Exodus
fatale da Telecomlandia
con Guido Rossi nella
parte di Antony Queen, il Popolo degli utenti nella parte
della
Rivolta degli schiavi e
un IP doc eloquente
Centomila utenti lasciano Telecom ogni mese. Perché c'è questo esodo di
massa?
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24 Ottobre 2006
Vedere sfarinarsi come mummie al sole una faccia e una carriera,
un vero e proprio cult, come quello che ha fatto di se stesso
l'avvocato Guido Rossi, ora Presidente di Telecom Italia, durante una
vita intera votata all'«autorevolezza», alla «credibilità» ed al
«successo», è un caso umanoide a cui non capita tutti i giorni di
assistere.
Anche chi non ha seguito le interrogazioni al Senato sul
caso delle intercettazioni Telecom, ha potuto rilevare le abnormi incongruenze
esistenti tra le dichiarazioni rese al Senato da Guido Rossi come per
esempio «Telecom è una grande azienda sana e onesta, le intercettazioni non
c'entrano con Telecom Italia perchè Telecom non può intercettare legalmente o
illegalmente» e le infinite realtà illegali e truffaldine, passate e presenti,
constatate ancora oggi giorno dopo giorno, dagli abbonati Telecom. Guido
Rossi con «l'affaire Telecom Italia» sta dimostrando di essere la perfetta
interfaccia del regno della fatale Shangri-La: Il regno delle decrepita
politichetta italiota. E, in troppi casi oramai, politichetta idiota.
I tabulati degli utenti Telecom, e non Telecom, sono stati
appaltati e venduti ad ogni sorta di società di telefonia e a provider-canaglia
e viaggiano in milioni di copie permettendo intercettazioni
telefoniche, telematiche e quant'altro. Altro che il sale sulla coda che
mette loro il «Decreto Amato & Castrella».
Scrive Giuseppe D'Avanzo su La Repubblica
«In
Telecom, si apprende, esiste una «control
room» e una «struttura
S2OC» «capace
di fare qualsiasi cosa, anche intercettazioni vocali: può entrare in tutti i
sistemi, gestirli, eventualmente dirottare le conversazioni su utenze in uso,
con la possibilità di cancellarne la traccia senza essere specificatamente
autorizzato».
Giuliana
D'Olcese
<Lettere
e Commenti>
Telecom,
Prodi e il mito fatale di Shangri-La
Cara D'Olcese, le tue continue "effervescenze intellettuali" sul caso
Telecom, iniziate in tempi non sospetti, si dimostrano sempre più congruenti con
la realtà.
Hai centrato l'argomento, il tema, il contesto, gli attori, i comprimari,
le comparse, l'impresario, gli sponsor, le maschere, perfino il
pubblico....
Anch'io, tanti anni fa', mi sono trovato "in anticipo su
tutti", nel mio piccolo e per le mie vicende, solo che mancavo della tua
freschezza intellettuale... altrimenti avrei fatto altrettante scintille!!! Ciò
nonostante in un qualche modo sono riuscito a districarmi... So che essere
profetici (anzi, profeti verificati) in questo modo è una posizione estremamente
difficile da reggere, si passa continuamente tra visionari
e implacabili inquisitori, tra rompipalle e mitomani..., ma
pazienza....
Resisti!!! Resisti!!! Resisti!!! Salutissimi di cuore, Carlo Alberto
Savorgnan
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Caro
Savorgnan,
detto
da te, questo ben di Dio di riconoscimenti, è veramente molto onore per
me. Certo che è incredibile che tutta la stampa abbia avuto bisogno che
io nominassi la P2 per spremere, molto poi, qualcosa e cominciare a parlarne.
Cosa intendi dire con "la tua freschezza intellettuale... altrimenti avrei
fatto altrettante scintille!!!"?
Mi piacerebbe capire bene a cosa ti riferisci. Sì, Resisto Resisto Resisto!
Ciao grazie ancora e salutissimi di cuore pure a te!
In attesa di preziose tue, gd'o
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Canaglie
everyware
Bravissima Giuliana D'Olcese,
Che la Telecom abbia seri problemi, e crei seri
problemi, è una tragica realtà. Che i concorrenti della Telecom facciano a gara
a chi si comporta peggio, è un'altra realtà con la quale dobbiamo fare i conti.
So di gente che, dopo essere passata a Wind, per disdire il contratto ha dovuto
smettere di pagare la bolletta e cambiare numero.
Io è da mesi che ho Internet che va a singhiozzo,
comuncare con Wind è impossibile, e non so cosa fare. Pago un canone intero per
usufruire di un servizio una volta ogni tanto. Per certo, la posizione di
monopolio della Telecom non cade con il decadere della Telecom. Chi subentra,
non lo fa per offrire un servizio migliore, ma per benficiare dei vantaggi che
un regime di monopolio, anche se spartito, può dare approfittando dello stato di
necessità dei clienti, che non possono certo gestire il traffico telefonico in
prima persona. Che fare? Boh! Con simpatia, Paolo
Severi
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La Spy-Story del capitalismo anonimo
La spy-story Telecom ha messo in
luce un fenomeno che rappresenta l'ultimo e più marcescente livello di
sviluppo del capitalismo: infischiandosene di regole e leggi, una massa
di capitali senza capitalisti è sfuggito al controllo di capitalisti senza
capitale (l'azionista di controllo possiede meno dell'1% della Telecom).
In tale dinamica abbiamo visto un settore del Capitale cercare la propria
valorizzazione tramite interessi multiformi e volatili, darsi una struttura
proprietaria super-articolata che utilizza gli uomini indipendentemente
da qualsiasi piano industriale, mirare solo al profitto finanziario che,
come al casinò, è sempre a somma zero. Come i capitalisti diversificano
i loro investimenti per prevenire perdite, così il capitale diversifica
i propri agenti e funzionari: non sono un'eccezione i miserabili personaggi
messi alla gogna pubblica; il turbo-capitalismo finanziarizzato ha bisogno
di simile materiale umano per operare senza freni giuridici e se lo crea.
L'attuale modo di produzione sopporta sempre meno di farsi imbrigliare
dalle catene della proprietà personale e tende a darsi una struttura impersonale
ed a-nazionale: l'impresa finanziaria de-territorializzata. Con buona
pace dell'industria produttiva di un tempo, come può constatare chiunque
usufruisca dei servizi imbellettati ma mostruosamente inefficienti di
queste strutture. Pezzi eversivi di uno stato a pezzi -
L’autonomizzarsi
del Capitale e le sue conseguenze pratiche
Quinterna 2005 http://www.quinterna.org/rivista/rivista.htm
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Telecom ladra
Cara
D'Olcese, ti segnalo un fatto nuovo, anzi due.
Qualche
giorno fa ebay ha scoperto che la mia password era stata intercettata.
Ho verificato i movimenti in banca e ho trovato che il 20/8/2005 avrei
effettuato un pagamento di 1,98 euro a Telecom s.p.a Mestre. Pagamento che,
manco a dirlo, non mi sono mai sognata di fare. Immagino che pochi euro
prelevati dai conti di milioni di utenti possano fare in totale una somma
considerevole.
Altro
fatto: ho chiesto l'attivazione dell'ADSL a Telecom il 18 agosto (prima
usufruivo di una linea ISDN perche non esisteva ancora la copertura del
servizio nella mia zona). Contestualmente ho chiesto la disattivazione dell'ISDN,
che è stata effettuata (per la quale mi hanno scippato 30 euro). Risultato:
non sono ancora riusciti a erogarmi l'abbonamento perché per il loro
sistema risulto abbonata con un altro (inesistente) gestore. A oggi quindi
dispongo solo di una linea analogica con grave danno per le mie attività
di studio e di lavoro. Terzo e ultimo: mi sono trovata in bolletta 50 euro
di chiamate verso numeri ad alta tariffazione (899) evidentemente composti
da links contenenti programmi pirata che però Telecom non blocca. Ho
aperto il reclamo, ma Telecom ritiene che la fatturazione sia corretta e
che devo pagare la fattura. Questo è quanto. Gli abuse di Telecom non mi
hanno mai più risposto sulle intercettazoni abusive.
Grazie per i consigli preziosi, a presto Mara
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Cara Mara, perchè ebay? Come ha fatto?
Certo, hai ragione, fai pagare 2 euro a
testa a milioni di utenti e accumuli miliardi.... So che l'ADSL Telecom
è un problema in tutta Italia, dammi retta, abbandona Telecom e vai con
Tele2 perchè poi tra l'altro in internet è molto più sicura, ha l'ADSL,
e tutto, non paghi più il canone e siccome ha il prefisso 10 22 è già
di per se' un antidialer. Ma con tutti i pericoli che ci sono per i 799
e 899 come mai non ti sei mai messa un antidialer? C'e n'è uno ottimo
per quando ci si connette con Telecom e con tutti i provider, funziona
magnificamente ed è di facilissima gestione. Il sito da cui scaricarlo
Free è www.socket2000.com
Poi vai nel sito www.aduc.it e leggi come fare
per contestare la bolletta con i numeri dialer. Ci sono migliaia di utenti
nelle tue condizioni che però sono riusciti a non pagare anche perchè
Telecom ha riconosciuto il torto. Gli abuse di Telecom non ti hanno più
risposto dall'ultima segnalazione? E' un classico, alle intercettazioni
non rispondono per "ordini superiori". Scrivi a Guglielmo Bove
responsabile dell'ufficio legale nazionale a Roma e pretendi che ti rispondano
se no li denunci.
Tienimi informata. Ciao GD'O
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Per "intercettare le
intercettazioni" facendo un esperimento con
l'adsl se ne vedrebbero delle belle.
Il canale "adsl", infatti, è molto più sfruttato
per "visitare" i pc connessi in rete visto che l'utente non è in grado
di accorgersi del traffico parallelo e dei vari esperimenti fatti per "entrare"
nel sistema e trafugare di tutto, password, carte di credito, infilare programmi
maligni, virus, spyware, malware, paciugare, eccetera eccetera.
Buon lavoro Enrico Rende
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*Exodus fatale da Telecomlandia*
Pubblicato sul BLOG! a quando una campagna
anche contro la RAI sempre più asservita alle sinistre (vedi TG! era
RIOTTA?)?
Un salutone e complimenti, come sempre, per le tue battaglie! Galgano
P
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E' di
ben 56 mila euro la multa inflitta a Telecom Italia per la campagna
condotta proponendo Teleconomy per tutti
e paragonandola alla tariffa Fastweb Italia che prevede chiamate illimitate
verso i fissi nazionali ma non precisando, i furboni, che dovevano essere
fissi di abbonati Telecom Italia e quindi non valeva per tutti gli abbonati
di tutti i gestori, come invece prevede la tariffa Fastweb.
Giada De Ferraris
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Come Telekom
Serbia
Prodi ha ragione, potrebbe finire come Telekom
Serbia. Il centro destra potrebbe rimettere in campo la propria insipienza
politica, il desiderio d'imitare il peggio degli altri e, alla fine,
ritrovarsi ancora ridicolizzato. Prodi ha ragione, non è escluso che
finisca così. Oppure no, magari si torna a parlare di cosa veramente
fu, Telekom Serbia.
Quello fu uno scandalo economico ed uno scandalo politico che l'incauto
moralismo della destra tentò di trasformare in uno scandalo di tangenti,
andando appresso ad improbabili personaggi. Alla sinistra il moralismo
funziona, alla destra no. La ragione è genetica e strumentale, attiene
alle radici del pensiero ed ai collegamenti con la magistratura. A
me, comunque, pare che il moralismo di ambo le parti difetti di un
ingrediente fondamentale: l'etica. Ma veniamo alla Serbia.
Nel 1997 Prodi guidava il governo, lo stesso che varò la malaprivatizzazione
di Telecom. La Serbia era nelle mani di Milosevic, ed è in quelle,
con pacchi di bigliettoni trasferiti rocambolescamente, che furono
consegnati 878 miliardi di lire. Telecom Italia era presieduta da
Guido Rossi (oh, sono sempre gli stessi!) ed amministrata da Tomasi
di Vignano, poi premiato con le municipalizzare rosse. Cinque anni
dopo Telekom Serbia sarà restituita al governo serbo, in cambio di
378 miliardi di lire. In cinque anni si sono persi 500 miliardi.
In quel giugno del 1997 la Telecom era ancora controllata dallo Stato
italiano, mentre quello serbo era governato da un nemico dell'umanità
e degli interessi occidentali. Tanto è vero che, di lì a qualche mese,
previa defenestrazione di Prodi e governante D'Alema, andammo a bombardarlo,
a fargli la guerra, la guerra, nell'ambito di un'azione Nato ed infischiandocene
dell'Onu, che aveva miseramente fallito. Facemmo bene, e fecero bene
gli statunitensi a prendere la mira ed abbattere gli impianti di Telekom
Serbia. Purtroppo, però, era stato il governo Prodi a consentire che
si facessero affari e si consegnassero denari al nemico. Questo è
l'insuperabile scandalo politico. Il fatto che Prodi lo ricordi con
beffardo orgoglio, che speri le cose vadano nello stesso modo, ha
a che vedere, lo dicevo, con l'incapacità dei suoi oppositori. Ma
nel lavoro di corruzione ed oblio, non conti sulla nostra collaborazione.
2 Ottobre 2006 Davide Giacalone www.davidegiacalone.it
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Intercettazioni,
necessarie le riforme radicali a salvaguardia della libertà dei cittadini
L'argomento del disegno di
legge è arrivato alla ribalta della cronaca in seguito al caso delle intercettazioni
Telecom. Questo caso rappresenta la prova provata che i dati personali,
conservati ben oltre la necessità per cui sono stati raccolti, sono un pericolo
per i diritti civili anche a causa degli abusi a cui inevitabilmente sono
soggetti. Con questa iniziativa la Rosa nel Pugno si propone di continuare
in quell'opera di difesa dei diritti civili, sempre più trascurati e negati
sia in Rete che nel mondo materiale. Il disegno di legge non tenta di agire
a valle di una data retention ormai effettuata, ma cerca piuttosto di controllarne
e limitarne gli effetti a monte, nel momento della produzione dei dati stessi.
Altre e ben più difficili iniziative che seguiranno dovranno farsi carico
di ridurre, e possibilmente abolire, la data retention eseguita come obbligo
di legge per problemi di polizia ed ordine pubblico, ma utilizzata poi come
strumento di tecnocontrollo.
Maurizio Turco, deputato della
Rosa nel Pugno, segretario della Commissione Affari Costituzionali sul disegno
di legge volto a salvaguardare la privacy degli italiani limitando la raccolta
e conservazione di dati personali, dal titolo "Norme in materia di raccolta,
uso, conservazione e cancellazione di dati georeferenziati o cronoreferenziati,
contenenti identificatori univoci di utente, effettuata mediante apparecchiature
automatiche". (DDL 1728)
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Stimatissimi
amici di Giuliana, del Comandante Umberto Rapetto del SOS G.A.T.
Gruppo Anticrimine Tecnologico,
e degli Onorevoli
Donatella Poretti e Maurizio Turco grazie di esserci! Che disonore far parte
degli Onorevoli: fanno sempre più schifo a tutti. Siete meravigliosi a sviluppare
le Vostre idee. Passiamo ai fatti, aiutiamo tutti con aiuti superiori rispetto
a quelli che rubano. Si può in poco tempo innescare processi di crescita
materiale e morale vicini all'infinito. Lavoriamo insieme: salvateli, salviamoli,
salviamoci.
Stefano
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**Domande a Rossi su Tavaroli**
Il neopresidente di Telecom Italia continua a difendere Tronchetti e Buora,
ma questo è un bene per la stessa Telecom?
Il neopresidente di Telecom Italia
Guido Rossi, nell'audizione presso la commissione giustizia del Senato,
ha sostenuto ancora la totale estraneità dei vertici aziendali dalle vicende
sotto inchiesta della magistratura relative alla cantrale spionistica
messa su da Tavaroli e Iezzi, responsabili della security di Telecom e
Pirelli, in combutta con l'investigatore privato Cipriani, regolarmente
superpagato, e che anzi Telecom Italia in questa vicenda sarebbe parte
lesa.
Sul fatto che Telecom da questa vicenda sia stata ampiamente danneggiata
non ci sono dubbi: il danno di immagine per un'azienda così storicamente
importante per gli italiani (in termini anche di rispetto della loro privacy)
è enorme, quasi incalcolabile, tenendo conto anche delle spese che Telecom
deve affrontare per dimostrare la propria estraneità e i rapporti incrinati
con le pubbliche autorità. Alcune domande sorgono spontanee.
Telecom Italia ha denunciato
Tavaroli per diffamazione, visto che insiste che era agli ordini di Tronchetti
e Buora?
Se non l'ha ancora fatto, perché?
Telecom ha già chiesto il risarcimento a Tavaroli dei danni inflitti all'immagine
aziendale?
L'auditing aziendale ha denunciato,
di propria iniziativa, Tavaroli per i reati che sono emersi dalle indagini
interne compiute, senza limitarsi solo a rispondere alle richieste della
magistratura inquirente? Perché Guido Rossi, sempre così severo e così
caustico con il capitalismo italiano e con la classe politica, per la
opacità e mancanza di trasparenza del nostro sistema economico, non prende
le distanze dalle gravi negligenze e omissioni di vigilanza del management
Telecom nella vicenda Tavaroli, se è vero che non erano a conoscenza di
nulla? Come spiega Rossi il ritardo con cui Tavaroli è stato allontanato
dal gruppo Telecom?
Come spiega il fatto che sia
stato coperto fino all'ultimo, nonostante emergessero irregolarità amministrative
per la fatturazione delle spese? Infine, cosa ne pensa il professor Rossi
delle dichiazioni del suo predecessore e designatore Tronchetti Provera,
che lo scandalo Tavaroli è solo un complotto politico ai danni di Telecom
Italia? di Pier Luigi Tolardo - Quelli
di Zeus http://www.zeusnews.it/news.php?cod=5140 23-10-2006
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Le truffe secondo
Rapetto
Una guida
all'autodifesa dalle truffe telematiche e telefoniche, scritta dal colonnello
della Guardia di Finanza Umberto Rapetto
Il colonnello Umberto Rapetto è l'ormai
mitico comandante del GAT,
il Nucleo Speciale Frodi Telematiche della Guardia di Finanza; il
GAT probabilmente diventerà sempre più importante con l'ultima riforma
fiscale, che attribuisce grande importanza ai controlli nelle banche
dati e all'informatizzazione, e combatterà anche il più astuto e preparato
evasore fiscale elettronico. Rapetto è un militare che obbedisce agli
ordini, siano questi la caccia ai ragazzi che praticano il filesharing
(ma lui ci dirà che pensa a combattere soprattutto le grandi organizzazioni
criminali della contraffazione) o incastrare gli hacker che giocano
a intrufolarsi nei server della Cia o del Pentagono. Rapetto però,
per fortuna, è anche un poliziotto intelligente che si dedica, spesso
senza grandi mezzi ma con tanta buona volontà, insieme ai suoi oscuri
e anonimi brigadieri, a prevenire e reprimere le tante vecchie e nuove
truffe telematiche e telefoniche che colpiscono i cittadini comuni
nella loro vita di tutti i giorni.
Si va dalla clonazione della carta di credito al furto
della password del Bancomat, passando per il phishing, le email che linkano a
dei siti falsi che imitano quelli della nostra banca per sottrarci password e
fare operazioni al posto nostro, fino al modernissimo vishing, che consiste in
SMS che ci chiedono di chiamare numeri verdi per farci dare sempre gli stessi
codici d'accesso al nostro conto corrente.
Sono tutti i terreni di guerra quotidiana di Rapetto e dei
suoi uomini, e da qualche tempo, anche di donne-finanziere. Rapetto racconta
tutto ciò nel suo ultimo libro, edito da Cairo, dal titolo "Truffe.com",
sottotitolo "Cellulari, internet, bancomat e carte di credito: come difendersi
dalle frodi telematiche". Il libro è scritto in forma
molto semplice, chiara, accessibilissima anche da chi non sia un addetto ai
lavori, grazie all'altra autrice del testo, la giornalista del Giornale Radio
Rai Maria Teresa Lamberti. Il testo si propone come una guida utile
all'autodifesa dalle tante insidie nella navigazione in Internet, come i famosi
dialer a cui è dedicato il primo capitolo, a quelle di quando andiamo al
Bancomat, di quando utilizziamo la carta di credito in Internet e al ristorante,
di quando acquistiamo su Internet e incappiamo nei bidoni.
Il testo è aggiornatissimo all'ultima frode, ma ci
racconta anche in un capitolo apposito "Le truffe nigeriane", di cui si è tanto
occupato anche Zeus News.
Si parla di boxing (il furto di corrispondenza
dalla nostra cassetta delle lettere per sottrarci numeri di carta di credito o
altri dati utili per sostituirsi in modo fraudolento a noi in transazioni on
line) e di trashing (che spinge i "ladri di identità" perfino a frugare
nella spazzatura per cercare estratti conto e altri dati utili).
Non manca un capitolo dedicato alle catene di sant'Antonio
via email e uno dedicato ai rischi delle truffe del multilevel marketing, in cui
si diventa nostro malgrado complici dei truffatori nel proporre lavori e affari
impossibili.
Scheda: Titolo: Truffe.com - Sottotitolo:
Cellulari, Internet, bancomat e carte di credito: come difendersi dalle truffe
telematiche - Autori: Umberto Rapetto, Maria Teresa Lamberti - Editore: Cairo -
Prezzo: 13 euro
Centomila utenti lasciano
Telecom ogni mese. Perché c'è questo esodo di massa?
I debiti di Tronchetti Provera hanno
peggiorato la qualità del servizio. Telecom Italia è l'unico gestore telefonico
europeo che ha destinato più del 90% degli utili degli ultimi anni ai dividendi;
è anche l'unico gestore che ha dato superdividendi ed è il gestore telefonico
con il tasso di redditività più alto d'Europa. Si è puntato al massimo a ridurre
i costi e aumentare i ricavi per permettere all'azionista di maggioranza,
l'Olimpia di Benetton e di Tronchetti Provera, di pagare gli interessi sul
fortissimo debito dovuto all'Opa e poi all'acquisto di Tim. Ma ci sono riflessi
sulle condizioni generali di Telecom Italia, sul suo sviluppo, sul mantenimento
delle quote di mercato e sul rapporto con i suo clienti. Il riflesso più evidente
è che ogni mese 100.000 clienti abbandonano Telecom per un altro gestore telefonico.
Perché c'è questo esodo di massa? Il problema non è solo il livello delle
tariffe anche se l'ex monopolista ha abbassato le sue con ritardo, per il
debito.
Il motivo sta in un degrado
del servizio senza precedenti: gravissimi ritardi nell'attivazione dei nuovi
impianti, nei traslochi di linea, nelle riparazioni dei guasti, soprattutto
per le utenze affari che con il telefono e l'Adsl ci lavorano e vivono, attese
snervanti ai numeri dell'assistenza clienti, operatori non sempre aggiornati,
rimborsi che non avvengono mai o con grave ritardo, sospensioni del servizio
al minimo ritardo. Rispetto agli anni della Sip, il peggioramento della qualità
è notevole a causa dell'utilizzo di call center in outsourcing, di appalti
nella manutenzione, di riduzioni di personale. E ancora: attivazioni
di servizi abusive a milioni di clienti non richieste, prodotti-bufala
come cordless o videotelefoni che non si riescono a restituire, la vicenda
dei dialer, cioè le chiamate truffaldine a numeri speciali che è stata
un tormentone per anni per centinaia di migliaia di utenti, i rincari
del servizio elenco abbonati. Gli stessi ritardi nella copertura dell'Adsl
hanno un effetto negativo sull'immagine dell'azienda. Alla fine l'unico elemento
che giustifichi il pagamento del canone, che penalizza gli abbonati rispetto
agli altri, è proprio una forte "customer satisfaction", una qualità del servizio
decisamente più elevata rispetto alle aziende telefoniche "low cost". Nel
momento in cui questa qualità è venuta meno, non poteva non esserci l'esodo
dei clienti. Il piano industriale di cui il nuovo presidente Rossi si dovrebbe
preoccupare non è lo scorporo di questo o quello, ma un deciso innalzamento
della qualità per porre un argine e riacquisire i clienti, lealmente e senza
sotterfugi. Più che di nuovi patti dell'azionariato, per blindare Telecom
Italia ci vorrebbe un patto con i clienti che metta al centro esigenze
e diritti.
Pier Luigi Tolardo -
Quelli di Zeus ZEUS News - www.zeusnews.it - 21-10-2006
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Telekom Serbia e Servizi - Manfredi (Rosa nel Pugno):
Padova, 03 novembre 2006. "L'Espresso ha buttato
il sasso nello stagno ma ora si vada fino in fondo: il Governo risponda
in aula all'interrogazione di Capezzone".
L'Espresso in edicola ospita un'inchiesta (E Pollari creò Telekom Serbia)
sull'intervento dei servizi di sicurezza nell'affaire Telekom Serbia; ospita
anche un pezzetto sulla presenza dell'avvocato Domenico Porpora (curò nel
1995 i primi contatti fra italiani e serbi, in presenza di un embargo ONU
alla Serbia; dal 1996 al 1998 fu il capo della segreteria del premier Prodi)
alla guida di "Italia Navigando" (gruppo Sviluppo Italia).
Giulio Manfredi (Comitato nazionale Radicali Italiani, autore del libro
"Telekom Serbia, Presidente Ciampi nulla da dichiarare?", 2003, Stampa Alternativa)
ha dichiarato:
"Bene ha fatto L'Espresso ad affrontare la questione dell'intervento dei
servizi di sicurezza nell'affaire Telekom Serbia, ma non basta. Per non
rischiare ulteriori polveroni occorre che il governo Prodi risponda subito
in aula all'interrogazione di Daniele Capezzone e Bruno Mellano (Rosa nel
Pugno), presentata lo scorso luglio, che richiede al governo "se vi siano
state attività dei servizi di sicurezza della Repubblica italiana riconducibili
alla vicenda Telekom Serbia; in caso affermativo, quali siano state queste
attività". Non vorrei che l'interrogazione Capezzone/Mellano facesse la
stessa fine di quella presentata dal senatore radicale Milio nel giugno
1997; quella, per intenderci, in cui i radicali chiedevano chiarimenti sull'operazione
Telekom Serbia, conclusa quindici giorni prima, tramite la quale Telecom
Italia aveva versato nei conti correnti di Milosevic 900 miliardi di lire
(456 milioni di euro), come appurato poi dalla stessa Procura di Torino,
interrogazione, rivolta agli allora ministri Maccanico e Ciampi, rimasta
senza risposta".
Giulio Manfredi - cell. 348/5335305 -Padova (Congresso Radicali Italiani),
3 novembre 2006. - Segue testo interrogazione Capezzone/Mellano:
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Politici spiati. Interrogazione Parlamentare
Il
Governo risponda in aula alla nostra interrogazione di Luglio su eventuali
attività dei servizi di sicurezza riconducibili all'Affaire Telekom Serbia.
Daniele Capezzone segretario di Radicali Italiani, presidente Commissione
Attività Produttive della Camera ha dichiarato:
"Il 19 luglio presentai,
assieme al collega Mellano, un'interrogazione al Ministro dell'Interno e al
Ministro della Difesa per sapere "se vi siano state attività dei servizi di
sicurezza della Repubblica italiana riconducibili alla vicenda Telekom Serbia,
in caso affermativo, quali siano state queste attività". Nonostante nostri
ripetuti solleciti, a cento giorni dalla nostra domanda, non è ancora pervenuta
alcuna risposta. Recentemente, sia il Presidente Prodi sia l'on. Violante hanno
denunciato l'esistenza di un "filo rosso" che lega la vicenda Telekom Serbia
alle attività di spionaggio illegale emerse in questi giorni. Mi pare non solo
opportuno ma doveroso richiedere nuovamente al governo di rispondere senza
indugi, in Aula, alla nostra interrogazione, per fornire al Parlamento e al
Paese elementi di conoscenza indispensabili per evitare che il confronto
politico sia ulteriormente avvelenato in una fase così delicata. Segue testo
interrogazione: Atto Camera. Interrogazione a risposta scritta 4-00629
presentata da DANIELE CAPEZZONE mercoledì 19 luglio 2006 nella seduta n.028
CAPEZZONE e MELLANO. -Al Ministro dell'interno, al Ministro della difesa. -Per
sapere- premesso che:
nelle polemiche di queste settimane relative alle
attività del SISMI (Servizio per le informazioni e la sicurezza militare) sono
stati nuovamente sollevati interrogativi - se non illazioni - su tentativi di
depistaggio e di inquinamento dei dati e dei fatti da parte di elementi dei
servizi di sicurezza in merito alla vicenda relativa all'affaire Telekom Serbia,
come riportato nel resoconto stenografico della seduta del 16 luglio 2003, la
Commissione parlamentare d'inchiesta su Telekom Serbia - di seguito la
"Commissione" tenne l'audizione in seduta segreta del colonnello Alberto Manenti
del SISMI e subito dopo concordò di inviare ai servizi di sicurezza - per la
precisione, al generale Nicolò Pollari -direttore del Sismi-, al prefetto Mario
Mori -direttore del Sisde-, al tenente generale Giuseppe Orofino -vice
segretario generale del CESIS-, una richiesta di elementi informativi
sull'oggetto della commissione, così formulata:
"Per finalità istruttorie
della Commissione che ho l'onore di presiedere, prego le SS.LL. di comunicare i
nominativi dei soggetti che abbiano prestato o prestino servizio presso i
Servizi che risultino, a giudizio delle SS.LL., eventualmente in grado di
riferire alla Commissione elementi informativi utili sui fatti oggetto
dell'inchiesta parlamentare, con relativo supporto documentale, con riferimento
agli anni dal 1997al 2000. Chiedo inoltre alle SS. LL. di voler disporre
l'individuazione e la localizzazione dei seguenti soggetti utili alle indagini
della Commissione: responsabili della Divisione ricerca all'estero e della
Divisione analisi del Sismi negli anni 1997 e 1998, esatto indirizzo
dell'ammiraglio Gianfranco Battelli e dell'ammiraglio Giuseppe Grignolo, diretto
superiore del tenente colonnello Alberto Vanenti all'epoca dei fatti. Raccomando
l'urgenza e ringrazio per la collaborazione". Firmato: onorevole Enzo
Trantino, presidente Commissione TS.
Come riportato nel resoconto
stenografico, nella seduta del 12 settembre 2003, il Presidente Trantino
comunicò che la Commissione aveva acquisito, come atto segreto, "un documento
trasmesso dal Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica, SISDE,
pervenuto in data 10 settembre 2003".
Come riportato nel resoconto
stenografico, nella seduta del 29 ottobre 2003, su richiesta del deputato Marco
Minniti, la Commissione decise di acquisire i resoconti delle audizioni del
prefetto Mori e del generale Pollari presso il Comitato Parlamentare per i
servizi di informazione e sicurezza e per il segreto di Stato, audizioni
svoltesi rispettivamente il 16 ottobre 2003 e il 22 ottobre 2003, non risulta
agli interroganti che la relazione cosiddetta "intermedia" presentata dalla
Commissione al Parlamento nella primavera del 2004 riporti alcuna notizia su
eventuali risposte dei responsabili dei servizi di sicurezza alla lettera del
luglio 2003 di cui sopra, la Commissione non presentò in Parlamento alcuna
relazione finale, pur essendo tenuta a ciò dalla legge istitutiva - legge 21
maggio 2002, n. 99 -: se vi siano state attività dei servizi di sicurezza della
Repubblica italiana riconducibili alla vicenda Telekom Serbia, in caso
affermativo, quali siano state queste attività.
(4-00629).
*******
Qualche domanda al premier
spiato
di Giuseppe D'Avanzo La Repubblica 17
ottobre 2006
In qualsiasi altro - appena decente - Paese dell'Occidente, che un premier
sia spiato da una grande azienda privata di telecomunicazioni sarebbe una
notizia coi fiocchi. "Terrebbe" la prima pagina per settimane. Scatenerebbe
la curiosità preoccupata dell'opinione pubblica. Costringerebbe i cronisti
a rimboccarsi le maniche per afferrare qualche briciolo di notizia autentica.
Solleciterebbe il Parlamento a interrogarsi. Magari convincerebbe quelle distratte
aule vocianti a istituire addirittura una commissione d'inchiesta. In un qualsiasi
altro Paese dell'Occidente accadrebbe di tutto tranne che la notizia coi fiocchi
diventasse una notiziuccia presto seppellita da una coltre di silenzio. E
dunque Prodi ha ragione a dolersene con El Pais. È vero: "È avvenuto un abuso
molto grave". Anche se sprofondato in un flusso verbale che frulla confusamente
i conti pubblici, la Telecom, la mozzarella, qualche imprudente inesattezza,
l'avventata mossa di Rovati, sorprendenti riflessioni sull'equivalenza tra
verità e menzogna, lo sconfortato rammarico del presidente del Consiglio non
può essere abbandonato come una lettera morta.
Chi tace e perché, dunque? Per venirne a capo bisogna rinfrescare la memoria
dei fatti anche al presidente del Consiglio perché l'affaire dei dossier illegali
nasce non quando salta fuori lo spionaggio contro Prodi, ma quasi sette mesi
prima. Prima delle elezioni. Prima della vittoria del centro-sinistra. Prima
dell'ingresso di Romano Prodi a Palazzo Chigi, a noi di Repubblica - per dire
- era già sufficientemente chiaro che fosse all'opera una "banda del ricatto":
"Qualche ufficio riservato della Guardia di Finanza, di fatto controllato
dall'intelligence. Le agenzie di investigazione che lavorano in outsourcing
per l'intelligence. La sicurezza privata delle grandi aziende come Telecom
che, con l'intelligence, hanno sempre avuto scambio di informazioni e di uomini"
(Repubblica, 11 marzo). Non ci voleva poi Mago Merlino per concludere che
il Paese era alle prese con "un "apparato" legale/clandestino deforme, pericoloso
per la democrazia, scandaloso, ma del tutto "visibile" a volerlo vedere" (ancora
l'11 marzo). Presto il tableau si arricchiva anche di qualche nome.
"È questo Cipriani (un private eye) che fa saltare il banco. È l'uomo di mano
di Giuliano Tavaroli, già capo della sicurezza aziendale e responsabile della
struttura Telecom che dispone le intercettazioni su ordine della magistratura.
Il nome di Tavaroli conduce nel cuore stesso del Sismi. Meglio nell'ufficio
stesso del direttore del Sismi Nicolò Pollari perché Tavaroli da decenni non
muove passo senza la collaborazione di un carabiniere (Marco Mancini) che
oggi è il braccio destro del capo delle spie" (Repubblica, 12 marzo). Chi
voleva vederlo quell'intreccio oscuro e minaccioso ha avuto modo di farlo
già a quel tempo, ma la politica ha preferito guardare altrove, quasi incapace
di prendere atto dell'infezione, impotente a comprenderne il pericolo, addirittura
impedita a programmare il necessario lavoro di bonifica. Si era alla vigilia
delle elezioni e per molti l'appuntamento è valso da alibi. Ma dopo le elezioni?
Dopo le elezioni, la faccenda appare anche più grave. La politica può leggere
(ancora Repubblica, 23 maggio) che la Telecom ha messo su "una rete spionistica
per raccogliere dossier (veri e falsi) contro amici, nemici, politici, ministri,
giornalisti, banchieri, magistrati, uomini di finanza, manager concorrenti
e finanche arbitri e giocatori di calcio". E ancora non accade nulla. Non
una protesta, non una lamentela, non una preoccupazione. Quell'apparato legale/clandestino
sembra non interessare nessuno. Appaiono in gioco gli spazi di libertà e i
diritti, ma tra chi governa la cosa pubblica (Parlamento, governo) si raccoglie
soltanto il silenzio. Sepolcrale taciturnitas - imbarazzata o inquietante?
- che si fa addirittura ostinatissima quando i protagonisti dell'affaire (Cipriani,
Tavaroli, Mancini) finiscono in galera.
I primi esiti delle inchieste giudiziarie sul sequestro di Abu Omar e Telecom,
anzi, raccontano di una realtà ben più nera di quella fin lì svelata. Il nodo
che stringe l'intelligence politico-militare di Nicolò Pollari con la Telecom
di Tronchetti Provera è ben più stretto e i passi sono più storti di quanto
si potesse immaginare. In Telecom, si apprende, esiste una "control room"
e una "struttura S2OC" "capace di fare qualsiasi cosa, anche intercettazioni
vocali: può entrare in tutti i sistemi, gestirli, eventualmente dirottare
le conversazioni su utenze in uso, con la possibilità di cancellarne la traccia
senza essere specificatamente autorizzato".
E poi giornalisti pedinati e intercettati dal Sismi, giornalisti "influenzati"
per manipolare l'informazione, giornalisti pagati dal Sismi per pubblicare
dossier falsi contro Romano Prodi (si accusa il premier, allora presidente
della commissione europea, di aver autorizzato lui - e non il governo di Roma
- i sequestri illegali della Cia). Neanche questa circostanza che lo coinvolge
in prima persona - e il divieto assoluto di legge per il Sismi di ingaggiare
giornalisti - sembra scuotere il presidente del Consiglio. Che sceglie, anche
in questo caso, il silenzio. Anzi, peggio. Manda in Parlamento un sottosegretario
a dire che tutto va bene perché il governo, che non sa nulla, ha chiesto a
Pollari che cosa è accaduto e quello, come sempre, ha detto che non sa nulla,
che i suoi uomini non gli hanno detto nulla e quindi non può essere successo
nulla di quel che si va dicendo.
Prodi non fa una piega anche se la scena è alquanto comica. Conferma, sostenuto
dai ministri dell'Interno, della Difesa e degli Esteri, la fiducia a quell'uomo
che non sa nulla. Allunga l'ombra del segreto di Stato sul pasticcio di Abu
Omar. Non sembra impensierito dalla connection che esiste tra l'affaire Telecom
e i maneggi del Sismi. Può fiorire una quiete tale che il breve disordine
dell'estate può essere ricomposto in autunno. Riapre l'Ufficio Manipolazione
e Disinformazione di Via Nazionale che doveva azzoppare anche il premier con
il dossier falso. Quel Mancini (braccio destro del capo) torna al lavoro a
Forte Braschi. Nicolò Pollari è politicamente accreditato più di prima come
i giornalisti al suo soldo, "perdonati" dall'analfabetismo etico della corporazione
giornalistica e definiti addirittura "guerrieri della libertà" da Silvio Berlusconi.
Che la lista degli spiati si allunghi ogni giorno di più (molti i ministri
del precedente governo) non importa proprio a nessuno. Come sempre per le
cose italiane, la faccenda appare molto grave, ma per nulla seria.
Fino a quando, e siamo ad oggi, Prodi decide di dolersi del silenzio. Meglio
tardi che mai. Ma forse per spiegare il silenzio di oggi, Prodi dovrebbe farci
sapere la sua sul silenzio di ieri. Perché quel che oggi incuriosisce è appunto
l'improvviso scuotimento del governo e del premier. Che cosa è accaduto? Che
cosa è cambiato? Qual è la novità che l'opinione pubblica non conosce? Perché
quel che ieri non sollecitava alcuna reazione del governo, ora dovrebbe allarmare
il Paese? Perché i gattini ciechi della Quercia che, fino all'altro ieri,
andavano ripetendo, con Massimo Brutti, che "tutto va bene, madama la marchesa",
oggi - toh!, con Massimo Brutti, sempre lui - invertono la rotta e strillano
che "sono tornati i tempi della P2"? Con chi ce l'hanno? Che cosa sa quel
Brutti che nessuno sa? Che cosa accade nel retrobottega del governo? Chi sono
i "cattivi" e quale arma o minaccia hanno sfoderato? Ha ragione Prodi. Il
silenzio che ha circondato la "banda del ricatto" e lo spionaggio illegale
che lo ha coinvolto (e con lui migliaia di altri) non è decente. È ora di
romperlo, finalmente. Per farlo, appare opportuno che Prodi ci faccia sapere
che cosa lo ha convinto a rovesciare il tavolo. Per favore, signor presidente,
ci dica che cosa diavolo sta succedendo lassù. O là sotto, faccia lei.
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"Giornali nemici". E Romano scoprì
la sindrome di Silvio
di Gian Antonio Stella Corriere della
Sera 17 ottobre 2006
Dopo Silvio Berlusconi, che sul tema faceva una lacrimuccia alla settimana,
anche Romano Prodi ha ripreso infatti a fare il verso all'indimenticabile
lagna del pulcino: "Uffa, ce l'hanno tutti con me..." Tutti chi? I giornali
e i giornalisti, si capisce. Quelli che Massimo D'Alema, non a caso ribattezzato
da Giuliano Ferrara come "Sarcasmo da Rotterdam", chiamava simpaticamente
"le jene dattilografe". Sempre pronte, pensa te, a digrignare al governo.
I cronisti stranieri, a partire da Bill Emmott, che ai tempi in cui attaccava
il Cavaliere come direttore dell'"Economist" ("Ecomunist", per gli amici di
Arcore) era un mito della sinistra e oggi che bacchetta la sinistra lo è assai
meno, non ci capiranno niente. Ma come: i giornalisti italiani non erano quasi
tutti, stando al verbo berlusconiano, "comunisti o paracomunisti"? Macché.
"Salvo l'Unità", ha detto il Professore al "País", giornali e televisioni
sono contro l'esecutivo unionista.
La prova? Invece che accontentarsi della sua parola ("Io non sapevo nulla
del rapporto Rovati, ma anche se lo avessi saputo che importanza aveva?")
si attardano sul tema se ha mentito al Paese e "nessuno segue quello che è
il vero scandalo", cioè il fatto che lui stesso, come ha rivelato proprio
il "Corriere", era "spiato":
"La stampa italiana tace. Segnale che abbiamo ingaggiato una battaglia importante.
In casi del genere, bisogna capire da che parte sta la libertà. Evidentemente,
lavorare con i mezzi di comunicazione contro per noi è un problema serio.
Il leader dell'opposizione è proprietario del principale gruppo nel settore
dei media.
Ci sono di mezzo grandi interessi ". Parole non diverse da quelle usate per
anni da Sua Emittenza. Fin dalla discesa in campo: "Li ho sempre avuti tutti
contro, anche in questa campagna elettorale: Scalfari, Repubblica e l'Espresso
perché sono di un altro partito, Mieli al Corriere e Mauro alla Stampa per
le loro convinzioni e quelle dei loro redattori.
E poi Montanelli... ". "La par condicio la dovremmo chiedere noi del Polo:
ci sono 4 milioni e 700 mila copie di grandi giornali dei grandi gruppi, circa
20 milioni di lettori con una linea editoriale assolutamente contraria a noi.
A favore, soltanto 750 mila copie".
"I giornali han riportato con la solita faziosità le mie affermazioni: questo
atteggiamento la dice lunga, tutti i sorci sono usciti dai buchi ". Una ossessione
tale che ogni tanto se la prendeva addirittura con gli amici. "Mediaset mi
danneggia, nemmeno i miei giornalisti sono liberi, tengono famiglia e si adeguano".
E via così, anche dopo improvvide sortite incise sillaba per sillaba nei filmati
delle tivù e nei registratori dei cronisti, come quella sulla superiorità
dell'Occidente sul mondo islamico:
"C'è stata una situazione in cui
mi sono state attribuite parole che non ho mai pronunciato e la colpa è di
certe persone nella stampa italiana di sinistra che vogliono offuscare la
mia immagine e distruggere le mie relazioni di lunga data con arabi e musulmani".
L'"orchestra rossa": così la chiamava. Anche se la quota di queste penne "rosse"
variava a seconda dell'estro. Un giorno diceva: "Comunisti e paracomunisti
sono organizzatissimi e possono contare sul 90% dei giornalisti italiani".
Un altro: "Credo che l'80% dei giornalisti siano di sinistra". Un altro ancora:
"L'85% dei giornalisti è di sinistra". Rideva allora, Prodi, di quel Cavaliere
che non faceva "altro che dipingere l'Italia di rosso, la magistratura, i
giornalisti e ora anche Confindustria" e ammoniva che "nel 2001 erano tutti
con lui, ma chi ha mai fatto casino? La democrazia è questa". E ammiccava:
"Se lui continua a ritenere che ognuno che dice il suo parere sia pagato dai
rossi comunisti per colpirlo avrà sempre più gente contro". Eppure, la tesi
della congiura, la denuncia di avere "tutti contro", l'idea che i giornali
siano strumenti al servizio di un complotto dei "poteri forti" è stata cavalcata
da molti, a sinistra. A partire proprio da D'Alema. Né è nuova per lo stesso
Prodi.
Ricordate cosa disse a "Famiglia Cristiana" dieci anni fa a proposito di chi
prefigurava quanto poi sarebbe successo nel '98, cioè la decisione di Bertinotti
di buttar giù il governo ulivista? "Io sono convinto che la Finanziaria passerà
e che il governo sia molto stabile. Molto più di come lo descrivono i giornali,
che obbediscono a poteri forti e sembrano spaventati dall'idea di un governo
che duri". Sicuro? Certo: "Non sempre i giornali sono seri e obiettivi: invece
di descrivere i fatti, creano notizie clamorose, titoli a nove colonne, forse
hanno dei loro interessi oppure gli interessi dei gruppi industriali e finanziari
che li controllano ". L'anno dopo confermava di sentirsi saldissimo a dispetto
dei nuvoloni all'orizzonte: "In questo Paese fa parte del vecchio modo di
fare politica e giornalismo quello di dare per spacciato un Presidente del
Consiglio fin dal giorno dell'entrata in carica ".Evia così, fino alla caduta.
Per tornare al tema nella veste di presidente della Commissione Europea, stavolta
nei confronti soprattutto delle critiche dei giornali stranieri, in particolare
tedeschi.
Critiche bollate, per bocca del suo portavoce ufficiale, come "stupide menzogne,
ripetute più volte, giorno dopo giorno, in una ""reazione a catena" che si
propaga attraverso l'Europa". Per carità, forse talvolta aveva ragione Berlusconi,
a fare il Calimero. E forse talvolta ha avuto ragione Prodi. Ma lo ammettano:
chi sale al potere, subito circondato da premurosi lacchè ed entusiasti trombettieri
indifferenti al suo essere di destra o di sinistra, fatica ad accettare di
esser messo in discussione. Nessuno scandalo: il sogno di tutti è di avere
intorno una folla di Auguste, il capo dei claqueurs dell'Opera di Parigi che
faceva di mestiere il tifoso pagato per trascinare gli spettatori all'applauso.
Ma onestamente: di "Auguste" non ce ne sono già in giro abbastanza?
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La sinistra europea non va avanti a mozzarelle
Il Riformista 17 ottobre 2006
L'incontro ufficiale tra José Luis Rodiguez Zapatero e Romano Prodi avrebbe
potuto rappresentare un'occasione ghiotta per discutere, al di fuori delle
rispettive beghe del cortile nazionale, del profilo, delle prospettive di
governo e magari del futuro della sinistra riformista europea. Su questo terreno,
ad agevolare il dibattito al di fuori del rigoroso protocollo del vertice,
sono intervenute le interviste che l'uno e l'altro hanno concesso al Corriere
della Sera e al Paìs.
L'occasione per riaccendere il dibattito sulla sinistra e l'Europa è fallita.
E non certo per volontà del premier spagnolo. Al Corriere, Zapatero ha parlato
di "democrazia sociale", di un suo "modello per la sinistra". Ha evocato il
"socialismo dei cittadini", ha spiegato come e perché - sul terreno della
competitività - il treno spagnolo corra più veloce. Ha evitato ogni tipo di
auto-incensamenti. Persino sull'ingresso della Spagna al tavolo degli Otto
Grandi ("Non lo chiederemo. Stiamo tranquilli dove stiamo. Forse il mondo
oggi ha bisogno di guardare al di là degli Otto per affrontare grandi problemi
come le enormi disuguaglianze e le conseguenze del cambiamento del clima").
Zapatero non si è risparmiato su nessuno dei grandi temi che attendono al
varco la sinistra di stampo riformista. Dai conti pubblici al ruolo dei sindacati.
E poi scuola, sanità, previdenza. Senza tralasciare il grande dibattito sui
diritti civili. "Se la sinistra ha avuto problemi seri negli ultimi decenni
- ha ammonito - è perché non ha posto sufficiente enfasi a ciò che rappresenta
la democrazia, ai diritti dei cittadini, alla forma".
Il premier spagnolo non ha fatto alcun accenno alle questioni casalinghe,
come ad esempio la spinosa questione delle comunali di Madrid, o ancora le
spine che accompagnano anche la sua finanziaria. Atteggiamento che non ha
tenuto Prodi. Il Professore in realtà ha parlato alle suocere spagnole perché
le nuore italiane intendessero. Non si spiegherebbero altrimenti il contrattacco
- affidato al Paìs - sul caso Telecom ("È avvenuto un abuso molto grave, con
intercettazioni illegali di massa. Io stesso ero spiato E nessuno scrive niente,
neanche il Paìs"), il j'accuse nei confronti dei giornali e dei "soliti" poteri
forti ("Salvo l'Unità, nessuno segue quello che è il vero scandalo. La stampa
italiana tace"). E soprattutto il messaggio finale. "Alla fine vincerò io",
ha giurato Prodi prima di regalare al giornalista spagnolo un'italica metafora
a base di mozzarella.
Per il resto, Prodi ha accennato alla missione in Libano, alla necessità di
trovare un accordo con l'Iran, alle liberalizzazioni. Ma gira e rigira ha
riparato sempre all'ombra del caso Telecom (tra l'altro affrontato non come
nodo economico-finanziario del paese, bensì come disputa da Palazzo). Troppo
poco per chi ha nel suo curriculum la presidenza della Commissione europea.
Ci saremmo aspettati un accenno alle "regole" del mercato e invece ci siamo
ritrovati di fronte al "piano Rovati". Ci saremmo aspettati un accenno al
futuro della sinistra riformista e invece ci siamo dovuti accontentare di
un elogio all'Unità che segue il caso intercettazioni come nessuno al mondo.
Ci saremmo aspettati un po' della vision di Zapatero e ci ritroviamo invece
di fronte a un capo di governo che - come lui stesso sottolinea - non può
essere mandato via solo perché altrimenti "non saprebbero che fare". Concetto,
questo, che sottoscriviamo. A questo punto, però, spetta a Prodi offrire a
noi e alla sua coalizione altri motivi per cui valga la pena che resti al
comando del centrosinistra e soprattutto del paese.
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La voce del padrone
di Massimo Gramellini La Stampa 17 ottobre 2006
L'ultima geremiade alla mozzarella di Prodi, così simile a quelle inflitteci
per anni da Berlusconi, dimostra che i politici sono così abituati a considerare
il giornalismo un maggiordomo che, quando la stampa li attacca, non pensano
nemmeno per un attimo che l'abbia fatto per dare voce all'umore dei lettori.
Vi vedono subito la fedele esecuzione di un killeraggio ordito ai loro danni
dai padroni dei mezzi di comunicazione: banchieri e grandi aziende. Non importa
che gli imprenditori siano storicamente più portati a mediare con la politica
che a contrastarla, e che i giornalisti alle dipendenze del capitalismo godano
di una libertà che l'informazione lottizzata dai partiti semplicemente si
sogna. Ciò che conta è che i politici siano convinti dell'esistenza del complotto,
e che lo siano in virtù di un'antipatia fisiologica nei confronti del mondo
delle imprese.
Il politico di destra e di sinistra fa politica perché detesta intimamente
i capitalisti, ai quali vuole sostituire un sistema di potere economico condizionato
dallo Stato, cioè da se stesso. Se si esclude Berlusconi (che odiava gli altri
imprenditori perché non lo avevano accettato nel salotto buono) in genere
l'uomo di partito si sente un sindacalista, e spesso lo è. Il capostipite
della categoria fu il socialista poi fascista (ma sempre in cuor suo anticapitalista)
Benito Mussolini. Quando Emil Ludwig, nei famosi Colloqui, gli chiese perché
avesse abrogato la libertà di stampa, il Duce spiegò che era meglio che i
giornali non uscissero, dato che servivano solo a tutelare gli interessi dei
loro proprietari. Avere zittito la voce del padrone gli pareva un'azione meritoria.
Eppure quest'opera pia nei libri di storia ha un nome preciso: dittatura.
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Lo spudorato menefreghismo dei partiti alla scomparsa
dell'opinione pubblica
di Alberto Abruzzese Il Riformista.it
19 ottobre 2006
I baccanali intorno e dentro la Rai suggeriscono alcune considerazioni a margine
sulle lottizzazioni della tarda seconda repubblica, ma in realtà sulla scomparsa
dell'opinione pubblica, della sua antica ideologia. Credo che pochi potrebbero
negare il modo in cui la stampa ha rappresentato la selvaggia spartizione
di cariche Rai tra opposte fazioni di partito e in onore a tattiche quasi
del tutto trasversali all'intero sistema politico nazionale. Non ha gran peso
in queste esibizioni il fatto che nella stampa esistano dei commentatori più
o meno assennati se non imparziali. A contare sono le notizie (della cui verità
in questi casi non si può dubitare): nomi (alla più parte dei lettori persino
sconosciuti), mandanti, scambi e sostituzioni. Un unico motivo: aggiudicarsi
il controllo sull'informazione televisiva. Qui sta il punto: la differenza
che passa tra la carta stampata, strumento storico dell'opinione pubblica,
e i mondi televisivi, fattisi invece strumento di esperienze multitudinarie
assai più private.
Un sottosuolo in cui sprofonda ogni immagine pubblica, ogni evento sociale.
I telegiornali, intrattenendo sulla guerriglia per i posti di controllo della
emittente pubblica, operano un filtro, adeguano il massacro allo stile e ai
contenuti propagandistici della propria testata. Anche di fronte alle interviste
con parlamentari che si aggrediscono reciprocamente come predatori e predati,
l'effetto sullo spettatore è di insieme", come si trattasse di cronache in
cui le lottizzazioni, al pari di guerre, furti e atroci delitti, fanno parte
comunque del destino contemporaneo, della sua mala sorte. Dunque questa scena
televisiva passa ormai come usuale (qui il normale scavalca il normativo)
per un pubblico di massa che ha imparato a vedere la politica nella dimensione
esclusiva di conflitti tra bandiere di opposto colore, e che, dopo, torna
all'offerta quotidiana di programmi molto più vicini al suo sentire sostanzialmente
a-politico o comunque distante dal fragore dei Palazzi, opaco al loro degrado
così come alle loro funzioni. Del resto, la politica non gli appare diversa
dagli abusi di potere perpetrati da chi comanda nei luoghi di lavoro e persino
nel recinto domestico. Popolo e Sovrano sono qui ugualmente nudi. Per questo
il cittadino preferisce essere spettatore e consumatore andando a cercare
la fragilità umana nella fiction, là dove, insieme al dolore, almeno si simula
anche il piacere.
In società che vanno rientrando in un clima medioevale, la collettività postmoderna
vuole carnevali quotidiani.
I giornali, invece, non pensano al piacere ma al dovere: si rivolgono alle
élite di lettori (lettori, badate bene, che in quanto tali dovrebbero essere
il luogo della scrittura e cioè del linguaggio che gli stereotipi delle culture
istituzionali continuano a definire come indiscusso strumento di civiltà e
spirito critico). Qui si rivela la perversione di un sistema parlamentare
che - indipendentemente dai contenuti delle scelte in campo - non ha pudore
di farsi rappresentare come ridda tra cosche.
Ma evidentemente non si tratta tanto dell'incapacità di costruire la propria
immagine a fronte dell'ingordigia giornalistica, quanto piuttosto di un meccanismo
oggettivo, automatico, risultato di un patto ormai da tempo stretto, consolidato
e compiuto tra politica e informazione scritta. Chi legge è in gran parte
un soggetto (s)pregiudicato, un individuo immerso nella stessa lotta di interessi
personali che i giornali mostrano al vertice e che il lettore vive al centro
e alla base della piramide in cui sono stratificati tutti i ceti che fanno
corpo con i partiti. La verità, dunque, è questa: la stampa non dimostra quanto
governo e opposizione se ne freghino di esporre la brutalità con cui procedono
all'accaparramento di posti chiave, ma piuttosto quanto partiti e stampa si
rivolgano esclusivamente al loro più necessario e ricco fertilizzante. L'opinione
pubblica è qui una simulazione che dimostra la propria sostanza più intima
di opinione egemone.
Se ci fermassimo al giudizio morale, faremmo la parte inopportuna e dannosa
degli ingenui e dei benpensanti. Sicuramente chi governa deve avere strumenti
di consenso e chi non governa di dissenso (è ormai un pio sogno che la Rai
sia capace di garantire autonomamente spazi di consenso e dissenso).
Altrettanto sicuramente chi occupa - con più o meno merito - i settori che
fanno circolare opinioni e valori deve sopravvivere e dunque partecipare alla
causa di chi gli dà da vivere e magari anche il piacere di vivere. Infine,
era forse inevitabile - e forse persino opportuno - che quanto prima avveniva
nei retroscena della politica ora appaia in piena luce; e quindi non risulti
più possibile ciò che era invece possibile in una piramide assai più stretta
ai vertici, in via di formazione alla base, e assai più protetta proprio dalle
impalcature istituzionali di un sistema etico molto autoritativo e centralizzato.
Certo si tratta di buone ragioni. Ma mi sembra che non bastino più a salvare
nessuno, neppure quelli che se ne fanno scudo e arma. Lo sgretolarsi delle
vecchie etiche o anche soltanto dei vecchi galatei si è spinto troppo oltre,
ora non funziona da costruzione del potere ma da distruzione dei suoi fondamenti;
non media tra contenuti e negoziazione, ma la negoziazione più selvaggia si
è fatta contenuto esclusivo. L'unica cosa che i partiti hanno imparato a proposito
di comunicazione pubblica sembra essere che se ne possono bellamente fregare
(è questo il caso delle testate giornalistiche) o che ne devono essere assoluti
padroni, soprattutto quando le routine politiche passano dal linguaggio per
le élite del cui consenso si alimentano al magma di passioni che intendono
governare.
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**La privacy, il trionfo della criminalità organizzata e il collasso
dell'occidente**.
di Jacopo Fo http://www.jacopofo.com/?q=node/2071
Stefano Rodotà, dalla tribuna di Repubblica redarguisce
gli autori di quel 93% di messaggi ai blog dei giornali che inneggiano alle
Iene e alla loro inchiesta sui parlamentari e la droga. Dice. Cosa pensereste
se durante un colloquio di lavoro vi offrissero una tazzina di caffè e poi
analizzando le tracce della vostra saliva sapessero tutto di voi? E non solo
se vi drogate o no ma anche a quali malattie siete esposti geneticamente?
Rodotà, ma che dici? Non c'è nesso! Le Iene hanno carpito dati sui parlamentari
senza identificarli. C'è una bella differenza!!!
Ma il problema di Rodotà stà nel manico: lui crede al valore assoluto della
privacy. Noi crediamo che la privacy sia giusta solo su alcune questioni strettamente
personali. E crediamo che la privacy venga usata con astuzia dalla criminalità
comune e politica.
Volete battere la criminalità? Abolite il segreto bancario e i paradisi fiscali.
Ma come si fa a ragionare con gente che insiste a dire che sia giusto distruggere
le intercettazioni illegali Telecom, che sono prove di un reato e che potrebbero
contenere notizie di altri reati, perché violano la privacy? Sotto il governo
del buon D'Alema, dando retta alla filosofia della privacy, si abolì la legge
che puniva come reato il possesso non giustificato di denaro. Uno strepitoso
regalo alla malavita e alla corruzione che permette a persone come Berlusconi
di non rispondere alla domanda: "Come li hai fatti ii soldi Silvio?" Prima
di D'Alema non rispondere equivaleva a confessare la provenienza illecita
del denaro. Oggi non rispondere è un diritto, perché magari mi vergogno a
dire che me li ha regalati il parroco in cambio di prestazioni sessuali.
Così, per proteggere i diritti di persone che compiono atti vergognosi, anche
se non punibili dalla legge, rinuncio a uno strumento essenziale per perseguitare
i malvagi.
Ma i briganti e gli assassini possono ringraziare anche un'altra legge che
è fondamento marcio di tutti i sistemi legislativi occidentali: se la polizia
scopre la prova che Tizio ha ucciso qualcuno ma per qualsiasi motivo questa
scoperta non è stata conseguita rispettando la legge, anche solo per un piccolo
particolare burocratico, la prova dell'omicidio non è utilizzabile in tribunale.
Ma non solo: se durante il processo il giudice o il pubblico ministero commettono
un qualunque errore formale, anche insignificante ai fini pratici, il processo
viene annullato, e se il reato sta andando in prescrizione tanto meglio: puoi
aver compiuto qualunque nefandezza e te ne vai libero e felice.Caro Rodotà,
in Italia queste merdate hanno garantito ai potenti corrotti 50 anni di impunità
e sono costate dolore e morte.
La grande crisi della società occidentale, ha come suo centro proprio lo squilibrio
tra i mezzi nelle mani del crimine e quelli nelle mani della legge.
Questo mondo è nella merda perché la gente onesta non riesce a far fronte
alla criminalità e alla corruzione.
Sono gli sterminati mezzi finanziari del Male a corrompere i fondamenti sociali.
Criminalità e corruzione stanno dietro al terrorismo, alle guerre, all'inquinamento,
alle sofisticazioni alimentari, ai medicinali che uccidono, all'inefficienza
degli ospedali, alla follia della pubblica amministrazione.
Riesci a immaginare, caro Rodotà, come sarebbe il mondo se gli onesti avessero
gli strumenti per limitare veramente il potere di questi criminali?
Riesci a immaginare che cosa succederà invece se continueremo in questa direzione?
Per approfondire: La Privacy per i manigoldi non mi piace!
Cosa fai quando devi incassare un assegno e vuoi essere sicuro che sia coperto?
Telefoni alla tua banca e glielo chiedi. Loro telefonano alla banca che ha
emesso l'assegno e chiedono se ci sono quei soldi.
Saper quanti soldi una persona ha in banca può esserti estremamente utile
per valutare un socio in affari o la solidità di una ditta alla quale vuoi
commissionare un lavoro. Grazie a questo fondamentale servizio che le banche
offrono ai cittadini il numero delle truffe e dei mancati pagamenti è cento
volte più basso di quel che potrebbe essere. Non voglio dire che ci siano
poche truffe. In Italia le truffatori e debitori insolvibili fregano a chi
lavora il 10% del fatturato. Ma se le banche non dessero informazioni su quanti
soldi la gente ha veramente sarebbe il crollo del sistema economico. Come
ho detto ieri questo comportamento delle banche è illegale perché viola la
legge sulla Privacy. Ma se questa legge fosse applicata, lo ripeto, l'Italia
diventerebbe il paradiso dei furbi. Già lo è quasi. Ma verrebbero travolte
le ultime trincee.
Una legge che se fosse applicata porterebbe al disastro non è una buona legge.
E' una pessima legge. E va cambiata.
In Italia teniamo molto a proteggere la Privacy dei furbi, quasi fossero una
specie protetta.
Se dici che un ladro che è un ladro il reato che compi si chiama diffamazione.
Attenzione alla sottigliezza, le parole sono rivelatrici: se dici ladro a
un onesto è calunnia. La diffamazione è quando vai a dire in giro qualche
cosa di vero, la calunnia quando vai in giro a dire qualche cosa di falso.
Ma perché la diffamazione dovrebbe essere un reato? E' un dovere etico!!!
Io DEVO andare in giro a avvisare tutti che quello non paga i debiti! La legge
italiana toglie potenza alla legge morale, naturale, non scritta dell'onore.
Onore è una parola di cui la sinistra ha paura perché da secoli te lo sventolano
davanti per fregarti il portafoglio.
E non parlo dell'Onore di non avere le corna, parlo dell'Onore dell'etica,
di essere coerenti con le proprie idee.
L'Onore è un privilegio essenziale per l'umano. L'Onore è la vera ricchezza.
Per millenni è stato il fondamento del consesso civile.
Perdere l'Onore per secoli è stato una evento legale codificato, una punizione
scritta. Quando artigiani e commercianti decisero di vivere senza nobili sul
groppone e fondarono i Liberi Comuni stabilirono subito che chi non avesse
pagato i debiti doveva essere bollato a vita. Vennero inventati vari modi
per ottenere questo risultato. Secondo alcuni ricercatori i teatranti che
non avevano onorato i debiti dovevano issare sul loro carro una bandiera viola
mentre i commercianti avevano l'obbligo di girare con un cappello verde in
testa. Così tutti potevano sapere chi erano i debitori morosi. E c'è chi sostiene
che da queste usanze discenda il modo di dire sono al verde e la repulsione
degli attori per il colore viola. Nella società moderna i furbi hanno modo
di colpire centinaia di volte senza venire socialmente riconosciuti come una
minaccia. Vogliamo dare slancio all'economia? Vogliamo porre un limite ai
truffatori? Mettiamo in atto un sistema per segnalare i disonesti. Internet
ce ne offre una straordinaria occasione.
E-Bay ad esempio segnala i giudizi su ogni venditore redatti da chi ha comprato
da lui. Potrebbe essere una buona idea dalla quale iniziare: realizziamo un'anagrafe
nazionale arricchita da ogni dato relativo alle avventure legali dei cittadini
e dal giudizio collettivo su di ognuno.
Ma per prima cosa cancelliamo le leggi sulla privacy che fanno comodo solo
ai briganti.
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