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Exodus fatale da Telecomlandia
con Guido Rossi nella parte di Antony Queen, il Popolo degli utenti nella parte della
Rivolta degli schiavi e un IP doc eloquente
Centomila utenti lasciano Telecom ogni mese. Perché c'è questo esodo di massa?
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24 Ottobre 2006
Vedere sfarinarsi come mummie al sole una faccia e una carriera, un vero e proprio cult, come quello che ha fatto di se stesso l'avvocato Guido Rossi, ora Presidente di Telecom Italia, durante una vita intera votata all'«autorevolezza», alla «credibilità» ed al «successo», è un caso umanoide a cui non capita tutti i giorni di assistere.
Anche chi non ha seguito le interrogazioni al Senato sul caso delle intercettazioni Telecom, ha potuto rilevare le abnormi incongruenze esistenti tra le dichiarazioni rese al Senato da Guido Rossi come per esempio «Telecom è una grande azienda sana e onesta, le intercettazioni non c'entrano con Telecom Italia perchè Telecom non può intercettare legalmente o illegalmente» e le infinite realtà illegali e truffaldine, passate e presenti, constatate ancora oggi giorno dopo giorno, dagli abbonati Telecom. Guido Rossi con «l'affaire Telecom Italia» sta dimostrando di essere la perfetta interfaccia del regno della fatale Shangri-La: Il regno delle decrepita politichetta italiota. E, in troppi casi oramai, politichetta idiota.
I tabulati degli utenti Telecom, e non Telecom, sono stati appaltati e venduti ad ogni sorta di società di telefonia e a provider-canaglia e viaggiano in milioni di copie permettendo intercettazioni telefoniche, telematiche e quant'altro. Altro che il sale sulla coda che mette loro il «Decreto Amato & Castrella».
Scrive Giuseppe D'Avanzo su La Repubblica
«In Telecom, si apprende, esiste una «control room» e una «struttura S2OC» «capace di fare qualsiasi cosa, anche intercettazioni vocali: può entrare in tutti i sistemi, gestirli, eventualmente dirottare le conversazioni su utenze in uso, con la possibilità di cancellarne la traccia senza essere specificatamente autorizzato».
    Giuliana D'Olcese
<Lettere e Commenti>
Telecom, Prodi e il mito fatale di Shangri-La
Cara D'Olcese, le tue continue "effervescenze intellettuali" sul caso Telecom, iniziate in tempi non sospetti, si dimostrano sempre più congruenti con la realtà.
Hai centrato l'argomento, il tema, il contesto, gli attori, i comprimari, le comparse, l'impresario, gli sponsor, le maschere, perfino il pubblico....
Anch'io, tanti anni fa', mi sono trovato "in anticipo su tutti", nel mio piccolo e per le mie vicende, solo che mancavo della tua freschezza intellettuale... altrimenti avrei fatto altrettante scintille!!! Ciò nonostante in un qualche modo sono riuscito a districarmi... So che essere profetici (anzi, profeti verificati) in questo modo è una posizione estremamente difficile da reggere, si passa continuamente tra visionari e implacabili inquisitori, tra rompipalle e mitomani..., ma pazienza....
Resisti!!! Resisti!!! Resisti!!! Salutissimi di cuore, Carlo Alberto Savorgnan
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Caro Savorgnan,
detto da te, questo ben di Dio di riconoscimenti, è veramente molto onore per me. Certo che è incredibile che tutta la stampa abbia avuto bisogno che io nominassi la P2 per spremere, molto poi, qualcosa e cominciare a parlarne. Cosa intendi dire con "la tua freschezza intellettuale... altrimenti avrei fatto altrettante scintille!!!"?
Mi piacerebbe capire bene a cosa ti riferisci. Sì, Resisto Resisto Resisto! Ciao grazie ancora e salutissimi di cuore pure a te!
In attesa di preziose tue, gd'o

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Canaglie everyware
Bravissima Giuliana D'Olcese,
Che la Telecom abbia seri problemi, e crei seri problemi, è una tragica realtà. Che i concorrenti della Telecom facciano a gara a chi si comporta peggio, è un'altra realtà con la quale dobbiamo fare i conti. So di gente che, dopo essere passata a Wind, per disdire il contratto ha dovuto smettere di pagare la bolletta e cambiare numero.
Io è da mesi che ho Internet che va a singhiozzo, comuncare con Wind è impossibile, e non so cosa fare. Pago un canone intero per usufruire di un servizio una volta ogni tanto. Per certo, la posizione di monopolio della Telecom non cade con il decadere della Telecom. Chi subentra, non lo fa per offrire un servizio migliore, ma per benficiare dei vantaggi che un regime di monopolio, anche se spartito, può dare approfittando dello stato di necessità dei clienti, che non possono certo gestire il traffico telefonico in prima persona. Che fare? Boh! Con simpatia, Paolo Severi
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La Spy-Story del capitalismo anonimo
La spy-story Telecom ha messo in luce un fenomeno che rappresenta l'ultimo e più marcescente livello di sviluppo del capitalismo: infischiandosene di regole e leggi, una massa di capitali senza capitalisti è sfuggito al controllo di capitalisti senza capitale (l'azionista di controllo possiede meno dell'1% della Telecom).
In tale dinamica abbiamo visto un settore del Capitale cercare la propria valorizzazione tramite interessi multiformi e volatili, darsi una struttura proprietaria super-articolata che utilizza gli uomini indipendentemente da qualsiasi piano industriale, mirare solo al profitto finanziario che, come al casinò, è sempre a somma zero. Come i capitalisti diversificano i loro investimenti per prevenire perdite, così il capitale diversifica i propri agenti e funzionari: non sono un'eccezione i miserabili personaggi messi alla gogna pubblica; il turbo-capitalismo finanziarizzato ha bisogno di simile materiale umano per operare senza freni giuridici e se lo crea.
L'attuale modo di produzione sopporta sempre meno di farsi imbrigliare dalle catene della proprietà personale e tende a darsi una struttura impersonale ed a-nazionale: l'impresa finanziaria de-territorializzata. Con buona pace dell'industria produttiva di un tempo, come può constatare chiunque usufruisca dei servizi imbellettati ma mostruosamente inefficienti di queste strutture.
Pezzi eversivi di uno stato a pezzi  -  L’autonomizzarsi del Capitale e le sue conseguenze pratiche
Quinterna 2005 http://www.quinterna.org/rivista/rivista.htm
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Telecom ladra
Cara D'Olcese, ti segnalo un fatto nuovo, anzi due.
Qualche giorno fa ebay ha scoperto che la mia password era stata intercettata. Ho verificato i movimenti in banca e ho trovato che il 20/8/2005 avrei effettuato un pagamento di 1,98 euro a Telecom s.p.a Mestre. Pagamento che, manco a dirlo, non mi sono mai sognata di fare. Immagino che pochi euro prelevati dai conti di milioni di utenti possano fare in totale una somma considerevole.
Altro fatto: ho chiesto l'attivazione dell'ADSL a Telecom il 18 agosto (prima usufruivo di una linea ISDN perche non esisteva ancora la copertura del servizio nella mia zona). Contestualmente ho chiesto la disattivazione dell'ISDN, che è stata effettuata (per la quale mi hanno scippato 30 euro). Risultato: non sono ancora riusciti a erogarmi l'abbonamento perché per il loro sistema risulto abbonata con un altro (inesistente) gestore. A oggi quindi dispongo solo di una linea analogica con grave danno per le mie attività di studio e di lavoro. Terzo e ultimo: mi sono trovata in bolletta 50 euro di chiamate verso numeri ad alta tariffazione (899) evidentemente composti da links contenenti programmi pirata che però Telecom non blocca. Ho aperto il reclamo, ma Telecom ritiene che la fatturazione sia corretta e che devo pagare la fattura. Questo è quanto. Gli abuse di Telecom non mi hanno mai più risposto sulle intercettazoni abusive.
Grazie per i consigli preziosi, a presto Mara
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Cara Mara, perchè ebay? Come ha fatto?
Certo, hai ragione, fai pagare 2 euro a testa a milioni di utenti e accumuli miliardi.... So che l'ADSL Telecom è un problema in tutta Italia, dammi retta, abbandona Telecom e vai con Tele2 perchè poi tra l'altro in internet è molto più sicura, ha l'ADSL, e tutto, non paghi più il canone e siccome ha il prefisso 10 22 è già di per se' un antidialer. Ma con tutti i pericoli che ci sono per i 799 e 899 come mai non ti sei mai messa un antidialer? C'e n'è uno ottimo per quando ci si connette con Telecom e con tutti i provider, funziona magnificamente ed è di facilissima gestione. Il sito da cui scaricarlo Free è www.socket2000.com
Poi vai nel sito www.aduc.it e leggi come fare per contestare la bolletta con i numeri dialer. Ci sono migliaia di utenti nelle tue condizioni che però sono riusciti a non pagare anche perchè Telecom ha riconosciuto il torto. Gli abuse di Telecom non ti hanno più risposto dall'ultima segnalazione? E' un classico, alle intercettazioni non rispondono per "ordini superiori". Scrivi a Guglielmo Bove responsabile dell'ufficio legale nazionale a Roma e pretendi che ti rispondano se no li denunci.
Tienimi informata. Ciao GD'O

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Per "intercettare le intercettazioni" facendo un esperimento con l'adsl se ne vedrebbero delle belle.
Il canale "adsl", infatti, è molto più sfruttato per "visitare" i pc connessi in rete visto che l'utente non è in grado di accorgersi del traffico parallelo e dei vari esperimenti fatti per "entrare" nel sistema e trafugare di tutto, password, carte di credito, infilare programmi maligni, virus, spyware, malware, paciugare, eccetera eccetera.
Buon lavoro Enrico Rende
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*Exodus fatale da Telecomlandia*
Pubblicato sul BLOG! a quando una campagna anche contro la RAI sempre più asservita alle sinistre (vedi TG! era RIOTTA?)?
Un salutone e complimenti, come sempre, per le tue battaglie! Galgano P

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E' di ben 56 mila euro la multa inflitta a Telecom Italia per la campagna
condotta proponendo Teleconomy per tutti e paragonandola alla tariffa Fastweb Italia che prevede chiamate illimitate verso i fissi nazionali ma non precisando, i furboni, che dovevano essere fissi di abbonati Telecom Italia e quindi non valeva per tutti gli abbonati di tutti i gestori, come invece prevede la tariffa Fastweb.
Giada De Ferraris

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Come Telekom Serbia
Prodi ha ragione, potrebbe finire come Telekom Serbia. Il centro destra potrebbe rimettere in campo la propria insipienza politica, il desiderio d'imitare il peggio degli altri e, alla fine, ritrovarsi ancora ridicolizzato. Prodi ha ragione, non è escluso che finisca così. Oppure no, magari si torna a parlare di cosa veramente fu, Telekom Serbia.
Quello fu uno scandalo economico ed uno scandalo politico che l'incauto moralismo della destra tentò di trasformare in uno scandalo di tangenti, andando appresso ad improbabili personaggi. Alla sinistra il moralismo funziona, alla destra no. La ragione è genetica e strumentale, attiene alle radici del pensiero ed ai collegamenti con la magistratura. A me, comunque, pare che il moralismo di ambo le parti difetti di un ingrediente fondamentale: l'etica. Ma veniamo alla Serbia.
Nel 1997 Prodi guidava il governo, lo stesso che varò la malaprivatizzazione di Telecom. La Serbia era nelle mani di Milosevic, ed è in quelle, con pacchi di bigliettoni trasferiti rocambolescamente, che furono consegnati 878 miliardi di lire. Telecom Italia era presieduta da Guido Rossi (oh, sono sempre gli stessi!) ed amministrata da Tomasi di Vignano, poi premiato con le municipalizzare rosse. Cinque anni dopo Telekom Serbia sarà restituita al governo serbo, in cambio di 378 miliardi di lire. In cinque anni si sono persi 500 miliardi.
In quel giugno del 1997 la Telecom era ancora controllata dallo Stato italiano, mentre quello serbo era governato da un nemico dell'umanità e degli interessi occidentali. Tanto è vero che, di lì a qualche mese, previa defenestrazione di Prodi e governante D'Alema, andammo a bombardarlo, a fargli la guerra, la guerra, nell'ambito di un'azione Nato ed infischiandocene dell'Onu, che aveva miseramente fallito. Facemmo bene, e fecero bene gli statunitensi a prendere la mira ed abbattere gli impianti di Telekom Serbia. Purtroppo, però, era stato il governo Prodi a consentire che si facessero affari e si consegnassero denari al nemico. Questo è l'insuperabile scandalo politico. Il fatto che Prodi lo ricordi con  beffardo orgoglio, che speri le cose vadano nello stesso modo, ha a che vedere, lo dicevo, con l'incapacità dei suoi oppositori. Ma nel lavoro di corruzione ed oblio, non conti sulla nostra collaborazione.
2 Ottobre 2006 Davide Giacalone
www.davidegiacalone.it
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Intercettazioni, necessarie le riforme radicali a salvaguardia della libertà dei cittadini
L'argomento del disegno di legge è arrivato alla ribalta della cronaca in seguito al caso delle intercettazioni Telecom. Questo caso rappresenta la prova provata che i dati personali, conservati ben oltre la necessità per cui sono stati raccolti, sono un pericolo per i diritti civili anche a causa degli abusi a cui inevitabilmente sono soggetti. Con questa iniziativa la Rosa nel Pugno si propone di continuare in quell'opera di difesa dei diritti civili, sempre più trascurati e negati sia in Rete che nel mondo materiale. Il disegno di legge non tenta di agire a valle di una data retention ormai effettuata, ma cerca piuttosto di controllarne e limitarne gli effetti a monte, nel momento della produzione dei dati stessi. Altre e ben più difficili iniziative che seguiranno dovranno farsi carico di ridurre, e possibilmente abolire, la data retention eseguita come obbligo di legge per problemi di polizia ed ordine pubblico, ma utilizzata poi come strumento di tecnocontrollo.
Maurizio Turco, deputato della Rosa nel Pugno, segretario della Commissione Affari Costituzionali sul disegno di legge volto a salvaguardare la privacy degli italiani limitando la raccolta e conservazione di dati personali, dal titolo "Norme in materia di raccolta, uso, conservazione e cancellazione di dati georeferenziati o cronoreferenziati, contenenti identificatori univoci di utente, effettuata mediante apparecchiature automatiche". (DDL 1728)
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Stimatissimi amici di Giuliana, del Comandante Umberto Rapetto del SOS G.A.T. Gruppo Anticrimine Tecnologico,
e degli Onorevoli Donatella Poretti e Maurizio Turco grazie di esserci! Che disonore far parte degli Onorevoli: fanno sempre più schifo a tutti. Siete meravigliosi a sviluppare le Vostre idee. Passiamo ai fatti, aiutiamo tutti con aiuti superiori rispetto a quelli che rubano. Si può in poco tempo innescare processi di crescita materiale e morale vicini all'infinito. Lavoriamo insieme: salvateli, salviamoli, salviamoci.
Stefano
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**Domande a Rossi su Tavaroli**
Il neopresidente di Telecom Italia continua a difendere Tronchetti e Buora, ma questo è un bene per la stessa Telecom?
Il neopresidente di Telecom Italia Guido Rossi, nell'audizione presso la commissione giustizia del Senato, ha sostenuto ancora la totale estraneità dei vertici aziendali dalle vicende sotto inchiesta della magistratura relative alla cantrale spionistica messa su da Tavaroli e Iezzi, responsabili della security di Telecom e Pirelli, in combutta con l'investigatore privato Cipriani, regolarmente superpagato, e che anzi Telecom Italia in questa vicenda sarebbe parte lesa.
Sul fatto che Telecom da questa vicenda sia stata ampiamente danneggiata non ci sono dubbi: il danno di immagine per un'azienda così storicamente importante per gli italiani (in termini anche di rispetto della loro privacy) è enorme, quasi incalcolabile, tenendo conto anche delle spese che Telecom deve affrontare per dimostrare la propria estraneità e i rapporti incrinati con le pubbliche autorità. Alcune domande sorgono spontanee.
Telecom Italia ha denunciato Tavaroli per diffamazione, visto che insiste che era agli ordini di Tronchetti e Buora?
Se non l'ha ancora fatto, perché? Telecom ha già chiesto il risarcimento a Tavaroli dei danni inflitti all'immagine aziendale?
L'auditing aziendale ha denunciato, di propria iniziativa, Tavaroli per i reati che sono emersi dalle indagini interne compiute, senza limitarsi solo a rispondere alle richieste della magistratura inquirente? Perché Guido Rossi, sempre così severo e così caustico con il capitalismo italiano e con la classe politica, per la opacità e mancanza di trasparenza del nostro sistema economico, non prende le distanze dalle gravi negligenze e omissioni di vigilanza del management Telecom nella vicenda Tavaroli, se è vero che non erano a conoscenza di nulla? Come spiega Rossi il ritardo con cui Tavaroli è stato allontanato dal gruppo Telecom?
Come spiega il fatto che sia stato coperto fino all'ultimo, nonostante emergessero irregolarità amministrative per la fatturazione delle spese? Infine, cosa ne pensa il professor Rossi delle dichiazioni del suo predecessore e designatore Tronchetti Provera, che lo scandalo Tavaroli è solo un complotto politico ai danni di Telecom Italia? di Pier Luigi Tolardo - Quelli di Zeus http://www.zeusnews.it/news.php?cod=5140  23-10-2006
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Le truffe secondo Rapetto
Una guida all'autodifesa dalle truffe telematiche e telefoniche, scritta dal colonnello della Guardia di Finanza Umberto Rapetto
Il colonnello Umberto Rapetto è l'ormai mitico comandante del GAT, il Nucleo Speciale Frodi Telematiche della Guardia di Finanza; il GAT probabilmente diventerà sempre più importante con l'ultima riforma fiscale, che attribuisce grande importanza ai controlli nelle banche dati e all'informatizzazione, e combatterà anche il più astuto e preparato evasore fiscale elettronico. Rapetto è un militare che obbedisce agli ordini, siano questi la caccia ai ragazzi che praticano il filesharing (ma lui ci dirà che pensa a combattere soprattutto le grandi organizzazioni criminali della contraffazione) o incastrare gli hacker che giocano a intrufolarsi nei server della Cia o del Pentagono. Rapetto però, per fortuna, è anche un poliziotto intelligente che si dedica, spesso senza grandi mezzi ma con tanta buona volontà, insieme ai suoi oscuri e anonimi brigadieri, a prevenire e reprimere le tante vecchie e nuove truffe telematiche e telefoniche che colpiscono i cittadini comuni nella loro vita di tutti i giorni.
Si va dalla clonazione della carta di credito al furto della password del Bancomat, passando per il phishing, le email che linkano a dei siti falsi che imitano quelli della nostra banca per sottrarci password e fare operazioni al posto nostro, fino al modernissimo vishing, che consiste in SMS che ci chiedono di chiamare numeri verdi per farci dare sempre gli stessi codici d'accesso al nostro conto corrente.
Sono tutti i terreni di guerra quotidiana di Rapetto e dei suoi uomini, e da qualche tempo, anche di donne-finanziere. Rapetto racconta tutto ciò nel suo ultimo libro, edito da Cairo, dal titolo "Truffe.com", sottotitolo "Cellulari, internet, bancomat e carte di credito: come difendersi dalle frodi telematiche". Il libro è scritto in forma molto semplice, chiara, accessibilissima anche da chi non sia un addetto ai lavori, grazie all'altra autrice del testo, la giornalista del Giornale Radio Rai Maria Teresa Lamberti. Il testo si propone come una guida utile all'autodifesa dalle tante insidie nella navigazione in Internet, come i famosi dialer a cui è dedicato il primo capitolo, a quelle di quando andiamo al Bancomat, di quando utilizziamo la carta di credito in Internet e al ristorante, di quando acquistiamo su Internet e incappiamo nei bidoni.
Il testo è aggiornatissimo all'ultima frode, ma ci racconta anche in un capitolo apposito "Le truffe nigeriane", di cui si è tanto occupato anche Zeus News.
Si parla di boxing (il furto di corrispondenza dalla nostra cassetta delle lettere per sottrarci numeri di carta di credito o altri dati utili per sostituirsi in modo fraudolento a noi in transazioni on line) e di trashing (che spinge i "ladri di identità" perfino a frugare nella spazzatura per cercare estratti conto e altri dati utili).
Non manca un capitolo dedicato alle catene di sant'Antonio via email e uno dedicato ai rischi delle truffe del multilevel marketing, in cui si diventa nostro malgrado complici dei truffatori nel proporre lavori e affari impossibili.
Scheda: Titolo: Truffe.com - Sottotitolo: Cellulari, Internet, bancomat e carte di credito: come difendersi dalle truffe telematiche - Autori: Umberto Rapetto, Maria Teresa Lamberti - Editore: Cairo - Prezzo: 13 euro
di Pier Luigi Tolardo http://www.zeusnews.it/news.php?cod=5148  23-10-2006
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Centomila utenti lasciano Telecom ogni mese. Perché c'è questo esodo di massa?
I debiti di Tronchetti Provera hanno peggiorato la qualità del servizio. Telecom Italia è l'unico gestore telefonico europeo che ha destinato più del 90% degli utili degli ultimi anni ai dividendi; è anche l'unico gestore che ha dato superdividendi ed è il gestore telefonico con il tasso di redditività più alto d'Europa. Si è puntato al massimo a ridurre i costi e aumentare i ricavi per permettere all'azionista di maggioranza, l'Olimpia di Benetton e di Tronchetti Provera, di pagare gli interessi sul fortissimo debito dovuto all'Opa e poi all'acquisto di Tim. Ma ci sono riflessi sulle condizioni generali di Telecom Italia, sul suo sviluppo, sul mantenimento delle quote di mercato e sul rapporto con i suo clienti. Il riflesso più evidente è che ogni mese 100.000 clienti abbandonano Telecom per un altro gestore telefonico. Perché c'è questo esodo di massa? Il problema non è solo il livello delle tariffe anche se l'ex monopolista ha abbassato le sue con ritardo, per il debito.
Il motivo sta in un degrado del servizio senza precedenti: gravissimi ritardi nell'attivazione dei nuovi impianti, nei traslochi di linea, nelle riparazioni dei guasti, soprattutto per le utenze affari che con il telefono e l'Adsl ci lavorano e vivono, attese snervanti ai numeri dell'assistenza clienti, operatori non sempre aggiornati, rimborsi che non avvengono mai o con grave ritardo, sospensioni del servizio al minimo ritardo. Rispetto agli anni della Sip, il peggioramento della qualità è notevole a causa dell'utilizzo di call center in outsourcing, di appalti nella manutenzione, di riduzioni di personale. E ancora: attivazioni di servizi abusive a milioni di clienti non richieste, prodotti-bufala come cordless o videotelefoni che non si riescono a restituire, la vicenda dei dialer, cioè le chiamate truffaldine a numeri speciali che è stata un tormentone per anni per centinaia di migliaia di utenti, i rincari del servizio elenco abbonati. Gli stessi ritardi nella copertura dell'Adsl hanno un effetto negativo sull'immagine dell'azienda. Alla fine l'unico elemento che giustifichi il pagamento del canone, che penalizza gli abbonati rispetto agli altri, è proprio una forte "customer satisfaction", una qualità del servizio decisamente più elevata rispetto alle aziende telefoniche "low cost". Nel momento in cui questa qualità è venuta meno, non poteva non esserci l'esodo dei clienti. Il piano industriale di cui il nuovo presidente Rossi si dovrebbe preoccupare non è lo scorporo di questo o quello, ma un deciso innalzamento della qualità per porre un argine e riacquisire i clienti, lealmente e senza sotterfugi. Più che di nuovi patti dell'azionariato, per blindare Telecom Italia ci vorrebbe un patto con i clienti che metta al centro esigenze e diritti.
Pier Luigi Tolardo - Quelli di Zeus ZEUS News - www.zeusnews.it - 21-10-2006
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Telekom Serbia e Servizi - Manfredi (Rosa nel Pugno):
Padova, 03 novembre 2006. "L'Espresso ha buttato il sasso nello stagno ma ora si vada fino in fondo: il Governo risponda in aula all'interrogazione di Capezzone".
L'Espresso in edicola ospita un'inchiesta (E Pollari creò Telekom Serbia) sull'intervento dei servizi di sicurezza nell'affaire Telekom Serbia; ospita anche un pezzetto sulla presenza dell'avvocato Domenico Porpora (curò nel 1995 i primi contatti fra italiani e serbi, in presenza di un embargo ONU alla Serbia; dal 1996 al 1998 fu il capo della segreteria del premier Prodi) alla guida di "Italia Navigando" (gruppo Sviluppo Italia).
Giulio Manfredi (Comitato nazionale Radicali Italiani, autore del libro "Telekom Serbia, Presidente Ciampi nulla da dichiarare?", 2003, Stampa Alternativa) ha dichiarato:
"Bene ha fatto L'Espresso ad affrontare la questione dell'intervento dei servizi di sicurezza nell'affaire Telekom Serbia, ma non basta. Per non rischiare ulteriori polveroni occorre che il governo Prodi risponda subito in aula all'interrogazione di Daniele Capezzone e Bruno Mellano (Rosa nel Pugno), presentata lo scorso luglio, che richiede al governo "se vi siano state attività dei servizi di sicurezza della Repubblica italiana riconducibili alla vicenda Telekom Serbia; in caso affermativo, quali siano state queste attività". Non vorrei che l'interrogazione Capezzone/Mellano facesse la stessa fine di quella presentata dal senatore radicale Milio nel giugno 1997; quella, per intenderci, in cui i radicali chiedevano chiarimenti sull'operazione Telekom Serbia, conclusa quindici giorni prima, tramite la quale Telecom Italia aveva versato nei conti correnti di Milosevic 900 miliardi di lire (456 milioni di euro), come appurato poi dalla stessa Procura di Torino, interrogazione, rivolta agli allora ministri Maccanico e Ciampi, rimasta senza risposta".
Giulio Manfredi - cell. 348/5335305 -Padova (Congresso Radicali Italiani), 3 novembre 2006. - Segue testo interrogazione Capezzone/Mellano
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Politici spiati. Interrogazione Parlamentare
Il Governo risponda in aula alla nostra interrogazione di Luglio su eventuali attività dei servizi di sicurezza riconducibili all'Affaire Telekom Serbia. Daniele Capezzone segretario di Radicali Italiani, presidente Commissione Attività Produttive della Camera ha dichiarato:
"Il 19 luglio presentai, assieme al collega Mellano, un'interrogazione al Ministro dell'Interno e al Ministro della Difesa per sapere "se vi siano state attività dei servizi di sicurezza della Repubblica italiana riconducibili alla vicenda Telekom Serbia, in caso affermativo, quali siano state queste attività". Nonostante nostri ripetuti solleciti, a cento giorni dalla nostra domanda, non è ancora pervenuta alcuna risposta. Recentemente, sia il Presidente Prodi sia l'on. Violante hanno denunciato l'esistenza di un "filo rosso" che lega la vicenda Telekom Serbia alle attività di spionaggio illegale emerse in questi giorni. Mi pare non solo opportuno ma doveroso richiedere nuovamente al governo di rispondere senza indugi, in Aula, alla nostra interrogazione, per fornire al Parlamento e al Paese elementi di conoscenza indispensabili per evitare che il confronto politico sia ulteriormente avvelenato in una fase così delicata. Segue testo interrogazione: Atto Camera. Interrogazione a risposta scritta 4-00629 presentata da DANIELE CAPEZZONE mercoledì 19 luglio 2006 nella seduta n.028 CAPEZZONE e MELLANO. -Al Ministro dell'interno, al Ministro della difesa. -Per sapere- premesso che:
nelle polemiche di queste settimane relative alle attività del SISMI (Servizio per le informazioni e la sicurezza militare) sono stati nuovamente sollevati interrogativi - se non illazioni - su tentativi di depistaggio e di inquinamento dei dati e dei fatti da parte di elementi dei servizi di sicurezza in merito alla vicenda relativa all'affaire Telekom Serbia, come riportato nel resoconto stenografico della seduta del 16 luglio 2003, la Commissione parlamentare d'inchiesta su Telekom Serbia - di seguito la "Commissione" tenne l'audizione in seduta segreta del colonnello Alberto Manenti del SISMI e subito dopo concordò di inviare ai servizi di sicurezza - per la precisione, al generale Nicolò Pollari -direttore del Sismi-, al prefetto Mario Mori -direttore del Sisde-, al tenente generale Giuseppe Orofino -vice segretario generale del CESIS-, una richiesta di elementi informativi sull'oggetto della commissione, così formulata:
"Per finalità istruttorie della Commissione che ho l'onore di presiedere, prego le SS.LL. di comunicare i nominativi dei soggetti che abbiano prestato o prestino servizio presso i Servizi che risultino, a giudizio delle SS.LL., eventualmente in grado di riferire alla Commissione elementi informativi utili sui fatti oggetto dell'inchiesta parlamentare, con relativo supporto documentale, con riferimento agli anni dal 1997al 2000. Chiedo inoltre alle SS. LL. di voler disporre l'individuazione e la localizzazione dei seguenti soggetti utili alle indagini della Commissione: responsabili della Divisione ricerca all'estero e della Divisione analisi del Sismi negli anni 1997 e 1998, esatto indirizzo dell'ammiraglio Gianfranco Battelli e dell'ammiraglio Giuseppe Grignolo, diretto superiore del tenente colonnello Alberto Vanenti all'epoca dei fatti. Raccomando l'urgenza e ringrazio per la collaborazione". Firmato: onorevole Enzo Trantino, presidente Commissione TS.
Come riportato nel resoconto stenografico, nella seduta del 12 settembre 2003, il Presidente Trantino comunicò che la Commissione aveva acquisito, come atto segreto, "un documento trasmesso dal Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica, SISDE, pervenuto in data 10 settembre 2003".
Come riportato nel resoconto stenografico, nella seduta del 29 ottobre 2003, su richiesta del deputato Marco Minniti, la Commissione decise di acquisire i resoconti delle audizioni del prefetto Mori e del generale Pollari presso il Comitato Parlamentare per i servizi di informazione e sicurezza e per il segreto di Stato, audizioni svoltesi rispettivamente il 16 ottobre 2003 e il 22 ottobre 2003, non risulta agli interroganti che la relazione cosiddetta "intermedia" presentata dalla Commissione al Parlamento nella primavera del 2004 riporti alcuna notizia su eventuali risposte dei responsabili dei servizi di sicurezza alla lettera del luglio 2003 di cui sopra, la Commissione non presentò in Parlamento alcuna relazione finale, pur essendo tenuta a ciò dalla legge istitutiva - legge 21 maggio 2002, n. 99 -: se vi siano state attività dei servizi di sicurezza della Repubblica italiana riconducibili alla vicenda Telekom Serbia, in caso affermativo, quali siano state queste attività. (4-00629).
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Qualche domanda al premier spiato
di Giuseppe D'Avanzo La Repubblica 17 ottobre 2006
In qualsiasi altro - appena decente - Paese dell'Occidente, che un premier sia spiato da una grande azienda privata di telecomunicazioni sarebbe una notizia coi fiocchi. "Terrebbe" la prima pagina per settimane. Scatenerebbe la curiosità preoccupata dell'opinione pubblica. Costringerebbe i cronisti a rimboccarsi le maniche per afferrare qualche briciolo di notizia autentica. Solleciterebbe il Parlamento a interrogarsi. Magari convincerebbe quelle distratte aule vocianti a istituire addirittura una commissione d'inchiesta. In un qualsiasi altro Paese dell'Occidente accadrebbe di tutto tranne che la notizia coi fiocchi diventasse una notiziuccia presto seppellita da una coltre di silenzio. E dunque Prodi ha ragione a dolersene con El Pais. È vero: "È avvenuto un abuso molto grave". Anche se sprofondato in un flusso verbale che frulla confusamente i conti pubblici, la Telecom, la mozzarella, qualche imprudente inesattezza, l'avventata mossa di Rovati, sorprendenti riflessioni sull'equivalenza tra verità e menzogna, lo sconfortato rammarico del presidente del Consiglio non può essere abbandonato come una lettera morta.
Chi tace e perché, dunque? Per venirne a capo bisogna rinfrescare la memoria dei fatti anche al presidente del Consiglio perché l'affaire dei dossier illegali nasce non quando salta fuori lo spionaggio contro Prodi, ma quasi sette mesi prima. Prima delle elezioni. Prima della vittoria del centro-sinistra. Prima dell'ingresso di Romano Prodi a Palazzo Chigi, a noi di Repubblica - per dire - era già sufficientemente chiaro che fosse all'opera una "banda del ricatto": "Qualche ufficio riservato della Guardia di Finanza, di fatto controllato dall'intelligence. Le agenzie di investigazione che lavorano in outsourcing per l'intelligence. La sicurezza privata delle grandi aziende come Telecom che, con l'intelligence, hanno sempre avuto scambio di informazioni e di uomini" (Repubblica, 11 marzo). Non ci voleva poi Mago Merlino per concludere che il Paese era alle prese con "un "apparato" legale/clandestino deforme, pericoloso per la democrazia, scandaloso, ma del tutto "visibile" a volerlo vedere" (ancora l'11 marzo). Presto il tableau si arricchiva anche di qualche nome.
"È questo Cipriani (un private eye) che fa saltare il banco. È l'uomo di mano di Giuliano Tavaroli, già capo della sicurezza aziendale e responsabile della struttura Telecom che dispone le intercettazioni su ordine della magistratura. Il nome di Tavaroli conduce nel cuore stesso del Sismi. Meglio nell'ufficio stesso del direttore del Sismi Nicolò Pollari perché Tavaroli da decenni non muove passo senza la collaborazione di un carabiniere (Marco Mancini) che oggi è il braccio destro del capo delle spie" (Repubblica, 12 marzo). Chi voleva vederlo quell'intreccio oscuro e minaccioso ha avuto modo di farlo già a quel tempo, ma la politica ha preferito guardare altrove, quasi incapace di prendere atto dell'infezione, impotente a comprenderne il pericolo, addirittura impedita a programmare il necessario lavoro di bonifica. Si era alla vigilia delle elezioni e per molti l'appuntamento è valso da alibi. Ma dopo le elezioni?
Dopo le elezioni, la faccenda appare anche più grave. La politica può leggere (ancora Repubblica, 23 maggio) che la Telecom ha messo su "una rete spionistica per raccogliere dossier (veri e falsi) contro amici, nemici, politici, ministri, giornalisti, banchieri, magistrati, uomini di finanza, manager concorrenti e finanche arbitri e giocatori di calcio". E ancora non accade nulla. Non una protesta, non una lamentela, non una preoccupazione. Quell'apparato legale/clandestino sembra non interessare nessuno. Appaiono in gioco gli spazi di libertà e i diritti, ma tra chi governa la cosa pubblica (Parlamento, governo) si raccoglie soltanto il silenzio. Sepolcrale taciturnitas - imbarazzata o inquietante? - che si fa addirittura ostinatissima quando i protagonisti dell'affaire (Cipriani, Tavaroli, Mancini) finiscono in galera.
I primi esiti delle inchieste giudiziarie sul sequestro di Abu Omar e Telecom, anzi, raccontano di una realtà ben più nera di quella fin lì svelata. Il nodo che stringe l'intelligence politico-militare di Nicolò Pollari con la Telecom di Tronchetti Provera è ben più stretto e i passi sono più storti di quanto si potesse immaginare. In Telecom, si apprende, esiste una "control room" e una "struttura S2OC" "capace di fare qualsiasi cosa, anche intercettazioni vocali: può entrare in tutti i sistemi, gestirli, eventualmente dirottare le conversazioni su utenze in uso, con la possibilità di cancellarne la traccia senza essere specificatamente autorizzato".
E poi giornalisti pedinati e intercettati dal Sismi, giornalisti "influenzati" per manipolare l'informazione, giornalisti pagati dal Sismi per pubblicare dossier falsi contro Romano Prodi (si accusa il premier, allora presidente della commissione europea, di aver autorizzato lui - e non il governo di Roma - i sequestri illegali della Cia). Neanche questa circostanza che lo coinvolge in prima persona - e il divieto assoluto di legge per il Sismi di ingaggiare giornalisti - sembra scuotere il presidente del Consiglio. Che sceglie, anche in questo caso, il silenzio. Anzi, peggio. Manda in Parlamento un sottosegretario a dire che tutto va bene perché il governo, che non sa nulla, ha chiesto a Pollari che cosa è accaduto e quello, come sempre, ha detto che non sa nulla, che i suoi uomini non gli hanno detto nulla e quindi non può essere successo nulla di quel che si va dicendo.
Prodi non fa una piega anche se la scena è alquanto comica. Conferma, sostenuto dai ministri dell'Interno, della Difesa e degli Esteri, la fiducia a quell'uomo che non sa nulla. Allunga l'ombra del segreto di Stato sul pasticcio di Abu Omar. Non sembra impensierito dalla connection che esiste tra l'affaire Telecom e i maneggi del Sismi. Può fiorire una quiete tale che il breve disordine dell'estate può essere ricomposto in autunno. Riapre l'Ufficio Manipolazione e Disinformazione di Via Nazionale che doveva azzoppare anche il premier con il dossier falso. Quel Mancini (braccio destro del capo) torna al lavoro a Forte Braschi. Nicolò Pollari è politicamente accreditato più di prima come i giornalisti al suo soldo, "perdonati" dall'analfabetismo etico della corporazione giornalistica e definiti addirittura "guerrieri della libertà" da Silvio Berlusconi. Che la lista degli spiati si allunghi ogni giorno di più (molti i ministri del precedente governo) non importa proprio a nessuno. Come sempre per le cose italiane, la faccenda appare molto grave, ma per nulla seria.
Fino a quando, e siamo ad oggi, Prodi decide di dolersi del silenzio. Meglio tardi che mai. Ma forse per spiegare il silenzio di oggi, Prodi dovrebbe farci sapere la sua sul silenzio di ieri. Perché quel che oggi incuriosisce è appunto l'improvviso scuotimento del governo e del premier. Che cosa è accaduto? Che cosa è cambiato? Qual è la novità che l'opinione pubblica non conosce? Perché quel che ieri non sollecitava alcuna reazione del governo, ora dovrebbe allarmare il Paese? Perché i gattini ciechi della Quercia che, fino all'altro ieri, andavano ripetendo, con Massimo Brutti, che "tutto va bene, madama la marchesa", oggi - toh!, con Massimo Brutti, sempre lui - invertono la rotta e strillano che "sono tornati i tempi della P2"? Con chi ce l'hanno? Che cosa sa quel Brutti che nessuno sa? Che cosa accade nel retrobottega del governo? Chi sono i "cattivi" e quale arma o minaccia hanno sfoderato? Ha ragione Prodi. Il silenzio che ha circondato la "banda del ricatto" e lo spionaggio illegale che lo ha coinvolto (e con lui migliaia di altri) non è decente. È ora di romperlo, finalmente. Per farlo, appare opportuno che Prodi ci faccia sapere che cosa lo ha convinto a rovesciare il tavolo. Per favore, signor presidente, ci dica che cosa diavolo sta succedendo lassù. O là sotto, faccia lei.

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"Giornali nemici". E Romano scoprì la sindrome di Silvio
di Gian Antonio Stella Corriere della Sera 17 ottobre 2006
Dopo Silvio Berlusconi, che sul tema faceva una lacrimuccia alla settimana, anche Romano Prodi ha ripreso infatti a fare il verso all'indimenticabile lagna del pulcino: "Uffa, ce l'hanno tutti con me..." Tutti chi? I giornali e i giornalisti, si capisce. Quelli che Massimo D'Alema, non a caso ribattezzato da Giuliano Ferrara come "Sarcasmo da Rotterdam", chiamava simpaticamente "le jene dattilografe". Sempre pronte, pensa te, a digrignare al governo. I cronisti stranieri, a partire da Bill Emmott, che ai tempi in cui attaccava il Cavaliere come direttore dell'"Economist" ("Ecomunist", per gli amici di Arcore) era un mito della sinistra e oggi che bacchetta la sinistra lo è assai meno, non ci capiranno niente. Ma come: i giornalisti italiani non erano quasi tutti, stando al verbo berlusconiano, "comunisti o paracomunisti"? Macché. "Salvo l'Unità", ha detto il Professore al "País", giornali e televisioni sono contro l'esecutivo unionista.
La prova? Invece che accontentarsi della sua parola ("Io non sapevo nulla del rapporto Rovati, ma anche se lo avessi saputo che importanza aveva?") si attardano sul tema se ha mentito al Paese e "nessuno segue quello che è il vero scandalo", cioè il fatto che lui stesso, come ha rivelato proprio il "Corriere", era "spiato":
"La stampa italiana tace. Segnale che abbiamo ingaggiato una battaglia importante. In casi del genere, bisogna capire da che parte sta la libertà. Evidentemente, lavorare con i mezzi di comunicazione contro per noi è un problema serio. Il leader dell'opposizione è proprietario del principale gruppo nel settore dei media.
Ci sono di mezzo grandi interessi ". Parole non diverse da quelle usate per anni da Sua Emittenza. Fin dalla discesa in campo: "Li ho sempre avuti tutti contro, anche in questa campagna elettorale: Scalfari, Repubblica e l'Espresso perché sono di un altro partito, Mieli al Corriere e Mauro alla Stampa per le loro convinzioni e quelle dei loro redattori.
E poi Montanelli... ". "La par condicio la dovremmo chiedere noi del Polo: ci sono 4 milioni e 700 mila copie di grandi giornali dei grandi gruppi, circa 20 milioni di lettori con una linea editoriale assolutamente contraria a noi. A favore, soltanto 750 mila copie".
"I giornali han riportato con la solita faziosità le mie affermazioni: questo atteggiamento la dice lunga, tutti i sorci sono usciti dai buchi ". Una ossessione tale che ogni tanto se la prendeva addirittura con gli amici. "Mediaset mi danneggia, nemmeno i miei giornalisti sono liberi, tengono famiglia e si adeguano". E via così, anche dopo improvvide sortite incise sillaba per sillaba nei filmati delle tivù e nei registratori dei cronisti, come quella sulla superiorità dell'Occidente sul mondo islamico:
"C'è stata una situazione in cui mi sono state attribuite parole che non ho mai pronunciato e la colpa è di certe persone nella stampa italiana di sinistra che vogliono offuscare la mia immagine e distruggere le mie relazioni di lunga data con arabi e musulmani".
L'"orchestra rossa": così la chiamava. Anche se la quota di queste penne "rosse" variava a seconda dell'estro. Un giorno diceva: "Comunisti e paracomunisti sono organizzatissimi e possono contare sul 90% dei giornalisti italiani". Un altro: "Credo che l'80% dei giornalisti siano di sinistra". Un altro ancora: "L'85% dei giornalisti è di sinistra". Rideva allora, Prodi, di quel Cavaliere che non faceva "altro che dipingere l'Italia di rosso, la magistratura, i giornalisti e ora anche Confindustria" e ammoniva che "nel 2001 erano tutti con lui, ma chi ha mai fatto casino? La democrazia è questa". E ammiccava: "Se lui continua a ritenere che ognuno che dice il suo parere sia pagato dai rossi comunisti per colpirlo avrà sempre più gente contro". Eppure, la tesi della congiura, la denuncia di avere "tutti contro", l'idea che i giornali siano strumenti al servizio di un complotto dei "poteri forti" è stata cavalcata da molti, a sinistra. A partire proprio da D'Alema. Né è nuova per lo stesso Prodi.
Ricordate cosa disse a "Famiglia Cristiana" dieci anni fa a proposito di chi prefigurava quanto poi sarebbe successo nel '98, cioè la decisione di Bertinotti di buttar giù il governo ulivista? "Io sono convinto che la Finanziaria passerà e che il governo sia molto stabile. Molto più di come lo descrivono i giornali, che obbediscono a poteri forti e sembrano spaventati dall'idea di un governo che duri". Sicuro? Certo: "Non sempre i giornali sono seri e obiettivi: invece di descrivere i fatti, creano notizie clamorose, titoli a nove colonne, forse hanno dei loro interessi oppure gli interessi dei gruppi industriali e finanziari che li controllano ". L'anno dopo confermava di sentirsi saldissimo a dispetto dei nuvoloni all'orizzonte: "In questo Paese fa parte del vecchio modo di fare politica e giornalismo quello di dare per spacciato un Presidente del Consiglio fin dal giorno dell'entrata in carica ".Evia così, fino alla caduta. Per tornare al tema nella veste di presidente della Commissione Europea, stavolta nei confronti soprattutto delle critiche dei giornali stranieri, in particolare tedeschi.
Critiche bollate, per bocca del suo portavoce ufficiale, come "stupide menzogne, ripetute più volte, giorno dopo giorno, in una ""reazione a catena" che si propaga attraverso l'Europa". Per carità, forse talvolta aveva ragione Berlusconi, a fare il Calimero. E forse talvolta ha avuto ragione Prodi. Ma lo ammettano: chi sale al potere, subito circondato da premurosi lacchè ed entusiasti trombettieri indifferenti al suo essere di destra o di sinistra, fatica ad accettare di esser messo in discussione. Nessuno scandalo: il sogno di tutti è di avere intorno una folla di Auguste, il capo dei claqueurs dell'Opera di Parigi che faceva di mestiere il tifoso pagato per trascinare gli spettatori all'applauso. Ma onestamente: di "Auguste" non ce ne sono già in giro abbastanza?

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La sinistra europea non va avanti a mozzarelle
Il Riformista 17 ottobre 2006
L'incontro ufficiale tra José Luis Rodiguez Zapatero e Romano Prodi avrebbe potuto rappresentare un'occasione ghiotta per discutere, al di fuori delle rispettive beghe del cortile nazionale, del profilo, delle prospettive di governo e magari del futuro della sinistra riformista europea. Su questo terreno, ad agevolare il dibattito al di fuori del rigoroso protocollo del vertice, sono intervenute le interviste che l'uno e l'altro hanno concesso al Corriere della Sera e al Paìs.
L'occasione per riaccendere il dibattito sulla sinistra e l'Europa è fallita. E non certo per volontà del premier spagnolo. Al Corriere, Zapatero ha parlato di "democrazia sociale", di un suo "modello per la sinistra". Ha evocato il "socialismo dei cittadini", ha spiegato come e perché - sul terreno della competitività - il treno spagnolo corra più veloce. Ha evitato ogni tipo di auto-incensamenti. Persino sull'ingresso della Spagna al tavolo degli Otto Grandi ("Non lo chiederemo. Stiamo tranquilli dove stiamo. Forse il mondo oggi ha bisogno di guardare al di là degli Otto per affrontare grandi problemi come le enormi disuguaglianze e le conseguenze del cambiamento del clima"). Zapatero non si è risparmiato su nessuno dei grandi temi che attendono al varco la sinistra di stampo riformista. Dai conti pubblici al ruolo dei sindacati.
E poi scuola, sanità, previdenza. Senza tralasciare il grande dibattito sui diritti civili. "Se la sinistra ha avuto problemi seri negli ultimi decenni - ha ammonito - è perché non ha posto sufficiente enfasi a ciò che rappresenta la democrazia, ai diritti dei cittadini, alla forma".
Il premier spagnolo non ha fatto alcun accenno alle questioni casalinghe, come ad esempio la spinosa questione delle comunali di Madrid, o ancora le spine che accompagnano anche la sua finanziaria. Atteggiamento che non ha tenuto Prodi. Il Professore in realtà ha parlato alle suocere spagnole perché le nuore italiane intendessero. Non si spiegherebbero altrimenti il contrattacco - affidato al Paìs - sul caso Telecom ("È avvenuto un abuso molto grave, con intercettazioni illegali di massa. Io stesso ero spiato E nessuno scrive niente, neanche il Paìs"), il j'accuse nei confronti dei giornali e dei "soliti" poteri forti ("Salvo l'Unità, nessuno segue quello che è il vero scandalo. La stampa italiana tace"). E soprattutto il messaggio finale. "Alla fine vincerò io", ha giurato Prodi prima di regalare al giornalista spagnolo un'italica metafora a base di mozzarella.
Per il resto, Prodi ha accennato alla missione in Libano, alla necessità di trovare un accordo con l'Iran, alle liberalizzazioni. Ma gira e rigira ha riparato sempre all'ombra del caso Telecom (tra l'altro affrontato non come nodo economico-finanziario del paese, bensì come disputa da Palazzo). Troppo poco per chi ha nel suo curriculum la presidenza della Commissione europea. Ci saremmo aspettati un accenno alle "regole" del mercato e invece ci siamo ritrovati di fronte al "piano Rovati". Ci saremmo aspettati un accenno al futuro della sinistra riformista e invece ci siamo dovuti accontentare di un elogio all'Unità che segue il caso intercettazioni come nessuno al mondo. Ci saremmo aspettati un po' della vision di Zapatero e ci ritroviamo invece di fronte a un capo di governo che - come lui stesso sottolinea - non può essere mandato via solo perché altrimenti "non saprebbero che fare". Concetto, questo, che sottoscriviamo. A questo punto, però, spetta a Prodi offrire a noi e alla sua coalizione altri motivi per cui valga la pena che resti al comando del centrosinistra e soprattutto del paese. 

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La voce del padrone
di Massimo Gramellini La Stampa 17 ottobre 2006
L'ultima geremiade alla mozzarella di Prodi, così simile a quelle inflitteci per anni da Berlusconi, dimostra che i politici sono così abituati a considerare il giornalismo un maggiordomo che, quando la stampa li attacca, non pensano nemmeno per un attimo che l'abbia fatto per dare voce all'umore dei lettori. Vi vedono subito la fedele esecuzione di un killeraggio ordito ai loro danni dai padroni dei mezzi di comunicazione: banchieri e grandi aziende. Non importa che gli imprenditori siano storicamente più portati a mediare con la politica che a contrastarla, e che i giornalisti alle dipendenze del capitalismo godano di una libertà che l'informazione lottizzata dai partiti semplicemente si sogna. Ciò che conta è che i politici siano convinti dell'esistenza del complotto, e che lo siano in virtù di un'antipatia fisiologica nei confronti del mondo delle imprese.
Il politico di destra e di sinistra fa politica perché detesta intimamente i capitalisti, ai quali vuole sostituire un sistema di potere economico condizionato dallo Stato, cioè da se stesso. Se si esclude Berlusconi (che odiava gli altri imprenditori perché non lo avevano accettato nel salotto buono) in genere l'uomo di partito si sente un sindacalista, e spesso lo è. Il capostipite della categoria fu il socialista poi fascista (ma sempre in cuor suo anticapitalista) Benito Mussolini. Quando Emil Ludwig, nei famosi Colloqui, gli chiese perché avesse abrogato la libertà di stampa, il Duce spiegò che era meglio che i giornali non uscissero, dato che servivano solo a tutelare gli interessi dei loro proprietari. Avere zittito la voce del padrone gli pareva un'azione meritoria. Eppure quest'opera pia nei libri di storia ha un nome preciso: dittatura.

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Lo spudorato menefreghismo dei partiti alla scomparsa dell'opinione pubblica
di Alberto Abruzzese Il Riformista.it 19 ottobre 2006
I baccanali intorno e dentro la Rai suggeriscono alcune considerazioni a margine sulle lottizzazioni della tarda seconda repubblica, ma in realtà sulla scomparsa dell'opinione pubblica, della sua antica ideologia. Credo che pochi potrebbero negare il modo in cui la stampa ha rappresentato la selvaggia spartizione di cariche Rai tra opposte fazioni di partito e in onore a tattiche quasi del tutto trasversali all'intero sistema politico nazionale. Non ha gran peso in queste esibizioni il fatto che nella stampa esistano dei commentatori più o meno assennati se non imparziali. A contare sono le notizie (della cui verità in questi casi non si può dubitare): nomi (alla più parte dei lettori persino sconosciuti), mandanti, scambi e sostituzioni. Un unico motivo: aggiudicarsi il controllo sull'informazione televisiva. Qui sta il punto: la differenza che passa tra la carta stampata, strumento storico dell'opinione pubblica, e i mondi televisivi, fattisi invece strumento di esperienze multitudinarie assai più private.
Un sottosuolo in cui sprofonda ogni immagine pubblica, ogni evento sociale.
I telegiornali, intrattenendo sulla guerriglia per i posti di controllo della emittente pubblica, operano un filtro, adeguano il massacro allo stile e ai contenuti propagandistici della propria testata. Anche di fronte alle interviste con parlamentari che si aggrediscono reciprocamente come predatori e predati, l'effetto sullo spettatore è di insieme", come si trattasse di cronache in cui le lottizzazioni, al pari di guerre, furti e atroci delitti, fanno parte comunque del destino contemporaneo, della sua mala sorte. Dunque questa scena televisiva passa ormai come usuale (qui il normale scavalca il normativo) per un pubblico di massa che ha imparato a vedere la politica nella dimensione esclusiva di conflitti tra bandiere di opposto colore, e che, dopo, torna all'offerta quotidiana di programmi molto più vicini al suo sentire sostanzialmente a-politico o comunque distante dal fragore dei Palazzi, opaco al loro degrado così come alle loro funzioni. Del resto, la politica non gli appare diversa dagli abusi di potere perpetrati da chi comanda nei luoghi di lavoro e persino nel recinto domestico. Popolo e Sovrano sono qui ugualmente nudi. Per questo il cittadino preferisce essere spettatore e consumatore andando a cercare la fragilità umana nella fiction, là dove, insieme al dolore, almeno si simula anche il piacere.
In società che vanno rientrando in un clima medioevale, la collettività postmoderna vuole carnevali quotidiani.
I giornali, invece, non pensano al piacere ma al dovere: si rivolgono alle élite di lettori (lettori, badate bene, che in quanto tali dovrebbero essere il luogo della scrittura e cioè del linguaggio che gli stereotipi delle culture istituzionali continuano a definire come indiscusso strumento di civiltà e spirito critico). Qui si rivela la perversione di un sistema parlamentare che - indipendentemente dai contenuti delle scelte in campo - non ha pudore di farsi rappresentare come ridda tra cosche.
Ma evidentemente non si tratta tanto dell'incapacità di costruire la propria immagine a fronte dell'ingordigia giornalistica, quanto piuttosto di un meccanismo oggettivo, automatico, risultato di un patto ormai da tempo stretto, consolidato e compiuto tra politica e informazione scritta. Chi legge è in gran parte un soggetto (s)pregiudicato, un individuo immerso nella stessa lotta di interessi personali che i giornali mostrano al vertice e che il lettore vive al centro e alla base della piramide in cui sono stratificati tutti i ceti che fanno corpo con i partiti. La verità, dunque, è questa: la stampa non dimostra quanto governo e opposizione se ne freghino di esporre la brutalità con cui procedono all'accaparramento di posti chiave, ma piuttosto quanto partiti e stampa si rivolgano esclusivamente al loro più necessario e ricco fertilizzante. L'opinione pubblica è qui una simulazione che dimostra la propria sostanza più intima di opinione egemone.
Se ci fermassimo al giudizio morale, faremmo la parte inopportuna e dannosa degli ingenui e dei benpensanti. Sicuramente chi governa deve avere strumenti di consenso e chi non governa di dissenso (è ormai un pio sogno che la Rai sia capace di garantire autonomamente spazi di consenso e dissenso).
Altrettanto sicuramente chi occupa - con più o meno merito - i settori che fanno circolare opinioni e valori deve sopravvivere e dunque partecipare alla causa di chi gli dà da vivere e magari anche il piacere di vivere. Infine, era forse inevitabile - e forse persino opportuno - che quanto prima avveniva nei retroscena della politica ora appaia in piena luce; e quindi non risulti più possibile ciò che era invece possibile in una piramide assai più stretta ai vertici, in via di formazione alla base, e assai più protetta proprio dalle impalcature istituzionali di un sistema etico molto autoritativo e centralizzato.
Certo si tratta di buone ragioni. Ma mi sembra che non bastino più a salvare nessuno, neppure quelli che se ne fanno scudo e arma. Lo sgretolarsi delle vecchie etiche o anche soltanto dei vecchi galatei si è spinto troppo oltre, ora non funziona da costruzione del potere ma da distruzione dei suoi fondamenti; non media tra contenuti e negoziazione, ma la negoziazione più selvaggia si è fatta contenuto esclusivo. L'unica cosa che i partiti hanno imparato a proposito di comunicazione pubblica sembra essere che se ne possono bellamente fregare (è questo il caso delle testate giornalistiche) o che ne devono essere assoluti padroni, soprattutto quando le routine politiche passano dal linguaggio per le élite del cui consenso si alimentano al magma di passioni che intendono governare.

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**La privacy, il trionfo della criminalità organizzata e il collasso dell'occidente**.
di Jacopo Fo http://www.jacopofo.com/?q=node/2071
Stefano Rodotà, dalla tribuna di Repubblica redarguisce gli autori di quel 93% di messaggi ai blog dei giornali che inneggiano alle Iene e alla loro inchiesta sui parlamentari e la droga. Dice. Cosa pensereste se durante un colloquio di lavoro vi offrissero una tazzina di caffè e poi analizzando le tracce della vostra saliva sapessero tutto di voi? E non solo se vi drogate o no ma anche a quali malattie siete esposti geneticamente?
Rodotà, ma che dici? Non c'è nesso! Le Iene hanno carpito dati sui parlamentari senza identificarli. C'è una bella differenza!!!
Ma il problema di Rodotà stà nel manico: lui crede al valore assoluto della privacy. Noi crediamo che la privacy sia giusta solo su alcune questioni strettamente personali. E crediamo che la privacy venga usata con astuzia dalla criminalità comune e politica.
Volete battere la criminalità? Abolite il segreto bancario e i paradisi fiscali.
Ma come si fa a ragionare con gente che insiste a dire che sia giusto distruggere le intercettazioni illegali Telecom, che sono prove di un reato e che potrebbero contenere notizie di altri reati, perché violano la privacy? Sotto il governo del buon D'Alema, dando retta alla filosofia della privacy, si abolì la legge che puniva come reato il possesso non giustificato di denaro. Uno strepitoso regalo alla malavita e alla corruzione che permette a persone come Berlusconi di non rispondere alla domanda: "Come li hai fatti ii soldi Silvio?" Prima di D'Alema non rispondere equivaleva a confessare la provenienza illecita del denaro. Oggi non rispondere è un diritto, perché magari mi vergogno a dire che me li ha regalati il parroco in cambio di prestazioni sessuali.
Così, per proteggere i diritti di persone che compiono atti vergognosi, anche se non punibili dalla legge, rinuncio a uno strumento essenziale per perseguitare i malvagi.
Ma i briganti e gli assassini possono ringraziare anche un'altra legge che è fondamento marcio di tutti i sistemi legislativi occidentali: se la polizia scopre la prova che Tizio ha ucciso qualcuno ma per qualsiasi motivo questa scoperta non è stata conseguita rispettando la legge, anche solo per un piccolo particolare burocratico, la prova dell'omicidio non è utilizzabile in tribunale. Ma non solo: se durante il processo il giudice o il pubblico ministero commettono un qualunque errore formale, anche insignificante ai fini pratici, il processo viene annullato, e se il reato sta andando in prescrizione tanto meglio: puoi aver compiuto qualunque nefandezza e te ne vai libero e felice.Caro Rodotà, in Italia queste merdate hanno garantito ai potenti corrotti 50 anni di impunità e sono costate dolore e morte.
La grande crisi della società occidentale, ha come suo centro proprio lo squilibrio tra i mezzi nelle mani del crimine e quelli nelle mani della legge.
Questo mondo è nella merda perché la gente onesta non riesce a far fronte alla criminalità e alla corruzione.
Sono gli sterminati mezzi finanziari del Male a corrompere i fondamenti sociali.
Criminalità e corruzione stanno dietro al terrorismo, alle guerre, all'inquinamento, alle sofisticazioni alimentari, ai medicinali che uccidono, all'inefficienza degli ospedali, alla follia della pubblica amministrazione.
Riesci a immaginare, caro Rodotà, come sarebbe il mondo se gli onesti avessero gli strumenti per limitare veramente il potere di questi criminali?
Riesci a immaginare che cosa succederà invece se continueremo in questa direzione? Per approfondire: La Privacy per i manigoldi non mi piace!
Cosa fai quando devi incassare un assegno e vuoi essere sicuro che sia coperto?
Telefoni alla tua banca e glielo chiedi. Loro telefonano alla banca che ha emesso l'assegno e chiedono se ci sono quei soldi.
Saper quanti soldi una persona ha in banca può esserti estremamente utile per valutare un socio in affari o la solidità di una ditta alla quale vuoi commissionare un lavoro. Grazie a questo fondamentale servizio che le banche offrono ai cittadini il numero delle truffe e dei mancati pagamenti è cento volte più basso di quel che potrebbe essere. Non voglio dire che ci siano poche truffe. In Italia le truffatori e debitori insolvibili fregano a chi lavora il 10% del fatturato. Ma se le banche non dessero informazioni su quanti soldi la gente ha veramente sarebbe il crollo del sistema economico. Come ho detto ieri questo comportamento delle banche è illegale perché viola la legge sulla Privacy. Ma se questa legge fosse applicata, lo ripeto, l'Italia diventerebbe il paradiso dei furbi. Già lo è quasi. Ma verrebbero travolte le ultime trincee.
Una legge che se fosse applicata porterebbe al disastro non è una buona legge. E' una pessima legge. E va cambiata.
In Italia teniamo molto a proteggere la Privacy dei furbi, quasi fossero una specie protetta.
Se dici che un ladro che è un ladro il reato che compi si chiama diffamazione. Attenzione alla sottigliezza, le parole sono rivelatrici: se dici ladro a un onesto è calunnia. La diffamazione è quando vai a dire in giro qualche cosa di vero, la calunnia quando vai in giro a dire qualche cosa di falso.
Ma perché la diffamazione dovrebbe essere un reato? E' un dovere etico!!!
Io DEVO andare in giro a avvisare tutti che quello non paga i debiti! La legge italiana toglie potenza alla legge morale, naturale, non scritta dell'onore.
Onore è una parola di cui la sinistra ha paura perché da secoli te lo sventolano davanti per fregarti il portafoglio.
E non parlo dell'Onore di non avere le corna, parlo dell'Onore dell'etica, di essere coerenti con le proprie idee.
L'Onore è un privilegio essenziale per l'umano. L'Onore è la vera ricchezza. Per millenni è stato il fondamento del consesso civile.
Perdere l'Onore per secoli è stato una evento legale codificato, una punizione scritta. Quando artigiani e commercianti decisero di vivere senza nobili sul groppone e fondarono i Liberi Comuni stabilirono subito che chi non avesse pagato i debiti doveva essere bollato a vita. Vennero inventati vari modi per ottenere questo risultato. Secondo alcuni ricercatori i teatranti che non avevano onorato i debiti dovevano issare sul loro carro una bandiera viola mentre i commercianti avevano l'obbligo di girare con un cappello verde in testa. Così tutti potevano sapere chi erano i debitori morosi. E c'è chi sostiene che da queste usanze discenda il modo di dire sono al verde e la repulsione degli attori per il colore viola. Nella società moderna i furbi hanno modo di colpire centinaia di volte senza venire socialmente riconosciuti come una minaccia. Vogliamo dare slancio all'economia? Vogliamo porre un limite ai truffatori? Mettiamo in atto un sistema per segnalare i disonesti. Internet ce ne offre una straordinaria occasione.
E-Bay ad esempio segnala i giudizi su ogni venditore redatti da chi ha comprato da lui. Potrebbe essere una buona idea dalla quale iniziare: realizziamo un'anagrafe nazionale arricchita da ogni dato relativo alle avventure legali dei cittadini e dal giudizio collettivo su di ognuno.
Ma per prima cosa cancelliamo le leggi sulla privacy che fanno comodo solo ai briganti.

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