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*Passeggiate padovane. Perchè i Radicali*
Ottime le intenzioni, pessimi i risultati
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Novembre - Dicembre 2006
Strategica la scelta di Padova per l'ultimo Congresso del Partito Radicale, eletta a teatro e terreno di incontro con il mondo del lavoro e dell'imprenditoria veneta.
Scelta che, salutata favorevolmente da gran parte del territorio veneto, nelle intenzioni del gruppo dirigente radicale, di iscritti e militanti, doveva ridare fiato alla Coalizione al Governo, riconquistare fiducia e voti del popolo delle partite Iva, dei medi e piccoli imprenditori assicurando un ventata di riforme economiche, sociali e  federaliste. Federaliste in senso di federalismo fiscale e di abbattimento dei lacci e lacciuoli del burocratismo burosaurico statalista che sono la maledizione e la palla al piede del progresso sociale ed economico del Paese Italia. Ma, come succede anche nelle più nobili famiglie e nei migliori amori, ci si è messa di mezzo la caratterialità tutta speciosa e tipica dei Radicali. Quella sindrome, tra il moralista e l'autolesionismo, che tutto sacrifica al Totem assoluto della religione dei pesci in faccia e dei panni sporchi lavati nella Piazza del Mercato. Con gran fracasso di ossa rotte e dentiere in frantumi.
Chi ha seguito la tre giorni del Congresso radicale si è chiesto: Ma perchè venire fino a Padova per mettere in piazza, senza risolverli, contrasti e veleni che da tempo corrono tra la dirigenza e la segreteria politica dei radicali? Certo, nel mondo politico non c'è altri come i Radicali capaci di metter su psicodrammi e commedie dai colori fortemente popolari - che poi sono i lati che ce li rendono simpatici e indispensabili allo squallido ed inquietante panorama che offre il mercato della politica attuale - ma, si può distruggere in tre giorni ciò che si è faticosamente perseguito e costruito per lunghi anni e con grandi sacrifici politici, morali ed economici, con lotte condotte in splendido isolamento, autorelegati al confino politico fuori da Governi e Parlamento?
Da gente civile, lucida, costruttiva, pratica e pragmatica, quali sono i Radicali, non ci si aspettava lo sconquasso ed il fragore nichilista con cui hanno risolto passioni e odi interni al gruppo dirigente, passioni e odi che contraddistinguono tutti i partiti e gli uomini politici. Li giudicavamo, i Radicali, se pur fortemente idealisti e grazie a Dio non ideologizzati e mai furbetti - quindi sapienti, dotati di cultura umanistica e politica, intelligenti e lungimiranti - un piccolo esercito di militanti dotati e sorretti da un grande senso della realtà unito al rigore della causa ed alla moralità ferrea della politica pulita. Sopratutto dotati di un forte ed incrollabile senso della tenuta.
Quella tenuta, per intenderci, che da sempre contraddistingue una donna e una politica di razza quale è Emma Bonino.
E, diciamolo, quella tenuta che, proprio nei marosi della tempesta in un bicchiere d'acqua scatenata da Marco Pannella con il cambio traumatico del Segretario dei Radicali italiani, cambio avvenuto a Roma e quindi prima del Congresso, in splendida solitudo e alla maniera di un leader sudamericano del tempo che fu, ha dimostrato e sta dimostrando di avere Daniele Capezzone.
Quel Daniele Capezzone che, dal ruolo di Presidente della Commissione Attività Produttive alla Camera dei Deputati, può ripresentarsi a testa alta al giudizio della classe dirigente ed imprenditoriale padovana, e veneta, per cui l'innovatore Capezzone rappresentava, e ci auguriamo rappresenterà ancora, le ragioni della scelta strategica del Congresso radicale nella operosa città di Padova cuore del veneto avanzato, produttivo e moderno. Auguri.
E un saluto caldo e affettuoso alla generosa città di Padova ed al Veneto che mi hanno dato tanto.
    Giuliana D'Olcese quota rosa di LiberoReporter
*Cazziatoni & Pannoloni*
Da Prodi e Pannella ci salvi il pannolone
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Domenica 12 Novembre 2006
Uno ci cazzea e sentenzia che siamo tutti pazzi perchè non capiamo una mazza e che la mazza la capisce solo lui per tutti e tanto basta. Punto.
Sì, basta che la mazza la capisca Lui, Prodi, per tutti gli italiani. E tutti gli italiani devono ringraziarlo e stare pure soddisfatti e contenti. Delirio 1 da Geriatrik Park. 
L'altro, mai pago di cazziare Capezzone, e ora il Corsera, il vice e il direttore, fa strage dei poveri innocenti che ascoltano Radio radicale. Strage fatta, puntualmente, anche questa mattina irrompendo nella trasmissione di Capezzone e, comme d'abitude, divorandogliene la metà.
Metà trasmissione che, per ovvie ragioni di «scaletta» Capezzone non può recuperare, divorata dai deliri di Casa Arzilla Pannella.
L'incontinenza mattutina torrenziale Pannelliana era tale da non poter aspettare la trasmissione domenicale in cui Pannella parla per 14 ore di filato. E a nessuno è permesso interromperlo o interloquire. Ciò anche se, a parte gli insulti che si capiscono, del resto di cui parla nessuno capisce una mazza.
ll segno della febbre da cavallo che possiede i due «leader», e i deliri di onnipotenza che ne derivano, uno è che nessun dubbio attraversa la mente di uno, di un solo individuo, che ritiene la totalità degli italiani -  56 milioni - pazzi e Lui unico sano. E lo dichiara!
E l'altro leader, Pannella, che si ritiene infallibile nella certezza che, ogni volta che Capezzone parla a Radio radicale, centinaia di migliaia di ascoltatori, invece, non bramano altro che sentire i suoi cazziatoni, gli sproloqui e i veleni su chiunque non la pensi come lui.
Delirio 2 da Geriatrik Park: Siamo al punto che sono bastate le due righe su Capezzone pubblicate oggi dal Corsera, per scatenare il cazziatone di Pannella a Capezzone, al Corriere della Sera e al direttore.
Ora, viste le cose come stanno e come procedono, è urgente che, come in ogni Geriatrik Park o Casa Arzilla in cui qualche ospite da' i numeri al lotto, si costituisca una Task Force di operatori psico sanitari - detti a Napoli 'e Mastuggiorgi - che, dotati di quantità industriali di pannoloni, seguano passo passo Prodi e Pannella e al primo segno di incontinenza gli infilino un pannolone in bocca. O in qualche altro posto.
     Ci salveranno 'e Mastuggiorgi dalle ondate di emme con cui Prodi e Pannella inondano il povero e allibito Paese........ !!!?
Giorni orsono, Pierluigi Battista vicedirettore del Corsera, aveva scritto «In fondo, un partito a cosa serve se vuole parlare solo a se stesso?».
    A cosa servono i politici e i partiti che vogliono parlare solo a se stessi?
             Giuliana D'Olcese quota rosa di internet. 4 note correlate su www.virusilgiornaleonline.com/rubricadol.htm
<<Lettere e Commenti>>
     *Cazziatoni & Pannoloni*
       Ottimo articolo Giuliana, bravissima! Laura
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*Le Mani sulla Rosa*? Beh, non c'è che dire:
Esimia D'Olcese, questa volta mi sei piaciuta più che altre volte. Anche se io sono rimasto un "sinistro" come recentemente hai chiamato quelli che siedono alla sinistra del governo. Ti apprezzo e ti ringrazio della chiarezza di idee che esponi su un sito che, come questo, non offre certo notorietà e gloria.
Una ragione aggiungerei a quelle portate per un governo di salute pubblica, questa: siamo in tempi apocalittici, dove l'opera concorde dei più sani, e cioè di quelli che non hanno troppi interessi da difendere, potrebbe contare qualcosa di più. E questo in grazia, anche, delle gerarchie religiose di ogni provenienza e concezione.
Non è sopportabile la lotta di dio contro Dio che hanno posto in scena dal Papa di Roma agli ayatollah dell'Iran, nonchè dalle varie fazioni del cristianesimo e dell'islamismo. L'aspirazione alla bomba atomica, ormai così generalizzata, rende veramente un'unione di uomini di buona volontà e senza interessi particolari.
E per questo sono pronto, se me ne darà modo, di non vedere più l'odiato Cavoliere Berlusconi come il cantante da diporto divenuto miliardario. Le condizioni in cui versa la vita del pianeta postula veramente l'alleanza di tutti gli "uomini di buona volontà!". E ti sono grato di avere avviato questo discorso, anche se non sei giunta alle estreme conseguenze cosmiche: intanto proprio oggi, alle 13 ho saputo dalla TV di un possibile nuovo tzunami ed ho visto nevicare in Australia.
Spero solo che questo non rafforzi le speculazioni fideistiche cresciute all'ombra della "Madonna della neve", tipica di una religione che ha mandato la madre del suo Redentore a combattere nella Battaglia di Lepanto come una Minerva della mitologia greca, affibbiandole poi il nomignolo-attributo di "Regina delle Vittorie. Sincerissimamente ti ringrazio per il tuo pezzo Le Mani sulla Rosa. Luigi Melilli
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La Pearl Harbour dell'Ammiraglio Capezzoto
Carissima - se me lo permetti - è da tempo che il mio computer era in panne. La presente per dirti che ti leggo sempre perché sei spiritosa, immaginifica, vivacissima, e insomma intelligente ed espressiva. Quanto a condividere la tua posizione politica... beh, ce ne corre! ma non si può discutere con chi è della stessa tendenza o vicino per molti motivi. Ho sempre pensato che le idee non dividono gli uomini, neppure dalle donne, se sono disinteressate e sincere e lo penso soprattutto per te, che sai persino sceneggiare - pregio tutto napoletano che è con me giustamente in lutto per la perdita del suo Re indiscusso e che amavo pur non essendo di Napoli.
Ma scusa: Capezzone come il genio di Pearl Harbour il colonnello Ysoioco Uakamoto... Ma forse la fantasia napoletana sta proprio in paradossi come questo, che ebbero effetti terrificanti. Per il resto brava: io non cambierei i Prodi e buoni con i Berlusconi, che ha tanto autorispetto da essere diventato - è guarito da poco -succube di chi era aduso a chiamarlo Berluscaz. Potrei qui parlarti del celeberrimo documento di Capua, mi pare, dell'800 dopo Cristo, dove si parla do "Kelle terre per kelli Fini, ma forse ringiovanirei pure l'altro eroe bolognese, della combriccola che nella tua mente tencona.
Ho ancora il computer che mi fa capricci, perché trovare un tecnico che gli dia una riassettata è più difficile di trovare politici di buona volontà.
Non perderei un tuo scritto neppure per una compartecipazione all'asse ereditario di Berlusconi senza domandarmi il come è avvenuta l'accumulazione di ciò che sarà ereditato. Se mi degni della tua simpatia, ti ripeto un caro saluto, ma caro nel senso napoletano, e quindi di cuore e non nel senso berlusconico, che inerisce la valuta. Salutissimi di un puggimianese, che - dopo aver scritto circa tremila sonetti dell'Osteria Nazionale, più d'un centinaio dedicati all'Era Berluscronica, ora si è arreso.
Non sono un maratoneta, ne' so cantare, non solo alla napoletana ma neppure alla berlusconiana. Luigi Melilli
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Il peggior governo della nostra vita
Mai s'era vista tanta confusione e tanta incompetenza, purtroppo anche in economia. E partiamo da questa; se si vuol far riprendere l'economia in un paese (quasi) liberale come il nostro, il primo atto è quello d'una diminuzione delle tasse. I più poveri staranno meglio e il più ricchi avranno nuovi capitali da investire, nuovi investimenti significano più ricchezza per tutti. Invece questi, non sapendo come trovare i danari inventano le tasse più fantasiose: ieri si era a 56 nuove tasse, oggi non so, perché vengono continuamente cambiate le carte in gioco. Ma al fondo non c'è limite, ecco qualche esempio:
1. hanno portato al 20% le rendite finanziarie, colpendo così soprattutto i risparmi delle famiglie già tartassati da Cirio, Parmalat, Bond argentini, ecc.
Così gli speculatori investiranno altrove facendo diminuire l'afflusso di capitali in Italia con conseguente minor ricchezza e impoverimento.
2. hanno attuato minime e marginali liberalizzazioni, ma se si vuol liberalizzare davvero occorre iniziare dalla RAI. Ci leveremo di torno un carrozzone per il quale le famiglie devono anche obbligatoriamente pagare una tassa di mantenimento (canone). Anche l'aumento delle dosi di cannabis non va nel senso liberale, poiché si dovrebbe tutelare le scelte individuali e invertire la politica proibizionista che è fonte di guadagni per la malavita. Il proibizionismo in USA fu la ricchezza di Cosa Nostra.
3. hanno bloccato le grandi opere con scuse puerili e illogiche: in realtà non sanno dove trovare i soldi. E così il ponte di Messina torna nella sfera dei sogni.
4. non si capisce più niente nelle scelte finanziarie del governo, ma è logico che sia così, l'ammucchiata di sinistra nacque solo in funzione antiberlusconiana.
In realtà ci sono almeno tre sinistre, con progetti e teorie economiche del tutto diversi e conflittuali Potrei sbizzarrirmi a lungo sui punti più irrazionali che cambiano di giorno in giorno, ma voglio solo ricordare le recenti figure meschine di questo governo realmente impazzito, che non commemora adeguatamente i martiri di Nassiyria, mentre il proprio ministro delle Finanze si becca giustamente l'epiteto del "peggior ministro delle Finanze della CEE". "Una finanziaria da urlo", come ha detto l'UGL, mentre Prodi replica "L'Italia è impazzita", invece è il re che è nudo, e il governo è il peggior governo della nostra vita, guidato da un premier che è lui ad essere impazzito. La speranza è che se ne vadano via al più presto, di danni ne hanno già fatti a sufficienza, basta con la tassazione creativa dei Visco; a questo punto penso che anche buona parte dei "coglioni" siano rinsaviti: ridateci Berlusconi e anche Tremonti, per favore e, alla svelta! Vittorio Baccelli

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*Cazziatoni & Pannoloni*
Esimio Paolo, visto la tua vignetta su www.virusilgiornaleonline.com/rubricadol.htm ?
E hai letto che su *Cazziatoni & Pannoloni* il Giornale ci ha fatto su un articolo?
Certo che non è che la domenica i giornalisti alle 10:38 stanno in ascolto di Radio radicale... il Giornale come tutti i giornali ecc. ha ricevuto *Cazziatoni & Pannoloni* e ci ha fatto l'articolo cosa che a me fa molto piacere. Se avessi sentito anche tu la trasmissione da Recalmuto avresti trasecolato sia x le cose che ha detto Pannoloni sia perchè, x chi segue Radio radicale, è un violentissimo ed ingiusto tormento doversi sorbire le incursioni a tappeto di Pannolon de' Pannoloni ogni volta che parla Cepezzon de' Capezzoni. Ma, nonostante tutto il trasporto e l'amore giornalistico che abbiamo x Bordin, non ti pare che il direttore responsabile di un organo di informazione dopo qualche concessione dovrebbe dire alla redazione che neanche a Pannolone è concesso di interrompere le trasmissioni infilandovisi di prepotenza ogni volta che parla Capezzone e ciò, oltre a tutto, per fare dei cazziatoni a lui e al giornale e al giornalista di turno???
Pannoloni, te lo dico io, non ha retto al boxone del Corrierone e gli sono saltati i nervi e el qu' ! (,-) gd'o

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*Vignette, Cazziatoni & Pannoloni*
Morale del giorno: E di m'è rott 'o sasiccio e m'e scassato 'o sasiccio..... scomparvero i radicali. (,-)
Sì ho visto ora anche su il Giornale.it ma i radicali fanno solo casino potrebbero essere una vera alternativa ma fanno solo gazzarre. E' sempre uno dei partiti più democratici che esista in circolazione ma i radicali stufano con una marea di chiacchiere. L'ottimo Capezzone purtroppo non ha il carisma del leader e ha troppo l'aria da saputello. Cappato sembra sempre un po' inebetito dal fumo e madonna Emma... Benedetto della Vedova dice cose interessanti. Insomma voci soliste ma poca struttura e molta inconcludenza. Stanno al governo ma butteranno un'occasione d'oro. Oltre all'entusiasmo, all'intelligenza e alla passione civica ci vuole un minimo di carattere e di struttura ed Enrico si romperà il sasiccio e manderà gli autori quelle che anche tu consideri querule diatribe e sceneggiate da "checche isteriche" a quel paese. Piaccia o no al momento l'unico partito strutturato capace di portare un progetto seriamente sono i DS; se non ci fossero loro al momento tra un'opposizione berlusco-girotondina... (ma a che cacchio si oppongono se sono stati con una maggioranza mai vista e non hanno fatto una minchia?) e la componente democristina faremmo una fine ancora peggiore.
P

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*Vignette Cazziatoni & Pannoloni*
Morale del giorno: E di m'è rott 'o sasiccio e m'e scassato 'o sasiccio..... scomparvero i radicali. (,-)
Cià cià cià! Vista la tua vignetta? è su www.virusilgiornaleonline.com/rubricadol.htm
Su Cazziatoni & Pannoloni il Giornale ci ha fatto su un articolo perchè è certo che alle 10:38 della domenica non è che i giornalisti stanno in ascolto di Radio radicale... il Giornale come tutti i giornali ha ricevuto Cazziatoni & Pannoloni e ha fatto l'articolo cosa che mi fa molto piacere. Se avessi sentito anche tu la trasmissione da Recalmuto avresti trasecolato sia x le cose dette da Pannoloni sia perchè, x chi segue Radio radicale, è un eterno tormento doversi sorbire le incursioni a tappeto di Pannolon de' Pannoloni ogni volta che parla Cepezzon de' Capezzoni. Ma con tutto il trasporto e l'amore giornalistico che abbiamo x Bordin, non ti pare che il direttore responsabile di un organo di informazione, dopo qualche concessione, dovrebbe dare lo stop e dire alla redazione che neanche a Pannolone è concesso interrompere le trasmissioni infilandovisi di prepotenza ogni volta che parla Capezzone e ciò, oltre a tutto, per fare dei cazziatoni a lui, al giornale e al giornalista di turno che hanno scatenato le sue ire culattiche-megagalattiche??? Pannoloni non ha retto al boxone del Corrierone e gli sono saltati i nervi, e el qu' ! Ciao gd'o
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Caro Capezzone, hai fatto molto bene a rivolgerti agli iscritti,
ai simpatizzanti e ai militanti. Soffriamo tutti da troppo tempo per i gesti incomprensibili e sconsiderati di Marco che sembra uscito fuori di senno e francamente ha rotto le palle a tuttissimi, stampa compresa. Ieri, domenica mattina, è stato il massimo dello sconcio e della inaudita violenza che fa ogni volta che tu parli alla radio.
Questa storia deve finire ma anche Bordin, che dirige la Radio, dovrebbe rientrare nei "parametri" dei direttori responsabili.
Non se ne può veramente più. Il tutto è, ed è stato, una tale soperchieria continua e insopportabile da spingermi a rinunciare ai miei svaghi e impegni domenicali per scrivere ed inviare il mio pezzo urbi et orbi, a iscritti, militanti, simpatizzanti e tutta la stampa compresi.
   Coraggio! gd'o
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*Cazziatoni & Pannoloni*?
 Basterebbe che Pannella, Prodi e i vertici del Corrierone si scambiassero qualche sms...
    :-))) abbracci forti, grazie per tutto, Daniele

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Trame segrete ed anime dei morti
Il depistaggio è in atto, per nascondere movimenti illeciti di denaro e responsabilità enormi. I nomi russi fanno credere che si tratti di un romanzo, l'enormità delle colpe serve a farle sembrare impossibili. Presto il depistaggio, in perfetto stile Telekom Serbia, si gioverà anche di qualche superficiale, diciamo pure di qualche cretino.
Si scatenerà l'ilarità contro quanti negano che gli elefanti possano volare e, del resto, già si dice che Litvinenko si è suicidato (passando un paio di settimane a vomitare se stesso). Non leggete quel che segue, se cercate la "verità", perché non la conosco. Riconosco le bugie e le paure, però. Le democrazie occidentali, ed in modo particolarissimo l'Italia, erano infiltrate da agenti sovietici. Da noi c'era anche il più grande partito comunista operante, legato ai sovietici.
Alcune di queste trame (non tutte) si trovano nell'archivio Mitrokhin, altre ci sono state raccontate da storici coraggiosi. Quel mondo non è sparito d'incanto, con il crollo del comunismo sovietico, né si sono di botto prosciugati i fiumi di denaro che lo irrigavano. Vale la stessa cosa se vista con gli occhi interni all'odierna Russia.
Il controllo di quella ricchezza, ovvero delle intermediazioni nel commercio con l'estero, aggiunto al desiderio (di pochi) di raccontare il passato, scatena la guerra interna, che si riverbera nella rete esterna di uomini e denari. All'estero convergono due interessi: quello dei collaboratori di ieri a non essere scoperti, e quello di chi ancora inzuppa il pane. All'interno della Russia la stretta autoritaria di Putin minaccia tanto gli oppositori quanto le aree d'autonomia dei servizi.
I morti sono conseguenza della guerra. Da noi una commissione parlamentare era incaricata di fare luce. Chi la guidava non ha brillato per sintesi ed efficacia.
Chi l'avversava l'ha seppellito nel silenzio, pronto ad usare il ridicolo e, se necessario, l'aggressione penale. Roba da matti, dicono, invece d'indagare sulle spie chiedevano di Prodi. Già, Prodi. Erano Rosse le Brigate che ammazzarono Moro, addestrate dall'est, armate dai palestinesi che erano armati dai sovietici.
Erano democristiane, invece, le anime dei morti che depistarono le indagini, scegliendosi Prodi come medium. O indaghiamo sui vivi, o ce la pigliamo con i morti.
 Davide Giacalone

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*Cazziatoni & Pannoloni*
Abbiamo scoperto finalmente a cosa serve un governo come quello che possediamo in questo momento e che fa dell'Italietta nostra, le regina dei varietà da cabaret che vanno continuamente in scena in mezzo mondo. Esclusivamente a mettercelo nel... a prescindere dai nostri gusti o dai nostri orientamenti sessuali.
Abbiamo un presidente del consiglio che a furia di sedute spiritiche e probabilmente anche di bevute di lambrusco semireggiano, ha deciso che solo lui possiede la verità globale e l'onniscienza divina. Ci delizia giornalmente con le sue amenità e non dobbiamo prendere cappello se ci dice pubblicamente che siamo pazzi, lui è fatto così, lo abbiamo sempre saputo. A pensarci bene forse l'unica differenza rispetto al Prodi di qualche anno fa consiste nell'aggravarsi della strana malattia di cui è più che evidentemente affetto e che tutti fingono di ignorare, persino Lei carissima e stimatissima Giuliana. Ma possibile che non si evidenzi che il modo di esprimersi (intendo la comunicazione verbale) e il modo con cui atteggia la facciona mortadellosa nonchè quegli ignobili e preoccupanti sorrisi che sfoggia quando il giornalista di turno gli fa la domandina impertinente, denunciano una condizione mentale abbondantemente compromessa da cui derivano ovviamente le facezie e le puttanate che si inventa continuamente??? Io non ce l'ho con lui, non posso arrabiarmi con i malati, ma mi piacerebbe tanto prendere a calci nel culo quei milioni di miei concittadini (al netto delle truffe e truffette perpetrate ai seggi dagli straordinari volontari D.S. con l'unità in tasca e il distintivo alla giacca acquistata alla Coop) che lo hanno mandato dove si trova adesso. Che bravi, che virtuosi, che altruisti, che pezzi di merda!!!! Non dovròmica cominciare io alla non più verde età di 58 anni???
Su Pannella e Capezzone non dico nulla, tanto non esistono, preferisco Fiorello e Baldini.
Sempre suo, amata Signora Giuliana, e se si decide a passare da Bologna la invito a cena al "Diana". Marcello Bruo

 
Riforme. Il Manifesto dei Volenterosix Adesioni scrivi a info@volenterosi.it
Il “manifesto dei volenterosi”, di Daniele Capezzone, Paolo Messa, Nicola Rossi e Bruno Tabacci, con le prime adesioni
NlL DIFFICILE VOLENTI
il Manifesto dei Volenterosi
 
Era il 1994 quando il professor Prodi, insieme al premio Nobel Modigliani e altri autorevoli economisti, firmò un appello all’allora premier Berlusconi stigmatizzando la scelta di quel governo di rinunciare alla riforma delle pensioni. Era il 1997 quando, divenuto Prodi presidente del Consiglio, si insediò una commissione presieduta dal professor Paolo Onofri che elaborò alcune serie proposte di riforma, rimaste lettera morta. Governare è difficile. Avere il coraggio di rischiare è ancora più difficile.
Ma possono le inevitabili difficoltà frenare il futuro del nostro Paese?
Negli ultimi quindici anni, la politica e l’economia hanno subito una vera e propria rivoluzione: la competizione globale. Le protezioni che per decenni ci avevano consentito una vita tutto sommato comoda sono cadute: improvvisamente dall’est dell’Europa e dal sud est dell’Asia si sono affacciati sui nostri mercati imprese, lavoratori, governi che hanno in comune una straordinaria voglia di emergere e hanno poca pazienza per la qualità della vita, le protezioni sociali. 
La prospettiva di vita sfiora, talvolta supera, gli 80 anni. L’accesso al mondo del lavoro avviene difficilmente prima dei 25 anni. Innalzare l’età pensionabile dei lavoratori sembra una bestemmia. Il concetto di merito invece di essere una stella polare appare come un attentato ai valori dell’eguaglianza e il rischio non coincide mai con l’opportunità. La concorrenza rischia di essere solo una parola di moda, cui però non seguono conseguenze. Scuola, sanità, previdenza, impresa, lavoro, trasporti, energia, telecomunicazioni, istituzioni: su questi dossier la competizione politica è a conservare, non a modernizzare.
E’ necessario rovesciare la prospettiva. Immaginare una scuola per gli studenti prima che per gli insegnanti, una sanità per i malati prima che per i medici, una previdenza per i pensionati di domani prima che per quelli di oggi o di ieri, incentivi alle imprese che accettano la sfida del mercato prima che a quelle in crisi, sostegno per chi cerca un lavoro prima che per chi già lo ha e magari non ha più troppa voglia di impegnarsi, ferrovie e linee aeree che si occupano di chi viaggia prima che di chi vi lavora protetto dall’inamovibilità, una pubblica amministrazione al servizio dei cittadini prima che dei dipendenti pubblici. Chiedere tutto questo è difficile, è vero. Ottenerlo difficilissimo. Ma è terribilmente necessario. Noi pensiamo che sia un dovere volerlo fortissimamente. Il futuro è meno lontano di quello che crediamo. 
Essere volenterosi è il minimo che possiamo offrire alle nuove generazioni ed ai tanti italiani che al rischio e al merito ci sono già arrivati. Perché – complice la Rete, gli Erasmus, o Interrail - vivono ed operano, direttamente o indirettamente, in un mondo più grande. Ad essi vogliamo suggerire che c’è anche una politica a cui vale la pena di partecipare perché è una politica che “rischia” e che “merita”.
I volenterosi si danno appuntamento a Milano lunedì 29 gennaio. L'adesione a questo manifesto non implica alcuna opzione tra partiti o schieramenti esistenti né circa la creazione di nuove formazioni o intese politiche: esso non intende aprire un nuovo “cantiere politico” oltre a quelli già aperti a sinistra, al centro e a destra.
Esso intende, invece, offrire un contributo di idee ed energie a tutte le formazioni politiche oggi esistenti e a quelle in formazione, che siano disposte ad aprirsi a un profondo rinnovamento della cultura cui esse ispirano i propri programmi e la propria azione. Nil difficile volenti.
Alberto Alesina, Daniele Capezzone, Enrico Cisnetto, Giuliano Da Empoli, Franco Debenedetti, Maurizio Ferrera, Francesco Giavazzi, Pietro Ichino, Fiorella Kostoris, Alberto Mingardi, Paolo Messa, Savino Pezzotta, Antonio Polito, Gustavo Piga, Nicola Rossi, Bruno Tabacci info@volenterosi.it
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Di Oscar Giannino da Libero
Cofferati: "È incomprensibile che parte del governo fosse al corteo dei precari".
Caro direttore, è solo grazie a un pugno di voti - forse - che il governo Prodi è nato spaccando l'Italia. Eppure, guardano alle cronache dell'Italia "ufficiale" sembra quasi che il centrosinistra stia riuscendo in uno dei suoi più riusciti giochini di prestigio. Quello per il quale chi la pensa diversamente non siamo noi, cioè chi vuole meno tasse, meno Stato inefficiente e più spazio all'iniziativa individuale. No, da sempre la sinistra prova e spesso riesce a far "sparire" chi la pensa così. Tanto che alla fine la foto dell'Italia sembra quella della manifestazione di ieri: un'Italia cioè spaccata tra chi vuole molto più Stato di oggi, e chi vuole addirittura "solo" Stato, alla sovietica. E così, i migliaia di manifestanti marciano dietro parole d'ordine in cui sembra quasi che al governo vi sia una pericolosa pattuglia di thatcheriani. E che tale coraggioso governo di riformisti sia assediato da orde di facinorosi alla Canarini, come quelli che venerdì hanno impedito al ministro del Lavoro Damiano di intervenire a Venezia al convegno sul mercato del lavoro, e che se ne sono allegramente fregati degli inviti a "partecipare al dibattito" lanciati da un conciliante sindaco massimo Cacciari mentre un altro Cacciari, suo nipote questa volta, finiva contuso facendo a spintoni coi poveri poliziotti che tentavano di far parlare il ministro.
Senonché, cari lettori di Libero, bisogna stare molto attenti a non cadere nella trappola. È una pura illusione ottica, vi invito a non cascarci. La decina di sottosegretari di Rifondazione, dei Comunisti italiani e dei Verdi e la quarantina di parlamentari dei tre partiti che ieri - insieme a qualche esponente della sinistra ds - hanno marciato per le strade di Roma dietro ai cartelli che attaccavano Fassino e Damiano, la pochade polemica tra il capogruppo alla Camera dei Verdi Bonelli che ha difeso il governo marciando a fianco di chi lo criticava e i deputati di Rifondazione come Cannavò che parlavano esplicitamente di "manifestazione antigovernativa" mentre il sottosegretario Paolo Cento dei Verdi si teneva in mezzo attaccando Confindustria - questa Confindustria così amica del governo come mai ce ne sono state - sono tutti episodi di una commedia all'italiana buona apparentemente a strappare amare risate a chi la pensa diversamente come noi, ma nella realtà volta solo a mascherare la realtà. Perché la realtà, quella dei fatti di governo e non delle marce attesta inequivocabilmente una sola cosa. Il governo blairiano non c'è. Gli estremisti dell'ideologia antimercato comandano. Tanto è vero che la due giorni di polemica per la marcia contro san Precario è superbamente servita a evitare che l'attenzione si concentrasse invece sulla decisione intanto assunta sul lavoro a tempo determinato dal ministro del Lavoro: proprio quel Cesare Damiano che in piazza veniva dipinto come schiavo degli industriali. Il ministro e il governo hanno infatti deciso di mettersi sotto i piedi quello che in gergo tecnico si chiama un "avviso comune": cioè un accordo direttamente contrattato, raggiunto e sottoscritto nel 2001 dalle associazioni d'impresa e dai sindacati. Naturalmente, la Cgil fu la sola a non firmarlo, e ciò non significa affatto che non fosse maggioritario: ma tanto basta, al governo attuale, per buttarlo nella spazzatura.
E per sostituirlo con che? Forse con principi blairiani di flessibilità? Neanche per idea. Fosse così, la protesta di ieri a Roma sarebbe stata in qualche modo giustificata, non la commedia per gabbare i tonti che è invece. No, il ministro Damiano e il governo Prodi innanzitutto invadono perentoriamente il campo riservato alle parti sociali, dettando loro i nuovi criteri che l'accordo tra sindacati e imprese "deve" recepire entro tre soli mesi: altrimenti sin d'ora l'esecutivo farà a modo suo, anche se Confindustria, Cisl e Uil dovessero ribadire che per loro vanno bene i criteri di fondo delle norme attuali. Perché - poche storie - a giudizio del governo la forma ordinaria di lavoro "deve" essere a tempo indeterminato, ha detto il ministro, mentre quello a tempo "deve" essere considerata un'anomalia. Inutile dire che in Paesi considerati da sempre modelli per il welfare laburista, come l'Olanda, questa massima è totalmente capovolta ed è stata la base per l'espansione della base occupazionale.
Di conseguenza, in Italia invece non andrà più bene che a giustificazione del contratto a tempo indeterminato come accade oggi - vi siano ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo e sostitutivo. Già oggi, il contratto a termine non è affatto oggetto di libera contrattazione: è quantitativamente affidato ai contratti nazionali, e sono consentiti ricorsi a tale tipologia per ragioni sostitutive di precedenti occupati, per ragioni di stagionalità, nell'avvio di nuove imprese o per particolari settori, come lo spettacolo. E vi è già una garanzia per evitare il precariato a vita, poiché la proroga del contratto è consentita una sola volta nel caso in cui il contratto iniziale sia inferiore ai tre anni e senza cambi di mansione. Mentre se il contratto è inferiore ai sei mesi e se il lavoratore è riassunto entro i dieci giorni dalla scadenza allora l'assunzione è automaticamente a tempo indeterminato. Ma ora no, il ministro Damiano e il governo hanno stabilito che le ragioni per i contratti a tempo dovranno essere assai più minuziosamente indicate dai contratti nazionali al fine di restringerne il ricorso. Anzi, andranno stabilite percentuali fisse e assai limitate per ciascuna categoria e settore di attività, oltre le quali non sarà possibile farvi ricorso. Se le imprese vorranno tetti percentuali più ampi a propria disposizione, aggiunge Damiano, dovranno per forza espandere il numero dei dipendenti a tempo indeterminato. Altrimenti, ciccia. E quanto ai criteri di proroga e conferma, il ministro ha detto che occorre pensare a un giro di vite antielusivo, perché sia chiaro all'impresa che si rischiano sanzioni durissime, per tutti coloro che non assumono "per sempre".
Diamo come il solito un'occhiata ai fatti di casa altrui, prima di concludere sui fatti di casa nostra. Su che cosa si fonda la campagna dell'Unione che ha fatto della lotta al precariato la propria bandiera? Forse sul fatto che l'Italia rappresenta una gravissima anomalia nel contesto dei Paesi avanzati, con milioni di lavoratori a tempo determinato? Le cifre dicono questo. I lavoratori a tempo parziale sono il 46% sul totale degli occupati in Olanda, il 33% in Svizzera, il 25,7% nel Regno Unito, il 25% in Svezia, il 24% in Germania, il 22% in Belgio e Danimarca. Persino in Francia, sono il 17%. In Italia, sono il 12,8%. E saremmo noi, il Paese darwinista dove l'impresa esercita la legge della giungla delle sue esclusive necessità? La verità è un'altra. Chi casca nella commedia del governo "buono" criticato dall'estrema sinistra "cattiva" chiude gli occhi di fronte alla realtà. Al governo è finita una sinistra che sogna il lavoro fisso dipendente per tutti una volta per tutte nella vita, mentre il mondo da trent'anni ha preso tutt'altra direzione. Il mondo chiede rischio e merito, da riservare a chi scommette su se stesso. Si può sempre per decreto illudersi di fermare la storia. Ma significa solo rendersi sempre più periferici, sempre meno ricchi, e sempre più dipendenti da Stato e sindacati che si spartiscono famelicamente quel po' di ciccia che gli stupidi che lavorano in proprio riescono a rendere per tutti disponibile.

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Commento UpL.
Concordiamo con Giannino anche se a noi, oltre ai "riformisti" fanno molta più paura dei no-global i falsi liberali, i catto-comunisti travestiti da riformisti, i vertici della CdL sempre affaccendati a litigare tra di loro su leadership e amenità similari. Quà occorre lotta dura senza paura per una Italia Libera.
La soluzione al problema è l'unione di tutti i moderati, di tutte le forze sane di questo paese. In una sigla è Italia moderata che col suo leader Antonio Sabella si batte da tempo non sospetto per un nuovo modo di far politica. Basta politicanti, basta poteri forti, basta furbetti del quartierino, basta banchieri. E spazio a i Cittadini, alla politica per la gente comune e tra la gente comune. Proclami dibattiti litigi stanno a zero in quella che è emergenza continua: contro l'integralismo e l'immigrazione dilagante, contro la micro e macrocriminalità inarrestabile, contro la disoccupazione e il disagio giovanile crescente. Basta bla-bla, bla-bla. Usciamo dalle vuote parole, dalle promesse a fini elettorali e in quanto tali, irrealizzabili. Torniamo ad amare il nostro paese, abbandoniamo gli interessi "privati" per il bene della nazione. Difendiamo i diritti individuali fino in fondo. Meno Stato più libertà, meno Stato più impresa (non assistita!), meno Stato più individuo. E' poi così difficile?
Questa è la vera Rivoluzione Liberale, la Rivolta Blu delle classi produttive del paese. Tutto il resto è noia! Tutto il resto è patetico "deja vu"!
Italia svfglia! Organizziamoci, Prodi a casa elezioni subito! Hasta la Libertad, Siempre!
Galgano Palaferri, Presidente Nazionale "Unione per le Libertà" Rete dei Presidi per l'Italia Libera(le) www.upl.ilcannocchiale.it
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Radicali. Capezzone: Uscire da autolesionismo. In corso incomprensibile"Mobbing", ma io non me ne vado.
E' una scelta non violenta anche questa... anzi, mi impegno per attuazione mozione, che è indirizzo politico scelto dal Congresso.
Sono determinatissimo a dare non una, ma due mani a Rita, Maria Antonietta ed Elisabetta. E ora, caro Marco, basta farsi e farti! male: guardiamo al futuro: il mio impegno sia vissuto come opportunità e non come insidia.
Lettera aperta ai militanti, agli iscritti, ai simpatizzanti, a chi vorrà leggerla. Appello alle iscrizioni!
Quello che segue è il testo del messaggio, della lettera aperta agli iscritti, militanti, simpatizzanti radicali inviata da Daniele Capezzone a www.radicali.it
Carissime compagne, carissimi compagni, cari amici, può succedere di ritrovarsi coinvolti in una vicenda che non si vorrebbe, o che non si sarebbe voluta.
Ed è quanto mi sta capitando, ritrovandomi oggetto di una polemica che non ho fatto, non faccio, e -soprattutto- non farò nulla per alimentare. Per quanto mi riguarda, ho non solo il dovere, ma il piacere pieno della riconoscenza, della gratitudine, della stima e del rispetto per una vicenda politica colossale e bellissima come quella di Marco, e per un partito -il nostro- che è e resta, a mio avviso, l'annuncio di un'Italia diversa e possibile, più libera e anche più giusta.
E' per questo che a Padova ho lavorato per una soluzione positiva e ragionevole del Congresso. Ed è per questo che sono determinato a fare la mia parte perchè Radicali italiani, perchè noi tutti si esca dal tunnel autolesionista in cui ci siamo infilati. Si è perfino avviata, a partire da alcune iniziative e parole di Marco (e, ne sono certo, contro le sue intenzioni), una sorta di incomprensibile "mobbing" nei miei confronti, che mi addolora proprio perchè non ne vedo ragioni, obiettivi ed utilità.
Dinanzi a tutto questo, faccio una scelta -lo dico sorridendo, ma anche con serietà...- nonviolenta. Non solo non me ne vado, non solo resto qui, ma farò di tutto perchè la smettiamo di farci (e, se posso permettermi, perchè Marco smetta di farsi) inutilmente del male. E, qualunque cosa mi venga detta (prima o poi, chissà, sarò anche associato al "rischio-Vesuvio"...), non defletterò da questo obiettivo. Stimo Rita, Maria Antonietta, Elisabetta, che ho votato e sostenuto al Congresso, come si sa. Sono determinato a dare non una, ma due mani. Lo ribadisco ancora una volta.
E, in particolare, credo che si possa essere tutti determinati nell'attuazione di una mozione che è -a mio avviso- una grande opportunità. So che la nostra Segretaria lo sta facendo, e con scrupolo. Dobbiamo evitare, in particolare, che il decorrere del tempo crei fatti compiuti tali da vanificare le nostre puntuali richieste al Governo.
E allora, guardiamo al futuro. Mi auguro che il mio impegno, su fronti che ho animato e in qualche caso contribuito a costruire (impegno che -naturalmente- si intensificherà), sia vissuto come una opportunità, e non come una insidia. Sarebbe -quest'ultimo- un altro errore, che -ne sono certo- sapremo evitare.
E spero che ciascuno, a partire da una riflessione serena e meditata su quanto è accaduto al Congresso di Padova, sia pronto ad una stagione politica di sfida in positivo, dai diritti civili alla modernizzazione economica, passando per gli altri temi che ci stanno a cuore.
Un abbraccio alle compagne, ai compagni, ai militanti, ai simpatizzanti, che stanno seguendo questa vicenda con generosità ed intelligenza. E -mi raccomando- sotto con le iscrizioni! Daniele Capezzone il 13 novembre 2006

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FUORI TELECOM-ITALIA DA CUBA:
Lettera Aperta di Matteo Mecacci, Partito Radicale Trasnazionale all'ONU, membro Direzione Rosa nel Pugno, a Guido Rossi, Presidente TelecomItalia.
Dopo Telekom Serbia, Telecom Italia dismetta anche la partecipazione nella compagnia telefonica cubana ETECSA, controllata dal regime cubano e utilizzata per incarcerare dissidenti e giornalisti.
    Roma, 2 dicembre, 2006
Egregio Prof. Guido Rossi Presidente di Telecom Italia,
Le scrivo oggi, in occasione del 50mo anniversario della Rivoluzione Cubana, per ricordare a lei, e ai cittadini italiani, che Telecom Italia ha una responsabilità particolare nel consentire che il regime di Fidel Castro possa continuare a vivere ed a impedire la trasformazione di Cuba in un sistema politico democratico.
Telecom Italia, infatti, dopo averla acquisita negli anni '90, continua a detenere il 27% della proprietà della società telefonica italo-cubana ETECSA, che è ormai divenuta uno strumento essenziale per il regime, che se ne serve per mettere in atto la repressione e la censura della libera informazione a Cuba, come testimoniano gli attivisti e i dissidenti democratici cubani.
ETECSA, infatti, oltre ad essere l'unico operatore di telefonia fissa, controlla in modo esclusivo anche l'accesso alla telefonia mobile e ad internet.
Altre organizzazioni, come Reporters Sans Frontiers, hanno ampiamente documentato come l'accesso per i cittadini cubani ad internet ed alla telefonia mobile sia assolutamente vietato, salvo nei casi di speciale autorizzazione da parte del Governo, o nel caso in cui avvenga presso luoghi monitorati dalla polizia politica, come gli Internet Cafè dell'isola. Inoltre, per i cittadini cubani che riescano in qualche modo ad accedere ad internet, il sistema di censura messo in piedi dal Governo cubano impedisce di avere accesso a motori di ricerca come google o, quando si digitano parole "invise" al regime, si provocano messaggi di allarme.
La partecipazione cubana di Telecom Italia ha implicazioni politiche molto simili a quella che la Sua azienda detenne per 5 anni in Telekom Serbia (29% delle azioni, acquisite nel 1997, sotto il regime di Milosevic); ora come allora, si tratta di puntellare o meno una dittatura. Anche allora, nel 1999, i radicali chiesero formalmente al suo predecessore, Roberto Colaninno, di dismettere la partecipazione serba; non ebbero risposta; solo nel dicembre 2002, con Milosevic in galera all'Aja, il Dottor Tronchetti Provera rivendette la partecipazione al governo democratico di Belgrado. La vicenda di Telekom Serbia, pur non essendo state ancora chiarite fino in fondo le responsabilità politiche, ha comunque suscitato grande attenzione nel nostro paese. Lo stesso non si può certo dire per l'acquisizione da parte di Telecom Italia della partecipazione nella società ETECSA. Una disattenzione tutt'altro che giustificata, visto l'attivismo di questa compagnia a fianco della polizia politica nel censurare e monitorare le attività dei democratici cubani.
Mi è noto che oggi Telecom Italia è divenuta una società interamente privatizzata, e dunque non vi sono, a differenza dell'affaire Telekom Serbia, delle istituzioni pubbliche alle quali rivolgersi per decidere se sia opportuna la partecipazione di una società telefonica italiana in attività di repressione di libertà fondamentali, da parte di un governo come quello cubano.
Resta, però, la responsabilità aziendale, sua e degli azionisti di Telecom Italia, nel decidere se continuare a fare profitti grazie al sostegno a un'azienda che incarcera cittadini cubani che non intendano più vivere sotto una dittatura. Per parte nostra, lunedì e martedì prossimi, cercheremo di coinvolgere il Parlamento e il Governo italiano sulla situazione di repressione a Cuba, ospitando in Italia Osvaldo Alfonso (ex presidente del Partito Liberal Democratico Cubano, arrestato nella primavera del 2003 insieme ad altri 75 giornalisti e dissidenti cubani, e condannato anche per "l'uso controrivoluzionario" di internet, poi rilasciato nel 2004) e Joel Brito (ex sindacalista cubano, attualmente rifugiato politico negli Stati Uniti, che si occupa di monitorare il rispetto dei diritti dei lavoratori a Cuba).
Sarei naturalmente lieto se anche Lei decidesse di volerli incontrare, per sentire direttamente da loro quali sono gli effetti per milioni di cittadini cubani dell'attività di Telecom Italia, tramite ETECSA, a Cuba. Le allego anche una lista, che si limita solo ad episodi recenti, di azioni prese da ETECSA contro la libertà di espressione a Cuba. Nella speranza di un Suo cortese cenno di riscontro, le invio i miei migliori saluti,
Matteo Mecacci, Rappresentante del PRT all'ONU
Sul sito radicali.it al link: http://www.radicali.it/view.php?id=77758  È disponibile il dossier:
ETECSA - CONSORZIO TELEFONICO ITALO-CUBANO: CRONOLOGIA DEL COLLABORAZIONISMO CON IL REGIME CUBANO
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Capezzone pronto a fare il "colf" della politica - Il Tempo 16 novembre 2006
"Gli altri partiti parlano di quote rosa mentre noi facciamo i fatti. Per esempio, adesso io farò il colf". Lo dice, in un'intervista a Visto parlando dei suoi prossimi impegni politici, Daniele Capezzone, ex segretario dei radicali italiani e presidente della Commissione attività produttive della Camera. "Sfido a trovare un politico che prenda un bus - spiega Capezzone - che faccia la coda all'aeroporto, che prenda un treno che non sia un Eurostar. La verità è che sono degli alieni, non hanno la percezione di come gira il mondo, sono fuori dalla realtà". Parola di colf.
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Lanfranco Turci scrive una lettera - Il Foglio 16 novembre 2006
Lanfranco Turci scrive una lettera alla segreteria della Rosa nel pugno per chiedere che la prossima riunione (già dilazionata), il 23 novembre non sia "una ennesima riunione inconcludente" in cui si ripete "un gioco delle parti ormai insopportabile". Altrimenti, dice Turci, "non parteciperò non è più tollerabile l'ulteriore protrarsi dello stato di inconsistenza del nostro soggetto politico, già uscito in apnea dal Congresso Radicale di Padova". Altrimenti, dice Turci, non parteciperà ad altre riunioni di segreteria.
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Un appello a Capezzone e Pannella - L'Opinione 16 novembre 2006 di Federico Punzi
E' accaduto ciò che temevo. Al congresso di Radicali italiani, a Padova, è andato in scena un dibattito introverso, schiacciato, oscurato da lanci di stoviglie e persino dai tratti oligarchici quando l'ultima notte, mentre in plenaria si susseguivano gli interventi dal palco, la dirigenza era riunita a prendere le ultime decisioni... per poi far trapelare sulla stampa stralci di una discussione non certo di ampio respiro. Poca politica, pochissima elaborazione di contenuti. Poco spazio, per esempio, per contributi preziosi come il lavoro della Commissione sulla scuola presieduta da Lorenzo Strik Lievers, e quello del gruppo "www.welfaretowork.biz". Segnali d'allarme, di stanchezza forse, su cui riflettere. Il divoramento di Capezzone è tutt'altro che riuscito. Il tentativo è apparso iniziativa personale di Pannella.
Il Congresso ha tributato al segretario uscente una vera e propria ovazione, rafforzandone la leadership politica tra gli iscritti e all'esterno ha accolto con rara freddezza la requisitoria di Pannella e persino con irritazione i capi d'accusa mossi da altri dirigenti in plenaria e nelle commissioni. Ma i congressi durano pochi giorni, e le "vittorie" possono rivelarsi effimere. Al di là dell'errore di Capezzone, di non aver da subito accettato la regola aurea radicale dell'intercapedine" tra partito e incarichi nelle istituzioni, Pannella ha voluto proseguire con il suo "processo" ben oltre il momento in cui il dato del ricambio sembrava ormai acquisito, dando la stura a risentimenti e invidie interne che rischiano di avere un'onda lunga. Possibile che, ora che non è più segretario, non sia possibile porre la grave crisi del partito, anche in modo drammatico, al centro dei pensieri di militanti e dirigenti senza polemizzare con Capezzone? Possibile che nella sua analisi sulla crisi del soggetto politico Pannella valuti uno solo dei tanti fattori che vi hanno contribuito, cioè il presunto disinteresse dell'ex segretario per le iscrizioni e l'auto-finanziamento?
Che cosa sta succedendo davvero tra Capezzone e Pannella? Ci sono divergenze politiche e tattiche di fondo?
Se è così, sarebbe bene chiarirle in modo trasparente, limpido, e soprattutto in termini politici, a beneficio di un dibattito che si vuole aperto, non oligarchico.
Se è così, non capiamo come mai Pannella e la nuova Segreteria, abbiano deciso di appoggiare all'ultimo Congresso una mozione, poi votata quasi all'unanimità, con la quale l'attività politica di Capezzone, e le sue dichiarazioni, sembrano coerenti. Iniziative come il "tavolo dei volenterosi", a parole sostenuto da tutti, forse sono viste con sospetto per gli esiti dirompenti negli assetti di potere che potrebbero determinare. Non era quindi indifferente con quale ruolo a Capezzone fosse lasciata aperta la possibilità di esplorare questo percorso: se solo da parlamentare, presidente della commissione Attività produttive, oppure anche da segretario del partito.
Ora che è stata creata l'"intercapedine" tra il Capezzone parlamentare, presidente della commissione Attività produttive, e il partito, si ritiene utile o no che esplori quel percorso? Alla disinvoltura di Capezzone nella ricerca di un rapporto con i ceti produttivi sembra contrapporsi la cautela, se non la diffidenza, di Pannella.
Contatti e consonanze con l'"amico" Tabacci, Confindustria e il Corriere, presentano, è vero, delle insidie, rimaste sottintese nelle riunioni di direzione e nel dibattito congressuale, ma che sarebbe meglio discutere apertamente e laicamente, magari per formulare una linea comune, per capire come tramutare i rischi di appiattimento, dell'essere usati dai poteri forti, in occasioni per usare a propria volta.
L'attenzione interessata dei giornali-partito, come Repubblica e Corriere, tale da spingerli a prendere posizione pro o contro Capezzone, dimostra una riacquistata centralità che i radicali dovrebbero chiedersi come gestire, come sfruttare a proprio vantaggio per inserirsi da corsari nelle contraddizioni del "regime", un'attenzione né da demonizzare né di cui incensarsi. Credo che sia giunto il momento di sedersi attorno a un tavolo a ragionare di tutto questo, con serenità e freddezza.
Umori e intuito non possono bastare. Oppure si tratta del protagonismo, del divismo, del narcisismo, della saccenza di Capezzone? Se è così, in ambiente radicale siamo di fronte al classico caso del bue che dice cornuto all'asino. Adesso che Capezzone non è più segretario non ci dovrebbero essere più alibi.
I vertici e le personalità interne al movimento radicale possono conquistarsi il proprio protagonismo e la propria visibilità. E' anche a questo che, giustamente, serviva il ricambio. Spero che non si voglia, però, sostenere che quando parla Capezzone non parla un radicale.
Se si ritiene che la strategia di comunicazione politica debba essere elaborata e concordata all'interno, e quindi eseguita disciplinatamente, anche con certi dosaggi e una divisione dei compiti, in modo che non sembri frantumata, allora qui si è persino d'accordo ma dovrà valere per tutti (Pannella compreso), e constatiamo che nel movimento radicale non s'è mai fatto. Acquisito il ricambio alla segreteria, sono ancora eluse le questioni politiche: la linea nei confronti del governo e della crisi profonda della Rosa nel Pugno, il rilancio del partito, che non potrà non dipendere anche dall'azione in Parlamento e al Governo. Già, la mozione conclusiva del Congresso è unitaria sul "cosa", ma nulla lascia presagire che le differenze si siano appianate sul "come".
E quel che più conta è "come" si sta nel centrosinistra. In questo centrosinistra statalista e dirigista, punitivo nei confronti dell'impresa, ma anche del lavoro, per i radicali l'occasione è d'oro per porsi come interlocutori di quel mondo produttivo già deluso, che non trova rappresentanza neanche nei vertici di Confindustria, ma che comunque, non può fare a meno di un rapporto con chi sta guidando il paese in questo momento. Oggi potrebbero fare appello al "Terzo stato" dei produttori medi e piccoli, non assistiti come la grande industria, e degli "outsider", respinti da un assetto socio-economico burocratico-corporativo in cui sono sempre i soliti privilegiati e parassiti a dividersi il bottino della spesa pubblica. Proprio oggi stanno maturando le condizioni per quelle battaglie per le riforme economiche liberali che i radicali impostarono negli anni '90. Dieci anni fa erano impensabili gli editoriali dei Giavazzi, degli Alesina, degli Ichino, le relazioni di Monti e Draghi, mentre oggi riscuotono sempre maggiore attenzione e consensi. Rimangono, certo, tabù da infrangere sulle politiche liberiste, ma non è il momento di passare il testimone, semmai di stringerlo più forte. E le libertà civili? Ai ceti produttivi non interessano, non si opporrebbero all'"agenda Concioni". Si avrebbe, anzi, più forza per portare avanti anche le battaglie per gli "outsider" dei diritti civili.
E di solito la conquista di maggiori libertà apre nuove occasioni di consumo. Molto si è discusso, in modo purtroppo non privo di pregiudizi, della comunicazione politica di Capezzone. Si può affermare che con il giovane segretario la comunicazione radicale stia uscendo dagli anni '70? In un certo senso, sì. Senza sacrificare i contenuti e le analisi di fondo della realtà italiana proprie dei radicali, il suo linguaggio sintetico, chiaro, più adatto all'epoca degli sms e dei kilobyte, si sta per lo meno affiancando a un certo astrattismo, intellettualismo, legato a forme "alte" di elaborazione e dibattito politico. Senza accorgersene, si può essere chierici anche nel linguaggio e forse Capezzone sembra capace di "laicizzare" a colpi di humour e di cultura pop la comunicazione radicale.
Lo strumento televisivo, d'altra parte, non si presta più a quei colpi di genio comunicativo che furono di Pannella e che non torneranno più. In una tv che assorbe in sé tutti gli scandali per rivomitarli, non c'è più spazio per "lo scandalo radicale", così dirompente nella tv ingessata tra gli anni '70 e '80. Ma sarebbe ridicolo, per qualche varco creato dai radicali, giungere alla conclusione che il "regime" si sia in qualche modo attenuato, come se il carattere oligarchico e partitocratico del nostro paese si riducesse all'assenza dei radicali o dei temi radicali dal circuito informativo.
Non tutto è perfetto, la banalizzazione del messaggio è sempre in agguato e forse le strade da battere sono altre. In un paese spaccato dal punto di vista della "dieta mediatica" dei suoi cittadini - con un terzo di essi più informato, ma spesso anche più inquadrato, che legge i quotidiani, naviga in Internet, guarda le tv satellitari, "insegue" le fonti anche fuori dal nostro paese, e i due terzi, purtroppo i più giovani e i più vecchi, dalla "dieta mediatica" povera, prigionieri della tv generalista, sempre più impermeabili ai messaggi politici - la sfida comunicativa su cui i radicali (chi se non loro?) dovrebbero riflettere, è come raggiungere queste nuove "periferie", questo "terzo mondo" dell'informazione, dove ci si imbatte in un coacervo di istanze liberali e riflessi illiberali. Come dare forma e contenuti politici a quei mugugni e a quei fenomeni, come l'intimismo, il nuovo edonismo "menefreghista", persino l'evasione fiscale, che possono sembrare irrazionali a uno sguardo superficiale, ma che sono altrettante domande di più libertà rivolte dal vissuto, sofferente, di ciascuno in una società dalle strutture socio-economiche e politiche illiberali?

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Le torte in faccia dei radicali sanno un po' di commedia - ItaliaOggi 15 novembre 2006 - di Diego Gabutti
Con i radicali, quando si tirano le torte in faccia, non è sempre facile capire se fanno sul serio oppure scherzano. Sarà vero, come dicono, che due linee politiche si fronteggiano all'interno del partito, di qua gli "ultimi giapponesi dell'utopia prodiana", di là le colombe libertarie e liberiste; o non sarà piuttosto che i radicali stanno cercando spazio sui media e per questo, à la guerre comme à la guerre, simulano una rissa? Nel dubbio, sapendo che alle domande metafisiche non c'è risposta, facciamo come se litigassero davvero e ammettiamo che Marco Pannella, il Gran Mogol dei radicali, pensi davvero che l'attuale governo, a dispetto della sua impopolarità e delle sue stravaganze, sia il migliore dei governi possibili. Un governo forse fragile, ma efficace e coraggioso, alla cui autorità le Giovani Marmotte radicali, Daniele Capezzone in testa, devono genuflettersi come i musulmani quando pregano, piegandosi sul tappetino, rivolti verso la Mecca. Niente di male, intendiamoci. Anche Prodi, come Pannella la pensa esattamente in questo modo: sto salvando l'Italia dall'apocalisse berlusconiana... chi non mi capisce non mi merita, e peste lo colga. Solo che Prodi, un narcisista famoso, ha le sue ragioni per credersi indispensabile, mentre Pannella, un altro famoso narcisista, non ne ha nessuna, per abbracciare la causa del narcisismo altrui, una vanità che sta oscurando la sua.
Mai prima d'ora i radicali si erano così forsennatamente identificati con un governo della Repubblica. Per farlo, dopo decenni d'opposizione a muso duro, hanno aspettato che si formasse il governo più debole e schizofrenico degli ultimi sessant'anni. È vero che i radicali, questa volta, fanno parte della maggioranza, cosa che normalmente induce i politici onesti e responsabili alla lealtà, ma questa è una maggioranza particolarmente sbilenca, dove ogni gruppo parlamentare, esclusi solo i radicali di stretta osservanza pannelliana, fa la sua corsa solitaria, senza lacrime per il premier, alla cui "utopia" (tra due grosse virgolette) sembrano tutti scarsamente interessati. Boselli e i Socialisti italiani, soci al cinquanta per cento dei radicali nel consiglio d'amministrazione della Rosa nel pugno, prendono anch'essi le distanze, sia da Prodi che da Pannella. Persino gli elettori di centro-sinistra, secondo quanto ne dice Renato Mannheimer sul Corriere della Sera, hanno perso o stanno perdendo la pazienza: il gradimento del governo, tra gli elettori che l'hanno votato, è calato di 17 punti.
Eppure Capezzone, che aveva il torto di voler conservare ai radicali un ruolo autonomo, è stato giubilato. Pannella lo prende a paccheri ogni volta che ne ha l'occasione.
Interrompe le sue letture dei giornali a Radio radicale per ricordargli che il partito è pieno di debiti e che adesso non c'è bisogno di politica ma di soldi (come se i debiti non li avesse fatti lui, Marco Pannella). Capezzone da parte sua, non fa che lamentarsi del suo boss con interviste e lettere al direttore. E questo, diciamolo, sembra proprio il plot d'una rissa simulata, per conquistare audience con l'astuzia. Intanto, però, l'immagine del partito radicale è (di nuovo) a pezzi.
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Il seggio che divide Pannella e Capezzone - Il Tempo 15 novembre 2006 - di Antonio Calitri
Come mai è diventato così forte lo scontro tra il padre padrone dei radicali, Marco Pannella e il giovane ex segretario Daniele Capezzone? E soprattutto, quando finiranno le paginate dei più importanti quotidiani e settimanali su una faccenda politica da un paio di punti percentuali? Anzi, da un seggio. Sì, perché, anche se fino ad ora non è stato scritto, c'è un retroscena inedito in merito allo scontro così forte tra il grande vecchio radicale e il giovane carrierista. Ed è grande quanto un seggio, per il momento mancato, al Senato. Tutto vero quello che ha detto Pannella sulla gestione del segretario. Capezzone, mai molto amato dai militanti che gli rimproverano di essere passato assai rapidamente dai banchetti alla scrivania, ha pensato un po' troppo a se stesso, a una sorta di riposizionamento verso i dl, a volersi candidare come novello Caronte per i naufraghi dell'Udc, ad opinionista delle Markette di Chiambretti ecc. ecc. ecc.. Mentre Capezzone godeva, il partito effettivamente un po' si sfasciava e reclamava una ristrutturazione forte. Tuttavia non è stato questo che ha spinto Pannella a sollevarlo di peso. Anzi, fino all'ultimo ha finto di non vedere.
Ma gli occhi non li ha chiusi sulla questione del seggio al Senato dove si è sentito tradito dal "figlio" prediletto. Quel seggio, secondo il relatore della giunta per le elezioni, Roberto Manzione, gli spetta. Ebbene, per darglielo, rischierebbe di perdere il posto Luigi Zanda. Capezzone che ha sempre strizzato l'occhio alla Margherita ha fatto finta di non sentire e vedere. Pannella ha notato che per lui ha rischiato più Manzione, che ha dovuto lasciare i dl tanto cari al suo Daniele.
E non glie l'ha perdonato. Anche perché, per Pannella, chiudere la carriera rientrando dopo tanti anni in Parlamento sarebbe un giusto suggello.
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Liti radicali. Capezzone: contro di me mobbing. Pannella: vittimista - Il Messaggero 14 novembre 2006
L'ex segretario radicale Daniele Capezzone non demorde e, in una lettera aperta ai militanti, denuncia una sorta di mobbing politico nei suoi confronti e si guadagna la sarcastica presa in giro di Marco Pannella. "Lo prego - ironizza - di avvisarmi a tempo se, dopo il mobbing, non ci siano attentati, non solo morali, ma anche fisici, alla sua persona e alla sua esistenza da parte del mondo radicale, quello che, secondo lui, vuole "farsi del male" e, in subordine, farlo a lui".

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Capezzone Pannella, è ancora duello in differita - L'Unità 14 novembre 2006
I toni sono soft, i contenuti no. Nessuno dei due, per carità, fa polemica. Dolcemente, e in pubblico, l'ex segretario radicale Capezzone e il leader Pannella si scambiano colpi. Il Capezzone trombato al congresso annuncia con una lettera aperta di essere vittima di "una sorta di mobbing" "a partire da alcune iniziative e parole di Marco (e, ne sono certo, contro le sue intenzioni)". Ciò lo addolora perché non ne vede "ragioni, obiettivi, utilità". Quella di mobbing, capperi, e un accusa pesante. Ma affettuosamente l'ex delfino suggerisce: "Guardiamo al futuro. Mi auguro che il mio impegno, su fronti che ho animato e in qualche caso contribuito a costruire (impegno che, naturalmente, si intensificherà), sia vissuto come una opportunità, e non come una insidia. Sarebbe, quest'ultimo, un altro errore, che, ne sono certo, sapremo evitare". Nessuna polemica, mette le mani avanti Capezzone, anzi è lui "oggetto di una polemica che non ho fatto, non faccio, e, soprattutto, non farò nulla per alimentare". Resterò qui e "farò di tutto perché la smettiamo di farci (e, se posso permettermi, perché Marco smetta di farsi) inutilmente del male". Perché verso l'anziano leader il giovane Capezzone  ha "non solo il dovere, ma il piacere pieno della riconoscenza, della gratitudine, della stima e del rispetto per una vicenda politica colossale e bellissima come quella di Marco". Il partito esca dunque "dal tunnel autolesionista in cui ci siamo infilati".
Parimenti affettuosa la risposta, a tambur battente, di Marco Pannella: "Prego Capezzone di avvisarmi a tempo se, dopo il mobbing, non ci siano attentati, non solo morali ma anche fisici alla sua persona e alla sua esistenza da parte del mondo radicale, quello che vuole "farsi del male" e, in subordine, farlo a lui. Certo almeno da qualche settimana in qua, Daniele ci obbliga ad accorrere in suo aiuto contro l'evidente tentativo di eliminarlo, di farlo tornare nel silenzio dell'anonimato".
Conclude, impietoso: "Mi appello a tutti gli italiani democratici perché accorrano contro la violenza censoria del regime e del sistema politico italiano: sono infatti 12 ore che non leggo e non odo comunicati e pronunciamenti di Daniele. Tranne quest'ultimo".
"Ho troppo rispetto per Marco per alimentare un concorso di battute o di botta e risposta. Sono lieto di saperlo di buon umore", replica il giovane Presidente della commissione attività produttive. Piccato? Forse, ma mostra una scorza dura davanti a tanta dolcezza ostentata e esibita. Commenta il compagno di partito Maurizio Turco: "sta facendo del male innanzitutto a se stesso e alla sua intelligenza". E il forzista Benedetto Della Vedova, che a via di Torre Argentina si è fatto le ossa, ricorda che "portare avanti un confronto in solitario con Pannella è impegnativo, dal punto di vista personale e politico". Non è mobbing - dice Della Vedova - ma "un confronto politico su come stare nella maggioranza e come stare nei radicali che stanno nella maggioranza".
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Capezzone "Pannella mi mobbizza" - La Stampa 14 novembre 2006 - di r. i.
Si arricchisce di una nuova puntata lo scontro tra Pannella e l'ex segretario del Partito radicale Daniele Capezzone. Dopo gli attacchi del leader storico, che hanno portato alle dimissioni del segretario al congresso di Padova, adesso il presidente della commissione attività produttive accusa Pannella con una lettera ai militanti, di "mobbing" e di volerlo emarginare dalle attività del partito. Capezzone sostiene che nei suoi confronti "si è perfino avviata a partire da alcune iniziative e parole di Marco (e, ne sono certo, contro le sue intenzioni), una sorta di incomprensibile "mobbing" nei miei confronti, che mi addolora proprio perché non ne vedo ragioni, obiettivi ed utilità". "Dinanzi a tutto questo -aggiunge - faccio una scelta, lo dico sorridendo, ma anche con serietà, nonviolenta. Non solo non me ne vado, non solo resto qui, ma farò di tutto perché la smettiamo di farci (e, se posso permettermi, perché Marco smetta di farsi) inutilmente del male".
Le parole di Capezzone hanno suscitato un'ironica e immediata replica da parte di Pannella: "Prego Capezzone di avvisarmi a tempo se dopo il mobbing, non ci siano attentati, non solo morali ma anche fisici alla sua persona e alla sua esistenza da parte del mondo radicale, quello che vuole "farsi del male" e, in subordine, farlo a lui". "Certo - aggiunge Pannella - almeno da qualche settimana in qua, Daniele ci obbliga ad accorrere in suo aiuto contro l'evidente tentativo di eliminarlo, di farlo tornare nel silenzio dell'anonimato". "Mi appello - conclude Pannella - a tutti gli italiani democratici perché accorrano contro la violenza censoria del regime e del sistema politico italiano: sono infatti dodici ore che non leggo e non odo comunicati e pronunciamenti di Daniele. Tranne quest'ultimo".
In "soccorso" di Pannella è sceso in campo Benedetto Della Vedova, ex dirigente radicale ed ora deputato di Forza Italia. "So per esperienza - dice Della Vedova - che portare avanti un confronto in solitario con Marco Pannella su questioni politiche è, per così dire, impegnativo, dal punto di vista personale e politico. Io rimasi solo, quando sostenevo la necessità di una politica delle alleanze, nessuno tra quelli che ora le hanno fatte, mi sostenne".
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E Pannella sfiducia Capezzone in diretta radio - di Adalberto Signore Il Giornale 13 novembre 2006
L'unica questione ancora aperta nell'ormai interminabile disputa all'interno dei Radicali sta nel capire chi davvero sia il protagonista principale dello "scontro tra Marco Pannella e Daniele Capezzone. Se i due contendenti oppure l'incredibile puntualità con cui "Radio Radicale si fa teatro e memoria storica della querelle.
Apertasi prima del congresso di Padova grazie alla registrazione audio-video dell'ultima accesissima direzione del partito, accessibile al pubblico sul sito dell'emittente radiofonica in nome della "trasparenza democratica" che da anni contraddistingue i Radicali. E proseguita ancora ieri mattina, con l'irruzione telefonica di Pannella durante un'intervista a Capezzone, ormai considerato un po' troppo autonomo e movimentista.
Sono le 10.38 quando il leader radicale interrompe la diretta e accusa l'ex segretario di aver di fatto monopolizzato la radio. Capezzone, infatti, è in onda dalle prime ore della mattina. Prima con l'edizione domenicale di "Stampa e regime", la storica rassegna stampa che dal lunedì al venerdì è condotta da Massimo Bordin, ma il sabato e la domenica è appaltata un giorno a Marco Taradash e l'altro, appunto, a Capezzone. Poi, qualche minuto dopo le dieci, con una lunga intervista di Sergio Scandurra, che approfitta della presenza dell'ex segretario in Sicilia per una chiacchierata che evidentemente si fa troppo lunga.
Così, arriva il momento che Pannella non ce la fa più, alza il telefono e sbotta in diretta: "Caro Daniele, mi spiace interrompere in questo momento visto che Radio Radicale è tutta occupata nell'edificazione del monumento a te stesso". Perché, ironizza, "sarebbe interessante vedere fino a che punto si va a finire".
Poi, la sconfessione pubblica. Durante "Stampa e regime", infatti, l'ex segretario ha citato un articolo del "Corriere della Sera" sulle liberalizzazioni che mette in contrasto Radicali e Rifondazione. Ma quella - è il ragionamento di Pannella - non è la linea del partito, "è la tua". E ancora: "Ha parlato qualcuno?
No, ha parlato Daniele Capezzone". Una critica non certo nel merito, visto che la posizione sulle liberalizzazioni dei Radicali non è sicuramente quella del Prc, quanto nel metodo. Perché - è il ragionamento del leader storico - "non sei più tu a rappresentare la posizione ufficiale del partito". D'altra parte, spiega tra un colpo di tosse e una boccata di sigaretta, "i Radicali hanno da sei giorni una nuova organizzazione delle responsabilità". Chiaro il riferimento al passaggio di consegne al neosegretario Rita Bernardini. Con tanto di ennesima battuta sulla precedente gestione, viste "le gravissime condizioni nelle quali il partito è stato lasciato".
Poi l'ultimo affondo: "Ora bisognerà che chieda a te il permesso per parlare da radicale...".
Qualche attimo di silenzio imbarazzato e la linea torna in Sicilia. "Buona domenica a Marco, davvero, con l'affetto di sempre", dice Capezzone. Che decide di "lasciare da parte la questione monumento a se stessi, sculture e arti figurative in generale...". Ma non rinuncia a difendersi:"Se l'attività che svolgo è vista come un insidia per i Radicali mi pare siamo davanti a un altro grave errore". "Un altro atto di autolesionismo - aggiunge - che credevo fosse finito con il congresso".
Comunque, fa sapere l'ex segretario ormai "sfiduciato", "io resto qui" e "proseguirò qui". "Nonostante - conclude - questo buon inizio di domenica".
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