Emanuele
Cipriani, l'uomo dei fascicoli segreti su manager e politici "Due
società a Londra, dal gruppo Tronchetti ho avuto 11 milioni di euro"
Parla l'uomo dei dossier
"Così spiavo per Telecom"
di Carlo Bononi e Giuseppe D'Avanzo

ROMA - Emanuele Cipriani, 46 anni, ex-funzionario
della Banca Nazionale dell'Agricoltura, è "l'uomo dei dossier
Telecom", per usare una formula giornalistica. Guai, però, a chiamarlo
"spione". "Spione mi sembra un'insinuazione malevola.
Io sono un imprenditore della sicurezza privata".
Riepiloghiamo per
i lettori. A Milano, lei è indagato, con Giuliano Tavaroli, fino a
pochi giorni fa capo della sicurezza aziendale Telecom e quindi Pirelli, per
associazione a delinquere finalizzata alla corruzione di pubblici ufficiali
per l'acquisizione di notizie "sensibili".
"Alcuni dei reati che mi hanno contestato li comprendo. In altri non
mi riconosco".
È un fatto che presso un collaboratore della sua agenzia di
investigazioni "Polis d'istinto" è stato trovato un dvd da
cui, per il momento, sono state estratte 35 mila pagine di informazioni riservate.
Secondo alcuni, è solo una parte dei dossier che, per altri, sarebbero
addirittura 100 mila.
Cominciamo da qui. Quanti sono questi benedetti dossier? Quanti i file?
"Devo chiarire che non potrò rispondere alle domande che sono
state oggetto dei miei tre interrogatori secretati. È un impegno che
ho preso con il pubblico ministero e intendo rispettarlo. Vengo alla vostra
domanda. Solo una piccola parte del contenuto del dvd è riservato.
Non ricordo il numero dei file contenuti in quel dvd, protetto da un codice
crittografico alfanumerico che io ho aperto fornendo ai magistrati la password.
Posso dire che vi sono decine e decine di migliaia di pagine di testo elettronico.
I dossier raccolgono più file e, per quello che posso ricordare in
questo momento, saranno centinaia".
Si è detto che i dossier sono costruiti secondo un protocollo
che raccoglie dati anagrafici, patrimoniali, partecipazioni in società,
relazioni personali. Lo può confermare?
"È vero. Nel corso degli anni abbiamo messo a punto un format
che utilizzavamo per sintetizzare al cliente le conclusioni della nostra inchiesta".
Ci può dire quali erano le singole voci del "format"?
"A questa domanda non posso rispondere".
Il dvd raccoglie comunque le indagini delle sua Polis d'istinto? E
che significa poi "Polis d'istinto"?
"È diventata Polis d'istinto per un errore burocratico della segretaria
del commercialista. Doveva essere Police d'istinto. Comunque, no. Il dvd raccoglie
non le indagini della Polis d'istinto, ma di due mie società di investigazione
privata registrate all'estero".
Quali?
"La "Worldwide Consultant Security ltd." (Wcs) di Londra, prima,
e la "Security Research Advisor ltd." (Sra) sempre di Londra, dopo.
La stampa ha parlato della "Plus Venture Management" (Pvm) delle
Isole Vergini, ma non è una società operativa".
Queste due società e la Polis d'istinto fornivano servizi a
Pirelli e Telecom?
"Diciamo che Polis d'istinto dipendeva per il 45-50% del fatturato dalle
commesse di Pirelli e Telecom. Wcs e Sra per il 75-80%".
Quindi, i dossier all'esame della Procura di Milano sono lavoro di
Polis d'istinto o di Wcs e Sra?
"Polis d'istinto, oggi di fatto in liquidazione, ha tutto in regola.
Sono indagato per il lavoro svolto con le due società estere".
Quindi il denaro che le è stato sequestrato all'estero appartiene
a queste due società estere?
"Esatto. E ammonta a circa 11 milioni di euro".
Si sospetta che lei abbia fatto da vettore per la creazione di fondi
neri o provviste personali di dirigenti Telecom all'estero e dunque che parte
di questi 11 milioni non siano suoi.
"È una sciocchezza. Quel denaro è mio. L'ho guadagnato
con il mio lavoro, che è sempre stato riconosciuto come eccellente.
Forse il migliore che fosse possibile reperire sul mercato italiano. Non ero
un investigatore con gli occhiali neri e la macchina fotografica al collo
che si dà da fare per documentare tresche e corna. Il nostro mondo
si è molto evoluto. Oggi, devi essere capace di raccogliere informazioni
in Sud America e in Africa. E se ti azzardi a dire riunione, invece che "staff
meeting", o telefonate, invece che "conference call", appari
uno sprovveduto".
Le due società estere, lei ha detto, hanno lavorato per gran
parte a vantaggio di Pirelli e Telecom. Chi le commissionava le indagini?
"Il direttore della Security di Pirelli e di Telecom".
Giuliano Tavaroli?
"Negli ultimi anni, sì. Ma non solo lui. Prima, altri direttori
della sicurezza".
Da quanto tempo conosce Giuliano Tavaroli?
"Da trent'anni. Eravamo quindicenni e giocavamo insieme all'oratorio
di Albenga, dove allora lavorava mio padre, direttore di banca. Giuliano era
stato molto sfortunato. Aveva, a quella tenera età, perso entrambi
i genitori e mio padre si legò a lui come a un figlio. Da allora, la
nostra amicizia non è mai venuta meno. Quando Giuliano era all'Anticrimine
dei carabinieri di Milano, si fermava a Firenze ogni volta che poteva. L'ultima
volta che l'ho visto è stato a febbraio dello scorso anno, al funerale
di mio padre. Questo pasticcio era già cominciato. Da allora, se si
escludono gli auguri di Natale, mi ha mandato un sms il giorno della nascita
di mia figlia, 35 giorni fa".
Quindi era Tavaroli che le chiedeva il lavoro di informazione.
"Sì, anche lui. Aveva portato prima in Pirelli e poi in Telecom
una ventata di innovazione. Un metodo. Il metodo Tavaroli aveva trasformato
annoiati impiegati in intraprendenti e attivissimi funzionari della sicurezza,
capaci di sorveglianza societaria e finanziaria in ogni angolo del mondo in
cui quelle società avevano un qualche interesse. Oggi, se dici Pirelli
non ha senso pensare soltanto ai pneumatici e ai cavi".
Lei ha lavorato per la Telecom di Colaninno, mentre lavorava per la
Pirelli di Tronchetti. Quando Tronchetti ha acquisito Telecom di Colaninno,
per chi dei due ha lavorato?
"Sollevai subito con Telecom e con Pirelli il mio possibile conflitto
di interesse. Entrambi mi rassicurarono e, in quel periodo, Telecom mi mise
a lavorare su questioni internazionali".
In quel momento decisivo per le sorti delle due aziende, immaginiamo
che buone informazioni fossero merce preziosa. Possibile che non le fu chiesto
nulla?
"Non mi è stato mai chiesto di tradire la fiducia dei miei committenti".
Nei file contenuti nel suo dvd, ci sono dossier che riguardano i vecchi
proprietari di Telecom, come Gnutti e la sua Hopa o Consorte e la sua Unipol?
"Posso dire che né Gnutti né Consorte sono stati, in modo
diretto, "soggetti di interesse" del mio lavoro. Non posso escludere
che nei file ci siano riferimenti casuali alle società di Gnutti o
ad Unipol".
Nel dvd ci sono dossier su politici?
"Non posso continuare a rispondere. Posso solo dire che ci sono file
che riguardano persone fisiche e giuridiche".
È un fatto certo che ci sia un lavoro di investigazione su
un arbitro di calcio: Massimo De Santis. Da chi le fu commissionato?
"Dalla Pirelli".
Da chi in Pirelli?
"Non, come ho letto, dal dottor Tronchetti Provera che non ho mai incontrato.
Fu un incarico come gli altri".
E si chiese il motivo di quell'obiettivo così eccentrico? Immaginò
che fosse un lavoro per l'Inter?
"Non facevo domande. Mi preoccupavo soltanto di dare risposte. Puntuali
e sollecite".
A un amico come Tavaroli, una domandina la si poteva fare.
"Non conoscete Giuliano. L'amicizia è la prima cosa che accantona
quando si lavora. Mi è toccato più di una volta subire, anche
in pubblico, qualche sonoro cazziatone".
Ha investigato su altri personaggi del mondo del calcio?
"Non ricordo nel dettaglio, ma lo escluderei".
Un altro dossier di cui si favoleggia è quello che riguarda
Afef, la moglie di Marco Tronchetti Provera. Nel dvd-archivio ci sarebbero
informazioni che la riguardano.
"Questa è un'infamia. Io sono un professionista corretto. E mi
sale il sangue alla testa se mi si dice che ho tradito la fiducia di chi me
l'ha concessa offrendomi del lavoro. Non ho mai raccolto informazioni sulla
signora, che non conosco personalmente. Come, ripeto, non conosco il dottor
Tronchetti Provera. Diffondere queste menzogne mi danneggia in modo irreparabile.
Peraltro, ce n'è un'altra in giro dannosissima".
Quale?
"Che io avrei subappaltato le investigazioni contro Piero Marrazzo e
Alessandra Mussolini. Non è vero. È un'assurdità. Per
fortuna, degli autori di quella iniziativa io non ho neanche i biglietti da
visita, né mi è mai capitato di incontrarli ad un congresso
di security".
Rimaniamo su Afef. Che tipo di file ci sono sulla signora nel dvd?
"Nessuno. Solo brevi riepiloghi delle prestazioni fornite per la sicurezza
sua e del dottore. Era soprattutto un lavoro di tutela: la partecipazione
a un congresso, una sfilata. Nulla di più. Nessuna torbida informazione.
Solo il resoconto del servizio svolto".
Torniamo al suo rapporto con Tavaroli e ai dossier preparati per suo
ordine. Che tipo di informazioni le forniva Tavaroli sul "soggetto di
interesse"?
"Nulla. A volte soltanto un fax o un biglietto da visita. E io partivo
da lì per il mio lavoro. Al più, se si trattava di una società
di cui si doveva valutare la solidità, le schede o le informazioni
elaborate dalla direzione commerciale di Telecom o Pirelli".
Avrà pure ricevuto delle indicazioni su che cosa concentrarsi?
"No. Il più delle volte c'era il nome e una scritta sotto: "Tutto"".
Che significa "tutto"?
"Significa tutto. Tutto quel che è possibile sapere su una società
o una persona. Un lavoro a 360 gradi, come diciamo noi".
Questo "tutto" prevedeva anche qualche manovra borderline?
"Sentite, se in questo momento mi trovo in questa situazione è
perché il 20 per cento delle informazioni da me procurate erano riservate.
Oggi non lo rifarei".
Cioè, il modo di acquisire quelle informazioni era illegale?
"Lo accerterà la magistratura".
Di che si trattava? Di accessi abusivi a banche dati?
"Di questo non posso parlare, fa parte dell'accertamento giudiziario".
Le chiediamo ancora: Tavaroli le ha mai offerto a sostegno della sua
attività tabulati telefonici o, addirittura, intercettazioni?
"Mai".
Non vorrà dire, Tavaroli a parte, che in Italia sia così
difficile procurarsi abusivamente tabulati telefonici?
"Non sto dicendo questo. Fino a quando ho lavorato io, il mercato dei
tabulati telefonici era addirittura florido. Io dico che Tavaroli non me li
ha mai forniti, né io li ho mai cercati. Anzi, ricordo un episodio:
nel 2003, passeggiando nel centro di Milano, mi propose un'operazione per
stroncare quel mercato. Mi chiese di fare da esca. Di chiedere in giro e comprare
tabulati, per smascherare i dipendenti infedeli che ne facevano commercio.
Il progetto era appoggiato anche da Adamo Bove, allora uomo della sicurezza
Tim. Osservai che acquistare tabulati comportava dei rischi. Tavaroli mi rassicurò,
dicendo che ne avrebbe parlato all'autorità giudiziaria prima di mettermi
all'opera. Poi, della cosa non se ne fece nulla. Racconto questo episodio
per dire che, non solo io non ho mai utilizzato tabulati o intercettazioni,
ma che il mio committente, Tavaroli, era impegnato a stroncare quel traffico
illegale".
Pare che la maggior sorpresa del suo archivio elettronico la riservino
gli accertamenti patrimoniali all'estero.
È così facile ficcare il naso nei conti esteri degli italiani?
"Ci sono società estere specializzate in intelligence patrimoniale.
Questo lavoro, che si costruisce con gli anni, era svolto anche dai miei corrispondenti
all'estero. Miei collaboratori insomma. Brava e ben pagata. Come per altro
accadeva anche in Italia, dove potevo contare su analisti, consulenti, giornalisti...".
Giornalisti?
"Sì lavoravano per me due giornalisti specializzati in terrorismo
e crimine organizzato che, ora, mi risulta abbiano collaborazioni con Telecom.
L'ex vicedirettore di "Famiglia Cristiana" Guglielmo Sasinini e
Francesco Silvestri, già direttore di "Narcomafie". Li pagavo
con regolare fattura. Erano molto bravi ad analizzare gli scenari mondiali.
Anche complessi".
Lei conosce Marco Mancini, numero due del Sismi?
"Marco l'ho conosciuto alla metà degli anni '80, quando lavorava
con Giuliano all'Anticrimine dell'Arma dei carabinieri di Milano.
Ho avuto con lui e con la sua bellissima famiglia, un rapporto molto intenso
e profondo. Sono molto affezionato ai Mancini".
Il suo lavoro ha tratto vantaggio da questo rapporto di amicizia?
"Non dovete mescolare l'amicizia al lavoro. Marco ha una forte sensibilità
istituzionale che sa tenere ben distinti l'amicizia da questioni di altro
tipo. Mai ho approfittato del nostro rapporto né lui me l'avrebbe consentito".
Ammetterà che è difficile credere che voi tre - lei,
Giuliano Tavaroli, Marco Mancini - tre ragazzi cresciuti insieme che fanno,
per organizzazioni diverse, lo stesso mestiere al mercato delle informazioni
non si danno una mano scambiandosi, di tanto in tanto, qualche notizia o dossier
riservato.
"Mi rendo conto che è difficile crederlo. Ma è così".
Dicono che tra i suoi amici ci sia anche un altro ingombrante personaggio,
Licio Gelli.
"È un'altra sciocchezza. Non conosco Licio Gelli, anche se mi
è capitato di incontrarlo in circostanze non felici, come il funerale
di sua figlia. La verità è che da oltre 15 anni sono amico di
suo figlio Raffaello e della moglie Marta".
Lei è massone?
"No. Né frequento circoli. Da un anno e mezzo conduco vita ritirata
e peraltro nessuno si affanna a venirmi a trovare".
In effetti, anche il suo amico Tavaroli oggi la definisce "avido"
in un colloquio con il Sole-24 Ore.
"Avido io? Potrei dire che è lui troppo disinteressato all'aspetto
economico. Voglio credere che ci sia stato un eccesso di sintesi.
Di Giuliano penso e voglio pensare solo bene".
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