sostenere
che quando parla Capezzone non parla un radicale.
Se si ritiene che la strategia di comunicazione politica debba essere elaborata
e concordata all'interno, e quindi eseguita disciplinatamente, anche con
certi dosaggi e una divisione dei compiti, in modo che non sembri frantumata,
allora qui si è persino d'accordo ma dovrà valere per tutti (Pannella compreso),
e constatiamo che nel movimento radicale non s'è mai fatto. Acquisito il
ricambio alla segreteria, sono ancora eluse le questioni politiche: la linea
nei confronti del governo e della crisi profonda della Rosa nel Pugno, il
rilancio del partito, che non potrà non dipendere anche dall'azione in Parlamento
e al Governo. Già, la mozione conclusiva del Congresso è unitaria sul "cosa",
ma nulla lascia presagire che le differenze si siano appianate sul "come".
E quel che più conta è "come" si sta nel centrosinistra. In questo centrosinistra
statalista e dirigista, punitivo nei confronti dell'impresa, ma anche del
lavoro, per i radicali l'occasione è d'oro per porsi come interlocutori
di quel mondo produttivo già deluso, che non trova rappresentanza neanche
nei vertici di Confindustria, ma che comunque, non può fare a meno di un
rapporto con chi sta guidando il paese in questo momento. Oggi potrebbero
fare appello al "Terzo stato" dei produttori medi e piccoli, non assistiti
come la grande industria, e degli "outsider", respinti da un assetto socio-economico
burocratico-corporativo in cui sono sempre i soliti privilegiati e parassiti
a dividersi il bottino della spesa pubblica. Proprio oggi stanno maturando
le condizioni per quelle battaglie per le riforme economiche liberali che
i radicali impostarono negli anni '90. Dieci anni fa erano impensabili gli
editoriali dei Giavazzi, degli Alesina, degli Ichino, le relazioni di Monti
e Draghi, mentre oggi riscuotono sempre maggiore attenzione e consensi.
Rimangono, certo, tabù da infrangere sulle politiche liberiste, ma non è
il momento di passare il testimone, semmai di stringerlo più forte. E le
libertà civili? Ai ceti produttivi non interessano, non si opporrebbero
all'"agenda Concioni". Si avrebbe, anzi, più forza per portare avanti anche
le battaglie per gli "outsider" dei diritti civili.
E di solito la conquista di maggiori libertà apre nuove occasioni di consumo.
Molto si è discusso, in modo purtroppo non privo di pregiudizi, della comunicazione
politica di Capezzone. Si può affermare che con il giovane segretario la
comunicazione radicale stia uscendo dagli anni '70? In un certo senso, sì.
Senza sacrificare i contenuti e le analisi di fondo della realtà italiana
proprie dei radicali, il suo linguaggio sintetico, chiaro, più adatto all'epoca
degli sms e dei kilobyte, si sta per lo meno affiancando a un certo astrattismo,
intellettualismo, legato a forme "alte" di elaborazione e dibattito politico.
Senza accorgersene, si può essere chierici anche nel linguaggio e forse
Capezzone sembra capace di "laicizzare" a colpi di humour e di cultura pop
la comunicazione radicale.
Lo strumento televisivo, d'altra parte, non si presta più a quei colpi di
genio comunicativo che furono di Pannella e che non torneranno più. In una
tv che assorbe in sé tutti gli scandali per rivomitarli, non c'è più spazio
per "lo scandalo radicale", così dirompente nella tv ingessata tra gli anni
'70 e '80. Ma sarebbe ridicolo, per qualche varco creato dai radicali, giungere
alla conclusione che il "regime" si sia in qualche modo attenuato, come
se il carattere oligarchico e partitocratico del nostro paese si riducesse
all'assenza dei radicali o dei temi radicali dal circuito informativo.
Non tutto è perfetto, la banalizzazione del messaggio è sempre in agguato
e forse le strade da battere sono altre. In un paese spaccato dal punto
di vista della "dieta mediatica" dei suoi cittadini - con un terzo di essi
più informato, ma spesso anche più inquadrato, che legge i quotidiani, naviga
in Internet, guarda le tv satellitari, "insegue" le fonti anche fuori dal
nostro paese, e i due terzi, purtroppo i più giovani e i più vecchi, dalla
"dieta mediatica" povera, prigionieri della tv generalista, sempre più impermeabili
ai messaggi politici - la sfida comunicativa su cui i radicali (chi se non
loro?) dovrebbero riflettere, è come raggiungere queste nuove "periferie",
questo "terzo mondo" dell'informazione, dove ci si imbatte in un coacervo
di istanze liberali e riflessi illiberali. Come dare forma e contenuti politici
a quei mugugni e a quei fenomeni, come l'intimismo, il nuovo edonismo "menefreghista",
persino l'evasione fiscale, che possono sembrare irrazionali a uno sguardo
superficiale, ma che sono altrettante domande di più libertà rivolte dal
vissuto, sofferente, di ciascuno in una società dalle strutture socio-economiche
e politiche illiberali?
*********
Le
torte in faccia dei radicali sanno un po' di
commedia - ItaliaOggi 15 novembre 2006 - di Diego Gabutti
Con i radicali, quando si tirano le torte in faccia, non è sempre facile
capire se fanno sul serio oppure scherzano. Sarà vero, come dicono, che
due linee politiche si fronteggiano all'interno del partito, di qua gli
"ultimi giapponesi dell'utopia prodiana", di là le colombe libertarie e
liberiste; o non sarà piuttosto che i radicali stanno cercando spazio sui
media e per questo, à la guerre comme à la guerre, simulano una rissa? Nel
dubbio, sapendo che alle domande metafisiche non c'è risposta, facciamo
come se litigassero davvero e ammettiamo che Marco Pannella, il Gran Mogol
dei radicali, pensi davvero che l'attuale governo, a dispetto della sua
impopolarità e delle sue stravaganze, sia il migliore dei governi possibili.
Un governo forse fragile, ma efficace e coraggioso, alla cui autorità le
Giovani Marmotte radicali, Daniele Capezzone in testa, devono genuflettersi
come i musulmani quando pregano, piegandosi sul tappetino, rivolti verso
la Mecca. Niente di male, intendiamoci. Anche Prodi, come Pannella la pensa
esattamente in questo modo: sto salvando l'Italia dall'apocalisse berlusconiana...
chi non mi capisce non mi merita, e peste lo colga. Solo che Prodi, un narcisista
famoso, ha le sue ragioni per credersi indispensabile, mentre Pannella,
un altro famoso narcisista, non ne ha nessuna, per abbracciare la causa
del narcisismo altrui, una vanità che sta oscurando la sua.
Mai prima d'ora i radicali si erano così forsennatamente identificati con
un governo della Repubblica. Per farlo, dopo decenni d'opposizione a muso
duro, hanno aspettato che si formasse il governo più debole e schizofrenico
degli ultimi sessant'anni. È vero che i radicali, questa volta, fanno parte
della maggioranza, cosa che normalmente induce i politici onesti e responsabili
alla lealtà, ma questa è una maggioranza particolarmente sbilenca, dove
ogni gruppo parlamentare, esclusi solo i radicali di stretta osservanza
pannelliana, fa la sua corsa solitaria, senza lacrime per il premier, alla
cui "utopia" (tra due grosse virgolette) sembrano tutti scarsamente interessati.
Boselli e i Socialisti italiani, soci al cinquanta per cento dei radicali
nel consiglio d'amministrazione della Rosa nel pugno, prendono anch'essi
le distanze, sia da Prodi che da Pannella. Persino gli elettori di centro-sinistra,
secondo quanto ne dice Renato Mannheimer sul Corriere della Sera, hanno
perso o stanno perdendo la pazienza: il gradimento del governo, tra gli
elettori che l'hanno votato, è calato di 17 punti.
Eppure Capezzone, che aveva il torto di voler conservare ai radicali un
ruolo autonomo, è stato giubilato. Pannella lo prende a paccheri ogni volta
che ne ha l'occasione.
Interrompe le sue letture dei giornali a Radio radicale per ricordargli
che il partito è pieno di debiti e che adesso non c'è bisogno di politica
ma di soldi (come se i debiti non li avesse fatti lui, Marco Pannella).
Capezzone da parte sua, non fa che lamentarsi del suo boss con interviste
e lettere al direttore. E questo, diciamolo, sembra proprio il plot d'una
rissa simulata, per conquistare audience con l'astuzia. Intanto, però, l'immagine
del partito radicale è (di nuovo) a pezzi.
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Il seggio che divide Pannella e Capezzone
- Il Tempo 15 novembre 2006 - di Antonio Calitri
Come mai è diventato così forte lo scontro tra il padre padrone dei radicali,
Marco Pannella e il giovane ex segretario Daniele Capezzone? E soprattutto,
quando finiranno le paginate dei più importanti quotidiani e settimanali
su una faccenda politica da un paio di punti percentuali? Anzi, da un seggio.
Sì, perché, anche se fino ad ora non è stato scritto, c'è un retroscena
inedito in merito allo scontro così forte tra il grande vecchio radicale
e il giovane carrierista. Ed è grande quanto un seggio, per il momento mancato,
al Senato. Tutto vero quello che ha detto Pannella sulla gestione del segretario.
Capezzone, mai molto amato dai militanti che gli rimproverano di essere
passato assai rapidamente dai banchetti alla scrivania, ha pensato un po'
troppo a se stesso, a una sorta di riposizionamento verso i dl, a volersi
candidare come novello Caronte per i naufraghi dell'Udc, ad opinionista
delle Markette di Chiambretti ecc. ecc. ecc.. Mentre Capezzone godeva, il
partito effettivamente un po' si sfasciava e reclamava una ristrutturazione
forte. Tuttavia non è stato questo che ha spinto Pannella a sollevarlo di
peso. Anzi, fino all'ultimo ha finto di non vedere.
Ma gli occhi non li ha chiusi sulla questione del seggio al Senato dove
si è sentito tradito dal "figlio" prediletto. Quel seggio, secondo il relatore
della giunta per le elezioni, Roberto Manzione, gli spetta. Ebbene, per
darglielo, rischierebbe di perdere il posto Luigi Zanda. Capezzone che ha
sempre strizzato l'occhio alla Margherita ha fatto finta di non sentire
e vedere. Pannella ha notato che per lui ha rischiato più Manzione, che
ha dovuto lasciare i dl tanto cari al suo Daniele.
E non glie l'ha perdonato. Anche perché, per Pannella, chiudere la carriera
rientrando dopo tanti anni in Parlamento sarebbe un giusto suggello.
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Liti radicali. Capezzone: contro di me mobbing. Pannella:
vittimista - Il Messaggero 14 novembre 2006
L'ex segretario radicale Daniele Capezzone non demorde e, in una lettera
aperta ai militanti, denuncia una sorta di mobbing politico nei suoi confronti
e si guadagna la sarcastica presa in giro di Marco Pannella. "Lo prego -
ironizza - di avvisarmi a tempo se, dopo il mobbing, non ci siano attentati,
non solo morali, ma anche fisici, alla sua persona e alla sua esistenza
da parte del mondo radicale, quello che, secondo lui, vuole "farsi del male"
e, in subordine, farlo a lui".
********
Capezzone Pannella, è ancora duello in
differita - L'Unità 14 novembre 2006
I toni sono soft, i
contenuti no. Nessuno dei due, per carità, fa polemica. Dolcemente, e in
pubblico, l'ex segretario radicale Capezzone e il leader Pannella si scambiano
colpi. Il Capezzone trombato al congresso annuncia con una lettera aperta di
essere vittima di "una sorta di mobbing" "a partire da alcune iniziative e
parole di Marco (e, ne sono certo, contro le sue intenzioni)". Ciò lo addolora
perché non ne vede "ragioni, obiettivi, utilità". Quella di mobbing, capperi, e
un accusa pesante. Ma affettuosamente l'ex delfino suggerisce: "Guardiamo al
futuro. Mi auguro che il mio impegno, su fronti che ho animato e in qualche caso
contribuito a costruire (impegno che, naturalmente, si intensificherà), sia
vissuto come una opportunità, e non come una insidia. Sarebbe, quest'ultimo, un
altro errore, che, ne sono certo, sapremo evitare". Nessuna polemica, mette le
mani avanti Capezzone, anzi è lui "oggetto di una polemica che non ho fatto, non
faccio, e, soprattutto, non farò nulla per alimentare". Resterò qui e "farò di
tutto perché la smettiamo di farci (e, se posso permettermi, perché Marco smetta
di farsi) inutilmente del male". Perché verso l'anziano leader il giovane
Capezzone ha "non solo il dovere, ma il piacere pieno della riconoscenza,
della gratitudine, della stima e del rispetto per una vicenda politica colossale
e bellissima come quella di Marco". Il partito esca dunque "dal tunnel
autolesionista in cui ci siamo infilati".
Parimenti affettuosa la risposta, a
tambur battente, di Marco Pannella: "Prego Capezzone di avvisarmi a tempo se,
dopo il mobbing, non ci siano attentati, non solo morali ma anche fisici alla
sua persona e alla sua esistenza da parte del mondo radicale, quello che vuole
"farsi del male" e, in subordine, farlo a lui. Certo almeno da qualche settimana
in qua, Daniele ci obbliga ad accorrere in suo aiuto contro l'evidente tentativo
di eliminarlo, di farlo tornare nel silenzio dell'anonimato".
Conclude,
impietoso: "Mi appello a tutti gli italiani democratici perché accorrano contro
la violenza censoria del regime e del sistema politico italiano: sono infatti 12
ore che non leggo e non odo comunicati e pronunciamenti di Daniele. Tranne
quest'ultimo".
"Ho troppo rispetto per Marco per alimentare un concorso di
battute o di botta e risposta. Sono lieto di saperlo di buon umore", replica il
giovane Presidente della commissione attività produttive. Piccato? Forse, ma
mostra una scorza dura davanti a tanta dolcezza ostentata e esibita. Commenta il
compagno di partito Maurizio Turco: "sta facendo del male innanzitutto a se
stesso e alla sua intelligenza". E il forzista Benedetto Della Vedova, che a via
di Torre Argentina si è fatto le ossa, ricorda che "portare avanti un confronto
in solitario con Pannella è impegnativo, dal punto di vista personale e
politico". Non è mobbing - dice Della Vedova - ma "un confronto politico su come
stare nella maggioranza e come stare nei radicali che stanno nella
maggioranza".
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Capezzone "Pannella mi
mobbizza" - La Stampa 14 novembre
2006 - di r. i.
Si arricchisce di una nuova puntata lo scontro tra Pannella e
l'ex segretario del Partito radicale Daniele Capezzone. Dopo gli attacchi del
leader storico, che hanno portato alle dimissioni del segretario al congresso di
Padova, adesso il presidente della commissione attività produttive accusa
Pannella con una lettera ai militanti, di "mobbing" e di volerlo emarginare
dalle attività del partito. Capezzone sostiene che nei suoi confronti "si è
perfino avviata a partire da alcune iniziative e parole di Marco (e, ne sono
certo, contro le sue intenzioni), una sorta di incomprensibile "mobbing" nei
miei confronti, che mi addolora proprio perché non ne vedo ragioni, obiettivi ed
utilità". "Dinanzi a tutto questo -aggiunge - faccio una scelta, lo dico
sorridendo, ma anche con serietà, nonviolenta. Non solo non me ne vado, non solo
resto qui, ma farò di tutto perché la smettiamo di farci (e, se posso
permettermi, perché Marco smetta di farsi) inutilmente del male".
Le parole
di Capezzone hanno suscitato un'ironica e immediata replica da parte di
Pannella: "Prego Capezzone di avvisarmi a tempo se dopo il mobbing, non ci siano
attentati, non solo morali ma anche fisici alla sua persona e alla sua esistenza
da parte del mondo radicale, quello che vuole "farsi del male" e, in subordine,
farlo a lui". "Certo - aggiunge Pannella - almeno da qualche settimana in qua,
Daniele ci obbliga ad accorrere in suo aiuto contro l'evidente tentativo di
eliminarlo, di farlo tornare nel silenzio dell'anonimato". "Mi appello -
conclude Pannella - a tutti gli italiani democratici perché accorrano contro la
violenza censoria del regime e del sistema politico italiano: sono infatti
dodici ore che non leggo e non odo comunicati e pronunciamenti di Daniele.
Tranne quest'ultimo".
In "soccorso" di Pannella è sceso in campo Benedetto
Della Vedova, ex dirigente radicale ed ora deputato di Forza Italia. "So per
esperienza - dice Della Vedova - che portare avanti un confronto in solitario
con Marco Pannella su questioni politiche è, per così dire, impegnativo, dal
punto di vista personale e politico. Io rimasi solo, quando sostenevo la
necessità di una politica delle alleanze, nessuno tra quelli che ora le hanno
fatte, mi sostenne".
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E Pannella sfiducia Capezzone in diretta
radio - di Adalberto Signore Il Giornale 13 novembre
2006
L'unica questione ancora aperta nell'ormai interminabile disputa
all'interno dei Radicali sta nel capire chi davvero sia il protagonista
principale dello "scontro tra Marco Pannella e Daniele Capezzone. Se i due
contendenti oppure l'incredibile puntualità con cui "Radio Radicale si fa teatro
e memoria storica della querelle.
Apertasi prima del congresso di Padova
grazie alla registrazione audio-video dell'ultima accesissima direzione del
partito, accessibile al pubblico sul sito dell'emittente radiofonica in nome
della "trasparenza democratica" che da anni contraddistingue i Radicali. E
proseguita ancora ieri mattina, con l'irruzione telefonica di Pannella durante
un'intervista a Capezzone, ormai considerato un po' troppo autonomo e
movimentista.
Sono le 10.38 quando il leader radicale interrompe la diretta e
accusa l'ex segretario di aver di fatto monopolizzato la radio. Capezzone,
infatti, è in onda dalle prime ore della mattina. Prima con l'edizione
domenicale di "Stampa e regime", la storica rassegna stampa che dal lunedì al
venerdì è condotta da Massimo Bordin, ma il sabato e la domenica è appaltata un
giorno a Marco Taradash e l'altro, appunto, a Capezzone. Poi, qualche minuto
dopo le dieci, con una lunga intervista di Sergio Scandurra, che approfitta
della presenza dell'ex segretario in Sicilia per una chiacchierata che
evidentemente si fa troppo lunga.
Così, arriva il momento che Pannella non ce
la fa più, alza il telefono e sbotta in diretta: "Caro Daniele, mi spiace
interrompere in questo momento visto che Radio Radicale è tutta occupata
nell'edificazione del monumento a te stesso". Perché, ironizza, "sarebbe
interessante vedere fino a che punto si va a finire".
Poi, la sconfessione
pubblica. Durante "Stampa e regime", infatti, l'ex segretario ha citato un
articolo del "Corriere della Sera" sulle liberalizzazioni che mette in contrasto
Radicali e Rifondazione. Ma quella - è il ragionamento di Pannella - non è la
linea del partito, "è la tua". E ancora: "Ha parlato qualcuno?
No, ha parlato
Daniele Capezzone". Una critica non certo nel merito, visto che la posizione
sulle liberalizzazioni dei Radicali non è sicuramente quella del Prc, quanto nel
metodo. Perché - è il ragionamento del leader storico - "non sei più tu a
rappresentare la posizione ufficiale del partito". D'altra parte, spiega tra un
colpo di tosse e una boccata di sigaretta, "i Radicali hanno da sei giorni una
nuova organizzazione delle responsabilità". Chiaro il riferimento al passaggio
di consegne al neosegretario Rita Bernardini. Con tanto di ennesima battuta
sulla precedente gestione, viste "le gravissime condizioni nelle quali il
partito è stato lasciato".
Poi l'ultimo affondo: "Ora bisognerà che chieda a
te il permesso per parlare da radicale...".
Qualche attimo di silenzio
imbarazzato e la linea torna in Sicilia. "Buona domenica a Marco, davvero, con
l'affetto di sempre", dice Capezzone. Che decide di "lasciare da parte la
questione monumento a se stessi, sculture e arti figurative in generale...". Ma
non rinuncia a difendersi:"Se l'attività che svolgo è vista come un insidia per
i Radicali mi pare siamo davanti a un altro grave errore". "Un altro atto di
autolesionismo - aggiunge - che credevo fosse finito con il congresso".
Comunque, fa sapere l'ex segretario ormai "sfiduciato", "io resto qui" e
"proseguirò qui". "Nonostante - conclude - questo buon inizio di
domenica".
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