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*Telecom, Prodi e il mito fatale di Shangri-La*
Siamo nella mitica Shangri-La, il luogo immaginario di Diqing il regno incantato dell'eterna giovinezza dove il tempo si era fermato, descritta da James Hilton nel 1933 nel libro Orizzonti perduti da cui nel 1937 Frank Capra trasse il film giunto in Italia con il titolo Shangri-La.
A Shangri-La nessuno cercava l'
Uomo Nuovo, la loro dimora era lamaseria torreggiante sulla valle della Luna Blu
in cui i felici abitanti conducevano la loro vita dimentichi del mondo e immuni dallo scorrere del tempo.
Nel film di Capra i due protagonisti fuggono dalla maledizione della valle incantata ma oltrepassata la Grande Porta di Iamaseria
scoprono con orrore di essere mummie centenarie e si sgretolano polverizzandosi fino ad arrivare alla morte

15 Ottobre 2006 
Con Romano Prodi e le sue querelles con Telecom e Marco Tronchetti Provera, il datore di lavoro degli spioni che hanno intercettato e schedato mezza Italia, mi regolo
come una parente di San Gennaro. Quando il Santo venerato dai napoletani non ne vuole sapere di fare 'o miraculo, e fa 'o preziuso, le parenti di San Gennaro hanno il diritto, che nessun altro ha, di incalzarlo apostrofandolo con i peggiori epiteti come, per fare solo due esempi, «Faccia ggialluta», e «Faccia 'e mmerda».
«Faccia ggialluta fà 'o miraculo!!!», gridano le parenti nel Duomo di Napoli alla presenza di Vescovi e Cardinali, Boss e Superboss della Camorra, mezzi Boss da' munnezza, do' Presidente Bassulino, da' Sindachessa Jervulina e di uno stuolo di politici della nuova e vecchia camurrìa napoletana.
Sì, una che gli portò 1400 Comitati dei Sindaci e dei Cittadini che nel '96 lo portarono al Governo, a Prodi e alla sua compagine può dire tutto quello che pensa. le stesse che pensano milioni di elettori e quella società civile che, già dal '96, si è vista esclusa dai giochi dell'Ulivo e, giustamente, si è dissolta come neve al sole.
Caro Prodi, il Partito democratico? E con chi lo fate il Partito democratico? Con i soliti quattro politici reduci dal regno immoto e decrepito di Shangri-La?
Ma passiamo a Telecom, e a quei cattivoni della stampa e Tv che, sostiene Prodi, hanno ignorato lui e la sua indignazione per lo scandalo Telecom che ha spiato «perfino» lui. «Anch'io ero spiato e nessuno dice niente».
E allora Prodi? Dov'è lo «scandalo»? Di che dovremmo tutti indignarci appassionatamente e gridare allo scandalo?
Caro Prodi tu e il tuo governo cosa avete detto o fatto per decine di migliaia di normali cittadini intercettati e quindi danneggiati moralmente e finanziariamente?
Avete fatto il Decreto Amato-Mastella. Decreto che penalizza e condanna gli intercettati e assolve gli intercettatori e di cui ha riso l'intera magistratura.
«Ma come si fa a ragionare con gente che sostiene certe follie come sia giusto distruggere le intercettazioni illegali di Telecom che sono prove di un reato e che potrebbero contenere notizie di altri reati perché violano la privacy?
Crediamo che, la privacy, venga usata con astuzia dalla criminalità comune, e politica», afferma Jacopo Fo sul sito http://www.jacopofo.com/?q=node/2071
Lo hai detto fuori tempo massimo, Esimio Prodi, che «C'è stato un abuso gravissimo con ascolti illegali massicci». Ma finora dov'eri? Che facevi?
Cosa leggevi, cosa sentivi?
Finchè le intercettazioni illegali non ti hanno toccato non una parola di garanzia è arrivata a difesa degli intercettati illegalmente. Ne' da te, ne' dal tuo governo, ne' dalla tua maggioranza. E' arrivato il Decreto Amato - Mastella. Il Decreto di «Amato & Castrella», costretti in parte a rimangiarselo, ha rappresentato l'ennesimo autogol del tuo governo. E' il decreto che l'Italia intera, magistratura compresa, ha bollato come la grande cazzata del secolo.
Ti ricordo che Tronchetti Provera non è venuto da te «una volta a giugno e una a luglio», come hanno scritto i giornali, ma, in piena bagarre Telecom & spioni, entrava e usciva da Palazzo Chigi. Vuoi vedere che il «change to change» era che tu mi dai gli spioni Telecom-Sismi a me e io, poi, ti darò una bella cosa a te?
E così il Tronchetti allupato si è frusciato e ha deciso: Vendo Tim. E' questo «lo sgarbo» che ha rovesciato il tavolo con Marco e, quindi poscia, oggi ti «scopri» spiato, il tuo governo si indigna e il vice presidente del Copaco, Copaco che fa rima con Copricapo, ha virato di 360 gradi, si è indignato pure lui coi Servizi dandogli gli otto giorni come si fa con le serve? Da due mesi io scrivo, seguita poi dai giornali, che è in circolo una sorta di nuova P2. Il Copaco-Copricapo lo scopre oggi.
Ma perchè invece di stare a Palazzo Chigi e al Copaco non andate a Pollenatrocchia di Sotto a fare caciocavalli, mozzarelle, provole, provoloni e mortadelle?
Ah... vecchio caro scarpone di una Shangri-La quante ne combinate...
Avete accoppato pure la Commissione d'inchiesta sulle intercettazioni illegali lanciata dai senatori Salvi, D'Amico, Polito, Buemi, De Zulueta, ecc. per farvi quattro uova nel piatto con l'odiato ma temuto Marco e i suoi spioni, poi quello ha esagerato con Tim, Rovati ballando con le stelle vi ha cucinato in padella e, ora, vi siete scoperti spiati. E, non contenti di cotanta perversione politica, avete accoppato pure «il Tavolo dei volonterosi» che portava aria fresca nelle stantie, polverose e maleodoranti portinerie dell'eterna Shangri-La della politica.
Caro Prof., ora è tuo dovere rispondere alle domande che D'Avanzo ti ha posto su La Repubblica di martedì 17/10 a pag. 23 e, a ruota, Pasquino su l'Unità del 18.
Certo, so' ca...i amari, amarissimi, ma rispondere all'opinione pubblica è doveroso e con te devono rispondere tutte quelle mummie Shangrillose, Copacose, e furbette, del quartierino della tua maggioranza e del tuo governo.
Hai detto, caro Prodi, che «c'è qualcuno che vuole indebolire la politica», ma la politica italiota è bell' e che stracotta. La politica è il Palazzo di Shangri-La popolato di decrepiti fantasmi ebbri del Mito dell'eterna giovinezza politica. Mito che, varcata la Grande Porta del Palazzo del Potere della Iamaseria romana, Palazzo Chigi, da belli, giovani e forti - si fa per dire belli giovani e forti - si riducono in polvere e cadaveri scomposti da cui, come ha scritto D'Avanzo, «si raccoglie soltanto il silenzio. Sepolcrale taciturnitas  - Sepolcrale taciturnitas imbarazzata o inquietante? - Sepolcrale taciturnitas che si fa addirittura ostinatissima quando i protagonisti dell'affaire Cipriani, Tavaroli e Mancini finiscono in galera».
Veniamo a Castrella, tuo Ministro della Giustizia. Invece di decretare ai danni dei cittadini, invii gli ispettori alla Procura della Repubblica di Roma.
Al riguardo, ti rendo noto quanto segue:
Gentile signora D'Olcese, nel Luglio 2005 il mio legale ha inoltrato regolare denuncia alla Procura della Repubblica di Roma per abusi, intrusioni e intercettazioni telematiche da me subite. Secondo la prassi vigente l'ho inoltrata prima alla Polizia postale con la formula di rito che prevede, qualora la denuncia venisse archiviata, l'obbligo della Procura di inviarmi comunicazione scritta della avvenuta archiviazione. Preoccupati dal fatto che pur essendo trascorsi ben quindici mesi non sia stata ancora fissata la prima udienza del giudizio, il mio legale ed io siamo andati in Procura per chiedere lumi. Non ne sapevano nulla, ne' della causa ne' del fascicolo.
L'ufficio competente, inoltre, non l'ha inoltrata a nessun giudice e dice di non saperne niente. Non ne sanno nulla di ben due fascicoli della stessa causa, non di uno solo! Anche il fascicolo inoltrato alla Procura dalla Polizia postale ha subito lo stesso «destino» del fascicolo depositato in Procura dal mio legale.
Vengono in mente le dichiarazioni di Guido Rossi nuovo presidente di Telecom Italia «Le intercettazioni non c'entrano con Telecom Italia perchè Telecom non può intercettare legalmente o illegalmente». Mi domando, e con me il mio legale, se il Decreto Mastella sia l'ennesimo inciucio politico per disfarsi delle migliaia di denunce e così evitare a Telecom di pagare i danni recati agli utenti. Ora qualche domanda a Guido Rossi:
Il Cnag, il «Centro Nazionale Autorità Giudiziaria», cosa era e che ci stava a fare dentro Telecom?
E cosa fa e da chi era gestito «il nuovo Cnag»? Da Telecom o da mio nonno? E Tavaroli, Cipriani, Ghioni e lo stuolo di funzionari Telecom e di svariate forze dell'ordine corrotti e deviati a libro paga di chi erano? Di Telecom e di Pirelli o di mio nonno? E perchè le Procure straboccano di denunce e di inquisiti per intercettazioni illegali?
E che ci stanno a fare in galera Tavaroli, Cipriani e i funzionari Telecom e delle forze dell'ordine corrotti? E perchè, per cosa, Ghioni è indagato con tantissimi altri?
Allora le migliaia di dipendenti Telecom che hanno scioperato e che, proprio a Milano, hanno sfilato fin sotto la sede di Telecom con striscioni e slogan mai visti prima
d'ora nei confronti di un padrone come «Tronchetti Provera presto andrai in galera» sono tutti da querelare e mettere ai ceppi nelle patrie galere?
Egregio Rossi, lei che pensa di fare con quelle migliaia di dipendenti Telecom, di denunciarli tutti per diffamazione?
Gentile signora, il fatto è che tutta questa gente si approfitta che noi comuni mortali siamo ridotti al silenzio mentre loro possono vedere pubblicizzata sui media qualsivoglia cazzata gli salti in mente di dire e fare. Ma lei vada avanti così, e non molli, con i suoi articoli lei è diventata un mito. Consiglio ai suoi lettori di segnalare abusi e frodi on line al G.A.T. Gruppo Anticrimine Tecnologico. Nucleo Speciale Investigativo Guardia di Finanza «Sceriffo del Web» Comandante Umberto Rapetto.
Sito internet http://www.gat.gdf.it/ita/home2.htmlwww.gat.gdf.it G.A.T. e-mail sos@gat.gdf.it
   Cordiamente MD'A
<Lettere e Commenti>
Io non ci ho capito niente in tutta questa storia di Prodi.
Ma Prodi da chi era spiato? e perchè? e chi gli ha detto che era spiato? Ci sono tutti gli ingredienti di una spy story. Ma allora siamo di fronte a strascichi della guerra fredda o a quelli di una tavola calda con il solito magna romagna? Non è che questa strana storia riflette la situazione geopolitica mondiale attuale che ripropone sotto altre forme la polarizzazione intorno ai soliti due blocchi USA ex URSS? Questa spy story sarà forse il venenum in cauda di quella contrapposizione ormai superata e senza senso apparente. Ma la coda italiana... è una coda alla vaccinara?  
Saluti Paolo M
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Prossimi alla pensione tutti i giudici in genere perdono quel fervore
giustizialista che invece caratterizzava il periodo post uditorato, la famiglia cresce, ha nuove esigenze ecc.ecc.; la tranquillità diventa una priorità.
Però quando un'inchiesta s'incaglia o non parte proprio, pur in seguito a buoni argomenti, allora bisognerebbe indagare. Lo dovrebbe fare Mastellone, sannita di ferro..
Umberta De Angeli avvocato
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Intercettazioni illegali e ruolo di Telecom.
Interrogazione al Ministero della Giustizia presentata dall'Onorevole Donatella Poretti deputata alla Camera della Rosa nel Pugno.
Chi fa le intercettazioni per la magistratura? Con l'interrogazione al ministero della Giustizia chiedo:
1) Le misure che intende adottare sul fatto che la maggior parte delle intercettazioni sono state svolte da aziende private, in presunta violazione delle norme nazionali e comunitarie, e non dalla polizia giudiziaria.
2) Se hanno fondamento le notizie riportate dal settimanale L'Espresso di intercettazioni di soggetti legati a Telecom Italia e relativa costituzione del Centro Nazionale Autorità Giudiziaria come prototipo di un progetto più ampio.
3) Come intende perseguire quei magistrati che si sono avvalsi di queste intercettazioni nel loro ufficio.
4) Se ha provveduto a segnalare alla Corte dei Conti questi abusi che producono un giro d'affari enorme (soprattutto per Telecom Italia).
5) Se ha tenuto conto che gli importi di cui sopra non superassero la soglia comunitaria oltre la quale è obbligatorio il ricorso a procedure di gara europea.
6) Se per questi importi abbia effettuato un regolare confronto concorrenziale, in ambito europeo, per aprire questo mercato a tutte le imprese operanti sul mercato unico. Qui il testo completo dell'interrogazione: http://www.donatellaporetti.it/intg.php?id=138
On. Donatella Poretti Via Cavour 68 - 50129 Firenze - tel. 055.2302266 - fax 055.2302452 - cell. 336.252221 - email d.poretti@aduc.it
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Guardie Rosse a Shangri-La.
Che da tempo viviamo in piena Shangri-La della politica il Paese reale ne è cosciente tranne chi, e quanti, dovrebbero prenderne atto e correre ai ripari.
I rappresentanti della Democrazia parlamentare, e delle maggioranze di governo che si succedono, invece che segnare il passo e correre in avanti, come spetta fare alle classi dirigenti per avviare i processi di modernizzazione della società e dell'economia, tengono in atto l'esistente, l'autoconservazione e la conservazione, la difesa corporativa, a oltranza, dei piccoli interessi di bottega e dei Poteri forti. A partire dagli interessi intrusivi dello Stato Vaticano a quelli dei commercianti approfittatori e disonesti, fino agli interessi, nefasti per il bilancio dello Stato, degli enti e degli impiegati pubblici nullafacenti voraci parassiti dello Stato.
Rifiutarsi di prendere atto che la politica, così com'è praticata attualmente, è un suicidio imposto ed inflitto alle proprie rappresentanze, equivale ad un delitto di Stato. Governare il Paese, per l'attuale maggioranza, è divenuto un atto di forza quotidiano che raggiunge vette umilianti, grottesche, drammatiche.
Ma perchè il quadro italiano è così fosco e foriero di ulteriori e più pesanti ingovernabilità?
Questa «maggioranza», nel momento stesso in cui s'è insediata a Palazzo Chigi, ha sprezzantemente accantonato la consapevolezza, e la malacoscienza, di avere vinto per un pugno di voti e che, di conseguenza, governa sul consenso (consenso che sta diventando condanna) della metà del popolo italiano, mentre, dovrebbe mostrare la consapevolezza di governare anche l'altra metà del Paese. E rispettarlo. Certo, non è facile. Ma, se non si vuole fallire in ogni campo e su tutti i fronti, la realtà del Paese va tenuta presente, e rispettata. Da troppo tempo si parla di «Governo istituzionale», «Governo delle larghe intese», ecc. ecc. ecc. che, altro non sono, che il Governo di Salute pubblica.
E sì, perchè piaccia o non piaccia, si è arrivati all'emergenza di preoccuparsi ed occuparsi, mettendo in cantina ogni ideologismo vecchia maniera, della salute pubblica del Paese. E dare l'addio, senza pietà, alle posizioni di rendita da arsenico e vecchi merletti e della maniera di intendere la politica e di governare.
Quindi, ben venga «il Tavolo dei volonterosi» una sorta di coalizione trasversale a tutte le forze politiche, tavolo ideato, proposto e realizzato dal Segretario dei Radicali italiani, Daniele Capezzone, che ha trovato largo consenso e adesione da parte di deputati e senatori della maggioranza e dell'opposizione.
Nonostante gli sturzilli inalberati da alcuni rappresentanti governativi, Prodi in testa, sdegnati e indignati da tanto osare, questo tentativo del Tavolo del volonterosi che si prefigge di modificare la legge Finanziaria e altre «sciocchezzate» fatte da maggioranza e governo, a noi gente comune di sinistra e di destra sembrava l'unica ed ultima zattera a cui attaccarsi prima del grande naufragio sociale, civile, umano e finanziario del nostro Paese. Ma Prodi e parti conservatrici della sua maggioranza hanno segato le gambe al Tavolo dei volonterosi. Le ultime «sciocchezzate» del Governo Prodi?
Avere, per mera e pura viltà politica, disertato i funerali di Anna Politkovskaja la giornalista russa assassinata a Mosca e non aver detto una sola parola per ricordare il barbaro assassinio del giornalista di Radio radicale Antonio Russo che, come Anna Politkovskaja, indagava sullo sterminio del popolo ceceno.
L'unico rappresentante italiano a sentire il dovere istituzionale di essere presente a Mosca, è stato il leader radicale Marco Pannella.
Ma, Marco Pannella, è un rappresentante italiano deputato al Parlamento europeo. Qua, da noi, Farnesina in testa, si sono dimenticati, perfino, della strage di Belsan.
Si sono dimenticati della strage dei bambini ceceni, e dei cittadini ceceni, per cui lottavano Antonio Russo e Anna Politkovskaja denunciando i crimini russi sul popolo ceceno. Ha rimediato Mediaset con il bellissimo e sconvolgente reportage trasmesso da Canale5 nella trasmissione «Terra» condotta da Toni Capuozzo. 
Giuliana D'Olcese
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Un doppio allarme
Corriere della Sera 27 ottobre 2006
Nel giro di due giorni un'ombra inquietante si è stesa sulla politica italiana. Prima si è appreso che nel precedente quinquennio una struttura legata al Sismi agiva contro politici (da Violante a Brutti a Visco) e magistrati (pool di Milano e Caselli) con l'intento di "disarticolare" chi era sospettato di attività antigovernative.
Poi abbiamo saputo che nella passata legislatura politici (Giorgio Napolitano e Romano Prodi in primis) ma anche non politici venivano ripetutamente spiati per intromettersi illegalmente nei loro dati tributari. Una doppia ombra inquietante, appunto. E un sapore di ricatto, di intimidazione, di slealtà istituzionale che non dovrebbero avere cittadinanza in una libera democrazia come la nostra. Invece, dall'opposizione di oggi (e maggioranza di ieri, quando questi fatti incresciosi hanno avuto luogo) arrivano prevalentemente, con poche e lodevoli eccezioni, reazioni infastidite, e un'irresponsabile rincorsa alla minimizzazione, se non addirittura all'irrisione di chi giustamente registra con allarme queste plateali degenerazioni della vita politica italiana. Doppio allarme. E doppio, clamoroso errore di chi non capisce quanto ammorbi l'aria l'impressione che le cattive sorprese non siano finite qui. Con la sgradevole sensazione di aver vissuto in una democrazia spiata.
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Questione democratica
di Ezio Mauro - La Repubblica 27 ottobre 2006
Non avevamo dunque torto, un mese fa, a parlare di "attacco alla democrazia" davanti al disvelamento di un'operazione massiccia di spionaggio di cittadini inconsapevoli, all'ombra di Telecom e dei servizi segreti. Non avevamo torto, ma non sapevamo tutto.
Dopo le illegalità del Sismi, che secondo i magistrati assoldava giornalisti-spie contro la legge e spiava senza nessuna autorizzazione i reporter di Repubblica, dopo la schedatura di massa operata dai servizi di sicurezza di un'azienda privata, ecco l'anello mancante: la politica. Romano Prodi, oggi presidente del Consiglio, è stato spiato insieme con la moglie per due anni - quand'era leader dell'opposizione - in tutti i suoi dati fiscali con una lunga serie di accessi abusivi alle banche dati del ministero dell'Economia.
Con Prodi, sono state controllate altre venti "posizioni", tra cui quelle di Silvio Berlusconi, di Piero Fassino, di Massimo D'Alema e addirittura di Giorgio Napolitano, prima di diventare Capo dello Stato.
La politica finisce dunque direttamente sotto scacco dei poteri oscuri che da qualche anno sono tornati a pesare prepotentemente sulla vita pubblica italiana, come ai tempi della P2, tra dossier, intercettazioni, disinformazioni che tendono una rete invisibile di ricatti e di abusi sotto la fragile superficie istituzionale che regge il Paese: con l'inevitabile contorno italiano di calciatori e veline, che sostituiscono i Noschese e i Costanzo dell'epoca di Licio Gelli.
Al centro di tutto, motore invisibile, naturalmente si muovono i servizi, o ciò che oggi sono diventati. E nel mirino, altrettanto naturalmente, c'è la sinistra e la magistratura. È di due giorni fa la scoperta di un dossier del Sismi che si proponeva apertamente di "disarticolare con azioni traumatiche" un gruppo di "nemici" di Berlusconi, con i nomi di Violante, Brutti, Salvi e Bruti Liberati, parlamentari dell'Unione e magistrati.
Bisogna accertare le responsabilità di questi abusi illegali, com'è ovvio, e capire intanto chi ne ha tratto un lucro politico. Ma bisogna prima ancora ridare autonomia alla politica, liberarla dal gioco di paure e di ricatti che svuota le istituzioni e falsa il gioco democratico, alle spalle dei cittadini. A cominciare da un'operazione di pulizia nei servizi, che chiuda quest'epoca inquinata e apra una fase nuova. Subito.
Si pone una questione democratica, che come tale interpella tutti, maggioranza e opposizione: e naturalmente il Quirinale, dove per fortuna abita un galantuomo.
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Quel bene primario da tutelare a tutti i costi
di Giovanni Sabbatucci - Il Messaggero 27 ottobre 2006
L'Italia sembra diventata un Paese in cui spiare il prossimo non importa se personaggio eminente o comune cittadino è attività diffusa e ben remunerata, in cui la raccolta di dati personali a fini economici o politici e persino per far spettacolo (è accaduto di recente) rischia di trasformarsi in uno sport nazionale.
ualcuno potrebbe sostenere che non si tratta di una novità: chi non ricorda i dossier del Sifar anni Sessanta e i numerosi altri scandali nati dall'uso improprio dei servizi segreti? Ma i casi di questi ultimi tempi dal "Laziogate" ai dossier Telecom, fino all'ultima sbalorditiva rivelazione sull'accesso ai dati fiscali dell'attuale presidente del Consiglio e di sua moglie ci mostrano una realtà più complicata e più inquietante, indubbiamente legata alla possibilità di sfruttare tecnologie sofisticate e al tempo stesso alla portata di un gran numero di soggetti. Una realtà che richiede una risposta forte in termini di nuove leggi e sistemi di blindatura.
Insomma il mondo della tecnica si è evoluto e impone quindi decisioni e provvedimenti adeguati. Non ci troviamo più di fronte a un grande fratello, a un occhio universale capace di controllare tutto e tutti. Abbiamo invece una nidiata di fratelli, grandi e piccini, una selva di occhi e di orecchi indiscreti capaci di entrare nella vita privata e nei conti bancari di ciascuno di noi e di far commercio delle informazioni raccolte.
Per combattere con efficacia una degenerazione che sempre più si presenta come tipica dei tempi in cui viviamo servono leggi nuove. E si deve diffondere fra i cittadini la consapevolezza che il diritto alla privacy è una cosa importante in sé, e non solo quando riguarda noi stessi, che la difesa di quel principio conta più delle risultanze di questa o quella attività investigativa illecita, che uno dei caratteri distintivi della democrazia rispetto agli occhiuti regimi totalitari, che spiano tutto a cominciare da se stessi, sta proprio nel rispetto della sfera privata.
E' ovvio che le democrazie hanno il diritto e il dovere di dotarsi delle procedure e degli strumenti necessari per garantire la sicurezza di tutti e anche per assicurare l'adempimento dei doveri fiscali. Per un politico, inoltre, sussistono speciali doveri che limitano forzatamente la sfera della privacy. Ma è altrettanto evidente che investigazioni e accertamenti devono essere riservati ai pubblici funzionari a ciò delegati, e soprattutto vanno espletati attraverso procedure altamente formalizzate. Anche gli apparati istituzionali, è vero, possono deviare dal retto cammino, esorbitare dalle loro funzioni o, come avviene di frequente, fare uso eccessivo degli strumenti di cui legittimamente dispongono. Ma è sempre possibile, anzi doveroso, ricondurre quegli apparati entro i limiti della correttezza, sanzionandone abusi e deviazioni. Molto più difficile è difendersi dallo spionaggio diffuso, dalla raccolta di dati "fai da te", dalle operazioni di cui non si riesce a individuare il mandante.
Una buona strada potrebbe essere quella, già imboccata con qualche incertezza, di punire non solo l'uso, ma anche la semplice detenzione, di materiale informativo illecitamente acquisito (in fondo si tratta di una forma di ricettazione).
Ma servono, lo ripeto, un quadro legislativo nuovo incisivo e una sensibilità diffusa nell'opinione pubblica e nel ceto dirigente, una coscienza condivisa della gravità del problema, al di là di ogni tentazione di strumentalizzazione politica: chiunque sia lo spione e chiunque sia la vittima di turno.
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Ma il lupo c'era davvero
di Luigi La Spina - La Stampa 27 ottobre 2006
Toccherà alla magistratura accertare i fatti, valutarne la rilevanza penale, individuare i colpevoli e, soprattutto, arrivare ai mandanti. Per capire se lo spionaggio tributario contro Prodi e sua moglie è solo un caso di voyeurismo fiscale di qualche funzionario, come sostiene Forza Italia, o il tentativo, da parte dei suoi avversari politici, di screditarlo e di impedirgli la ricandidatura a Palazzo Chigi, come ritiene la maggioranza. Tocca, però, all'opinione pubblica riflettere su quello che è già emerso, non solo ieri, ma nei mesi scorsi, per formulare qualche giudizio che consenta di evitare, come al solito, l'"indignazione alternata", a seconda della simpatia per quella parte politica che si sente vittima del complotto di turno. Tocca, infine, alla politica e, soprattutto, al governo provvedere perché sia dissipato qualsiasi sospetto sulla lealtà democratica di pezzi dell'apparato dello Stato.
Al di là della diversa gravità e delle diverse responsabilità, è comunque inquietante la collezione di accuse rilevatesi false, di dossier fraudolenti, di testimonianze calunniose, di intercettazioni abusive che si è accumulata negli ultimi anni contro Prodi e suoi familiari e bisogna riconoscere che gli allarmi lanciati dallo stesso premier, ancora nelle ultime settimane, avevano fondamento. Ma proprio per non cedere alla tentazione dello strabismo di fazione, occorre anche ammettere che prima di imputare a Berlusconi e a Tremonti la regia di un'operazione di killeraggio scandalistico bisogna aspettare l'esito delle indagini.
E' invece incontestabile come la storia della nostra Repubblica, quella più antica e quella più recente, sia costellata di vicende oscure in cui il governo ha provato ad usare apparati statali sui quali aveva, in quel momento, influenza, per cercare di colpire gli avversari. Si sperava che il passaggio a un sistema compiuto di alternanza di potere tra due schieramenti impedisse o limitasse il persistente ricatto scandalistico sulla nostra vita politica. Ma il rischio di vedere spalancati gli armadi contenenti gli scheletri del governo da parte del successivo, di colore opposto, non solo non riduce le tentazioni, ma consiglia di raddoppiare il polverone di accuse contrapposte, in modo da insinuare preventivamente che qualsiasi accertamento dei fatti e condanna della magistratura siano sempre inficiati da un pregiudizio politico di parte che impedisce, in tutti i casi, di arrivare alla verità.
Il ricorso ai più moderni strumenti di intrusione nella vita privata, dalle banche dati alle intercettazioni telefoniche o ambientali, moltiplica, poi, sia le possibilità di compiere violazioni della libertà personale, sia il numero dei soggetti potenzialmente in grado di esercitare un controllo illecito sul cittadino. In un'intervista alla "Stampa", già parecchi anni fa, Norberto Bobbio, a questo proposito, arrivò a tracciare un paragone significativo: "Anche un monarca assoluto come Luigi XIV non aveva, sui propri sudditi, il potere che ha oggi sui cittadini un governo democratico".
Ecco perché, anche alla luce di queste elementari considerazioni e in attesa che si accertino le responsabilità personali e politiche dell'ultimo spionaggio fiscale su Prodi, colpiscono le preventive minimizzazioni dei fatti da parte dell'opposizione, con l'immediata accusa di una coincidenza temporale sospetta nell'emergere di tutto questo campionario spionistico contro Prodi. Ma anche le inerzie, le prudenze, i ritardi di un governo che dovrebbe avere non solo l'interesse, ma anche il dovere di squadernare immediatamente in pubblico quello che viene a sapere, provvedendo celermente alla sostituzione di quei funzionari e dirigenti dello Stato che non diano assoluta garanzia di lealtà istituzionale o, comunque, dimostrino di non aver vigilato sufficientemente perché i loro sottoposti non si prestassero a manovre di grave scandalismo politico.
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Le vittime del Grande fratello. Ma i veri spiati sono gli italiani
di Maurizio Belpietro - Il Giornale 27 ottobre 2006
Ohibò: Prodi e sua moglie erano spiati. Ieri, di buona mattina, su sollecita denuncia di Vincenzo Visco, la Procura di Milano ha spedito 400 uomini del Gico, il reparto scelto della Guardia di Finanza che si occupa di indagini particolarmente complesse, a perquisire case, uffici e persino automobili di 28 persone accusate di aver tenuto sotto controllo per ben due anni - gli affari del premier.
Apriti cielo: è bastato che l'agenzia di stampa ufficiale battesse la notizia, con le tre stellette d'ordinanza che segnalano fatti gravi e urgenti, perché i giornali fossero inondati di dichiarazioni di politici di centrosinistra tese a denunciare ogni sorta di complotto. Pesco a caso nel mazzo di lanci-stampa: il capogruppo della Rosa nel Pugno Roberto Villetti, primo dei centrosinistrati ad aprire bocca sul caso, tira in ballo i poteri occulti; il senatore diessino Cesare Salvi scomoda la democrazia americana rievocando il Watergate: anche il sindaco di Roma non si è fatto mancare la dichiarazione: "E' una ferita grave in un Paese democratico. Ma ora non c'è tempo da perdere: bisogna individuare e colpire i responsabili". L'asso sul tavolo l'ha calato il segretario dei DS, Piero Fassino, il quale il nome del responsabile l'ha subito trovato Berlusconi, presidente del Consiglio all'epoca, insieme con l'ex ministro Tremonti, dal quale dipendevano i funzionari dell'Agenzia delle entrate, "ora deve rendere conto al Parlamento e al Paese di quello che è successo".
Peccato che Prodi e Visco non abbiano informato nemmeno lui, Fassino, che nella lista degli "spiati", tra modelle e calciatori dalla nazionale, c'è anche Berlusconi.
Sì, qualche curioso ha digitato pure il nome del Cavaliere, come ha scoperto il nostro Gianluigi Nuzzi. Ma svelare questo particolare avrebbe significato sgonfiare immediatamente lo scandalo. E, infatti, Visco s'è ben guardato dall'inviare gli agenti del Gico a perquisire le case, gli uffici e le auto di chi s'era impicciato anche delle operazioni finanziarie dell'ex premier. Che Watergate sarebbe stato?
In realtà l'intrigo è grave ma non è serio. Chi sono gli occhiuti manigoldi che si sono fatti gli affari del presidente del Consiglio e dei suoi cari?
Anche qui pesco a caso: tra i 128 indagati c è la signora Angela, impiegata 65enne di Barcellona Pozzo di Gotto, in servizio all'Agenzia delle entrate, che il 26 maggio, digitando la propria password, e quindi lasciando le proprie impronte digitali sulla scena del delitto, ha chiesto al computer collegato col cervellone del Fisco di vedere la denuncia dei redditi di Romano Prodi e le sue proprietà. Ahi, Ahi, Ahi, signora Angela, lei mi è caduta sul presidente del Consiglio. Se anziché soddisfare le sue poco urbane curiosità su beni e stipendio del neo eletto, lei si fosse fatta gli affari suoi, oppure quelli del vicino di casa, non si sarebbe ficcata in un complotto che fa tremare la nostra democrazia, soprattutto dal ridere.
Angela è in buona compagnia: quasi cento funzionari delle Entrate, un certo numero di agenti delle Fiamme gialle e delle Dogane, almeno una volta, negli ultimi 700 giorni, hanno dato un occhio a quel che possiede il caro Romano. Certo, non è carino sbirciare gli affarucci del presidente, utilizzando senza titolo il proprio codice segreto che invece deve servire per controllare i contribuenti, ma quali cose riservate hanno potuto scoprire i cento e passa impiccioni?
Nulla di diverso rispetto a quel che avrebbero saputo collegandosi via Internet al sito della Commissione Ue, dove la denuncia dei redditi di Prodi è regolarmente depositata. Niente di più sconvolgente di quel che avrebbero visto inserendosi nel sito del Cerved, il registro telematico delle Camere di commercio, oppure con una visura all'ufficio del territorio: tutte operazioni perfettamente legali, che qualsiasi cittadino può fare.
Complotto? Via, siamo seri: il premier è in caduta libera nei sondaggi, Vincenzo Visco è detestato anche da chi lo ha incautamente eletto, l'unica mossa che possono fare è quella di atteggiarsi a vittime, inventarsi scandali e tentare di distrarre gli elettori cui stanno sfilando di tasca un bel po' di banconote.
Qui di spiati ci sono solo i contribuenti. Grazie a Visco non c'è conto corrente, assegno, pagamento con carta di credito o altra transazione che non siano sorvegliati dal Fisco. Gli unici a dover dunque denunciare il Grande Fratello siamo noi, non certo il piccolo gemello di Dracula.
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Come Telekom Serbia
Prodi ha ragione, potrebbe finire come Telekom Serbia. Il centro destra potrebbe rimettere in campo la propria insipienza politica, il desiderio d'imitare il peggio degli altri e, alla fine, ritrovarsi ancora ridicolizzato. Prodi ha ragione, non è escluso che finisca così. Oppure no, magari si torna a parlare di cosa veramente fu, Telekom Serbia.
Quello fu uno scandalo economico ed uno scandalo politico che l'incauto moralismo della destra tentò di trasformare in uno scandalo di tangenti, andando appresso ad improbabili personaggi. Alla sinistra il moralismo funziona, alla destra no. La ragione è genetica e strumentale, attiene alle radici del pensiero ed ai collegamenti con la magistratura. A me, comunque, pare che il moralismo di ambo le parti difetti di un ingrediente fondamentale: l'etica. Ma veniamo alla Serbia.
Nel 1997 Prodi guidava il governo, lo stesso che varò la malaprivatizzazione di Telecom. La Serbia era nelle mani di Milosevic, ed è in quelle, con pacchi di bigliettoni trasferiti rocambolescamente, che furono consegnati 878 miliardi di lire. Telecom Italia era presieduta da Guido Rossi (oh, sono sempre gli stessi!) ed amministrata da Tomasi di Vignano, poi premiato con le municipalizzare rosse. Cinque anni dopo Telekom Serbia sarà restituita al governo serbo, in cambio di 378 miliardi di lire. In cinque anni si sono persi 500 miliardi.
In quel giugno del 1997 la Telecom era ancora controllata dallo Stato italiano, mentre quello serbo era governato da un nemico dell'umanità e degli interessi occidentali. Tanto è vero che, di lì a qualche mese, previa defenestrazione di Prodi e governante D'Alema, andammo a bombardarlo, a fargli la guerra, la guerra, nell'ambito di un'azione Nato ed infischiandocene dell'Onu, che aveva miseramente fallito. Facemmo bene, e fecero bene gli statunitensi a prendere la mira ed abbattere gli impianti di Telekom Serbia. Purtroppo, però, era stato il governo Prodi a consentire che si facessero affari e si consegnassero denari al nemico. Questo è l'insuperabile scandalo politico. Il fatto che Prodi lo ricordi con  beffardo orgoglio, che speri le cose vadano nello stesso modo, ha a che vedere, lo dicevo, con l'incapacità dei suoi oppositori. Ma nel lavoro di corruzione ed oblio, non conti sulla nostra collaborazione.
2 Ottobre 2006 Davide Giacalone www.davidegiacalone.it
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La grande rete del potere occulto
di Giuseppe D'Avanzo - La Repubblica 27 ottobre 2006
Se si separa il grano dal loglio, e non ci si fa confondere dal rumore delle chiacchiere, la trama di questo nuovo capitolo dello spionaggio illegale - affare integralmente politico - non ha alcun mistero. E' sufficiente saper leggere le impronte che i protagonisti "maggiori" dell'affaire hanno lasciato sulle cose.
Bisogna chiedersi: quali informazioni abusivamente sottratte all'anagrafe tributaria sono state utilizzate in pubblico? Contro chi? A quale fine?
E' la prima necessaria scrematura. E' vero, tra le vittime delle intrusioni ci sono anche, a quanto pare, calciatori e soubrette. Ma voi ne avete mai saputo qualcosa?
No, perché quelle notizie fiscali non sono state agitate in pubblico contro di loro.
Dunque, tra i ficcanaso dell'amministrazione delle finanze ci sono degli scimuniti che, per curiosità invidia o vattelapesca, gettano un occhio sul reddito della gente che vede allo stadio o in televisione. Come è vero che, accanto agli scimuniti, appare un buon numero di pitocchi che, per un biglietto da venti euro, "vende" all'agenzia di investigazione privata il profilo finanziario e patrimoniale di un cittadino-contribuente. Magari molto utile alla moglie che, prossima al divorzio, vuol sapere quanto davvero guadagna il marito. Fin qui, siamo sempre nel territorio degli abusi e dell'infedeltà, ma non c'è nulla di politico. La politica - il fine politico - affiora quando si scopre che tra gli "spiati" ci sono Prodi, Napolitano e Berlusconi. Non tutti uguali, però. Perché gli "spioni" non riservano a tutti lo stesso destino. Speculazioni con notizie riservate e abusive sulle finanze di Berlusconi, alla vigilia del voto di aprile, nessuno ne ha lette. Nessuno le ha sciorinate in pubblico. Un affondo, all'inizio dell'anno, contro il futuro capo dello Stato invece c'è stato. Pallido, sconveniente, non insistito. È soprattutto quel che accade a Prodi che ci fa comprendere qual è la macchina che si è messa in moto; chi sono i macchinisti; qual è l'obiettivo. Non sembra esserci alcun mistero.
Le tracce elettroniche, prova incontestabile dell'accesso clandestino, raccontano che la muffa aggredisce Prodi in tre ondate. Tra il 21 e il 24 novembre 2005; il 22 gennaio 2006; tra il 30 marzo e l'8 aprile. Non è un lavoro di curiosi. Non è fatica di chi apre il file "eccellente" e getta un occhio su una schermata, magari su due, e passa ad altro. È opera professionale che prende molto tempo, che richiede l'intrusione in più banche dati, che pretende uno screening esaustivo del Prodi contribuente: informazioni sul reddito, atti del registro tributario, partecipazioni societarie, atti di compravendita.
Di questo compito non si incarica un impiegato civile, ma - a quanto riferiscono autorevoli fonti - un militare, un sottufficiale della Guardia di Finanza. Che difficilmente si avventura in un'impresa temeraria di questo genere senza aver ricevuto un ordine superiore. Anzi, a sentire altre fonti vicine all'inchiesta, ci sarebbe già qualche "ammissione" su quegli "ordini venuti dall'alto".
Dov'è allora il mistero di questo ultimo affaire spionistico? Possono ancora essere un mistero inglorioso i passi storti consumati dentro la Guardia di Finanza?
Abbiamo potuto vedere ingrassare la "politicizzazione della sicurezza nazionale" quasi mese dopo mese. Era sufficiente seguire le "strategie integrate" di influenti network all'interno della Guardia di Finanza e del Sismi.
Quasi ingranaggi di un unico ordigno. Al servizio segreto trasmigrano ottocento finanzieri e il patrimonio informativo dell'intelligence è alimentato dalle notizie raccolte nel territorio dalle sezioni "I" (Informazione, Intelligence) della Guardia di Finanza ed elaborate al centro dal II Reparto. Dal servizio segreto si trasmettono alla Guardia di Finanza richieste di informazioni, input, "obiettivi". I rapporti tra i vertici dei due apparati sono così stretti che, appena qualche mese fa, il direttore del Sismi Nicolò Pollari si lascia intercettare, nel corso delle indagini milanesi, mentre utilizza il telefono cellulare di Emilio Spaziante, capo di stato maggiore della Guardia di Finanza.
È quel "gioco grande" che, per cinque anni, ha alimentato l'ambizione di un inedito e nascente potere, sbocciato nel corso della legislatura appena chiusa, con l'integrazione tra lo spionaggio politico-militare del Sismi e l'intelligence economico-finanziaria della Guardia di Finanza. Un potere che, se capace di sopravvivere al cambio di regime, poteva diventare - può ancora diventare - un moloch con cui una politica debole e un capitalismo fragile dovrebbero fare i conti, stringere patti o subirne umori e voglie, come nel silenzio di una politica timorosa o intimidita ha scritto Repubblica, otto mesi fa. Nel silenzio assordante di leader politici di prima e seconda fila che oggi, finalmente desti, chiedono che si faccia qualcosa.
In quel silenzio, e gliene va dato oggi atto, soltanto Marco Minniti (adesso viceministro agli Interni) ebbe il coraggio di levare la voce e proporre all'opinione pubblica una radiografia che ora appare esatta forse più di quel che allora immaginava il suo autore. Disse Minniti a Repubblica, era il 12 marzo: "Questa maggioranza e questo governo hanno fatto una scelta disastrosa. Hanno politicizzato la nostra sicurezza nazionale, privatizzandone interi pezzi. In nome di un interesse politico di parte, hanno creato le condizioni perché si sviluppasse un agglomerato oscuro fatto di agenzie di investigazione e polizie private in combutta con infedeli servitori dello Stato, che a quell'interesse di parte rispondono e che in nome di quell'interesse di parte si muovono, in una logica di ricatto. È uno spettacolo spaventoso e per nulla antico.
Al contrario è assai moderno e vi si colgono i tratti propri delle derive autoritarie anche di altre grandi democrazie moderne".
Dov'è allora il mistero? Da mesi è tutto sotto i nostri occhi. E il problema oggi non è soltanto che cosa accaduto e per responsabilità di chi. Le responsabilità politiche del governo Berlusconi sono evidenti, nonostante il polverone. La questione che sembra ancora non trovare il giusto rilievo nell'agenda politica del governo Prodi e della maggioranza che lo sostiene è "che fare", come farlo, quando farlo? Si odono litanie farfalline, sortite irrilevanti. Si immagina che l'oscurità che ha fatto di piombo la qualità della democrazia nei cinque anni passati sia lavoro di poche "mele marce" nel cesto mentre invece è della forma di cesto che ci si dovrebbe occupare.
Si dice: la magistratura faccia il suo lavoro. Dimenticando che i tempi della giustizia sono lunghissimi, illuminano fatti penalmente rilevanti e puniscono - quando puniscono - soltanto responsabilità personali.
È una macchina che soltanto impropriamente e "per supplenza" affronta fenomeni e patologie. È la meno adatta a dare le risposte concrete e immediate che appaiono necessarie per diradare la nebbia spessa che sembra avvolgere la vita pubblica italiana. Si dice: il Parlamento avvii una commissione d'inchiesta che abbia i poteri d'indagine della magistratura.
E con quali tempi, ammesso che il lavoro di questa commissione sia più decente di quello di altre commissione del passato, si giungerebbe a un esito utile?
Sei mesi? Un anno? Per intanto, il moloch se ne starà quieto ad attendere la sua fine o si difenderà come può e come purtroppo sa?
La verità è che nessuno ieri, nel gran chiasso dichiaratorio, ha chiesto che il governo faccia subito la sua parte. Garantisca subito, con gli strumenti a sua disposizione, l'affidabilità, la correttezza e la trasparenza delle burocrazie della sicurezza infettate. Promuova il governo, subito, una commissione d'inchiesta amministrativa che possa restituire dignità a quelle istituzioni dello Stato e serenità a chi, come tutti noi, deve sentirsene protetto.
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